di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 11 giugno 2020
Interrogazione di LeU al ministro: normalizzazione irragionevole. La legge 185/90 vieta la vendita. Il titolare degli Esteri: "Valutiamo caso per caso". Palazzotto al manifesto: "Conte spieghi cosa ha detto ad al-Sisi". Rivedere la vendita delle due fregate Fremm Fincantieri all'Egitto. È la richiesta mossa ieri alla Camera dal deputato di LeU Nicola Fratoianni, firmatario con il collega Federico Fornaro dell'interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
"Una scelta di dignità e buon senso", dice Fratoianni dal suo scranno, che ponga fine a "una normalizzazione irragionevole". Cita la legge 185 del 1990, violata da ogni governo: il divieto di vendere armi ed equipaggiamento militare a paesi in guerra o violatori dei diritti umani. Che l'Egitto sia uno di questi non c'è dubbio alcuno, dalla repressione interna che ha imprigionato 60mila persone per motivi politici alla chiusura di ong, media, siti di informazione.
Passando per l'incarcerazione dello studente Patrick Zaki, lo scorso 7 febbraio, e l'uccisione - per mano dei servizi segreti interni - del ricercatore italiano Giulio Regeni. Di Maio risponde e cita entrambi. Ma non mette in dubbio la vendita. Dopotutto martedì sera il suo successore a capo politico del M5S, Vito Crimi, aveva dato prova di scarsa consapevolezza politica: "Non vendere le fregate all'Egitto non avrebbe portato nessun valore aggiunto nel percorso per raggiungere la verità sulla morte di Giulio Regeni", la dichiarazione a Canale Nove di Crimi, secondo cui si tratta solo di "una manovra economica".
Strano modo di intendere il concetto di pressioni politiche su un soggetto da cui si vuole ottenere qualcosa: business as usual, magari il dittatore si mostrerà magnanimo. Nell'interrogazione LeU riprende i dati delle autorizzazioni all'export militare all'Egitto, con il boom del 2019 (871,7 milioni di euro) e che oggi con le due fregate e il resto del pacchetto di navi, pattugliatori d'altura, caccia e un satellite di osservazione potrebbe toccare quota 11 miliardi. La trattativa "è tuttora in corso", dice il ministro degli Esteri. Colui che a fine agosto 2018 da ministro dello sviluppo economico volò dal presidente egiziano al-Sisi, prodigandosi in promesse sulla verità per Regeni ma senza congelare i rapporti economici con il Cairo.
"Il rilascio delle autorizzazioni è subordinato all'applicazione rigorosa" della legge, ha detto ieri, il governo esamina le richieste "caso per caso". Smentito il via libera che il premier Conte avrebbe dato ad al-Sisi appena due giorni fa? Non proprio: è possibile che quel via libera sia stato anticipato in via amichevole e che si sia prossimi alla luce verde ufficiale. In ogni caso, aggiunge Di Maio citando Libia e terrorismo, "l'Egitto resta uno degli interlocutori fondamentali nel quadrante Mediterraneo", affermazione che fa da stampella al lungo lavoro politico imbastito da al-Sisi fin dal 2013, quando con un golpe si fece presidente: Il Cairo è fondamentale, tanto da permettere di ignorare la palese natura autoritaria e repressiva del regime instaurato in questi anni.
Suona dunque vuoto l'ennesimo impegno a parole "sull'incessante richiesta di progressi significativi nelle indagini sul caso del barbaro omicidio di Giulio Regeni", dopo che l'infaticabile Procura di Roma ne ha individuato - nonostante i continui boicottaggi egiziani - alcuni dei responsabili, tutti membri di quel servizio di sicurezza che ha trasformato l'Egitto in un'enorme prigione. Sulla questione delle fregate è intervenuta martedì la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni che ha annunciato l'audizione del premier Conte. Che ieri ha fatto sapere di avere "urgenza di riferire, anche se mi dicono che non è usuale che un presidente del Consiglio riferisca in una commissione d'inchiesta": "Appena possibile andrò".
"Ritengo profondamente sbagliato dal punto di vista politico ed etico autorizzare una vendita di armamenti così imponente verso l'Egitto - spiega al manifesto il presidente della Commissione, Erasmo Palazzotto - Una scelta di questo tipo è molto più di una normalizzazione dei rapporti bilaterali: 9 miliardi di armi significa fare dell'Egitto un nostro partner strategico nel Mediterraneo, quando negli ultimi quattro anni ha negato ogni forma di collaborazione per individuare i responsabili della morte di Regeni. Come Commissione, l'unica questione che ci interessa con l'audizione del presidente del consiglio è conoscere il contenuto della conversazione avuta con il presidente Al-Sisi, se ci sono novità che hanno portato il governo a cambiare linea e a normalizzare i rapporti con l'Egitto".
"Il compito della commissione non è esercitare pressioni sul governo e incidere sulle scelte di politica estera, questo attiene al parlamento e alle forze politiche - continua Palazzotto - La nostra convocazione è legata alla necessità di acquisire tutte le informazioni necessarie a comprendere e valutare l'azione del governo". Ed è partita ormai da giorni la campagna social #StopArmiEgitto di Rete Disarmo, Rete della pace e Amnesty. La richiesta è "bloccare qualsiasi ipotesi di nuove forniture militari all'Egitto". Tantissime le adesioni.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 giugno 2020
È molto difficile valutare se il fatto (la vendita di due fregate della Fincantieri al regime di Al Sisi) sia più o meno grave del non fatto: un'azione politico-diplomatica capace di perseguire la verità sull'assassinio di Giulio Regeni.
In altre parole, è arduo dire se lo scambio commerciale con l'Egitto, proseguito indisturbato in tutti questi anni, sia più o meno riprovevole, sotto il profilo politico e morale, dell'inerzia che continua a segnare l'atteggiamento del nostro Paese nei confronti di un regime al quale la Procura di Roma attribuisce responsabilità dirette nell'omicidio di un nostro connazionale.
Perché è questo che sembra sfuggire alla gran parte della classe politica e allo stesso governo: quando un cittadino italiano subisce la sorte che è toccata a Giulio Regeni e le indagini della nostra magistratura arrivano a individuare con nome e cognome i membri del servizio segreto interno sospettati del crimine, è in gioco la nostra sovranità nazionale.
La capacità, cioè, dello Stato Italiano di tutelare l'incolumità dei propri cittadini, che si trovino in territori amministrati da governi considerati "amici". Rispetto a questo oltraggio alla dignità dell'Italia, la reazione dei governi succedutisi da quel 25 gennaio 2016, quando Regeni venne rapito al Cairo, è stata ispirata dalla pusillanimità.
Le ragioni sono numerose: se sorvoliamo per un momento su quelle più strettamente di natura economico-commerciale, emerge con evidenza il peso avuto dal ruolo geo-strategico svolto dall'Egitto in quella regione del mondo. Prima, come baluardo nei confronti della minaccia rappresentata dallo stato islamico, poi come presidio di stabilità (sappiamo quanto precario) nei confronti della precipitazione della crisi libica.
Questa la funzione assegnata al regime di Al Sisi dai Paesi occidentali, e dall'Italia tra essi. Il nostro Paese, come afflitto da un complesso d'inferiorità, ha eseguito il suo compito con uno sbalorditivo eccesso di zelo. In questi quattro anni, non è stata svolta alcuna seria attività di pressione nei confronti dell'Egitto sul piano economico, commerciale, turistico, culturale.
Non un solo atto significativo, che comunicasse il senso di una crisi aperta tra i due Paesi, da risolvere attraverso un'autentica cooperazione giudiziaria, capace di far procedere le indagini e la ricerca della verità. Il richiamo a Roma dell'Ambasciatore italiano al Cairo, l'8 aprile del 2016, rimase l'unica iniziativa diplomatica destinata a segnalare una questione irrisolta e una ferita non rimarginata. Ma sembrò, anche quello, un gesto inerziale, una procedura solo formale, il segno di una controversia sostanzialmente innocua.
E così, alla vigilia del ferragosto del 2017, l'Ambasciatore italiano ritornò al Cairo, perché - si disse - potesse seguire meglio e sollecitare più efficacemente l'attività della magistratura egiziana. Ma, da quel torrido 14 agosto a oggi, nulla, proprio nulla, si è ottenuto: se non risposte equivoche che suonavano beffarde, vere e proprie menzogne e una strategia del rinvio, della dilazione, del differimento, destinata a un solo scopo: l'oblio sull'assassinio di Regeni.
Per ottenere questo, le relazioni tra Egitto e Italia andavano normalizzate e ricondotte all'ordinarietà della più convenzionale prassi diplomatica. Se gli esecutivi di centrosinistra si erano rivelati rinunciatari, il primo governo Conte non riuscì a nascondere una certa euforia nel rinsaldare il rapporto con "l'amico Al Sisi": nel corso dell'agosto del 2018, furono ben quattro gli incontri tra i più importanti rappresentanti del governo italiano e il despota egiziano.
Dai precedenti "buoni rapporti" a un'invereconda promiscuità, tuttora in atto. È in questo quadro di routine politico-diplomatica che avviene la compravendita delle due navi militari. E il riferimento a Giulio Regeni da parte del presidente del Consiglio, nell'atto di comunicare l'avvenuto accordo commerciale, risulta offensivo non solo per i familiari della vittima, dal momento che sullo sfondo c'è una grande questione di etica pubblica. E l'impegno a "proseguire nella collaborazione giudiziaria tra i due Paesi" - dopo che quella cooperazione si è rivelata, e da tempo, fallimentare - ha un sinistro suono postumo.
di Giuliano Pisapia
Il Foglio, 10 giugno 2020
Rivolte in decine di carceri con oltre dieci morti, cambi con polemica al vertice del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, provvedimenti "svuota carceri" e decreti per far tornare in cella decine di persone appena scarcerate o poste ai domiciliari.
di Mario Panizza
L'Osservatore Romano, 10 giugno 2020
Strutture carcerarie inadeguate impediscono il reinserimento nella società. Le difficoltà fanno sempre emergere, e con evidenza, le situazioni di squilibrio e, quando coinvolgono un soggetto debole le necessità di tutela aumentano, richiedendo una cura che, se non assicurata, manifesta un disagio che, facilmente, da individuale diventa sociale.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 giugno 2020
Il numero due del Pd torna a riproporre la revisione del sistema di esecuzione penale preparata quando era ministro di Giustizia. La pandemia, il lockdown, le rivolte nelle carceri, le cosiddette "scarcerazioni" dei boss mafiosi e perfino le accuse del guru dell'antimafia Nino Di Matteo al ministro Bonafede devono aver prodotto un shock salutare dentro il M5S, se il numero due del Pd, Andrea Orlando, intravede ora qualche possibilità di riproporre la riforma del sistema dell'esecuzione penale messa a punto quando era ministro di Giustizia, e finita in un cassetto come tributo del Pd al populismo penale grillino.
di Eleonora Maglia
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2020
Con la firma del protocollo per la produzione di mascherine chirurgiche all'interno degli istituti penitenziari, ha avuto avvio il Progetto Ricuciamo, un'iniziativa di inclusione lavorativa del Ministero della Giustizia e del Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19 che coinvolge 320 detenuti di Bollate, Rebibbia e Salerno nella realizzazione da 400.000 a 800.000 dispositivi destinati alle necessità delle case circondariali.
di Carmine Perrone
settesere.it, 10 giugno 2020
La pandemia di Covid-19 ci ha costretti in uno stato di reclusione forzata. Il lockdown ha alienato le persone dalla vita sociale, privandole di azioni quotidiane. In molti hanno paragonato questo avvenimento agli arresti domiciliari, cosa ben differente. Infatti il distanziamento fisico è stato decretato per tutelare la popolazione, mentre la misura cautelare di restrizione della libertà è presa nei confronti di chi deve scontare una determinata pena, per avere infranto le leggi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 giugno 2020
Il Tribunale di sorveglianza di Sassari ha sollevato la questione di illegittimità alla Corte costituzionale. Pasquale Zagaria resta in detenzione domiciliare a Brescia. Anche il Magistrato di sorveglianza di Spoleto ha già interessato la Consulta.
"La frequentissima rivalutazione della sussistenza dei presupposti della detenzione domiciliare, peraltro, caratterizzata da una marcata tensione al ripristino della detenzione, incide di per sé su entrambi i diritti costituzionalmente garantiti, tra loro strettamente connessi: salute e umanità della pena". È questo è il focus dell'ordinanza del tribunale di sorveglianza di Sassari con la quale si contesta la legittimità costituzionale del decreto Bonafede.
Parliamo dell'ordinanza che invia gli atti alla Consulta per quanto riguarda il caso Pasquale Zagaria, che aveva ottenuto il beneficio della detenzione domiciliare in provincia di Brescia. Sono, per il momento, due i casi che arrivano alla Corte costituzionale, sollevando problemi di legittimità del decreto Bonafede nato su spinta delle polemiche relative alle "scarcerazioni" (termine non corretto, perché si tratta di detenzione domiciliare per motivi di salute) di circa 500 detenuti che si sono macchiati di reati per mafia.
Qualche settimana fa la questione era stata sollevata dal magistrato di sorveglianza di Spoleto Fabio Gianfilippi. Ora è la volta del tribunale di sorveglianza di Sassari, ordinanza a firma dei magistrati Ida Aurelia Soro e Riccardo De Vito.
Sono diversi i profili di dubbia legittimità costituzionale rilevata. L'obbligo di rivalutazione della detenzione domiciliare, entro quindici giorni e poi a cadenza mensile, ad avviso del tribunale di Sassari "invade la sfera di competenza riservata all'autorità giudiziaria e viola il principio di separazione dei poteri, tanto più in quanto applicata retroattivamente ai provvedimenti già adottati dal tribunale a decorrere dal 23 febbraio".
Il problema temporale non è da poco. Aver imposto una ferrea scansione temporale crea diversi problemi. Quali? È sempre il tribunale di sorveglianza a spiegarlo nell'ordinanza. Il perimetro temporale ristretto e la conseguente impossibilità di un'adeguata istruttoria sulle condizioni di salute "impediscono - scrivono i giudici - di mettere a frutto lo spiraglio letterale contenuto nel penultimo periodo dell'articolo 2 del decreto Bonafede, laddove si precisa che l'autorità giudiziaria - il magistrato o il tribunale di sorveglianza - provvede valutando, oltre ai motivi legati all'emergenza sanitaria, la "disponibilità di altre strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta idonei ad evitare il pregiudizio per la salute del detenuto o dell'internato".
Nel caso di Zagaria c'è un esempio pratico. Nella vicenda che ha condotto alla sua detenzione domiciliare, l'emergenza da Covid 19 viene in rilievo, in un secondo momento, non quale causa della scarcerazione in ragione della maggiore vulnerabilità del paziente in caso di eventuale contrazione della malattia, ma principalmente quale fattore impeditivo della cura in ambito intramurario di una patologia tumorale: una neoplasia vescicale, classificabile come carcinoma papillifero di basso e focalmente di alto grado.
La pandemia ha assunto rilevanza - unitamente alla mancata individuazione di un istituto penitenziario dotato di centro clinico o prossimo a struttura ospedaliera idonea - perché ha determinato l'impossibilità di curare la patologia del paziente in ambito intramurario.
A seguito del decreto Bonafede il Dap ha individuato una struttura per loro adatta e per questo, entro 15 giorni, l'ufficio di sorveglianza si è ritrovato costretto a dover valutare. Tuttavia, ad oggi, il quadro clinico è in attesa della definizione correlata dagli esiti dell'esame istologico. Allo stato, scrivono sempre i giudici, "non essendo stabilizzato il quadro clinico e diagnostico, l'ufficio di sorveglianza non può valutare l'idoneità delle strutture indicate dal Dap".
In sostanza il decreto Bonafede non permette di realizzare serenamente il bilanciamento tra esigenze di tutela della collettività e principio di umanità della pena. Ovvero, a causa dell'imposizione temporale, il decreto Bonafede non permette al giudice di "valutare compiutamente l'intera situazione".
Il decreto, secondo l'ufficio di sorveglianza di Sassari, rompe quel delicato equilibrio tra diritto alla salute e umanizzazione della pena da un lato ed esigenze di sicurezza della collettività dall'altro. Il condannato malato, già ammesso a una misura domiciliare idonea a garantirgli il diritto di potersi curare per un certo intervallo temporale, viene improvvisamente a trovarsi sottoposto a una reiterata e continua verifica della permanenza dei presupposti della misura stessa.
Sempre nel caso specifico, Pasquale Zagaria nel frattempo ha avuto un malore ed è stato ricoverato. Ha intrapreso un percorso terapeutico e ancora non è chiaro tutto l'esame diagnostico. Come può la magistratura di sorveglianza - a maggior ragione dopo il ricovero per malore - valutare pienamente l'idoneità della struttura indicata dal Dap? È costituzionalmente legittimo che un decreto legge lo imponga? Ora di tutto questo se ne occuperà la Consulta grazie all'ordinanza del tribunale di Sassari a firma della presidente Ida Soro e del magistrato Riccardo De Vito.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 10 giugno 2020
I legali del camorrista Pasquale Zagaria hanno sollevato questione di legittimità costituzionale contro il decreto legge Bonafede. E adesso la parola passa alla Consulta. "No, non ce lo aspettavamo, anche se questa considerazione resta poco significativa - spiega al "Mattino" il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho. Ora tocca ai giudici costituzionali, che dovranno decidere sul bilanciamento di due diritti fondamentali: quello alla salute e quello della sicurezza dei cittadini".
Presidente, ma se l'emergenza è superata e siamo ormai nella "fase 3", perché Zagaria con altri pericolosi mafiosi e terroristi che hanno beneficiato dei domiciliari non possono rientrare in carcere?
"Zagaria beneficia della detenzione domiciliare per cinque mesi. Ma in linea di principio - e più in generale - appare chiaro che nel momento in cui il detenuto, posto in detenzione domiciliare, può essere curato in strutture penitenziarie o in reparti di medicina protetta, e quindi in sedi adeguate e sotto la protezione della Polizia penitenziaria, allora viene meno quel presupposto della necessità di restare a casa".
Come si è arrivati a sollevare un giudizio di legittimità costituzionale sul decreto che poneva argini alla concessione dei domiciliari per pericolosissimi detenuti?
"Vi si è arrivati ritenendo che esista, come deve essere, un preponderante diritto alla salute, rispetto al quale la valutazione del giudice non può essere condizionata, soprattutto quando ha proiettato la previsione della detenzione in relazione alla durata del percorso terapeutico. I giudici di Sorveglianza di Sassari hanno trasferito la questione alla Corte Costituzionale; perché da un lato hanno ritenuto che le nuove disposizioni confliggano con l'intangibilità delle manifestazioni della giurisdizione dall'altro determinino un regime differenziato peri detenuti per reati di mafia e terrorismo, pur essendo la salute un diritto proprio di tutti i detenuti. In realtà ci sarebbe anche da notare che laddove viene evidenziata la disponibilità di luoghi di cura adeguati il diritto alla salute è rispettato e garantito e, al tempo stesso, è tutelata la sicurezza dei cittadini".
Di fronte a questa nuova situazione la Direzione nazionale antimafia dovrà esprimere un parere sul caso che investe ora la Consulta?
"No. Noi in questa procedura non abbiamo alcun tipo di interlocuzione. Gli interessi pubblici saranno rappresentati dalla Avvocatura dello Stato. Un parere lo esprimeremo solo quando arriverà il momento della valutazione del ritorno in carcere al 41bis di Pasquale Zagaria. Naturalmente siamo consapevoli che questa decisione sarà fondamentale perché costituirà un precedente. Continuiamo a ritenere che ogni scarcerazione di mafiosi sia un grave danno per tutti".
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2020
I rinvii per le misure di contenimento del Covid-19 rischiano di colpire soprattutto le cause che riguardano gli illeciti ritenuti meno gravi ma di maggiore allarme sociale. Il periodo di lockdown e la lenta ripresa dell'attività giudiziaria allungherà i tempi dei processi che riguardano soprattutto i reati ritenuti meno gravi, ma che provocano un maggiore allarme sociale: le cause in materia di droga, furti, risse e incidenti stradali sono quelle che più stanno risentendo dei rinvii e per cui l'arretrato rischia di aumentare. Si tratta di un settore della giustizia già in sofferenza prima dell'epidemia: in 10 anni, dal 2010 al 2019, le cause pendenti del rito monocratico (in cui la decisione spetta a un solo giudice) sono cresciute del 42 per cento. Una situazione che può diventare esplosiva per l'impatto delle misure di contenimento del Covid-19. E, con l'allungarsi dei tempi, cresce il rischio di prescrizione.
Monocratico in sofferenza - In controtendenza rispetto alla riduzione dell'arretrato in primo grado (-5,7% dal 2010 al 2019), nel rito monocratico le pendenze sono continuamente aumentate. Il giudice monocratico si occupa dei reati meno gravi, che però sono quelli che fanno registrare il maggior numero di nuovi processi: nel 2018 sono stati 342.585 contro i 14.514 del collegiale, in base ai dati del ministero della Giustizia. Si tratta di reati che, come il traffico di droga, gli incidenti stradali o i furti, toccano da vicino la vita delle persone e incidono sulla percezione collettiva della capacità del sistema di far fronte alla domanda di giustizia.
Le difficoltà si concentrano nelle grandi sedi. A Napoli i processi arretrati sono circa 32mila, a Roma nel 2018, secondo i dati ministeriali, poco più di 21mila. In alcuni tribunali l'aumento delle pendenze è stato esponenziale: a Salerno dal 2009 al 2018 sono salite quasi del 130%, mentre a Palermo del 123 per cento. "Dal 2009 le iscrizioni sono raddoppiate: l'organico invece è rimasto lo stesso (nel monocratico circa 20 giudici) mentre in procura i sostituti sono quasi 40", dice il presidente del Tribunale di Palermo, Salvatore Di Vitale. A Roma, viceversa, l'arretrato in dieci anni è sceso (-22,7%) proprio grazie a un accordo fra Tribunale e Procura. "Nel 2017 - spiega il presidente vicario, Antonino La Malfa - abbiamo avviato un intervento congiunto: la Procura ha ridotto le iscrizioni, ricorrendo di più ad archiviazioni e decreti penali, mentre il Tribunale ha aumentato le udienze di prima comparizione e processi".
L'impatto del Covid-19 - Su questa situazione si è abbattuta l'epidemia. Nella fase 1, da marzo all'11 maggio, sono state sospese le udienze penali, con poche eccezioni (convalide di arresto e processi con detenuti, su loro richiesta). Nella fase 2, dal 12 maggio al 31 luglio, l'attività è ripresa, ma resta lontana dai ritmi usuali: l'obbligo di evitare assembramenti restringe l'uso delle aule e i processi da remoto sono limitati dai paletti messi dal decreto 28/2020. Ad aggravare la situazione l'impossibilità per il personale amministrativo che lavora a remoto di accedere ai registri di cognizione. "Devono tornare negli uffici, perché a casa non possono fare nulla ed è assurdo che anche in Regioni dove i contagi sono al minimo tutto resti chiuso", accusa il presidente dell'Unione camere penali Gian Domenico Caiazza.
Nel diluvio di rinvii, i più colpiti sono i procedimenti di competenza del tribunale monocratico. "Va data priorità ai processi che riguardano i delitti più gravi, come dispone l'articolo 132-bis delle disposizioni di attuazione al Codice di procedura penale", spiega il coordinatore del settore penale del Tribunale di Milano, Marco Tremolada: "Anche noi - conferma - cercheremo di recuperare prima i processi del tribunale collegiale di quelli del monocratico". A Milano i rinvii sono fissati a distanza di 15 giorni: si spera di riuscire a celebrare le udienze prima dell'autunno e nei prossimi giorni saranno riviste le linee guida per ampliare le cause da trattare.
Anche al Tribunale di Napoli, spiega la presidente, Elisabetta Garzo, i limiti sono stati allentati: "Da oggi ogni giudice monocratico può trattare fino a 10 processi, anziché 5. Ma sul ruolo ce ne sono almeno il doppio. L'obiettivo è ampliare ancora, anche prima del 31 luglio, se i dati sul contagio restano positivi". Finora, a Napoli sono stati rinviati circa 10mila procedimenti del tribunale monocratico nella fase 1 e già 8.000 nella fase 2.
I tempi più lunghi dei processi potrebbero far crescere le prescrizioni. "Il rischio di aumento esiste - ammette La Malfa -. Già oggi la procura produce più processi di quanti il tribunale ne riesca a smaltire. Per alleggerire il monocratico bisognerebbe depenalizzazione alcuni reati, come quelli fiscali, che andrebbero, invece, contrastati sul piano amministrativo".
- Non c'è bancarotta solo se la distrazione non va a incidere sulle ragioni creditorie
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