di Gigliola Alfaro
agensir.it, 12 giugno 2020
Don Grimaldi: "Nel lockdown i cappellani sono stati un ponte con il mondo fuori". Dal 1° giugno, come prevede una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), sono state autorizzate le celebrazioni eucaristiche con la partecipazione dei detenuti. "Sono ripartite le messe anche se timidamente per la difficoltà di gestire questi momenti liturgici nell'emergenza - racconta don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane -. Già precedentemente, qualche direzione aveva dato il permesso per delle messe sempre nel rispetto delle norme di sicurezza", ma "per il momento entrano solo i cappellani, i diaconi e le religiose".
Don Raffaele, viene regolamentata la partecipazione alle celebrazioni, come nelle chiese all'esterno?
Certamente, oltre al rispetto di tutte le misure di protezione e sicurezza, il numero dei detenuti che può partecipare alla messa dipende dalla capienza delle cappelle nelle singole carceri. Per agevolare la partecipazione si stanno celebrando messe negli spazi aperti, come i campetti o i luoghi di passeggio.
Al momento, in carcere i volontari non possono ancora entrare?
No, se non quelli che svolgono progetti o specifiche attività. Io auspico che a fine mese sia concesso ai volontari di tornare in carcere, come ho chiesto espressamente al Dap. Nel periodo della pandemia, senza il supporto dei volontari e con la difficoltà per gli stessi cappellani a entrare nelle sezioni, i detenuti hanno vissuto un maggior disagio.
Le sofferenze che abbiamo condiviso tutti durante il lockdown nel carcere sono state amplificate. Soprattutto pensiamo a quei detenuti, che sono poveri, stranieri, senza fissa dimora, senza famiglia. Il mio augurio è che quanto prima possano riprendere, con le dovute precauzioni e in sicurezza, quelle attività che fanno sì che il carcere sia un ambiente di un possibile riscatto e dove c'è l'opportunità di crescere in questo tempo di prova. Perciò, spero che quanto prima possa ritornare in carcere ad operare il mondo del volontariato che, insieme con cappellani e religiosi, dà un grande supporto ai detenuti. Ci sono volontari ben preparati, motivati, che fanno tanto bene.
Cosa hanno potuto fare i cappellani durante i periodi più bui dell'epidemia in Italia?
In tutto il periodo di blocco i cappellani hanno cercato di essere, comunque, come potevano, vicini agli operatori. In effetti, quello che i cappellani hanno potuto concretamente fare è dipeso dalle direzioni delle carceri. In alcune realtà, dove si è scelta una linea più rigida per contrastare l'emergenza, i cappellani hanno potuto fare poco, nel senso che non potevano incontrarsi con i detenuti né entrare nelle direzioni. Si è trattato, comunque, di un metodo adottato anche per ridurre le possibilità di contagio, insieme ad altre misure di protezione prese. Ed effettivamente i numeri dei casi sono stati molto bassi. Se il contagio si fosse diffuso nelle carceri sarebbe stata una rovina. D'altra parte, basti pensare, proprio all'inizio della pandemia in Italia, alle manifestazioni incontrollabili di violenza nelle nostre carceri. Laddove l'ambiente era più tranquillo e la direzione ha permesso di fare di più, i cappellani hanno potuto avere anche qualche colloquio personale con i detenuti per sostenerli umanamente, moralmente, spiritualmente. Poi, attraverso gli operatori del carcere, venivano informati delle necessità materiali dei detenuti, soprattutto dei più bisognosi, che non avevano la possibilità di ricevere pacchi dalle famiglie. I cappellani hanno provveduto a fornire indumenti e prodotti per l'igiene personale. L'emergenza ha visto un grande impegno da parte dei cappellani e io li ringrazio per tutto quello che hanno fatto in questo momento di grave difficoltà.
Le carceri italiane cronicamente soffrono per il sovraffollamento, un problema ancora più serio con l'emergenza coronavirus...
Paradossalmente, chi avrebbe potuto usufruire dei domiciliari in questa occasione, avendone i requisiti, spesso non ha potuto farlo perché ad esempio era senza domicilio. Alcune associazioni hanno preso a cuore casi come questi e hanno offerto un domicilio dove stare, ovviamente però sono stati casi limitati. La maggior parte non ha potuto usufruire dei benefici previsti.
Come hanno vissuto i detenuti la sospensione dei colloqui con i familiari durante la fase 1 dell'emergenza?
Nel periodo del lockdown le direzioni si sono attrezzate con tablet per permettere le videochiamate. I detenuti hanno potuto rivedere così le loro case: per certi aspetti, quindi, è stato anche positivo. La pandemia in tanti ambienti ci ha mostrato un modo nuovo di lavorare: ora sono ripresi i colloqui con i familiari, ovviamente con le dovute precauzioni, ma se nelle carceri si usassero più spesso questi nuovi strumenti di comunicazione sarebbe ideale perché si faciliterebbero i rapporti con i familiari che abitano lontano o che non hanno i mezzi economici per affrontare il viaggio e, quindi, non facilmente possono andare a trovare i loro congiunti detenuti.
Quali sono oggi le maggiori richieste da parte dei detenuti?
Dai più poveri vengono richieste di beni materiali, perché mancano di tutto. Poi, in generale, viene chiesto un supporto psicologico e morale. In questo periodo i cappellani hanno fatto da ponte con i familiari per rassicurarli delle condizioni di salute dei loro congiunti chiusi in carcere.
Nel lockdown siamo stati tutti in "prigione", anche se nelle nostre case: questo ha potuto in un certo senso aprire di più alla comprensione di quanto si vive in carcere?
Il confinamento in casa ha permesso a molte persone di confrontarsi con la vita dei detenuti. Spero, perciò, che quello che abbiamo vissuto come "tempo sospeso" non sia dimenticato in fretta, ma abbia toccato in profondità il cuore di tutti quanti noi, percependo la sofferenza di tanti detenuti e aprendoci maggiormente alla solidarietà. Questo, credo, riguarderà, però, soprattutto le persone più sensibili e non chi è chiuso nel proprio egoismo e bada solo ai propri interessi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2020
Riapertura dei tribunali dal 1° luglio. Si conclude, con un mese di anticipo, la fase 2 e si apre una complessa fase 3, nel tentativo di raggiungere un faticoso ritorno alla normalità. La commissione Giustizia del Senato ha approvato ieri sera un emendamento Lega-Fratelli d'Italia al decreto legge Giustizia sul quale il Governo ha dato parere positivo che conclude in anticipo di un mese la fase dell'emergenza sanitaria.
Con qualche cautela, come sottolinea il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis (Pd), raccogliendo le preoccupazioni espresse dall'Anm: "abbiamo comunque deciso di tenere validi tutti gli atti e l'attività giudiziaria svolta nel frattempo, per evitare che la retrodatazione possa vanificare quanto è già stato svolto o anche solo programmato, per esempio, tenendo conto del maggiore spazio lasciato oggi alla possibilità di svolgimento da remoto dei procedimenti".
Lo stesso ministro Alfonso Bonafede, intervenendo al Senato in risposta a un'interrogazione, aveva precisato poco prima che "con l'inizio della fase 2, il Ministero ha dato avvio al graduale e progressivo ampliamento delle attività giurisdizionali amministrative. Adesso, grazie al mutamento del contesto sanitario, è giunto il momento di un ritorno alla normalità per la giustizia. In particolare, è imminente l'emanazione di una circolare che riequilibri il rapporto tra lavoro in presenza e lavoro da remoto del personale amministrativo, e in generale miri a garantire, per quanto possibile, la regolare celebrazione delle udienze in condizioni di sicurezza già a partire dal 1° luglio 2020".
Cauta la reazione dell'Anm, per la quale si tratta di "un segnale estremamente positivo alla luce del miglioramento delle condizioni epidemiologiche e del diverso impatto locale della pandemia. Questa nuova situazione consente un ripensamento delle stesse norme organizzative nella prospettiva dell'auspicabile ritorno all'attività ordinaria in tempi brevissimi. Va necessariamente sottolineato che il funzionamento regolare degli uffici giudiziari implica la piena capacità di lavoro anche del personale amministrativo, e di tutti i collaboratori, in condizioni organizzative e di sicurezza che non dipendono certamente dalla potestà organizzativa dei soli dirigenti degli uffici giudiziari".
Favorevole, ovviamente, l'avvocatura, che da tempo sottolineava la necessità di un ritorno a condizioni diverse di svolgimento dei processi. Per la presidente del Cnf, Maria Masi "la ripartenza della giustizia dal 30 giugno sarebbe sicuramente un bel segnale per gli avvocati e per i cittadini che attendono da mesi di veder riconosciuti i propri diritti, tenuto conto che le esigenze di natura sanitaria sono, al momento, ridotte e affievolite. Sarà nostra cura - prosegue Maria Masi - monitorare l'iter e l'approvazione del provvedimento allo studio del Parlamento e vigilare affinché la macchina della giustizia riparta con la più ampia e continuativa presenza dei cancellieri in tribunale: come più volte sottolineato, questa condizione è necessaria e funzionale all'attività giurisdizionale stessa".
Intanto prende ufficialmente il via il processo penale telematico. È stato infatti pubblicato il decreto ministeriale che permette il deposito telematico di memorie e istanze delle difese presso il pubblico ministero che abbia concluso le indagini preliminari.
Grazie a questo provvedimento, sottolinea il ministero, l'ufficio che ha avanzato richiesta per l'attivazione del deposito digitale potrà per la prima volta in Italia ricevere, con valore legale, per via telematica le memorie e le istanze successive alla conclusione delle indagini preliminari e gli avvocati potranno operare tali depositi senza produrre e depositare ulteriormente il cartaceo. Il primo ufficio a chiedere l'attivazione è stata la Procura di Napoli. Il deposito telematico degli atti, che al momento è facoltativo, avrà valore legale a partire dal 25 giugno prossimo.
di Liana Milella
La Repubblica, 12 giugno 2020
Udienze dal "vivo" dal primo luglio, ma il Guardasigilli Bonafede vuole bloccare o almeno ridurre le vacanze estive. Caso Zagaria (che comunque resta ai domiciliari): per superare la Consulta, il giudice che rivaluta le sentenze subito in udienza.
Il dopo Covid, per la giustizia, è destinato a passare anche per lo stop parziale o integrale alle ferie per magistrati e avvocati. Quei tradizionali 30 giorni (erano 45 prima del taglio dell'ex premier Renzi) che ad agosto fanno abbassare le saracinesche delle aule rinviando tutto a settembre. A questo stanno lavorando il Guardasigilli Alfonso Bonafede e il sottosegretario Andrea Giorgis, dopo la maratona che, per due giorni, ha tenuto il governo, relatore il Dem Franco Mirabelli, incollato al banco della commissione Giustizia del Senato.
Lì sono arrivate le dure proteste degli avvocati che - ormai ridotti, a loro dire, all'indigenza economica e schiacciati dalle proteste dei clienti - hanno chiesto di far ripartire subito i processi. L'hanno spuntata, perché una mossa del governo, dopo emendamenti del centrodestra, ha anticipato dal 30 luglio al primo luglio la "ripartenza" di tutte le udienze, civili e penali. Ma questo potrebbe non bastare, ed ecco allora il blocco delle ferie.
Ma c'è anche dell'altro nel decreto legge che dopo 48 ore di forcing disperato è stato chiuso al Senato e andrà subito in aula perché poi deve essere convertito prima della fine del mese con il passaggio alla Camera. Una sorta di decreto omnibus sulla giustizia, perché dentro c'è il via libera alla legge Orlando sulle intercettazioni dal primo settembre, ci sono i colloqui telefonici per i detenuti, ma c'è anche una soluzione per superare i ricorsi dei giudici (finora Spoleto e Sassari) alla Consulta contro l'obbligo di rivalutare ogni mese i via libera ai domiciliari (vedi caso Zagaria).
Subito i processi in voce, ma salvando quelli "da remoto" - Troppe proteste degli avvocati, ormai incontenibili in tutta Italia. Tant'è che se ne fa portavoce anche il Pd con un'interrogazione a Bonafede della vice presidente della Camera Anna Rossomando (avvocato penalista di Torino) con Valeria Valente (anche lei avvocato dem amministrativista di Napoli).
"Bisogna ripartire subito" dicono entrambe. E il Guardasigilli annuncia in aula rispondendo che è già deciso, si riaprono i battenti il primo luglio anziché alla fine del mese. Ma proprio nelle stesse ore, appena la notizia si diffonde, ecco le preoccupazioni di chi ha già organizzato il lavoro in periferia. Da Brescia, dov'è presidente della Corte di appello, Claudio Castelli non nasconde l'allarme: "Attenzione però, non buttiamo a mare la programmazione già fatta, perché sortiremmo il risultato di perdere e dover rinviare anche tutte le udienze in calendario".
Un input che, evidentemente, arriva sul tavolo della commissione Giustizia di palazzo Madama febbrilmente al lavorato per chiudere un mega decreto in cui convergono le misure anti scarcerazioni, ma anche il definitivo via libera alle intercettazioni. Nasce da qui il compromesso, si riparte effettivamente il primo luglio, ma - come spiega Giorgis - "in modo da evitare l'effetto paradosso per cui l'anticipazione evita di obbligare i giudici a ripetere alcuni atti già compiuti, a riprogrammare le udienze già fissate, per cui fino alla conversione del decreto, fino alla fine di giugno, sarò possibile continuare a utilizzare tutte le disposizioni telematiche e da remoto". Com'è scritto nel testo "restano validi gli atti e i provvedimenti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici" realizzati fino a quel momento.
Via libera alla legge sulle intercettazioni - Stavolta non si torna più indietro. La legge Orlando sulle intercettazioni, che classifica come "irrilevanti" quelle che non contengono effettivamente prove per dimostrare la colpevolezza o l'innocenza di un imputato, entrerà definitivamente in vigore il primo settembre. Dopo oltre due anni di congelamento si inaugurano gli armadi riservati gestiti dal capo della Procura dove finiranno tutti gli ascolti "irrilevanti" ai fini della prova che non saranno neppure trascritti integralmente, ma di cui esisterà solo un brogliaccio.
Più telefonate per i detenuti - Con un emendamento del capogruppo dem Mirabelli, aumenteranno fino a una al giorno le telefonate che un detenuto potrà fare alla sua famiglia qualora "si svolga con figli minori o figli maggiorenni portatori di una disabilità grave e nei casi in cui si svolga con il coniuge, l'altra parte dell'unione civile, persona stabilmente convivente o legata all'internato da relazione stabilmente affettiva, con il padre, la madre, il fratello o la sorella del condannato qualora gli stessi siano ricoverati presso strutture ospedaliere". Nessun aumento invece se il detenuto si trova al 41bis. Potrà chiamare una volta a settimana se è in regime di 41bis, cioè tutti i boss in una condizione di sorveglianza per impedire contatti e rapporti con l'organizzazione criminale cui appartenevano.
Telefonini nelle celle? Punizione severa - Una pena da uno a 4 anni per chiunque introduca in una cella, o metta a disposizione di un detenuto un telefono cellulare. La pena passa da due a 5 anni se il reato "è commesso da un pubblico ufficiale, da un incaricato di pubblico servizio ovvero da un soggetto che esercita la professione forense".
Il caso Zagaria e la Consulta - Ma c'è un'altra questione di grande attualità nel decreto sulla giustizia, quella del rimedio escogitato da Bonafede per far fronte alle scarcerazioni frutto della circolare Dap del 21 marzo. Secondo lo stesso Dap sarebbero 220 i mafiosi messi fuori dalle prigioni e mandati ai domiciliari.
La soluzione ministeriale era quella di obbligare giudici e tribunali di sorveglianza a rivalutare la decisione dopo 15 giorni e poi mensilmente in relazione alla mutata situazione ambientale e alle disponibilità di strutture da parte del dap. Ma due magistrati, il 29 maggio il giudice di sorveglianza di Spoleto Fabio Gianfilippi, e il 9 giugno il presidente del tribunale di sorveglianza di Sassari Riccardo De Vito per il boss Pasquale Zagaria, si sono rivolti alla Consulta contestando la norma di Bonafede perché limiterebbe la libertà del giudice nel valutare la situazione del detenuto.
Adesso arriva una modifica della norma, nel senso che il giudice di sorveglianza, appena ha compiuta la sua rivalutazione del caso, quindi rispettando le scadenze temporali date dallo stesso decreto (15 giorni e un mese), deve inviare subito gli atti per fissare un'udienza davanti al tribunale di sorveglianza coinvolgendo le parti. Il tribunale avrà trenta giorni di tempo, in contraddittorio con la difesa, per decidere. Un caso però che potrebbe risolvere quello di Spoleto, ma non quello di Sassari dove a pronunciarsi è già stato un tribunale di sorveglianza.
La circolare del 21 marzo? Un atto "pericoloso" - Ma proprio sulle scarcerazioni di 220 mafiosi va avanti l'indagine della commissione parlamentare Antimafia presieduta da Nicola Morra. Ieri si è svolta l'audizione di Caterina Malagoli, capo dell'ufficio V del Dap e responsabile dei detenuti al 41bis e in alta sicurezza. Parole molto pesanti le sue, sulla circolare del 21 marzo diretta ai provveditori e ai direttori con l'indicazione di segnalare "con solerzia" ai magistrati i detenuti con patologie e over 70. Una circolare definita "pericolosa" da un magistrato che racconta di essere stata pm a Palermo nella Direzione distrettuale antimafia, e ammette che "mi ha dato fastidio vedere in detenzione domiciliare uno condannato da me".
Quella di Malagoli è una testimonianza shock. Lei non viene avvisata della circolare firmata di sabato dalla funzionaria di turno Assunta Borzacchiello su specifica richiesta dell'ex capo dei detenuti del Dap Giulio Romano, nonostante siano destinati a uscire internati delle sue sezioni. Ne apprende casualmente l'esistenza martedì 24. Va da Romano e chiede di "revocarla" perché, aggiunge "avremo dei problemi". Malagoli non nasconde la collera per non essere stata avvisata. Romano le dice che "la circolare era condivisa".
"Io non so con chi - chiosa Malagoli - ho capito con il capo del Dap (l'ex direttore dimissionato Francesco Basentini, ndr), ma non so con chi altro". Romano comunque le disse che "sulla circolare ci avevano pensato su, il venerdì c'era stato il via libera, c'era stata la condivisione, loro ci hanno pensata per una settimana". Spiega che, nonostante le dimissioni, Romano è ancora al suo posto, fino alla fine di giugno.
di Giuseppe Di Federico
Il Riformista, 12 giugno 2020
Le confessioni televisive di Palamara sulle disfunzioni generate dal c.d "correntismo" e la lettura delle intercettazioni che ne documentano la diffusione non dicono nulla che le ricerche sul Csm non conoscessero da più di 40 anni. Peraltro già all'inizio di questo secolo, e ricorrentemente nel corso del suo lungo mandato, il Presidente Napolitano aveva condannato pubblicamente e con parole durissime, quel fenomeno, anche per i suoi collegamenti con la politica, sollecitandone l'abbandono.
Nei suoi discorsi in Consiglio ha, infatti, definito le modalità decisorie del Csm come "malsani bilanciamenti tra le correnti" e frutto di "pratiche spartitorie rispondenti a interessi lobbistici, logiche trasversali, rapporti amicali o simpatie e collegamenti politici". Il fenomeno dell'influenza delle correnti sui processi decisori del Csm è stato, peraltro, ripetutamente e duramente criticato dalle stesse correnti della magistratura. È quindi una condanna unanime del fenomeno cui non si è dato rimedio anche perché manca la volontà di individuarne le principali cause e di adottare soluzioni efficaci.
Varie sono le ragioni del cosiddetto "correntismo" e del perché esso sia da vari decenni una componente rilevante e, a mio avviso, ineliminabile delle modalità decisorie del Csm. La principale ragione deriva dal fatto che al momento di decidere tra le domande, a volte numerose, di trasferimento a funzioni direttive e/o a sedi più gradite, la documentazione ufficiale sui singoli candidati spesso non fornisce ai consiglieri del Csm informazioni utili o sufficienti a scegliere chi tra i concorrenti sia il più meritevole.
Ciò dipende in larga misura dal fatto che a partire dagli anni 60 il Csm ha, in vario modo, smantellato tutte le preesistenti e competitive valutazioni di professionalità e ha dato a tutti i magistrati valutazioni positive sulla base dell'anzianità, valutazioni positive che, occorre ricordarlo determinano anche il passaggio da una classe stipendiale a quella di volta in volta più elevata. Le valutazioni negative, di regola solo momentanee, hanno variato tra lo 0,9 e lo 0.5%. Questo è avvenuto nonostante l'articolo 105 della nostra Costituzione preveda espressamente che il Csm debba effettuare le promozioni dei magistrati. Il Csm non ne ha tenuto conto ed ha smesso di farle da cinquanta anni circa. Da allora lo stesso termine "promozioni" non appare più nelle decisioni e nei verbali del Csm.
Negli altri paesi dell'Europa continentale ove, come da noi, i magistrati rimangono in servizio per circa 40 anni (ad esempio Germania e Francia), si ritiene necessario, per garantire qualità ed efficienza della giustizia, che i magistrati vengano sottoposti periodicamente a sostantive e selettive valutazioni della professionalità nel corso della lunga permanenza in servizio e solo un numero limitato di loro raggiunge i vertici della carriera. Le graduatorie di merito generate da quelle valutazioni limitano drasticamente la discrezionalità nella assegnazione degli incarichi e nei trasferimenti. Da noi, invece, l'assenza di sostantive valutazioni e di graduatorie di merito rendono formalmente quasi tutti i nostri magistrati altamente qualificati e di grande diligenza. L'unica graduatoria di merito rimasta è quella basata sugli esami di ingresso in magistratura. Di necessità, quindi, le scelte del Csm sono molto spesso caratterizzate da ampi margini di discrezionalità, e non potrebbero non esserlo. Una discrezionalità che ha generato e consolidato nel tempo il cosiddetto correntismo e le disfunzioni ad esso direttamente collegate sotto almeno tre profili.
In primo luogo perché l'assenza di valutazioni di professionalità attendibili e prive di graduatoria di merito da un canto fa molto spesso dipendere il successo dei candidati dall'efficacia con cui vengono appoggiati dai rappresentanti della propria corrente che siedono in Consiglio, dall'altro perché spinge i magistrati a considerare l'appartenenza alle varie correnti come condizione necessaria per ottenere decisioni consiliari a loro favorevoli.
In secondo luogo perché le decisioni discrezionali, frutto di appoggi correntizi, sono spesso sorrette, nel dibattito consiliare che le precede, da motivazioni insufficienti e contraddittorie. Cosa che ha generato un numero crescente di ricorsi al giudice amministrativo contro le decisioni del Csm: nei tre anni per cui ho dati certi (ero componente del Consiglio) i ricorsi sono stati complessivamente 777.
Sono ricorsi che spesso hanno successo e costringono il Csm a modificare le sue decisioni, il che è sovente accaduto anche con riferimento a incarichi giudiziari apicali (come quelli di Presidente e di Presidente aggiunto della Corte di cassazione, di due presidenti titolari di sezione e del procuratore generale aggiunto della Corte stessa). È un fenomeno che non si verifica in nessun altro paese europeo in cui, come da noi, si prevedono ricorsi al giudice amministrativo (ad esempio in Francia e Germania).
In terzo luogo perché l'assenza di elementi di valutazione su cui basare con relativa certezza le proprie decisioni è particolarmente gravosa per i consiglieri laici, i quali per avere informazioni più attendibili sui candidati in lizza non possono che rivolgersi ai consiglieri togati, e finire quindi di necessità coinvolti essi stessi nella morsa del correntismo. Le proposte di riforma avanzate dal Ministro Bonafede non sono certamente in grado di restringere la discrezionalità con cui il Csm gestisce il personale di magistratura e le sue aspirazioni.
Né a tal fine egli potrebbe proporre di adottare le stesse soluzioni in vigore nei paesi democratici dell'Europa continentale che non conoscono il correntismo. Proponendo cioè di adottare anche da noi severi vagli di professionalità, graduatorie di merito, e promozioni limitate dal numero di vacanze che si creano ai livelli superiori della giurisdizione. Si tratta di innovazioni per varie ragioni impraticabili anche se giuridicamente possibili (la Costituzione prevede infatti che il Csm effettui le promozioni dei magistrati).
Per comprendere l'impraticabilità di una tale proposta basti pensare al solo fatto che il Csm, utilizzando i suoi poteri discrezionali per promuovere i magistrati in base all'anzianità (cosa non prevista da nessuna legge), ha tra l'altro anche consentito a tutti i magistrati italiani di raggiungere i più elevati livelli della retribuzione (più di 8000 euro netti al mese). Toccare questi privilegi in un sistema in cui la magistratura ha da decenni acquisito un incontrastato controllo sulla legislazione che la riguarda è assolutamente impensabile. Aggiungo tre postille.
La prima: nel corso delle mie ricerche sui sistemi giudiziari di altri paesi sono riuscito ad avere informazioni precise sui livelli salariali, ma non in Italia. Non quando ero consigliere del Csm, e neppure successivamente facendo presentare da un parlamentare, l'On. Lehner, una dettagliata interrogazione. La cifra che ho indicato dianzi per le retribuzioni nette negli ultimi anni della carriera l'ho dedotta dalla pubblicazione nel 2008 della busta paga mensile di 7.673 euro netti del Presidente della Corte d'appello di Milano. La cifra un po più elevata da me dianzi indicata (8000 euro) tiene con molta cautela conto del fatto che dal 2008 ad oggi i magistrati hanno ottenuto 4 adeguamenti salariali.
La seconda postilla: una verifica sull'efficacia delle valutazioni sostanziali della professionalità e delle graduatorie di merito come strumento per ridurre la discrezionalità delle scelte fatte dal Csm e con essa anche il correntismo può essere fatta con riferimento ai difficili esami per le promozioni in Appello e Cassazione che si sono tenute fino al 1977, in contemporanea con le promozioni generalizzate effettuate dal Csm a partire dal 1968.
Gli 80 vincitori di questi difficili concorsi che avevano sopravanzato i colleghi nella graduatoria del "ruolo della magistratura" fino ad un massimo di 2962 posizioni, hanno sempre visto soddisfatte le loro richieste di incarichi da parte del Csm e nessun ricorso è mai stato presentato contro le loro nomine, nonostante essi abbiano monopolizzato per molti anni le posizioni di vertice sia al livello distrettuale che della Corte di cassazione, cioè le posizioni direttive più ambite. Quel monopolio è caduto solo all'inizio di questo secolo (con la nomina di Nicola Marvulli alla Presidenza della Corte di Cassazione nel 2001 e di Mario delli Priscoli a Procuratore generale della Corte stessa nel 2006), e sono subito iniziati i ricorsi anche per quelle posizioni.
Terza postilla: nella sua determinazione di promuovere tutti i magistrati sino al vertice della carriera il Csm ha sistematicamente valutato positivamente anche la professionalità di magistrati che non hanno svolto funzioni giudiziarie per molti anni, a volte decenni. Con ciò stesso il Csm ha di fatto deciso che neppure l'esperienza giudiziaria è necessaria per valutare positivamente la professionalità dei nostri magistrati. Lo scrivo da molti anni, ma la cosa sembra non interessare nessuno.
di Francesco Verderami
Corriere della Sera, 12 giugno 2020
Le conseguenze del virus sull'economia si sommano alle difficoltà della politica alle prese anche con le inchieste giudiziarie: Il rischio di rivedere antichi scenari. Quando l'altro ieri ha sentito alzarsi il coro, la sua prima reazione è stata: "Con chi ce l'hanno?".
Perché davvero Conte non immaginava di essere il destinatario di quel "buffone-buffone", a testimonianza dello scarto che c'è tra i sondaggi che si leggono sulla carta e il Paese reale che si sente nelle piazze. Ed è scontato che l'abbia presa malissimo, più interessante è come d'istinto il premier abbia confidato di non voler accettare la parte che gli stanno ritagliando: quella del "capro espiatorio".
Al fondo di questa reazione c'è una parte di verità. Da quando è finito il lockdown, infatti, basta spostarsi di qualche metro, da Palazzo Chigi a Montecitorio, per assistere quotidianamente a manifestazioni di protesta e ascoltare il grido "ladri-ladri" che saluta i deputati ogni qualvolta escono dalla Camera.
È un epiteto bipartisan, rivolto a chi c'era prima e a chi è arrivato dopo, siccome non risparmia i grillini che ormai riempiono la "scatoletta di tonno". Solo che chi c'era prima ha memoria del passato, e non a caso uno dei maggiorenti dem dice che "questa situazione ricorda il 1992". La differenza è che allora andò in scena lo scontro tra pezzi diversi del sistema. Ora è il sistema intero che va in pezzi. E dopo la crisi sanitaria, nel pieno della crisi economica e con i primi segni di una temuta crisi sociale, mancava solo un ingrediente per ricostruire quel clima: l'azione della magistratura. Rispetto al passato tuttavia non si avverte una reazione della politica, perché - come ammette un autorevole esponente dei Cinque Stelle - "non ce ne rendiamo conto".
Sia chiaro, le inchieste giudiziarie sulla gestione dell'emergenza da Covid-19 che iniziano a spandersi nel Paese come il virus, non sono i prodromi di una banale spallata al presidente del Consiglio di turno, rischiano piuttosto di minare il Palazzo nelle sue fondamenta. I protagonisti della Terza Repubblica sembrano però esserne inconsapevoli, intenti come sono a difendere il proprio particulare: Conte è concentrato a organizzare la sua Woodstock economica a villa Pamphili; il centrodestra è impegnato in un estenuante conclave per la candidatura di un paio di governatori manco dovesse scegliere un Papa; il Pd si divide tra chi vede nel premier una risorsa per il futuro e chi teme invece che li porti a fondo; mentre il gestore pro-tempore di M5S, Crimi, lavora alacremente al progetto di riforma della governance Rai.
Sono i tic del potere, di chi sta al governo e di chi aspetta all'opposizione. Nel Paese intanto si registra una singolare coincidenza tra i drammatici dati economici dell'Istat e quelli elaborati dalle società di sondaggi sul "partito del non voto", che fluttua oggi intorno al 40% ed è largamente la prima forza politica nazionale. Non è dato sapere quale sia il messaggio contenuto in quel numero, ma ci sarà un motivo se il viceministro dem all'Interno Mauri non si stanca di ripetere che "l'autunno si preannuncia complicato dal punto di vista sociale": "Le ripercussioni economiche e finanziarie, già evidenti, dopo l'estate potrebbero essere ancor piu' consistenti".
"Non vorrei fare la Cassandra", ha esordito Renzi parlando con un rappresentante di governo pd: "Ma se in Lombardia, nel Lazio e in Emilia Romagna si comincia con le inchieste, e le inchieste arrivano fino a palazzo Chigi, non se ne esce più". Da tempo il leader di Iv ha proposto una commissione parlamentare d'inchiesta per mantenere in una dimensione politica l'analisi sulla gestione dell'emergenza sanitaria in Italia: "È chiaro che la spallata al premier non arriverà per via giudiziaria, ma è altrettanto chiaro che c'è ormai un problema di sistema, tra la debolezza dei partiti e le contraddizioni della magistratura. Fossi in Conte - ha concluso a bruciapelo - approfitterei del posto che si sta per liberare alla Corte Costituzionale". A settembre scade il mandato alla Consulta della presidente Cartabia. A settembre si terranno le Regionali che oggi ingessano ogni manovra politica. A settembre si vedrà.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 12 giugno 2020
Messina, chiesta l'archiviazione per i magistrati Palma e Petralia. Responsabilità penali da parte dei magistrati che le condussero non ce ne sono, ma le inchieste che portarono alla falsa verità giudiziaria sulla strage di via D'Amelio (sette innocenti condannati all'ergastolo per la morte del giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, a causa delle bugie del finto pentito Vincenzo Scarantino) furono caratterizzate da "anomalie tecnico-giuridiche e valutative" che non trovano spiegazioni convincenti.
Dopo due anni di lavoro la Procura di Messina ha chiesto l'archiviazione del fascicolo a carico degli ex pubblici ministeri di Caltanissetta che dal 1992 portarono avanti indagini e processi basati sulle dichiarazioni del presunto "collaboratore di giustizia"; dovendosi limitare "esclusivamente all'accertamento di condotte aventi rilevanza penale" ha alzato bandiera bianca.
Ogni altra valutazione "esula" dai compiti del pool guidato dal procuratore Maurizio De Lucia, tuttavia dalle oltre 160 pagine della richiesta di archiviazione traspare il rammarico e una certa incredulità per come "il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana" (così lo definirono i giudici di Caltanissetta che inviarono gli atti a Messina per indagare sui magistrati) abbia potuto resistere per oltre 16 anni, fino al pentimento (ritenuto autentico, e dopo 12 anni non sono arrivate smentite) del mafioso vero (a differenza di Scarantino) Gaspare Spatuzza. Una storia per la quale sono alla sbarra, a Caltanissetta, tre poliziotti che fecero parte del gruppo investigativo guidato dall'ex questore Arnaldo la Barbera (morto nel 2002), che si conferma torbida anche dagli atti raccolti dai pm di Messina.
Di indizi sulla inattendibilità di Scarantino ce n'erano molti, ma nessuno degli inquirenti di allora ascoltati (sia i due indagati, Annamaria Palma e Carmelo Petralia, che i testimoni, da Ilda Boccassini a Nino Di Matteo e altri) ha saputo spiegare come non si riuscì a evitare il depistaggio. Persino la lettera dell'ottobre 1994 in cui Boccassini e il suo collega Roberto Saieva misero in dubbio la credibilità di quello strano pentito diventa un mistero, con gli altri pm che dicono di non averla mai ricevuta. "Io non ho tanti elementi sul dopo, però il fatto che Scarantino mentisse in maniera grossolana era percepibile dal primo o secondo interrogatorio", ha ribadito Boccassini.
A smentire il falso pentito furono ex boss di ben diverso calibro sedutisi davanti a lui; ora s'è scoperto che pure a Francesco Marino Mannoia, nel ricordo del suo avvocato di allora, "bastò un minuto di colloquio appartato con Scarantino, e disse che non era uomo d'onore"; eppure di questa conclusione del pentito "vero" non c'è traccia nel verbale di confronto ufficiale. E ci sono una ventina colloqui investigativi di poliziotti con Scarantino, regolarmente autorizzati dai magistrati, da cui presumibilmente è scaturita la falsa verità che ha resistito per tanto tempo. "Stranisce tra l'altro - denuncia la Procura di Messina - che le autorizzazioni siano state rilasciate dagli stessi magistrati con cui, proprio in quel periodo, Scarantino rendeva le dichiarazioni "collaborative" a mezzo interrogatorio. In questo senso, generiche e poco convincenti appaiono le risposte fornite da costoro circa le motivazioni a sostegno delle autorizzazioni rilasciate".
Tra le "anomalie" ci sono anche i "contatti informali (dei magistrati, ndr) con il collaboratore ed i suoi familiari", che non hanno trovato adeguate giustificazioni. E che ancora oggi consentono al falso pentito e alla ex moglie di lanciare accuse o insinuazioni che però si sono rivelate false, o non hanno trovato conferme. Contribuendo a intossicare ulteriormente la vicenda. Nella quale non mancano i servizi segreti, con l'annotazione del Sisde che anticipò la "pista Scarantino" e l'irrituale coinvolgimento richiesto dall'allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, morto nel 2017.
Ma tra i danni maggiori provocati dal depistaggio c'è quello raccontato da Fiammetta Borsellino, una delle figlie di Paolo, quando ha testimoniato la risposta avuta nell'incontro con Giuseppe Graviano, uno degli assassini di suo padre a cui aveva chiesto un contributo di verità: "A un certo punto, l'ha buttata sui magistrati, della serie: "Perché viene da me a chiedere le cose? Non l'ha visto che hanno fatto i depistatori?". Uno dei grandi danni che hanno fatto queste persone è stato anche quello di fornire un alibi per non parlare, l'alibi perfetto per deresponsabilizzarsi di tutto".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 12 giugno 2020
L'appello firmato da circa 500 magistrati a sostegno del pm della Capitale Eugenio Albamonte, finito in questi giorni al centro delle polemiche per il sequestro dello stabile di via Napoleone III, da anni occupato abusivamente e divenuto la sede romana di CasaPound.
"Dobbiamo essere e siamo antifascisti e sarebbe giusto indignarsi se non lo fossimo: la Costituzione, cui abbiamo giurato fedeltà nel giorno in cui abbiamo iniziato a svolgere il nostro lavoro, vieta la ricostituzione del partito fascista. Esercitiamo le nostre funzioni senza pregiudizi e lasciando le nostre idee fuori dalle decisioni. Il nostro dovere primario è garantire libertà e diritti dei cittadini; quelle libertà e quei diritti che il fascismo calpestò creando un ordine giudiziario asservito alla volontà del regime". Sono questi alcuni dei passaggi principali dell'appello firmato da circa 500 magistrati a sostegno, senza però citarlo, del pm della Capitale Eugenio Albamonte, finito in questi giorni al centro delle polemiche per il sequestro dello stabile di via Napoleone III, da anni occupato abusivamente e divenuto la sede romana di Casa-Pound.
Albamonte, ex presidente dell'Anm e attuale segretario di Area, il cartello delle toghe progressiste, aveva ipotizzato a carico del movimento di estrema destra, oltre al reato di occupazione abusiva, anche quello di associazione per delinquere finalizzata all'istigazione all'odio razziale. L'indagine era nata a seguito di un esposto presentato dall'Anpi e dall'Agenzia del demanio, proprietaria dell'immobile. Erano stati iscritti sul registro degli indagati, oltre agli occupanti, alcuni militanti di CasaPound, fra cui Gianluca Iannone, Andrea Antonini e Simone Di Stefano.
Il gip Zsuzsa Mendola, però, ha disposto lo sgombero e il sequestro preventivo dell'immobile per il solo reato di occupazione abusiva. "Non sussistono elementi - scrive il giudice - che consentono di ricondurre la sussistenza del delitto di partecipazione ad una associazione (CasaPound, ndr). Nonché di accertare se le condotte poste in essere siano espressive di ideologie o sentimenti razzisti o discriminatori, ovvero se sussista lo scopo dell'incitamento alla discriminazione". I dirigenti di CasaPound, ricevuto il provvedimento del pm, avevano fatto notare che Albamonte, tempo addietro, aveva pubblicato su Fb dei post a favore dell'Anpi, manifestando così un "potenziale conflitto d'interessi". "Siamo un movimento politico legalmente riconosciuto, non un'associazione a delinquere. Diamo sostegno a famiglie italiane discriminate nelle graduatorie per la casa popolare", è stata la difesa dei vertici di CasaPound.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 11 giugno 2020 n. 17939. Scatta il reato di contraffazione delle impronte di una pubblica autenticazione o certificazione per chi riproduce il falso sigillo del notaio. Al ricorrente era stata contestata anche la falsificazione di un atto comunale nel quale si attestava l'avvenuto pagamento di una cartella di Equitalia per multe automobilistiche. Un'attitudine a "mentire" di cui aveva fatto le spese soprattutto il padre del ricorrente, proprietario anche dell'auto oggetto di sanzioni amministrativa. Il genitore era stato vittima di un doppio "raggiro".
Il primo falso riguardava, infatti, un atto di compravendita di un'abitazione acquistata per lui e per la madre, in cambio di una cospicua somma chiesta ai genitori. Con l'atto di proprietà in mano il padre recedeva da un accordo per l'acquisto di un altro immobile e ne prendeva uno in affitto, rassicurato dalla promessa del figlio di accollarsi le spese, in attesa che fosse disponibile la nuova casa. Dopo una serie di, inutili, solleciti per il pagamento del canone il padre del ricorrente era stato sfrattato e costretto a rivolgersi ai servizi sociali. Prima però aveva sottoposto il rogito dell'abitazione ai due notai interessati. Entrambi i professionisti disconoscevano le loro firme e rivelavano la falsità degli atti.
Inutile per la difesa invocare la non punibilità per la grossolanità dei falsi, compresi i finti pagamenti della cartella di Equitalia mostrata dal ricorrente al padre, come proprietario dell'auto, per rassicurarlo. La Cassazione (sentenza 17939) respinge il ricorso contro la condanna per la violazione dell'articolo 469 del Codice penale. La Suprema corte ricorda che la non punibilità per grossolanità è possibile solo quando il falso è evidente "a occhio" e riconoscibile da chiunque. Nel caso specifico a scoprire i falsi erano stati degli esperti: i notai e la polizia locale. Gli stessi notai avevano però affermato che l'atto somigliava ad un originale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 giugno 2020
La denuncia del presidente di "180 amici per la tutela della salute mentale". Alessandro Sirolli: "la regione Abruzzo ha interrotto il confronto, rinviando la costituzione del tavolo permanente magistratura psichiatria. La residenza abruzzese per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Barete assomiglia sempre di più ad una struttura detentiva anziché sanitaria.
La denuncia parte da Alessandro Sirolli, già direttore del Centro diurno psichiatrico della Asl dell'Aquila, presidente dell'Associazione 180 amici per la tutela della salute mentale, promotrice del Comitato nazionale Stop Opg, e co-referente per l'Abruzzo dell'Osservatorio nazionale sulle Rems. "Alla Rems di Barete - denuncia Sirolli - sono state rilevate gravi criticità, ma complice l'emergenza Coronavirus la Regione Abruzzo ha interrotto il confronto senza più convocare gli incontri previsti e rinviando la costituzione del tavolo permanente magistratura- psichiatria su cui l'assessore alla Salute Nicoletta Verì si era impegnata".
Sirolli nell'ottobre scorso ha partecipato alla visita ispettiva, insieme al direttore generale della Asl Roberto Testa, al direttore del Dipartimento Salute mentale, Alessandro Rossi, al magistrato di sorveglianza Bianca Maria Serafini, e alla responsabile del Tribunale del Malato, Paola Federici, che ha confermato alcune criticità riportate in una relazione in cui si afferma che la Rems "ha assunto ormai un aspetto sempre più detentivo e sempre meno una definizione sanitaria riabilitativa. Il clima che si è instaurato di paura diffuso sta sempre più determinando chiusure preoccupanti e separazioni tra curanti e curandi".
Nella relazione di parla anche di "eventi critici che hanno modificato il buon andamento della Rems constatato nei precedenti report di ottobre 2016 e dicembre 2018" e si ricorda come dall'apertura, nel maggio del 2017, ci sono state 8 aggressioni tra pazienti e 21 agli operatori.
A quella visita sono seguiti "diversi tentativi di confronto con il Dipartimento di Salute mentale e col direttore generale della Asl, perché come Comitato e come Osservatorio abbiamo dato da sempre disponibilità alla collaborazione perché la Rems tornasse ad essere una struttura tra le più virtuose d'Italia così com'è stato nei primi due anni di vita, dal 2016 al 2018".
Sirolli evidenzia come ci siano anche problemi dovuti alla precarietà del personale e a una formazione inadeguata e alla mancanza di progetti terapeutici e riabilitativi da parte dei Centri per la Salute mentale. "Speriamo che si torni a ragionare insieme e ad ascoltare le nostre proposte", chiosa Sirolli rivolto a Regione e Asl. Le Rems, in generale, sono tuttora monitorate dall'autorità del garante nazione delle persone private della libertà.
Nell'ultimo bollettino ha dedicato un lungo capitolo su queste strutture. Ha soprattutto sottolineato il pericolo di chi vorrebbe portare nelle Rems non solo gli internati, ma anche tutte le persone detenute che hanno maturato disagi comportamentali, psicologici o cognitivi, ricostruendo così una sorta di manicomio diffuso.
Non solo. Per il Garante è più sottile, invece, il tema sollevato da chi, pone la questione dell'insufficienza dei posti nelle Rems e ne chiede la costituzione di nuove. In realtà, precisa il Garante, "l'assegnazione alla Rems deve essere anche essa una misura residuale all'interno di un percorso che veda nella presa in carico esterna il punto di forza".
dire.it, 12 giugno 2020
Condizioni di lavoro ritenute inadeguate dalle sigle dei lavoratori, che lamentano i problemi cronici degli istituti, con l'aggiunta dei danni causati - come a Modena - dalle rivolte di marzo.
Sovraffollamento, carenza di personale, strutture da rivedere: i problemi "storici" delle carceri si acuiscono e si accavallano con i nuovi problemi dovuti all'emergenza coronavirus.
E ora i sindacati di Polizia penitenziaria insorgono. Questa mattina hanno infatti manifestato sotto la sede del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, nell'ambito di una mobilitazione promossa da Sappe, Osapp, Sinappe, Cgil, Cisl, Uil di categoria, Uspp e Cnpp proprio per denunciare la situazione delle carceri e la mancanza di relazioni sindacali.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la proposta, da parte dell'amministrazione penitenziaria, di aprire nuovi padiglioni nei vari istituti emiliano-romagnoli, ma senza consultare i sindacati. Non sono piaciuti "atti unilaterali come l'apertura di un nuovo padiglione a Parma, senza che ci sia un effettivo coinvolgimento rispetto alle ricadute complessive dell'istituto, con un aumento dei carichi di lavoro e quindi anche con una riduzione della sicurezza di agenti e detenuti - attacca Stefania Bollati, della segreteria regionale Fp-Cgil - a Reggio Emilia relazioni sindacali ai minimi termini, carenza di organico e apertura lo stesso di sezioni. A Forlì una mancata organizzazione del personale da parte di una dirigenza con cui abbiamo difficoltà". Infine, a Bologna, dove permangono "problemi legati a tutto quello che è stato conseguente alle sommosse, così come a Modena, dove anche lì si vogliono aprire nuove sezioni nonostante le situazioni di difficoltà dal punto di vista dell'edilizia".
Le scorie delle rivolte nelle carceri e dell'emergenza sanitaria, dunque in Emilia-Romagna si sommano a una carenza di organico pari a "circa il 20% di quella che dovrebbe essere l'attuale dotazione: mancano più di 400 unità, in un contesto di sovraffollamento che, dati del garante dei detenuti, di più di 1.000 persone". Senza contare le difficoltà dovute alla gestione delle misure contro il Covid: "Un corretto distanziamento sociale all'interno degli istituti penitenziari non sempre si puo' ottenere durante la giornata".
A fronte di questi problemi, però, i sindacati denunciano una "assenza totale dell'amministrazione centrale e periferica", quando invece "ci aspettavamo un riconoscimento per tutti i colleghi che hanno dato veramente l'anima", rincara la dose Antonio Fellone, segretario nazionale Sinappe.
"Forse qualcuno ha dimenticato che il corpo di Polizia penitenziaria ha fatto due battaglie non una: abbiamo vissuto il Covid-19 ma soprattutto le tantissime rivolte negli istituti penitenziari, a Bologna a Modena sono stati distrutti dei reparti interi- prosegue Fellone- e oggi cosa fa l'amministrazione? Ci convoca per proporci l'apertura di nuovi padiglioni. Signori miei, ci sono istituti distrutti. C'è Modena che ha tre-quattro padiglioni fuori uso e ci propongono nuovi padiglioni a Parma e in altri istituti".
Secondo il sindacalista, prima di aprire nuovi padiglioni "uno: serve personale di cui l'Emilia-Romagna ha una fortissima carenza; due: cerchiamo di mettere a posto gli istituti che sono in grandissime difficoltà. Volevo ricordare che ci sono stati dei morti e solo grazie alla grande professionalità dei poliziotti coinvolti tutto è tornato alla normalità".
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