di Franco Corleone
L'Espresso, 14 giugno 2020
Le intercettazioni telefoniche subite dal magistrato Palamara, ex capo della corrente Unicost, hanno innescato la rincorsa a una discussione stucchevole sul funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura e sulla necessità di una sua riforma. In realtà nessuno è capace di affrontare alla radice il nodo della giustizia in Italia, dei suoi rapporti con il potere e soprattutto delle ragioni dello scontro senza fine per la supremazia tra magistratura e politica.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2020
È del 14 aprile scorso l'esposto che la nostra associazione Antigone ha depositato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere contro agenti di polizia penitenziaria in servizio nel carcere della cittadina per tortura e percosse, nonché contro medici operanti nello stesso istituto per omissione di referto, falso e favoreggiamento. Lo stesso carcere in relazione al quale si apprende oggi che 44 agenti sono indagati per tortura per i presunti pestaggi del 6 di aprile.
Più volte negli scorsi mesi ci sono state denunciate presunte violenze ai danni di detenuti da parte di esponenti della polizia penitenziaria, violenze che sarebbero avvenute in alcune carceri italiane nei giorni successivi le rivolte scoppiate durante l'emergenza sanitaria. Gli abusi sarebbero cominciati quando la calma era oramai tornata negli istituti coinvolti e niente dunque avrebbero avuto a che fare con il tentativo di fermare le proteste.
Chi telefonava o scriveva all'associazione Antigone per riportarci la testimonianza di un parente detenuto con il quale aveva appena comunicato raccontava di vere e proprie ritorsioni, gravi abusi ai danni di persone in quel momento inermi e in certi casi anziane, che avrebbero voluto assumere il ruolo di punizioni nei confronti di chi aveva preso parte ai disordini.
I nostri avvocati chiedevano di parlare al telefono con tutti i parenti che si facevano tramite di denunce tanto gravi. Ascoltavano, prendevano note, valutavano. Quando i racconti erano molteplici e coincidenti anche nei dettagli pur provenendo da fonti differenti, mandavano in Procura le carte come è giusto che sia. I primi giorni di aprile inviammo una mail all'allora Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini per informarlo di due esposti che avevamo depositato fino a quel momento (altri ne seguiranno).
Il primo riguardava le presunte torture avvenute nel primo reparto del carcere milanese di Opera, quando alcuni agenti avrebbero fatto irruzione nelle celle di vari detenuti - alcuni dei quali non sarebbero stati neanche coinvolti nelle rivolte precedenti e alcuni dei quali sarebbero stati malati o anziani - e li avrebbero colpiti con i manganelli sulle braccia, sulle mascelle e su altre parti del corpo, immobilizzandone alcuni e percuotendoli, dando loro dei calci nei testicoli. Un agente avrebbe riferito a un avvocato che "era solo volato qualche ceffone".
Il secondo esposto era relativo a presunte violenze nel carcere di Melfi, dove alcuni detenuti sarebbero stati denudati e picchiati (anche con manganelli), insultati, messi in isolamento, trasferiti in altri istituti con lunghi spostamenti durante i quali era loro impedito di andare in bagno, costretti a firmare fogli nei quali dichiaravano di essere accidentalmente caduti.
Gli episodi di Santa Maria Capua Vetere sarebbero successivi a questi e risalirebbero al giorno seguente quello di una battitura delle sbarre con la quale alcuni detenuti volevano chiedere tutele sanitarie dopo la diffusione della notizia di una persona positiva al Covid-19. Il nostro esposto per la supposta ritorsione violenta da parte della polizia penitenziaria in tenuta antisommossa nei confronti di alcuni detenuti del reparto Nilo - circa 400 agenti avrebbero fatto ingresso nel reparto con volto coperto da caschi e guanti alle mani - è datato 14 aprile, mentre del 16 aprile è la nuova mail con la quale torniamo a informare Basentini.
Fin dalle prime ore delle rivolte di marzo Antigone, attraverso un video-messaggio del proprio presidente pubblicato sulla pagina Facebook dell'associazione, ha chiesto alle persone detenute di interrompere immediatamente ogni forma di violenza, che mai può essere uno strumento di richiesta o di risoluzione dei conflitti. Se ci opponiamo alla violenza della protesta, ci opponiamo anche a quella messa in atto da istituzioni pubbliche che dovrebbero rappresentare lo Stato di tutti noi.
Da più parti abbiamo tentato di far sapere delle denunce che ci avevano raggiunto. Si è parlato molto delle rivolte di marzo, con il loro carico di tragedia, e delle tre detenzioni domiciliari di detenuti in 41-bis. Non sembravano invece fare notizia brutali pestaggi ai danni di persone detenute. Grazie al lavoro della magistratura le indagini faranno la loro strada ed emergerà quanto è accaduto, di qualsiasi cosa si tratti. Che si sia contestato il reato di tortura - inserito nell'ordinamento italiano solamente nel luglio 2017, nonostante le annose sollecitazioni da parte degli organismi internazionali sui diritti umani - fa sperare che almeno non possa essere la prescrizione la via per chiudere la faccenda. L'emergenza sanitaria che ancora stiamo vivendo non deve farci abbassare la guardia rispetto alla necessità di conoscere la verità e di isolare gli eventuali colpevoli violenti.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 14 giugno 2020
Penitenziario di Santa Maria Capua Vetere. I carcerati denunciano "è un inferno". Otto le guardie ferite. Carcere casertano di Santa Maria Capua Vetere, venerdì notte due detenuti di origine marocchina del padiglione Danubio, quello per reclusi definiti "problematici", danno fuoco alla cella. Gli agenti penitenziari intervengono, l'incendio viene domato, i due vengono portati in infermeria ma scatta una colluttazione. Sei secondini si fanno refertare. La situazione è incandescente da marzo.
La pandemia ha esasperato la condizione dei carcerati. Il 5 aprile un caso di positività proprio nella struttura casertana fece esplodere la protesta nel reparto Nilo, i detenuti volevano disinfettanti e mascherine. Il giorno dopo ci fu una perquisizione alle celle con agenti in assetto speciale. Secondo i reclusi fu una spedizione punitiva con pestaggi, rasature di capelli, uomini denudati e insultati. Giovedì la magistratura ha consegnati gli avvisi di garanzia a 57 agenti: tortura, violenza privata e abuso di autorità i reati contestati.
Nelle celle venerdì si esultava, mentre gli agenti protestavano contro la procura. La notte il primo atto di ribellione dei due detenuti e poi, ieri mattina, al Danubio la protesta: in circa 40 hanno provato a barricarsi e ad assediare l'infermeria. Altri due secondini si sono fatti refertare. Su 8, 3 sono finiti in ospedale. Al Danubio sono soggetti al regime di sorveglianza particolare del 14 bis, alcuni sono arrivati da Foggia e Rieti dopo le proteste in carcere di marzo. Definiscono il trattamento a cui sono sottoposti "disumano": senza supporto psicologico e nessuna cura medica, denunciano.
Per affrontare la crisi sono arrivati agenti da fuori mentre un gruppo di circa 50 secondini protestava all'ingresso del carcere: "Ci hanno incriminato per tortura, ci rifiutiamo di entrare in servizio, i torturati siamo noi. Vogliamo squadre antisommossa". L'arrivo del provveditore regionale Antonio Fullone, del vicecapo del Dap Roberto Tartaglia e del procuratore aggiunto, Alessandro Milita, ha riportato la calma. Leo Beneduci, segretario Osapp, ha postato sui social: "Inutile spiegare perché queste condizioni si verifichino e chi paga quello che altri organi determinano. Santa Maria Capua Vetere è nel caos. Al ministro della Giustizia Bonafede, assente, chiediamo risposte urgenti".
Il Capo del Dap, Bernardo Petralia, e Bonafede nel pomeriggio hanno telefonato agli agenti feriti. Le prima misure prese sono state 70 nuovi agenti negli istituti campani e "l'immediato trasferimento fuori regione dei detenuti coinvolti nei disordini". La Lega cavalca le proteste: sui social ha pubblicato le foto degli agenti feriti con lo slogan "Bonafede bocciato".
A Santa Maria Capua Vetere nessuno vuole scontare la pena: la struttura è recente ma non c'è acqua potabile, la regione ha stanziato i fondi per i lavori ma il comune va a rilento. Nelle celle (200 persone più della capienza dichiarata) bisogna arrangiarsi con una bottiglia di minerale al giorno. A 500 metri c'è l'impianto di tritovagliatura dei rifiuti. "Ci sentiamo in una discarica pure noi" hanno raccontato dei detenuti che sono riusciti a ottenere il trasferimento a Bellizzi, Carinola e Poggioreale. Un migrante, per farsi trasferire, si è tagliato le vene.
Al Danubio è finito anche un gruppo che era al Nilo: "Abbiamo protestato, ci hanno picchiati e siamo finiti in isolamento" hanno raccontato. "Questo posto è un inferno" ripetono: in servizio c'è un solo psicologo dell'Asl, da mesi non si vede un educatore o uno psicologo, non ci sono assistenti sociali in un luogo dove ci sono 200 detenuti in più, alcuni con problemi psichici. Al Danubio il 5 maggio un ragazzo di 28 anni algerino è morto per asfissia, si è suicidato con il fornelletto a gas: aveva problemi psicologici eppure era in cella da solo.
"Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere i detenuti vedono solo il contenimento, mentre ci vuole l'accudimento, come accade anche a Poggioreale con tanti progetti - spiega il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello -. Per la Campania uno dei temi centrali è la mancanza di educatori, psicologi, assistenti sociali e psichiatri. Quando non ci sono queste figure a fare da ponte le criticità vanno tutte su gli agenti. Infine, il 6 di aprile non c'è stata nessuna rivolta, i detenuti dormivano nelle celle quando sono arrivati i gruppi speciali. Lo stato di diritto vale per Caino e per Abele".
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 giugno 2020
La Cassazione fa a pezzi il teorema di "Mafia Capitale". Distruggendo, in primis, il metodo con cui la Corte d'Appello, ribaltando la sentenza di primo grado, aveva affermato l'esistenza di un'associazione mafiosa facente capo a Salvatore Buzzi e all'ex Nar Massimo Carminati: una decisione che non solo ha preso applicando male - e non dimostrandoli - i principi fondanti del 416 bis, ma basandosi soprattutto sulle decisioni prese dalla stessa Cassazione in sede cautelare, determinate, scrivono oggi i giudici del Palazzaccio, da un quadro accusatorio rivelatosi infondato, nella sua parte fondamentale, alla prova del processo.
Non c'era mafia perché non c'era metodo mafioso, non c'erano armi, non c'era intimidazione, solo corruzione e patti scellerati tra persone libere, che hanno deciso di svendere la propria funzione pubblica per convenienza reciproca. E negare che il "Mondo di mezzo" sia mafia, affermano i giudici, non significa negare totalmente l'esistenza della mafia nella Capitale, come qualcuno ha affermato dopo la sentenza: significa solo negare che ci fosse in questa indagine. Ciò che emerge è invece l'esistenza di due distinte associazioni per delinquere semplici: l'una dedita prevalentemente a reati di estorsione, l'altra impegnata in una continua attività di corruzione nei confronti di funzionari e politici gravitanti nell'amministrazione comunale romana. Per poter parlare di 416 bis, si legge nella sentenza, è necessario che il gruppo "abbia fatto un effettivo esercizio, un uso concreto della forza di intimidazione". Non basta "la mera probabilità", bisogna dimostrare che il gruppo quella forza la possegga e che l'abbia usata. È necessario che tale forza "derivi dall'associazione in sé e non dal prestigio criminale del singolo associato" e che tale capacità "produca assoggettamento omertoso".
E bisogna fornire una prova concreta di tali elementi. Tali principi non sono dunque stati applicati correttamente dalla Corte d'Appello scrive la Cassazione -, che ha ritenuto l'esistenza di un'unica associazione mafiosa. Ma per farlo non ha provveduto, come richiesto, a trovare le prove durante il processo, bensì si è limitata a rivedere e ricostruire strutturalmente i fatti attraverso una diversa valutazione delle prove rispetto a quanto fatto dal Tribunale, costruendo "una diversa "regola" di motivazione, facendo una non corretta applicazione della legge".
Soprattutto, si è richiamata alle decisioni della Cassazione in sede cautelare, "affermando apoditticamente la identità dei fatti". Una valutazione "gravemente erronea", in quanto il Palazzaccio, in sede cautelare, aveva confermato lo sfruttamento della forza d'intimidazione sulla base "di un determinato materiale indiziario", che il Tribunale, "sulla scorta dell'istruttoria dibattimentale, che certo non è stata di mero completamento di prove formate in fase di indagine, ha smentito".
Insomma, le indagini avevano fornito un quadro di gravità poi negato dalle prove in aula. La Corte d'Appello avrebbe dovuto individuare correttamente gli elementi costitutivi della fattispecie prevista dall'articolo 416 bis, tema che "non attiene solo alla struttura della motivazione, ma, soprattutto bacchettano i giudici -, alla corretta applicazione della legge penale". Invece vengono evocati, da un lato, "concetti giuridicamente estranei alla tipicità della fattispecie" e dall'altro vengono proposte "ricostruzioni di singole circostanze che non trovano neanche consequenzialità logica". E ci si è limitati a valorizzare l'attività di Carminati, unico a cui è stata riconosciuta un'autentica carica criminale, "tanto da ritenere sottesa ad essa una riserva di violenza e ciò anche nei casi in cui le ipotizzate condotte di intimidazione sono state attribuite a Buzzi". Le conclusioni sono pesanti: per la Cassazione "si è svuotato di valenza penale il requisito dell'assoggettamento mafioso", mentre la realtà emersa è quella di "un sistema gravemente inquinato non dalla paura ma dal mercimonio della pubblica funzione".
Non ci sono prove "che i pubblici ufficiali coinvolti fossero stati collocati dalla criminalità mafiosa all'interno della pubblica amministrazione, né che essi abbiano venduto la propria funzione per paura", ma è stato accertato un fenomeno diverso, "di collusione generalizzata, diffusa e sistemica". Una grave compromissione della pubblica funzione "conseguente ad una scelta libera e consapevole, ancorché criminale, di un elevato numero di pubblici amministratori, di politici, di pubblici funzionari".
"Questa sentenza - ha commentato al Dubbio l'avvocato Cataldo Intrieri, difensore di Carlo Maria Guarany - demolisce tutti i principi su cui si basava questa indagine, secondo la quale si poteva prescindere dal metodo mafioso per poter parlare di mafia. Uno dei punti cruciali della sentenza era il fatto che in sede cautelare la Cassazione si fosse pronunciata sui ricorsi ritenendo che si potesse configurare l'associazione mafiosa e questo era considerato un caposaldo. Bene, ora ci dicono che quello che è stato raccontato all'inizio dell'indagine - ovvero gli elementi rifilati dalla procura e dalla stampa - non è emerso dal processo. E questo deve far riflettere".
"Il vero errore della Corte d'Appello - ha aggiunto Cesare Placanica, difensore di Carminati era di avere preso per buona la ricostruzione della fase cautelare. La vera lezione, per tutti, anche per l'opinione pubblica, è di non considerare oro colato le ordinanze cautelari, crocifiggendo dei cittadini, perché spesso, come in questo caso, sono smentite dai processi. Era evidente: il giudicato cautelare si fondava su elementi fattuali completamente smentiti dal processo. Non si può ripescare quel giudicato senza valutare che quei fatti non sono emersi in dibattimento. I provvedimenti cautelari sono di una fallacia incredibile, perché espressi senza contraddittorio. Per poter parlare di riserva di violenza dev'esserci stata prima la violenza. Ma qui non ce n'è mai stata traccia".
Il Tirreno, 14 giugno 2020
Consegnato un memoriale. Si era impiccato in una cella del carcere della Dogala il 24 maggio scorso e, dopo tre giorni di agonia, è morto all'ospedale Santo Stefano. Lui era un detenuto di 23 anni, che era stato trovato privo di sensi da un agente, ma "incora in vita, seppure in gravissime condizioni. Questo caso, non certo la prima tragedia che si consuma tra le
mura di un carcere, è ora sul tavolo della Procura di Prato. A passarlo è stata un'avvocatessa, Sara Mazzoncini. che ha raccolto un memoriale di quattro pagine da due detenuti vicini di cella nella settima sezione dell'istituto di pena di Maliseti. Secondo loro, da tempo avevano segnalato i problemi di questo giovane che aveva bisogno di supporto psicologico. E invece in quei giorni era stato lasciato, seppure temporaneamente, in cella da solo. I compagni di prigionia lamenterebbero, quindi, una sottovalutazione delle condizioni del detenuto. Entrambi sono già stati sentiti dal procuratore.
di Irene De Arcangelis e Raffaele Sardo
La Repubblica, 14 giugno 2020
Dopo l'inchiesta sulle torture, i reclusi attaccano le guardie indagate: otto feriti. I primi segnali della rivolta arrivano in piena notte. Un detenuto incendia la sua cella, viene portato in infermeria e con altri due carcerati aggredisce due agenti della polizia penitenziaria.
Di primo mattino la ribellione coinvolge l'intero reparto "Danubio" del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Cinquanta detenuti (tutti considerati "problematici" perché durante l'emergenza Covid, in altre carceri italiane, avevano partecipato ad altre proteste violente) aggrediscono altri sei baschi azzurri, li feriscono, li prendono a sgabellate, tre finiscono in ospedale.
I detenuti prendono le chiavi del reparto, ne diventano padroni. Nel tardo pomeriggio, dopo le trattative del vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria Roberto Tartaglia con i rivoltosi, la rivolta si placa. Otto detenuti violenti saranno trasferiti nelle carceri di Avellino e Benevento, a Santa Maria Capua Vetere arriveranno settanta agenti di rinforzo. La rivolta di ieri è l'ultimo atto di una vicenda cominciata nell'aprile scorso ed esplosa giovedì. Ad aprile si era scoperto che un detenuto era positivo al Covid. Era scoppiata la rivolta nel reparto "Nilo" e il giorno dopo la polizia penitenziaria aveva effettuato perquisizioni radicali.
Quelle perquisizioni sono state denunciate dai familiari dei detenuti, dall'associazione Antigone, dal garante dei detenuti Samuele Ciambriello. E tutto è finito in una inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere con 57 indagati. Quattro giorni fa 44 avvisi di garanzia sono stati notificati dai carabinieri agli agenti della penitenziaria - ipotesi di reato tortura, violenza privata e abuso di potere - davanti ai cancelli del carcere "Uccella" sotto gli occhi beffardi dei familiari dei detenuti. Una azione "spettacolare e umiliante per la categoria", come hanno spiegato i sindacati della penitenziaria e "senza alcun rispetto della privacy".
Perciò gli indagati agenti hanno protestato salendo sul tetto del carcere mentre i detenuti festeggiamenti l'affronto subito dalla penitenziaria facendo esplodere i petardi. E sulla festa fatta in cella il procuratore generale della Repubblica Luigi Riello ha chiesto "una dettagliata e sollecita relazione al procuratore presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere e ai vertici regionali dell'arma dei carabinieri al fine di accertare ogni dettaglio dell'operazione e la veridicità o meno di quanto denunciato da alcuni esponenti sindacali della polizia penitenziaria", relazione che non è stata ancora presentata.
E ieri mattina durante la rivolta il reparto "Danubio" era fuori controllo. Gli agenti indagati sono andati via, non hanno voluto intervenire e per loro hanno parlato i sindacati: "Gli agenti - spiega Daniela Caputo, segretario nazionale dell'Associazione nazionale dirigenti e funzionari di Polizia penitenziaria - che per sedare le rivolte agli inizi di aprile nello stesso carcere, adesso si trovano indagati per tortura, insieme al loro comandante come avrebbero potuto intervenire?
All'ennesima aggressione e all'ennesimo linciaggio mediatico i poliziotti penitenziari non ci stanno. Chiediamo al ministro della Giustizia e alle istituzioni di discutere in concreto quali siano i compiti del corpo di Polizia penitenziaria". Pian piano la situazione è tornata alla normalità con i detenuti che sono stati ricondotti nelle celle. Il vice capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Roberto Tartaglia, ha visitato il "Danubio" dove si erano svolti i disordini, ha incontrato gli agenti, ascoltando le loro istanze.
vicini.to.it, 14 giugno 2020
Mi può spiegare il nome del sito? Come mai Liberante.it?
Liberante è una locuzione comune nel gergo carcerario che designa comunemente la persona che ha ricevuto la notizia che finalmente otterrà la scarcerazione. Quando gli agenti di polizia penitenziaria convocano il detenuto per l'uscita chiamano "il liberante". È una parola che per il vissuto dei detenuti dà il senso della concretezza del sollievo, vuol dire veramente "sto per uscire". Infatti anche in altri casi in cui c'è la semi-libertà o la possibilità di uscire per lavorare, questa parola non viene utilizzata: il "liberante" è la persona che si trova proprio nella condizione di confine, che è ancora dentro ma sta per uscire. È stata scelta questa parola dunque per il suo alto livello di evocatività per i detenuti; un'altra opzione era "Torino a piede libero" perché volevamo porre l'accento anche sul tema della riappropriazione degli spazi pubblici che di fatto poi permane nel sottotitolo del sito. Liberante.it infatti ha un sottotitolo che è "città, diritti, opportunità" a cui teniamo molto perché il nostro intento è quello di sottolineare anche il valore civico di questo progetto che oltre agli ex detenuti, può aiutare tantissime altre marginalità della nostra società.
Appunto per il fatto che il "liberante" è una persona che si trova al confine, in un periodo di transizione, ci sono delle attività e dei progetti sul sito che iniziano o possono iniziare già mentre il detenuto si trova ancora nell'Istituto?
Sì, ci sono alcuni progetti che possono già iniziare in carcere, soprattutto dal punto di vista dell'istruzione. Non tutti sanno che all'interno del carcere si ha la possibilità di ottenere sia il diploma di terza media, qualora non lo si possedesse, sia il diploma di scuola superiore; in questo caso c'è un partenariato attivo con l'Istituto Professionale per i Servizi Socio Sanitari Giulio di via Bidone e i detenuti, che anche una volta scarcerati, hanno la possibilità di continuare ad essere seguiti. Come progetto in continuità tra il dentro e il fuori del carcere penso anche alle cooperative che svolgono corsi di formazione di vario tipo: dalla falegnameria all'editing, alla grafica come la cooperativa Eta Beta. Queste cooperative di fatto fungono anche da anello di congiunzione per reperire un impiego una volta usciti dal carcere. In questo senso si può citare anche la cooperativa Extraliberi che si occupa di Freedom, lo store di prodotti carcerari in via Milano che raccoglie anche i prodotti realizzati all'interno del carcere di Torino sia dal padiglione femminile che dalla sezione arcobaleno (sezione di recupero per persone con problematiche di tossicodipendenza che si occupa di serigrafia).
Cosa può trovare nella sezione "Formazione e lavoro" un ex detenuto?
La cooperativa Eta Beta collabora col Uiepe e il Centro per l'Impiego e quindi costituisce un ponte tra il dentro e il fuori. Il ruolo di cooperative come questa è quello di accompagnare anche proprio nella ricerca stessa del lavoro, venendo incontro alle esigenze e al margine di conoscenze dell'ex detenuto che spesso riscontra difficoltà nel trovare un impiego che non sia legato alla manualità. Attualmente la sezione "Formazione e lavoro" è quella più fragile: c'è un grosso lavoro che stiamo adoperando nelle retrovie anche con varie realtà imprenditoriali che sarebbero disponibili a fare dei contratti. Dal punto di vista lavorativo purtroppo la realtà è che talvolta subentra lo stigma: spesso un datore di lavoro se deve scegliere preferisce chi non ha un percorso di detenzione alle spalle. Stiamo anche cercando di sottoscrivere degli accordi di collaborazione in qualche modo tutelati attraverso l'ufficio della Garante per riuscire a offrire opportunità lavorative in più.
Anche se il sito Liberante.it è appena nato, quali sono le idee per il futuro?
Sicuramente quello che faremo sarà anche tornare a bussare ad alcune porte che ci avevano dato una disponibilità di massima ma con le quali non abbiamo ancora concluso degli accordi specifici e quindi non si trovano sul sito perché preferivano andare cauti rispetto al tema dell'emergenza. Nei prossimi mesi quindi, in maniera concomitante con la ripresa economica e sociale del nostro paese, cercheremo sicuramente di ampliare le diverse sezioni; quella di "Formazione e Lavoro" non nego che abbia bisogno di reggere tutto il sistema. Ciò di cui siamo sicuramente molto fieri è la sezione "Diritti e persona" perché in questa abbiamo creato delle partnership operative anche per quanto riguarda il nostro piccolo progetto di inclusione sociale e di emergenza che abbiamo portato avanti con la raccolta fondi. Questa sezione però implica mettere insieme tante realtà diverse che orbitano intorno al sistema penitenziario che sono appunto i detenuti, gli avvocati, i giudici e tutto quello che è il tessuto associativo intorno al tema della legalità: un mondo che dal punto di vista burocratico è estremamente complesso. Facilitare le pratiche rispetto al rientro in società è molto importante e il fatto che esistano delle associazioni in cui dei professionisti prestino anche dei servizi gratuiti è cruciale perché, molto spesso, il detenuto è accompagnato anche da una situazione socio-economica molto fragile.
Siamo contenti anche della sezione "Servizi di prima necessità" ed "Emergenza Covid-19" perché abbiamo messo sul sito una bella rete di associazioni. Anche in "Cultura ed Eventi gratuiti "abbiamo prati sterminati da percorrere perché la nostra rete è molto più solida di quello che appare: abbiamo siglato solo alcuni accordi specifici ma ne implementeremo sicuramente degli altri che non nego possano poi offrire anche delle opportunità lavorative. Le case di quartiere ad esempio hanno dato la loro adesione formale come rete al progetto, però in questo periodo non avevano delle offerte lavorative concrete da strutturare, ma non è detto che in futuro non possano essere assunti degli ex detenuti ad esempio come cuochi.
Come intende farsi conoscere questo progetto anche da chi non è più dentro la realtà carceraria ma ha comunque bisogno di una mano?
Se lo vediamo da questo punto di vista dipende anche un po' "dall'appartenenza sociale" del detenuto: ci sono alcuni casi estremamente gravi - motivo per cui è nato anche l'asse dei servizi di prima necessità - di persone senza una casa, persone marginali che sono restate tali anche in carcere e il cui destino uscendo è purtroppo quello di diventare fondamentalmente dei senza tetto. In questi casi si attivano reti diverse di prossimità. L'ufficio della Garante da parte sua è diventato negli ultimi anni un avamposto in cui spesso i detenuti, anche per passa parola, si recano per avere informazioni e cercare aiuto. Quello che abbiamo predisposto è sicuramente di far sì che il servizio civilisti o comunque il personale che c'è in ufficio possa informare del sito web anche solo fornendo una mini brochure che inviti la popolazione ex detenuta a cercarci su internet. In questo senso abbiamo molto bisogno di migliorare la possibilità di avere dei punti da segnalare dove ad esempio ci sia il wi-fi gratuito. Rispetto ai servizi di prima necessità riconosciamo che non sia l'ex detenuto senza tetto che va su internet, ma il nostro approccio è: mettiamo in rete queste conoscenze ed essendo un sito - anche se non ne ha l'aspetto - di un ufficio comunale, possa diventare per gli addetti al settore una mappatura di certi servizi come dormitori e mense per offrire una panoramica della disponibilità, della capienza e della posizione delle strutture. Per questo motivo vorremmo essere sempre più specifici dal punto di vista statistico e cercare di geolocalizzare meglio questa mappatura. Attualmente ci sono alcuni difetti sul tema degli elenchi e dell'ordine interno delle sezioni ma non è detto che sviluppando il sito, con la mole di categorie che si accumuleranno, si creino sempre nuove categorizzazioni semplificate in modo che Liberante.it continui ad essere un sito di facile accesso e utilizzo.
Dal momento che avete già lavorato con il progetto LiberAzioni festival e siete dentro l'ambiente, qual è di solito la percentuale di ex detenuti che si affida a questi progetti?
Quando eravamo in fase di costruzione di Liberante.it, ho iniziato a chiedere riscontro per il sito nelle sezioni dove lavoravamo che di fatto sono quelle dei semi liberi, del padiglione universitario e delle cooperative, quindi situazioni più agevolate. Sicuramente quello che ho compreso è che in altre sezioni più difficili c'è il senso di necessità di un progetto del genere per cui il riscontro è stato positivo: tutti coloro a cui abbiamo chiesto se fosse un progetto utile secondo loro e se avrebbero utilizzato una volta usciti il sito web, hanno risposto positivamente. Quello che sarà fondamentale in futuro sarà la comunicazione interna di persona: la nostra idea era, ancor prima di lanciare il sito all'esterno in società, poter entrare in carcere (cosa che ancora ci è proibita in quanto operatori volontari) per creare dei momenti di incontro con tutte le sezioni o coi rappresentanti delle sezioni, per raccontare il progetto e illustrarlo in maniera esaustiva. Bisogna comunque sottolineare che la popolazione che esce - per quanto in questo periodo si sia parlato a livello mediatico di molte scarcerazioni - non è aumentata rispetto alle statistiche. Dal carcere di Torino vengono scarcerate circa una cinquantina di persone ogni 3-4 mesi quindi stiamo parlando di numeri molto ridotti; con l'ufficio della Garante inoltre abbiamo la possibilità di monitorare e avere i dati sulle scarcerazioni: se sappiamo, ad esempio, che il mese prossimo verranno scarcerate un tot di persone, andremo a comunicare con i referenti e gli educatori delle sezioni da cui usciranno queste persone per far sì che rendano noto il sito o addirittura potremmo integrare una cartolina con il nostro sito web al kit in uscita. Le modalità possono essere varie, ma penso che valga molto il passa parola: noi attualmente stiamo per avviare un tirocinio di un detenuto volontario che è in affidamento e non ha l'obbligo di rientro in carcere, lavora e potrebbe aiutarci nello screening delle varie informazioni e dei dati che in futuro potremo inserire sul sito, in questo senso si cerca anche di affidarsi a chi ha vissuto l'esperienza carceraria. Il nostro intento è quello sempre di lavorare con i beneficiari e con l'utenza diretta, sennò non possiamo avere un riscontro chiaro.
di Sara Mazzoncini*
linealibera.info, 14 giugno 2020
La precaria situazione generale del carcere di Prato era stata segnalata al Ministro fino dal settembre dello scorso anno, ma Bonafede, che aveva risposto ben cinque mesi dopo, a febbraio 2020, vantava "che nell'ultimo triennio a Prato non si era registrato nemmeno un suicidio", perciò tutto andava bene.
Ho depositato personalmente la nota il 5 giugno, direttamente presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Prato, informando anche il gruppo di lavoro al quale appartengo della locale Camera Penale, che si occupa proprio di carcere; sia il Consigliere comunale Lorenzo Tinagli, da sempre attento alle problematiche carcerarie. Ho anche trasmesso la stessa a mezzo Pec al Garante Fanfani"
Occuparsi di esecuzione penale, in tempi di Coronavirus, non è stato semplice. Da un lato ho deciso di fermare i colloqui visivi in carcere, consapevole che, se qualche mio assistito si fosse ammalato e fossi stata io il tramite, non avrebbe sicuramente avuto facilità nell'accedere alle cure richieste. Dall'altro, sapevo che i miei assistiti avrebbero "sofferto" la mancanza anche del colloquio con il difensore, dopo che avevano subito il necessario blocco dei colloqui famiglia.
Il pensiero prevalente, però, è stato quello di tutelare la loro salute: in microcelle con a disposizione meno di 3 mq a testa, il contagio sarebbe stato difficile da gestire negli istituti di pena. Dopo un primo difficoltoso inizio, i detenuti sono riusciti ad ottenere una telefonata a settimana con il difensore, oltre a quelle con la famiglia, ed è stato possibile svolgere colloqui in videochiamata Skype.
Nel colloquio Skype del 25 maggio alcuni di loro, ristretti nella VII sezione (media sicurezza) erano scossi e preoccupati: un loro compagno aveva tentato il suicidio e versava in gravi condizioni all'Ospedale. Nei dieci minuti concessi per il colloquio difensore-assistito in modalità telematica, non ho compreso tutte le dinamiche della vicenda: forse perché ero troppo impegnata a cercare di tranquillizzarli, forse perché contemporaneamente mi stavo agitando anch'io. Tuttavia qualcosa in quella prima ricostruzione non tornava.
Recuperando la lucidità ho detto loro di prendere carta e penna e scrivermi, di mettersi nelle loro celle e descrivermi ciò che era successo. Il 3 giugno sono tornata ai colloqui visivi e due dei miei assistiti avevano preparato una memoria di 4 pagine, che mi hanno chiesto di leggere e depositare presso la Procura, nonché di trasmettere al Garante regionale dottor Fanfani.
Confrontandomi anche con la collega di studio Pamela Bonaiuti, che segue con me, da sempre, gli assistiti della VII sezione della casa circondariale "La Dogaia", ho deciso di depositare la memoria così come era, di modo che ciò che vi era scritto rimanesse genuinamente riportato da chi l'aveva redatta.
Ho depositato personalmente la nota il 5 giugno, direttamente presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Prato, informando anche il gruppo di lavoro al quale appartengo della locale Camera Penale, che si occupa proprio di carcere; sia il Consigliere comunale Lorenzo Tinagli, da sempre attento alle problematiche carcerarie. Ho anche trasmesso la stessa a mezzo Pec al Garante Fanfani.
In quelle quattro pagine, purtroppo, si legge che i miei assistiti, come altri detenuti della VII sezione, avevano "segnalato" il ragazzo 23enne. "Segnalato" nel senso che avevano avvisato la Polizia Penitenziaria del fatto che soffriva la detenzione più di altri e che aveva dato segni di squilibrio, che forse aveva bisogno di un supporto psicologico proprio in quei giorni.
Nel memoriale i miei assistiti raccontano anche cosa hanno visto e sentito al momento dell'arrivo dei soccorsi. I miei due assistiti si sono immediatamente messi a disposizione della Procura, per raccontare la loro versione dei fatti, e mi hanno riferito che sono stati entrambi sentiti dalla Polizia Penitenziaria, su delega del Procuratore, nella giornata del 9 giugno.
Spero che si possa fare chiarezza su quanto successo, visto che nella memoria si legge che quel ragazzo, che aveva dato segni di cedimento psicologico, era purtroppo ristretto in cella da solo (i miei assistiti sono ristretti nella cella accanto a quella del 23enne uno, e l'altro a due celle di distanza). Il parlamentare Giachetti aveva posto un'interrogazione parlamentare al Ministro Bonafede già in data 24 settembre 2019, evidenziando varie criticità del carcere di Prato. Nella risposta del 25 febbraio 2020 il Ministro "vantava" che nell'ultimo triennio a Prato non si era registrato nemmeno un suicidio. Il parlamentare Giachetti, quindi, a seguito del tentato suicidio del 23enne, poi deceduto, ha presentato nuova interrogazione al Ministro della Giustizia. Spero che, finalmente, possa essere posta la giusta attenzione sulle numerose criticità dell'istituto "La Dogaia" di Prato, senza che tali criticità debbano essere pagate con ulteriori vite.
*Avvocato, componente Gruppo di Lavoro Carcere della Camera Penale di Prato
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 giugno 2020
Amnesty International ha denunciato che alla fine di maggio un gruppo di migranti e richiedenti asilo è stato torturato dagli agenti della polizia di frontiera croata e sottoposto poi a vari atti di derisione e umiliazione. L'organizzazione per i diritti umani ha raccolto le testimonianze di sei dei 16 richiedenti asilo di origini pachistane e afgane, fermati dalla polizia croata nella notte tra il 26 e il 27 maggio nella zona del parco nazionale dei laghi di Plitvice.
Una decina di agenti in uniforme nera e passamontagna identici a quelli indossati dalla polizia speciale croata ha inizialmente sparato in aria. Poi gli agenti hanno attaccato gli uomini scalciandoli e colpendoli coi manganelli e coi calci delle pistole. Infine hanno spalmato ketchup, maionese e zucchero, trovati in uno degli zaini, sulle teste sanguinanti, sui capelli, sulle mani e sui pantaloni dei feriti.
Alla fine di queste crudeltà, il gruppo di richiedenti asilo è stato spedito a piedi verso la frontiera con la Bosnia. Chi non riusciva a camminare autonomamente è stato assistito dagli altri. Amnesty International ha parlato anche con le organizzazioni di volontariato che hanno soccorso i feriti, 10 in tutto, e con i medici che li hanno curati.
Ecco la testimonianza di Amir, proveniente dal Pakistan, che ha riportato una frattura al braccio e il naso rotto, punti di sutura sulla nuca e vistose contusioni su tutto il volto e alle braccia: "Li supplicavamo di smettere e di avere pietà. Eravamo già legati, impossibilitati a muoverci e umiliati, non c'era motivo di continuare a picchiarci e torturarci. Ci facevano foto con i loro telefonini e cantavano e ridevano".
E quella di Tariq, che adesso ha entrambe le braccia e una gamba ingessati, vistosi tagli, ecchimosi al volto e alla testa e un forte dolore all'addome. Adesso deve utilizzare una sedia a rotelle e ci vorranno mesi prima che possa riprendere a muoversi autonomamente: "Quando ci hanno preso non ci hanno dato la possibilità di dire assolutamente nulla. Hanno iniziato semplicemente a colpirci. Mentre ero a terra, mi hanno colpito alla testa con la parte posteriore della pistola e ho iniziato a perdere sangue. Cercavo di proteggermi la testa dai colpi, ma hanno iniziato a darmi calci e colpirmi alle braccia con dei bastoni di metallo. Per tutta la notte ho perso e ripreso conoscenza".
Negli ultimi tre anni la polizia croata di frontiera è stata accusata di aver aggredito uomini, donne e adolescenti che cercano di entrare nel paese, distruggendone gli effetti personali e i telefoni prima di respingerli in Bosnia. A volte, alle persone vengono tolti abiti e scarpe e sono costrette a camminare per ore nella neve e in fiumi ghiacciati.
I respingimenti violenti alle frontiere croate avvengono con regolarità dalla fine del 2017. Il Consiglio danese per i rifugiati ha registrato quasi 7000 casi di espulsioni forzate e rinvii illegittimi in Bosnia ed Erzegovina nel 2019, la maggior parte dei quali è stata accompagnata da violenze e intimidazioni ad opera della polizia croata. Solo nell'aprile di quest'anno i respingimenti sono stati 1600. A metà maggio, il Guardian aveva dato la notizia di un gruppo di uomini costretti ad attraversare la frontiera croata dopo essere stati picchiati e con una croce arancione dipinta sulla testa. Anche in quest'ultimo caso, le autorità di Zagabria hanno affermato di non saperne nulla, di non poter ritenere i propri uomini capaci di comportamenti del genere e che comunque verrà aperta un'inchiesta. L'Unione europea, nel frattempo, resta a guardare.
di Sebastiano Canetta
Il Manifesto, 14 giugno 2020
Chi denuncia resta isolato. Un buco nero, i cui contorni sono ben descritti da Biplab Basu, dell'associazione Reach Out, iniziatore della "Campagna contro la violenza razzista della polizia" che ha contato i 138 "morti in custodia" dal 1993 al 2020. È morto il 12 gennaio 2019, senza video, proteste e l'hasthtag sui social. Eppure anche Aristeidis L. non riusciva a respirare quando quattro agenti gli hanno schiacciato il collo sul pavimento di un ascensore a Berlino. Legato mani e piedi, il 36enne greco è stato soffocato esattamente come George Floyd. Nella civilissima Germania dove "i giornalisti continuano a considerare le forze dell'ordine neutrali" come ricorda il quotidiano Taz che ha scoperchiato il caso insabbiato da un anno e mezzo.
Di fatto, chi accusa pubblicamente la polizia rimane isolato: lo sanno bene la segretaria Spd, Saskia Esken, che sei mesi fa osò chiedere lumi sulla gestione del Capodanno a Lipsia, e la leader dei Verdi, Simone Peter, che nel 2016 pretese spiegazioni sull'operato degli agenti dopo la "notte del terrore" di Colonia. Poco importa se dalla Riunificazione a oggi sono ben 269 le persone uccise con arma da fuoco dalla polizia tedesca; ancora meno se - come nel caso di Aristeidis - non risulta lo straccio di un'indagine e tantomeno punizioni ai responsabili. "L'accusa non interrogò neppure i poliziotti che erano nell'ascensore con lui" ricorda la Taz. Risultato: inchiesta archiviata prima ancora di essere aperta.
Succede a Berlino, dove il governo locale è stato costretto a varare la legge anti-discriminazione contro gli abusi in divisa (contrari Cdu e liberali) e i Verdi propongono di cancellare la parola "razza" dalla Legge Fondamentale, equivalente della Costituzione. E accade quindici anni dopo il clamoroso caso di Oury Jalloh, richiedente asilo della Sierra Leone, bruciato vivo nella cella della stazione di polizia di Dessau senza che nessuno muovesse un dito.
L'ennesimo fatto acclarato, di quelli che non diventano mai notizia "per lo scarso interesse dei media" nonostante la campagna non-stop degli attivisti dei Diritti umani. Un problema ignorato dalla grande politica della cancelliera Angela Merkel, ma anche dalla maggioranza silenziosa, bianca, cattolica e protestante, che fatica a schierarsi apertamente con il movimento che oggi scandisce "Black Lives Matters" ad Alexanderplatz come di fronte all'ambasciata Usa. Un buco nero, i cui contorni sono ben descritti da Biplab Basu, 68 anni, dell'associazione Reach Out, iniziatore della "Campagna contro la violenza razzista della polizia" che ha contato i 138 "morti in custodia" dal 1993 al 2020.
"Le statistiche ufficiali non esistono, in realtà siamo convinti che le vittime siano molte di più ma non possiamo controllare perché si tratta di situazioni in cui le persone sono alla mercé dei funzionari statali, come ad esempio nei veicoli o nelle stazioni di polizia e nei centri per rifugiati. Ciò che succede qui rimane a porte chiuse". Ed è difficile denunciare visto che "la maggior parte dei tedeschi crede ancora alla narrazione della polizia "amica" ed è convinta che se gli agenti hanno premuto il grilletto ci deve essere stato un valido motivo. Finché non ci allontaneremo da questa idea non ci potranno mai essere indagini approfondite sulla violenza degli agenti" conclude Basu.
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