di Davide Varì
Il Dubbio, 15 giugno 2020
"Rifiuto della firma" da parte dei funzionari pubblici terrorizzati di finire invischiati in qualche inchiesta "temeraria" e scarsi risultati penali. Così l'ex procuratore di Roma ha demolito l'articolo 323 del nostro Codice penale. Uso, anzi, vero e proprio abuso della cosiddetta "burocrazia difensiva", freno allo sviluppo del Paese e scarsi risultati sul piano della sanzione penale.
Sono le tre conseguenze - le più gravi - del reato di abuso d'ufficio. E fin qui nulla di nuovo: da anni ormai l'articolo 323 del nostro codice penale è nel mirino di giuristi e penalisti. La cosa del tutto nuova e inusuale, semmai, è che stavolta le critiche arrivano da Giuseppe Pignatone, l'ex procuratore di Roma che più e più volte nel corso delle sue inchieste ha contestato il reato in questione. Fatto sta che Pignatone prende il toro per le corna e spiega quanto segue.
Primo: un utilizzo improprio del reato di abuso d'ufficio determina il cosiddetto "rifiuto della firma" da parte dei funzionari pubblici che per paura di finire invischiati in qualche inchiesta "temeraria" evitano in tutti i modi, e per evitare guai, di agire per il bene pubblico e di assumersi responsabilità;
secondo: come conseguenza del punto uno, l'articolo 323 del codice penale concorre a creare sacche di immobilismo produttivo che bloccano l'intero paese;
terzo: le statistiche parlano chiaro. "Quasi la metà delle denunce per reati contro la Pubblica Amministrazione riguardano fatti qualificabili come abuso in atti di ufficio; i relativi procedimenti vengono però in gran parte archiviati mentre, secondo una rilevazione di alcuni anni fa, solo il 22% dei processi si conclude con una sentenza di condanna. Anche statistiche più recenti, pur se parziali, confermano questa tendenza. I margini di ambiguità Sull'esattezza di questa analisi e sull'urgenza di un intervento del legislatore vi è un significativo consenso".
Insomma, un vero disastro. E il fatto che la denuncia dell'abuso del reato di "abuso d'ufficio" arrivi da Giuseppe Pignatone, rende la necessità di cambiare quella legge ancora più urgente. E non è un caso che lo stesso Pignatone citi il monito dell'allora presidente della Repubblica Scalfaro: "Non si può avere un mondo di funzionari, di sindaci, amministratori che a un certo punto si trovano impelagati, senza saperlo prima, in un illecito amministrativo o penale". Sono passati 25 anni da quel monito e i problemi sono rimasti gli stessi. Forse appena un po' peggiorati.
di Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore, 15 giugno 2020
La riforma dell'abuso d'ufficio è entrata nei piani del Governo. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che, tra le azioni collegate al Recovery plan, ha inserito il taglio della burocrazia, da realizzare anche circoscrivendo più puntualmente il reato di abuso d'ufficio e la responsabilità erariale. L'obiettivo è evitare che l'incertezza giuridica - determinata dalla quantità di leggi e regolamenti - e la paura di doverne rispondere anche in sede penale freni l'attività della pubblica amministrazione. È il fenomeno della "burocrazia difensiva", che anche la relazione della commissione guidata da Vittorio Colao indica come uno dei nodi da sciogliere per far ripartire l'Italia.
"Non solo i dipendenti pubblici - spiega Andrea Castaldo, professore di diritto penale all'Università di Salerno e titolare dell'omonimo studio legale - hanno a che fare con un numero enorme di norme. Per di più, queste sono spesso di difficile interpretazione. Ciò si traduce da una parte nella difficoltà di applicarle, dall'altra in una discrezionalità lasciata al funzionario pubblico, su cui spesso incombe il rischio dell'abuso d'ufficio".
La burocrazia difensiva - Da qui la fuga del dipendente dal potere di firma. "Ha la meglio -aggiunge Castaldo - la preoccupazione di doversi trovare ad affrontare un procedimento penale. E se è vero che spesso si risolve in un'assoluzione, questa arriva dopo anni. Intanto il danno reputazionale è fatto, con possibili demansionamenti dell'interessato. E non va sottovalutata la questione economica, ovvero la necessità di mettere mano al portafoglio per stare in giudizio". Un'indagine svolta lo scorso anno sui dipendenti della Regione Campania e coordinata dall'Università di Salerno conferma la paura di agire del dipendente pubblico, con Il 65% degli intervistati che dichiara di sentirsi condizionato nell'attività dal timore di essere sottoposto a un procedimento per abuso d'ufficio.
Soprattutto archiviazioni - A ciò si aggiunga che l'articolo 323 del codice penale, che prevede l'abuso d'ufficio, non pare in grado di orientare con chiarezza l'agire dei funzionari. "È troppo ampio il perimetro dei comportamenti a cui si applica e allo stesso tempo è un reato difficile da dimostrare", afferma Castaldo. Questo si traduce in molte denunce e indagini a fronte di pochissime condanne: secondo l'Istat, nel 2017 sono stati oltre 6.500 i procedimenti aperti dalle procure per abuso d'ufficio e 57 le persone condannate con sentenza irrevocabile. Tendenza confermata dai dati del ministero della Giustizia: dei 7.133 procedimenti definiti nel 2018 dagli uffici Gip e Gup, 6.142 sono stati archiviati, di cui 373 per prescrizione.
Il cantiere della riforma - Di una nuova riforma del reato si parla da anni. "L'abuso d'ufficio è la punta di un giudizio di responsabilità che va modificato escludendo almeno la colpa lieve: bisogna decidere quale sia il limite della discrezionalità amministrativa", chiarisce Giorgio Spangher, professore emerito di procedura penale alla Sapienza di Roma. "Oggi la situazione è molto complessa - prosegue - perché quando un evento coinvolge la Pa la responsabilità non è mai attribuibile a un unico soggetto, ma è diffusa tra funzionari, amministratori e società. Tanto che il numero degli indagati lievita ma è difficile provare le responsabilità". E con la pandemia, che ha imposto di fare scelte decisive in emergenza, le contestazioni potrebbero aumentare.
"La ricerca che da due anni conduciamo sul tema - commenta Castaldo - ci ha portato a elaborare un'ipotesi di riforma che prevede un perimetro più circoscritto delle situazioni a cui si può applicare l'abuso d'ufficio e un parere preventivo che il dipendente può chiedere all'autorità: una volta che vi si conforma non può essere perseguito". Più radicale Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle camere penali: "Il reato di abuso d'ufficio non va riformato, ma abolito. È una nostra vecchia battaglia. È un reato troppo generico, che non serve: bastano le norme che sanzionano le condotte specifiche. Altrimenti, diventa un buco nero dove far ricadere nella dimensione penale condotte di illegittimità amministrativa".
di Pasquale Pasquino
Il Foglio, 15 giugno 2020
La collaborazione degli esperti e i contributi di soggetti terzi già in uso in molte corti straniere. Lontano il rischio della politicizzazione. L'apertura della Corte costituzionale alla società civile, vedremo più precisamente di che cosa si tratta, ha suscitato, come è bene che sia, il dibattito fra i costituzionalisti e qualche commento, necessariamente più vago, sui giornali.
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 15 giugno 2020
La funzione giurisdizionale è fondamentale oltre che per rimediare al coacervo normativo anche per favorire una concreta funzione unificante all'interno degli ordinamenti nazionale ed europeo nei quali i cittadini reclamano pari diritti di libertà ed economici.
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 giugno 2020
Il procuratore contro la "gestione allegra" delle carceri: le regole e il rigore rieducano. L'ultima apparizione risale al giorno in cui aveva presentato a reti tv unificate la sua ultima operazione antimafia. Ma allora, più che le centinaia di arresti - era l'operazione Rinascita Scoot - fece scalpore la sua frase: "Voglio smontare la Calabria come un treno Lego", ammise il procuratore nel corso del suo sermone davanti ai media adoranti.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 15 giugno 2020
In attesa del testo del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, per la riforma del sistema elettorale dei componenti togati del Csm inizia a farsi strada un modello "misto". Prima il sorteggio e poi il voto. In attesa del testo del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, per la riforma del sistema elettorale dei componenti togati del Csm inizia a farsi strada un modello "misto". Sulla scia della proposta presentata nei giorni scorsi da Fi, ecco arrivare questa settimana quella di "Lettera 150", un gruppo di docenti e giuristi fra cui Carlo Nordio, Pierpaolo Rivello, Salvatore Sfrecola, Giuseppe Valditara, Claudio Zucchelli.
I due meccanismi elettorali sono sostanzialmente simili: un'estrazione a sorte di un paniere, in numero ragionevole, di legittimati passivi, e poi l'elezione dei futuri membri del Csm all'interno di questo paniere. In dettaglio, nella proposta di Forza Italia è previsto che i sorteggiati, magistrati che abbiano almeno la quinta valutazione di professionalità, siano 150, di cui i primi 100 andranno a comporre l'elenco dei soggetti candidati e i 50 restanti l'elenco dei supplenti destinati a subentrare in caso di rinuncia dei candidati.
Il numero dei posti è elevato a 20 e di conseguenza, per mantenere il rapporto con i togati stabilito dalla Costituzione di 1 a 3, viene innalzato da 8 a 10 il numero dei laici a Palazzo dei Marescialli. In quella di "Lettera 150", invece, il numero dei sorteggiati è fissato in 96, senza ritocchi all'attuale numero dei componenti. Tale meccanismo non implica modifiche alla Costituzione che prevede "l'elezione" dei componenti del Csm. Nelle intenzioni tale sistema dovrebbe recidere ogni legame fra il candidato e la corrente, in quanto non sarebbero più le correnti ad individuare ex ante i candidati. "Lettera 150", poi, ha anche suggerito una modifica del sistema di nomina dei dirigenti, con il ritorno all'anzianità.
"Sembra opportuno - si legge nella proposta - ripristinare un sistema che esalti l'anzianità senza deprimere il merito, ma anche che non sia suscettibile di deviazioni". Il documento dei giuristi affronta poi il tema del procedimento disciplinare a carico dei magistrati, fissandone la durata in un anno. E sull'impugnazione delle sentenze disciplinari davanti alle sezioni unite civili della Cassazione, "si deve raggiungere un equilibrio soddisfacente tra la garanzia di autonomia e indipendenza della magistratura e la necessità di evitare il corporativismo, garantendo un giudice di appello realmente terzo, non appartenente al medesimo ordine cui appartiene l'incolpato". Sul fronte nomine, invece, mercoledì prossimo è previsto al Csm il voto sul nuovo procuratore di Perugia. Due i candidati: Raffaele Cantone e Luca Masini.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 giugno 2020
L'ex pm, ora al Csm, definisce "devastanti" le scarcerazioni dei mafiosi e critica Anm e Csm perché non hanno difeso lui e i colleghi del processo Stato-mafia. Nino Di Matteo a 360 gradi sulle correnti della magistratura per il metodo "mafioso" utilizzato nelle nomine, sulle "devastanti" scarcerazioni dei mafiosi avvenute tra marzo e aprile, sulla solitudine sua e dei suoi colleghi dopo le accuse subite per il processo Stato mafia. Drastico il suo giudizio su Cosa nostra che "fa politica". Tant'è che Riina, come riferisce Di Matteo durante l'intervista con Massimo Giletti a "Non è l'arena", dice ai suoi: "Se non avessimo avuto i rapporti con la politica saremmo stati una banda di sciacalli", cioè, chiosa l'ex pm di Palermo, "dei criminali comuni, e ci avrebbero già azzerato".
Nessuna risposta invece sulla querelle a proposito dell'incarico di direttore del Dap nel 2018 che lo ha portato allo scontro con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede perché, dice Di Matteo, di quello "parlerò in una sede istituzionale", e cioè giovedì alle 14 di fronte alla commissione parlamentare Antimafia che lo ha convocato.
Il Csm e le correnti come la mafia - Di Matteo ripete quanto aveva già detto a novembre dell'anno scorso, nella sede dell'Anm, presentando sé stesso e la sua candidatura per le elezioni suppletive dell'Anm dopo le dimissioni di cinque consiglieri a seguito dell'inchiesta di Perugia per corruzione sull'ex pm Luca Palamara. "Lo dissi, lo ridirei e lo affermo anche oggi - dice Di Matteo - e cioè che privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell'appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all'applicazione del metodo mafioso". Una dichiarazione che già otto mesi fa provocò una durissima reazione. Stavolta Di Matteo mette in guardia i colleghi dal rischio che la magistratura possa rischiare una riforma che la metta sotto "il controllo della politica".
Tant'è che dice: "La valutazione del lavoro di un magistrato o le nomine fatte per incarichi direttivi nei confronti di un magistrato condizionate da un criterio dell'appartenenza sono assolutamente inaccettabili". Come se ne esce? "Dobbiamo trovare la forza, necessariamente a tutti costi, di invertire per primi la rotta, prima che invece qualcuno possa approfittare di questa situazione di difficoltà e di mancanza di credibilità della magistratura, per fare riforme che hanno uno scopo che non possiamo mai accettare, quello di sottoporre di fatto la magistratura a un controllo da parte del potere politico". Ovviamente Di Matteo non fa alcun riferimento esplicito alla riforma del Csm su cui sta lavorando il Guardasigilli Alfonso Bonafede, ma è chiaro che si sta parlando di quella.
Scarcerazioni "devastanti" - Molto duro anche il giudizio del magistrato antimafia sulle oltre 200 scarcerazioni di mafiosi avvenute tra marzo e aprile. "Il segnale è devastante dal punto di vista simbolico, e comunque è idoneo il ritorno a casa a produrre effetti concreti pericolosi per il futuro. Un mafioso anche al 41 bis si industria sempre per cercare di fare arrivare, soprattutto se è un capo, le direttive fuori dal carcere ai suoi". E aggiunge: "Figuriamoci se quel mafioso ha avuto la possibilità di tornare a casa".
Palamara e Di Matteo fuori dal pool sulle stragi - L'ex pm parla anche di Palamara e racconta di aver scoperto dalle carte di Perugia il giudizio dell'ex pm su di lui e sulla sua estromissione dal pool sulle stragi quando era in quota alla Procura nazionale antimafia: "Ho verificato dagli atti di Perugia che il dottor Palamara, prima che avvenisse questa esclusione, si era, diciamo, lamentato del fatto che io facessi parte di questo gruppo. E nel momento in cui venne resa nota la mia estromissione, accolse la notizia, diciamo, con molta soddisfazione. Non devo essere io a dire cosa penso".
Abbandonato da Csm e Anm - Di Matteo non riesce a dimenticare di non aver avuto la solidarietà "né dell'Anm, né del Consiglio superiore della magistratura" che "dimostrarono un pericoloso collateralismo politico" quando lui e i suoi colleghi impegnati nell'inchiesta per la trattativa Stato-mafia furono attaccati per le intercettazioni in cui era stato coinvolto l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
"Quando partì questa indagine - dice Di Matteo - molti pensavano che fosse frutto di una costruzione, di un teorema politico di magistrati un po' fantasiosi. Nel tempo molti si resero conto che l'indagine si riferiva a fatti concreti, che non era frutto di una fantasia, adesso oggetto di una sentenza di primo grado e prima ancora di un decreto di rinvio a giudizio".
Ma Di Matteo parla soprattutto di quando esplose il caso delle intercettazioni: "C'è stato un momento in cui, soprattutto dopo la vicenda delle intercettazioni che erano state legittimamente disposte dal gip su nostra richiesta per le utenze in uso al senatore Mancino e alla registrazione di alcune telefonate con il presidente Napolitano, che a noi è stato detto di tutto, siamo stati definiti ricattatori del capo dello Stato, eversori. Quando morì il compianto dottor D'Ambrosio ci chiamarono assassini. In quell'occasione, rispetto a ingiurie e calunnie, non ci ha difeso nessuno. Né l'Anm, né il Csm, che in quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico schierandosi per motivi di opportunità dalla parte del potere politico".
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 15 giugno 2020
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 30 aprile 2020 n. 13493. L'avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore deve essere rivolto al conducente del veicolo nel momento in cui viene avviata la procedura di accertamento strumentale dell'alcolemia con la richiesta di sottoporsi al relativo test, anche nel caso in cui l'interessato rifiuti di sottoporsi all'accertamento. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza 30 aprile 2020 n. 13493.
Quindi, secondo la Cassazione, la polizia giudiziaria è tenuta nel procedere al compimento dell'accertamento (quindi prima di procedervi) ad avvertire la persona sottoposta alle indagini che ha facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia. Si tratta di una facoltà difensiva il cui esercizio deve fronteggiarsi con l'urgenza e indifferibilità dell'alcoltest, dando vita a contemperamenti che si traducono, essenzialmente, nell'esclusione del diritto del difensore nominato di essere previamente avvisato e del dovere della polizia giudiziaria di attendere l'arrivo del difensore eventualmente nominato. Ciò però non preclude all'indagato, preavvertito della facoltà, di mettersi in contatto con il difensore, di chiedere e ricevere i consigli del caso; né impedisce al difensore di essere presente all'accertamento, se, ad esempio, si trovi nelle vicinanze del luogo in cui si stia procedendo al medesimo e sia in grado di intervenire nello spazio di pochi minuti e di esercitare la difesa, ad esempio richiedendo la verbalizzazione di eventuali osservazioni riguardanti i presupposti e le modalità di esercizio del potere da parte degli organi di polizia, che potrebbero rendere legittimo il rifiuto di sottoporsi all'accertamento.
In definitiva, secondo il giudice di legittimità, l'avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore deve essere rivolto al conducente del veicolo sempre nel momento in cui viene avviata la procedura di accertamento strumentale all'alcolemia con la richiesta di sottoporsi al relativo test, non potendo in quel momento gli organi di polizia apprezzare se l'interessato si sottoporrà alla prova o rifiuterà di farlo. L'inosservanza del dovere dell'avvertimento genera l'irrilevanza penale del rifiuto, perché se è pur vero che contravvenzione di cui al comma 7 dell'articolo 186 del codice della strada si perfeziona con il rifiuto dell'interessato e dunque nel momento in cui l'agente ha espresso la sua indisponibilità a sottoporsi all'accertamento, perché il rifiuto possa integrare detta contravvenzione deve trattarsi di accertamento legittimamente richiesto.
In termini, tra le altre, si veda sezione IV, 27 marzo 2018, Cordenons, secondo cui l'avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia mentre non è dovuto solo in caso di accertamenti preliminari o esplorativi (cfr. sezioni Unite, 29 gennaio 2015, Proc. gen. App. Venezia in proc. Bianchi), deve essere invece rivolto dagli organi di polizia stradale al conducente del veicolo nel momento in cui viene avviata la procedura di accertamento strumentale dell'alcolemia, con la richiesta di sottoporsi al relativo test, e ciò anche nel caso di rifiuto all'effettuazione dell'accertamento da parte dell'interessato.
La Corte, per l'effetto, con la sentenza massimata, prende esplicitamente e consapevolmente le distanze, dal diverso orientamento secondo cui, invece, l'avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia non sarebbe necessario in caso di rifiuto all'effettuazione dell'accertamento da parte dell'interessato, e ciò perché, in caso di rifiuto, verrebbe integrato il reato sanzionato dall'articolo 186, comma 7, del codice della strada, e non ci sarebbe più alcun atto da compiere per il quale vada dato l'avviso sulla possibile presenza del legale di fiducia, che appunto presume la riscontrata volontà dell'interessato di sottoporsi al controllo (tra le altre, sezione IV, 16 gennaio 2020, Lachhab).
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 15 giugno 2020
Sabato scorso, a tarda notte, un signore porta a spasso il cane. Viene attirato dai pianti disperati che arrivano dal mezzo di una siepe. È un bambino di circa due anni, origini egiziane. Pare caduto dall'alto. Alla finestra proprio lì sopra, quarto piano, una bimba urla: "Il mio fratellino!". Da basso accorre il fratello maggiore, 14 anni, che vuole riportare a casa il piccolo. Il soccorritore chiama il 118, gli intima di non toccarlo. Chiede al ragazzo di far scendere un genitore, che però non arriva. Il padre è al lavoro, la mamma non parla italiano e sceglie di restare in casa, sgomenta. In ambulanza il piccolo è senza di loro.
L'ospedale, reparto rianimazione, constata: femore rotto, milza spappolata. Lo operano. A distanza di una settimana è grave, ma per miracolo non in pericolo di vita. Sulla dinamica le indagini sono in corso e la versione dei genitori risulta confusa: hanno dichiarato che il piccolo ha aperto da solo la porta blindata ed è sceso da solo per quattro piani di scale forse cadendo "nella corsa". Il fratello maggiore, adolescente, si è subito difeso: "Non sono stato io", aggiungendo che la mamma aveva chiuso la finestra allontanando una vicina sedia, poco prima dell'arrivo dell'ambulanza.
Comunque sia andata, l'episodio si inserisce in un contesto complicato. Da fine 2018 c'è un fascicolo aperto presso il Tribunale per i minori che all'epoca aveva già sancito le limitate capacità genitoriali chiedendo misure di protezione nei confronti dei bambini esposti ad un contesto di vita pregiudizievole, in stato di grave incuria e in un clima di forte tensione, a tratti violento.
Circoscritta la responsabilità genitoriale, i servizi avevano già allora avviato l'intervento domiciliare per tentare di coinvolgere i genitori in un progetto di crescita per sé e per i figli. "Negano la gravità del loro comportamento e questo rende impossibile interventi volti ad affrontare le numerose problematiche esistenti in un percorso di sostegno alla genitorialità", sostengono però i servizi, che anche durante il lockdown hanno incontrato virtualmente, con quattro incontri via Zoom, la famiglia, in crisi come tante altre, senza neanche l'àncora della scuola, rimasta chiusa da fine febbraio e mai più riaperta.
"L'emergenza sanitaria si è tradotta in emergenza sociale e lo dimostra l'attività del Tribunale per i minori che si è trovato a svolgere funzione di pronto soccorso rispetto all'aumento di derive domestiche. Abbiamo quasi raddoppiato il numero dei provvedimenti a protezione di bambini e ragazzi", nota la presidente Maria Carla Gatto.
Dal 10 marzo al 31 maggio l'autorità giudiziaria di via Leopardi ha emesso 657 provvedimenti provvisori (contro 356 nel 2019 e 321 nel 2018) con 91 allontanamenti dei minori (contro 38 nel 2019 e 44 nel 2018) e 41 dei conviventi (contro 20 nel 2019 e 29 nel 2018). "Ha senz'altro pesato anche la chiusura protratta dell'istituzione scolastica, presidio educativo e sociale che svolge anche attività di controllo e supporto a famiglie in difficoltà - continua Gatto. Ancora oggi non si è deciso come e quando riapriranno. Mentre tutto il resto è ripartito, i diritti dei minori sotto questo aspetto permangono in lockdown".
Per quanto riguarda la famiglia, nell'urgenza è stato deciso il collocamento temporaneo dei quattro bambini presso una comunità educativa insieme alla mamma (il piccolo raggiungerà gli altri quando verrà dimesso dall'ospedale), ma in prospettiva si valuterà un progetto rivolto solo ai minori. I genitori hanno bisogno di aiuto ma finora non sono riusciti a capitalizzare quello ricevuto. "Non ho mai imparato a fare bene la mamma, non ho abbastanza cura e pazienza", ha detto in arabo la signora agli assistenti sociali quando ha saputo dell'invio in comunità mentre il padre, che lavora tutta la settimana, anche di sera e al weekend, ha abbassato lo sguardo: "Quanto accaduto l'altra notte era inevitabile, più grande di quanto possiamo fare noi".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 15 giugno 2020
Coloro che oggi tifano per l'incriminazione del governo, sulla zona rossa, sono gli stessi che ai tempi chiedevano di non chiudere nulla e sono gli stessi che hanno vissuto la stagione del lockdown con maggiore insofferenza (vogliamo libertà!). Mentre, dall'altra parte, i politici che oggi guardano con sospetto i pm sono gli stessi che negli ultimi decenni hanno fatto di tutto per dare ai pm potere di vita e di morte sulla politica.
C'è un filo sottile, forse impercettibile ma non per questo ininfluente, che lega in modo curioso due storie che negli ultimi giorni hanno colpito l'attenzione di molti osservatori. La prima storia riguarda la furia cieca dei nuovi poliziotti del politicamente corretto contro alcune opere del passato, film, telefilm, statue, monumenti, sculture, opere che se osservate con uno sguardo pigro, superficiale e qualunquista, contestualizzato rispetto alla stagione in cui viviamo, possono prestare il fianco a un osceno processo di revisionismo culturale, una volta iniziato il quale si sa da dove si comincia (Cristoforo Colombo, Churchill, Hazzard, "Via col vento") ma non si sa dove si finisce (il Colosseo era usato per esibire gli schiavi, che aspettiamo ad abbatterlo? e "Vacanze di Natale" dei Vanzina prendeva in giro i camerieri non bianchi, che aspettiamo a ritirare tutte le pellicole dal commercio equo, corretto e solidale?).
La seconda storia riguarda invece la notevole eccitazione mediatica generata dalla sfilata concessa, si fa per dire, dai procuratori di Bergamo di fronte a Palazzo Chigi, e per quanto possano essere pacifiche le intenzioni dei magistrati di Bergamo (di procura di Trani ce n'è una e basta e avanza quella) è difficile non intravedere nella traiettoria imboccata dai pm la volontà di mettere a fuoco non solo un semplice ed eventuale reato commesso ma anche qualcosa di più importante: una verità storica da certificare con l'autorevole bollino.
Le due questioni, messe così, possono apparire molto distanti l'una dall'altra, ma se le si guarda con attenzione presentano un tratto in comune non irrilevante: la volontà di riscrivere alcune storie del passato utilizzando le lenti distorte del presente. E così come è un errore osservare simboli e icone del passato con le decontestualizzanti chiavi di lettura del presente, allo stesso modo è un errore osservare una tragedia del passato prossimo del nostro paese, come la stagione acuta della pandemia, con le decontestualizzanti chiavi di lettura disponibili in questo momento.
Del senno di poi, direbbe forse oggi Alessandro Manzoni, ne son piene le fosse, e se ci si pensa bene la grancassa mediatica che soffia sulle vele della procura di Bergamo sta cercando in modo più o meno indiretto di spingere i magistrati a dimostrare ciò che semplicemente non si può dimostrare. Ovverosia che l'Italia, nella gestione della pandemia, ha commesso errori che altri paesi non hanno compiuto, e che per questa ragione chi ha governato la stagione del virus merita di essere rimosso con la stessa violenza con cui in giro per il mondo si abbattono le statue.
Coloro che in questi giorni stanno tentando di leggere i fatti degli ultimi mesi utilizzando questa chiave di lettura non stanno semplicemente facendo confusione tra codice penale e codice morale (in politica, non tutto ciò che si considera sbagliato può essere codificato come reato e la discrezionalità del potere giudiziario deve sempre finire lì dove inizia la discrezionalità del potere esecutivo) ma stanno anche tentando di rimuovere una verità difficilmente contestabile che suona grosso modo così: i problemi drammatici che l'Italia ha avuto nella gestione della fase pandemica non sono problemi che hanno riguardato esclusivamente l'Italia ma sono problemi che a ben vedere hanno riguardato buona parte dei paesi che hanno avuto a che fare con la pandemia. Pensate alle Rsa, per esempio.
In Italia, il 65 per cento delle morti per Covid-19 è stato registrato nelle Rsa. Tra Milano e Lodi le morti, in queste strutture, sono state il 46 per cento del totale. In Belgio, nelle strutture dedicate agli anziani vi è stato, solo a maggio, il 51 per cento dei decessi per Covid.
In Spagna le vittime nelle case di riposo sono state il 66 per cento del totale. In Francia il 50 per cento. In Norvegia il 61 per cento. In Svezia e in Scozia il 45 per cento. E come ammesso qualche settimana fa dal direttore dell'area europea dell'Oms, Hans Kluge, fino alla metà dei decessi avvenuti per Covid-19 in Europa si è registrata in queste strutture.
Lo stesso vale per il personale medico infettato e deceduto a causa dei protocolli stabiliti purtroppo con scarso tempismo in tutto il mondo (i medici infettati e deceduti sul totale del paese sono arrivati al 14 per cento in Spagna, all'otto per cento negli Stati Uniti, al 10 per cento in Italia). E come segnalato sabato scorso dal Corriere della Sera, le denunce contro la politica non sono solo in Italia ma sono ormai in tutto il mondo (da Londra a New York, e solo a Parigi la scorsa settimana ci sono state ottanta denunce).
La storia si può tentare di riscrivere, ci mancherebbe, ma prima di riscriverne una nuova bisognerebbe conoscere quella vera, e bisognerebbe avere il coraggio di non chiudere gli occhi di fronte a tutto quello che è successo negli ultimi mesi. Ad aggravare la pandemia non è stato il partito del denaro, non è stata l'irresponsabilità della politica, non è stata l'incoscienza dei governanti, non è stata la smania di protagonismo dei virologi, ma è stata l'incertezza generata da una delle crisi sanitarie più violente mai conosciute dall'uomo in epoca moderna, che ha portato morti ovunque, senza fare distinzioni di ceto, e che ha costretto medici, operatori sanitari e politici a lavorare a lungo, sotto uno sguardo troppo a lungo imbelle di un Oms ostaggio della Cina, in uno stato di necessità, senza linee guida, o senza programmi terapeutici noti e approvati.
In questo senso, un paese che vuole fare di tutto per proteggere in futuro i suoi cittadini, oltre che far sentire protetti i medici che hanno operato in condizioni di emergenza durante la pandemia offrendo loro uno scudo penale, eccezion fatta per i casi relativi al dolo, dovrebbe fare di tutto non per riscrivere la storia ma per provare a scriverne una diversa cercando di capire per esempio se è solo un caso che uno dei pochi paesi al mondo che ha gestito l'emergenza in condizioni di emergenza, ovvero la cattivissima Germania, un paese che in modo davvero incomprensibile risparmia molto quando si può risparmiare e spende molto quando si deve spendere, è lo stesso paese che da anni l'opinione pubblica italiana, piuttosto che indicare come modello da seguire, indica come modello da combattere.
Basterebbe tutto questo per segnalare i molti cortocircuiti presenti nella storia del revisionismo storico alimentato per via giudiziaria se non fosse che c'è un ultimo cortocircuito spassoso che merita di essere segnalato in coda al nostro ragionamento. Ci avete fatto caso?
Coloro che oggi tifano per l'incriminazione del governo, sulla zona rossa, sono gli stessi che ai tempi chiedevano di non chiudere nulla e sono gli stessi che hanno vissuto la stagione del lockdown con maggiore insofferenza (vogliamo libertà!).
Mentre, dall'altra parte, i politici che oggi guardano con sospetto i pm sono gli stessi ma proprio gli stessi che negli ultimi decenni hanno fatto di tutto per dare ai pm potere di vita e di morte sulla politica. Come direbbe Manzoni: del senno di poi ne son piene le fosse.
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