di Vittorio Coletti
La Repubblica, 15 giugno 2020
Vedendoli così, sopraffatti dal dolore e dallo sgomento, ai genitori di Martina Rossi non viene da dire altro che doverose e sentite parole di conforto e sostegno nella loro battaglia umana e legale. La loro figlia, si sa, è morta in Spagna in circostanze molto dubbie, che, all'inizio, i magistrati spagnoli hanno giudicato non imputabili a nessuno; poi quelli italiani, in primo grado, hanno ritenuto colpa indiretta di due giovanotti aretini, condannandoli, e ora, in appello, di nuovo non attribuibili a terzi, tanto che hanno assolto gli imputati "perché il fatto non sussiste". L'ultima parola spetterà alla Cassazione.
Questi due genovesi hanno un'aria così dignitosa e forte nel loro inesauribile dolore che ci si sente autorizzati, commentando il loro calvario giuridico, a parole non solo di circostanza. Il padre di Martina, sentita la sentenza di assoluzione degli imputati, ha detto "non c'è più la giustizia". È difficile, in certi momenti, ricordare che la giustizia degli uomini coincide con la condanna solo se i colpevoli sono giudicati tali oltre ogni ragionevole dubbio, se no, quando i giudici non raggiungono la convinzione e la prova della colpevolezza degli accusati, coincide con l'assoluzione.
Istintivamente ce ne dimentichiamo; lo fanno tanti, anche politici e magistrati. Siamo inclini a identificare la giustizia con la condanna degli imputati e non ci rendiamo conto che, se l'azione giudiziaria è cresciuta nei secoli in civiltà giuridica e umana, è proprio perché, oltre a condannare, ha preso anche ad assolvere.
Uno straordinario progresso culturale e civile ha indotto, solo da due o tre secoli in qua (e non ovunque), a inserire nei doveri della giustizia anche l'assoluzione, non solo dell'innocente (come ovvio), ma persino del colpevole di cui non è evidente o comprovata la colpa. Per millenni, fin quasi a ieri, in certi paesi ancora oggi, chi arrivava davanti a un giudice era condannato. Poteva essere perdonato, ma non assolto. La civiltà del diritto moderno, quella nata dopo Beccaria, ha cambiato e quasi capovolto questa regola non scritta e l'assoluzione nel dubbio è diventata oggi un cardine del giudizio penale, non meno della condanna del colpevole.
È vero che un'interpretazione e un'applicazione puramente formaliste e cavillose della legge hanno a volte portato ad assolvere imputati assai sospetti, con gran discredito di giudici e giustizia, che debbono rispettare le forme ma non tradire lo spirito delle leggi. Tuttavia l'assoluzione in caso di dubbio resta uno dei più nobili gesti della giustizia legale. Hanno mille ragioni i genitori di Martina a dubitare degli imputati al processo di Firenze, tanto più che, senza l'intervento di qualcuno, si dovrebbe supporre che una ragazza serena e festosa come loro figlia si sia improvvisamente e inspiegabilmente buttata dalla finestra.
Ma la giustizia degli uomini può condannare solo quelli che ritiene non solo altamente sospettabili, ma anche colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio, perché, se ne resta uno, ha il dovere di assolvere. Il principio che è meglio mandare assolto un colpevole che condannare un innocente è ormai scritto nelle tavole del diritto e parifica di fatto all'innocente l'imputato di cui non è ben dimostrata la colpa.
Oggi non si dà neppure più, nel dispositivo delle sentenze, l'assoluzione per insufficienza di prove, neanche se questa è la motivazione del proscioglimento. La giustizia umana ha imparato che la verità processuale non è, purtroppo, quella storica, e proprio per questo esige quasi una certezza nei giudici per autorizzarli a una condanna e fa del dubbio un principio così sacrosanto che si è organizzata per rivedere uno stesso giudizio in più gradi.
È un acquisto in civiltà di cui non misuriamo, forse, il bene prezioso. Eppure la credibilità e l'autorevolezza della giustizia odierna stanno proprio nell'ampio spazio del dubbio, nel dovere dell'assoluzione quando non è assolutamente (o quasi) certo il reato o il colpevole. Del resto, la povera vittima di un omicidio sarebbe forse, per altro minimamente e vanamente, risarcita dalla condanna dei suoi assassini.
Ma che bene ne potrebbe avere se i condannati fossero innocenti o non del tutto accertata la loro colpa? Sarebbe più onorata da una giustizia che, nonostante il dubbio, condanna o da una che, nel dubbio, assolve?
Il Sole 24 Ore, 15 giugno 2020
Delitti contro l'inviolabilità dei segreti - Rivelazione di segreti industriali - Bene giuridico tutelato - Know how aziendale - Riconducibilità del know how aziendale. È nell'art. 623 del codice penale, il cui bene giuridico protetto è individuato nell'interesse alla non divulgazione di notizie attinenti ai metodi che caratterizzano la struttura industriale, che si rinviene la tutela penale del know how aziendale, per tale intendendosi quel patrimonio cognitivo e organizzativo necessario per la costruzione, l'esercizio, la manutenzione di un apparato industriale.
Con tale espressione ci si riferisce sostanzialmente a una tecnica, una prassi o una informazione e, in via sintetica, all'intero patrimonio di conoscenze di un'impresa, frutto di esperienze e di ricerca accumulatesi negli anni, capace di assicurare all'impresa stessa un vantaggio competitivo e quindi un'aspettativa di maggior profitto economico. [Nel caso di specie, si è ritenuto applicabile l'art. 623 c.p. nei confronti di un gruppo di lavoratori che, dopo aver lavorato in una grande azienda meccanica avevano creato una loro azienda in concorrenza con la vecchia impresa realizzando apparecchiature elettroniche con caratteristiche simili].
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 4 giugno 2020 n. 16975.
Reati informatici - Accesso abusivo a un sistema informatico - Tutela delle informazioni riservate in ambito industriale - Rivelazione di segreti scientifici o industriali. In tema di rivelazione di segreti scientifici o industriali (articolo 623 c.p.), il concetto di notizia destinata al segreto va elaborato, sotto l'aspetto soggettivo, con riferimento all'avente diritto al mantenimento del segreto stesso (il titolare dell'azienda) e, sotto l'aspetto oggettivo, all'interesse a che non vengano divulgate notizie attinenti ai metodi (di progettazione, produzione e messa a punto dei beni prodotti) che caratterizzano la struttura industriale e, pertanto, il cosiddetto know-how, vale a dire quel patrimonio cognitivo ed organizzativo necessario per la costruzione, l'esercizio, la manutenzione di un apparato industriale; ne consegue che oggetto della tutela penale del reato in questione deve ritenersi il segreto industriale in senso lato, intendendosi per tale quell'insieme di conoscenze riservate e di particolari modus operandi in grado di garantire la riduzione al minimo degli errori di progettazione e realizzazione e dunque la compressione dei tempi di produzione.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 25 ottobre 2018 n. 48895.
Reati contro la persona - Delitti contro la libertà individuale - Rivelazione di segreti scientifici o industriali - Acquisizione unitaria di una pluralità di informazioni con diverso contenuto - Natura di atto preparatorio - Successive condotte di rivelazione o impiego delle notizie acquisite - Rilevanza - Pluralità di reati - Sussistenza. In tema di rivelazione di segreti scientifici o industriali, l'unitaria acquisizione di una pluralità di informazioni con diverso contenuto - quali i processi industriali, le caratteristiche dei prodotti e le specifiche politiche commerciali - costituisce un atto meramente preparatorio rispetto al quale le successive condotte di rivelazione o di impiego di siffatte notizie rappresentano il momento consumativo di una pluralità di reati, eventualmente unificati dall'unitaria determinazione criminosa, ai sensi dell'art. 81 cod. pen.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 12 luglio 2016 n. 29205.
Reati contro la persona - Delitti contro la libertà individuale - Rivelazione di segreti scientifici o industriali - Sussistenza dei presupposti per la brevettabilità della scoperta o della applicazione rivelata - Necessità ai fini della configurabilità del reato - Esclusione. In tema di delitti contro la inviolabilità dei segreti, non costituisce condizione, ai fini della configurabilità del reato di rivelazione di segreti industriali - che ha per oggetto la tutela penale del patrimonio cognitivo e organizzativo necessario per la costruzione, l'esercizio e la manutenzione di un apparato industriale - la sussistenza dei presupposti per la brevettabilità, ex art. 2585 c.c., della scoperta o dell'applicazione rivelata.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 26 marzo 2010 n. 11965.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 15 giugno 2020
Cassazione - Sezione I penale - Sentenza 12 febbraio 2020 n. 5552. L'obbligo per l'imputato di notificare alla persona offesa l'istanza di revoca o di sostituzione delle misure cautelari coercitive applicate nei procedimenti per reati commessi con violenza alla persona, non sussiste in caso di difetto di una nomina di difensore da parte della persona offesa ovvero in difetto di dichiarazione o elezione di domicilio della stessa persona offesa. In sostanza, secondo la Cassazione (sentenza 5552/2020), nei procedimenti per reati commessi con violenza alla persona, l'inammissibilità dell'istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare coercitiva in atto per omessa notifica alla parte presuppone che quest'ultima sia "notiziabile", ovvero abbia nominato un difensore oppure dichiarato o eletto domicilio, e che tali dati siano rilevabili dagli atti accessibili all'istante.
Questa conclusione, secondo la Corte, non solo risulta palese dalla formulazione letterale della norma ma si spiega anche per ragioni di ordine logico e sistematico, ove si consideri che l'onere dell'avviso condiziona la procedibilità delle istanze de libertate e quindi - in concreto - l'esercizio del diritto di difesa da parte dell'indagato o dell'imputato e l'interesse di costoro a non vedere ingiustificatamente negato o sospeso l'esame delle loro richieste in una materia così delicata quale quella della libertà personale.
Appare allora evidente - secondo il ragionamento del giudice di legittimità - che tale situazione comporta necessariamente il contemperamento di due diversi ordini di beni tutelati e costituzionalmente rilevanti: da un lato i diritti di libertà e di difesa delle persone indagate o imputate e dall'altro i diritti di tutela della vita privata, dell'incolumità personale e dell'esercizio delle proprie facoltà delle persone offese dal reato.
Tale contemperamento risulta raggiunto ove la vittima del reato abbia provveduto agli adempimenti previsti dal citato articolo 299, comma 3, del Cpp; in tali ipotesi, infatti, la parte offesa mostra quell'interesse a conoscere le vicende processuali di colui che ha esercitato e può continuare a esercitare violenza nei suoi confronti e al contempo mette l'indagato o l'imputato nelle condizioni di effettuare celermente le notifiche necessarie a consentire la definizione del procedimento incidentale de libertate che lo riguarda.
La Corte, nell'aderire a un orientamento già presente nella giurisprudenza di legittimità (per tutte, sezione II, 3 maggio 2017, A.), prende consapevolmente le distanze dall'opposto orientamento secondo il quale, invece, l'istanza avrebbe dovuto essere comunque notificata alla persona offesa, anche in assenza di nomina di difensore ovvero di assenza di dichiarazione/elezione di domicilio (cfr. sezione VI, 14 novembre 2017, A.). Sulla tematica, cfr. anche sezione II, 15 aprile 2016, A., laddove si è affermato che, nel caso di procedimento penale in fase di indagine, in cui l'istante non abbia potuto notiziare la persona offesa dell'istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare per non essere stati ancora depositati gli atti dai quali potere desumere i dati della persona offesa (nomina del difensore o dichiarazione o elezione di domicilio), non potrà che essere lo stesso giudicante, adito in sede di istanza, nell'ipotesi di omessa notifica della stessa a parte offesa notiziabile, a verificare se detta omissione possa ritenersi colpevole o meno, ossia se il dato di ricerca potesse essere ricavato dagli atti accessibili alla parte o meno, e solo nel primo caso il giudicante dovrà dichiarare l'inammissibilità dell'istanza; mentre, nell'ipotesi in cui questa verifica comprovi l'esistenza di un'omissione del tutto incolpevole (o, comunque, scusabile), per essere la persona offesa non identificabile, l'istanza dovrà essere valutata nel merito per l'impossibilità di adempiere all'obbligo informativo.
edizionecaserta.net, 15 giugno 2020
Sono stati trasferiti in altre strutture penitenziarie campane (Avellino, Benevento e Ariano Irpino) i tre detenuti extracomunitari promotori della rivolta scoppiata ieri al carcere di Santa Maria Capua Vetere, che ha portato al ferimento di otto agenti della penitenziaria. I disordini sono avvenuti al reparto "Danubio", quello in cui sono reclusi, anche in isolamento, una cinquantina di detenuti cosiddetti "problematici" per l'ordinamento carcerario, che si sono resi responsabili cioè di intemperanze e violenze dietro le sbarre.
Uno dei tre, già nell'altro carcere casertano di Carinola, aveva in passato aggredito almeno cinque agenti, ed era così stato trasferito alla struttura di Santa Maria Capua Vetere. "Il problema è che nel reparto Danubio - dice un agente in servizio al carcere che non vuole essere citato - sono arrivati anche i promotori delle rivolte scoppiate in altri penitenziari, tra cui Foggia e Rieti, durante il periodo più critico dell'emergenza Coronavirus; teste molto calde che in un primo momento erano state tenute in diversi reparti del carcere, poi sono state portate al Danubio, in isolamento, perché davano problemi. Mettere cinquanta teste calde tutte insieme non è mai una buona idea, e a farne le spese siamo stati noi poliziotti penitenziari". Sono un centinaio gli agenti in servizio al carcere casertano, tra questi anche qualcuno dei 57 indagati per i presunti pestaggi di detenuti avvenuti il 6 aprile scorso, che si sono messi in malattia a causa dello stress provocato da una situazione che, nel carcere di Santa Maria, "è ormai diventata insostenibile".
Così già ieri sera sono arrivate le nuove unità di rinforzo promesse dai vertici del Dap, ovvero quasi un centinaio di agenti del Gom (Gruppo Operativo Mobile) che garantiranno il funzionamento della struttura. Ieri i vertici nazionali del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il capo Bernardo Petralia e il vice Roberto Tartaglia, sono venuti a far visita al carcere, per manifestare la loro vicinanza agli agenti; hanno incontrato anche il poliziotto che durante la rivolta ha riportato le lesioni più importanti. Intanto è ormai stata ricostruita la dinamica della rivolta, scandita da due momenti: il primo nella tarda serata di venerdì, quando due extracomunitari hanno aggredito con violenza i sei agenti che li trasportavano in infermeria, dopo che uno dei due aveva dato fuoco ad una cella.
Ieri mattina invece gli altri detenuti dello stesso reparto, mentre stavano facendo il passeggio (dalle 9 alle 12) hanno aggredito gli agenti presenti, che sono riusciti, grazie ad altri colleghi, ad uscire dal reparto, che è rimasto nelle mani dei detenuti per qualche ora, fin quando non sono arrivati magistrati della Procura (Aggiunto Alessandro Milita) e del Tribunale di Sorveglianza (Marco Puglia) e i vertici del Dap, che hanno mediato con i detenuti convincendoli nel primo pomeriggio a rientrare nelle celle. Nel frattempo i poliziotti si sono rifiutati di entrare nel reparto per paura di una nuova incriminazione, dopo quelle per i reati di tortura e abuso di potere ricevuta giovedì 11 giugno.
"Apprezziamo che i vertici del Dap - dice il segretario regionale dell'Unione sindacati polizia penitenziaria, Ciro Auricchio - siano intervenuti a supporto delle criticità della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, anche sul fronte dell'organico. Aspettiamo però ancora le scuse da parte dell'Arma dei Carabinieri per la mortificazione subita con le operazioni di identificazione dei nostri agenti eseguite davanti all'ingresso del carcere, mentre erano presenti i familiari dei detenuti che andavano al colloquio".
Ristretti Orizzonti, 15 giugno 2020
Gli esponenti dell'associazione Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem Rita Bernardini, Sergio d'Elia ed Elisabetta Zamparutti su quanto sta accadendo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, hanno dichiarato quanto segue: "Le notizie che giungono da questo carcere dimostrano che quando c'è strage di legalità, lì c'è strage di popoli. Avevamo ricevuto segnalazioni su presunti pestaggi e avevamo invitato a sporgere denuncia, consigliando i detenuti di farsi refertare.
Consapevoli come siamo della posizione di fragilità in cui versano quei detenuti che adiscono le vie legali avevamo informato i Garanti delle persone private della libertà personale. Anche alla luce dei fatti accaduti oggi, si vede come il carcere continui ad essere un luogo di estrema marginalità e di abbandono.
E questo vale rispetto a tutta la comunità penitenziaria fatta di detenuti e di detenenti per usare parole di Marco Pannella. Invece proprio lì ci deve essere il maggior impegno da parte dello Stato affinché manifesti tutta la sua forza con l'affermazione dello Stato di Diritto. Inoltre, la chiusura del carcere alla comunità esterna, per via dell'emergenza sanitaria, rischia di alimentare violenza, in assenza di trasparenza. Per questo auspichiamo una tempestiva riapertura degli istituti penitenziari alla comunità esterna e agli organismi di monitoraggio".
di Giuseppe Cozzolino
napoli.fanpage.it, 15 giugno 2020
Sono stati trasferiti in altre carceri della Campania i tre detenuti accusati di essere i responsabili della rivolta avvenuta a Santa Maria Capua Vetere, terminata con otto poliziotti feriti. In arrivo nuovi agenti per sopperire alle carenze d'organico. Il parlamentare Rosato: "Sembrava un film americano".
Sono stati trasferiti tre dei detenuti considerati i "promotori" della rivolta scoppiata ieri nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, nel Casertano, costata il ferimento di otto agenti della polizia penitenziaria. I tre sono stati portati nelle carceri di Avellino, Benevento ed Ariano Irpino, e sono tutti e tre detenuti di origine extracomunitaria.
Facevano parte del reparto "Danubio" del carcere di Santa Maria Capua Vetere di Caserta, il reparto dove ci sono i detenuti considerati "problematici" proprio per l'ordinamento carcerario. Uno dei tre trasferiti, e responsabile della rivolta dell'altro giorno, è risultato poi essere stato protagonisti anche di altri episodi nel carcere di Carinola, dove aveva aggredito cinque agenti, per essere poi trasferito proprio a Santa Maria Capua Vetere.
La dinamica della rivolta - Due le fasi in cui si è articolata la vicenda: la prima nella tarda serata di venerdì, quando due detenuti di origine extracomunitaria hanno aggredito sei agenti che li stavano accompagnando in infermeria dopo che uno dei due aveva dato fuoco ad una cella.
Nella mattinata di sabato, invece, durante il passeggio (dalle 9 alle 12), hanno aggredito gli agenti presenti. Questi sono riusciti però ad uscire dal reparto, chiudendo di fatto i detenuti all'interno ed evitando che il tutto degenerasse. Reparto che così per qualche ora è stato "occupato" dai detenuti, fin quando dopo una trattativa questi sono rientrati nelle loro celle. Da segnalare anche che alcuni poliziotti si sono rifiutati di entrare nel reparto dopo l'accusa di tortura e abuso di potere per i quali erano stati incriminati giovedì scorso.
Rosato: "Scene da film americano" - La rivolta nel carcere casertano è stata commentata da Ettore Rosato, vicepresidente della Camera dei Deputati e Presidente di Italia Viva, che nelle scorse ore era stato proprio a Napoli ed anche nello stesso carcere casertano. "Non è un film americano", ha commentato Rosato, "ma il carcere di Santa Maria Capua Vetere. Sono venuto a portare la mia solidarietà al personale della polizia penitenziaria, vittima spesso di queste aggressioni, dei vuoti di organico e della disorganizzazione del sistema carcerario", ha aggiunto Rosato.
Arrivano nuovi agenti nel carcere casertano - Uno degli agenti feriti, quello nelle condizioni più gravi rispetto agli altri, è stato intanto dimesso dall'ospedale. Nel pomeriggio c'era stata anche la visita nel nosocomio di Caserta da parte di Bernardo Petralia, capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, e del suo vice, Roberto Tartaglia. Intanto, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, sono già in arrivo nuovi agenti, mentre non si placano le polemiche da parte dei sindacati. "Apprezziamo che i vertici del Dap siano intervenuti a supporto delle criticità della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, anche sul fronte dell'organico", ha spiegato il segretario regionale dell'Unione Sindacati Polizia Penitenziaria, Ciro Auricchio, "ma ora aspettiamo le scuse da parte dell'Arma dei Carabinieri per la mortificazione subita con le operazioni di identificazione dei nostri agenti eseguite davanti all'ingresso del carcere, mentre erano presenti i familiari dei detenuti che andavano al colloquio".
di Angela Grassi
La Prealpina, 15 giugno 2020
I detenuti sono 90 in meno rispetto ai tempi pre Covid, eppure le forze dell'ordine devono accompagnare i "nuovi ingressi" in altre strutture. A Busto Arsizio non c'è posto. Non perché manchino letti, ma perché ora occorrono celle per la quarantena preventiva di due settimane. E questo ruba spazi, che già non abbondano. Ora in via Per Cassano ci sono 348 detenuti, numeri bassi rispetto alla media abituale. Una ventina di celle sono dedicate a chi viene arrestato e finisce qui direttamente.
"L'isolamento precauzionale dura 14 giorni - spiega Rossella Panaro, comandante della polizia penitenziaria - È capitato di non poter accettare nuovi detenuti, perché i posti dedicati alla quarantena fossero pieni. I problemi logistici esistono, ma prima di collocarli accanto a chi è in carcere da mesi dobbiamo accertarci che i nuovi non siano malati. A breve riprenderanno anche i permessi premio: al rientro in struttura, anche per chi uscirà ci saranno forme di tutela dal punto di vista sanitario. Si torna e si resta isolati per un po', nel rispetto delle direttive regionali.
Succede qui come a Varese o a Como". L'area trattamentale si sta organizzando per questo con la direzione. Proteggere tutti è importante. Chi è recluso da tempo è isolato dal mondo e chi arriva da fuori può rappresentare un pericolo per questa "comunità protetta". "A tutti abbiamo dato le mascherine, devono usarle quando si spostano, in particolare nei momenti di aggregazione con altri - dice Panaro - Il che significa praticamente sempre, perché le porte delle celle di giorno sono aperte. Anche in cella dovrebbero tenere le protezioni".
Il direttore Orazio Sorrentini conferma le difficoltà: "Dobbiamo rispettare con rigore totale regole che non sono state dettate in maniera chiarissima. La direzione regionale ha dettato soltanto indicazioni operative tra le quali il trattamento dei cosiddetti "nuovi giunti", che occupa uno spazio ridotto. Si deve pensare anche a operatori sanitari e poliziotti.
L'isolamento vale per chi viene arrestato, per chi viene trasferito, per chi è stato in ospedale. Avere un detenuto per cella riduce di molto la capienza. E poi non possono prendere aria, né parlare con l'avvocato, dovremmo avere un cortile per ciascuno e 15 giorni sono lunghi perché il flusso è continuo".
Dai guai del sovraffollamento a quelli dell'isolamento, dunque. "Viviamo quanto vivevano negli ospedali cercando spazi per malati Covid. Mancano le stanze. Se ogni nuovo arrivato deve stare 15 giorni in una cella da solo, in un reparto "senza accessi promiscui", non è facile", dice Sorrentini. Due giorni fa un confronto con il direttore sanitario dell'Asst Valle Olona Paola Giuliani ha almeno permesso di definire regole sugli spostamenti per visite mediche: "È stato un confronto franco e diretto. Se il detenuto arriva in pronto soccorso, d'accordo. Ma se va per una visita programmata, non serve la quarantena. Vale per qualsiasi cittadino, deve valere anche per i reclusi".
Dal carcere, intanto, arriva una bella novità. Il cappellano don David Maria Riboldi ha avviato con la falegnameria interna la produzione di crocifissi da parete dalla forma particolare: "La croce si incastra in un cuore a metà, l'altra metà vive nelle famiglie dei detenuti. Rappresenta anche il fatto che il male può entrare nella vita, ma vi entra anche la luce della croce di Gesù - spiega - Sono in abete e noce o in abete e iroco, un legno africano, abbiamo centinaia di prenotazioni. Ora le croci sono già in tutta Italia, dal Milanese a Siracusa. Amici preti le comprano per gli oratori o per regalarne. Il cappellano della base di Grazzanise, nel Casertano, ne ha regalate sette ad altrettanti militari dell'aeronautica partiti per l'Islanda: le croci di Busto sono volate al Nord".
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 15 giugno 2020
È possibile che il vero significato politico degli Stati generali sia quello di far sapere che il governo Conte è pronto a dare qualcosa a tutte o quasi tutte le categorie esistenti. Non sappiamo se la televisione di Stato riuscirà a compensare o a neutralizzare, presso l'opinione pubblica, il giudizio prevalentemente negativo che sugli Stati generali hanno dato sia la stampa che i social.
Ma forse non basta considerare questa iniziativa del governo Conte come una pura operazione mediatica. Forse c'è qualcosa di più. Forse bisogna distinguere la cornice dal quadro o la pelle del frutto dalla polpa. Cornice o pelle sono in questo caso rappresentati dalla sfilata delle autorità e personaggi illustri, esperti di chiara fama, eccetera, che si avvicenderanno ai microfoni di villa Pamphilj. Il quadro o la polpa potrebbero essere invece un'altra cosa, ossia un messaggio inviato alle categorie professionali del Paese: impiegati pubblici, artigiani, professionisti, insegnanti, magistrati, imprenditori dell'industria e dei servizi, eccetera. Insomma, è possibile che il vero significato politico degli Stati generali sia quello di "attivare" l'Italia corporativa, di far sapere che il governo è pronto a dare qualcosa a tutte o quasi tutte le categorie esistenti. Forse gli interventi che davvero conteranno non saranno quelli degli illustri personaggi di cui sopra ma quelli dei rappresentanti delle categorie/corporazioni.
Da più parti si invoca un "piano" del governo per lo sviluppo. Si dice: basta con confusione e improvvisazioni, è ora che il governo dimostri di essere capace di sfruttare l'emergenza per prendere di petto gli storici mali del Paese.
Il governo - si dice - deve usare la finestra di opportunità che si è aperta per riformare (nientepopodimeno che) la pubblica amministrazione e la giustizia (persino), rimettere in moto l'Italia delle infrastrutture, rimuovere gli ostacoli che impediscono un rapido ed efficace (di tipo tedesco) impiego dei soldi pubblici, ristrutturare la sanità, investire in istruzione (in capitale umano). Insomma, si chiede al governo di fare quello che (apparentemente) è il suo mestiere: darsi delle priorità, decidere, colpire gli interessi, grandi e piccoli, che, da tanto tempo, funzionano come un "tappo" che blocca e comprime le forze vitali del Paese. Lodevoli propositi, rispettabilissime richieste. Ma esse si scontrano con il fatto che un governo capace di fare le suddette cose non c'è. Ciò vale per il governo Conte come per qualsiasi altro governo.
Non si considera che l'Italia è una Repubblica fondata non sul lavoro ma sul potere di veto. C'è sempre stata coerenza o sintonia fra l'esigenza di certe categorie professionali (per esempio, impiegati e funzionari pubblici) di non subire interventi del governo lesivi dei loro interessi e un assetto istituzionale fondato sulla dispersione anziché sulla concentrazione del potere di governo. Un tale assetto assicura la presenza di un gran numero di poteri di veto, assicura che qualunque iniziativa del governo potenzialmente lesiva degli interessi di categorie professionali dotate di una qualche rilevanza si scontrerà (dentro e fuori l'amministrazione, dentro e fuori il Parlamento, dentro e fuori la magistrature amministrativa e ordinaria) con veti diffusi ed efficaci e, quasi certamente, ne uscirà sconfitta.
Nel duello fra "l'Italia della decisione" e "l'Italia dei veti" (dell'immobilismo assicurato dalla forza e dal numero dei poteri di veto), la seconda Italia è, da tanto tempo, molto più forte della prima. Non è un caso che tutte le volte che si è cercato di rafforzare l'Italia della decisione tramite riforme costituzionali, l'Italia dei veti sia riuscita a sconfiggere tali tentativi. Da ultimo è accaduto con il referendum costituzionale del 2016 (la riforma Renzi). L'Italia dei veti capì benissimo quale fosse il "succo" della riforma: dare più potere al governo ridimensionando almeno in parte quantità e vitalità dei poteri di veto. Capì, si mobilitò e vinse.
Detto per inciso: così come si dice che il capolavoro del diavolo consista nel far credere agli umani che esso non esista, il capolavoro dell'Italia dei veti è stato quello di convincere la maggioranza dei giovani italiani che l'immobilismo convenisse anche a loro. È vero che in un Paese demograficamente in declino i giovani contano sempre meno. Ma è pur vero che è proprio la generazione più giovane (la più danneggiata dai "tappi" che bloccano lo sviluppo) quella che avrebbe il massimo interesse a schierarsi dalla parte dell'Italia della decisione. E invece no. L'Italia dei veti è riuscita a spingere la generazione più giovane a schierarsi contro i propri stessi interessi, a scegliere masochisticamente l'immobilismo. Quelli fra i giovani che non ci stanno, per lo più, se ne vanno da un "Paese per vecchi".
Se si concorda con quanto sopra detto allora bisogna anche convenire sul fatto che, in queste condizioni, non si può chiedere a un governo di fare ciò esso non ha la capacità istituzionale e politica di fare: darsi un progetto coerente e avere la forza di applicarlo superando le inevitabili resistenze degli interessi danneggiati. Dove non c'è quasi un interesse che non possa attivare un potere di veto a propria difesa, i governi, per lo più, non si distinguono per le loro maggiori o minori capacità riformatrici. Si distinguono soprattutto per il fatto di avere rapporti privilegiati con differenti categorie professionali e con le loro strutture di rappresentanza.
Qui non vige il principio "Non disturbate il manovratore". Qui vige il principio "Il manovratore non si permetta di disturbare i passeggeri qualunque cosa essi facciano". Se si adotta questa prospettiva si arriva a comprendere che forse quella degli Stati generali è un'idea brillante. Il governo userà l'attenzione mediatica sull'evento per annunciare qualche decisione (come, ad esempio, la sospensione provvisoria della disciplina degli appalti) che avrebbe potuto prendere benissimo anche senza gli Stati generali. Con lo scopo di offrire al pubblico l'immagine di un Esecutivo "decisionista". Soprattutto, gli Stati generali rassicureranno le diverse categorie sul fatto che tutti, anche se ovviamente in modo assai ineguale, parteciperanno alla Grande Bouffe (Europa permettendo), potranno contare su una porzione, piccola o grande, delle risorse di cui il governo dispone.
di Ester Palma
Corriere della Sera, 15 giugno 2020
Nel giorno del Corpus domani, Francesco spiega: "L'Eucarestia guarisce la nostra memoria ferita e orfana e le nostre negatività. Non ha senso andare a messa e poi lamentarsi e criticare". "Seguo con grande apprensione e anche con dolore la drammatica situazione in Libia, molto presente nelle mie preghiere in questi giorni. Per favore, esorto gli organismi internazionali e quanti hanno responsabilità politiche e militari a rilanciare con convinzione e risolutezza la ricerca di un cammino verso la cessazione delle violenze, che porti alla pace, alla stabilità e all'unità del Paese e perché la comunità internazionale si occupi dei migranti".
Dopo la recita dell'Angelus nel giorno del Corpus Domini, papa Francesco lancia un appello forte e vibrante per la Libia, aggiungendo poi a braccio: "Tutti abbiamo responsabilità nessuno si può sentire dispensato". E ha invitato i fedeli in piazza: "Preghiamo per la Libia in silenzio tutti", ha continuato il Pontefice rivolgendosi ai fedeli in piazza San Pietro, osservando un minuto di silenzio.
Poco prima, nell'omelia della Messa in San Pietro, Francesco aveva detto: "In questa crisi serve una vicinanza reale, servono vere e proprie catene di solidarietà". E ha aggiunto: "L'Eucaristia spegne in noi la fame di cose e accende il desiderio di servire. Ci rialza dalla nostra comoda sedentarietà, ci ricorda che non siamo solo bocche da sfamare, ma siamo anche le sue mani per sfamare il prossimo. È urgente ora prenderci cura di chi ha fame di cibo e dignità, di chi non lavora e fatica ad andare avanti. E farlo in modo concreto, non lasciando solo chi ci sta vicino. Ecco la forza dell'Eucaristia, che ci trasforma in portatori di Dio: portatori di gioia, non di negatività". Nel giorno in cui la Chiesa celebra proprio l'Eucarestia, il Papa mette in guardia dalle lamentele e dal piangersi addosso.
"Possiamo chiederci, noi che andiamo a Messa, che cosa portiamo al mondo? Le nostre tristezze, le nostre amarezze o la gioia del Signore? Facciamo la Comunione e poi andiamo avanti a lamentarci, a criticare e a piangerci addosso? Ma questo non migliora nulla, mentre la gioia del Signore cambia la vita", riunitevi e come comunità, come popolo, come famiglia, celebrate l'Eucaristia per ricordarvi di me. Non possiamo farne a meno, è il memoriale di Dio. E guarisce la nostra memoria ferita. Guarisce anzitutto la nostra memoria orfana.
Noi viviamo un'epoca di tanta orfanezza. Guarisce la memoria orfana. Tanti hanno la memoria segnata da mancanze di affetto e da delusioni cocenti, ricevute da chi avrebbe dovuto dare amore e invece ha reso orfano il cuore. Si vorrebbe tornare indietro e cambiare il passato, ma non si può. Dio, però, può guarire queste ferite, immettendo nella nostra memoria un amore più grande: il suo. L'Eucaristia ci porta l'amore fedele del Padre, che risana la nostra orfanezza.
Ci dà l'amore di Gesù, che ha trasformato un sepolcro da punto di arrivo a punto di partenza e allo stesso modo può ribaltare le nostre vite. Ci infonde l'amore dello Spirito Santo, che consola, perché non lascia mai soli, e cura le ferite. Con l'Eucaristia il Signore guarisce anche la nostra memoria negativa, quella negatività che viene tante volte nel nostro cuore. Il Signore guarisce questa memoria negativa, che porta sempre a galla le cose che non vanno e ci lascia in testa la triste idea che non siamo buoni a nulla, che facciamo solo errori, che siamo "sbagliati". "Il Signore sa che il male e i peccati non sono la nostra identità; sono malattie, infezioni. E viene a curarle con l'Eucaristia, che contiene gli anticorpi per la nostra memoria malata di negatività". Così Papa Francesco nell'omelia della messa per il Corpus Domini.
"Con Gesù possiamo immunizzarci dalla tristezza", ha sottolineato il Pontefice. "Sempre avremo davanti agli occhi le nostre cadute, le fatiche, i problemi a casa e al lavoro, i sogni non realizzati. Ma il loro peso non ci schiaccerà perché, più in profondità, c'è Gesù che ci incoraggia col suo amore". E ha concluso a braccio: "Con l'Eucaristia il Signore guarisce la nostra memoria negativa, quella negatività che viene tante volte nel nostro cuore.
Il Signore guarisce questa negatività che porta sempre a galla le cose che non vanno e ci lascia in testa la triste idea che non siamo buoni a nulla, che facciamo solo errori, che siamo "sbagliati". Gesù viene a dirci che non è così, anzi è contento di farsi intimo a noi e, ogni volta che lo riceviamo, ci ricorda che siamo preziosi: siamo gli invitati attesi al suo banchetto, i commensali che desidera. E non solo perché Lui è generoso, ma perché è davvero innamorato di noi: vede e ama il bello e il buono che siamo".
Ansa.it, 15 giugno 2020
Tre agenti di Polizia penitenziaria sono accusati a Ferrara del reato di tortura per aver fatto spogliare e picchiato in cella un detenuto. Per loro la Procura ferrarese ha chiesto il rinvio a giudizio e l'udienza preliminare è fissata per il 9 luglio. La vittima, riportano i quotidiani locali, è in carcere per omicidio.
I fatti risalgono al 30 settembre, dopo di che l'uomo è stato trasferito a Reggio Emilia. Secondo il pm Isabella Cavallari, in occasione di una perquisizione, è stato oggetto di "trattamento inumano e degradante per la dignità della persona": è stato fatto denudare e inginocchiare e in quella posizione percosso, anche con un oggetto di metallo, quindi lasciato lì fino a quando non l'ha notato il medico del carcere. Due agenti sono accusati anche di falso e calunnia, per i rapporti sulla vicenda. Il detenuto ha avuto una prognosi di 15 giorni. Imputata anche un'infermiera del carcere, per false attestazioni.
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