La Repubblica, 16 giugno 2020
Richiesta di rinvio a giudizio per aver agito con "crudeltà e violenza grave". I tre agenti di polizia penitenziaria accusati del reato tortura ai danni di un detenuto, nel carcere di Ferrara avrebbero agito "con crudeltà e violenza grave" approfittando "della condizione di minorata difesa derivante dall'averlo ammanettato". È quanto contesta la Procura nella richiesta di rinvio a giudizio, firmata dal pm Isabella Cavallari. "Qui non c'è nessuno, comandante e ispettore sono solo io".
Le parole sarebbero state di uno dei tre agenti della Penitenziaria accusati a Ferrara di aver torturato un detenuto, facendolo spogliare e picchiandolo. La frase, riportata nella richiesta di rinvio a giudizio, secondo la Procura sarebbe stata pronunciata da uno dei tre, un sovrintendente, dopo che la vittima, da lui colpita ripetutamente anche con un oggetto di ferro, aveva invocato il comandante di reparto del carcere.
A quel punto sarebbe entrato nella cella il secondo agente, un assistente capo, dicendo: "Ora tocca a me". Anche lui quindi avrebbe iniziato a picchiare e insultare il detenuto, seguito dal terzo agente, che ha fatto anche da palo. Secondo quanto ricostruito dall'accusa, il sovrintendente e due assistenti capo della Penitenziaria, difesi dagli avvocati Alberto Bova e Giampaolo Remondi, si sarebbero infatti alternati nel fare da palo nel corridoio, in occasione di una perquisizione eseguita arbitrariamente dentro la cella dove si trovava recluso in isolamento il detenuto, 25 anni.
Prima il sovrintendente, dopo avergli fatto togliere maglia e canottiera, lo avrebbe fatto inginocchiare, quindi colpito con calci allo stomaco. Poi gli avrebbe fatto togliere scarpe e calzini, lo avrebbe ammanettato continuando a colpirlo su stomaco, spalle e volto e poi anche con un ferro di battitura. A quel punto la vittima avrebbe reagito, con una testata, rompendo gli occhiali all'agente, che lo ha minacciato e lo ha colpito ancora, fino a spaccargli un dente. Il detenuto allora ha chiesto aiuto, ma l'agente lo avrebbe minacciato alla gola con un coltello rudimentale, passatogli da un collega.
Finite le percosse dei tre, la vittima è stata lasciata ammanettata fino a quando non è stata notata dal medico del carcere, durante il giro tra le sezioni. Gli indagati rispondono anche di lesioni e a vario titolo di falso e calunnia, per aver scritto nei rapporti, in sostanza, che il detenuto si era opposto alla perquisizione e li aveva aggrediti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 giugno 2020
Documento del Garante regionale e di quelli di Avellino e di Napoli. Si è evidenziata la carenza di psichiatri, una ripresa dell'attività per educatori, psicologi e volontari e lo scarso utilizzo del lavoro esterno.
Mentre non finiscono le polemiche per gli avvisi di garanzia nei confronti di decine di agenti penitenziari del carcere di Santa Maria Capua Vetere finiti sotto indagine per i presunti pestaggi, oltre all'ennesima rivolta - poi rientrata e finita con i trasferimenti - dei detenuti di quel carcere, c'è stato un tavolo di confronto tra il garante regionale Samuele Ciambriello, il garante della provincia di Avelino Carlo Mele e quello locale di Napoli Pietro Ioia.
Al termine di questo incontro è stato redatto il seguente documento, dal quale sono emersi diversi punti critici. Pur comprendendo la difficoltà a stabilire, anche a seguito dell'emergenza Covid19, un contatto organico con l'Ufficio di Sorveglianza è evidente una forte criticità, che si manifesta ovvero la carenza di psichiatri all'interno degli istituti di pena.
Si è rilevato che con l'aumento di trattazione dei numeri dei processi penali e il conseguente accesso dei testimoni, impedire agli avvocati di accedere alle cancellerie degli uffici di sorveglianza continua a rappresentare una "paralisi" dell'attività giudiziaria, ed in particolare di tutta l'attività connessa alla fase esecutiva.
Così come la decisione di non consentire una ripresa all'interno degli Istituti penitenziari, del personale specializzato (educatori, psicologi, volontari etc.) non garantisce una effettiva ripresa dell'attività propedeutica per la valutazione dei presupposti necessari per la corretta trattazione delle udienze dinanzi al Tribunale di Sorveglianza e/ o il Magistrato di Sorveglianza.
I Garanti hanno anche espresso la necessità di fare il punto sull'ormai cronica penuria delle figure professionali in ambito trattamentale nella direzione di un loro potenziamento (basti pensare che allo stato, su oltre settemila detenuti vi sono circa 65 Fgp (Funzionari Giuridico Pedagogici) sugli Istituti penitenziari per gli adulti. Anche il lavoro esterno è carente.
Nello specifico è emerso, da parte di tutti i convenuti, il potenziale di sviluppo di questo tipo di misura alternativo al carcere che in Campania è scarsamente utilizzato (solo 133 persone su una popolazione di 7872 detenuti presta servizio in imprese o in cooperative esterne agli Istituti di pena). Per quanto attiene il cosiddetto lavoro di pubblica utilità sono state registrate numerose richieste da parte di svariate amministrazioni a cui non sfugge di certo la ricaduta positiva nei diversi territori.
Al riguardo è stato rilevato che spesso le Amministrazioni pubbliche, pur essendo fortemente interessate all'utilizzo di questo strumento legislativo (lavori di pubblica utilità), lamentano una scarsità di risorse finanziarie anche solo per coprire la modesta somma (poche centinaia di euro) che serve ad assicurare i soggetti detenuti coinvolti nei lavori esterni al carcere.
Tutti i presenti, Ciambriello, Ioia e Mele si sono dichiarati a favore della permanenza dei dispositivi tecnologici (pc tablet per skype e WhatsApp) utilizzati durante il periodo di sospensione dei colloqui dettato dall'emergenza Covid, ritenendo quest'ultimi un importante strumento di comunicazione non solo nei confronti dei propri familiari, ma anche e soprattutto rispetto all'utilizzo didattico, formativo. Fattori, quest'ultimi che vanno a rinforzare il trattamento di risocializzazione della persona ristretta.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 16 giugno 2020
Un detenuto nel padiglione Milano, nel carcere di Poggioreale, è risultato positivo alla scabbia e ora si trova in isolamento. Alla luce di questo episodio, il Riformista ha approfondito il tema della sanità negli istituti penitenziari della Campania nei quali risultano in aumento le malattie cardiovascolari e soprattutto i disturbi della personalità che affliggono circa il 65% dei detenuti. Nonostante ciò e a dispetto dell'emergenza-Covid che le ha investite, nelle carceri della Campania scarseggia il personale medico e infermieristico che, tra il 2018 e il 2019, si è ridotto addirittura del 23%.
In altri termini, quasi un medico o infermiere su quattro ha dato forfait evidenziando così le già chiare carenze sotto il profilo dell'organico sanitario: come si fa a garantire il diritto alla salute di circa 7mila detenuti quando si può contare sulle forze di meno di 350 unità di personale medico e infermieristico? A complicare il tutto ci pensa il fatto che molti medici sono assunti con contratto a tempo determinato: di qui il continuo turn-over che allunga i tempi di presa in carico dei pazienti detenuti.
Sul punto il Riformista, oltre a evidenziare la necessità di assumere personale sanitario, ha raccolto il parere dell'esperto Francesco Ceraudo traendo una serie di spunti di riflessione e di proposte utili. A cominciare da quella sul passaggio di competenze dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale: "Bisogna attuare la riforma del 2008 - dice Ceraudo - garantendo medici e infermieri negli istituti di pena, oltre che farmaci salvavita e quanto occorre per assicurare il diritto alla salute dei detenuti".
di Rita Bernardini
Il Riformista, 16 giugno 2020
L'inchiesta sulla Polizia penitenziaria, le rivolte, la politica. Matteo Salvini è andato a dare manforte alle decine di agenti di polizia penitenziaria raggiunti da un avviso di garanzia per i presunti pestaggi avvenuti il 5 aprile scorso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Immediatamente gli ha fatto eco Giorgia Meloni gridando al vergognoso affronto nei confronti degli agenti. Insomma, la sostanza è questa: o ti schieri con le "guardie" o ti schieri con i "ladri", altre posizioni non possono essere prese in considerazione. A fronte di decine di denunce presentate da detenuti, garanti e associazioni, e in un Paese ove vige l'obbligatorietà dell'azione penale, secondo la coppia Salvini & Meloni la Procura avrebbe dovuto infischiarsene.
Salvini e Meloni sono del resto coerenti con il loro credo politico tanto che avevano votato contro l'introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura, avvenuta nel 2017 a 33 anni di distanza dalla ratifica da parte del nostro Paese della relativa Convenzione Onu.
Responsabili del clamoroso ritardo, quindi (è giusto non addossare la colpa ad una sola parte), sono stati tanto i governi di centro-destra, tanto quelli di centro-sinistra. Sono peraltro convinta che il duo in questione non faccia un buon servigio nemmeno alla causa degli agenti perché se ci sono - e ci sono - alcuni di loro adusi a violare la legge con le maniere forti (un'infima minoranza), la stragrande maggioranza dei componenti del corpo è sicuramente sana.
Isolare i violenti è fondamentale per l'onorabilità e la credibilità del corpo. Non ostacolare le indagini in corso dovrebbe essere l'opera di tutti, altro che salire sui tetri del carcere come hanno fatto alcuni poliziotti rivoltosi (è il caso di dirlo!) ai quali era stato notificato l'avviso delle indagini in corso!
Le strumentalizzazioni alla Salvini è molto probabile che portino voti, ma ritengo che vadano a detrimento della professionalità del corpo degli agenti penitenziari perché se è vero che il loro compito è quello di mantenere l'ordine e la sicurezza è vero anche che la loro funzione è determinante per cercare di attuare il principio costituzionale della rieducazione.
Quanti ne ho conosciuti di agenti capaci di mettere in piedi l'organizzazione di lavorazioni, eventi o corsi in cui i detenuti possono dedicarsi ad un'attività che li salvi dall'alienazione della vita carceraria fatta esclusivamente di cella e ora d'aria! E quanti di loro riescono a stare vicini ai detenuti nei momenti di scoramento, quando per esempio sono preoccupati e ansiosi per qualche evento spiacevole che ha riguardato figli o loro parenti stretti.
Perché se c'è una figura professionale che è sempre presente è proprio quella degli agenti: in alcune carceri trovare educatori, psicologi e, spesso, anche direttori o un medico o un infermiere, è impresa impossibile e questo per scelte dissennate dell'Amministrazione centrale e del Ministero della giustizia in generale.
Sugli eventi di quei giorni tra il 5 e il 6 aprile ho personalmente ricevuto una lettera, fra le tante, che mi ha particolarmente colpito. Scrive un detenuto a sua moglie "Caro amore mio, oggi è 18 aprile e ti scrivo per dirti che non sto molto bene e non so nemmeno come mandarti questa lettera in quanto non le fanno partire... sto vedendo se esce qualcuno per fartela avere. Amore, qui il giorno 6 aprile ci hanno fatto le perquisizioni a tutto il reparto, ma non solo questo. ci hanno distrutto le celle con parecchie cose che avevamo comprato noi stessi. Per colpa di qualche sezione a rimetterci sono state anche le altre e, sezione per sezione, sono venuti quasi 100-150 persone di Polizia penitenziaria con i manganelli e si sono messi tutti in fila per il corridoio dopo che ci hanno distrutto le celle e poi cella per cella ci spedivano in saletta e mentre camminavano per il corridoio ci hanno distrutti di manganellate. Calcola che io amò sto pieno di lividi dappertutto. Ma non è finita, stanno ancora continuando a fare abusi sui detenuti: all'improvviso viene la squadretta e portano i detenuti giù e li gonfiano di mazzate. In poche parole amò io non ce la faccio più a subire tutte queste violenze. Per i troppi lividi che ho addosso non ce la faccio nemmeno a sedermi sulla sedia. Poi l'infermiera non ci chiama per farci refertare per paura delle guardie... Comunque amò io ho ancora tante cose da raccontare, se parte la denuncia finirò di raccontare".
Le indagini della magistratura accerteranno se ci siano stati dei pestaggi a freddo o se, invece, le manganellate e altri tipi di violenze siano state l'inevitabile risposta di agenti chiamati a sedare una rivolta (o manifestazione di protesta) che i detenuti avevano inscenato dopo aver saputo che il Covid-19 aveva colpito l'addetto alla distribuzione della spesa: da quel che riporta la stampa sembra che la protesta sia velocemente rientrata, mentre il giorno dopo ci sarebbe stata l'aggressione dei "caschi blu", cioè di agenti penitenziari con il volto coperto da un casco.
Dall'inizio di marzo, come Partito Radicale e Nessuno Tocchi Caino, avevamo fatto di tutto per convincere il Dap e il Ministro della Giustizia a dialogare con la comunità penitenziaria nel prendere le misure necessarie per affrontare la pandemia.
Purtroppo, o non siamo stati noi convincenti o, dall'altra parte, c'è stata la presunzione di conoscere il carcere e le dinamiche che si sviluppano in una comunità "reclusa" costantemente bombardata dai bollettini di morte diffusi dalle televisioni. Quanto alla violenza delle rivolte, credo che sia l'ovvia conseguenza che si manifesta quando viene a mancare qualsiasi forma di dialogo e quando si vogliono imporre soluzioni drastiche - come quella del divieto dei colloqui con i familiari - senza dare alcuna spiegazione.
Per non parlare del panico che può scatenarsi a seguito dell'assillante campagna dei media sul distanziamento sociale, sull'uso delle mascherine e dei disinfettanti scaraventata in un ambiente come quello penitenziario dove manca lo spazio vitale per muoversi, i luoghi sono malsani, l'assistenza medica è una chimera e persino il personale di ogni ordine e grado viene privato degli essenziali strumenti sanitari di difesa personale.
Si parla spesso delle regole trasgredite dalla popolazione detenuta: Giletti a "Non è l'Arena" ha fatto l'elenco dell'aumento incredibile in 9 anni (dal 2010 al 2019) delle aggressioni agli agenti, del rinvenimento di telefonini e stupefacenti, delle infrazioni disciplinari e della violazione di norme penali.
Il problema è che non sono mai rilevati i dati sulle regole e norme infrante dall'Amministrazione Penitenziaria: basterebbe prendere il codice penitenziario, leggerlo articolo per articolo, per accorgersi di come l'illegalità regni sovrana nelle patrie galere.
Per lo Stato italiano difficilmente c'è chi paga per le violazioni di legge, anche se si tratta della legge suprema, come il comma 4 dell'art. 13 della Costituzione che recita "è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà". Ottenere un po' di trasparenza sul pianeta carcere sarebbe un passo decisivo per ridurne il tasso di violenza e di fabbricazione del crimine.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 16 giugno 2020
Il parere di Francesco Ceraudo. Recuperare "una cultura del carcere" e investire per rimediare a una riforma della medicina penitenziaria "che è una riforma tradita, purtroppo violentata nello spirito più concreto di applicazione".
Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria, già direttore del centro clinico di Pisa quando questo era un'eccellenza che veniva presa a modello anche a livello internazionale e presidente del Consiglio internazionale dei servizi medici penitenziari, accetta di commentare con Il Riformista un tema centrale e delicato come quello della salute in carcere.
"La riforma del 2008 prevedeva il passaggio totale delle competenze dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. Ed è stato allora che sono cominciati i problemi", spiega Ceraudo. "Vi era la piena consapevolezza di trovarci di fronte a una riforma epocale, che avrebbe prodotto finalmente risultati importanti e significativi assicurando la tutela della salute della popolazione detenuta. Una tappa di civiltà attesa da anni, anche in aderenza alle direttive emanate ripetutamente dalla Comunità Europea".
E invece? "Invece dopo dodici anni registriamo con viva preoccupazione risultati fallimentari - dice con amarezza - La riforma della medicina penitenziaria, che era basata su principi molto seri, è fallita nel modo più assoluto. In tutte le regioni".
Puntando la lente sulla Campania, il professor Ceraudo osserva: "In una regione difficile e da prima linea come la Campania, con il presidente De Luca che ha dovuto fare le corse per ripianare i debiti della sanità, si è in condizioni di investire seriamente nella medicina penitenziaria?", si interroga. E dal tono si intuisce una risposta negativa.
"È crollato tutto - aggiunge - perché oggi gli operatori hanno paura, preferiscono una medicina difensiva a una medicina di opportunità e di iniziativa. In alcuni istituti mancano addirittura farmaci salvavita, talvolta persino il carburante per gli automezzi della polizia penitenziaria per accompagnare un detenuto in ospedale e alcuni centri clinici dell'amministrazione penitenziaria che dovevano gestire determinate quote di patologia medica sono andati in tilt".
Perché? Secondo Ceraudo, "non c'è stata la cultura del carcere da parte delle Asl e la sanità penitenziaria risulta gestita da gente che non ha mai messo piede nel carcere".
"La cosa grave - osserva - è che i medici penitenziari, che avevano portato la medicina penitenziaria in una posizione ambita in tutto il mondo, ora sono in posizione marginale, non contano più nulla e la maggior parte ha sbattuto la porta ed è andata via. Attualmente c'è un turnover spaventoso perché in queste condizioni non vuole lavorare più nessuno".
Una soluzione c'è? "Bisogna necessariamente cambiare passo - afferma Ceraudo - D'altra parte registriamo un'amministrazione penitenziaria in grande affanno, arroccata a difendere oltre ogni limite il concetto esasperante della sicurezza senza cogliere l'occasione irripetibile della riforma per avviare un processo di modernizzazione e di riqualificazione delle proprie strutture".
Cultura del carcere e investimenti, ecco la proposta. "Di fronte al dramma carcere non basta l'indignazione a placare le inquietudini e le ansie della nostra coscienza, ma occorre agire concretamente. La riforma della medicina penitenziaria - aggiunge Ceraudo - per essere credibile deve essere realizzata con i medici e gli infermieri penitenziari e tanto meglio funzionerà quanto più sarà condivisa. La riforma deve essere applicata, indietro non si può tornare".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 16 giugno 2020
Isolato a Poggioreale un detenuto positivo alla scabbia, ma è boom di malattie cardiovascolari e
disturbi psichici. Il personale sanitario è diminuito del 23% in un anno: servono medici e infermieri per scongiurare un'altra emergenza.
Molte patologie e pochi medici, la salute in carcere continua a essere un problema. Cardiopatie e sindromi da ansia e depressione sono tra le principali patologie riscontrate nel carcere di Poggioreale. Ipertensione, ansia e diabete affliggono invece la maggior parte dei detenuti del carcere di Secondigliano. Ansia e depressione sono i mali contro cui si combatte anche nel carcere femminile di Pozzuoli e in quello di Santa Maria Capua Vetere di recente al centro dell'attenzione giudiziaria, politica e mediatica per effetto dell'inchiesta sui presunti pestaggi in cella.
Il 4% dei detenuti è affetto da disturbi psichici contro l'1% della popolazione generale. La depressione colpisce il 10% dei reclusi mentre il 65% convive con disturbi della personalità. Nell'ultima relazione sulle carceri campane del garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello spiccano, al primo posto tra le patologie più sofferte dai detenuti, i disturbi psichici nella duplice chiave di lettura di causa ed effetto dello stato di restrizione.
A seguire si riscontrano i disturbi cardiocircolatori e gastroenterologici e le patologie infettive. Pochi giorni fa, nel carcere di Poggioreale, si è scoperto un caso di scabbia, malattia infettiva della pelle particolarmente contagiosa. Immediatamente il detenuto in questione, che si trovava recluso nel padiglione Milano, è stato isolato ed è scattata la profilassi. Sebbene si sia riusciti ad arginare con tempismo l'episodio, quello della tutela della salute in carcere, a Poggioreale come negli istituti di pena campani, resta un tema centrale.
La politica sembra interessarsene ma solo dopo, quando il fatto o il dramma si è già consumato. Le direzioni penitenziarie affermano di compiere sforzi a fronte di mezzi e risorse non sempre sufficienti. E nei principali dibattiti del Paese la questione carcere in genere la grande esclusa, salvo riesumarla all'occorrenza, magari quando occorre raccogliere consensi elettorali.
Accanto a quello delle patologie più direttamente legate alla carcerazione, come ansia e depressione, c'è il tema delle patologie pregresse che in cella rischiano di acuirsi se non affrontate nei tempi giusti. Già, il tempo. Gioca sempre un ruolo determinante, anche quando si parla di salute e carcere.
La maggior parte dei medici che lavorano negli istituti di pena ha contratti a tempo determinato, con scadenze variabili da un mese a un anno, e questo comporta un turnover frequente, "rallentando il processo di presa in carico" come evidenziato nella relazione del garante Ciambriello. I numeri aiutano a descrivere la realtà chiusa all'interno delle mura carcerarie. In Campania, al 31 dicembre 2019, erano in servizio 344 unità di personale sanitario a fronte di 7.412 detenuti. In particolare, 108 medici di reparto, 189 infermieri, 7 tecnici di riabilitazione, 17 psicologi, 23 psichiatri.
Numeri che hanno fatto registrare, rispetto all'anno precedente, una diminuzione del 23%. Psichiatri e psicologi, pur essendo tra il personale con più contratti a tempo indeterminato, non bastano. "A tal proposito - si legge nel report - sembra essere violato l'articolo 11 dell'ordinamento penitenziario che in particolare prevede almeno uno specialista in psichiatria". In media, in carcere, i medici fanno 70 visite giornaliere a cui si aggiungono controlli e dimissioni, il che comporta una mole di lavoro eccessiva che può mettere a rischio la salute della popolazione reclusa e l'incolumità professionale.
Non va meglio per quanto riguarda la gestione dei detenuti con disabilità. Nel 2019, nelle varie carceri della Campania, ci sono stati 159 detenuti disabili ma solo 7 tecnici della riabilitazione. È chiaro che l'assistenza non può essere garantita a tutti, o almeno non in maniera sufficiente. E se si considerano anche, come nel caso della maggioranza degli istituti di pena, limiti strutturali dovuti a un'edilizia penitenziaria inadeguata, la situazione inevitabilmente sfocia in una criticità seria.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 16 giugno 2020
Chiuso il mattatoio, ai detenuti la cura di animali e natura. Accordo tra Ministero Giustizia, Dap e Ente parco Arcipelago toscano. Il sottosegretario Ferraresi ad HuffPost: "Cambiamo il paradigma del lavoro dei reclusi, così l'istituto diventa un modello".
Qualche anno fa erano stati gli stessi detenuti a cambiare il loro atteggiamento verso gli animali. Non accettavano più l'idea di doverli accudire, aiutare a crescere, a volte dare loro anche un nome, e poi macellarli nel mattatoio della struttura. Così, i reclusi del carcere di Gorgona - un'isola dell'arcipelago toscano, dove nel 1869 è stato aperto un penitenziario - hanno chiesto di salvarli. Il tempo è passato, e pochi mesi fa il cambiamento è arrivato.
Quel macello è stato chiuso e i detenuti potranno dedicarsi ad altre attività: dall'orticoltura al turismo sostenibile, dalla conservazione dei boschi alla cura degli animali, fino a un vigneto autogestito e alla formazione di competenze manageriali in vista del fine pena. Alcuni progetti esistevano già prima, altri invece sono partiti di recente, altri ancora prenderanno il via a breve. E proprio in questo senso va l'accordo quadro che oggi il ministero della Giustizia e il Dap hanno realizzato con l'ente parco dell'Arcipelago toscano.
"Abbiamo pensato di voler cambiare il paradigma delle attività lavorative che i detenuti svolgevano sull'isola - spiega ad HuffPost il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, che da un anno si sta occupando della 'svolta' nel penitenziario toscano, dove da sempre i detenuti svolgono varie attività all'esterno - passando così da un lavoro come quello della macellazione che, nei fatti, implica la violenza, a mansioni che comportino una particolare empatia con gli animali. Con il valore aggiunto di dare l'opportunità ai detenuti di imparare un mestiere che tornerà loro utile una volta terminata la pena".
Una decisione, questa, che non cambia solo il quotidiano dei detenuti: "Annullando l'attività di macellazione ci sarà anche un importante risparmio di risorse, si potenzierà l'orticoltura già esistente e, soprattutto, si inquinerà di meno", spiega ancora Ferraresi. I ristretti avranno anche un ruolo di primo piano nel settore del turismo locale. La collaborazione con l'ente parco porterà all'avvio, si legge in una nota entro il mese prossimo, di interventi di manutenzione dei sentieri e del patrimonio boschivo. Tutto fatto dai reclusi.
Per queste opere il parco fornirà un finanziamento di quasi 90mila euro. Saranno utilizzati anche gli introiti dei ticket d'ingresso dei visitatori. "Stiamo lavorando poi - conclude il sottosegretario - anche a un cambiamento nell'approvvigionamento energetico dell'isola, per fare in modo che diventi un vero e proprio esempio di recupero".
L'obiettivo, al quale partecipano anche, oltre all'ente parco, l'Università di Firenze, il comune di Livorno e l'azienda locale di arrivare all'autonomia energetica dell'isola. Sarebbe un balzo importante verso una svolta green. "Pensi che al momento ancora si utilizza il gasolio", spiega ad HuffPost Giovanni De Pippo, il garante dei detenuti di Livorno, penitenziario di cui Gorgona è sede distaccata.
Poi racconta: "Da tempo tra i detenuti era molto sentita l'idea di riscattare gli animali che, invece, erano destinati alla macellazione. Non a caso avevano chiesto al direttore la 'grazia' per alcuni di loro". Non era solo un gesto simbolico: "Chi era ristretto percepiva nell'animale sottratto alla macellazione la salvezza. Ne ho parlato al sottosegretario Ferraresi quando l'ho incontrato anche perché con il direttore del penitenziario avevamo compreso che la cosa oltrepassava l'aspetto etico. Poteva diventare importante anche da un punto di vista ambientale, e fare bene all'isola". Usa il termine rivoluzione il garante, parlando del progetto: "Lo è. Sia anche da un punto di vista economico ed ambientale", conclude. Nei prossimi giorni alcuni dei 450 animali che erano presenti sull'isola, inizialmente destinati alla macellazione, saranno trasportati dalla Lega antivivisezione sulla terraferma.
L'attività lavorativa dei detenuti sarà monitorata anche dall'Università Bicocca di Milano, che ha fatto dell'esperienza di Gorgona un caso studio. Che un cambio di rotta nelle attività dei reclusi nell'isola fosse necessario era chiaro a Carlo Mazzerbo, direttore del penitenziario.
"L'isola non si presta a un'attività zootecnica. Abbiamo quindi pensato di destinare le risorse al momento utilizzate per il mantenimento degli animali ad altre finalità. Per le quali Gorgona è più vocata", racconta. Quali conseguenze? Non solo i costi più bassi, spiega il direttore, ma una formazione migliore, e più costante, per i detenuti.
di Antonio Marchesi*
Il Manifesto, 16 giugno 2020
A proposito della vicenda della vendita di navi militari (e, in previsione, di un imponente arsenale di armi) all'Egitto sono stati usati, da uno schieramento trasversale, aggettivi come "ragionevole" (riferito all'operazione) e "matura" (riferito alla politica estera italiana).
È stato anche scritto che l'etica è una cosa, la politica estera un'altra, sottintendendo che la seconda non può essere condizionata dalla prima. Questa visione "realista" delle relazioni internazionali, che pare accomunare buona parte degli addetti ai lavori, lascia oggettivamente ai diritti umani pochissimo spazio. Questi non hanno alcuna incidenza autonoma sulle scelte: vengono richiamati solo se rafforzano, non se contraddicono le scelte determinate da altre considerazioni. E le ripetute riaffermazioni dell'impegno internazionale dell'Italia in favore dei diritti umani (e della verità per Giulio) sono sempre più vuote, e stucchevoli, nella misura in cui omettono di specificare che l'Italia, per ottenere un maggiore rispetto dei diritti umani nel mondo, non è disposta a pagare alcun prezzo.
Ciò detto, la richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni è anche ma non solo una questione di diritti umani, in quanto tale destinata a soccombere di fronte a una logica "realista". È anche altro perché riguarda un cittadino italiano ucciso barbaramente in un altro Stato con il probabile coinvolgimento del suo apparato. E proteggere i propri cittadini è, da sempre, da secoli prima che la comunità internazionale accogliesse l'idea dei diritti umani uguali per tutti, un interesse nazionale. Il modo in cui uno Stato svolge questa funzione di tutela dei diritti dei propri cittadini all'estero è indice della sua credibilità internazionale (e della credibilità interna delle sue istituzioni).
Lo conferma, se mai ce ne fosse bisogno, l'impegno profuso per ottenere la liberazione di cittadini italiani presi in ostaggio all'estero e il modo in cui le istituzioni si attribuiscono, con grande sforzo di visibilità, i meriti del loro rilascio nei casi in cui, per fortuna, il rilascio avviene. La differenza sta nel fatto che gli ostaggi sono vittime di bande criminali o gruppi terroristici. Giulio Regeni è rimasto vittima invece dell'apparato statale di un "partner ineludibile", come è stato ripetutamente definito l'Egitto, di fronte al quale, nonostante la brutalità del regime che lo governa, l'Italia rinuncia facendo prevalere altri interessi. Poco importa, a quanto pare, che da quattro lunghi anni quel governo si sia burlato di noi insabbiando, ritardando, non collaborando, nonostante le promesse, i sorrisi e le strette di mano.
Poco importa che l'approccio "costruttivo" dell'Italia (ampiamente argomentato quando si è deciso di rimandare al Cairo l'ambasciatore) abbia prodotto soltanto briciole. Nella ricerca di verità e giustizia per Giulio, avrebbero dovuto esserci, fino in fondo, al fianco della famiglia e della società civile, le istituzioni dello Stato italiano. Ciò avrebbe comportato il vantaggio di schierare una forza assai più potente di quella che potevano mettere in campo privati cittadini, ong, organi di informazione.
Il coinvolgimento delle istituzioni nascondeva però un grave rischio: che la logica dei rapporti fra Stati, e di un interesse nazionale sacrificabile ad altri interessi nazionali, avrebbe potuto "inquinare" una battaglia per i diritti umani. È ciò che sta accadendo. Decidendo di fare prevalere altri interessi (al di là delle rassicurazioni di facciata di voler proseguire la battaglia per Giulio), lo Stato italiano non solo non ha contribuito a raggiungere l'obiettivo, ma paradossalmente ha indebolito la battaglia della società civile, in difficoltà di fronte a un governo egiziano ormai rassicurato del fatto che la storia di Giulio Regeni non avrà conseguenze sui suoi rapporti con l'Italia.
Se i diritti umani in fondo non contano e l'interesse nazionale a tutelare i propri cittadini è sacrificabile, c'è ancora un aspetto che merita di essere considerato. Ci sono norme statali e internazionali che il nostro governo è tenuto a rispettare le quali impongono, in controtendenza rispetto al pensiero "realista", obblighi di tenere conto dei diritti umani e di altre questioni "etiche" nella gestione del commercio delle armi. Se le vie politiche saranno, come sembra, presto esaurite, non è escluso - e a questo punto è auspicabile - che della questione delle vendite di armi all'Egitto si occupino i tribunali.
*Presidente di Amnesty Italia
cityrumors.it, 16 giugno 2020
"Nel nuovo ospedale di Sulmona verrà realizzato un reparto per detenuti che, grazie a una variante, sarà migliorativo rispetto a quanto già previsto nel progetto originario". Lo ha reso noto il Manager della Asl, Rinaldo Tordera, spiegando che "nel recente incontro con i vertici del carcere di Sulmona i nostri tecnici hanno preso atto delle richieste prospettate dalla direzione del penitenziario e l'hanno recepite negli atti progettuali. Il nuovo reparto per detenuti sarà quindi realizzato, all'interno del nuovo ospedale attualmente in costruzione, proprio in base alle necessità degli operatori penitenziari che devono accompagnare le persone ristrette bisognose di assistenza".
"Nello specifico, verranno realizzate 2 stanze di degenza riservate a detenuti, rispettivamente con uno e due posti letto nonché bagni annessi, e una terza stanza, anch'essa dotata di servizi igienici, che accoglierà il personale di sorveglianza addetto al piantonamento. Il reparto di cui parliamo sarà collocato al terzo piano del nuovo ospedale, in una posizione vicina alle scale d'emergenza, e avrà una superficie di circa 70 metri quadrati che, tra l'altro, comprenderanno anche una piccola anticamera". "Avremmo potuto limitarci - conclude Tordera - ad attuare quanto previsto dal progetto iniziale, sicuramente meno adeguato alle necessità degli agenti penitenziari e con soluzioni logistiche meno efficaci; invece siamo andati oltre, ascoltando e accogliendo appieno le richieste avanzate dalla direzione dell'istituto di pena".
di Cinzia Gatti
torinoggi.it, 16 giugno 2020
Donati dal Fondo Musy: all'interno 3 mascherine lavabili e una sacca per il bucato. I carcerati positivi sono stati in tutto 78. Un kit contro il contagio da Covid per i detenuti del carcere "Lorusso e Cutugno". Grazie ad una donazione di circa 15 mila euro, il Fondo Alberto e Angelica Musy, ha donato alla casa circondariale 1.300 set - composti da 3 mascherine lavabili e una sacca per il bucato.
I carcerati positivi al Coronavirus sono stati in tutto 78, di cui 24 sono rimasti in istituto. Per scongiurare ulteriori contagi è stato ridotto temporaneamente il numero dei presenti, passati dai 1.460 del 9 marzo ai 1.312 dell'8 giugno. A causa del lockdown sono state sospese le visite dei famigliari ai carcerati. Gli indumenti sono stati quindi lavati dentro la struttura, con difficoltà a separarli, raccoglierli e riconsegnarli. Per rispondere a questa esigenza il Fondo Musy ha pensato ad una sacca ad hoc in rete dotata di zip capace di permettere il passaggio in lavatrice senza disperdere il contenuto.
Il materiale contenuto nel kit è realizzato dalle donne detenute ed ex-detenute che lavorano nelle Cooperative Sociali Patchanka e Impatto Zero attive nel progetto LEI. "La pandemia - spiega Angela Musy - non ha risparmiato gli istituti penitenziari. Anzi, ne ha stravolto le abitudini, i protocolli di sicurezza, l'organizzazione. Non ci siamo fermati e abbiamo provato a fare qualcosa, pur nel nostro piccolo, per alleviare qualche difficoltà, dare qualche strumento utile per sentirsi più sicuri e curati".
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