di Giansandro Merli
Il Manifesto, 16 giugno 2020
Mediterraneo. Da sei anni il progetto diffonde le richieste di aiuto delle persone in difficoltà nel Mediterraneo. Scontrandosi spesso con la resistenza delle Guardie costiere nazionali
Un salvataggio di migranti da parte della ong Sos Méditerranée.
"Chi vi paga?". Razzisti di ogni risma e haters da social network lo chiedono ossessivamente, facendo aleggiare all'occasione il fantasma del solito Soros, eminenza oscura di qualsiasi complotto immigrazionista. "Non abbiamo grandi spese: è tutto lavoro volontario e ci basta qualche spiccio per il telefono. Il progetto è sostenuto da piccole donazioni e iniziative di autofinanziamento" risponde con naturalezza Chiara Denaro, da Palermo. È una delle 200 persone che mantengono attiva la linea telefonica di Alarm Phone (Ap), il numero di telefono per le emergenze in mare a cui i rifugiati chiedono aiuto.
"Alarm Phone non può effettuare salvataggi. Non siamo fisicamente presenti nel Mediterraneo e non abbiamo imbarcazioni, né elicotteri" si legge sul sito dell'organizzazione. Ap può però diffondere il segnale di Sos e pressare le guardie costiere affinché intervengano. Il verbo "pressare" è indice preciso dell'assurda situazione che regna nel Mediterraneo: istituzioni assenti, Ong criminalizzate, richieste di soccorso inevase, convenzioni internazionali violate. Il risultato è che le persone sono lasciate morire nel silenzio del mare o deportate tra le urla di disperazione nei campi libici.
"All'inizio non era così - dice Deanna Dadusc, italiana residente a Brighton, dove insegna all'università - C'era una buona collaborazione con le guardie costiere. Soprattutto quella italiana ci ringraziava delle informazioni e soccorreva le persone. Ma ormai Roma e La Valletta non rispondono più: hanno delegato tutto ai libici. L'unica novità positiva degli ultimi anni è la flotta umanitaria delle Ong, che hanno salvato tantissime vite". Ap nasce a ottobre 2014, un anno dopo il naufragio in cui 368 persone persero la vita a poche miglia da Lampedusa. Attivisti del movimento No Border tedesco si confrontarono per 12 mesi con Don Mussie Zerai cercando di capire insieme cosa fare. Il numero di telefono di Zerai si era diffuso tra i rifugiati che tentavano la traversata, lui aveva perso il sonno e non riusciva a stare dietro a tutte le chiamate. "Serve qualcuno che parli le lingue", disse.
Si organizzò un sistema di turni e mediatori linguistici che garantiscono assistenza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, da quasi 6 anni. Da oltre 3 mila imbarcazioni in difficoltà, con a bordo un numero incalcolabile di vite umane, è stato composto il +33486517161 (numero pubblico, che si trova su internet). A quelle telefonate hanno risposto attivisti di gruppi locali basati in diversi paesi, da un lato e dall'altro del Mediterraneo. Ce ne sono a Tunisi, Palermo, Melilla, Tangeri, Cadiz, Marsiglia, Strasburgo, Londra, Brighton, Vienna, Zurigo, Berlino, Ginevra e Izmir. Dividono la settimana in 21 turni da 8 ore: il telefono non è mai spento. Solo negli ultimi due mesi Ap ha permesso di documentare il "naufragio di Pasquetta" (12 morti e 51 respinti) e sostenuto il lavoro di inchiesta del quotidiano Avvenire, che ha denunciato l'esistenza di una "flotta fantasma" di pescherecci che respingono illegalmente in Libia i migranti arrivati nella Sar maltese.
Le chiamate ad Alarm Phone arrivano da tutte e tre le rotte migratorie mediterranee. Ognuna presenta situazioni e problemi specifici. "Nell'Egeo le distanze sono brevi, i rifugiati partono dalla Turchia vedendo il profilo delle isole greche - spiega Lorenz Naegeli, 31 anni, attivista e giornalista del settimanale svizzero Woz - Più che dare indicazioni registriamo e denunciamo gli abusi. La guardia costiera greca distrugge i motori dei gommoni e li abbandona nelle acque turche. Siamo entrati in una nuova era della guerra ai migranti: i respingimenti illegali che mettono a rischio la vita delle persone sono diventati la norma. Accadono quotidianamente".
Tra le diverse guardie costiere, quella spagnola è rimasta un po' più collaborativa. Lungo la rotta occidentale, che unisce il paese iberico al Marocco, è ancora possibile che le pressioni producano l'intervento delle autorità. Anche in quest'area, però, ci sono barche di cui si perdono le tracce. "Per noi che viviamo dall'altro lato del Mediterraneo le migrazioni sono una realtà quotidiana, ma la prospettiva è opposta rispetto a quella europea: le storie riguardano gli amici o i conoscenti che sono partiti, a volte riuscendo ad arrivare, altre scomparendo nel mare", dice Hela K. studentessa 24enne di economia che partecipa ad Alarm Phone da Tunisi.
Nel tratto di mare tra Tunisia, Libia, Malta e Italia l'intervento è più complesso: le distanze sono molto maggiori, il tempo di navigazione può prolungarsi per giorni, si comunica solo con i telefoni satellitari, la minaccia dei libici è costante. "Quando arriva una chiamata la prima cosa da fare è capire da dove viene - afferma Dadusc - Poi qual è il problema: motore, acqua, stato di salute. Consideriamo in distress tutte le barche che ci chiamano, perché viaggiano in condizioni precarie. Sono in pericolo di naufragio sin dalla partenza". Gli attivisti chiedono la posizione Gps, che non sempre i naviganti conoscono o riescono a comunicare agevolmente. Le coordinate sono poi inserite in una mappa aperta che si trova sul sito di "Watch the med", l'organizzazione sorella di Ap. A quel punto iniziano le telefonate alle autorità e le richieste di intervento. "Le reazioni possono essere diverse - racconta Denaro - Malta e Italia a volte non rispondono, oppure non si mobilitano, non condividono le informazioni. Cerchiamo sempre di mantenere i contatti con le imbarcazioni fino al salvataggio o fino a quando il telefono smette di squillare".
In questo mare non tutte le storie hanno un lieto fine. A volte il cellulare si scarica, il contatto si perde e non si riesce a capire cos'è successo. Altre volte alla perdita del contatto segue la notizia del ritrovamento di barche capovolte e cadaveri. Può anche capitare che molti giorni dopo arrivi una nuova chiamata dallo stesso numero, ma questa volta il rumore di sottofondo non sia quello delle onde ma l'inferno dei centri di detenzione libici. "È difficile gestire queste situazioni a livello emotivo - continua Dadusc - Quando finisce il turno ma c'è un caso aperto non riesci a tornare alla normalità, ad andare a dormire. Non tutti reggono. Ma dobbiamo continuare, siamo lì per coprire il vuoto lasciato dalle istituzioni, per documentare quello che accade e moltiplicare le pressioni sulle autorità. Il nostro obiettivo a lungo termine è non esistere, non essere più necessari. Preferirei fare altro che stare giorni e giorni a seguire una barca abbandonata in mezzo al Mediterraneo".
di Giampiero Gramaglia
Il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2020
In ciascuno degli ultimi quattro anni censiti, oltre mille minori migranti entrati negli Stati Uniti dalla frontiera meridionale da soli, senza i genitori, o separati dalla famiglia all'arrivo, come prevede la prassi instaurata dall'Amministrazione Trump, hanno subito molestie sessuali mentre erano affidati all'autorità pubblica. I dati sono contenuti in un rapporto ufficiale del Dipartimento della Sanità e dei Servizi umani. È un segnale d'allarme che drammi umani e sociali rischiano di passare inosservati, nell'America delle pulsioni razziste e dei fremiti di protesta anti-razzisti, colpita dall'epidemia di coronavirus e indebolita dalla perdita di decine di milioni di posti di lavoro e da masse di nuovi poveri.
Intanto, l'Amministrazione porta avanti le sue politiche d'allentamento delle tutele dei più deboli. Contro la quale si erge talora la Corte Suprema, che per esempio ha ieri trovato un modo di tutelare la minoranza Lgbt nella legge sui diritti civili del 1964 che vieta discriminazioni sul luogo di lavoro basate su razza, religione, origini e sesso. Il parere di maggioranza, scritto da Neil M. Gorsuch, giudice conservatore, nominato da Donald Trump, e condiviso dal presidente, John G. Roberts Jr., pure un conservatore nominato da George W. Bush, è stato approvato 6 a 3. I diritti degli Lgbt sono nel mirino dell'Amministrazione Trump fin dai suoi esordi.
I dati pubblicati dal Dipartimento della Sanità e dei Servizi umani sono stati oggetto di audizioni davanti alla Commissione Giustizia della Camera, che indagava sulla politica di tolleranza zero dell'Amministrazione repubblicana verso i migranti illegali. I dati coprono il periodo dall'ottobre del 2014, quand'era ancora presidente Barack Obama, all'estate del 2018: l'Ufficio per i rifugiati del Dipartimento ha ricevuto 4556 denunce di abusi sessuali su migranti minori non accompagnati; 1303 sono state trasferite al Dipartimento della Giustizia, compresi 178 casi di violenze commesse da personale adulto.
L'anno peggiore è stato il 2018, con 1261 denunce, un terzo delle quali - 412 - ritenute abbastanza fondate da divenire oggetto d'indagine. Il deputato democratico della Florida Ted Deutch è in prima linea nel denunciare gli abusi sessuali sui minori migranti. Ma la prassi di separare i bambini dai genitori suscita diffuse proteste - anche la first lady Melania se n'era indignata, andando a fare visita a minori detenuti - ed è stata pure contestata in giustizia, ma non è mai stata abbandonata. Negli ultimi mesi la pressione dei migranti alle frontiere dell'Unione s'è allentata, per via dell'epidemia di coronavirus.
Delle denunce di abusi e molestie fatte, la vasta maggioranza, i due terzi circa, sono ufficialmente risultate "infondate", ma oltre 1300 sono parse abbastanza serie da meritare un'indagine più approfondita. John Burnett, che segue il dossier per la Npr, la radio pubblica degli Stati Uniti, ricorda: "La maggior parte erano casi fra i minori. Ma 178 casi riguardavano il personale dei rifugi, in particolare i lavoratori che accompagnano i ragazzi ovunque essi vadano e che dovrebbero proteggerli".
Le denunce coprivano una vasta gamma di comportamenti inappropriati, da relazioni definite 'romantiché tra adulti e minori a palpeggiamenti a atteggiamenti da guardoni. Deutch considera i 135 rifugi per minori non accompagnati allestiti dall'Amministrazione Trump "un ambiente malsano": "I documenti - dice - dettagliano un contesto di sistematici attacchi sessuali sui minori da parte del personale". Di fronte alla Commissione della Camera, i funzionari del Dipartimento della Sanità ammisero le preoccupazioni, perché "anche un solo minore abusato è di troppo", ma difesero l'Office of Refugee Resettlement (Orr).
"Le accuse si rivelano infondate nella stragrande maggioranza", sottolinea Jonathan Hayes, il responsabile del personale di custodia dei minori. L'Orr dichiara tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali d'ogni sorta: chiunque ne venga a conoscenza deve riferirne nel giro di quattro ore. Gli Sati Uniti considerano minori non accompagnati quelli che superano la frontiera da soli o che viaggiano con un parente che non è un genitore.
I minori non accompagnati affidati alla custodia dell'Orr sono stati, a un certo punto, lo scorso anno, 13mila: in media, passano tre mesi nei rifugi, prima di andare a vivere con un adulto loro 'sponsor' in attesa che una Corte decida il loro destino.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 16 giugno 2020
Sono i bambini i destinatari delle nuove iniziative promosse nel carcere di Reggio Emilia dall'associazione Gens Nova, in collaborazione con il direttore Gianluca Candiano e con la comandante commissario capo Rosa Cucca. I bimbi della missione di Apeitolim, in Uganda (guidata dal missionario comboniano Marco Canovi) e i piccoli pazienti dell'ospedale "Regina Margherita" di Torino riceveranno delle mascherine realizzate appositamente per loro, a titolo di volontariato, dai detenuti dell'istituto reggiano.
L'iniziativa si deve alla referente dell'associazione Gens Nova Anna Protopapa che, entrata in contatto con la realtà del carcere nel pieno dell'emergenza sanitaria da Covid-19, non ha smesso da allora di lavorare alla creazione di reti solidali che coinvolgano anche i detenuti. "Circa due mesi fa - racconta - mi sono attivata sul territorio reggiano per donare dispositivi di protezione individuale (Dpi) alle forze dell'ordine e ad alcune realtà, tra cui la casa circondariale. Durante l'incontro con il comandante Cucca è emersa la necessità di tutto l'istituto di disporre di ingenti quantità di Dpi. Da qui l'idea di far confezionare mascherine ai detenuti".
Immediata l'adesione di alcuni detenuti, con l'allestimento di un laboratorio in pochi giorni grazie alla disponibilità della direzione. Le macchine da cucire sono state fornite da alcune canoniche del circondario, mentre i materiali sono stati donati da alcune aziende. "Il mio impegno principale- continua Anna Protopapa - è stato quello di reperire materie prime facendo appello alla generosità di imprenditori, commercianti, privati. Abbiamo ricevuto un riscontro positivo non solo da realtà del luogo, ma anche dal Molise, Marche, Veneto. Ad oggi il materiale reperito attraverso tante piccole donazioni di tessuti è corrispondente a circa ventimila mascherine".
Le mascherine per i bambini della missione di Apeitolim sono realizzati in tessuti a fantasie colorate, mentre quelle per i pazienti dell'ospedale Regina Margherita di Torino sono in tinta unita e accompagnate da un pennarello per tessuti, per consentire ai piccoli di "personalizzarle". Bambini a latitudini diverse, con in comune il bisogno di attenzione, protezione e allegria. "L'iniziativa - conclude Protopapa - ha ricevuto espressioni di riconoscenza e benevolenza da Papa Francesco che per me hanno avuto un grande valore e mi hanno incoraggiato a perseguire la realizzazione di altri progetti lungo questa strada".
di Anna Toro
Vita, 16 giugno 2020
Grazie al progetto di formazione professionale "Liberamente" i racconti e le memorie dei detenuti tornano alla luce in otto video immersivi creati per promuovere la storia culturale e le bellezze paesaggistiche della Sardegna, in un'ottica di recupero storico e turismo sostenibile.
La storia di ziu Paulinu, detenuto pastore prima all'Asinara e poi nella colonia penale di Is Arenas, che "come un buon padre guarda le sue caprette correre e giocare libere, mentre lui respira la pace portata dal vento". O quella dei 18 "galeotti" condannati a vita, che nel 1875 sbarcarono insieme a cinque guardie in una valle acquitrinosa, abbandonata e malarica, per fondare col sangue e sudore la nuova colonia penale agricola di Castiadas. C'è il racconto di Corrado Fiaccavento al suo primo giorno come direttore nella colonia penale di Mamone. E tantissime altre testimonianze, uscite dagli archivi delle amministrazioni penitenziarie della Sardegna in anni di ricerca, tra lettere scritte dai detenuti e mai recapitate, documenti e ricordi che raccontano un pezzo di storia dell'isola - e dell'Italia - molto spesso dimenticato: quello delle colonie penali agricole. Negli ultimi anni questi racconti sono tornati a vivere grazie alle nuove tecnologie e a otto video immersivi creati nell'ambito di uno speciale progetto di formazione professionale nato nel 2017 e tutt'ora in corso.
Si chiama "Liberamente" e, capitanato da Ifold (Istituto di Formazione del Lavoro Donne), in collaborazione Confcooperative, Poliste, con l'amministrazione penitenziaria della regione Sardegna e il sistema Parchi naturali sardi, è destinato a giovani under 35 e Neet - ma anche a ex detenuti arrivati a fine pena - con l'obiettivo di formare nuove figure professionali in grado di promuovere in modo innovativo le ricchezze ambientali, culturali e identitarie della Sardegna, soprattutto quelle nate attorno alle colonie penali. I video immersivi sono tra i primi risultati di questo progetto, realizzato nell'ambito del programma europeo Green & Blue economy.
Si tratta infatti di strutture costruite all'interno di un patrimonio paesaggistico inestimabile dal grande potenziale in ottica di turismo sostenibile - tra aspre montagne, ulivi e querce da sughero, colline di macchia mediterranea, coste e mari incontaminati - basti pensare che su otto colonie presenti nell'isola ben cinque sono situate all'interno di parchi naturali. La cultura e la memoria, però, sono altrettanto importanti, così come la forte impronta sociale dell'iniziativa. "Liberamente è un progetto che parte da un precedente programma europeo di digitalizzazione dei vecchi archivi delle colonie penali. Veri protagonisti di questo progetto sono infatti i detenuti, che si sono occupati del recupero di vecchi archivi dagli scantinati umidi delle carceri sarde, e li hanno pian piano digitalizzati - spiega il Direttore del Parco dell'Asinara Vittorio Gazale durante la presentazione dei risultati del progetto avvenuta venerdì - molti fascicoli risalgono a fine 1800, in un lavoro di recupero che va avanti da 10 anni".
Da queste ricerche è nato il volume curato da Gazale stesso, "Le carte liberate", così come due cd musicali del cantante sardo Piero Marras - una sorta di istituzione nell'isola - le cui canzoni in lingua sarda e in italiano sono dedicate a queste memorie, storie e tragedie e fanno da sottofondo agli otto video immersivi pubblicati fino ad ora sul sito turistico creato dai partecipanti al progetto, Sardinia Evasion. "Quello sull'Asinara caricato di recente sul sito del Parco ha ricevuto in pochi giorni oltre 50 mila visualizzazioni" continua soddisfatto Gazale.
Un video che parla di un'isola senza tempo dove pure "il tempo diventa tangibile, prende peso, sostanza, forma, quella ferma e definitiva di edifici che hanno accolto uomini il cui tempo è diventato pena da scontare, da scandire coi ritmi dei campi della colonia". Anche la canzone di Piero Marras in sottofondo parla del tempo, quello insostenibile del "fine pena mai" che spesso trasforma la detenzione in vendetta, eppure "un uomo non è il suo errore, e tanto ancora c'è". Tutto intorno lo splendido paesaggio aspro e incontaminato di un'isola a lungo soprannominata la "Alcatraz del Mediterraneo" (la cui fama fu sfregiata dall'unica fuga mai riuscita, ad opera di Matteo Boe), con edifici dislocati per tutto il territorio tra cui il bunker dove soggiornò Totò Riina, il carcere di massima sicurezza di Fornelli, che ospitò i maggiori esponenti delle Brigate Rosse, una nutrita rappresentanza dell'Anonima Sequestri Sarda e molti detenuti mafiosi e camorristi sottoposti al regime del 41-bis. La colonia penale fu dismessa nel 1997, anno in cui con Decreto Ministeriale viene istituito il Parco Nazionale dell'Asinara.
La testimonianza però rimane: "Il sistema di colonie e di ex-colonie penali agricole custodisce memorie storiche e identità locali con significativi risvolti etico-culturali e didattico-educativi legati ai temi dei diritti, della giustizia, del lavoro, della inclusione sociale". Delle otto colonie penali sarde, solo tre sono ancora attive: Is Arenas, Isili, Mamone, dove i detenuti sono impegnati nel lavoro a fini rieducativi, come l'accompagnamento dei turisti nelle passeggiate a cavallo, il vero e proprio lavoro agricolo e la creazione di prodotti come formaggi, miele, conserve, tra cui quelli venduti all'esterno sotto il marchio "Galeghiotto".
di Simona Aiuti
frosinone.italiani.it, 16 giugno 2020
Carcere e solidarietà possono viaggiare uniti. Al riguardo, un gruppo di detenuti della casa circondariale "Pagliei" di Frosinone; ha effettuato una donazione a favore della Protezione civile. Ciò "allo scopo di contribuire, per spirito di solidarietà, alle esigenze dei più bisognosi; in questo periodo di emergenza sanitaria". Questo è quanto si legge nella nota a firma della direttrice dell'istituto; dr.ssa Anna Del Villano. Essere in un carcere non sempre è l'anticamera dell'oblio. Per via dei fatti di cronaca e non solo; siamo portati a essere estremamente diffidenti verso chi è in carcere. Temiamo che chi esca sia pronto a delinquere ancora, poiché purtroppo ciò accade, eppure "dietro le sbarre"; spesso nascono e si sviluppano gesti di grande solidarietà.
Vi sono uomini e donne che da dietro quelle mura che non possono valicare; vedono il mondo che va avanti. E attraverso la televisione, impotenti si prende visione delle tragedie; che continuano a flagellare il paese. Ragion per cui, c'è chi avendo fuori delle famiglie; vuole fare la propria parte e dare un contributo. Anche detenuti della casa circondariale di Frosinone hanno partecipato in modo sensibile; ad effettuare una piccola donazione. Il gesto è stato del tutto volontario, "affinché la somma da noi raccolta; possa essere messa a disposizione per i più bisognosi o per ricerche, affinché il nostro piccolo e sentito aiuto possa contribuire ad andare ad affrontare; quelle che sono le più disparate esigenze. (...) che in questo momento necessitano le strutture di assistenza sanitaria; della provincia di Frosinone. Nella speranza che a breve tutto torni alla normalità".
Lo schiaffo feroce che abbiamo subito dal #Covid19 è stato terribile, e tutti abbiamo cercato di dare una mano. La protezione civile del Comune di Frosinone, coordinata da Marco Spaziani con il supporto del responsabile dei volontari; Massimiliano Potenti, ha dunque inviato la nota, relativa alla donazione effettuata dai detenuti, alla segreteria del Capo Dipartimento, Angelo Borrelli.
Quest'ultimo, appena qualche giorno dopo; ha voluto sottolineare l'"apprezzabile iniziativa dei detenuti della Casa Circondariale. Voler destinare una donazione in denaro, a favore del Dipartimento della protezione civile; quale contributo per fronteggiare l'evoluzione dell'emergenza Covid-19 è stato molto apprezzato. Il contributo devoluto sarà finalizzato all'acquisto di materiale sanitario medicale; per dotare le strutture sanitarie della Protezione Civile, di tutto ciò che è necessario per la salvaguardia delle vite umane.
Dall'inizio dell'emergenza sanitaria, la macchina comunale; ha attivato l'erogazione di servizi specifici e mirati. Tutti servono per attenuare i disagi connessi; alla diffusione del Covid-19. Ci sono da tempo, una serie di misure; per offrire supporto a tutti i cittadini. Allo scopo di rendere il più agevole possibile la fruizione dei nuovi servizi; sia a favore delle persone direttamente colpite dal contagio, sia dei nuclei familiari si è lavorato molto.
Sono disponibili anche linee telefoniche dedicate e unità di personale e di volontari sempre reperibili. Dal 31 gennaio inoltre, data della prima attivazione del Centro Operativo Comunale, ad oggi; sono stati impiegati 416 volontari, tra le donne e gli uomini del gruppo Comunale di Protezione civile; con attività di presidio del territorio, informative, di supporto, assistenza e consegna medicinali e generi di prima necessità.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 16 giugno 2020
Maria Ressa, la più famosa giornalista del Paese, doveva rispondere dell'accusa di "diffamazione cibernetica". Nelle sue inchieste ha spesso denunciato gli abusi del presidente. Un nuovo verdetto contro la stampa libera nelle Filippine ha colpito la più celebre giornalista del paese, Maria Ressa, e un suo collaboratore del sito di news online Rappler.
La stessa giudice che l'aveva fatta arrestare nel febbraio del 2019 con l'accusa finora inedita di "diffamazione cibernetica" ha emesso stamattina una sentenza di condanna punibile tra i sei mesi e i sei anni di carcere per lo stesso articolo di otto anni fa, dove si denunciava un uomo d'affari sospettato di aver corrotto l'ex capo della Corte suprema Renato Corona mettendogli a disposizione un'auto sportiva di lusso. Ressa e il giornalista Reynaldo Santos Jr, condannati anche a due rimborsi di 8.000 dollari per danni "morali" ed "esemplari" verso l'imprenditore Wilfredo Keng autore della denuncia del 2017, sono stati autorizzati a pagare una cauzione in attesa del verdetto di appello.
Trattenendo a stento le lacrime e con la mascherina sul viso Maria Ressa, ex capo della CNN a Manila, una delle "100 persone dell'anno" secondo la classifica del 2018 di Time, ha parlato ai cronisti presenti fuori dall'aula giudiziaria dov'erano ammesse solo poche persone per le restrizioni del coronavirus. La sentenza - ha detto - è un nuovo "duro colpo per noi giornalisti", ma non era "inaspettata", un "ammonimento" per intimidire la stampa. "Se non usi i tuoi diritti, li perderai", perché "la libertà di stampa - ha aggiunto - è il fondamento di ogni singolo diritto che avete come cittadini filippini. Se non riusciamo a usare il potere di chiedere conto (ai responsabili degli illeciti), non possiamo fare nient'altro".
Difesa da legali filippini e stranieri tra i quali Amal Clooney, moglie dell'attore George secondo la quale il processo di oggi era "un test per la democrazia", Maria Ressa è accusata in altri sei casi giudiziari dei quali uno la vede indiziata di aver violato le norme della costituzione che impediscono la proprietà straniera dei media, altro reato ritenuto dalla giornalista solo un tentativo di far chiudere il suo sito di notizie, che ha più volte denunciato gli abusi del presidente Rodrigo Duterte, dalle sanguinose campagne antidroga con migliaia di vittime delle "squadre della morte" agli acquisti illegali di fregate militari che portarono all'arresto di un comandante della Marina.
L'articolo "incriminato" citava anche un rapporto dell'intelligence secondo il quale Keng era stato sorvegliato dal Consiglio di sicurezza nazionale per un suo presunto coinvolgimento nel traffico di esseri umani e nel traffico di droga. Da qui l'azione legale intrapresa da Keng 5 anni dopo la prima pubblicazione, quando Rappler mise di nuovo online il testo correggendo il refuso di una sola parola. Per l'identico reato e su ordine della stessa magistrata Rainelda Estacio Montesa, la direttrice esecutiva di Rappler aveva già passato una notte nelle celle dell'Ufficio nazionale di investigazioni tra il 13 e il 14 febbraio dell'anno scorso.
La legge 10175 nota come "prevenzione della criminalità informatica" era stata legalmente usata in un solo altro precedente, ma il caso di Rappler per la sua delicatezza ha subito scatenato la reazione delle organizzazioni dei giornalisti e dei diritti umani.
"È l'ennesimo abuso del leader filippino che manipola le leggi per perseguitare voci critiche e rispettate dei media qualunque sia il costo finale per il paese", ha sostenuto Phil Robertson di Human Rights Watch Asia, secondo il quale "il caso Rappler si ripercuoterà non solo nelle Filippine, ma in molti paesi".
Quando il caso della diffamazione cibernetica è stato portato in corte nel 2017, Duterte aveva attaccato esplicitamente Rappler durante il suo discorso sullo Stato della Nazione e perfino vietato alla corrispondente presidenziale l'ingresso alle sue conferenze stampa. Il clima di intimidazione e i timori per le conseguenze ha costretto anche l'ex editore dell'influente Inquirer a vendere il giornale a un imprenditore vicino a Duterte mentre il principale sito tv del paese, Abs Cbn ha ricevuto il mese scorso un ordine di chiusura dopo il mancato rinnovo della licenza commerciale.
Maria Ressa ha spesso denunciato una campagna di odio e l'uso dei social media come "arma" contro la libera informazione, con la conseguenza di numerose minacce di morte contro di lei e i suoi collaboratori (una giornalista venne perfino arrestata e tenuta in prigione con il figlio appena nato). Dei sette casi giudiziari ancora in piedi contro Rappler uno riguarda il presunto finanziamento con soldi stranieri del popolare sito internet con milioni di followers in violazione di un'apposita norma costituzionale, tutte accuse da lei respinte come tentativi di imbavagliare una voce libera.
Nella graduatoria di Reporter senza Frontiere le Filippine sono scese negli ultimi anni al 136esimo posto su 180 paesi che violano la libertà di stampa. Fin dai tempi degli ex presidenti Joseph Estrada e Gloria Arroyo - entrambi allontanati dal potere per le accuse di corruzione - Maria Ressa è emersa con le sue inchieste per la Cnn e i numerosi libri pubblicati come una delle principali voci libere del paese cattolico che ha oltre 100 milioni di abitanti.
Dal 2016 con l'avvento di Duterte il suo sito è stato più volte attaccato dai sostenitori di questo capo di stato soprannominato "il giustiziere" non solo per i delitti extragiudiziari contro i presunti spacciatori di droga ma anche per il suo linguaggio minaccioso, come quando definì "spie" i cronisti che gli ponevano domande imbarazzanti. "Solo perché sei un giornalista non sei esentato dall'assassinio", disse. In un'intervista a La Repubblica Maria Ressa spiegò che gli abusi contro i giornalisti filippini fanno "rabbrividire", ma non sono isolati.
"Il mondo cambia così velocemente attraverso la tecnologia - sostenne - che aumentano i rischi di tendenze dittatoriali e di manipolazione delle masse, con strategie digitali usate per colpire i democratici e far passare informazioni omogeneizzate, l'uso delle campagne di odio, rabbia e paura". "Le persone che hanno l'obiettivo comune di ristabilire una certa obiettività - concluse - possono trasmettersi però l'un l'altra un'energia di resistenza, come accade a me con il team di Rappler".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 16 giugno 2020
Suicida l'attivista Lgbt. "Perdonatemi, non ce la faccio". Era rifugiata in Canada. Sarah Hegazy, 30 anni, si è suicidata nella sua casa in Canada. Gli attivisti di tutto il mondo le hanno reso omaggio sui social, con l'hashtag #Raisetheflag Forsarah e hanno ricordato gli abusi del regime di Al Sisi. La foto la ritraeva felice, sventolare l'arcobaleno. Sarah Hijazi, attivista egiziana per i diritti Lgbt, per quella foto era stata arrestata, poi torturata. Sarah si è suicidata. Nel biglietto d'addio ha scritto: "Perdonatemi, non resisto più".
Una frase per i fratelli: "Ho tentato di trovare riscatto e non ci sono riuscita". Un'altra per gli amici: "L'esperienza è stata dura e sono troppo debole per resistere". L'ultima, nella mano una biro tremolante, riservata al mondo: "Sei stato crudelissimo. Ma io ti perdono". Incarcerata e torturata un anno intero, esiliata e disperata negli ultimi due, non l'ha salvata nemmeno la tranquilla casetta in Canada che le avevano dato come rifugio politico, dopo un'accesa campagna internazionale per la sua liberazione: a 30 anni, nel corpo le cicatrici delle continue "ispezioni corporali" e degli stupri senza fine subìti dalla polizia egiziana, nella memoria le ferite delle minacce e delle derisioni sopportate al Cairo, sul tavolo della cucina canadese un semplice biglietto d'addio, Sarah Hijazi l'ha fatta finita.
"Il cielo è più dolce della Terra! - aveva avvertito in un post su Facebook - E io voglio il cielo, non la Terra!". Sarah sognava un cielo pieno d'arcobaleni e nel settembre 2017 le era bastato sventolare una bandiera per i diritti Lgbt, a precipitarla nei sotterranei che ingoiarono Giulio Regeni, nell'inferno che sta vivendo Patrick Zaki. Un attimo d'esultanza, sotto il palco d'un concerto al parco dell'università Al Hazar. Sarah aveva sentito le parole liberatorie di Hamed Sinno, il Freddie Mercury arabo, s'era dimenata sulla musica trasgressiva dei Mashrou Leila, i Progetto Notte, la più omosex delle band libanesi: "Digli che siamo ancora in piedi! Digli che stiamo resistendo! Digli che abbiamo ancora gli occhi per vedere! Digli che non abbiamo fame". Imprudente, Sarah s'era messa in tasca l'arcobaleno dei diritti lesbo-gay-bisex-transgender. Poi l'aveva tirato fuori in pubblico, sotto il naso dei poliziotti cairoti. E con altri 77, era finita dentro.
Gay & guai. Nell'Egitto del generale Al Sisi, come in quello dei Fratelli musulmani e prim'ancora di Mubarak, c'è sempre voluto molto meno d'un applauso sbagliato per rischiare fino a 17 anni di carcere. D'omosessualità, credendo d'infangarli, tentarono di parlare dopo la morte di Regeni e dopo l'arresto di Zaki. Perché una legge del 1961 e l'islam e tutta la società egiziana la puniscono come "pratica d'abituale depravazione", anche se è pratica antica e diffusa: chiunque sa delle periodiche retate sotto il ponte Qasr, sul Lungonilo; ognuno ricorda il famoso "processo ai 52" che svelò al mondo le persecuzioni sessuali; tutti hanno visto i proibiti film egiziani sull'identità di genere.
"Shim el-yesmine", annusa il gelsomino, è la canzone più popolare dei Mashrou Leila e insieme l'inno dei gay arabi. Era pure il titolo più amato da Sarah. In queste ore - mentre il governo italiano è assediato dalle polemiche sulle navi militari vendute ad Al Sisi nonostante il caso Regeni, mentre Bologna discute se dare la cittadinanza onoraria a Zaki, ormai in galera da quattro mesi - sul Crescentone di piazza Maggiore hanno srotolato di nuovo un grande manifesto dieci per quindici. Proprio là, dove un cartellone pubblicitario aveva sloggiato quello vecchio. I bolognesi hanno memoria ostinata. Ci sono ancora le foto di Giulio e di Patrick. Manca solo quella di Sarah.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 16 giugno 2020
C'è un ultimo e unico passo da fare per rompere lo stallo che tiene in ostaggio la verità sul sequestro e omicidio di Giulio Regeni. E c'è una data per compierlo, quel passo. Mercoledì 1 luglio, il Procuratore di Roma Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco torneranno a parlare con i magistrati della Procura generale del Cairo. Lo faranno in una videoconferenza che interromperà un silenzio durato oltre un anno e che offre all'Egitto un'ultima opportunità.
In qualche modo decisiva nel misurare con i fatti e non con le dichiarazioni di intenti (ormai tanto stucchevoli, quanto inconcludenti) le intenzioni del regime di Al Sisi e, contestualmente, la capacità di pressione di Palazzo Chigi e della nostra diplomazia. Un'opportunità che non contempla dunque né compromessi, né ulteriori e irricevibili dilazioni.
Vale a dire, rimuovere l'ostacolo che, oggi, paralizza la possibilità della Procura di Roma di mandare a giudizio e processare di fronte a un tribunale e "in nome del popolo italiano", i cinque ufficiali degli apparati di sicurezza egiziani indagati dalla Procura di Roma dall'ormai lontano 5 dicembre 2018. L'ostacolo ha una natura "tecnica", diciamo così.
È una sostanza tutta politica. La Procura generale del Cairo, l'1 luglio, dovrà infatti comunicare alla Procura di Roma quanto il 29 aprile dello scorso anno le era stato chiesto senza ottenere risposta. Se è cioè intenzionata o meno a comunicare il "domicilio" legale dove, di qui in avanti, i cinque alti ufficiali dell'Intelligence egiziana coinvolti nel sequestro e omicidio di Regeni dovranno ricevere gli atti dell'inchiesta che li vede indagati.
Un passaggio che, in uno Stato di diritto quale il nostro, è presupposto necessario a mettere un imputato (chiunque esso sia e ovunque risieda, a maggior ragione se all'estero, come in questo caso) nella condizione di sapere che nei suoi confronti si sta celebrando un processo e di potersi dunque compiutamente difendere in quella sede. È un atto che, normalmente, uno Stato di diritto compie attraverso gli strumenti della sua piena sovranità e dunque attraverso la magistratura e gli organi di polizia giudiziaria. Si identifica un indagato, gli si fa indicare il suo domicilio legale, lo si invita a nominare un legale di fiducia.Che lo assisterà nella fase delle indagini, dell'udienza preliminare, dell'eventuale processo. Ebbene, è un atto che, nella vicenda Regeni, non può prescindere dall'autorità politica e giudiziaria del Paese in cui quegli indagati risiedono: l'Egitto di Al Sisi, appunto. Semplice, si dirà. E invece ad oggi impossibile da ottenere. Per una ragione evidente. Aver rifiutato sin qui al nostro Paese lo strumento in grado di sottrarre alla loro condizione processuale di "fantasmi" gli uomini dei propri apparati coinvolti nel sequestro e omicidio di Giulio Regeni, ha significato proteggerli non solo dalle conseguenze di un possibile processo, ma dal processo stesso.
Ebbene, non è rimasto molto tempo. Il 5 febbraio del prossimo anno scadrà l'ultima proroga delle indagini della Procura. Il che significa che di qui alla fine dell'anno la nostra magistratura dovrà sapere se è nella condizione di poter celebrare un processo che non sia minato nelle fondamenta dalla naturale obiezione di un giudizio non solo "in absentia" dei suoi imputati ma anche dalla loro "irreperibilità".
Se davvero, come ha chiesto l'ex ministro Marco Minniti su questo giornale ieri, il governo è in grado di immaginare una "partnership esigente" con l'Egitto, Palazzo Chigi chieda ad Al Sisi che mercoledì 1 luglio i cinque uomini "fantasma" dei suoi apparati abbiano finalmente un domicilio legale dove il nostro Paese possa chiedere conto delle loro responsabilità. E lo faccia subito. Senza condizioni. Ne va della nostra sovranità. Oltre che della verità e giustizia per Giulio.
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