di Matteo Angioli
Il Dubbio, 17 giugno 2020
Mancano conoscenza, giustizia e non violenza. La protesta americana ha il merito di incanalare il senso di rigetto della violenza, soprattutto quella esercitata dalle autorità. "Tra 10 anni farai lo stesso anche tu! Quel che devi fare oggi che hai 16 anni è trovare un'idea migliore perché ciò che stiamo facendo noi non funziona! Lui è arrabbiato a 46 anni, io sono arrabbiato a 31! Tu sei arrabbiato e ne hai 16! Capisci?".
Le parole, riprese in un video postato su Twitter il 31 maggio scorso, sono rivolte da un uomo di 31 anni a un sedicenne per convincerlo di come sia controproducente saccheggiare. Un attimo prima aveva amaramente constatato la sordità del 46enne alle stesse parole. Tre generazioni di afroamericani lacerate e unite nel dolore e nella rabbia, separate nella via da imboccare per un futuro diverso, come lo erano Martin Luther King jr e Malcolm X.
Si fatica ad affrontare il problema che attanaglia gli Stati Uniti senza cadere nella contrapposizione semplificata che vede da un lato gli anti- Trump a priori, dall'altro i protettori dello status quo e del "law and order" a tutti costi. Così, mentre nella grande democrazia americana prende corpo il dibattito su una possibile riforma delle forze dell'ordine, sta lentamente tornando sotto i riflettori una delle cause che condanna i George Floyd: la mancanza di conoscenza e di responsabilità.
La città di Minneapolis fa da apripista nel lanciare un confronto serio, aperto, istituzionale e a livello di comunità. Quella di Camden, in New Jersey, offre già un'esperienza particolare avendo sciolto e riformato la polizia locale nel 2012. Nel 2019, Camden, circa 73.000 abitanti, di cui 50% latini e 42% neri, ha registrato un calo del 95% delle denunce di abusi commessi da agenti di polizia e una riduzione del 63% degli omicidi.
Nel suo ultimo rapporto, l'International Peace Research Institute di Stoccolma ha mostrato che nel 2019 le spese militari a livello mondiale ammontano a circa 1917 miliardi di dollari. Cinque Paesi rappresentano il 62% della spesa totale: Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita e India. Ci sono quasi un miliardo di pistole al mondo, un record. Ogni anno vengono prodotti circa 12 miliardi di proiettili, e ogni anno circa 500.000 persone perdono la vita sotto i colpi di arma da fuoco. Negli Stati Uniti, lo stesso dato ammonta a 35.000, mentre i feriti superano i 75.000. Dalla tragedia dell'11 settembre, le forze di polizia statunitensi hanno ricevuto in dotazione armi ed equipaggiamenti, e sono addestrate secondo tattiche di guerra. La tattica comporta anche l'assunzione di una mentalità da guerra, da scontro. Si tratta in particolare del "Programma 1033", che prevede il trasferimento di armi ed attrezzature dall'esercito direttamente alle agenzie di law enforcement statali e locali con modalità semplici e senza rendicontazione obbligatoria.
L'ex capo della polizia di Camden ha criticato il programma dicendo che "i poliziotti sono guardiani, non guerrieri". Dobbiamo chiederci perché si blocca con un ginocchio per quasi nove minuti George Floyd. È stato di diritto sparare alle spalle di Rayshard Brooks, disarmato? È stato di diritto fare irruzione sfondando l'ingresso di un'abitazione nel cuore della notte e uccidere Brionna Taylor, disarmata? È stato di diritto eseguire una manovra di contenimento e soffocare Eric Garner? È stato di diritto uccidere Stefano Cucchi mentre è in "custodia" in strutture dello Stato italiano? È stato di diritto uccidere Federico Aldovrandi, Riccardo Magherini, Davide Bifolco e Dino Budroni in pieno giorno? Marco Pannella, al Congresso di Nessuno Tocchi Caino del 2015 nel carcere di Opera ha detto qualcosa di convincente: "Oggi gli Stati nazionali sono costretti a sopravvivere e a giustificare molto spesso con una interpretazione violenta quel che è legge, quel che è diritto".
Con gli spazi di libertà che li contraddistinguono e le proteste che generano, gli Stati Uniti hanno il merito di incanalare l'ormai insopportabile senso di rigetto per la violenza, soprattutto per quella esercitata dalle autorità, di cui il mondo trabocca. Può mettersi in moto una rivoluzione culturale, dunque politica, che valica, storicamente e antropologicamente, il periodo e le dinamiche elettorali.
Difficilmente, la risposta securitaria, legalitaria del law and order aiuterà il sedicenne a trovare Martin Luther King. L'ultima cosa di cui hanno bisogno gli Stati Uniti e il mondo sono nuove generazioni di illusi di oggi destinate a divenire i cupi delusi di domani. La democrazia è conoscenza e crescita o non è. Legge e ordine non bastano più. Mancano giustizia e cambiamento. E arriveranno. Con la nonviolenza.
La Repubblica, 17 giugno 2020
L'imbarazzo degli egiziani perché gli indagati sono figure di primo piano. Pensavano che la questione fosse chiusa. E invece, evidentemente, chiusa non lo è. Pensavano di venirne fuori con l'ennesimo incontro istituzionale, magari con la restituzione simbolica dei vestiti e gli effetti personali di Giulio (a più di un anno e mezzo di distanza dalla richiesta), e invece gli apparati egiziani si trovano con un nuovo problema sul tavolo: l'elezione di domicilio dei cinque indagati.
È un atto tecnico, è vero. Non troppo invasivo: i cinque verrebbero processati in contumacia, senza essere interrogati dai magistrati italiani. Ma che costringerebbe il governo di Al Sisi, probabilmente per la prima volta, a permettere che cinque ufficiali dell'intelligence interna siano processati all'estero. Mettendo così davanti all'opinione pubblica i metodi del regime. Non solo: il via al processo non chiuderebbe affatto le indagini.
I genitori di Giulio hanno sempre detto di volere una "verità giudiziaria" completa, che ricostruisca il ruolo dei sequestratori, dei torturatori, degli assassini e anche dei mandanti dell'omicidio di Giulio. "Vogliamo sapere chi e perché lo ha fatto". Gli indagati nell'inchiesta della procura di Roma non sono figure di secondo piano nell'organigramma dell'intelligence del Cairo: si tratta del generale Tarek Ali Saber che comanda la divisione della National Security Agency incaricata del "monitoraggio di sindacati, ong, organizzazioni politiche che operano illegalmente in Egitto".
I colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif. E l'agente Mhamoud Najem. È Tarek il primo alto ufficiale a ricevere la denuncia, falsa, dell'ambulante Mohammed Abdallah, che dà il via all'indagine su Giulio. L'indagine che porta poi al sequestro. Nonostante, parole di Tarek, l'inchiesta si fosse conclusa documentando che il comportamento del ricercatore italiano era trasparente: "Giulio Regeni soggiornava legittimamente in Egitto.
Non rappresentava alcun pericolo per la sicurezza del Paese. La denuncia nei suoi confronti non presentava alcuna ombra di verità. Era il frutto delle elucubrazioni di Abdallah". Per questo le indagini della National security dovevano essere chiuse. E invece proseguiranno, fino al giorno del sequestro il 25 gennaio. Avvenuto in una zona dove c'erano proprio alcuni degli agenti indagati. La vicenda Regeni non è però l'unica sul tavolo tra Italia ed Egitto: oggi c'è l'udienza per Patrik Zaki, lo studente egiziano dell'università di Bologna arrestato da 130 giorni. La sua scarcerazione sarebbe un "gesto importantissimo" hanno detto ancora ieri dal Governo. Ma evidentemente non legato in nessun modo alla questione Regeni.
di Maurizio Coletti
Il Manifesto, 17 giugno 2020
Più che basiti, più che innervositi si resta stupefatti di fronte all'ennesimo tentativo di affrontare alcuni aspetti di consumi di sostanze o di dipendenze con approcci unicamente medici. Meglio, unicamente basati su un "neurocentrismo" che, ormai, ha mostrato tutti i limiti di trattamenti che prendono in considerazione solo il cervello. È il caso, ultimo ma non unico, della sperimentazione che partirà nel Dipartimento Dipendenze dell'Ussl 6 Euganea di Monselice (Padova); con il "vestito" di un trial randomizzato, controllato, doppio cieco (il golden standard delle ricerche sui farmaci), si parte sottoponendo trenta cocainomani e trenta giocatori d'azzardo ad una somministrazione di stimoli magnetici sul cervello.
L'obiettivo sarebbe quello di "resettare" questi ultimi ed ottenere una riduzione del craving, il desiderio che sorge al pensiero od alla vista della droga o delle slot. Conseguentemente, si dovrebbe ridurre la dipendenza dalla sostanza o dal gambling. Si dovrebbero conoscere molto presto i risultati. Tuttavia, si scorgono già alcune criticità, come ad esempio le modalità di arruolamento del campione.
Ma se questi sono aspetti che non appaiono nel riassunto giornalistico disponibile e che, magari, sono espressi in forma inappuntabile nel protocollo di ricerca, quello che lascia stupiti è il messaggio sottostante: le "dipendenze" sono malfunzionamenti unicamente cerebrali. Tutto il resto sparisce, in quel determinismo, in quella "reductio ad absurdum" che pervade ormai da quasi due decenni ricerca e trattamenti sui e dei consumi di sostanze.
Da quando l'addiction è stata definita "malattia primaria, cronica e recidivante del cervello" (affermazione di Asam e Nida), il campo è militarmente occupato da studi e pratiche che limitano alla scatola cranica ed al suo contenuto l'attenzione e la cura. E, in tempi di riduzione spaventosa non solo delle risorse destinate alla ricerca, ma anche ai trattamenti e perfino alle occasioni di discussione, di confronto, di dibattito sui temi dei consumi e sulle politiche relative, v'è da chiedersi come avranno fatto i bravi ricercatori a trovare i fondi per questo studio.
La sentenza Asam e Nida è ormai datata. Mentre una neuroscienziata americana (Sally Satel) afferma: "Il modello neurocentrico lascia la persona consumatrice nell'ombra. Mentre, sia per trattare i suoi problemi, che per guidare le politiche, è importante comprendere quello che il soggetto pensa. È nella mente del consumatore che persistono le storie: come ha iniziato, perché continua a consumare e, se decide di smettere, come lo può fare. Queste risposte non possono essere trovate esaminando il suo cervello, qualsiasi livello di sofisticazione abbiano gli strumenti utilizzati. Il terreno neurobiologico è quello del cervello e delle cause fisiche, i meccanismi che sono dietro ai pensieri ed alle emozioni. Il terreno psicologico, il regno della mente è quello della persona, dei suoi desideri, delle intenzioni, degli ideali e delle ansie".
Cervello e mente, quindi, non sono la stessa cosa. Ambedue sono essenziali ma si continua a commettere l'errore di privilegiare il primo (il cervello) e di scansare il secondo (la mente). Confesso, infine, che c'è un livello di curiosità (mista, lo ammetto, a scetticismo) per i risultati dello studio relativo ai risultati che si otterranno a lungo termine su una patologia compulsiva senza sostanze come il gioco d'azzardo. Condizione con sicure variabili neuronali, ma con altrettante variabili psicosociali che non possono essere scalfite (lo ripeto: a medio e lungo termine) dalla stimolazione magnetica.
L'addiction, quindi, deve essere sempre trattata come una "malattia" che non scomparirà mai essendo considerata cronica? E tra quanto potremo parlare e confrontarci su quei consumi regolati individualmente e privi di grandi rischi?
di Massimo Franchi
Il Manifesto, 17 giugno 2020
Stati Generali. Il sindacalista Usb si incatena a Villa Pamphilj, poi è ricevuto e illustra il suo piano: filiera agricola, lavoro regolare, migrazione. "Per il premier la "patente del cibo" è una bella idea, ora rilanciamo: riuniremo a Roma tutti gli esclusi".
Una lunga giornata di lotta e di attesa. Finita con un incontro insperato con il presidente del Consiglio e con l'annuncio della "convocazione degli Stati polari" per dare voce a tutti coloro che sono "invisibili". Aboubakar Soumohoro, il sindacalista dell'Usb che con il suo impegno per migranti e bracciati è diventato un simbolo riconosciuto in tutto il paese, ha portato la sua lotta a Villa Pamphilj, incatenandosi a pochi metri dalla sede degli Stati generali convocati dal governo nel grande parco romano. Accompagnato da alcuni altri attivisti dell'Usb e poi da un numero di persone sempre più numeroso, Abou ha iniziato uno sciopero della fame e della sete, chiedendo al presidente Conte di essere ascoltato.
La svolta alle 16: da villa Pamphilj l'entourage del governo chiama e organizza l'incontro. Una mezz'ora di dialogo schietto e diretto, in pieno stile Abou. "Siamo stati ricevuti dal presidente del Consiglio, dalla ministra Catalfo e dal ministro Gualtieri. Abbiamo rappresentato le ragioni di questo sciopero della fame e della sete partito questa (ieri, ndr) mattina. Ma le ragioni partono da molto lontano, dalla morte di tanti invisibili nelle campagne, africani e italiani, da Paola Clemente fino a Mohamed Ben Ali qualche giorno fa a Borgo Mezzanone, dal grido di dolore di migliaia di lavoratori che i vari governi che si sono succeduti in questi anni non hanno mai ascoltato", spiega Abou.
Già da qualche giorno, Abou e l'Usb avevano definito la loro piattaforma rivendicativa. "Abbiamo portato le nostre tre proposte: la riforma della filiera agricola liberata dal giogo della grande distribuzione che porta al caporalato e allo sfruttamento nelle campagne con la "patente del cibo"; un piano nazionale di emergenza per il lavoro che tuteli tutti coloro che rischiano di perderlo, giovani, precari, lavoratori dell'ex Ilva e della Whirlpool di Napoli e di tutte le altre crisi; sulle politiche migratorie chiediamo che la regolarizzazione non sia legata alla raccolta della frutta - che non marcirà mai perché di lavoratori nelle campagne ce ne sono - ma va legata alla crisi sanitaria - in quanto il lavoro agricolo ad inizio pandemia è stato considerato essenziale - convertibile poi per attività lavorativa. A questo si lega il tema della razzializzazione: in tanti in Italia si sono indignati per le violenze della polizia contro gli afroamericani ma anche nel nostro paese la situazione è la stessa per via della legge Bossi-Fini e dei decreti sicurezza di Salvini che vietano alle persone il diritto di cittadinanza. Per questo chiediamo al governo di ridare a tutte queste persone il diritto di esistere, a partire dai bambini che sono nati in Italia".
L'idea della "patente del cibo" - che "garantisca ai cittadini di sapere dove è stato prodotto quello che mangiano e che sia stato prodotto senza sfruttamento" - ha trovato grande riscontro nel governo: "il presidente Conte ha detto che è un'idea bellissima, un'idea geniale e che si attiverà per metterla in pratica", riporta Abou.
Sul "piano nazionale di emergenza del lavoro" e sulle questioni migratorie invece le risposte sono più interlocutorie e meno soddisfacenti. "Il presidente Conte sul piano del lavoro ci ha chiesto "proposte articolate in merito" che noi gli presenteremo al più presto", mentre "sulla regolarizzazione ha detto che l'articolo 103 del decreto Rilancio prevede già il permesso di soggiorno ma che interesserà il governo per approfondire il tema".
La risposta più deludente è stata sicuramente sui decreti Sicurezza: "ci ha detto che il programma di governo prevede di riformarli, non ha mai parlato di cancellarli come noi chiediamo", commenta il sindacalista dell'Usb. Anche per questo arriva l'annuncio di una nuova sfida al governo. "Prima di salutarci l'ho informato che lavoriamo alla convocazione degli Stati popolari. Loro hanno fatto gli Stati generali, noi faremo gli Stati popolari nelle prossime settimane a Roma: chiameremo a parlare giovani, precari, disoccupati. Uno spazio aperto nel rispetto di principi e di valori. Tutti coloro che non si riconoscono in uno stato che non rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale, come prevede la nostra Costituzione, che impediscono alle persone di poter condurre un'esistenza dignitosa", conclude Abou.
di Massimo Franchi
Il Manifesto, 17 giugno 2020
I dati resi pubblici dal Viminale. Il governo corre ai ripari e annuncia la proroga di un mese: ci sarà tempo fino al 15 agosto. Trentaduemila domande in due settimane, di cui il 91 per cento da parte di colf e badanti. Le richieste di regolarizzazione sono ben lontane da quella quota 600mila che qualcuno - soprattutto a destra - vagheggiava per parlare di "rischio invasione". Ma di sicuro si tratta di un numero deludente che si spiega da un lato con la difficoltà della procedura soprattutto per i braccianti che difficilmente trovano un imprenditore onesto disposto a pagare 500 euro per regolarizzarli o i documenti per dimostrare di essere in Italia dallo scorso anno.
Nelle prime due settimane dall'apertura della procedura telematica, lo scorso 1 giugno, sono arrivate al Viminale quasi 32mila domande di emersione: 23.950 già perfezionate e 7.762 in corso di lavorazione. Sebbene, segnala il ministero, il dato "è in costante crescita", il governo ieri ha comunque annunciato di voler prorogare di un mese - dal 15 luglio al 15 agosto - la scadenza della presentazione della domanda con un apposito articolo nel decreto sulla Cassa integrazione.
"La proroga di un mese è una opportunità da cogliere e valorizzare, è una prima risposta alle nostre richieste, poiché ritenevamo la finestra fino al 15 luglio troppo stretta per consentire un'ampia convergenza sul provvedimento, considerando anche la diffusione di interpretazioni avvilenti su alcuni passaggi delle modalità di accesso alla regolarizzazione", commenta Jean-René Bilongo del dipartimento politiche migratorie e inclusione della Flai-Cgil. "Noi abbiamo istituito anche un Numero Verde 800171100 con l'obiettivo di una più ampia platea di beneficiari".
Come detto, le richieste finora sono per la stragrande maggioranza da parte di colf e badanti, che rappresentano il 91% delle domande già perfezionate (21.695) e il 76% di quella in lavorazione (5.906). Il collaboratore familiare è la categoria più gettonata (16.469 domande), segue l'assistente alla persona non autosufficiente (4.960) ed il lavoratore agricolo (2.233). Per quanto riguarda colf e badanti, le maggiori richieste sono arrivate dalla Lombardia (7.951), seguita da Campania (2.716) e Lazio (2.230). Per il lavoro agricolo, la Campania è invece al primo posto (554), seguita dalla Sicilia (448) e dal Lazio (408).
Nella distribuzione delle richieste per paese di provenienza del lavoratore, ai primi posti risultano il Marocco, l'Egitto e il Bangladesh per il lavoro domestico e di assistenza alla persona; l'India, l'Albania e il Marocco per l'agricoltura e l'allevamento. Su 23.950 datori di lavoro che hanno perfezionato la domanda di regolarizzazione, 17.294 sono italiani (il 72% del totale).
In queste due settimane sono 1.208 le richieste di permesso di soggiorno temporaneo presentate agli sportelli postali da cittadini stranieri. Per accedere alla procedura il datore di lavoro deve prima versare un contributo forfettario di 500 euro.
Nel caso di dichiarazione di sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare, deve aggiungere il pagamento delle somme dovute a titolo retributivo, contributivo e fiscale. Soddisfatta dei dati la ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova: "24mila donne e uomini, fino a ieri invisibili, avranno diritto al permesso di soggiorno e di lavoro", osserva. "Chi afferma che la norma non serve - aggiunge la ministra - vuol dire che non ha mai visto cos'è un ghetto".
di Tedros Adhanom Ghebreysesus, Mahamat Saleh Annadif*
Corriere della Sera, 17 giugno 2020
Le riflessioni congiunte di alcuni Alti Funzionari africani delle Nazioni Unite: "Va sollevata ancora una volta la questione irrisolta dell'eliminazione del razzismo". "Un disperato struggimento per una madre che si è spenta da tempo. Che arriva in profondità dalle viscere di un'umanità fragile. In cerca di respiro. Il mondo intero ha sentito il tragico grido.
La famiglia dei popoli ha visto il suo volto sbattuto contro il duro asfalto. Un dolore insopportabile in pieno giorno. Un collo che si spezza sotto il ginocchio ed il peso della storia. Un gigante gentile, disperatamente aggrappato alla vita. Desideroso di respirare libero. Fino al suo ultimo respiro".
Come alti dirigenti africani alle Nazioni Unite, le ultime settimane di protesta per l'uccisione di George Floyd da parte della polizia ci hanno lasciato tutti indignati per l'ingiustizia del razzismo che continua a pervadere il nostro Paese ospitante e il mondo intero. Non si potrà mai dire abbastanza sul profondo trauma e sulla sofferenza intergenerazionale causata dall'ingiustizia razziale perpetrata nel corso dei secoli, in particolare contro le persone di origine africana. Non basta limitarsi a condannare espressioni e atti di razzismo. Dobbiamo andare oltre e fare di più.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che "dobbiamo alzare la voce contro tutte le espressioni di razzismo e i comportamenti razzisti".
Dopo l'uccisione di George Floyd, il grido Black Lives Matter che risuona in tutti gli Stati Uniti e in tutto il mondo è più di uno slogan. Infatti, le loro vite non solo sono importanti, ma sono la quintessenza della realizzazione della nostra comune dignità umana. Ora è il momento di passare dalle parole ai fatti. Abbiamo il dovere di smantellare le istituzioni razziste, per George Floyd e per tutte le vittime della discriminazione razziale e della brutalità della polizia. Come leader di un sistema multilaterale, crediamo sia doveroso parlare a nome di coloro le cui voci sono state messe a tacere e chiedere risposte efficaci che contribuiscano a combattere il razzismo sistemico, una piaga globale perpetuatasi nel corso dei secoli.
La sconvolgente uccisione di George Floyd affonda le sue radici in un insieme più ampio e insormontabile di problemi che non scompariranno se trascurati. È tempo che le Nazioni Unite si facciano avanti e agiscano con decisione per contribuire a porre fine al razzismo sistemico contro le persone di origine africana e altri gruppi minoritari, "promuovendo e incoraggiando il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione", come stabilito dall'articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite. In effetti, il fondamento delle Nazioni Unite è la convinzione che tutti gli esseri umani siano uguali e abbiano il diritto di vivere senza timore di persecuzioni.
È stato all'apice del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti e durante la nascita delle nazioni africane post-coloniali indipendenti ed aderenti alle Nazioni Unite, che la Convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (Icerd) è entrata in vigore nel 1969. Questo è stato un momento storico cruciale. Il crollo dell'apartheid in Sudafrica, spinto in parte dalle Nazioni Unite, è stato uno dei risultati più soddisfacenti dell'Organizzazione.
I diritti umani e la dignità delle persone di colore in Africa e degli individui di discendenza africana nel mondo risuonano come un potente segnale per le future generazioni: le Nazioni Unite non chiuderebbero mai un occhio sulla discriminazione razziale né tollererebbero ingiustizia e intolleranza legittimate da leggi ingiuste. In questa nuova era, le Nazioni Unite devono usare la loro influenza sia per sollevare ancora una volta la questione irrisolta dell'eliminazione del razzismo e sia per sollecitare la comunità delle nazioni a rimuovere la macchia del razzismo dall'umanità.
Noi accogliamo con favore le iniziative del Segretario Generale per rafforzare il dibattito globale sull'antirazzismo, che affronterebbe il razzismo sistemico a tutti i livelli e i suoi effetti ovunque essi si manifestino, incluso all'interno delle stesse Nazioni Unite. Se è nostro compito guidare, dobbiamo farlo con l'esempio. Per innescare e sostenere un reale cambiamento, dobbiamo intraprendere un'onesta valutazione del modo in cui rispettiamo la Carta delle Nazioni Unite all'interno della nostra istituzione.
In qualità di funzionari internazionali, la nostra espressione di solidarietà è in linea con le nostre responsabilità e i nostri obblighi di prendere posizione e pronunciarsi apertamente contro l'oppressione. Come leader, noi condividiamo le convinzioni fondamentali, i valori e i principi contenuti nella Carta delle Nazioni Unite, i quali non ci lasciano la possibilità di rimanere in silenzio. Noi ci impegniamo a sfruttare le nostre competenze, la nostra influenza e i nostri mandati per affrontare le cause profonde e indirizzare i cambiamenti strutturali necessari a mettere fine al razzismo.
Quasi 500 anni dopo l'inizio della ripugnante tratta transatlantica degli Africani, siamo arrivati ad un punto critico nell'arco dell'universo morale, mentre ci avviciniamo, nel 2024, alla fine del Decennio Internazionale per Persone di Discendenza Africana. Usiamo la nostra voce collettiva per realizzare le aspirazioni delle nostre comunità, affinché le Nazioni Unite esercitino il loro potere morale come istituzione per realizzare un cambiamento globale.
Usiamo la nostra voce per contribuire alla realizzazione della visione riformatrice dell'Africa contenuta nell'Agenda 2063, coerente con l'Agenda globale 2030. L'Africa è la culla dell'umanità e l'antesignana delle civiltà umane. Se il mondo intende garantire lo sviluppo sostenibile e la pace è necessario che il continente africano rivesta un ruolo decisivo. Questo era il sogno dei fondatori dell'Organizzazione dell'Unità Africana, ed era anche la forte convinzione di leader di spicco come Kwame Nkrumah e intellettuali illustri come Cheikh Anta Diop.
Non possiamo dimenticare le parole del Presidente Nelson Mandela: "Negare alle persone i loro diritti umani è sfidare la loro stessa umanità". Teniamo sempre a mente l'ammonizione dell'attivista per i diritti civili Fannie Lou Hamer: "Nessuno è veramente libero fino a che tutti non sono liberi", cui fece eco Martin Luther King Jr., "L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque". Le loro parole furono poi incarnate nell'eterogenea nazione arcobaleno del Sudafrica, come dichiarato dall'Arcivescovo pacificatore Desmond Tutu quando disse che "la liberazione dei neri è un prerequisito assolutamente indispensabile alla liberazione dei bianchi, nessuno sarà libero fino a che tutti non saremo liberi".
*Tutti i firmatari riportati di seguito sono alti funzionari delle Nazioni Unite che ricoprono la carica di Sottosegretario Generale. Hanno firmato questo editoriale a titolo personale. Tedros Adhanom Ghebreyesus Mahamat Saleh Annadif Zainab Bangura Winnie Byanyima Mohamed Ibn Chambas Adama Dieng François Lounceny Fall Bience Gawanas Gilbert Houngbo Bishar A. Hussein Natalia Kanem Mukhisa Kituyi Jeremiah Nyamane Mamabolo Phumzile Mlambo-Ngcuka Mankeur Ndiaye Parfait Onanga-Anyanga Moussa D. Oumarou Pramila Patten Vera Songwe Hanna Tetteh Ibrahim Thiaw Leila Zerrougui
pagellapolitica.it, 16 giugno 2020
"A seguito delle rivolte carcerarie (...) il Ministro Bonafede ha 'duramente reagito' (...) concedendo lo svuota carceri, come premio a chi ha gravemente danneggiato istituti penitenziari e a chi ha aggredito gli agenti della polizia penitenziaria. Bastava? No! Con Bonafede non c'è mai limite al peggio ed oggi apprendiamo che (...) gli agenti della Polizia penitenziaria che hanno contenuto le rivolte sono stati attinti da avvisi di garanzia".
publicpolicy.it, 16 giugno 2020
Raddoppia il numero di chiamate che i detenuti in alta sicurezza potranno effettuare all'interno delle carceri ai loro familiari, ma sempre se autorizzate dal direttore dell'istituto penitenziario. Rimangono esclusi i detenuti sotto il regime del 41bis (il cosiddetto carcere duro): è questa una delle novità contenute in un emendamento al dl Intercettazioni-app Immuni, approvato in commissione Giustizia al Senato. La modifica è a firma dei relatori Franco Mirabelli (Pd) e Angela Piarulli (M5S).
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 16 giugno 2020
Un doppio paginone (con acclusa intervista a Gratteri) per chiedere che i detenuti nei reparti di Alta Sicurezza siano un po' più maltrattati. È un'attrazione irresistibile quella di Nicolò Gratteri per il carcere. Lui considera il carcere il dono più prezioso che ci è stato consegnato dalla modernità.
di Adriana Bazzi
Corriere della Sera, 16 giugno 2020
Anna Maria Corradini ha portato la disciplina negli istituti di pena del Triveneto e ora anche in Toscana e Umbria. Il suo impegno come volontaria è confluito recentemente in un libro che racconta le "Mille ore in carcere".
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