di Valentina Stella
Il Dubbio, 18 giugno 2020
Intervista all'avvocato Cesare Placanica: "Quello di Bonafede è un messaggio privo di serietà, rivolto ai naviganti, a coloro che non hanno cognizioni giuridiche: le ispezioni si fanno, non si annunciano. I magistrati così subiscono il linciaggio dell'opinione pubblica".
La scarcerazione di Massimo Carminati ha riempito le pagine di tutti i giornali e suscitato molte polemiche. Ieri la Procura generale della Corte di Appello ha disposto l'obbligo di dimora nel comune di Sacrofano. "Una decisione che fatico a comprendere" commenta il suo difensore Cesare Placanica, che lo assiste insieme al collega Francesco Tagliaferri. Ne parliamo con il suo difensore Cesare Placanica, che lo assiste insieme al collega Francesco Tagliaferri.
Avvocato Placanica tanto clamore per nulla, in fondo si è solo rispettata la legge?
Determinate sensibilità nell'opinione pubblica spesso prescindono dai dati concreti. Quello che si è verificato è in realtà l'esplicazione di un principio generale non solo del nostro ordinamento giuridico ma di tutti quelli caratterizzati da un alto tasso di democrazia che prevedono un limite alla carcerazione preventiva. Tra l'altro in Italia questi limiti sono estremamente ampi, molto più degli altri Paesi. Qui la carcerazione preventiva è afflitta da un abuso.
Molti hanno legato la decorrenza dei termini della sentenza "Mondo di mezzo" con la scarcerazione di Carminati...
Se c'è un caso in cui la decorrenza dei termini è assolutamente priva di ogni responsabilità è "Mafia Capitale" perché sotto il profilo della tempistica i giudici sono stati molto celeri. Io sapevo che Carminati sarebbe uscito dal carcere quando è stata emessa il 22 ottobre 2019 la sentenza della Cassazione: era impossibile evitare la scarcerazione. Il mio assistito, cadendo l'accusa di mafia, resta imputato per fatti che non possono consentire una custodia preventiva oltre i 5 anni e 4 mesi. In quella data ne aveva scontati quasi 5 e sapevo che era impossibile in 4 mesi pubblicare le motivazioni della Cassazione, trasmettere gli atti alla Corte di Appello, celebrare il giudizio di appello bis, trattarlo, scrivere le motivazioni e dare i termini alle parti per impugnarle.
Però il ministro Bonafede ha inviato gli ispettori...
Questo sistema di mettere all'indice i magistrati che fanno il proprio lavoro non giova per niente alla giurisdizione. In qualche modo può condizionare e intimorire il giudice, messo nelle condizioni di avere una dote che nessun Paese civile può pretendere da un giudice: il coraggio. Io ho dedicato gran parte della mia discussione dinanzi al Tribunale del Riesame nel dire ai giudici: "verrete criticati aspramente se applicherete la legge ma so che il vostro senso del dovere non può fare a meno di rispettarla" nel disporre la scarcerazione di Carminati. Quello di Bonafede è un messaggio privo di serietà, rivolto ai naviganti, a coloro che non hanno cognizioni giuridiche: le ispezioni si fanno, non si annunciano. I magistrati così subiscono il linciaggio dell'opinione pubblica, perché appaiono non solo come ingiusti ma anche collusi con un fantomatico sistema che vuole farla fare franca a Carminati. Spero che l'Anm faccia sentire la propria voce.
Alfonso Sabella in una intervista al Corriere della Sera ha detto: "come spiegare ad un cittadino comune che, con quel curriculum criminale, Carminati adesso resti a casa sua?"...
Sabella ha premesso che Carminati è uscito per rispetto delle regole del codice. Però Sabella fa il giudice ma ogni volta che parla non nasconde la sua natura di pubblico ministero. Credo che la sua sia una visione assolutamente partigiana che parte da un dato: Carminati è l'uomo nero, il manovratore di tutte le trame occulte d'Italia e quindi è ingiustificato che sia libero. Tuttavia uno è un uomo nero, un mafioso, un omicida solo se è scritto negli atti processuali: se lui mette in discussione ciò non fa altro che mancare di fiducia alla valutazione della giurisdizione.
La Procura generale della Corte di Appello ha disposto ieri l'obbligo di dimora per Carminati, che non potrà spostarsi dal Comune di Sacrofano...
Fatico a comprendere questa decisione perché voglio ricordare che nel processo per l'omicidio Pecorelli Carminati si era presentato davanti al carcere per costituirsi qualora fosse stato ritenuto colpevole ed era consapevole che rischiava l'ergastolo; mi sembra difficile che adesso si dia alla fuga.
Enrico Bellavia su Repubblica ha scritto: "Se le mafie si evolvono e cambiano pelle, anche la giurisprudenza dovrebbe adeguarsi offrendo strumenti per qualificare incisivamente ciò che appare come un grado più sofisticato di consorteria mafiosa"...
Mi sembra un discorso illiberale, da difesa sociale tipico di uno Stato totalitario. Adeguare al fatto concreto l'effettiva valenza di una norma è una prassi tipica della giurisprudenza. Ma bisogna tenere presente che tutti i reati associativi sono già reati estremamente difficili da inquadrare sotto il profilo della condotta. L'essenza di ogni sistema penale democratico è che il fatto vietato deve essere descritto nei particolari.
L'arresto di Carminati è finito in tutte le televisioni. La sua scarcerazione anche. C'è sempre il solito problema della giustizia show?
Nutro grande rispetto per il diritto di informazione che come tutti i diritti deve incontrare un limite che è quello del rispetto della dignità dell'uomo. Riprendere e pubblicare l'arresto di una persona, che è un momento di estrema delicatezza, significa violare l'intimità e i diritti essenziali dell'uomo. Nel nostro ordinamento è esplicitamente vietato questo: è una norma introdotta dopo la pubblicazione di alcune immagini di cui il nostro Paese si deve vergognare, come l'arresto di Enzo Tortora.
di Davide Rossi
atlanticoquotidiano.it, 18 giugno 2020
È soprattutto in momenti come questi che ci manca Marco Pannella. Mi riferisco alla scarcerazione di Massimo Carminati e alle ispezioni subito disposte dal ministro della giustizia Bonafede (da poco "graziato" sulla mozione di sfiducia al Senato dal cialtronismo politico di Renzi). Ispezioni o intimidazioni verso i giudici che, vivaddio, hanno applicato la legge?
Intendiamoci, sul tasso di criminalità e spietatezza del soggetto non si discute e tutti ci auguriamo che la condanna definitiva che gli verrà inflitta sia la più dura possibile. Ma Pannella, un leader politico autenticamente garantista, che non ha mai temuto battaglie scomode e politicamente scorrette, non sarebbe rimasto in silenzio. Ci permettiamo di azzardare che il leader radicale avrebbe attaccato il ministro grillino per questo ennesimo, sottovalutato episodio di populismo giudiziario.
Caduta l'accusa di associazione mafiosa nel processo di primo grado, Carminati è stato condannato per corruzione. Nonostante la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, in teoria principio cardine del nostro ordinamento (non sappiamo ancora per quanto, vista la brutta aria che tira), Carminati ha già scontato cinque anni e sette mesi di carcerazione preventiva, ossia più di due terzi della pena edittale massima che potrà essergli comminata in caso di condanna definitiva. Quindi, i giudici, di fronte alle istanze dei difensori, lo hanno sacrosantamente scarcerato.
Comprensibile che Carminati appaia indifendibile, ma le norme di garanzia del nostro ordinamento valgono anche per lui, così come per qualunque altro cittadino dovesse incappare nelle maglie della giustizia. Oppure, dopo la prescrizione, i grillini vogliono abolire anche i termini di carcerazione preventiva? Per questo, sono convinto che Pannella non sarebbe rimasto in silenzio. Perché messe in discussione le garanzie costituzionali e di legge per Carminati, il vulnus riguarda tutti noi.
Eppure, non c'è una forza politica che queste cose abbia il coraggio di dirle. Siamo passati dalla democrazia alla "sondaggiocrazia", così tutto ciò che è impopolare anche se giusto, non lo si dice. Se va bene si fa finta di niente e nella maggior parte dei casi si cavalca populisticamente l'argomento. Ed invece Bonafede andrebbe sì criticato, ma non per aver permesso la scarcerazione del boss di "Mafia Capitale", bensì perché dopo oltre due anni al governo non è riuscito a far funzionare in modo più celere la giustizia penale e civile. Ma è mai possibile che in Italia in sei anni si concluda solo il giudizio di primo grado? Non è una grave distorsione, di per sé una forma di ingiustizia? È questo il punto su cui dovrebbe svilupparsi il dibattito politico. Neppure di fronte al clamore mediatico suscitato da questa vicenda si è riusciti a far camminare speditamente il processo, figuriamoci quel che succede nei procedimenti a carico dei cittadini "ordinari", che si celebrano al riparo dai riflettori.
Il ministro Bonafede dovrebbe tra l'altro chiarire le ragioni per le quali i suoi uomini al Dap hanno aperto le porte del carcere a centinaia di condannati per mafia, col pretesto del coronavirus, piuttosto che inviare ispettori presso i giudici del caso Carminati. Anche gli aedi dell'"indipendenza della magistratura", nel Pd e altrove, non hanno nulla da dire? Tutti zitti, tanto un'ispezione ministeriale oramai sta bene su tutto e non si nega a nessuno. In questa ignavia, ipocrisia e codardia della nostra classe politica, pezzo dopo pezzo, si intaccano, screditandoli, tutti quegli istituti che rendevano il nostro un sistema appena garantista. Ecco sì, oggi Pannella ci sarebbe proprio servito.
di Andrea Viola*
Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2020
Dopo oltre due anni di governo grillino, il punto sulla Giustizia, da loro amministrata, si può fare. E basterebbe prendere i numeri e leggere gli ultimi avvenimenti - scarcerazione per decorrenza dei termini di Carminati e scarcerazioni dei vari boss mafiosi - per capire come il Ministero amministrato da Alfonso Bonafede desti forti preoccupazioni.
Riforme reali ed utili mai fatte ma solo propaganda demagogica e nulla di più. L'esempio classico è sulla prescrizione: una riforma completamente sbagliata e superata dalla realtà e dalle reali condizioni dei tribunali italiani e dalle condizioni delle carceri.
I processi arrivano già morti prima di iniziare e la prescrizione nulla c'entra. Senza poi considerare la carenza cronica di magistrati e cancellieri in molti tribunali. Il quadro - se possibile - si è ampliato in peggio dall'emergenza Covid che vede il sistema giudiziario completamente impantanato e organizzato in ordine sparso.
Oltre a questo le continue ombre lanciate insistentemente dal consigliere del Csm, Nino Di Matteo, sulla sua mancata nomina al Dap. E le intercettazioni di Luca Palamara che disegnano un sistema di correnti nella magistratura che si intreccia con disinvoltura con politica, giornalismo e ogni altro tipo di potere. Insomma uno scenario molto preoccupante e che evidentemente tutti hanno timore ad affrontare.
E diciamo la verità. Se al Ministero della Giustizia ci fosse stato un altro partito oggi i grillini avrebbero fatto la loro classica sceneggiata e riempito le tv e i giornali - oltre ai social - di insulti e improperi contro la casta. Immaginatevi voi se Carminati e i boss mafiosi fossero usciti dal carcere con al Ministero un politico di un altro colore. Il finimondo.
Ma questo è quello che sta accadendo e purtroppo non se ne vede una luce. La giustizia grillina è al lavoro da due anni e questi sono i risultati, una discesa senza fine e nessuna reale prospettiva. Basterebbe andare un giorno in tribunale o nelle carceri per capire veramente di cosa si parla. Fare oggi una causa è vedere una sentenza civile veloce è impossibile. Nel campo penale anche peggio. I criminali ringraziano e le vittime non trovano il giusto conforto. Sulla questione poi, della sempre dimenticata, funzione rieducativa della pena neanche ne parliamo più.
Ma il problema vero è che tutto questo continua ad allontanare gli investitori che non si sentono sicuri e che vedono un sistema giudiziario inefficace e pericoloso. Un Paese così di certo non può definirsi civile. Ecco, che avrebbero detto oggi i grillini di allora? Questo è il frutto della incompetenza al potere e della facile propaganda populistica fatta quando si era all'opposizione. E i risultati poi si vedono senza scusanti. Questa è l'idea di Giustizia? Quelli che dicevano basta anche il sospetto per doversi dimettere. Ad oggi questi i risultati: un disastro.
*Avvocato e consigliere di Italia Viva
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 18 giugno 2020
Se un leader di partito, di un qualunque partito, magari sconfitto in un congresso, andasse in tv a dire di aver perso perché sono stati usati metodi mafiosi, che cosa succederebbe? Nel nome del principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale, un procuratore della Repubblica aprirebbe un fascicolo. Magari con il modello 45, cioè contro ignoti.
Ma sentirebbe subito dopo come persona informata sui fatti il leader rancoroso e poi magari, come atto dovuto, manderebbe un'informazione di garanzia al segretario di quel partito. Ci sarebbero titoloni sui giornali, il circo mediatico sarebbe in movimento e quel fatto, quasi sicuramente inesistente, potrebbe portare a un mutamento dell'assetto politico. Tutto ciò non accade se Nino Di Matteo, che pure è riuscito a vincere, con l'aiutino di Piercamillo Davigo, in un'elezione suppletiva del Csm, porta in tv le proprie frustrazioni e arriva a dire che l'uso delle correnti o delle cordate tra magistrati nelle progressioni di carriera è un sistema "mafioso".
È chiaro che il pm reso famoso dal processo "trattativa", accusando gli altri, parli di sé. Ma solo per autoassolversi e recitare la parte della vittima. È arrabbiato perché non è diventato ministro quando il partito che lo ha sempre osannato, il Movimento Cinque stelle, è andato al governo.
È furibondo perché il guardasigilli Bonafede gli aveva promesso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e poi vi ha collocato un Basentini qualunque. Voleva andare a una procura distrettuale "antimafia" e non ce l'ha fatta. Poi gli era arrivato il contentino di un posto nel pool creato dal Procuratore nazionale Cafiero de Raho per indagare finalmente sui "mandanti" delle stragi, quelli che non erano mafiosi ma erano i veri ispiratori delle bombe. Insomma, Berlusconi o giù di lì. Ma anche in quella commissione gli era andata male ed era stato liquidato in pochi giorni. Insomma, se non ci fosse stato l'amico Davigo...
Perché sia chiaro che la sua elezione al Csm è pura, è etica, è fuori dalle correnti dei "mafiosi" come Palamara. Il quale, come risulta da qualche chat o da quel diavolo di trojan, era contrario alla sua collocazione nel pool sulle stragi e si è poi compiaciuto del fatto che Cafiero de Raho l'avesse espulso. Ma Palamara, intervistato nello stesso salotto di Giletti in cui Di Matteo, in carne e ossa oppure al telefono o in immagini registrate è il dominus, ha spiegato molto bene come funziona il meccanismo "mafioso". Non sono nemico di Di Matteo, ha detto, infatti l'ho sostenuto nel 2009 quando voleva andare all'antimafia, ma gli ho preferito altri nel 2016, quando si è ritenuto che altri profili fossero più adatti per il ruolo. Il meccanismo è fatto così.
Il fatto che il dottor Di Matteo oggi sia indignato, dopo aver saputo come si sviluppano le carriere dei suoi colleghi, ci è di grande conforto. Supponiamo che negli anni scorsi lui sia stato all'estero e non abbia mai avuto contatti con altri magistrati italiani che lo tenessero informato di quel che succedeva. Ora vuol fare una svolta "etica" tra le toghe. Preferiremmo il termine "culturale", anche perché lo Stato etico lo vediamo ogni giorno in inchieste come quella di cui il dottor Di Matteo è stato promotore, quello sulla fantasiosa "trattativa" tra lo Stato e la mafia. Ma è anche preoccupato, l'ex pm, perché vede la sua corporazione indebolita dall'immagine che ormai in tanti hanno delle toghe e teme che qualcuno ne approfitti.
Qualcuno chi? Beh, il mondo politico, che vorrebbe distruggere l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati e sottoporli al controllo dell'esecutivo. Un bel ragionamento da pubblico ministero, che confonde la parte con il tutto, o il tutto con una singola parte. Perché, neanche nel programma del più entusiasta sostenitore del sistema processuale anglosassone si è mai pensato di toccare l'indipendenza dei giudici, ma semmai di rendere responsabili politicamente i pubblici accusatori. La svolta etica del dottor Di Matteo consisterebbe dunque in questo? Nel rafforzare il partito dei pm, considerando solo loro i veri magistrati, i veri componenti della casta?
di Francesca Scopelliti
Il Riformista, 18 giugno 2020
Troppo spesso trascurato dai giornali e dalla tv, l'anniversario del 17 giugno 1983 resta scolpito nella memoria di quanti assistettero sgomenti alla scoperta traumatica di cos'erano diventate nel nostro Paese l'amministrazione della giustizia e del diritto, le carceri, le leggi.
Quel giorno due procuratori napoletani in cerca di popolarità e carriera fecero una clamorosa e imponente retata di 856 arresti di presunti camorristi (ne verranno poi condannati appena un terzo) e per sorreggere la credibilità di tale inchiesta decisero di infilare nel mucchio, senza indagini e senza uno straccio di prova, un galantuomo come Enzo Tortora. Da 37 anni ricordiamo questa data insieme ai compagni del Partito radicale.
Sarebbe il caso che lo facesse finalmente anche il Parlamento, approvando una legge che istituisca nel nome di Enzo la Giornata per le vittime della giustizia ingiusta. Nell'attesa, questo 17 giugno 2020 cade proprio quando il virus del Trojan ha irrimediabilmente compromesso l'onorabilità della magistratura associata. Quella, per intenderci, che per anni ha occupato il pulpito arrogante dell'indipendenza senza limiti e della superiorità morale senza critica ma che adesso dovrebbe rassegnarsi allo scomodo banco degli imputati. Dovrebbe, se non fosse per la benevolenza che ancora le viene accordata da buona parte della stampa: antropofaga con Enzo Tortora, per anni complice dei tanti Palamara e ora silente per imbarazzo, convenienza e cattiva coscienza. Sì, cattiva coscienza.
La stessa che pervade quella classe politica che negli scorsi decenni ha sistematicamente avversato le battaglie referendarie di Marco Pannella e dei radicali per la separazione delle carriere dei magistrati, per l'abolizione del sistema elettorale del Csm a liste concorrenti e per l'eliminazione degli incarichi extragiudiziari. Insomma, 37 anni dopo, il dolore e l'indignazione per quel che accadde devono fare ancora i conti con un'attualità immutata, tragicamente teatrale, contaminata oltretutto dal populismo giustizialista di una società "civile" nella quale si fatica a distinguere le guardie e i ladri.
Nel gennaio 1984, in una lettera a Giorgio Bocca, Enzo scriveva: "Non entro nel merito dei due pesi e delle due misure che lei descrive. Valga solo un fatto. In una recente retata (mi pare sullo scandalo dei Casinò) fu ammanettato un tale, sorpreso a tavola, a cena, con un magistrato. Ciò non significa nulla. Ma si immagina se esistesse una foto di Tortora che banchetta con Cutolo? Lei pensa non sarebbe stata considerata, come tutte le altre infamie che mi crocifiggono, la "prova schiacciante"?".
E più avanti: "Ho scoperto l'Italia nella quale la dignità del cittadino viene calpestata in omaggio a quello che una volta veniva definito il "Mussolini ha sempre ragione". Ma io alla giustizia, e non al Duce, ci credo. E affermo che a battermi, disperatamente, per la Giustizia, sono oggi io, e non quel pugno di criminali che la beffano, la disonorano, la ingannano. Le ripeto: la mia è la storia di molti. La giustizia quella vera, non deve arroccarsi in un malinteso senso di irresponsabilità: deve semplicemente liberarsi da coloro che la disonorano in vista di un prezzo, di un miserabile privilegio. Ho compreso molte, troppe cose, in questi mesi d'angoscia. Eppure mi batto. Fin che avrò vita, forza, voce".
In tutti questi anni, grazie alla Fondazione costituita dallo stesso Tortora con volontà testamentaria e al Partito Radicale, quella voce è stata tenuta viva, non si è mai spenta. Ma non basta, evidentemente. Ci sono oggi altri soggetti - partiti, associazioni, giornali, personalità della cultura, dell'impresa e delle professioni - che abbiano la voglia e la forza di aggiungersi, rendendola più forte? Dalla risposta a questa domanda dipende buona parte del nostro futuro.
di Simona Lorenzetti
Corriere della Sera, 18 giugno 2020
Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz non sconteranno la pena completamente in carcere per il rogo di Torino del 2007 che causò 7 vittime. L'annuncio di Radio Colonia. La rabbia dei parenti delle vittime: "Ci sentiamo presi in giro".
Nella notte tra il 6 e il 7 dicembre del 2007 un incendio divampò lungo la linea 5 dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino: sette operai persero la vita, divorati dalle fiamme. Dodici anni dopo, la memoria di quei sette uomini intrappolati nel fuoco viene macchiata da una giustizia negata. Ieri pomeriggio i familiari delle vittime si sono ritrovati a casa di Rosina De Masi, la mamma di Giuseppe. Avrebbero dovuto confrontarsi su alcune iniziative da organizzare per l'anniversario della tragedia. Ma l'incontro si è trasformato in un consiglio di guerra.
Dalla Germania è giunta infatti la notizia che Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager della multinazionale riconosciuti colpevoli del rogo e della morte dei dipendenti, avevano ottenuto la semilibertà. "Ci incateneremo a Roma. Moriremo di fame e di sete pur di avere una risposta - si sfoga Rosina. Non è accettabile che non scontino neanche un giorno di carcere. Se non vanno in galera loro, che hanno sette morti sulla coscienza, allora chi ci andrà?".
Misura alternativa - La Procura generale di Essen ha concesso ai dirigenti tedeschi il cosiddetto "Offner Vollzug", una misura alternativa al regime carcerario pieno. In sostanza, Espenhahn e Priegnitz potranno lasciare il penitenziario di giorno e continuare a lavorare, ma dovranno fare rientro la notte. A spiegare la decisione dei magistrati tedeschi è stato lo stesso procuratore di Essen, Anette Milk, nel corso di un'intervista all'emittente Radio Colonia.
La notizia ha poi trovato conferma negli ambienti giudiziari torinesi. Entro un mese dovrebbe quindi partire per entrambi l'esecuzione della pena. I dirigenti hanno potuto accedere alla misura alternativa perché i giudici ritengono ci siano tre fattori a loro favore: non hanno precedenti penali, non sussiste il pericolo di fuga e non c'è nemmeno il rischio di reiterazione del reato in considerazione degli incarichi che oggi svolgono in seno alla multinazionale.
"Non era certo questa la notizia che ci aspettavamo - sottolinea Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto al rogo -. Siamo arrabbiati, delusi. Tutte le rassicurazioni che ci sono state date sono cadute nel vuoto. È inquietante rendersi conto che non si può più credere in nessuno. E nemmeno nella giustizia. I lunghi anni di processo e le battaglie per la sicurezza sui luoghi di lavoro perdono ogni significato di fronte a decisioni di questo tipo, che mancano di rispetto a sette morti e a un intero Paese".
"Inevitabile" - Il rischio che i due dirigenti non scontassero neanche un giorno di carcere sembrava a un certo punto scongiurato. Nei giorni scorsi il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo - in seguito a una dettagliata relazione depositata da Eurojust - aveva infatti spiegato che per i manager il carcere "era inevitabile e imminente" e che non erano previste misure alternative. Ora la decisone dei giudici tedeschi disattende tutte le aspettative.
Nel 2016 Espenhahn, all'epoca della tragedia amministratore delegato Thyssen, era stato condannato in Cassazione a 9 anni e 8 mesi di reclusione; per Priegnitz, membro del cda, la pena inflitta era stata di 6 anni e 10 mesi. All'indomani del verdetto, però, avevano fatto ricorso alla magistratura tedesca. La loro ultima istanza è stata respinta a febbraio dal tribunale superiore di Hamm. Ma la pena è stata ridotta a cinque anni: il massimo previsto in Germania per il reato di omicidio colposo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2020
Contro l'omessa pronuncia sull'applicazione della confisca esistono solo due rimedi o l'impugnazione della sentenza di condanna contenente l'omissione o l'applicazione della medesima misura di sicurezza da parte del giudice dell'esecuzione, ma in tal caso ovviamente solo quando la condanna è passata in giudicato. Quindi, come afferma la sentenza n. 18461 depositata ieri dalla Corte di cassazione penale, il giudice in fase di cognizione non può con provvedimento successivo a quello di condanna stabilire la misura della confisca.
Il caso - È, infatti, definito "abnorme" dalla Cassazione il decreto del Gip che dopo la decisione di condanna assunta con rito abbreviato disponga, di fatto in assenza di contraddittorio, la misura di sicurezza. Nel caso specifico la Cassazione ha annullato il decreto con cui il Gip aveva disposto la confisca finalizzata alla distruzione, perché non ne era possibile la vendita, di un autoveicolo che era stato il mezzo di commissione del reato di detenzione illecita di cocaina e marijuana.
Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2020
Straniero - Protezione umanitaria - Vulnerabilità - Valutazione - Individuale - Necessità - Fattispecie. La situazione di vulnerabilità che rileva ai fini della protezione umanitaria deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale del richiedente perché altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del soggetto ma piuttosto quella del suo paese d'origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui all'art. 5, comma 6, del d.lgs. n. 286 del 1998 (Nella specie la corte di cassazione ha rigettato la domanda di un cittadino del Bangladesh formulata sulla base della provenienza da una zona del suo paese con particolare conformità geografica e conseguente clima avverso che lo esponevano al rischio di calamità naturali e all'impossibilità di provvedere al suo, e degli altri residenti, sostentamento)
• Corte di Cassazione, sezione I, ordinanza 4 giugno 2020, n. 10624.
Straniero - Protezione umanitaria - Necessaria valutazione comparativa tra integrazione sociale raggiunta in Italia e situazione con riferimento al paese d'origine - Fattispecie. In materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui all'art. 5, comma 6, del d.lgs. n. 286 del 1998, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d'origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell'esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d'integrazione raggiunta nel Paese d'accoglienza. (In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, in assenza di comparazione, aveva riconosciuto ad un cittadino gambiano presente in Italia da oltre tre anni il diritto al rilascio del permesso di soggiorno in ragione della raggiunta integrazione sociale e lavorativa in Italia allegando genericamente la violazione dei diritti umani nel Paese d'origine).
• Corte di Cassazione, sezione I sentenza 23 febbraio 2018 n. 4455.
Straniero - Protezione internazionale - Protezione umanitaria - Vulnerabilità - Valutazione relativa alla vicenda personale del richiedente - Necessità - Fondamento. La valutazione della condizione di vulnerabilità che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere ancorata ad una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio, poiché, in caso contrario, si prenderebbe in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto con il parametro normativo di cui all'art. 5, comma 6, d. lgs. n. 286 del 1998.
• Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 3 aprile 2019, n. 9304.
Straniero - Protezione internazionale - Protezione umanitaria - Presupposti di riconoscimento del titolo di soggiorno. Non può, essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, né il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza Si prenderebbe altrimenti in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria
• Corte di Cassazione, sezioni Unite, sentenza 13 novembre 2019, n. 29460.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 18 giugno 2020
Celle in cui si sta in sei e persino in nove, pareti fatiscenti, muffa, umidità, perdite d'acqua e fili elettrici scoperti. A Poggioreale ci sono padiglioni da ristrutturare ma i fondi sono fermi da tre anni. La denuncia arriva dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello che ieri ha scritto al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per denunciare una situazione ormai ai limiti, o meglio per rinnovare la denuncia visto che ai piani alti di chi governa la segnalazione sulle condizioni di alcuni luoghi del carcere di Poggioreale, il più grande e affollato d'Italia, era arrivata anche un anno fa.
"È trascorso un anno e ancora ci sono padiglioni con celle da sei o nove persone. Prima che sia troppo tardi - denuncia Ciambriello - credo sia opportuno e giusto nominare un commissario ad acta per i lavori di ristrutturazione di questi padiglioni disumani e fatiscenti".
È un grido di allarme, l'ennesima segnalazione di una criticità a cui porre rimedio si potrebbe, perché i fondi, a sentire Ciambriello, non mancherebbero. E allora perché non si fa? L'interrogativo resta con il punto di domanda. "Ci sono 12 milioni di euro che da tre anni sono inutilizzati dal Provveditorato alle opere pubbliche della Campania" dice il garante regionale dei detenuti.
"Esattamente un anno fa, il 16 giugno 2019, i detenuti protestarono occupando il padiglione Salerno del carcere di Poggioreale. Il pretesto iniziale fu la condizione sanitaria di un giovane detenuto ristretto al secondo piano ma le vere motivazioni della protesta - scrive Ciambriello al ministro della Giustizia - erano le pessime condizioni igienico-sanitarie, il sovraffollamento, lo stato delle singole celle tutte senza docce, con intonaci consumati dall'umidità e dalla muffa, e perdite d'acqua che rischiavano di entrare in contatto con fili elettrici scoperti".
Il detenuto del padiglione al secondo piano si era ammalato di meningite e la sera stessa fu trasferito in ospedale, ma la notizia che stava male fece presto il giro delle celle esasperando animi già esagerati, e fu protesta. La situazione fu tale da far intervenire l'allora capo del Dap Francesco Basentini in persona.
"Fu la prima volta nella storia" ricorda Ciambriello. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si recò a Poggioreale e parlò con i detenuti. "Verificò con i propri occhi le condizioni dei padiglioni dove si era sollevata la protesta. Durante la visita - racconta il garante - si rese conto delle pessime condizioni dei locali e interloquì con i detenuti del padiglione Salerno incontrandoli all'interno delle celle. Già in quella occasione segnalai che da tre anni erano disponibili dodici milioni di euro presso il Provveditorato delle opere pubbliche della Campania per lavori di ristrutturazione dei padiglioni Salerno, Livorno, Milano, Roma e Napoli. Purtroppo in questi tre anni sono stati fatti solamente due sopralluoghi".
Quei fondi furono stanziati dall'allora ministro delle Infrastrutture. Ci sarebbero anche soldi per rimettere a nuovi parti del grande penitenziario di Poggioreale, una struttura costruita nel 1918, ammodernata solo in parte nel tempo, composta da otto padiglioni centrali più il reparto per il centro diagnostico terapeutico realizzato successivamente.
Poggioreale è l'istituto più grande del paese e con il più alto numero di detenuti (2.127 reclusi a fronte di una capienza regolamentare di 1.644 secondo l'ultimo report annuale). "Lo spazio fisico vitale, aggregativo e ricreativo, unitamente alla mancanza di vuoti comunicativi e relazionali con le famiglie, sono già stati oggetto di sanzione da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo" afferma Ciambriello sollecitando l'intervento del ministro "prima che sia troppo tardi".
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 18 giugno 2020
Non è risolta la crisi del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Se due giorni fa tra gli agenti della polizia penitenziaria in servizio i malati per stress da lavoro erano 100, oggi sono diventati 130, e la gestione ordinaria della struttura "è ormai insostenibile".
Voci dall'interno del penitenziario confermano come, dopo il doppio episodio che ha fatto schizzare alla ribalta della cronaca la struttura carceraria casertana, le condizioni di lavoro non siano assolutamente migliorate.
La notifica degli avvisi di garanzia da parte dei carabinieri agli agenti penitenziari di giovedì 11 giugno e la rivolta dei detenuti di sabato 13 giugno hanno lasciato strascichi significativi tra gli agenti, che non riescono più a sopportare l'atmosfera che si respira; i circa 80 uomini del Gom (Gruppo operativo mobile) inviati dai vertici del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) come rinforzo non hanno compiti di servizio, per cui qualcuno, specie tra i sindacalisti, li giudica anche poco utili. Con i 130 poliziotti malati, in servizio ora ce ne sono poco meno di 250: è quasi impossibile far funzionare bene il carcere.
Sul caso di Santa Maria Capua Vetere era intervenuto ieri il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, con notizie di tenore diverso: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sta adottando tutti i provvedimenti di sua competenza nei confronti dei detenuti responsabili dei disordini "e già nell'immediatezza dei fatti - ha ribadito il ministro - ha disposto il trasferimento di tre detenuti ascritti al circuito Alta sicurezza e di quattro ascritti al circuito Media sicurezza".
Bonafede è intervenuto al question time: "Il personale del Gom, subito intervenuto in supporto, è stato impiegato per il rinforzo di tutti i reparti detentivi e sono stati predisposti gli atti per l'assegnazione, in via provvisoria, presso la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, di complessive 40 unità del Corpo di polizia penitenziaria per permettere di superare il momento di contingente complessità che si è venuto a creare".
Bonafede aveva poi sottolineato la "particolare attenzione" del ministero al Corpo di polizia penitenziaria: "da quando sono ministro sono stati immessi in ruolo complessivamente 3.931 agenti e 256 unità di personale amministrativo, mentre sono oltre 6.000 le assunzioni complessive già programmate per i prossimi anni, tra amministrativi e militari)".
È inoltre in corso "il riordino delle carriere con l'obiettivo di allargarne gli orizzonti di crescita professionale, migliorarne la funzionalità organizzativa, così da equipararne la progressione a quella delle altre forze armate".
Il ministro, al quale le opposizioni non hanno risparmiato critiche, ha parlato anche di altri argomenti, stavolta però su Facebook: "Oggi, con il via libera del Senato alla fiducia sul decreto "carceri e intercettazioni", compiamo un altro passo importante per il miglioramento del sistema giustizia. Il decreto adesso passerà alla Camera dei deputati per la definitiva conversione in legge".
"A causa dell'emergenza Coronavirus, è stato necessario prorogare l'entrata in vigore della riforma sulle intercettazioni, una legge importante che potenzia un fondamentale strumento d'indagine salvaguardando la privacy dei cittadini", ha ricorda Bonafede. La legge "prevede inoltre che siano richiesti stabilmente i pareri delle procure antimafia per la concessione della detenzione domiciliare nei confronti dei reclusi per gravi reati".
Critico sul punto il Csm: "Il sistema di rivalutazioni" previsto dal decreto, con cadenza quindicinale e poi mensile, "per la serrata tempistica con la quale essi devono intervenire e per la complessità degli accertamenti da svolgere periodicamente, determinerà un notevole aggravio del lavoro della magistratura di sorveglianza, le cui attività hanno subìto un notevole incremento in concomitanza dell'emergenza Covid-19".
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