larampa.it, 20 giugno 2020
Con Decreto Presidenziale n. 12, pubblicato stamane, è stata designata, all'esito di un avviso pubblico, la dottoressa Belcuore Emanuela, quale Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale della Provincia di Caserta. "Il Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà è una figura importante per l'intera comunità provinciale - ha dichiarato il Presidente della Provincia, Giorgio Magliocca - in quanto svolge una funzione di presidio, di garanzia su tutte le forme di privazione della libertà, garantendo nel contempo che sia osservata scrupolosamente la normativa vigente, salvaguardando sempre e comunque la tutela della dignità della persona umana.
Alla dottoressa Belcuore formulo i migliori auguri di un buon lavoro, sicuro che saprà svolgere con competenza il suo delicato ruolo nel campo dei diritti umani, delle connesse tematiche sociali, con particolare sensibilità per le quelle relative alle persone temporaneamente private della libertà. È un ulteriore passo in avanti - ha concluso Magliocca - per la comunità di Terra di Lavoro".
Sul piano storico, la figura del garante fu istituita per la prima volta in Svezia nel 1809, con il compito principale di vigilare sull'applicazione delle leggi e dei regolamenti da parte dei giudici e degli ufficiali. Nella seconda metà dell'Ottocento si è trasformato in un organo di controllo della pubblica amministrazione e di difesa del cittadino contro ogni abuso.
cronacheancona.it, 20 giugno 2020
"Non possiamo che ritenerci soddisfatti di come il sistema sanitario abbia affrontato l'emergenza epidemiologica nell'ambito degli istituti penitenziari marchigiani, dove a tutt'oggi non sono stati registrati casi positivi". A dirlo è il Garante dei diritti, Andrea Nobili, dopo un lungo confronto con il responsabile dell'area sanitaria delle strutture anconetane di Montacuto e Barcaglione, prevista dall'azione di monitoraggio ripartita in presenza ormai da alcuni giorni.
Come richiesto, Nobili ha anche incontrato il direttore, il referente delle attività trattamentali e i comandanti della polizia penitenziaria. Effettuati diversi colloqui con i detenuti. "Abbiamo avuto la possibilità - specifica il Garante - di approfondire diverse problematiche, in modo da poter affrontare, attraverso le misure più adeguate, la nuova fase dell'emergenza. In questa direzione speriamo di poter riavviare quanto prima le attività trattamentali, che rappresentano un'occasione irrinunciabile per promuovere l'aggregazione e la risocializzazione dei detenuti nella società, una volta terminata la pena. Elementi tanto più necessari nel momento di difficoltà che tutti noi stiamo attraversando". Sono diversi i progetti inerenti le attività trattamentali già attivati, anche con il sostegno del Garante, e che attendono di essere ripristinati. Alcune attività culturali e pratiche da rimettere in moto in tutti gli istituti penitenziari delle Marche.
di Argentino Tellini
L'Unione Sarda, 20 giugno 2020
Il Garante dei detenuti: "Bancali è una struttura già vecchia". Un vertice per fare il punto sui problemi del penitenziario. Ieri a Palazzo Ducale il sindaco di Sassari Nanni Campus ha incontrato il direttore della Casa circondariale di Sassari (Bancali) Graziano Pujia, alla presenza di Antonello Unida, garante dei diritti delle persone private e delle libertà personali presso il carcere. È stato il primo incontro tra le due istituzioni dopo la nomina del direttore Pujia, avvenuta poco prima dell'emergenza coronavirus. Anche nella giornata odierna è emersa la volontà di rafforzare i rapporti tra la comunità e i detenuti del carcere, anche attraverso iniziative che portino la città dentro la struttura e i reclusi all'esterno, con progetti di rieducazione e reinserimento.
"In quest'ottica, oltre ad altri progetti mirati, cercheremo anche quest'anno di far ballare il candeliere all'interno del carcere, alla presenza di detenuti e autorità - spiega il garante per i detenuti Antonello Unida, che aggiunge - Il carcere di Bancali ha diversi problemi da risolvere. La struttura, nonostante sia aperta solo dal 2013, appare in diverse parti già vetusta. Inoltre 2 educatori di certo non bastano per tutti i carcerati. Tutte cose che devono essere migliorate e risolte al più presto". Nel carcere di Bancali sono 460 i detenuti, 90 sono i soggetti sottoposti al 41bis, 20 sono i terroristi islamici reclusi. "Tra i soggetti sottoposti al 41bis - conclude il garante Unida - vi sono anche brillanti studenti universitari, iscritti alle facoltà di Agraria e Giurisprudenza".
di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 20 giugno 2020
Il Vecchio continente è ancora impegnato nella ricerca di un'intesa sulla gestione dei richiedenti asilo. Sono passati cinque anni dal 2015, entrato nell'immaginario collettivo come l'anno della "crisi dei rifugiati". In quell'anno lo Stato islamico avanzava in Iraq. In Siria la guerra civile aveva sradicato milioni di persone. Il 20 aprile 800 persone erano affondate nel Mediterraneo, in acque libiche ma non lontano dall'isola di Lampedusa. Un fatto purtroppo non nuovo, che riattualizzava la memoria del naufragio del 3 ottobre 2013, avvenuto a poche miglia dal porto di Lampedusa, con un bilancio di 368 morti accertati e circa 20 dispersi.
A fine anno le vittime accertate sarebbero state 3.328, più del doppio del 2014 (1.456) e meno che nel 2016 (4.481). Cominceranno a calare nel 2017 (3.552), poi ancora nel 2018 (2.275) e nel 2019 (1.283), a fronte però di una drastica contrazione degli arrivi, a seguito degli accordi con i paesi di transito: Turchia, Niger, Libia. La pericolosità delle traversate infatti è aumentata: la stima è di una vita persa ogni 60 arrivi riusciti, secondo il Dossier Idos 2019.
Le parole di Merkel - Le tragedie delle migrazioni non avvenivano però soltanto in mare. Il 28 agosto 2015 le autorità austriache scoprirono i corpi di 71 persone in un camion frigorifero abbandonato in prossimità del confine ungherese. Si trattava del drammatico epilogo di un ramo del flusso di centinaia di migliaia di persone, che soprattutto dalla Siria cercavano di raggiungere il territorio dell'Unione Europea via terra, attraverso la cosiddetta "rotta balcanica", passando attraverso Turchia e Grecia. L'Ungheria era il primo Paese dell'Ue che incontravano sul loro cammino, e lì venivano ammassati in campi di detenzione e sostanzialmente abbandonati, per effetto del regolamento di Dublino III.
Il 29 agosto i richiedenti asilo accampati alla stazione Keleti di Budapest decisero di intraprendere una "marcia della speranza" verso il confine austriaco, nel tentativo di raggiungere la Germania. Il 31 agosto la cancelliera Angela Merkel, durante la visita a un centro di accoglienza per rifugiati a Dresda, pronunciò le famose parole "Abbiamo gestito così tanti problemi, gestiremo anche questa situazione": una dichiarazione che segnò l'inizio di una svolta nella politica tedesca in materia.
Il dramma di Alan - Pochi giorni dopo, il 2 settembre, la foto del piccolo Alan Kurdi annegato durante la traversata dell'Egeo, scosse per un attimo la coscienza dell'opinione pubblica europea. Sull'onda di quel sentimento, il 5 settembre Angela Merkel decise di sospendere l'applicazione del regolamento di Dublino III. Bus e treni furono mandati a raccogliere i profughi in Ungheria, per trasferirli in Germania attraverso l'Austria. Nelle stazioni che attraversavano, i rifugiati erano accolti con applausi, fiori, musica, doni di varia natura. Per la prima volta dal 1989 i confini dell'Ue venivano aperti a masse di non-cittadini, anche se in maniera selettiva: ai siriani arrivati via terra in cerca di asilo. Si formò in quella circostanza un movimento spontaneo di accoglienza che si stima abbia mobilitato tra il 10 e il 20% della popolazione adulta tedesca, per la maggioranza mai prima coinvolta in iniziative analoghe ed estranea ai circuiti della solidarietà organizzata.
L'invasione che non c'è - Secondo i dati Eurostat, i paesi dell'Ue hanno ricevuto complessivamente 1,3 milioni di domande di asilo nel 2015 e 1,2 milioni nel 2016. La Germania ne ha catalizzato la maggior parte. L'incremento rispetto agli anni precedenti è stato sostanzioso, ma anche in quegli anni oltre l'80% dei richiedenti asilo ha continuato ad essere accolto in Paesi in via di sviluppo, principalmente quelli confinanti con le aree di crisi. Solo un'ottica eurocentrica ha potuto alimentare la leggenda di un'Europa invasa dai rifugiati: di una "crisi dei rifugiati". L'unico Paese dell'Ue che compare tra i primi dieci del mondo per numero di rifugiati registrati è appunto la Germania: 1,1 milioni di persone accolte e 370.000 domande pendenti (fine 2018). L'apertura tedesca tuttavia rivelò le profonde spaccature politiche all'interno dell'Ue sull'argomento. Alcuni governi cominciarono ad adottare posizioni di rifiuto e ostilità nei confronti dei rifugiati che premevano ai confini. Il 15 settembre 2015 il primo ministro ungherese Viktor Orban decise di chiudere il confine con la Serbia. In ottobre le autorità ungheresi completarono la costruzione di una barriera al confine con la Croazia. A novembre fu la volta del governo austriaco, che intraprese la costruzione di un muro lungo il confine con la Slovenia, mentre il governo sloveno fortificava con filo spinato il confine con la Croazia.
La nascita degli hotspot - La svolta nei sentimenti di molta parte dell'opinione pubblica dei paesi dell'Ue si verificò bruscamente nel mese di novembre, a seguito degli attacchi terroristici di Parigi. Un altro scossone per la cultura dell'accoglienza derivò dai fatti di Colonia nella notte di Capodanno: aggressioni e molestie sessuali attribuite a uomini di origine araba. Il collegamento tra musulmani, terrorismo e stupri alimentò un'ondata di paura e rifiuto nei confronti dei profughi.
Nel frattempo era però maturata a Bruxelles una decisione politica carica di conseguenze: l'istituzione degli hotspot nei punti d'ingresso, sostanzialmente Italia e Grecia, con l'obbligo di identificazione dei nuovi arrivati anche mediante il prelievo forzoso delle impronte digitali. In cambio, la commissione Ue presieduta da Juncker proponeva una ripartizione dei richiedenti asilo tra i Paesi membri. Mentre tuttavia gli hotspot sono entrati rapidamente a regime, la successiva redistribuzione è andata a rilento, o non è avvenuta affatto. Il gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) la respingeva sdegnosamente, altri con toni più felpati (Danimarca, Regno Unito, Irlanda), altri ancora facevano mostra di accettarla ma non l'attuavano, o in minima parte. Quando infine la misura è stata ingloriosamente archiviata, soltanto 13.000 richiedenti asilo erano stati trasferiti dall'Italia e poco più di 20.000 dalla Grecia.
Tensioni xenofobe - La politica dell'asilo non scritta da parte italiana e greca consisteva nell'agevolare il transito verso l'interno dell'Ue dei profughi, che perlopiù non chiedevano di meglio. Gli hotspot, rafforzati dai controlli di frontiera introdotti dagli Stati confinanti, hanno fatto impennare le richieste di asilo nei Paesi di primo ingresso. Sul numero delle persone sbarcate dal mare, nel 2014 solo il 37% avevano presentato domanda di asilo in Italia (66.066); nel 2015 il dato sale al 56% (103.792), poi al 68% nel 2016 (176.554), finendo per superare il 100% nel 2017, pur calando in valore assoluto (119.310), a causa dei respingimenti da altri Paesi Ue e degli ingressi via terra dal confine orientale. L'accresciuto impegno nell'accoglienza e la visibilità dei nuovi arrivati contribuisce ad alimentare nel Paese un'ondata xenofoba: mentre complessivamente l'immigrazione è stazionaria, l'insediamento dei rifugiati (circa 300.000 a fine 2018, su circa 6 milioni d'immigrati: dati Unhcr) viene presentato come un'invasione. Mentre l'immigrazione, in Italia come nel resto dell'Europa occidentale, è prevalentemente femminile ed europea, un diffuso senso comune gonfiato da una propaganda ostile identifica gli immigrati con i giovani maschi africani arrivati dal mare.
I decreti "sicurezza" - Già nel 2016, nel frattempo, il problema degli ingressi di profughi principalmente siriani attraverso la Turchia veniva risolto con l'accordo del 18 marzo con Ankara. In cambio di ingenti aiuti economici e concessioni politiche, tra cui la tolleranza non scritta per la svolta autoritaria di Erdogan, la Turchia assumeva il ruolo di gendarme esterno delle frontiere europee. Nel 2017 anche il corridoio del Mediterraneo centrale veniva chiuso grazie agli accordi di Marco Minniti, allora ministro degli Interni italiano, con il governo e con le milizie locali libiche. In questo caso, anche personaggi ambigui e coinvolti nel traffico di esseri umani erano ingaggiati nel controllo dei transiti. I decreti sicurezza di Matteo Salvini, nel 2018-2019, hanno completato il quadro, spingendo più avanti una scelta di contrasto ai salvataggi in mare che ha condotto a criminalizzare le Ong e a scacciarle dal Mediterraneo. Già nel 2017 il numero delle richieste di asilo nell'Ue scendeva a 700.000, per poi continuare a calare negli anni successivi: 646.000 nel 2018, di cui circa 60.000 in Italia; 613.000 nel 2019: 142.000 in Germania, 35.000 in Italia.
L'identità tradita - Soprattutto, le politiche europee sono riuscite a schiacciare gli ingressi dal mare: erano stati 1.015.000 nel 2015, si sono ridotti a 114.000 nel 2018. Quasi il 90% in meno. Per l'Italia il dato è sceso a 23.000. Il fantasma dell'invasione si dissocia sempre più dai dati effettivi, a cui la svolta sovranista del nostro Paese ha solo impresso un supplemento di disumanità. Più che di "crisi dei rifugiati" occorre dunque parlare di "crisi dell'accoglienza dei rifugiati". Nel 1999-2000 un'Ue più piccola dell'attuale accolse un numero di richiedenti asilo dal Kossovo pari a quello del 2015. Ma 15 anni dopo opinioni pubbliche impaurite e governi incerti, pressati dal nazional-populismo in crescita, hanno scelto di disattendere progressivamente i propri impegni umanitari. Come hanno mostrato i violenti respingimenti di inizio marzo al confine greco-turco, hanno deciso di trincerarsi in una fortezza Europa sempre più lontana dai propri principi fondativi.
di Sarantis Thanopulos
Il Manifesto, 20 giugno 2020
L'emergenza sanitaria creata dalle pandemie non sfocia necessariamente in uno stato d'eccezione permanente, a meno che non si inserisca, come sta accadendo oggi col Covid-19, in una profonda crisi sociale e etica che del problema dell'infezione è concausa e anche un ostacolo a una buona soluzione.
Per comprendere la natura vera dello stato d'eccezione in cui ci troviamo, per motivi di necessità scarsamente interrogati dalla grande maggioranza degli "esperti" di vario tipo, sarebbe opportuno partire dal fatto che tra ogni ordinamento giuridico e la giustizia, c'è sempre una discrepanza. La giustizia non è un concetto mistico; è il principio della parità dei soggetti desideranti che, diversi nella declinazione della propria esistenza, sono liberi di costituirsi come amici o nemici nel campo degli scambi erotici, affettivi, culturali e sociali, senza aspirare a una posizione di dominio o sentirsi indifferenti tra di loro.
La "società civile", intesa nel modo più proprio, cioè come terreno in cui i sentimenti e le idee dei cittadini si incontrano, in contrasto con le ineguaglianze sociali, è il luogo in cui la giustizia, strumento etico/critico che misura la distanza dell'essere umano da sé stesso, respira e resiste. In tutte le forme di stato d'eccezione temporaneo si sospende il legame tra la giustizia e la legge.
Per conservare l'ordinamento giuridico di fronte a una minaccia incombente, per imporre un ordinamento dittatoriale attraverso l'aumento della divaricazione tra giustizia e legge, per creare un ordinamento più giusto attraverso un atto rivoluzionario di rottura con quello precedente. Diverso è lo stato d'eccezione permanente in cui l'eccezione riproduce continuamente sé stessa e riduce l'ordinamento giuridico in imperativi retorici al servizio di schemi mentali/comportamentali di massa che hanno potere conformante e "forza di legge"
L'esito dello stato d'eccezione permanente è un regime totalitario, fondato sulla coincidenza, di fatto, del diritto del più forte col diritto di uccisione impersonale dell'altro. Non è un insieme di forze totalitarie che crea lo stato d'eccezione permanente, è l'incapacità di uscire dall'eccezione che fa nascere l'apparato necessario alla produzione del totalitarismo.
L'emergenza sanitaria creata dalle pandemie non sfocia necessariamente in uno stato d'eccezione permanente, a meno che non si inserisca, come sta accadendo oggi col Covid-19, in una profonda crisi sociale e etica che del problema dell'infezione è concausa e anche un ostacolo a una buona soluzione. In questo caso è corretto parlare di 'stato di crisi' di cui la pandemia è una severa aggravante.
Lo 'stato di crisi' da tempo sta svuotando l'ordinamento democratico, riducendolo progressivamente al suo guscio formale. Ha creato uno stato d'eccezione strisciante che ha le sue origini nella 'deregulation' di cui Reagan e Thatcher sono stati i genitori politici putativi.
Lo stato di crisi si manifesta in modo fin troppo evidente nella parcellizzazione estrema delle conoscenze scientifiche, diventate competenze tecniche, nel finanziamento della ricerca quasi indissolubilmente legato al lucro, nella dissoluzione del sistema sanitario selvaggiamente privatizzato, nel disinteresse nei confronti dell'ambiente, nell'estrema concentrazione della ricchezza che rende praticamente ingovernabile il pianeta. Al centro di tutto è la dissociazione, in gran parte, della produzione di beni dalla creazione di oggetti d'uso che soddisfino i nostri desideri e bisogni.
Si producono cose che indipendentemente dal loro valore d'uso nominale servono per appagare bisogni artificiali presentati come desideri. L'eccezione permanente al legame tra la legge e la giustizia ci condanna a una mobilitazione perpetua contro questo o quell'altro pericolo che riproduce sé stessa all'infinito. La rinuncia a un pensiero critico su ciò che realmente sta accadendo oggi e sulla via d'uscita dall'impasse (che non coincide con la scoperta di un vaccino), favorisce uno stato di 'necessità psichica' claustrofilica che ci intrappola in una condizione di eccezione perenne alla vita.
di Enzo Manes
Corriere della Sera, 20 giugno 2020
L'obiettivo di ogni percorso educativo deve essere quello di permettere di vivere responsabilmente la complessità del nostro tempo. Quindi in nessun percorso scolastico o universitario può mancare uno spazio per riflettere sul tema del senso civico.
Fa bene Ferruccio de Bortoli a spronare gli imprenditori perché si impegnino di più sui temi del capitale umano e della formazione della classe dirigente. Va dissipato il sospetto che sia un argomento che nel mondo dell'impresa suscita solo tiepido interesse. È un'illusione che chi vive sui mercati internazionali possa ignorare la condizione delle nostre istituzioni formative, e cavarsela comunque mandando i figli a studiare all'estero. Chi lo pensa sega il ramo su cui è seduto: un Paese che non investe in educazione, ad ogni livello, è un Paese che condanna al declino (anche) la propria economia. È inevitabile, vista la complessità e la densità cognitiva richiesta oggi dalle imprese, vecchie e nuove.
La società della conoscenza ha trasformato la produzione industriale e il mondo dei servizi, spostando sempre di più la competizione sul versante dei saperi e delle competenze. Se un Paese non forma adeguatamente e con lungimiranza i propri giovani, nel giro di un paio di decenni, o anche meno, il know-how produttivo ne farà le spese e ci ritroveremo con un sistema industriale impoverito e incapace di stare al passo con la concorrenza internazionale. Quindi, si tratta di un tema rispetto al quale il mondo economico non può restare a guardare.
Liberiamoci allora dall'indifferenza che ha portato ad archiviare un anno scolastico come se niente fosse e proviamo a rispondere alla sollecitazione di de Bortoli: quale responsabilità deve assumersi la classe dirigente imprenditoriale, la parte più ricca e internazionalizzata del Paese? Come può prendersi cura del bene comune, intervenendo sul versante dell'educazione?
Per quanto possa essere singolare sentirlo da un imprenditore, per conto mio la priorità non è investire in funzione delle esigenze dell'industria o ritenere che il problema stia tutto nel dare più spazio all'istruzione tecnica e scientifica. La priorità, a mio avviso, è riconoscere come competenza essenziale la formazione civica e agire perché diventi una componente fondamentale di qualsiasi programma di studi.
L'obiettivo di ogni percorso educativo - che si scelga una carriera nell'industria, nelle libere professioni, nella pubblica amministrazione o in qualunque altro ambito - deve essere quello di permettere di vivere responsabilmente la complessità del nostro tempo. A questo deve tendere la formazione, prima ancora che a plasmare specialismi e eccellenze settoriali. Per questo motivo, da nessun percorso scolastico o universitario può mancare uno spazio per riflettere sul tema del senso civico. Civismo è la forma breve per indicare l'esperienza di una vita che sa affrontare responsabilmente la complessità sociale, anziché lasciarsene travolgere.
Civico è l'esercizio con cui si apprende che a volte per perseguire la propria libertà e il proprio interesse è necessario sacrificarne una parte per realizzare un bene superiore. Una vera educazione civica ha per tema i valori e le soft skill della convivenza in ambienti dove dominano la diversità ed è indispensabile la faticosa ricerca dei punti di incontro. Educare al civismo significa fornire gli strumenti culturali per comprendere che non si possono rivendicare diritti senza assumersi anche doveri.
Per fare la differenza, gli imprenditori illuminati che de Bortoli sfida a farsi avanti dovrebbero farsi carico di questo compito: investire in un programma nazionale di educazione al civismo, calato nella concretezza dei diversi percorsi formativi. Sostenendo un progetto culturale da portare in tutte le 96 università italiane. Un programma che investa in corsi, incorporati in tutte le discipline, su temi fondamentali come l'etica pubblica, i beni comuni e l'amministrazione condivisa, la dimensione sociale delle imprese, le forme della partecipazione sociale, le nuove metriche per una misurazione del benessere che non coincida solo con il Pil. Un'educazione pratica e non solo teorica. Con metodo aperto a esperienze esterne, a casi concreti, a scenari che si confrontano con situazioni reali.
Un progetto nazionale per stimolare lo sviluppo della cultura civica in quanto presupposto culturale e etico dell'esercizio responsabile del ruolo di cittadini, professionisti, imprenditori, policy-maker, operatori dell'informazione e della cultura, e di ogni altra posizione e funzione che non può prescindere da una componente di impegno civico. Perché lo scopo, in definitiva, è di creare quei "fondamentali" che non possono mancare nella formazione di nessun cittadino. Questo progetto, più della creazione di una nuova università privata o di qualche ulteriore master, sarebbe un gesto concreto di assunzione di responsabilità da parte delle imprese, per la crescita del capitale umano nel Paese. Perché è da questo, in definitiva, che dipende la nostra futura classe dirigente. E sappiamo quanto ne abbiamo bisogno.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 20 giugno 2020
Storie di ordinaria repressione (con le armi italiane ed europee): un altro reporter dietro le sbarre, detenzioni e punizioni per i medici che denunciano la mala gestione dell'epidemia di Covid-19
Soldati egiziani per le strade del Cairo. Sono le storie dei singoli a far capire, all'estero, cosa significhi essere egiziani. Khaled Said, Alaa Abdel Fattah, Mahmoud Abu Zeid, Giulio Regeni, Patrick Zaki, Sarah Hijazi, chi ucciso per strada dalla polizia, chi torturato per giorni fino a morirne, chi detenuto senza ragione se non quella della repressione politica, chi tanto umiliato e abusato da voler abbandonare la vita.
Le loro storie sono tanto più dolorose perché non sono l'eccezione, ma la normalità. Una normalità fatta di (ed è una stima) due o tre sparizioni forzate al giorno, di 60mila prigionieri politici, di leggi che vietano lo sciopero e le manifestazioni di dissenso. Vale la pena raccontarne altre: a soffocare gli egiziani sono corpi militari e di polizia i cui strumenti arrivano dall'Italia e l'Europa, armi leggere, sistemi di intercettazione, veicoli blindati. Non ci sono solo le fregate. Lunedì scorso in prigione in Egitto è finito l'ennesimo giornalista. Mohamed Monir, 65 anni, è stato arrestato da agenti in borghese ed è al momento in detenzione preventiva, i famosi 15 giorni rinnovabili senza limite. È accusato di appartenenza a organizzazione terroristica, diffusione di notizie false e abuso dei social media. Il motivo: era apparso su Al Jazeera, emittente tv qatariota, considerata dall'Egitto quasi minaccia esistenziale.
La ragione è politica: il Qatar è un sostenitore dichiarato dei Fratelli Musulmani, dal 2013 messi al bando dal Cairo come organizzazione terroristica, soggetti a processi di massa e massacri (come quello di piazza Rabaa, agosto 2013, primo atto del regime di al-Sisi). Dopotutto Mahmoud Hussein, caporedattore di Al Jazeera in Egitto, è agli arresti dal 20 dicembre 2015, senza che si sia mai arrivati a processo. E senza che un'accusa formale nei suoi confronti sia mai stata mossa, dopo oltre 1.270 giorni trascorsi in cella. La polizia era stata a casa di Monir già il sabato precedente senza trovarlo. Gli agenti erano però stati "catturati" dalla videocamera di sorveglianza. Solo a maggio sono stati quattro i giornalisti arrestati in Egitto, terzo paese al mondo per reporter dietro le sbarre dopo la Cina e la Turchia, attualmente 26, numero che comprende solo quelli arrestati in relazione diretta al lavoro svolto.
Non solo i media. Negli ultimi mesi di epidemia di Covid-19 il sistema repressivo si è scagliato anche contro gli operatori sanitari critici verso la mala gestione della crisi. C'è chi ha scioperato, chi si è dimesso, chi ha raccontato in che condizioni si lavora negli ospedali al collasso, privi di attrezzature e protezioni. Si finisce in carcere: secondo Amnesty International tra marzo e giugno l'Nsa, i servizi di sicurezza egiziani - gli stessi responsabili della sparizione e le torture a Giulio Regeni, secondo quanto accertato dalla Procura di Roma - hanno arrestato sei medici e due farmacisti per aver espresso sui social media le loro preoccupazioni. Tra loro c'è Alaa Shaaban Hamida, dottoressa di 26 anni, arrestata il 28 maggio all'ospedale di Alessandria, dopo essere stata segnalata dal suo stesso direttore.
Hany Bakr, oftalmologo di 36 anni, è stato portato via dalla sua casa a Qalyubia, nord del Cairo, il 10 aprile per un post di critica al governo su Facebook. Il 27 maggio è stato un medico la vittima dell'Nsa: aveva scritto un articolo sul fallimentare sistema sanitario egiziano. Questi alcuni dei casi. Ce ne sono tanti altri, denunciati dal sindacato dei medici, che parla di minacce, interrogatori, multe, trasferimenti: "Stanno costringendo i medici a scegliere tra la morte e la prigione".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 20 giugno 2020
Il presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta Erasmo Palazzotto: a rischio la credibilità internazionale dell'Italia. Senza novità rivedere le nostre politiche.
Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Regeni, che impressione ha tratto dall'audizione del premier Giuseppe Conte?
"Di un governo e una classe politica rassegnati, che considerano la normalizzazione dei rapporti economici e commerciali con l'Egitto un dato ineluttabile. Rinunciando a far diventare la ricerca di verità e giustizia sul sequestro e la morte di Giulio Regeni la bussola per ricostruire le relazioni con quel Paese".
Su quali presupposti?
"Che bisogna tenere separate le relazioni economiche dalla richiesta di cooperazione sul caso di Giulio; c'è chi vorrebbe che pure la nostra commissione si limitasse a leggere le carte giudiziarie. Ma non potrà accadere".
Perché?
"Perché il progressivo ritorno alla normalità ha influito sull'assenza di verità. Non a caso la Procura di Roma è riuscita a ottenere qualche informazione solo nel periodo in cui il nostro ambasciatore è stato richiamato in Italia. Grazie a quei dati e allo straordinario lavoro dei magistrati e degli investigatori siamo riusciti a conquistare gli unici brandelli di verità, che hanno evidenziato la responsabilità degli apparati di sicurezza egiziani nel sequestro".
In seduta segreta Conte vi ha riferito le risposte di Al Sisi. Può dirci almeno se ci sono novità nella collaborazione promessa a parole?
"Al di là di generici impegni non ci sono passi avanti né atti concreti. Allora dobbiamo chiederci: dopo il gesto unilaterale dell'Italia di riallacciare normali rapporti, come l'autorizzazione a vendere le due navi da guerra, siamo riusciti a ottenere qualcosa per avvicinare la verità sulla morte di Regeni?".
Secondo lei a quando va fissata la verifica?
"Credo che già l'incontro del 1° luglio tra il procuratore generale egiziano, il procuratore di Roma Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco, debba essere considerata una prima tappa. Se si rivelerà un ennesimo flop, e non verranno comunicate le informazioni necessarie per proseguire almeno l'azione giudiziaria italiana, si potrà fare finta di niente? Io penso che non ce lo possiamo permettere. Rimanere inflessibili sul piano politico e diplomatico nel sostenere la domanda di giustizia è l'unico modo per non rendere vano lo sforzo compiuto dai magistrati".
Lo dice per provare a fermare la vendita delle due navi da guerra?
"Io faccio parte di una forza politica, Leu, che era e resta contraria alla vendita di armi e strumenti di guerra a Paesi che non rispettano i diritti umani, per ragioni etiche e politiche. Il governo ha approvato quella vendita, ma restano in ballo altre operazioni e autorizzazioni da concedere: affari per nove miliardi; non condizionarne la prosecuzione al raggiungimento di altri. Le indagini sulla sua morte hanno portato a un nulla di fatto e non sono mancate tensioni tra i due Paesi. Giovedì il premier è stato ascoltato dalla commissione d'inchiesta parlamentare risultati renderebbe la perdita di credibilità del nostro Paese inesorabile e fatale".
Nei confronti della famiglia Regeni, che si sente tradita da quanto è accaduto?
"Non solo, nei confronti di tutta la collettività. Il sequestro, le torture e l'omicidio di Giulio sono una ferita aperta per l'intera collettività nazionale, è in ballo la dignità dell'Italia. Se uno Stato non è in grado di proteggere un proprio cittadino all'estero, o di ottenere giustizia per la sua morte, non è uno Stato affidabile. Se continueremo ad assistere inermi a depistaggi, prese in giro e risposte dilatorie per continuare a perdere tempo, rischiamo di diventare lo zimbello del Mediterraneo".
Crede che Conte abbia recepito il vostro messaggio?
"Ho apprezzato la tempestività con cui ha aderito alla nostra richiesta di audizione, e il premier ha ascoltato con attenzione ciò che hanno detto tutti i commissari. Ma ora il nostro lavoro prosegue".
Come?
"Apriremo un nuovo ciclo d'indagine sulla politica; chiameremo presidenti del Consiglio, ministri degli Esteri, dell'interno e tutti coloro che hanno avuto un ruolo. Anche solo incontrando Al Sisi per altre ragioni. Dobbiamo capire quello che ha funzionato ma, soprattutto, quello che non ha funzionato e ci ha allontanato, in questi quattro anni e mezzo, dalla verità".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 20 giugno 2020
In Commissione d'inchiesta il premier difende la scelta del "business per la verità" ma per al-Sisi collaborare significa auto-denunciarsi. E in assenza di pressioni politiche Il Cairo resta in silenzio. La battaglia per Giulio sulle spalle della Procura di Roma: il 1° luglio vede gli egiziani. Non ci si aspettava una svolta in politica estera dall'audizione in notturna del presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Ma nemmeno il silenzio sul pacchetto di armi in partenza verso l'Egitto nel prossimo futuro, con le due fregate Fremm Fincantieri apripista di contratti tra i nove e gli 11 miliardi di dollari. Un'enormità sottolineata in chiusura dal presidente della Commissione, il deputato di LeU Erasmo Palazzotto, che fanno dell'Egitto "un partner strategico nel Mediterraneo, il principale" nonostante la natura intrinseca del regime egiziano.
Ieri le reazioni del mondo politico riflettevano le appartenenze politiche: i senatori del M5S in una nota si dicevano speranzosi che "questa strategia dia presto i suoi frutti, a partire dall'incontro tra magistrati italiani e ed egiziani previsto per il primo luglio". Il Pd, con la vice ministra degli Esteri Marina Sereni, promette "di alzare il livello di pressione" sull'Egitto alla vigilia dell'incontro tra procure che ruoterà intorno alla disattesa rogatoria italiana dell'aprile 2019.
Più dura Sinistra italiana. "Continuo a credere che la scelta di vendere armamenti all'Egitto sia un grande errore", ha detto il deputato Nicola Fratoianni a Rai3, ricordando che una legge dello Stato, la 185/90, vieta di vendere armi a paesi in guerra o violatori dei diritti umani e suggerendo di ricorrere a una classica strategia diplomatica: "Prima ci dite quello che ci dovete dire, tanto per cominciare ci date gli indirizzi dei cinque ufficiali sospettati dell'arresto, delle torture e dell'omicidio di Giulio. Poi vi arrivano le armi".
L'opposto della strategia del governo Conte 2, ideatore di una nuova scuola che, chissà, potrebbe rivoluzionare i rapporti internazionali: si fanno affari e si intensifica il business per farsi amica la riottosa controparte, così che magari ceda e consegni qualcosa di concreto. Andiamolo a dire a paesi devastati da embargo e sanzioni, a quelli con cui la diplomazia "dolce" non è stata mai applicata, ai cubani, gli iraniani, gli iracheni. Loro venivano/vengono sanzionati (o bombardati) per costringerli ad adeguarsi agli interessi altrui.
L'Egitto no. L'Egitto va coccolato, anche se è chiaro che dal regime non arriverà aiuto. Perché dare quell'aiuto nelle indagini significherebbe ammettere che il sistema di potere post-golpe di Abdel Fattah al-Sisi è un sistema fondato sul monopolio della forza bruta di esercito e servizi segreti, i due corpi che danno legittimazione a un presidente senza partito né base elettorale propria. Consegnare i responsabili materiali della morte di Regeni - e la Procura di Roma ne ha individuati almeno cinque, con un lavoro indefesso e straordinario, applaudito giovedì notte dai membri della Commissione e da Conte - significa consegnare simbolicamente il mandante: il regime, abile tessitore di una macchina del controllo sociale e della repressione quasi senza pari. Quel regime e il suo apparato repressivo ricevono oggi nuova legittimazione dall'Italia che lo considera abbastanza alleato e abbastanza affidabile da vendergli due fregate Fremm da 1,2 miliardi.
Per questo le parole di Conte (per quanto si voglia credere, e non c'è motivo di dubitarne, che continui a chiedere ad al-Sisi collaborazione e verità sulla morte di Regeni) non muovono di un millimetro la battaglia per la giustizia, tornata sulle spalle della Procura di Roma, che tra dieci giorni discuterà con gli investigatori egiziani del silenzio assordante sulla rogatoria di 14 mesi fa, che chiedeva conto, tra l'altro, della presenza a Nairobi nell'agosto 2017 di uno dei cinque indagati, il maggiore Sharif: secondo un testimone avrebbe raccontato dettagli sul sequestro di Giulio a un pranzo.
Quello che gli investigatori italiani vogliono - e che è stato ribadito giovedì sera dalla vice presidente della Commissione Deborah Serracchiani - è il domicilio legale dei cinque membri dei servizi egiziani iscritti nel registro degli indagati per sequestro e tortura. Così da poterli processare in Italia, in contumacia. Su questo Conte non ha fatto promesse: pur assumendosi la responsabilità dei mancati progressi, nella sessione pubblica non è stato in grado di fornire un solo elemento che faccia immaginare una qualche svolta, anche minima, nelle indagini. Il premier si rifugia nel primo luglio: è da quell'incontro tra procure che si auspica di ricevere una "manifestazione tangibile di volontà" sul caso Regeni, come chiesto nella telefonata del 7 giugno ad al-Sisi, motivo della sua convocazione da parte della Commissione d'inchiesta. Unica forma di "pressione" è l'assenza di visite di Stato ufficiali tra Italia ed Egitto (come dimenticare quelle sfavillanti dell'allora premier Renzi), ma di ritirare l'ambasciatore non se ne parla: "Mantenere un'interlocuzione costante permette di esigere rispetto".
di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 20 giugno 2020
È nata a Wadrak, in Afghanistan, ed è in fuga da quando ha 4 anni. In Italia, grazie al Centro Astalli, ha potuto studiare. "Sarò la prima donna laureata della mia famiglia". "Sono rifugiata da quando ho memoria". Leyla ha cominciato a fuggire da quando aveva 4 anni. È nata a Wadrak, città rurale dell'Afghanistan. "Mio padre coltivava la sua terra, che poi era la terra di suo padre e di suo nonno. Ma eravamo di etnia Hazara, una delle una delle minoranze religiose ed etniche più perseguitate dell'Afghanistan, e questo a un certo punto è diventato un problema molto serio". Era piccolissima quando i talebani hanno fatto irruzione in casa. "Non ricordo quello che successe, so soltanto che il giorno dopo lasciammo la nostra casa e cominciammo un lungo cammino. Pochissimi bagagli e ancora meno spiegazioni". Da quel giorno, la sua vita è stata per anni una fuga dietro l'altra, una minaccia dietro l'altra, uno sfruttamento dietro l'altro, fino all'emigrazione in Italia, dove oggi grazie al Centro Astalli, il centro dei gesuiti che si occupa dei rifugiati, ha potuto studiare ed è diventata parrucchiera.
Un sogno che diventa realtà, anche se lei vuole andare oltre. "Vorrei di più. Continuo a studiare per diplomarmi e poi chissà magari un giorno mi iscriverò all'università. Sarò la prima donna laureata della mia famiglia. Sarebbe bello, soprattutto per i miei genitori che hanno portato sulle loro spalle tutto il peso dell'esilio". Dopo quel giorno coi talebani dentro casa, parte il lungo cammino e l'arrivo a Kabul a casa dei nonni materni. "Abbiamo vissuto lì un anno. Poi anche lì è arrivata la guerra. Ricordo benissimo i colpi di arma da fuoco che si sentivano per tutto il giorno. Ci nascondevamo di continuo in cantina. Non potevamo restare. Era troppo pericoloso. Una notte mamma e papà ci rimettono di nuovo in viaggio. Questa volta la meta finale è il Pakistan. Abbiamo vissuto per 8 anni in 10 persone in una stanza ad Islamabad".
Vita da rifugiata, giorno dopo giorno, lavorando senza sosta per sopravvivere, anche se lei era ancora una bambina. "A Islamabad ho imparato a cucire tappeti, insieme ai miei fratelli. Avevo 6 anni e ogni giorno dalle 8 del mattino alle 8 di sera andavo in una stanza vicino alla nostra dove viveva un'altra famiglia. Stavamo con loro tutto il giorno ad imparare a fare i nodi dei tappeti ma non venivamo pagati ed è stato difficilissimo, ogni giorno mangiavamo solo pane, zucchero e tè". Poi una piccola svolta: "Dopo questo primo periodo, una grande azienda di tappeti ha sistemato nel cortile fuori dalla nostra stanza un telaio per farci cucire. A quel punto riuscivamo a comprare qualcosa in più da mangiare. Di quegli anni mi rimangono dei ricordi e delle mani troppo vecchie per una ragazza della mia età". A 16 anni arriva la svolta che le cambierà per sempre la vita. "Ho conosciuto in Pakistan un giovane ragazzo di nome Khan. Lui ha chiesto di prendermi in sposa. Mio padre ha accettato senza riserve. Una bocca in meno da sfamare".
Khan all'età di 23 anni tenta il viaggio della speranza. Parte per l'Iran, poi Turchia. In Grecia si nasconde sotto il motore di un camion che si sta imbarcando. Scende ad Ancona quasi morto. Viene accolto in un centro di accoglienza, diventa richiedente asilo, poi rifugiato e infine trova lavoro come meccanico in un'officina. Così riesce a fare il ricongiungimento familiare con Leyla, che arriva in Italia. "Oggi la nostra vita è serena. Ci vogliamo bene. Lavoriamo e voglio continuare a studiare". Grazie al Centro Astalli ha imparato l'italiano e ha sostenuto gli esami di terza media. "Gli operatori sociali mi hanno aiutato a trovare lavoro". E così diventa parrucchiera. È abile con le mani, questo lavoro le ricorda i tanti anni a cucire tappeti quando ancora era una bambina. La sua vita è cambiata, ma nella sua mente si agitano i fantasmi del passato. "Un giorno spero vicino, non sarò più una rifugiata, non tanto nei documenti, quanto nella mia testa. Vorrei finalmente sentirmi a casa, al sicuro. Vorrei finalmente essere libera".










