di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 21 giugno 2020
Ottanta milioni di profughi. Più di tutti gli abitanti della Francia, o dell'Italia, o dell'Inghilterra. Di questi, almeno una quindicina di milioni sono bambini e altrettanti sono ragazzi sotto i diciotto anni. Cinque milioni di bambini non vanno a scuola e resteranno forse senza nessun tipo di istruzione per tutta la vita. Molti sono orfani, o separati dai loro genitori. Impauriti, tremanti. Queste sono le cifre ufficiali. Bisogna commentarle?
Quando mi capita di parlare o di scrivere dei problemi di migranti o dei profughi, di solito vengo aggredito e accusato di essere un comunista o un veterocomunista. Cosa c'entra il comunismo con la richiesta di considerare gli esseri umani esseri umani? Credo niente. I primi profughi che ho conosciuto nella mia vita - allora ho imparato questa parola: ero bambino, parlo del 1956 - fuggivano dal comunismo. Erano gli ungheresi che scappavano dalla repressione di Krusciov contro il tentativo di comunismo un po' liberale di Imre Nagy. Scappavano dai carrarmati. Il comunismo ha creato molti profughi, nella sua breve storia. Come tutti i regimi totalitari. Come i fascismi. Non è una specialità della sinistra chiedere umanità per le persone disperate. Non dovrebbe esserlo. Dovrebbe essere uno dei pochi valori unificanti di una società moderna.
Ci si può e ci si deve dividere su molte cose: l'economia, l'idea di diritto, il modo nel quale si spartisce la ricchezza, i metodi di produzione, i compiti e i diritti e i doveri dei lavoratori. Ma sul principio generale dell'umanità, e del diritto alla dignità, non dovrebbero esserci divisioni. Non vedo che differenza debba esserci tra sinistra e destra. A me sembra uno dei principi di base della convivenza: insieme al rifiuto della violenza, della truffa, della rapina, dello stupro, della schiavizzazione. Non c'è nessuna scelta ideologica o di campo nel pensare che 80 milioni di profughi devono essere aiutati: sono un problema di tutti, perché costituiscono un macigno sulla possibilità di sviluppo della modernità e della storia.
E invece assistiamo, anche in queste ore, al tripudio dell'indifferenza. Oggi è la giornata internazionale del rifugiato ma la cosa lascia tutti assopiti: la sinistra esattamente come la destra. le Istituzioni, i giornali, i partiti, gli intellettuali. Vince il silenzio. Queste ottanta milioni di persone disperate, che hanno dovuto lasciare le proprie case, la propria terra, i propri averi, per cercare di salvare la pelle, o i figli, sono in grandissima parte ammassate in paesi poveri. Appena un pochino meno disperati dei paesi di origine. Solo il 15 per cento dei profughi ha raggiunto l'Occidente. Cosa racconterà l'Occidente agli storici quando dovrà rendere conto dell'indifferenza con la quale ha accolto - e maltrattato - neanche il 15 percento dell'esercito dei profughi? Come spiegherà la sua cecità e il suo egoismo, che hanno provocato nuovi squilibri, nuove ingiustizie, nuove violenze, nuove guerre?
Le cifre che ci hanno fornito le autorità internazionali non lasciano scampo: il problema dei rifugiati è il principale problema sul tappeto per la politica internazionale. L'Occidente non si può sottrarre. Neanche l'Italia può sottrarsi. Deve smetterla di fare leggi per respingere i profughi: deve organizzarsi per accoglierli. C'è una parola d'ordine, mutuata da Trump, che è l'unica parola d'ordine ragionevole per chi vuole entrare nella modernità: "Prima i Profughi". Non può restare una esclusiva dei gesuiti e dei volontari. Deve diventare bandiera di tutti gli Stati: "Prima i profughi".
La Sicilia, 21 giugno 2020
Il racconto in prima linea di Carlo Varchi che ha dedicato l'elaborato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un'esperienza di volontariato condotta all'interno del carcere di Balate diventa oggetto della tesi conclusiva di un master dell'Università di Catania e riscuote un notevole successo tanto che il suo autore, il dott. Carlo Varchi, che è anche il protagonista dell'iniziativa di volontariato, ottiene il massimo dei voti cioè 110 e la lode.
Un risultato prestigioso che Varchi, commerciante e psicologo, impegnato da sempre nell'associazionismo, ha centrato ieri, giorno in cui si è concluso il master di II livello in Psichiatria e psicologia forense presso l'Università degli studi di Catania per 24 futuri Ctu cioè i delegati del giudice. Tra i partecipanti al master, svoltosi per un anno al Policlinico di Catania, c'erano funzionari di polizia, dirigenti delle R.e.m.s., psicologi, medici legali, avvocati ed educatori. I corsisti, selezionati attraverso un bando a numero chiuso, hanno tutti superato l'anno accademico con successo.
Il corso, altamente professionalizzante, ha visto toccare discipline che vanno dal campo clinico a quello investigativo-criminologico. I corsisti si sono cimentati su questioni delicate come l'ambito forense, la capacità di relazionare in equipe multidisciplinare toccando argomenti legati alla pericolosità sociale, incapacità di intendere e volere, incompatibilità carceraria, capacità genitoriale nonché interfacciarsi con i Tribunale di riferimento in varie indagini di cui sono delegati.
La parte sperimentale della tesi dal titolo "La funzione rieducativa della pena e l'importanza del volontariato in carcere" è stata l'esperienza che il dott Varchi ha condotto all'interno del carcere di Balate l'estate scorsa. Agli ospiti del penitenziario è stato proposto un programma per la creazione di un orto e di un'area attrezzata per i colloqui in presenza di bambini.
Dalla semina, alla decorazione dei vasi all'abbellimento dello spazio interno al carcere: tanti momenti descritti nella loro valenza educativa ma anche ai fini rieducativi. E dulcis in fundo il raccolto dei prodotti seminati nell'orto da usare nella cucina del penitenziario.
Tutti passaggi che Varchi descrive con naturalezza per averli vissuti dal momento della progettazione a quello della realizzazione. Peraltro sono circa 10 anni che opera nell'ambito del volontariato in carcere a cominciare dalla collaborazione con il Garante dei diritti dei detenuti.
L'attività di volontariato descritta nella tesi si sostanzia come un progetto pilota nel campo della rieducazione dei detenuti e del loro reinserimento sociale, tema quanto mai attuale in questo particolare momento del dibattito politico nazionale.
xsciscianonotizie.it, 21 giugno 2020
Uno sguardo al benessere psicofisico, un percorso di formazione in vista del reinserimento post-detentivo. Si è concluso con l'unanime apprezzamento il progetto "Donne nelle carceri: alimentazione corretta e attività motoria per il benessere fisico in regime di detenzione", promosso dalla Consulta femminile sulla condizione delle donne della Regione Campania, affidato alla cooperativa Orsa Maggiore.
L'iniziativa, proposta da Antonella Cotumaccio, Consigliera dell'Ordine dei Periti Industriali di Napoli e componente della Consulta Femminile della Regione Campania, era stato approvato e avviato nel novembre dello scorso anno col via libera della sottocommissione regionale dell'organismo di parità composta, oltre che dalla Cotumaccio e dalla presidente pro tempore Simona Ricciardelli, da Giusi Acampora (Ordine dei Consulenti del Lavoro) e Laura Capobianco (Sel) e Sara Perrotta (Onda Rosa).
L'occasione per mantenere accesi i riflettori sulla condizione delle donne nei penitenziari, ma anche per realizzare momenti formativi finalizzati al reinserimento delle future ex detenute nel contesto familiare, sociale e lavorativo. In più, l'opportunità per aprire le porte della casa circondariale allo svolgimento di attività psicofisiche, curate da Giovanna Rosco, docente di Zumba, e alla sana e corretta alimentazione, sotto l'occhio esperto della nutrizionista Giuliana Gnocchi.
Venti, complessivamente, gli incontri con le detenute, ciascuno della durata di un'ora e mezzo per complessive di 30 ore di attività. Venticinque le donne coinvolte seppure con una quota parte di rotazione tra le partecipanti dovuta al regime detentivo delle stesse o a occasioni l'inserimento in percorsi lavorativi, la scarcerazione definitiva, il trasferimento in altro penitenziario, udienze o colloqui. L'intero progetto è stato curato e realizzato con la costante presenza dell'educatrice della cooperativa, Antonella Bizzarro, per garantire ascolto, continuità e rilevazione dei bisogni delle partecipanti.
di Ferdinando Fasce
Corriere della Sera, 21 giugno 2020
Abusi e carcerazione di massa hanno portato alle proteste. La storia di cui fanno parte i circa 800 mila agenti di polizia statunitensi (oltre sei volte quelli federali) sparsi oggi a livello locale nell'Unione è una storia al plurale, frutto dei legami che queste strutture, create dalla metà dell'Ottocento, hanno intrattenuto e intrattengono con i sistemi politici locali, e soprattutto con i sindaci. Purtroppo in questo caso il proverbiale dinamismo della vita pubblica municipale nordamericana ha svolto un ruolo negativo.
Perché, in nome del federalismo e dell'autonomia, ha impedito il coordinamento sistemico, su scala nazionale, necessario al successo dei numerosi tentativi di riforma di tali apparati a livello decentrato. Già a fine Ottocento essi erano nel mirino di riformatori progressisti come il newyorkese Theodore Roosevelt, preoccupati della corruzione che li piagava, e impegnati a combatterla sostituendo alle clientele e ai favoritismi, ampiamente diffusi, tecniche e criteri funzionariali. Con esiti che nell'immediato parvero decisamente positivi, tanto da spianare la strada alla carriera dello stesso Roosevelt, che fu presidente dal 1901 al 1909.
Ma gli stessi risultati, visti in una prospettiva più lunga, come ha fatto la storica Marilynn Johnson nel libro "Street Justice. A History of Police Violence in New York City" (Beacon Press, 2003), mostrano una situazione spesso fuori controllo: per i persistenti fenomeni di corruzione e soprattutto per la violenza adottata come pratica sistematica dai poliziotti e divenuta oggetto di crescente attenzione a partire dalle rivolte dei ghetti negli anni Sessanta del Novecento. Parliamo, si badi, di quella polizia newyorkese il cui capo, William Bratton, negli anni Novanta veniva citato a esempio per aver contribuito, con la professionalizzazione del suo ente nella lotta senza quartiere alla piccola "devianza", parte della "guerra al crimine" in corso da anni, a rendere la città più sicura.
Non a caso Bratton è stato evocato dal "Financial Times" in un commento sui disordini attuali, nel quale però si richiamavano anche i problemi che le politiche di "carcerazione di massa" (un quarto dei detenuti al mondo), con al centro poveri e afroamericani, hanno creato nell'ultimo trentennio. Qui sale in cattedra un'altra storica (alle donne si devono le migliori ricerche su corpi polizieschi che, divenuti più inclusivi sul piano razziale, con una percentuale di neri pari al peso demografico, vedono le donne ferme al 12 per cento), Elizabeth Hinton.
Il suo "From the War on Poverty to the War on Crime" (Harvard University Press, 2016) mostra che, con l'affermarsi delle strategie neoliberiste di taglio della spesa sociale, le politiche di ordine pubblico hanno drenato risorse verso una soluzione prevalentemente repressiva delle questioni sociali e razziali, rafforzando il circolo vizioso violento fra strade e strutture poliziesche. Mentre, con l'acuirsi delle disuguaglianze, oggi ingigantite dalla pandemia, tali questioni avrebbero richiesto più che mai interventi strutturali.
Il clima divisivo e di legittimazione del "diritto a portare armi" seguito all'avvento di Donald Trump ha fatto il resto. Rilanciando la militarizzazione delle forze di polizia temporaneamente interrotta da Barack Obama, Trump ha gettato benzina sul fuoco. E ha chiuso al dialogo con i tanti che denunciavano le storture della "carcerazione di massa" e l'immunità che dagli anni Ottanta il sistema giudiziario ha fornito ai poliziotti. Eccoci così al brutale omicidio di Floyd. Alle gravi tensioni e all'indignazione nazionale e internazionale che ha suscitato. All'inaudita e incoraggiante autocritica della polizia. Che non ha impedito però il nuovo omicidio di un afroamericano, Rayshard Brooks, da parte di un agente bianco. Segno che, nonostante l'ammirevole corsa in atto ad approvare norme a tutti i livelli che riconducano finalmente la gestione dell'ordine pubblico entro un moderno Stato di diritto, la strada del vero cambiamento è ancora molto lunga.
di Salvatore Palidda
contropiano.org, 21 giugno 2020
Da sempre gli Stati-Uniti riproducono fatti economici, sociali, culturali e politici estremi: dopo l'esasperazione della criminalizzazione razzista e dell'incarcerazione di massa ecco ora che il movimento antirazzista arriva a rivendicare forti riduzioni dei finanziamenti della polizia e a immaginare persino la sua abolizione come quella delle carceri; delle rivendicazioni inimmaginabili in Europa eppure praticabili.
Dall'inizio degli anni 90 negli Stati Uniti e poi anche in Europa e in tutto il mondo si è verificata un'impressionante escalation nell'incarcerazione di massa e nella violenza della polizia. In particolare dopo Reagan, poi Clinton e altri con l'ultimo Bush dopo l'11 settembre 2001 (vedi il famoso lavoro di Jonathan Simon Il governo della paura. Come la guerra al crimine trasforma la democrazia americana e crea la cultura della paura e vedi anche Razzismo democratico).
La guerra securitaria interna s'è configurata come il continuum della guerra permanente su scala globale. Come hanno dimostrato alcune ricerche, tutto ciò è la conseguenza del trionfo neoliberista, in particolare di quello che Loïc Wacquant chiama il passaggio dal welfare state al workfare e quindi la cancerizzazione dei poveri. Il governo della sicurezza e dell'incarcerazione di massa è diventato così uno degli aspetti del business della fine del XX e dell'inizio del XXI secolo.
Alcuni ricercatori hanno quindi osservato che un po' ovunque in Europa si è imposta la deriva reazionaria in corso negli Stati Uniti (tra gli altri si veda Razzismo democratico e diversi numeri della rivista Cultures & Conflits). Anche se in Europa il numero di persone arrestate, detenute e vittime di violenza e omicidi per opera delle polizie non ha raggiunto i livelli degli USA, è stato tuttavia calcolato che il rapporto tra il tasso di detenzione degli immigrati e quello dei nazionali è diventato quasi uguale a quello che c'è negli Stati Uniti tra il tasso di neri e ispanici e quello dei bianchi (in particolare in Italia, mentre in Francia ciò si nasconde per mancanza di dati sull'origine immigrata della maggioranza dei detenuti, notoriamente magrebini e soprattutto algerini - cfr. Razzismo democratico).
Per quanto riguarda gli episodi di razzismo in tutta Europa, s'è vista la loro diffusione, compresi episodi di razzismo poliziesco, anche se in numero molto inferiore rispetto agli Stati Uniti. È soprattutto in Francia che sono emersi più casi di razzismo da parte di agenti delle polizie, nonché una lunga serie di violenze poliziesche, in particolare contro i gilets gialli e anche contro i giovani delle banlieues (vedi diversi articoli su Médiapart.fr). Ed è negli Stati Uniti che è emerso il fenomeno delle bande fasciste "suprematiste", armate, il cui equivalente in Europa è stato visto un po' in Grecia ma anche in altri paesi.
Sino all'esplosione del movimento antirazzista in risposta all'assassinio di George Floyd come ennesimo omicidio da parte della polizia, si aveva l'impressione che, nonostante tutto, in Europa la polizia e la violenza dei suprematisti, nonché atti razzisti, islamofobi, fascisti e sessisti siano stati limitati dalla mobilitazione delle associazioni e in generale dei democratici.
Ma questa mobilitazione in Europa è sempre stata piuttosto limitata rispetto alla carcerazione esagerata, alla brutalità della polizia e l'eccesso di penalità. In Europa nessuno ha mai immaginato la possibilità di una mobilitazione di massa per ridurre il finanziamento della polizia, i suoi poteri fino al punto di chiedere persino la sua abolizione e quella delle carceri (vedi anche una riduzione radicale della pena e di pene alternative ecc.).
Questo sta accadendo ovunque nelle città degli Stati Uniti. Numerosi articoli pubblicati la scorsa settimana raccontano le riflessioni e i percorsi della mobilitazione in corso. Tra questi segnalo l'intervista da parte di Meagan Day al prof. di sociologia del Brooklyn College, Alex S. Vitale, autore del famoso libro The End of Policing, l'articolo della sociologa Tamara K. Nopper, "La strada percorsa dal movimento a Los Angeles contro la polizia dopo la rivolta del 1992" e l'articolo del filosofo e militante Olúfẹmi O. Táíwò "Power Over the Police" sulla rivista Dissent. L'aspetto più importante che segnalano questi autori e noti militanti come pure altri è che il movimento antirazzista negli Stati Uniti non è solo un'esplosione di rabbia come reazione all'ennesimo assassinio, cioè quello di George Floyd.
Come dice Vitale: "stiamo attraversando un periodo di crisi profonda che va ben al di là dell'operato della polizia; la crisi della pandemia e la depressione economica che arriva (vedi forte aumento dei disoccupati) fanno parte di ciò che è all'origine della rivolta di oggi. C'è convergenza di un insieme di fattori diversi. Una polizia brutale completamente non riformata non è che il catalizzatore che ha scatenato una sorta d'attivismo intergenerazionale che risponde a una crisi più profonda, di cui la polizia è parte emblematica.
Ciò che vediamo oggi è il residuo di Occupy Wall Street, del Black Lives Matter e della campagna di Sanders, movimenti uniti dal sentimento che il nostro sistema economico non funziona. Nessuno pensa che Biden riparerà questa situation. La polizia è il volto pubblico dell'incapacità dello Stato di provvedere ai bisogni fondamentali della gente e mostra questo fallimento con soluzioni che non fanno che nuocere ancora di più alla gente.
Il secondo aspetto importante è che il movimento di oggi nasce anche dalla rivolta contro le false riforme, contro tutte le false promesse che le autorità hanno offerto dopo i movimenti del passato sin dai tempi delle lotte per i diritti civili degli anni Sessanta, la rivolta del 1992 a Los Angeles e ancora quelle di cinque anni fa.
Da Clinton a Obama solo riforme-bidone mentre la situazione è rimasta la stessa anzi è peggiorata. La polizia ha avuto sempre più finanziamenti pubblici e da privati, s'è militarizzata, è diventata ancora più arrogante, brutale e persino assassina, dispone di mezzi e dispositivi impressionanti e gode sempre più di un'impunità totale grazie anche al peso aumentato dei suoi sindacati.
Ecco allora che oggi c'è un fermento straordinario nell'elaborazione di obiettivi e pratiche da parte di militanti, ricercatori universitari, giornalisti e anche qualche politico che si stacca dall'ambiente malsano dei partiti e delle amministrazioni. C'è soprattutto il percorso concreto che dal basso sta costruendo il nuovo modo di governare i quartieri e persino l'intera città. La forza e anche la concretezza di tale mobilitazione impressionante e senza precedenti si rivela nel fatto che l'amministrazione pubblica locale ha dovuto subito "cambiare registro".
Il sindaco di Washington che neanche un mese prima aveva previsto un aumento del budget della polizia locale di circa 45 milioni di dollari s'è premurato di chiedere a degli artisti di dipingere a caratteri ultra cubitali la scritta "Black Lives Matter" sulla strada vicino alla Casa Bianca dove c'erano stati violente cariche della polizia contro i manifestanti.
A Los Angeles, dove il dipartimento di polizia (Lapd) assorbe circa il 53% dei fondi discrezionali della città, si prospetta ora quanto i militanti del Peoplès Budget (una coalizione promossa dal Black Lives Matter della città) hanno proposto ossia la riduzione a un magro 5,7%.
La rivendicazione del definanziamento e ridimensionamento della polizia è ormai fortemente presente in tutte le città. A questa rivendicazione si accompagnano tante altre dettagliate misure che riguardano anche la questione del "potere delle comunità sulla polizia". A questo fine corrisponde il progetto di instaurare una vera e propria democrazia diretta a partire dal quartiere, circoscrizione sino all'intera città. A New York i candidati alle prossime elezioni sono sollecitati a dichiarare il loro impegno rispetto all'obiettivo di definanziare la polizia e ridimensionarla.
E già oltre 40 candidati si sono impegnati a votare la riduzione di un miliardo peraltro condivisa dallo stesso sindaco De Blasio che s'è sempre mostrato più a sinistra del governatore Cuomo (sebbene anche questi mostri più aperture verso il movimento un po' come tutto il partito democratico che però propone solo aggiustamenti marginali).
Le rivendicazioni riguardanti la polizia vanno in parallelo con quelle riguardanti il sistema penale e quindi le carceri. La lotta per la depenalizzazione e l'abolizione di leggi fra le quali la famigerata legge voluta da Clinton detta dei "three strikes you're out law", cioè dei tre "colpi" contro i recidivi (compresi per piccole infrazioni espellendone anche la famiglia anche dagli aiuti sociali ecc.).
Nell'economia attuale degli Stati Uniti polizie e carceri costituiscono un settore di straordinario interesse per i gruppi finanziari privati. Ma questo settore s'è gonfiato a dismisura e ha una sua base di massa: centinaia di migliaia sono i poliziotti e i militari e gli impiegati del Pentagono e del ministero della Difesa, oggi il più grosso datore di lavoro degli Stati-Uniti. È anche questo che ha distrutto il welfare state statunitense a favore appunto di uno stato poliziesco-militare e del workfare (lavoro obbligatorio in carcere). Ne consegue che la lotta del movimento punta a spostare risorse dalle polizie e dal sistema penale verso le opere sociali.
Le rivendicazioni del movimento USA sembrano inimmaginabili in Italia e in Europa e invece dovrebbero insegnarci a riflettere meglio e osare immaginare un futuro più decente. In Italia le spese per le polizie e per tutto l'universo del militare sono scandalose mentre il paese avrebbe bisogno di bonifiche sanitarie e ambientali che creerebbero centinaia di migliaia di posti di lavoro. Non solo si viola l'art.11 della costituzione ma anche il principio di tutela della vita della popolazione troppo spesso vittima di malattie dovute a contaminazioni tossiche e condizioni di lavoro e di vita insostenibili. E che ne dire dello scandalo degli sprechi nelle polizie nazionali e locali e ora anche in un'esasperazione di sistemi di videosorveglianza che non servono certo a proteggere la vita umana.
Definanziare le polizie e l'universo militare, abolire le missioni militari all'estero, eliminare le basi militari e i siti che peraltro inquinano. Il futuro sta in un governo del territorio che sia sostenibile e pacifico.
di Ester Nemo
Il Manifesto, 21 giugno 2020
Sono in possesso degli inquirenti italiani i documenti di Giulio Regeni, passaporto e due tessere universitarie, consegnati dalle autorità egiziane con una serie di oggetti che, per gli investigatori egiziani - che dovrebbero collaborare - appartenevano al ricercatore sequestrato e ucciso al Cairo nel 2016. Gli altri "effetti personali" furono sequestrati alla banda di presunti killer, cinque malviventi comuni uccisi in Egitto il 24 marzo 2016 e fatti passare come gli autori del sequestro e dell'assassinio.
Fu la prova, servita su un piatto d'argento, d'un sanguinoso tentativo di depistaggio - così risultò agli investigatori italiani - che dimostrava in realtà come il golpista Al Sisi fosse pronto alla strage pur di non far risalire le responsabilità di sequestro, torture e uccisione di Giulio Regeni direttamente al suo regime. Gli oggetti sarebbero quelli mostrati in foto dopo il blitz contro i cinque malviventi: oltre al passaporto di Giulio e le tessere dell'università di Cambridge e dell'università americana del Cairo anche alcuni presunti effetti personali: occhiali da sole (due modelli da donna), un pezzo di hashish, due borselli neri.
Ora probabilmente i genitori di Giulio verranno convocati dagli investigatori per un nuovo riconoscimento degli "effetti" giunti dal Cairo. Claudio e Paola Regeni, assistiti dall'avvocato Alessandra Ballerini, hanno già in passato compiuto una perizia sulle foto dei presunti effetti personali: emerse che solo i documenti di riconoscimento sono di Giulio mentre l'altro materiale, gli occhiali, la droga e altro, non gli appartenevano. Siamo dunque di fronte ad un ambiguo "gesto" simbolico di Al Sisi - che a parole assicura "massima collaborazione" a Conte - perché continua a nascondere la verità e a confondere, facendo arrivare "effetti" che facevano parte del depistaggio che aveva costruito. Ora il primo luglio si terrà il vertice tra procure italiane ed egiziane.
di Andrea Bertagni
caffe.ch, 21 giugno 2020
Le iniziative negli istituti di pena da Ginevra a Bienne. Laboratori creativi, concerti, spettacoli teatrali, raccolte fotografiche e anche film. Con i quali i detenuti possono essere liberi di esprimersi. Anche fuori dal carcere. In Svizzera romanda è il collettivo Prélude di Losanna a farsi portavoce, da anni, delle libertà artistiche dei carcerati.
"L'arte in prigione nasce da una tensione - spiega il collettivo - tra libertà di creare e l'impossibilità di muoversi, facendo nascere dei collegamenti tra 'dentro' e 'fuori' e permettendo a chi è recluso di dialogare e di mettere alla prova la capacità di pensare". Sono nate così anche serie di cortometraggi come "La vie d'une patate" o "La liberté c'est...", prodotti nel giro di un anno da un gruppo di nove carcerati romandi. Attori, ma anche registi e produttori della settima arte, dunque.
Anche alla prigione regionale di Bienne i detenuti hanno potuto esprimere la loro vena artistica. Nel corso di un'edizione delle Giornate fotografiche di Bienne, manifestazione che si tiene ogni anno nella città bernese, i detenuti hanno potuto esporre una collezione di fotografie al di fuori del carcere. Le immagini scattate dentro la struttura penitenziaria sono nate e sono state sviluppate nel corso di diversi atelier. L'obiettivo, anche in questa occasione, era quello di gettare uno sguardo dentro le mura del penitenziario, sempre poco conosciute, anche in una società "dove le immagini sono onnipresenti", si è spiegato.
Hanno invece indossato i panni degli attori di teatro gli ospiti del penitenziario di Brenaz, nel canton Ginevra. Sul palcoscenico hanno portato una commedia western, dove cow-boy e indiani lottano per la conquista del territorio e si confrontano con la colonizzazione e la corruzione. Tematiche che per il collettivo Prélude, promotore del progetto, sono sempre attuali e interrogano il funzionamento della società attuale. Si sono invece confrontati con la musica, creando un vero e proprio disco, i carcerati della struttura penitenziaria di Orbe nel canton Vaud.
Con l'accompagnamento di musicisti ed esperti musicali, l'opera è stata anche suonata dal vivo, in due concerti, di cui uno trasmesso in streaming direttamente da dietro le sbarre. L'approccio alla musica è avvenuto in un contesto in cui la conoscenza degli strumenti o delle note non era necessario. Importante era scatenare una creatività il più possibile libera da condizionamenti e limiti.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 21 giugno 2020
Dalla Seconda guerra mondiale non se n'è azzeccata una. Per quel che riguarda la contesa sudamericana, l'Italia si è tenuta in disparte, e si è rivelata una scelta saggia. È assai probabile che il caso dei tre milioni e mezzo in contanti "donati" nel 2010 da Hugo Chávez a Gianroberto Casaleggio finisca presto nel nulla. Il documento che è all'origine della denuncia, pubblicato una settimana fa dal quotidiano spagnolo Abc, è ad ogni evidenza artefatto.
La testimonianza a indiretto sostegno dell'accusa dell'ex Cinque Stelle Giovanni Favia è poco convincente. L'evocazione di un misterioso colombiano, Alex Saab, che con la modella Camilla Fabri, avrebbe complottato a favore del regime venezuelano non mostra alcun nesso con la vicenda in questione. Resta il fatto che il movimento di Beppe Grillo ha mostrato fin dalle origini grande simpatia per i governanti di Caracas. E da quando è al governo, cioè da due anni, tale inclinazione ha notevolmente inciso sulla politica estera italiana. Ma questo non può indurci in alcun modo a dedurne, per un qualche automatismo, che tale simpatia sia stata compensata con del denaro in una valigetta.
Si può tranquillamente continuare a ritenere che il modo con il quale Nicolás Maduro e altri leader sudamericani postcastristi governano i loro Paesi sia fortemente illiberale senza sentirsi poi vincolati a trarne la conseguenza che chi li sostiene, in patria o nel resto del mondo, sia necessariamente al soldo del regime di Caracas. La comunità italiana in Venezuela è assai ostile a Maduro e con essa buona parte della popolazione. Ma dobbiamo constatare che c'è un'altra parte di popolo venezuelano, probabilmente maggioritaria, che invece è schierata con il governo. Il che dovrebbe indurci non tanto a cambiare opinione su Maduro, quanto piuttosto a riflettere meglio su cosa augurarci per sperare in un virtuoso cambio di regime.
E qui ci vediamo costretti ad ammettere che le politiche antichaviste messe in campo dagli Stati Uniti, dall'Europa (quasi per intero), vale a dire di quello che ai tempi della guerra fredda definivamo Occidente, sono state improvvide. Sempre. Il colonnello Hugo Chávez, dopo aver fallito un colpo di Stato nel 1992 (e aver trascorso due anni in prigione), alla fine del secolo scorso era andato al potere in seguito a elezioni abbastanza regolari. Si era poi applicato alla costruzione di un suo modello bolivariano finché nell'aprile 2002 era stato deposto da un golpe ordito da Pedro Carmona Estanga, con l'appoggio degli Stati Uniti. In quei giorni Chávez fu deportato nell'isola di La Orchila dove lo raggiunse il vescovo di Caracas Antonio Ignacio Velasco García per convincerlo a rinunciare "spontaneamente" al potere. Ma, proprio mentre l'alto prelato si trovava a colloquio con Chávez, imponenti manifestazioni in sostegno del leader spodestato avevano convinto Estanga a gettare la spugna. Talché l'uomo che si proclamava erede di Simón Bolívar tornò alla guida del Paese con un prestigio molto accresciuto che ne avrebbe fatto un leader indiscusso. Fino a quando morì (di cancro, nel 2013).
Gli successe Maduro che, non avendo potuto ricevere in eredità l'autorevolezza del predecessore, navigava tra le difficoltà riconducibili al suo modello politico e all'ostilità dei Paesi Occidentali. Nel frattempo era cresciuta un'opposizione che, pur tra molti impedimenti, aveva saputo imporsi anche sotto il profilo elettorale. Maduro aveva reagito varando un modello eccessivamente innovativo sotto il profilo della democrazia rappresentativa. Uno stallo. Poi le contestate elezioni presidenziali del 2018. Il 23 gennaio del 2019 il presidente dell'Assemblea nazionale Juan Guaidò, leader dell'opposizione, si proclamò presidente pro tempore con l'intenzione di deporre Maduro e indire nuove elezioni. Guaidó ricevette immediatamente il riconoscimento degli Stati Uniti e di quasi tutta l'Europa. Ma non del nostro Paese che (su iniziativa grillina) si tenne neutrale. Né della Chiesa che, stavolta, lasciò ad esporsi il cardinale americano Sean Patrick O'Malley il quale in un'intervista a questo giornale disse che solo Guaidò avrebbe potuto scongiurare la guerra civile.
Ma la guerra civile non ci fu. E Maduro forte di un evidente sostegno di parte della popolazione restò al suo posto. Malgrado le sanzioni imposte al Venezuela. Nelle settimane successive al pronunciamento di gennaio Guaidò annunciò di essere appoggiato dai militari, riuscì a liberare dagli arresti domiciliari Leopoldo Lopez, leader dell'opposizione prima di lui, viaggiò in Europa e, di ritorno dall'estero, poté tranquillamente rientrare nel suo Paese.
Recentemente il procuratore generale del Venezuela lo ha accusato di aver reclutato mercenari (ne sono stati arrestati quarantacinque, tra i quali due cittadini statunitensi). Poi il ministro degli Esteri, Jorge Arreaza, ha raccontato che Guaidò e i suoi avevano trovato rifugio nell'ambasciata di Francia provocando sdegnati dinieghi da parte dell'ambasciatore. Che dire? Pur mantenendo intatte le perplessità sul regime di Maduro, dobbiamo ammettere che sarebbe improprio definirlo una "dittatura". Quanto a Guaidò, va aggiunto che la sua autoproclamazione a presidente di un anno e mezzo fa era quantomeno basata su un calcolo errato della disposizione delle forze in campo.
Resterebbe da fare qualche considerazione sulle scelte di politica internazionale degli Stati Uniti, dell'Europa, dell'Occidente. Il bilancio di "noi occidentali" (e da qui usiamo di proposito le virgolette) non è esaltante. In pratica è dalla Seconda guerra mondiale - quando "riuscimmo" a dar vita a sistemi democratici nei tre Paesi sconfitti (Germania Ovest, Italia, Giappone) - che non se n'è più azzeccata una. Le intenzioni delle "nostre" scelte talvolta erano ottime. Ma i risultati non sono stati mai all'altezza delle attese. Anzi. Ai tempi della guerra fredda "aiutammo" a nascere regimi dispotici fino all'imbarazzante caso del Cile (1973). Nei migliori dei casi, come per la guerra di Corea (1950-53) alla fine si tornò al punto di partenza.
Nei peggiori, Vietnam (1961-75), ci siamo lasciati alle spalle dittature di coloro contro i quali "avevamo combattuto". Caduto il muro di Berlino, abbiamo elaborato la dottrina dell'"esportazione della democrazia" e "ci siamo applicati" ai Paesi arabi con risultati sconfortanti. In generale caos (Somalia, Iraq, Siria, Libia).
Oppure consolidamento di satrapie preesistenti. Nel caso di guerre civili, come quella libica, "abbiamo parteggiato" ora per il legittimo Serraj ora per il suo rivale Haftar con imbarazzante disinvoltura. Potremmo rincuorarci sostenendo che la categoria di "noi occidentali" non esiste e che sarebbe più corretto procedere a un esame caso per caso. Con i dovuti distinguo. Vero: per quel che riguarda la contesa venezuelana, ad esempio, l'Italia si è tenuta in disparte. E si è rivelata, la nostra, una scelta saggia. Ma, a ben riflettere, non è una grande consolazione.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 21 giugno 2020
Pubblicata la bozza della Legge sulla sicurezza nazionale cinese per l'ex colonia britannica. 66 articoli e uno scopo: normalizzare la City e giudicare chi contesta il potere centrale della Madrepatria.
Sono 66 articoli divisi in 6 capitoli. Lo scopo appare uno solo: normalizzare Hong Kong, sottoporla alla stessa (dura) Legge sulla sicurezza nazionale cinese che impedisce ai cittadini della Repubblica popolare di manifestare dissenso dall'operato del Partito-Stato. Il testo è pronto, rivisto dal Comitato permanente del Congresso del popolo di Pechino e diffuso dall'agenzia Xinhua.
Due i punti chiave: l'installazione a Hong Kong di una Agenzia di sicurezza nazionale con funzionari inviati da Pechino che raccoglieranno intelligence e potranno decidere quali reati ricadranno direttamente sotto la giurisdizione cinese. Significa che cittadini hongkonghesi (o anche residenti stranieri della City) potranno essere processati secondo la legge vigente nel resto della Cina per fatti commessi nell'ex colonia britannica, che dovrebbe invece avere un sistema giudiziario autonomo e indipendente dal potere politico fino al 2047.
La legge prevede i crimini di "separatismo, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere". Secondo Pechino si tratta di stabilizzare il territorio dopo un anno di proteste anche violente, innescate nel giugno del 2019 dal tentativo della governatrice Carrie Lam di introdurre l'estradizione per reati minori. Quel provvedimento fu bloccato dalla rivolta popolare. La protesta si è poi rinsaldata con i sentimenti anti-comunisti e anche anti-cinesi. Ma ora, secondo le anticipazioni, chi si macchiasse di reati contro la sicurezza nazionale della Cina, potrebbe finire davanti ai giudici di Pechino che in materia hanno un record del 99 per cento di condanne. E la governatrice Carrie Lam avrà anche il potere di nominare giudici di scelta governativa per istruire casi di sicurezza nazionale (cinese). Significa che i magistrati internazionali che fanno parte del sistema giudiziario hongkonghese potranno essere estromessi dai processi sensibili.
La Xinhua sostiene che Pechino manterrà la giurisdizione per reati contro la sicurezza in "certe circostanze", in "casi estremamente rari". I termini sono vaghi, ma è certo che sarà la nuova Agenzia di sicurezza, dotata di una sua intelligence nel territorio ad autonomia speciale, a selezionare questi casi e a decidere come giudicarli e punirli.
Secondo la Xinhua, la bozza afferma che le nuove norme avranno il sopravvento su quelle in vigore attualmente a Hong Kong, se si dovessero verificare contraddizioni. La giustizia della Cina potrà anche emettere interpretazioni giudiziarie della legge: significa che Pechino avrà l'ultima parola. Il varo della legge è previsto entro due mesi, quando sarà riconvocato il comitato permanente del Congresso. Ma forse anche prima, visto che Pechino ha fretta e sta sfruttando lo stordimento mondiale per la pandemia per accelerare le sue azioni strategiche: da Hong Kong al confine con l'India, da Taiwan al Mar cinese meridionale.
Sembra ormai una tardiva battaglia di retroguardia quella ingaggiata dagli Stati Uniti, troppo ondivaga la politica cinese di Donald Trump; dalla Gran Bretagna che pure ha promesso il passaporto a tre milioni di hongkonghesi che volessero lasciare la loro città. Timida anche l'Unione europea che guarda al grande rapporto commerciale con Pechino, anche se venerdì l'Europarlamento ha votato una risoluzione che chiede alla Commissione di Bruxelles di portare la Cina davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia e chiede all'Unione di usare la leva economica per cercare di fermare la legge che annullerà la semi-autonomia e quasi-democrazia dell'ex colonia britannica.
La Legge sulla sicurezza nazionale, secondo l'opposizione democratica di Hong Kong, assesta un colpo mortale al principio "Un Paese due sistemi" che era stato negoziato tra Margaret Thatcher e Deng Xiaoping prima della restituzione della colonia alla Madrepatria cinese, con la previsione di farlo durare dal 1997 al 2047.
Pechino afferma che al contrario, sono le manifestazioni continue, il clima insurrezionale che ha sconvolto la City nel 2019 e in qualche occasione anche nei mesi del coronavirus, ad aver minato il principio che la Cina è una sola. Un'unica certezza: anche se applicata con "moderazione", la Legge sulla sicurezza nazionale cinese estende a Hong Kong il potere del Partito-Stato.
di David Allegranti
Il Foglio, 20 giugno 2020
Il Dap sospende la circolare del 21 marzo. Il filosofo del diritto Santoro: "Un pessimo segnale. Le direzioni hanno sempre il dovere di tutelare la salute dei detenuti". La nuova direzione del Dap ha sospeso la circolare del 21 marzo che chiedeva ai direttori dei penitenziari italiani di indicare, per contrastare il contagio nelle carceri, i nomi dei detenuti con più di 70 anni affetti da patologie. Motivo? "Il numero dei ristretti positivi al Covid-19, pari oggi a 66 persone su poco più di 53mila detenuti, è in costante diminuzione", dicono i nuovi vertici del Dap, il capo Bernardo Petralia e il vice Roberto Tartaglia, e "negli istituti penitenziari risultano in atto protocolli di prevenzione del rischio di diffusione del contagio".
- Dopo la sferzata di Mattarella oggi l'Anm prova a cacciare Palamara e altre sei toghe
- Fase 3 in salita per i tribunali: luglio con poche udienze, l'Ocf vuole andare in piazza
- Il M5S "indaga" su Bonafede
- Tutto, ma non il sorteggio. Magistratura, la riforma che il Colle invoca
- Csm, con la nomina di Cantone la politica si riprende il suo ruolo










