di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 22 giugno 2020
Albamonte, ex presidente dell'associazione: negli incontri coi politici parlavamo dei problemi, non delle nomine. Le mosse del Csm dopo le accuse di Palamara. I colleghi: basta mistificazioni
Zitto, come auspicava l'associazione nazionale magistrati, non c'è stato. E ora su Luca Palamara, espulso sabato dall'Anm che aveva guidato e passato all'attacco dei colleghi, piovono minacce di querele.
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 22 giugno 2020
Scandalo intercettazioni e correnti, il pm sospeso chiama in causa un gruppo di colleghi che reagiscono: noi infangati, lo denunciamo. È un vespaio la magistratura italiana. All'indomani della cacciata di Luca Palamara dall'Anm, l'associazione di cui è stato presidente, scoppia il caos. L'ex numero uno, dopo la sua espulsione, ha contrattaccato facendo una serie di nomi di colleghi che avrebbero partecipato al mercato delle toghe. Sarebbero i primi, sempre secondo Palamara, di una lunga lista. È chiaro che le parole del magistrato hanno provocato fibrillazione in diverse procure. Quella di Roma su tutte, dove fino a poco tempo era in servizio lo stesso pm. I magistrati tirati in ballo promettono querele.
La prima risposta dura a Palamara arriva intanto proprio dal sindacato delle toghe. L'Anm è stata accusata dal magistrato di non avergli concesso il diritto di difendersi. "Quando dice che non ha avuto spazio per difendersi, Palamara mente" e cerca ora "di ingannare l'opinione pubblica con una mistificazione dei fatti" replica la giunta dell'Anm.
L'ex presidente non è stato sentito dal Cdc "semplicemente perché lo Statuto non lo prevede", ma è stato invece ascoltato, come prevedono le norme, dai probiviri, di fronte ai quali "non ha mai preso una posizione" sugli incontri "con consiglieri del Csm, parlamentari e imputati". Quelle riunioni notturne sulle nomine dei procuratori di Roma e di Perugia con gli allora togati del Csm Luigi Spina, Antonio Lepre, Gianluigi Morlini, Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli e i deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti che hanno realizzato "un'interferenza" nell'attività del Csm. "Fatti purtroppo veri e per questo sanzionati" sottolinea ancora la giunta, ricordando a Palamara che "le regole si rispettano, anche quando non fanno comodo".
Al pm romano risponde anche il segretario dell'Anm Giuliano Caputo, che secondo Palamara era inserito nel suo sistema. "Nel disperato tentativo di difendersi inventa una realtà che non corrisponde ai fatti", dice Caputo spiegando di non aver "mai parlato con lui" né della sua nomina al vertice dell'Anm "avvenuta all'unanimità e dopo un confronto all'interno del gruppo di Unicost", né di sue o di domande di altri magistrati al Csm per concorrere a nomine.
Pronto a ricorrere alle vie legali è un altro ex presidente dell'associazione, Eugenio Albamonte, pm romano e segretario di Area, il gruppo che rappresenta le toghe progressiste. "Palamara in una serie di interviste lo ha diffamato - spiega il suo legale Paolo Galdieri - parlando di fatti mai avvenuti, in particolare di non meglio precisate cene tra il mio assistito e l'onorevole Donatella Ferranti, già presidente della commissione Giustizia della Camera, nelle quali si sarebbe discusso della nomina del vicepresidente del Csm David Ermini e delle nomine di avvocati generali della Cassazione".
"Non vediamo cosa ci sia di diffamatorio nelle dichiarazioni del nostro assistito" ribattono gli avvocati di Palamara, Benedetto e Mariano Marzocchi Buratti, che insistono invece sulla privazione da lui subita del diritto di difesa. E ancora il pm ha puntato il dito contro altri colleghi, come un altro numero uno dell'Anm, Francesco Minisci, Bianca Ferramosca, Alessandra Salvadori (componenti del Cdc dell'Anm) e Gimmi Amato.
Magistrati che hanno respinto le illazioni di Palamara. Dal fronte politico è Giorgia Meloni a prendere la posizione più netta. "La sua espulsione dall'Anm è un buon segnale, ma non basta" dice chiedendo le dimissioni di tutti i magistrati coinvolti nello scandalo e un sorteggio per le nomine al Csm.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 22 giugno 2020
Il caso Palamara non riguarda il cattivo atteggiamento di un singolo magistrato ma è il sintomo del cattivo funzionamento di un mostro chiamato circo mediatico-giudiziario in cui la giustizia è al servizio dei pm.
Si fa presto a dire Palamara. Nelle ultime settimane, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto ben due volte per esprimere un giudizio relativamente ad alcune scene pietose offerte negli ultimi mesi dalla magistratura italiana. Lo ha fatto la prima volta lo scorso 29 maggio, quando il capo dello stato, in riferimento alla pessima immagine offerta dal Csm sul caso Palamara, ha parlato della "degenerazione del sistema correntizio" e dell'"inammissibile commistione fra politici e magistrati".
Lo ha rifatto la scorsa settimana, il 18 giugno, sottolineando il fatto che le toghe sono chiamate a "recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini", ricordando che la prossima riforma della giustizia dovrà "rimuovere prassi inaccettabili, frutto di una trama di schieramenti cementati dal desiderio di occupare ruoli di particolare importanza giudiziaria e amministrativa, un intreccio di contrapposte manovre, di scambi, talvolta con palese indifferenza al merito delle questioni e alle capacità individuali" e ribadendo il fatto che nel mondo della magistratura, "a ciascuno è richiesto il coraggio di abbandonare atteggiamenti fondati su prospettive limitate, di corto respiro, che, distorcendo la vita delle istituzioni, rischiano di delegittimarle. È un dovere istituzionale che grava su ciascuno. E che non può essere eluso".
In entrambe le occasioni, la classe politica e il mondo dell'informazione hanno salutato con grande entusiasmo le parole del presidente della Repubblica e dedicato al capo dello stato un'ovazione mediatica. Ma l'entusiasmo per le parole di Mattarella mostrato da una buona parte della classe dirigente italiana è un entusiasmo che suona in modo quantomeno grottesco e se si sceglie di osservare la vicenda Palamara allargando l'inquadratura ci si accorgerà facilmente che gli applausi rivolti oggi al presidente della Repubblica sono simili a quelli che vennero rivolti a Giorgio Napolitano nel 2013 quando l'allora capo dello stato spiegò in Parlamento la ragione per cui aveva scelto di accettare il secondo mandato.
Napolitano, in un discorso molto applaudito, disse, in buona sostanza, di aver accettato quell'incarico per togliere le castagne dal fuoco a una classe dirigente politica irresponsabile e la stessa classe dirigente politica accusata con parole di fuoco di essere irresponsabile non perse occasione per ringraziare di cuore l'allora presidente per quelle preziose parole. La scena che l'Italia sta osservando oggi, attorno al caso Palamara, è una scena molto simile perché, a differenza di molti, il presidente della Repubblica, rispetto al caso Palamara, ha chiesto di accendere un riflettore non solo sulla storia di un magistrato poco raccomandabile, diventato impresentabile anche per tutti coloro che fino a qualche mese fa lo consideravano più che presentabile per raggiungere i propri obiettivi nel mondo della magistratura, ma su una storia ben più importante che in troppi fanno finta di non vedere, concentrandosi molto sulla mela marcia e poco invece sull'albero da cui quella mela proviene.
E la ragione per cui la classe politica e il mondo dell'informazione hanno scelto di illuminare più la mela marcia che l'albero da cui quella mela proviene è una scelta che si spiega in un modo molto semplice: buttare via una mela marcia non costa molto, buttare via l'albero da cui quella mela proviene, e spiegarne il perché, significa anche dover ammettere che i problemi della magistratura italiana non sono legati alla presenza di un magistrato poco raccomandabile ma sono legati a una lunga serie di problemi più culturali che strutturali, senza affrontare i quali i problemi osservati in questi mesi si ripresenteranno presto come capita con i nodi che senza essere sciolti arrivano regolarmente al pettine.
In questo senso, il caso Palamara non è il caso di un magistrato senza scrupoli ritrovatosi per caso a trafficare in quella complicata zona grigia che esiste tra il mondo della giustizia e la politica. Il caso Palamara, per chi lo vuole osservare davvero, è l'espressione di un mondo della magistratura gravemente ammalato per almeno dieci motivi diversi.
Malato per aver accettato il principio che le correnti della magistratura potessero essere serenamente trasformate più in correnti di potere che in correnti di opinione. Malato per aver accettato il principio che le promozioni potessero essere serenamente affidate più all'appartenenza che al merito. Malato per aver accettato il principio che i magistrati che sbagliano sono magistrati che non meritano di essere puniti ma che meritano al massimo di essere spostati. Malato per aver accettato il principio che le oscenità del processo mediatico diventano oscenità solo quando a essere colpiti dalle suddette oscenità sono gli stessi magistrati.
Malato per aver accettato il principio che l'utilizzo truffaldino delle intercettazioni irrilevanti diventa truffaldino solo quando a essere vittime di intercettazioni che non andavano trascritte sono gli stessi magistrati. Malato per aver accettato il principio che la guerra per bande tra magistrati potesse diventare un problema non nei casi in cui a fare le spese di questa guerra sono i singoli cittadini ma solo nei casi in cui a farne le spese sono i singoli magistrati.
Malato per aver accettato il principio che le correnti della magistratura pericolose sono sempre quelle a cui appartengono gli altri. Malato per aver accettato il principio che le commistioni pericolose tra procure e partiti sono sempre le commistioni degli altri. Malato per aver accettato il principio di dover legare i propri destini alla non separazione delle carriere tra pm e giornalisti. Malato per aver accettato per troppo tempo di delegare l'immagine di un'intera categoria a una parte minoritaria della magistratura, i pm, che rappresenta il 20 per cento del mondo togato ed è conosciuta nel paese più per i successi nei talk-show che per i successi in tribunale.
Malato per aver accettato il principio di avere un Csm del tutto disinteressato a difendere un tema che dovrebbe essere vitale all'interno di uno stato di diritto: la tutela della terzietà e dell'indipendenza della figura del magistrato. Il caso Palamara - le cui conversazioni private sono state pubblicate sui giornali grazie alla presenza nel telefonino di un trojan che la procura indagante ha potuto piazzare in virtù della presenza di un'accusa contro Palamara, corruzione per atti giudiziari, uno dei due capi di imputazione a cui deve rispondere l'ex capo dell'Anm, che la stessa procura ha poi ammesso essere un'accusa priva di fondamento - non è un caso che riguarda il cattivo atteggiamento di un singolo magistrato.
Ma è un caso che riguarda il cattivo funzionamento di un mostro chiamato circo mediatico-giudiziario. Per combattere il quale non è sufficiente, come sembra auspicare purtroppo oggi buona parte della nostra classe politica, combattere per "una grande riforma del Consiglio superiore della magistratura" ma è necessario combattere per qualcosa di più importante, che ha a che fare più con una rivoluzione culturale che con una rivoluzione del Csm: smetterla di fischiettare di fronte ai troppi casi in cui l'Italia sceglie di mettere la giustizia più al servizio dei propri pm che del paese.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 giugno 2020
L'espulsione di Palamara è una scelta difficile. Sarebbe in ogni caso un errore se anticipasse una deriva burocraticista della magistratura. Che invece deve trovare il coraggio di spezzare le catene della lottizzazione senza ritirarsi dal dibattito pubblico. È una scossa che può lasciare segni profondi. Nella magistratura e nel Paese. La crisi dell'ordine giudiziario ha imposto un sacrificio umano: l'espulsione di Luca Palamara dalla Anm; la rottura fra il sistema associativo, culturale, politico e la figura che più ha inteso farne un sistema innanzitutto di potere.
Il punto, l'interrogativo vero è: quanto sarà possibile, per Anm, allontanarsi davvero dal modello disegnato negli ultimi anni, e certo non solo da Palamara? La sfida è difficilissima. Non tanto perché manchino figure e intelligenze in grado di aprire una strada nuova. Tutt'altro. L'insidia vera è che non ci si limiti a ripudiare le smanie di lottizzazione. Ma che si rinunci anche a esercitare un ruolo politico.
Nella magistratura associata si possono annoverare leadership e gruppi davvero motivati ad alimentarne il protagonismo pubblico. Basti pensare a chi, come Eugenio Albamonte, ha voluto essere il primo presidente Anm a partecipare a un plenum del Consiglio nazionale forense. Con quel gesto, ha dimostrato di coltivare davvero un'idea di giurisdizione autonoma (dalla politica) e unitaria (nella comune sfida culturale con gli avvocati). O a Pasquale Grasso, giudice giovane e coraggioso, capace un anno fa anche di accettare la temporanea rottura con il proprio gruppo, Magistratura indipendente, e l'isolamento politico, pur di non contraddirsi. L'attuale presidente Anm Luca Poniz, dotato evidentemente di nervi saldissimi e di una considerevole dose di pazienza, viste le mostruose tensioni che anche nelle ultime ore si sono scaricate su di lui.
E ancora: Antonio Sangermano, che ha "traghettato" una parte di Unicost in "Mi" e teorizza un bipolarismo tra i gruppi della magistratura con argomenti di una raffinatezza intellettuale che nella politica "vera", oggi, non troveresti neppure a scavare con la trivella. Fino a Roberto Carrelli Palombi e Francesco Cananzi, che hanno avuto la forza di non far esplodere Unicost nonostante al centro dello "scandalo" ci fosse proprio il leader di quel gruppo, Palamara appunto. E a Mariarosaria Guglielmi e Riccardo De Vito, segretaria e presidente di Magistratura democratica, intellettuali progressisti a tutto tondo, capaci a loro volta di analisi politiche che tra i partiti non si sentono da alcuni lustri.
Tutto per dire che Anm non deve confondere l'addio alle lottizzazioni con una dismissione del proprio ruolo pubblico. Sarebbe una perdita che il Paese, l'élite del Paese, pagherebbe a caro prezzo. Se la magistratura associata, di fronte alla crisi aperta dall'indagine di Perugia, scegliesse il minimalismo e la ritirata, correrebbe un rischio persino peggiore della degenerazione correntizia: la deriva burocraticista. In un'Italia in cui le leadership politiche si dissolvono e le classi dirigenti evaporano o rinunciano all'impegno pubblico, sarebbe impensabile dover assistere anche a una magistratura che si rinchiude in sé stessa, in una sorta di autopunizione.
L'impegno associativo inteso come attività di proposta culturale va preservato. La partecipazione al dibattito pubblico sulla giustizia e sulla democrazia non dev'essere spazzato via insieme con le "nomine a pacchetto". Il coraggio che ora Anm deve trovare non è solo quello di rompere con la cosiddetta lottizzazione degli incarichi, ma anche di non gettare il bambino con l'acqua sporca.
di Giovanni Bianconi
Coriere della Sera, 22 giugno 2020
Eugenio Albamonte è uno dei magistrati citati da Luca Palamara nella chiamata di correo sulle "relazioni pericolose" con la politica. Come reagisce?
"Dando mandato al mio avvocato a sporgere querela per diffamazione. Sembra l'atteggiamento disperato di chi, di fronte ad accuse onerose anche sul piano dell'immagine, denuncia di vedersi negato il diritto di difesa, di avere un giudice non imparziale e infine grida "così fan tutti". Per chi fa il nostro lavoro non è una novità, è strano che a questa tecnica ricorra un magistrato".
Con quali conseguenze?
"Il suo tentativo di affossare l'intera magistratura mistificando la realtà, provando a coinvolgere tutti in una pratica che invece era solo di alcuni e diventando la gola profonda del malcostume giudiziario, rafforzerà chi, dal 1992 in poi, cerca sempre nuovi spunti per delegittimaci".
Il "caso Palamara" ne ha offerti parecchi, come ora le sue dichiarazioni. È vero che lei, magistrato di sinistra, ex presidente dell'Anm e ora segretario di Area, incontrava la deputata del Pd Donatella Ferranti?
"Certo che è vero. Ma non è che se uno s'incontra con un parlamentare e qualche consigliere del Csm deve per forza occuparsi di incarichi o orientare nomine anche in vista di soluzioni di singole vicende giudiziarie a favore di uno dei commensali. Ci sono anche altri modi e altre finalità. Con Donatella Ferranti, che stimo e di cui sono amico, abbiamo sempre discusso di temi di interesse generale, problemi della giustizia e riforme. In ogni caso io non faccio parte del Csm e Donatella non è un'imputata, e già questo fa qualche differenza".
Lei è stato magistrato segretario al Csm, e Palamara getta ombre sia sulla nomina che sul rientro in ruolo.
"Io fui nominato secondo le regole, e secondo la prassi di scegliere i segretari del Csm non solo per competenze e professionalità ma anche in riferimento ai gruppi rappresentati in Consiglio. Poi sono tornato a svolgere le stesse funzioni di pubblico ministero, per 10 anni non ho fatto domande per alcun incarico e da ultimo continuo a non farne in quanto ex presidente dell'anm; per la stessa ragione non mi sono candidato nemmeno al Csm. Per me e il mio gruppo è una regola, per altri no".
Però anche lei discuteva con Palamara il nome che Unicost doveva proporre come segretario dell'Anm...
"E ci mancherebbe altro. C'era un presidente conservatore espresso da Magistratura indipendente, perciò noi chiedevamo a Unicost di proporre un segretario più aperto al dialogo con le altre componenti. Dopodiché Unicost poteva indicare chi voleva, semplicemente noi di Area non avremmo votato un nome ritenuto inadeguato".
Nega pure la spartizione delle nomine nel Csm?
"Da presidente dell'Anm denunciai nel 2017 la degenerazione del correntismo e l'invadenza dei gruppi nella gestione dei Csm. Invitai a un recupero di orgoglio, altrimenti le correnti sarebbero state travolte, ma proprio le chat di Palamara dimostrano ora che alcuni non compresero questa realtà. Noi di Area abbiamo avuto un dibattito molto acceso con i nostri rappresentanti al precedente Consiglio, e quelli attuali hanno avuto il mandato di voltare pagina, a costo di rimanere tagliati fuori da ogni decisione. È ciò che stava accadendo prima delle dimissioni di cinque consiglieri di altri gruppi coinvolti non scandalo esploso a maggio 2019, i quali non avevano abbandonato certe logiche e pratiche. Poi qualcosa è cambiato".
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 giugno 2020
La presidente della massima istituzione forense, Maria Masi, si rivolge al Capo dello Stato in una lettera in cui ricorda che si esce dalla "crisi" della magistratura a una condizione: affermare "costituzionalmente" la "funzione" dell'avvocatura di componente "riequilibratrice delle funzioni e dei poteri".
Adesso è tempo di schierarsi "dalla parte della Costituzione". Di allontanare i magistrati dalla "attrazione fatale con il potere esecutivo e con quello legislativo". E di "ricostruire un rapporto equilibrato tra istituzioni" anche con il riconoscimento "alla avvocatura italiana" della propria "funzione riequilibratrice delle funzioni e dei poteri".
Di fronte alla terribile crisi culminata ieri con l'espulsione di Luca Palamara dall'Anm, il Cnf compie una scelta forte, definitiva: si rivolge al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una lettera firmata dalla presidente facente funzioni Maria Masi, affinché incoraggi l'intero sistema a una svolta vera: salvaguardare, appunto, la "autonomia e indipendenza" della magistratura e riconoscere "costituzionalmente" la "funzione dell'avvocatura".
"Signor Presidente", esordisce Maria Masi nella lettera inviata ieri al Capo dello Stato, "il Consiglio nazionale forense fa propria la manifestata preoccupazione per la crisi politica e istituzionale, senza precedenti, nella quale si sta dibattendo la magistratura a seguito dei recenti fatti di cronaca. Da lungo tempo, troppo", osserva la presidente del Cnf, "l'autonomia e l'indipendenza di cui gode la magistratura appaiono vulnerabili ogni qual volta i magistrati risultino coinvolti in situazioni non degne del ruolo e della funzione da loro ricoperti".
Situazioni evidentemente dovute, nota appunto la massima istituzione forense, alla "attrazione fatale con il potere esecutivo e con quello legislativo", ma anche alla "difficoltà della politica di arginare questo fenomeno, invero unico nelle democrazie occidentali".
Il punto, riflette Masi nella lettera al presidente della Repubblica, è che tali anomalie "rischiano di minare le fondamenta del principio della separazione dei poteri, con evidenti danni alla credibilità della Giurisdizione, a scapito non solo della comunità civile, ma anche dei magistrati e delle magistrate che, silenziosamente, ogni giorno, con abnegazione, compiono il proprio dovere di servitori e servitrici dello Stato, e che sono la stragrande maggioranza".
"Questi", prosegue la presidente del Cnf, "sono i giudici che i cittadini meritano, questi sono i giudici che l'Avvocatura italiana rispetta. Questi sono la pietra d'angolo sulla quale ricostruire un rapporto equilibrato tra Istituzioni". Fino alla richiesta che Mattarella valuti l'importanza e la necessità, proprio in una fase del genere, di una riforma che riconosca il rilievo costituzionale della professione forense: "È anche tempo che all'Avvocatura italiana, che così tanti sforzi sta compiendo per resistere ai tentativi di avvilire o peggio svilire il ruolo insostituibile della difesa dei diritti, sia riconosciuta costituzionalmente la funzione riequilibratrice delle funzioni e dei poteri".
"Signor Presidente della Repubblica", è la conclusione della lettera, "l'Avvocatura è pronta a collaborare per la riscrittura delle regole e guarda a Lei con fiducia, schierandosi senza riserva alcuna, ancora una volta e sempre, dalla parte della Costituzione".
Una fase nuova, dunque, in cui il Cnf chiede, attraverso la figura garante dell'unità nazionale, che la avvocatura possa avere una parte attiva, in nome del carattere unitario che segna anche la giurisdizione, e che è il solo baluardo a cui aggrapparsi per mettere in salvo il sistema.
di Andrea Picardi Palazzi
formiche.net, 22 giugno 2020
Intervista al costituzionalista e deputato del Partito democratico Stefano Ceccanti: "Il malfunzionamento della giustizia è una palla al piede per la competitività dell'Italia. Questo è il vero punto. Si tratta di una questione che zavorra il nostro Paese".
La riforma della giustizia? "A questo punto è diventata un obbligo". Il deputato del Partito democratico, Stefano Ceccanti, non ha dubbi: basta attese, "le vicende di questi mesi" - ha spiegato il costituzionalista in questa conversazione con Formiche.net - "devono spingere il governo e il Parlamento a intervenire sul tema in tempi rapidissimi".
Come d'altronde ha ripetuto in più di un'occasione il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che nei giorni scorsi - in occasione delle celebrazioni di cinque magistrati uccisi dal terrorismo e dalla mafia - è tornato a tuonare sull'argomento: "Sono emersi fatti di una gravità tale da indurre il presidente della Repubblica ad adottare posizioni durissime".
Da dove bisognerebbe cominciare secondo lei?
Il cuore del problema è rappresentato dal sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura che è impostato sulla base di preferenze alle liste nazionali. In questo modo le correnti hanno assunto un'importanza spropositata. C'è un meccanismo di chiusura da parte della magistratura che va assolutamente rotto. Mi pare che molti magistrati di qualità siano stati penalizzati per il solo fatto di non appartenere ad alcuna corrente.
Cosa fare dunque?
Penso che la soluzione migliore sia l'introduzione di un sistema esattamente opposto all'attuale: ovvero, prevedere collegi uninominali con i quali i candidati non si troverebbero a vincere sulla base della forza della corrente di appartenenza, come avviene invece ora. Questo è il primo aspetto.
E il secondo?
Attiene al potere disciplinare: bisogna chiedersi se sia il caso che sia esercitato dagli stessi magistrati oppure se non convenga attribuirlo a un organo diverso.
A suo avviso?
Credo si possa ragionare sulla seconda ipotesi: le attuali regole, come sta emergendo in queste settimane, non hanno dato buona prova di sé.
Cos'altro professore?
Vi sono aspetti di protagonismo sgradevole da parte di alcuni magistrati sui occorrerebbe intervenire.
A cosa si riferisce?
C'è un contesto generale nel quale, in alcuni casi, si fatica a far capire quali sono i limiti di ciascun potere. Per questo il Parlamento, sulla base della proposta del governo, è chiamato a intervenire per riformare quello che non funziona nel sistema. La politica darebbe una risposta tempestiva, dimostrando di essere in presa diretta sulla realtà.
Ma ne sarà in grado? Nella maggioranza sulla giustizia ci sono posizioni anche molto diverse
Mi sembra ci siano state difficoltà iniziali molto forti, anche perché erano state fatte scelte sbagliate da parte del precedente governo gialloverde. Mi riferisco, ad esempio, alla decisione di bloccare la prescrizione senza attuare la riforma del processo. Una previsione assolutamente squilibrata. Il punto di partenza non è stato affatto positivo.
E adesso?
Spero che le cose possano migliorare. Ma serve in questo senso un netto cambio di marcia. Certo, la continuità personale alla guida del ministero della Giustizia potrebbe non aiutare: il ministro (Alfonso Bonafede, ndr) è rimasto lo stesso ed è in qualche modo naturale che tenda a difendere il suo operato nel corso del governo precedente. Però la maggioranza è cambiata e anche lui deve rendersene conto.
In termini di sistema, perché è così importante riformare la giustizia?
È un tassello fondamentale della strategia di rilancio: il malfunzionamento della giustizia è una palla al piede per la competitività dell'Italia. Questo è il vero punto. Si tratta di una questione che zavorra evidentemente il nostro Paese. Perché qualcuno dovrebbe venire a investire da noi visti i tempi dei processi e vista l'incertezza generale? È un problema di rendimento complessivo del sistema.
di Marina Castellaneta
Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2020
Un anno eccezionale per la Corte di giustizia dell'Unione europea, con 1.739 casi decisi a fronte di ben 1.905 nuovi arrivi nelle aule di Lussemburgo. Non solo. Nel 2019 sono stati 641 i rinvii pregiudiziali, segno della crescente fiducia dei giudici interni nel sistema giudiziario Ue e dell'utilità del dialogo con Lussemburgo. Sono alcuni dei dati contenuti nel rapporto annuale sull'attività della Corte di giustizia, che include Corte Ue e Tribunale, da cui emerge anche il poco lusinghiero primato italiano sulle procedure di infrazione arrivate a sentenza per inadempimento.
Il rapporto 2019 - Il primo elemento che emerge riguarda il miglioramento costante dei tempi medi di decisione: sono stati 15,6 mesi nel 2019 a fronte dei 18 mesi del 2018. E questo malgrado la sempre più alta complessità delle cause: dai migranti all'ambiente, dagli appalti ai marchi, dalla cooperazione giudiziaria civile a quella penale, dal rispetto della rule of law ai diritti di consumatori e passeggeri. Con sentenze che sempre di più incidono sulla vita dei cittadini. Vediamo gli altri dati. L'ingresso di nuovi procedimenti è stato compensato da un numero record di chiusura di casi, con la Corte Ue (non è incluso il Tribunale) che arriva a 865 casi chiusi (+14% rispetto al 2018) con 760 procedimenti definiti (per il Tribunale, i nuovi procedimenti sono stati 939, 874 quelli chiusi e 1.398 quelli pendenti).
Nell'esame dell'attività della Corte, per i rinvii pregiudiziali, presentati dai giudici nazionali degli Stati membri per ottenere l'interpretazione del diritto Ue o un accertamento di validità degli atti, sono Italia, Germania e Spagna a rivolgersi con sempre più frequenza a Lussemburgo: nel 2019 i rinvii sono stati 749, mentre nel 2018 erano 709.
È la Germania in testa con 114 rinvii, seguita da Italia con 70 (68 nel 2018) e Spagna con 64. Un trend - si osserva - che è un segno della vitalità del dialogo tra corti. Al top dei rinvii le questioni relative allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia (105 nuovi casi), le tasse (74 casi) e la proprietà intellettuale e industriale (sempre 74 casi). Per l'Italia, dal 1952 al 2019, il Consiglio di Stato si è rivolto alla Corte Ue in 204 casi, seguito dalla Cassazione con 170 rinvii, mentre 4 sono arrivati dalla Corte costituzionale e 1.205 da altri organi giurisdizionali. Inoltre, la Corte, a seguito di un rinvio pregiudiziale della Consulta italiana (ordinanza n. 117/2019), dovrà pronunciarsi, nel 2020, su una questione di fondamentale importanza in materia di market abuse e cioè se il diritto al silenzio che spetta agli accusati di un reato valga anche per i procedimenti Consob.
I record italiani - Sui ricorsi per inadempimento la Corte ha adottato 35 sentenze (57 nel 2018): l'Italia ha avuto il numero più alto di condanne a seguito di procedure di infrazione (6), seguita dalla Polonia e dalla Germania a 3. Tra le sentenze di condanna, la violazione per le regole sulle discariche dei rifiuti (causa C-498/17), la violazione di norme sugli appalti pubblici (C-526/17), il mancato rispetto delle prescrizioni per gli esami su tessuti e cellule umani (C-481/18), la sentenza di condanna per non aver attuato in modo effettivo le misure di contenimento decise dalla Commissione europea per combattere la Xylella fastidiosa (C-443/18), l'inadempimento per la mancata trasmissione dei programmi sullo smaltimento di rifiuti radioattivi (C-434/18) e un caso sui dazi doganali (C-304/18).
L'Italia ha poi aperto il 2020 con una nuova condanna per i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali nei casi in cui il debitore sia una Pa (sentenza del 28 gennaio 2020, causa C-122/18). La Corte Ue, infatti, ha stabilito che l'Italia non ha assicurato che le sue pubbliche amministrazioni procedano a versare gli importi dovuti entro termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni secondo quanto previsto dalla direttiva 2011/7 relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.
Inoltre, dall'attività complessiva della Corte nei procedimenti per inadempimento, dal 1952 al 2019, l'Italia è al top per il numero di casi (656), seguita, ma a molta distanza, dalla Francia (419). Per quanto riguarda lo stato delle procedure di infrazione a carico dell'Italia, al 14 maggio 2020, sono 83, di cui 68 per violazione del diritto dell'Unione e 15 per mancato recepimento di direttive.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 giugno 2020
Più che aprire una strada, ha chiuso quella che da anni era diventata la prassi. Ed è una sentenza che d'ora in poi nessun Tribunale potrà ignorare, a meno che non sopraggiunga una pronuncia delle Sezioni Unite nuova e di segno contrario. La sentenza Cavallo, emessa a gennaio scorso dalla Corte di Cassazione a sezioni unite, rivoluzionerà il corso di molti processi, soprattutto quelli per reati di pubblica amministrazione.
"È una sentenza virtuosa sul piano dell'etica inquisitoria", spiega Alfonso Furgiuele, penalista e titolare della cattedra di Diritto processuale penale all'Università di Napoli Federico II. Perché? "È una sentenza che riafferma l'inviolabilità del diritto alla riservatezza delle conversazioni e delle comunicazioni - afferma - E stigmatizza la violazione dell'etica inquisitoria, che deve esistere, e i comportamenti di pubblici ministeri, e dei giudici che li avallano, volti a eludere principi di rango costituzionale con alcuni escamotage".
"Ha grande valore culturale, quindi, e serve a impedire un utilizzo distorto di uno strumento delicatissimo come le intercettazioni telefoniche perché le intercettazioni - spiega l'avvocato Furgiuele - sono un'eccezione che consente di violare il diritto alla riservatezza indicato dalla Costituzione come inviolabile". Il docente di procedura penale ne aveva parlato in uno dei suoi libri sulla prova del giudizio nel lontano 2007.
La sentenza Cavallo riafferma quelle argomentazioni. "Più volte ho sollevato questa eccezione dinanzi ai giudici, a volte mi hanno dato ragione e a volte no, come accaduto qualche mese prima della pronuncia delle Sezioni Unite in un processo per voto di scambio dinanzi ai giudici di Napoli Nord. La riproporrò negli stessi termini in cui l'avevo proposta ma questa volta con il riferimento alle Sezioni Unite che hanno indicato un orientamento giurisprudenziale dal quale il giudice di merito non può prescindere".
Le sorti di tanti processi cambieranno. "Difficile prevedere delle statistiche - spiega l'avvocato Alfredo Sorge, penalista, componente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Napoli ed esperto nella materia complessa e delicata delle intercettazioni - Sicuramente una buona parte dei processi subirà una rivisitazione alla luce della sentenza Cavallo. Almeno un terzo dei processi in corso, a voler essere prudenti. In un mese ho sollevato la questione in due processi ed è un numero elevato. Credo che almeno un processo su tre sarà oggetto di studio".
Si apre così un orizzonte ampio a favore della tutela della privacy, di diritti inviolabili, di garanzie e norme processuali troppo spesso, da alcuni anni a questa parte, sacrificate in nome di una lotta a colletti bianchi e reati economici che passava anche per la ricerca di reati più che di prove, di nuove notizie di reato più che di responsabili di notizie di reato già corredate da una certa gravità indiziaria.
Ma il discorso, già vasto, si prevede ancora più ampio. C'è da aspettarsi infatti una ricaduta anche sui tempi delle indagini preliminari. "La proliferazione delle intercettazioni a cui si è assistito negli anni è il segnale di un malessere processuale di cui fa parte - spiega Sorge - anche l'eccessiva durata delle indagini preliminari con le iscrizioni-contenitore".
Di qui ripercussioni su tempi e metodi di indagine. Una nuova strada per giudici e pm, quindi. "Ma anche per l'avvocatura - commenta Sorge - perché l'avvocatura deve maturare sempre di più la capacità e la necessità di sviluppare argomenti processuali partendo dal presupposto che la giurisprudenza la fanno i giudici con la partecipazione degli avvocati".
Ed è napoletano il penalista che ha presentato il ricorso in Cassazione da cui è scaturita la sentenza Cavallo delle Sezioni Unite. È l'avvocato Francesco Cioppa, napoletano trapiantato a Milano, che racconta come l'argomento sia stato più volte oggetto di ricorsi prima di arrivare alla pronuncia di gennaio scorso.
"Questa sentenza ha sbarrato la strada all'orientamento che negli anni si era diffuso e in base al quale, posto che c'è un'autorizzazione, tutto quello che ne deriva è utilizzabile - spiega l'avvocato Cioppa - Con la decisione delle Sezioni Unite si torna indietro a una lettura della norma che prevede che l'utilizzo delle intercettazioni in procedimenti diversi può avvenire solo se ricorrono precisi presupposti".
di Marina Castellaneta
Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2020
Boom di indennizzi da versare per le vittime di violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. L'Italia è al secondo posto tra i Paesi del Consiglio d'Europa per gli importi dovuti a seguito di condanne arrivate da Strasburgo. Peggio di tutti fa la Russia, ma l'Italia segue. Segno che, ancora in troppi casi, la Corte europea ha accertato violazioni convenzionali e imposto allo Stato il pagamento di un indennizzo alle vittime.
Nel 2019, l'Italia ha versato 16.964.113 euro (un raddoppio rispetto al 2018, con 9.792.285 euro), con un secondo posto nella classifica degli Stati, preceduta solo dalla Russia (28.547.005 euro). Ulteriore dato negativo i ritardi nei pagamenti: in 21 casi (17 nel 2018) l'Italia ha rispettato i termini, ma in ben 42 no (28 nell'anno precedente). Lo scrive il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa nel rapporto annuale sullo stato dell'esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo da parte degli Stati, presentato ad aprile 2020 e riferito all'anno precedente.
I ritardi - Gli Stati, se si guarda ai dati complessivi, hanno proceduto a eseguire le sentenze, ma non mancano ritardi nell'adozione di misure generali e individuali, necessarie a rimuovere i contrasti con i diritti convenzionali. Nel complesso, nel 2019, il Comitato, che è centrale per assicurare effettività al sistema di garanzia della Convenzione proprio per il controllo sull'attuazione delle sentenze, ha segnalato un tasso di chiusura del 108% di leading cases (ossia casi nei quali è stato accertato dalla Corte europea un problema strutturale sul piano nazionale), con un incremento del 41% rispetto al periodo 2000-2010. Nel 2019 - scrive il Comitato - sono stati chiusi 2.080 casi (214 leading cases) a fronte dei 2.705 dell'anno precedente, mentre sono 1.160 i nuovi casi arrivati sul tavolo del Comitato (con 178 leading cases).
Rimangono, però, nell'agenda dei lavori del Comitato ancora 5.231 casi pendenti (al 31 dicembre 2019), con 1.245 leading cases. Segno che gli Stati devono ancora dare esecuzione a un numero alto - seppure in calo rispetto al 2018 (6.151) - di sentenze.
Le pendenze - Vediamo l'Italia. Nel 2019, sono stati 39 i nuovi casi sui quali il Comitato è stato chiamato a vigilare (con 8 leading cases) e, nel complesso, l'Italia "pesa" con 198 sentenze ancora da attuare, preceduta solo da un gruppo di 5 Paesi (Russia, Turchia, Ungheria, Ucraina e Romania). Ulteriore dato negativo il tasso di chiusura dei casi targati Italia che sono stati 86 a fronte dei 192 nel 2018. Non solo. l'Italia è tra gli Stati con il maggior numero di casi sottoposti a supervisione rafforzata: in testa la Russia (19%), segue l'Ucraina (17%), la Turchia (11%), la Romania (8%) e l'Italia (6%) a pari merito con la Bulgaria.
Ancora alta, poi, l'incidenza delle condanne inflitte all'Italia sul piano degli indennizzi da versare, che gravano sul bilancio dello Stato. E intanto, entro il 2020, l'Italia dovrà attuare la sentenza Cordella e altri con la quale è stata condannata per l'inquinamento provocato dall'Ilva e la mancata adozione di misure adeguate. Nell'ultima sessione del 4 giugno, inoltre, il Comitato ha rinviato l'esame del caso Talpis di condanna all'Italia per l'inerzia nei casi di violenza domestica, ritenendo non ancora adeguate le misure adottate (la sentenza è definitiva dal 2017). Toni duri, nei confronti dell'Italia, sono arrivati dal Comitato dei ministri perché Roma non ha ancora attuato la sentenza Nasr e Ghali relativa a casi di extraordinary renditions compiuti in Italia da agenti della Cia, garantendo l'impunità agli autori del crimine.
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