di Franco Dal Mas
Il Riformista, 24 giugno 2020
In Senato c'è un disegno di legge per istituirla. L'iter è iniziato il 17 giugno scorso, a 37 anni esatti dall'arresto del giornalista. Una iniziativa necessaria: ogni anno mille persone risarcite per essere finite in carcere da innocenti. "Gli innocenti non finiscono in carcere, gli innocenti non finiscono in carcere".
La stessa frase ripetuta due volte, non è dato sapere se per ribadire il concetto o autoconvincersi. A pronunciarla, i l 24 gennaio scorso il ministro del l a Giustizia Alfonso Bonafede. Perché rispolverare una del le uscite più improvvide del Guardasigilli? Perché il 17 giugno scorso - esattamente 37 anni dopo l'arresto di Enzo Tortora - in Senato è iniziato l'iter per l'istituzione della giornata delle vittime degli errori giudiziari.
Un disegno di legge che parte da una storica battaglia radicale e che nascerà sulla scorta di due proposte, tra loro molto simili, presentate dai senatori Ostellari (Lega) e Faraone (Iv). Una convergenza che fa ben sperare in vista di una rapida e unanime approvazione, così che il 17 giugno del 2021 si possano ricordare ufficialmente Enzo Tortora e tutte le vittime di errori giudiziari. Era necessario mettere i l sigillo dello Stato istituendo una solennità civile?
La risposta è nell'articolo 27 della Costituzione - la presunzione di non colpevolezza (che per qualcuno dalle parti della magistratura e del governo, sembra un principio obliterato) e i numeri: su circa 60mila detenuti nelle sovraffollate carceri italiane quasi 10mila sono in attesa di primo giudizio e poco più di novemila non hanno ricevuto una sentenza definitiva; nel 2018 sono state pronunciate 257 sentenze di assoluzione nei confronti di imputati per cui era stata disposta la misura cautelare in carcere; ogni anno - ricordano i creatori del progetto "errori giudiziari" Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone - si registrano circa 1000 casi di riparazioni per ingiusta detenzione.
A questi vanno aggiunti i relativamente pochi (ma anche uno è di troppo) casi di persone - una media di cinque ogni anno - per le quali la revisione del processo ha portato a un annullamento della sentenza definitiva di condanna. Numeri impressionanti che meri tano una giornata di riflessione e, come ha ricordato l'avvocato Franco Coppi, l'impegno a cancellare dal vocabolario della politica espressioni come "marcire in carcere" o "buttare via la chiave".
Ma non basta: servono anche e soprattutto radicali (la scelta dell'aggettivo non è casuale) interventi normativi: le forze politiche stanno balbettando di riforma del processo penale e civile, di riforma del Csm, di separazioni delle carriere, di revisione dell'obbligatorietà dell'azione penale. Tutto giusto, ma forse, per iniziare, basterebbe porre fine ad una riforma, quella della prescrizione, in vigore da gennaio di quest'anno che di fatto consegna una delega di potere in bianco all'autorità giudiziaria che fa sprofondare l'imputato nell'abisso delle impugnazioni.
Né quest'ultimo né gli altri interventi saranno con ogni probabilità realizzati da un governo e da una maggioranza in cui la golden share è di un movimento che fa del populismo giustizialista e del furore normativo i suoi mantra e del la tendenza a risolvere la complessità con la complicatezza la linea d'azione. Nonostante la non unanimità di visioni che si registra anche nel centrodestra, Forza Italia proseguirà le sue battaglie sulla giustizia con coerenza.
Il problema di fondo, come ha giustamente ricordato Silvio Berlusconi in una recente intervista rilasciata al Riformista, è lo status della Magistratura da trent'anni a questa parte: non un ordine, come prevede l'articolo 104 della Costituzione, ma un vero e proprio potere che ha strabordato approfittando della debolezza della politica sin dagli anni di Tangentopoli: la conferenza stampa del pool di Mani Pulite contro il decreto legge "Conso", poi non controfirmato dal presidente della Repubblica Scalfaro, la presentazione a favore di telecamere di una proposta di legge redatta dal pool stesso, le agguerrite dichiarazioni dei magistrati quali "rivoltare l'Italia come un calzino" sono lì a ricordarcelo.
Le cronache ci dicono che a distanza di quasi trent'anni le cose non sono cambiate e le tecnicalità sull'elezione dei membri togati del Consiglio superiore della Magistratura potrebbero diventare orpelli, inutili imbellettamenti che non vanno ad incidere sul problema: la mutazione di un ordine autonomo e indipendente in autentico potere che come tale deve essere trattato.
di Giovanni Fiandaca e Andrea Merlo
Il Foglio, 24 giugno 2020
Riformare o abolire l'abuso d'ufficio, cioè un reato un po' fantasmatico modificato già tre volte dai legislatori di turno con poco successo (nel 1990 e nel 1997 nella struttura, e nel 2012 solo per elevare la pena detentiva da tre a quattro anni)? La tentazione di riformare precedenti riforme, che come una coazione a ripetere rivela e comprova la grave e persistente nevrosi politica italiana, riemerge ciclicamente appunto anche rispetto a questo controverso reato. Ad esempio, nel maggio dello scorso anno col governo gialloverde ancora in carica, il pentastellato Di Maio respingeva moralmente sdegnato una proposta abolitrice del leader leghista con queste parole: "Quando un ministro come Salvini dice che vuole abolire l'abuso d'ufficio e ha un governatore indagato per quel reato (...) sta dando un pessimo segnale al paese".
Con l'attuale governo giallorosso, la sollecitazione a intervenire in materia proviene invece da una fonte ben più rassicurante e qualificata anche sotto l'aspetto tecnico: alludiamo al recente "annuncio" del presidente Conte di un possibile intervento sull'abuso d'ufficio, finalizzato - come egli ha spiegato in una lettera al Corriere della Sera - a ridurre il rischio penale gravante sui pubblici funzionari e a prevenirne, di conseguenza, quegli atteggiamenti di cautela autodifensiva che inibiscono il buon funzionamento della Pubblica amministrazione (si veda su questo giornale l'articolo di Antonucci del 28 maggio scorso).
Considerata la maggiore autorevolezza e credibilità di Conte, è bastato questo suo semplice annuncio a stimolare un dibattito tra esperti che va proseguendo su vari giornali. Se esiste una convinzione comune, questa risiede nella presa d'atto che l'attuale gestione giudiziaria dell'abuso d'ufficio risulta assai poco soddisfacente: per cui i costi individuali e sociali dell'applicazione (assai più tentata che portata a compimento!) di questa fattispecie criminosa sopravanzano, di gran lunga, i potenziali vantaggi in termini repressivi e preventivi.
Lo dicono le statistiche e lo conferma la voce dei magistrati che indagano o giudicano. In sintesi, si concorda sull'enorme sproporzione tra il numero delle indagini avviate dalle procure e le condanne effettive: ad esempio, secondo l'Istat, nel 2017 a fronte di oltre 6.500 procedimenti aperti sono state soltanto in numero di 57 le persone condannate con sentenza irrevocabile (cfr. per ulteriori dati il Sole 24 Ore del 15 giugno 2020).
Nello spiegare questo impressionante divario, i pubblici ministeri sono soliti porre l'accento sulla difficoltà di prova, e ciò riguardo sia alla condotta abusiva sia all'elemento soggettivo (costituito in questo caso - per espressa previsione legislativa - dalla forma più intensa di volontà colpevole, cioè il dolo cosiddetto intenzionale). Rileva, non a caso, il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo: "L'atto del pubblico ufficiale può anche essere illegittimo ma senza quel 'dolo intenzionalè di arrecare un vantaggio a un terzo l'accusa crolla"; e, come lo stesso Ielo nota, non basta riscontrare in un atto una qualsiasi forma di illegittimità per diagnosticare un abuso punibile (Intervista al Sole 24 Ore, 15 maggio 2020).
Ed è proprio questo il punto nodale sul piano del cosiddetto elemento oggettivo del reato di abuso: è sufficiente la più piccola illegittimità amministrativa anche di natura procedimentale, o basta il noto vizio dell'eccesso di potere a integrare una condotta rilevante anche penalmente?
La tormentata storia del reato di abuso d'ufficio è stata per lungo tempo attraversata da interrogativi e dubbi di questo tipo, con risposte tutt'altro che certe e univoche da parte degli interpreti dottrinali e giurisprudenziali. Fino a quando la riforma del 1997 ha tentato di risolvere il problema in un modo che sembrava tagliare la testa al toro: precisando cioè che le modalità di realizzazione di un abuso punibile devono consistere nella "violazione di norme di legge o di regolamento" (con questa puntualizzazione il legislatore dell'epoca intendeva circoscrivere la discrezionalità valutativa della magistratura, escludendo che potesse costituire reato un esercizio pur distorto del potere amministrativo che non derivasse, però, dalla inosservanza di una specifica disposizione legislativa o regolamentare).
Quale ne fu la ricaduta sul piano giudiziario? In un primo tempo, la giurisprudenza obbedì al legislatore, applicando l'abuso nei limiti voluti da quest'ultimo. Gradualmente, l'obbedienza andò regredendo per effetto di progressive forzature ermeneutiche della fattispecie, e questo sino ad arrivare a una sua sostanziale riscrittura grazie a un ricercato aggancio alla Costituzione. Cioè la Cassazione, mossa dalla preoccupazione di lasciare impunite forme di esercizio a suo giudizio arbitrarie della discrezionalità amministrativa, ha finito col restaurare e aggiornare una tesi - invero preesistente rispetto alla riforma del 1997 - riassumibile così: l'abuso punibile può anche derivare da un contrasto tra la condotta tenuta dal pubblico funzionario e i principi generali di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione di cui all'art. 97 Cost., così come interpretati beninteso dagli stessi giudici nei casi concreti, e ciò nonostante la mancanza - appunto - di norme esplicite e specifiche che obblighino ad agire nel senso ritenuto corretto (una dettagliata ricostruzione di questo percorso giurisprudenziale, evolutivo o involutivo a seconda dei punti di vista, è rinvenibile nel recente libro di A. Merlo, "L'abuso di ufficio tra legge e giudice", Giappichelli, 2019).
Ora, tenendo conto della ricorrente tendenza della magistratura a dilatare per via interpretativa i limiti testuali delle norme prodotte dal potere politico-legislativo, una ulteriore modifica del testo dell'art. 323 del codice parrebbe sconsigliabile: nulla può infatti garantire in anticipo che una nuova riscrittura del reato di abuso non venga tradita da future letture giurisprudenziali a carattere manipolativo.
Meglio abolirlo del tutto, allora? È questa la strada suggerita da qualche autorevole esperto, come ad esempio l'ex procuratore di Roma Pignatone: il quale propone però di sostituire l'abuso d'ufficio con figure criminose più specifiche, volte a incriminare condotte illecite in particolare in materia di appalti, o a tutela della concorrenza, che in atto vengono riversate nel genericissimo contenitore del reato di abuso a causa della mancanza di più puntuali figure criminose (cfr. la Stampa del 14 giugno). Pur trattandosi di una proposta che ha un senso sotto l'aspetto tecnico, un'obiezione di fondo rimane questa: perché contrastare le condotte illecite con il continuo incremento delle fattispecie di reato, che finisce con l'aggravare l'obesità già gravissima della legislazione penale, mentre si dovrebbero più opportunamente incrementare le forme di controllo e di sanzionamento extra penali?
Ipotizzando l'abolizione secca dell'abuso, incombe tuttavia una preoccupazione che si riconnette, al di là dei risvolti più strettamente tecnico-giuridici, agli orientamenti politico-culturali di fondo di una parte almeno della magistratura italiana. Se cioè persistesse anche in futuro (come sembra, allo stato, prevedibile) la tendenza a esercitare il cosiddetto controllo di legalità sull'esercizio dei pubblici poteri in forme intense e pervasive, diventerebbe concreto un rischio: vale a dire, che il vuoto repressivo lasciato dall'abolito reato di abuso venga riempito attraverso una reinterpretazione in chiave estensiva di fattispecie ben più gravi, come ad esempio il reato di corruzione (cfr. l'articolo di Fiandaca pubblicato su queste colonne il 9 giugno 2020 a proposito, ad esempio, della controvertibile ipotizzabilità del reato di corruzione nel caso della spartizione concordata dei giudizi di idoneità a professore universitario).
In effetti, come ha ben rilevato anche Tullio Padovani (cfr. il Riformista del 30 maggio 2020), dietro la dibattuta vicenda dell'abuso d'ufficio non ci sono solo questioni interpretative derivanti dalla formulazione legislativa del reato: c'è il problema forse più decisivo del contingente modo d'atteggiarsi dei rapporti tra magistratura (specie d'accusa) e soggetti titolari di poteri politico-amministrativi; un problema dunque, più che tecnico, di cultura e politica della giurisdizione!
Così stando le cose, se mutasse la cultura di fondo della maggioranza dei pubblici ministeri e dei giudici, potremmo forse anche lasciare l'abuso d'ufficio nella veste normativa attuale: potrebbe essere sufficiente non coltivare le notizie di reato più labili e incerte, limitare le indagini ai casi di condotta illegittima evidente sin dall'inizio e, soprattutto, recuperare quell'orientamento interpretativo - manifestatosi subito dopo la riforma del 1997 e poi abbandonato - che, in conformità alle indicazioni del legislatore, circoscriveva la punibilità ai soli casi in cui l'abuso nascesse dalla inosservanza di precise disposizioni legislative o regolamentari disciplinanti l'assetto sostanziale degli interessi in gioco.
Ma, verosimilmente, pretendere inversioni di tendenza motivate da sopravvenuto - per dir così - ravvedimento ermeneutico, a vantaggio di un più equilibrato rapporto tra i poteri e di un più efficace funzionamento della pubblica amministrazione, è a tutt'oggi illusorio: equivarrebbe a rinunciare all'uso dello strumento penale per scopi di moralizzazione collettiva. Siamo pronti per questo recupero di democrazia liberale?
di Francesco Patane
La Repubblica, 24 giugno 2020
In due mesi rinviati oltre diecimila processi penali. L'ordine degli avvocati di Palermo, il coordinamento regionale dell'avvocatura e la cassa forense in videoconferenza. "In Italia solo le scuole e i tribunali pare siano a rischio contagio, il resto delle attività produttive e dei luoghi di svago sembrano essere immuni" commentano gli avvocati palermitani, esasperati dalle condizioni di lavoro nei palazzi di giustizia siciliani.
L'ordine degli avvocati di Palermo, che, assieme ai rappresentanti del coordinamento regionale dell'avvocatura e della cassa forense, hanno tenuto una conferenza stampa in videoconferenza, denunciano come l'attività forense sia ripartita solo sulla carta e che l'osservatorio creato con giudici, avvocati e personale amministrativo, fino ad ora abbia solo registrato criticità nella gestione della ripartenza.
Un dato su tutti: dal 9 marzo all'11 maggio solo nel settore penale sono stati rinviati 10.800 processi. "La proiezione che facciamo - ha detto il presidente dell'ordine, Giovanni Immordino - è di ventimila giudizi che salteranno entro luglio". Nel settore civile i numeri sono addirittura peggiori e una stima fissa a quasi 30 mila procedimenti che slitteranno al 2021. Sono aperti dunque solo sulla carta i tribunali siciliani, mentre nella realtà sono enormi le difficoltà per svolgere l'attività forense: "Per notificare un atto siamo in coda alle 4 del mattino e non è detto che riusciamo a farlo - commenta l'avvocato Giuseppe Di Stefano - Se viene superato il numero massimo prima del nostro turno, tutto è stato inutile. Un po' come all'ufficio di collocamento". Sul punto il presidente dell'ordine Immordino ha sottolineato come "non sia degno di un Paese civile che per far notificare gli atti si debba andare a mettersi in coda alle 4 del mattino all'ufficio notifiche".
Una situazione che penalizza soprattutto i giovani avvocati, quelli che lavorano molto con il gratuito patrocinio e quelli che guadagnano sulla quantità di procedimenti. Il 50 per cento degli avvocati siciliani ha chiesto i 600 euro del reddito di emergenza. Si tratta di 3.000 professionisti a Palermo, 15.000 in Sicilia. Tutti con redditi inferiori ai 30mila euro annui.
Pietro Alosi, rappresentante della cassa forense, ha ribadito che la situazione dei giovani avvocati è un problema che va affrontato a livello nazionale: "140 mila avvocati su 250 mila in Italia hanno dovuto fare ricorso ai famosi 600 euro che ha anticipato la cassa previdenziale degli avvocati, ma se la giustizia non riparte in maniera concreta oltre la metà degli avvocati si ritroveranno in grave difficoltà".
I rappresentanti dei legali chiedono un intervento a livello ministeriale, per "una riapertura vera e immediata - ha detto l'avvocato Accursio Gallo - non quella finta che c'è stata finora". Al ministero di Giustizia è stato creato un tavolo tecnico per predisporre un protocollo unico di riapertura di tutti i tribunali con regole e prescrizioni uguali che permettano la ripresa delle attività. L'obiettivo è riaprire i tribunali con la ripresa dei processi nelle aule e la normale attività di cancelleria l'1 luglio.
La mancanza di un provvedimento unico nazionale e la decisione del ministero della giustizia di demandare ai presidenti dei tribunali e delle corti d'appello la scrittura dei protocolli di comportamenti ha infatti generato ben 80 diversi sistemi di accesso ai tribunali in tutta la Sicilia.
Solo nel tribunale di Palermo sono sei i protocolli, varati dal presidente del tribunale, dal presidente della corte d'appello, dal presidente delle misure di prevenzione e da altri responsabili degli uffici. Gli avvocati sono in stato di agitazione e lamentano, col presidente del coordinamento siciliano, Giuseppe Di Stefano, "la mancanza di decisioni uniche che rendono quanto mai variegata la situazione non solo da città a città, ma da sezione a sezione di uno stesso tribunale".
ilreggino.it, 24 giugno 2020
In questo anno è stato implementato uno Sportello di consulenza Inps tramite il patronato Enepa, sono stati sviluppati seminari ed è in corso l'attuazione del poliambulatorio specialistico.
A distanza di poco più di un anno dall'insediamento dell'Ufficio del Garante Metropolitano per i diritti delle persone private o limitate della libertà personale della Città Metropolitana di Reggio Calabria, vengono riassunte le attività poste in essere dallo stesso Ufficio presieduto da Paolo Praticò e composto dagli Avv.ti Arfuso M. Cristina, Giuseppe Gentile, Giovanni Montalto e dalla Dott.ssa Valentina Arcidiaco. È stato un anno intenso quanto carico di emozioni.
Il ruolo assegnato al Garante e ad ognuno dei componenti l'Ufficio è senz'altro uno dei più delicati nell'ambito della Società penitenziaria, volto all'accertamento della pratica della giustizia e della non violazione dei diritti basilari, che ad ogni soggetto - indipendentemente dal luogo in cui egli si trovi - devono essere riconosciuti e garantiti. Al di là di qualsiasi situazione giudiziaria. Ma è al contempo un ruolo gratificante, in quanto rappresenta un contributo alla condivisione e alla risoluzione - spesso - dei problemi che porta con sé il sistema carcerario e che affliggono molti detenuti.
Il compito attribuito all'Ufficio - che seppur svolto in maniera del tutto gratuita, per come sancito dall'Avviso di nomina redatto dalla Città Metropolitana - mira anche e soprattutto ad una diffusione della cultura del rispetto dei diritti perché è solo con una sana condivisione e presa di coscienza che sia la Società tutta sia le istituzioni possono costruire insieme una Società più giusta e più ossequiosa dei diritti, soprattutto di coloro che in un determinato momento della propria vita si trovano in una condizione più vulnerabile e più debole.
Nell'ambito di questo nobile compito attribuitogli, l'Ufficio del Garante Metropolitano ha nel corso dell'anno svolto numerosi incontri con i detenuti nelle diverse Carceri della Città Metropolitana (i due plessi di Reggio Calabria, Palmi, Locri e Laureana di Borrello) intervenendo con successo in molte problematiche inerenti il diritto alla salute dei detenuti stessi ed altre importanti condizioni relative al rispetto della dignità della persona. È stato implementato uno sportello di consulenza Inps tramite il patronato Enapa, che consente ai detenuti di usufruire di quei servizi essenziali erogati senza dover chiedere l'intervento dei familiari o di terzi, in tempi normali.
È stato svolto un seminario sul tema dei diritti umani, il 10 dicembre 2019 proprio in occasione della giornata internazionale, con la prestigiosa presenza di relatori di alto rango. L'Ufficio ha garantito, ancora, la possibilità di autentica delle firme, grazie al contributo del comandante della polizia metropolitana, che si reca periodicamente insieme al Garante ed ai componenti presso le strutture carcerarie.
Infine, è in corso l'attuazione del poliambulatorio specialistico, per il quale vi è già l'adesione, volontaria, di molti medici. Il poliambulatorio è rivolto ai familiari dei detenuti, soprattutto i meno abbienti, così come il centro d'ascolto per le famiglie e i minori, consulenza psicologica e assistenziale. L'attività dell'Ufficio prosegue ininterrottamente e nel rispetto - in questo periodo di emergenza sanitaria - dei protocolli previsti dagli Istituti.
Certi della sensibilità della Città Metropolitana e del suo Sindaco, Avv. Giuseppe Falcomatà, si rivolge un invito alla collaborazione con l'Ufficio attesa la complessità e l'onerosità del compito attribuito. Per qualsiasi esigenza e/o informazione inerente l'Ufficio è possibile usufruire dei seguenti indirizzi mail e pec:
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 24 giugno 2020
Nel teatro della Casa Circondariale di Frosinone, alla fine dello scorso mese di marzo, sarebbe dovuto andare in scena "Personaggi con autore", evento conclusivo del progetto teatrale "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori". A fine febbraio il copione - basato su testi di Fabrizio De Andrè, rivisitati nel corso di un laboratorio multi espressivo - era pronto e la scenografia era in allestimento.
Poi nel periodo buio caratterizzato dall'emergenza Covid-19 e dalle rivolte che hanno investito il mondo penitenziario, nell'istituto ciociaro (così come nelle altre carceri italiane) è stato disposto il blocco dei colloqui e delle attività. Uno "stop traumatico" - così viene definito dagli organizzatori del laboratorio - che però non ha impedito un momento di riflessione e confronto: operatori e detenuti coinvolti hanno deciso con determinazione di continuare, in qualche modo, i lavori. Ha preso così vita una sorta di laboratorio diffuso nelle stanze di pernottamento dei detenuti. L'educatrice responsabile del progetto ha distribuito testi poetici, brani letterari, articoli di stampa che hanno ispirato disegni e altre realizzazioni grafiche mentre, per la narrazione teatrale, sono stati utilizzati i soli mezzi espressivi consentiti dal lockdown: immagini, voci e suoni registrati.
Si è venuto a delineare così un nuovo canovaccio, frutto, ancora una volta, di una narrazione collettiva il cui titolo "La riscrittura di un copione: In direzione ostinata e contraria. Letture di questi nostri giorni" evoca, non a caso, l'antologia postuma di Fabrizio De Andrè dal titolo, appunto, In direzione opposta e contraria. Tutto il materiale artistico è stato trasposto in un audio-video destinato a un pubblico virtuale costituito da studenti di due istituti scolastici che collaborano da tempo con il carcere. Il video descrive un percorso accidentato ma mai interrotto e, soprattutto, come sottolinea Stefania Patrì, insegnante e ideatrice del progetto: "Si racconta la fedeltà all'impegno preso camminando, ancora una volta, in direzione ostinata e contraria, verso la meta".
di Laura Bellomi
Famiglia Cristiana, 24 giugno 2020
Il riconoscimento per un reportage sulla discriminazione religiosa all'interno delle carceri italiane. Il Piazza Grande Religion Journalism Award è organizzato dall'Associazione internazionale dei giornalisti religiosi con il sostegno della Fondazione per le scienze religiose. Il premio è stato assegnato durante i lavori della European Academy of Religion.
"Una storia potente sulla discriminazione religiosa e il ruolo della religione nelle carceri italiane, con un forte messaggio sulla libertà e il pluralismo religioso". Con questa motivazione l'inchiesta Dio dietro le sbarre di Federica Tourn, pubblicata sul mensile Jesus, ha vinto il Piazza Grande Religion Journalism Award. "È una storia d'impatto, positiva, che va al cuore di ciò che significa vivere e non solo predicare il dialogo interreligioso. Non è solamente una critica al sistema attuale, ma presenta anche una possibile via per riformare il sistema carcerario", ha commentato la giuria internazionale.
Pubblicata lo scorso luglio sul mensile di cultura e attualità religiosa della Periodici San Paolo, l'inchiesta fa il punto sulla discriminazione nelle carceri italiane dove l'assistenza religiosa è garantita per legge solo dai cappellani cattolici. Ma oggi quasi metà dei detenuti professa altre fedi: il 36,1% è infatti musulmano, il 4,3% si dichiara cristiano ortodosso e "solo" il 55,75% cattolico - una maggioranza decisamente risicata rispetto a qualche decennio fa, quando in carcere c' erano pochi immigrati.
"I ministri di culto delle altre religioni possono accedere solo su richiesta e dopo un iter complesso. Per gli imam, in mancanza di un'intesa con lo Stato, è ancora più difficile", dice Federica Tourn, 49 anni, torinese, collaboratrice di Jesus - per il quale segue le notizie di Ecumenismo - e Famiglia Cristiana. Una situazione complessa dove al tema della libera espressione di una dimensione chiave dell'umano, del dialogo interreligioso e dell'ecumenismo, si affianca anche quello del rischio radicalizzazione.
"Le carceri oggi sono realtà multi-religiose e coltivare la fede con una guida spirituale può essere un antidoto alla radicalizzazione", dice l'autrice dell'inchiesta, che ha conosciuto da vicino le realtà le carcerarie del Milanese, dove la diocesi nel 2017 ha avviato il progetto Simurgh per la conoscenza e la promozione del pluralismo religioso negli istituti di pena, e di Roma.
"Spesso sono i cappellani che si fanno carico anche della cura pastorale dei detenuti di altre religioni, ma c' è tanto da fare, a partire - ad esempio - dalla formazione delle guardie carcerarie". Un' inchiesta tutta da leggere in cui le voci autorevoli - come quella di monsignor Pier Francesco Fumagalli, professore di Lingua e cultura cinese all' Università Cattolica e docente del progetto Simurgh, o di Hamid Distefano, della Commissione affari giuridici della Comunità religiosa islamica italiana - sono integrate con dati e statistiche.
A illustrare il servizio, il reportage fotografico di Isabella Beatrice De Maddalena, che ha indagato il tema del diritto al pluralismo religioso alla Casa circondariale di Monza e quello delle donne in carcere nella Casa circondariale di San Vittore a Milano e all'Istituto di custodia attenuata per detenute madri (Icam), sempre a Milano. Il Piazza Grande Religion Journalism Award, quest'anno alla prima edizione, è promosso dall'Associazione Internazionale dei Giornalisti della Religione (Iarj) e dalla Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII (Fscire).
padovanews.it, 24 giugno 2020
Provincia, Casa di Reclusione e associazione Onlus "Gruppo operatori carcerari volontari" (Ocv di Padova) rinnovano il protocollo d'intesa per consentire ai detenuti del carcere di fare lavori di tinteggiatura e piccola manutenzione negli edifici scolastici di competenza provinciale.
Il documento che rientra nel progetto "Detenuti per la Scuola" e resterà valido per due anni, è stato firmato oggi dal presidente della Provincia di Padova Fabio Bui, dal consigliere provinciale all'Edilizia scolastica Luigi Bisato, dal direttore della Casa di Reclusione di Padova Claudio Mazzeo e dalla vice presidente dell'Ocv di Padova Chiara Fuser.
"È un progetto - ha spiegato il presidente Bui - che ci ha dato grande soddisfazione per il messaggio positivo e di rigenerazione verso chi sta scontando una pena in carcere e verso gli studenti che poi utilizzano le classi ridipinte. Ma è anche un'iniziativa che oggi assume ancora più valore visto che gli edifici scolastici hanno bisogno di interventi e migliorie continue per dare ai ragazzi ambienti salubri e curati. L'emergenza sanitaria credo abbia fatto capire a tutti che bisogna avere a cuore la propria comunità e fare ognuno la propria parte per tenere in piedi i servizi e i luoghi pubblici. Ci siamo improvvisamente accorti di quanto importante sia avere una scuola moderna e rinnovata, oltre ad ospedali, strade, mezzi e tecnologie. Ringrazio il direttore del carcere e i volontari carcerari perché credono nel recupero delle persone e nell'importanza di dare una chance anche a chi sbaglia inserendoli in progetti di valenza locale. È una visione che condividiamo e che come Provincia volentieri promuoviamo".
Si tratta di un'iniziativa che viene rinnovata per la terza volta dopo le aule ridipinte dai carcerati al Belzoni nel 2018 e al Fermi nel 2019. Il progetto rientra infatti tra gli obiettivi pedagogici che la Casa di Reclusione porta avanti per offrire, mediante il lavoro all'esterno, opportunità di formazione professionale e di esperienze utili al reinserimento sociale.
L'accordo prevede che la direzione del carcere selezioni i detenuti idonei alle attività da svolgere su base volontaria, a titolo gratuito e tra coloro che hanno effettuato il corso di formazione. Il programma del trattamento viene poi vagliato dal Magistrato di Sorveglianza che concede ai carcerati di uscire per recarsi sul luogo di lavoro. La Casa di reclusione effettua i controlli, fornisce i dispositivi di sicurezza e rimborsa i detenuti di eventuali spese sostenute (biglietto del bus, pranzo) nei limiti del contributo erogato dalla Provincia.
"Come amministrazione - ha spiegato il consigliere all'Edilizia scolastica Luigi Bisato - saremo noi ad individuare l'Istituto scolastico dove saranno svolti i lavori, oltre ad approvare il piano delle opere da fare. Si partirà già attorno a luglio e l'Istituto dovrebbe essere il Curiel di Padova. Le due edizioni precedenti sono state un successo, i detenuti hanno fatto anche più di quanto era stato assegnato con grande professionalità e dedizione.
Sicuramente anche quest'anno troveremo collaborazione e molta voglia di fare, sono persone che hanno sbagliato, ma che meritano una chance di riscattarsi di fronte alla comunità. Come Provincia effettueremo anche dei controlli e ci impegniamo a segnalare a terzi i detenuti che si sono distinti nell'attività per eventuali possibilità di lavoro".
L'Istituto scolastico individuato accoglierà giornalmente i detenuti, consegnerà materiali e attrezzature, oltre a seguire lo sviluppo dei lavori. La scuola predisporrà un foglio presenza e comunicherà eventuali problemi nello svolgimento delle opere. "Si tratta di un'iniziativa che negli anni scorsi ha trovato grande entusiasmo anche tra i carcerati - ha spiegato il direttore Mazzeo - per questo abbiamo voluto renderla più stabile nel tempo.
Infatti adesso il progetto durerà due anni, dunque avremo la possibilità di fare anche qualche lavoro in più. È un'iniziativa importante perché oltre alla funzione rieducativa, ha anche il merito di responsabilizzare i detenuti come hanno peraltro testimoniato loro stessi sia lo scorso anno che quello precedente". L'associazione Ocv di Padova assisterà i detenuti e curerà i rapporti tra l'area educativa del carcere, la Provincia e la scuola per far sì che tutta l'attività sia svolta al meglio. Ogni ente seguirà, per la propria parte, anche i vari procedimenti burocratici come previsto nell'accordo.
di Alessandro Campi
Il Messaggero, 24 giugno 2020
Viviamo ormai nella società del lamento permanente, petulante e universale: uno dei lasciti peggiori della pandemia, anche se la tendenza al piagnisteo con richiesta di risarcimento urgente era già chiara da tempo. Tutti chiedono, tutti pretendono, tutti vogliono, tutti recriminano. Tutti hanno diritti da esigere: per sé, qui e ora, senza preoccuparsi di ciò che vuole o desidera il prossimo e senza pensare che i diritti, a furia di sommarsi, possono finire per elidersi tra loro.
Il mio dolore e i miei problemi sono per definizione più grandi e insopportabili dei tuoi. E meritano quindi un riscontro immediato, una soddisfazione pronto cassa. Accade in campo economico sotto l'incalzare della crisi. Ogni categoria ritiene, in questo momento, di dover accedere agli aiuti prima degli altri, di avere più motivi per lagnarsi rispetto al vicino. Prima noi industriali, dicono gli industriali. Prima noi commercianti, dicono i commercianti.
Ma il problema è che la stessa cosa dicono i lavoratori dello spettacolo, gli operatori sanitari, gli agricoltori, i disoccupati, i precari, i pensionati con pensioni da fame, i professionisti che hanno perso i clienti, i ristoratori, ecc. Un po' è un inevitabile gioco delle parti, un po' è l'incapacità a pensare che siamo una totalità composta da molti segmenti.
Molti segmenti nessuno dei quali, per piccolo e influente che sia, per grande e prepotente che sia, può considerare le proprie pretese come oggettive, prioritarie e irrinunciabili. Ma accade anche nella sfera sociale sotto l'incalzare della cultura pseudo-rivoluzionaria, dissacratoria e dissolutrice, che tanto piace in questo momento agli intellettuali benpensanti che presto ne rimarranno vittima come in tutte le pseudo-rivoluzioni che si rispettino.
In questo caso la lamentazione viene da gruppi, fazioni e minoranze che ritengono ognuna (e tutte insieme) di aver subito odi star subendo torti e danni incalcolabili, vecchi e nuovi, comunque insopportabili, per i quali è venuto il momento che qualcuno paghi. E pazienza se in nome della libertà propria si metta a repentaglio quella altrui e si faccia scempio della storia, ridotta ormai ad una partita tra buoni e cattivi, tra bene e male.
O se per dare soddisfazione alla propria identità ferita o offesa si feriscano e si offendano, oltre che il buon senso e la ragionevolezza, le sensibilità, i sentimenti e l'amor proprio di chi al dunque ha solo la colpa statistica (che ormai è una colpa storica e politica da espiare nell'immediato sulla base di processi sommari) di non far parte di alcuna minoranza, ovvero di essere un oppressore proprio perché membro di una maggioranza all'interno della quale le differenze, individuali e di gruppo, dovrebbero poter convivere invece che diventare motivo di lotta e di polemica.
Perché è questo il problema: se tutti, individui e gruppi, si lamentano - spesso per spirito di risentimento più che per passione di giustizia - se tutti chiedono e pretendono, se tutti contestano a avanzano rivendicazioni, siano compensazioni economiche, politiche o simboliche, quanto manca prima che una qualunque società, dinnanzi a quest'affollarsi di richieste e pretese, si disgreghi o si avviti nella spirale di interminabili conflitti?
Il pluralismo, cioè la molteplicità di interessi e punti di vista, di aspettative e valori, è una realtà tipica di tutte le società, specie quando sono complesse e articolate come le attuali. La democrazia è stata inventata proprio per governare e tutelare il pluralismo, considerato un fatto in sé benefico, laddove l'omogeneità e il conformismo sono il tratto fondante dei regimi oppressivi. Ma le troppe differenze rischiano di essere laceranti e distruttive se non c'è qualcosa (o qualcuno) che abbia la forza di unire e tenere insieme: ex pluribus unum.
Ma chi riesce più ad assicurare, ai giorni nostri, solidarietà politica e coesione sociale nel rispetto, per quanto possibile pacifico, delle diversità? Una volta si sarebbe detto che il sentimento religioso, o comunque il rispetto di una certa tradizione storica d'ispirazione religiosa, era sufficiente ad assicurare lo spirito d'aggregazione necessario alla vita di qualunque comunità, anche la più litigiosa o differenziata al suo interno.
Ma questa condizione sembra venuta meno, soprattutto in quella parte di mondo che chiamiamo occidentale. La cristianità come modello o patrimonio culturale se non è finito come fonte condivisa d'ispirazione (che anche per i non credenti è stata storicamente tale), non può essere più evocato nella dimensione pubblica. Resta il cristianesimo come culto ufficiale di quella parte di società che sembra però destinata a diventare una minoranza e che psicologicamente già si considera tale. Intorno a cosa o a chi ci si può dunque oggi riunire come collettività?
La politica, che per definizione dovrebbe essere l'arte del ricondurre le diversità a sintesi, è screditata e impotente, sopraffatta da processi storici- la tecnologia colonizzatrice della sfera quotidiana, la finanza come propulsore della ricchezza in luogo dell'economia basata sulla produzione-che semplicemente non governa. Le leggi e le regole costituzionali sono certo un fattore unificante, ma il loro rispetto formale difficilmente può rendere compatta e solidale una comunità che abbia imboccato la strada della dissoluzione.
Quanto agli altri possibili fattori unificanti, i leader politici sono ormai al seguito delle masse che dovrebbero condurre, ispirare o motivare. I media sono alla mercé degli umori collettivi che si limitano ad amplificare anche al prezzo di sacrificare l'informazione al sensazionalismo. I partiti - un tempo definiti d'integrazione di massa- non esistono più: se prima erano "piglia tutti" in termini sociali ed elettorali oggi al massimo si limitano ad arraffare le risorse pubbliche che li tengono in vita e a contendersi votanti che cambiano idea ad ogni turno elettorale. Il mito della nazione è appannato e visto con sospetto.
Lo Stato, come massima delle istituzioni, dà ormai l'impressione di vessare i cittadini invece che tutelarli. I social, divenuti il motore delle relazioni sociali nell'età contemporanea, sono dal canto loro uno straordinario strumento di divisione più che di civile confronto: polarizzano i sentimenti e alimentano i pregiudizi delle tante tribù che compongono le società odierne. Interessi materiali inconciliabili, valori in lotta permanente, lamentazioni diffuse e incrociate, rivendicazioni di minoranze, richieste quotidiane di risarcimento, particolarismi sociali e affermazioni identitarie di singoli e gruppi, un passato storico nel quale collettivamente non ci si riconosce più.
Ciò che drammaticamente manca è esattamente la compensazione o composizione tra ciò che divide, il bilanciamento o compromesso, la conciliazione che sola rende possibile la convivenza. Perché se tutti vogliono tutto, se tutto viene messo in discussione o contestato, non essendoci la possibilità materiale di dare a tutti ciò che ognuno chiede o di assecondare ogni pretesa, alla fine vincono o comunque prevalgono, in mancanza di mediazione o sintesi, quelli meglio organizzati, quelli più ricchi, quelli più scaltri e spregiudicati, quelli più arroganti e determinati, quelli che riescono a far coincidere il proprio tornaconto con l'interesse generale o che pensano che il loro modo di vedere il mondo (per definizione parziale) sia il modo con cui tutti debbono obbligatoriamente vedere il mondo.
Dalle richieste in nome della giustizia e della libertà si rischia di scadere facilmente nella discriminazione e nell'intolleranza: esercitate paradossalmente non più dai molti sui pochi ma dai pochi sui molti. Nella società del lamento vincono insomma quelli che del lamento quotidiano e generalizzato, a sostegno esclusivo della propria causa, riescono a fare una forma di propaganda capillare e martellante. Rivendicazioni economiche delle categorie e richieste di riconoscimento pubblico da parte d'ogni possibile minoranza (etnica, sessuale, religiosa). Sembra aspettarci, tra sensi di colpa spesso indotti e paure collettivi sempre sul punto di esplodere, una conflittualità endemica e diffusa, molecolare e pervasiva, che per il futuro delle nostre società e dei nostri sistemi politici non promette nulla di buono.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 24 giugno 2020
Ricerca dell'associazione Diversity e dell'Osservatorio di Pavia: per quattro mesi i media tv hanno dedicato all'emergenza virus il 54% delle notizie e solo lo 0,4 ai disabili, l'1,3 alle donne, il 3,4 alle etnie, lo 0,04 alla comunità Lgbt+.
Che per quattro mesi l'emergenza Covid abbia monopolizzato oltre metà dello spazio dei tg lo hanno visto tutti: non si può non notare un elefante in soggiorno, come si dice. La cosa grave, proprio perché in questi casi non si nota, è tutto ciò che dai telegiornali in questi mesi è scomparso: intere fasce della popolazione appartenenti a cinque aree della "diversity" - Generazioni, Generi, Disabilitò, Etnia, Lgbt - le cui istanze e problematiche sono state "quasi ridotte al totale silenzio" per tutto questo periodo.
La cosa ancora più importante, se tradotta in volontà positiva, è che ora "bisogna prenderne atto e recuperare il tempo perduto". È quanto emerge dalla ricerca "Diversity Media Report - Special edition Covid-19" che l'associazione Diversity e l'Osservatorio di Pavia hanno presentato agli Stati generali post-Covid nell'ambito dell'evento "Welcome to the New Era - Diversity & Inclusion".
L'indagine si è concentrata sui sette principali tg nazionali italiani, in cui tra il primo gennaio e il 30 aprile 2020 sono passate in totale 15.156 notizie: 8.209 delle quali (il 54 per cento) sono state dedicate al Covid19 "veicolando principalmente un'informazione di tipo emergenziale" concentratasi "sugli aspetti medico-sanitari e sui numeri della pandemia, sulle conseguenze per la popolazione in termini di limitazioni e restrizioni e, solo negli ultimi due mesi, anche sugli aspetti economici dell'emergenza".
Anche all'interno delle notizie comunque dedicate al tema Covid le aree della diversità sono state toccate solo nel 14,6 per cento dei casi, con percentuali che hanno penalizzato in modo particolare le persone con disabilità (32 notizie in tutto, lo 0,4 per cento), le donne (1,3 per cento con 106 notizie), le etnie (280 notizie, il 3,4 per cento), le persone Lgbt+ (3 notizie, corrispondenti allo 0,04 per cento). Un'attenzione maggiore è stata data alle generazioni (778 notizie, il 9,5 per cento) di cui il 55 per cento riguardanti giovani e bambini, soprattutto per via della chiusura delle scuole, e il 46,9 per cento la fascia degli anziani per la loro vulnerabilità al virus e in riferimento alla mala gestione socio-sanitaria dell'emergenza (la somma di queste ultime percentuali è superiore a 100 perché uno stesso servizio può aver trattato entrambe le categorie).
"Per quattro mesi - spiega Francesca Vecchioni, presidente di Diversity - l'emergenza sanitaria ha monopolizzato l'agenda mediatica, rendendo di fatto invisibili interi gruppi sociali e le loro difficoltà. Non si è parlato dello straordinario sforzo delle donne, in particolare delle lavoratrici, divise tra lavoro "agile", lavoro di cura e supporto alla didattica a distanza; si è parlato della chiusura delle scuole ma non dell'impatto che questa ha avuto sulla vita dei bambini; si è parlato dei decessi degli anziani ma non del loro isolamento durante la quarantena; si è parlato dei cinesi in quanto portatori del virus, ma pochissimo dei problemi delle minoranze etniche nel nostro Paese; nessuna attenzione è stata data alle persone disabili e alle loro caregiver mentre le tematiche Lgbt+ sono praticamente scomparse. Oggi dobbiamo assolutamente recuperare questo racconto "dimenticato": aver reso invisibili tutte queste persone significa non considerare delle ferite che se non vengono affrontate non ci permetteranno di ripartire. La responsabilità dell'informazione - conclude la presidente di Diversity - è proprio quella di aprire i nostri occhi sulla realtà e con questo evento ci immaginiamo che le tutte le persone non siano considerate un problema, bensì un grande potenziale".
I risultati mostrano anche come l'attenzione per le 5 diversity all'interno degli 8.209 servizi sul Covid-19 è stata addirittura più bassa (-2,5 per cento) rispetto a quella che hanno ottenuto nell'agenda complessiva dello stesso periodo (15.156 notizie totali).
L'attenzione nei loro confronti si è ridotta anche rispetto all'informazione ordinaria del 2019, con diminuzioni drastiche in particolare per le categorie dei giovani e bambini (-35,5 per cento rispetto al 2019); donne (-6,5 per cento); persone di etnie diverse (-5,9 per cento). Fa eccezione solo la generazione anziane/i che ha visto un significativo innalzamento dell'attenzione rispetto all'informazione ordinaria del 2019 (+35,1 per cento): un'attenzione che tuttavia si concentra prevalentemente ad aprile con i servizi dedicati a contagi, decessi e inchieste che hanno interessato le Rsa.
di Marco Grasso
Il Secolo XIX, 24 giugno 2020
Corridoi semivuoti. Udienze rinviate da un anno all'altro. Sfratti ed esecuzioni spesso posticipati senza una nuova data. Bloccati i processi che prevedono la presenza di testimoni. Avvocati che lamentano di essere trattati da intrusi in tribunale, costretti a prendere appuntamento per ordinarie visite in cancelleria e a contattare magistrati via mail.
Cancellieri che, a loro volta, esclusi dallo smart-working, rivendicano sicurezza. E, nel caso in cui la macchina dovesse recuperare il tempo perduto, propongono un tavolo per discutere gli straordinari. "Da febbraio l'attività giudiziaria è paralizzata - accusa il presidente dell'Ordine degli avvocati genovesi Luigi Cocchi - questa situazione sta causando gravissimi danni a noi avvocati, essenziali alla giustizia, ma soprattutto ai cittadini e al Paese.
Funziona solo il 15% dell'attività ordinaria. E questo ulteriore ritardo graverà su un sistema che già prima del Covid impiegava 2700 giorni per arrivare a una sentenza civile d'appello. Una giustizia ritardata non è giustizia". Al netto dalle misure di sicurezza anti-Covid (termo scanner all'ingresso, mascherine obbligatorie, distanziamento sociale), le fasi 2 e ora 3 della giustizia sembrano assomigliare da vicino alla 1 più che al ritorno alla normalità.
Ed è proprio questo vegetare che ha fatto saltare il tavolo fra i legali e il ministro Alfonso Bonafede, che ha tentato fino all'ultimo di bloccare la protesta. I rappresentanti del Foro attendevano un cambio di rotta che non è arrivato e ieri, a Genova in tutte le città d'Italia, si sono mobilitati: "Eravamo già da tempo in stato di agitazione - spiega Alessandro Vaccaro, tesoriere dell'Organismo congressuale forense ed ex presidente dell'Ordine genovese - non siamo qui a lamentarci perché non lavoriamo, ma perché così viene minata la credibilità dell'Italia. Le imprese con un credito non sono più in grado di chiederle in tempi accettabili.
Un penalista, oggi espulso dal palazzo di giustizia, non può trattare un patteggiamento via mail. I cancellieri non sono in condizioni di fare smart working e i giudici di pace, davanti ai quali arriva il 40% delle pratiche, hanno un contratto con Teams, ma sono senza computer e connessioni. In tutto questo, il Ministero vuole prolungare l'emergenza al 31 dicembre 2021. Noi non ci stiamo. Un giorno qualcuno ci spiegherà perché sono tornati a lavorare ristoranti, estetisti, bar, mentre giustizia e scuola sono fermi".
I vertici della magistratura genovese sono stati assorbiti dal gravoso impegno di trovare una nuova casa ad alcuni maxi- processi, come quello sul crollo della Torre Piloti e l'incidente probatorio del Ponte Morandi (una prima tranche estiva si svolgerà alla Fiera, mentre in autunno si riprenderà ai Magazzini del cotone). La grande preoccupazione, tuttavia, riguarda la ripresa dell'attività ordinaria. Sulla carta congelata fino al 31 luglio, di fatto a settembre considerando la pausa estiva e coronavirus permettendo.
Il senso d'incertezza che si respira in tribunale è tutto raccontato da un aneddoto, singolare ma non così raro in questi giorni. Il 10 giugno si doveva celebrare una delle udienze conclusive del processo per la frana di Arenzano, lo smottamento che provocò il blocco per mesi della via Aurelia, l'isolamento del Comune e che per poco non uccise due passanti. Il processo è scampato ai rinvii d'ufficio perché era praticamente finito, ma sull'udienza pendeva un'ultima incognita: se l'unica imputata - la titolare degli stabilimenti balneari cui spettava la manutenzione del versante - si fosse presentata in aula, ci sarebbe stato il serio rischio che il numero delle parti eccedesse rispetto alle direttive sanitarie imposte dalla Asl (senza entrare troppo nei dettagli, s'impone un limite di assembramento sotto le dieci persone).
Il caso si è risolto positivamente nel senso che l'imputata non era in aula e quindi si è potuto celebrare l'udienza, poi rinviata per repliche. L'adozione del processo telematico ha consentito la prosecuzione per esempio delle direttissime, ma si è arenata in un terreno di scontro.
Buona parte dell'avvocatura avversa l'utilizzo di strumenti come Microsoft Teams, programma adottato dal ministero della Giustizia per le teleconferenze, ritenendolo una compressione del diritto alla difesa. Un'avversione che ha prodotto cortocircuiti considerati dai magistrati "colpi bassi", come la leggina che ha imposto ai giudici civili di connettersi da remoto unicamente dal proprio ufficio.
I nervi sono tesi e lo dimostra la zuffa online fra alcuni cancellieri e il consigliere dell'Ordine degli avvocati Aurelio Di Rella. Incidente diplomatico ricucito dai vertici e terminato con scuse reciproche, che ha riproposto ancora una volta i due spettri con cui si ha a che fare questa fase: il timore d'una ripresa dei contagi e la crisi economica che assedia gli studi legali, costretti all'inattività. La partita, in ogni caso, si gioca in gran parte su tavoli nazionali. E non è semplice: uno è quello appena saltato.
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