di Viviana Lanza
Il Riformista, 23 giugno 2020
"C'era una prassi sbagliata a cui le Sezioni Unite hanno posto rimedio". Così l'ex procuratore Franco Roberti, oggi europarlamentare ed ex assessore alla sicurezza della Regione Campania, commenta la sentenza della Corte di Cassazione che a gennaio ha posto un argine al dilagare delle cosiddette intercettazioni a strascico, ritenendole non valide quando riguardano reati diversi e senza alcuna connessione forte con quelli per i quali quella stessa attività investigativa è stata autorizzata.
La Cassazione ha messo fine a un orientamento molto diffuso in questi anni. Lo condivide?
"La Cassazione ha ristabilito quello che la legge già prevedeva. L'orientamento delle Sezioni Unite mi sembra corretto e sarà quello a cui dovranno attenersi i magistrati".
Ritiene che negli anni ci sia stato, da parte dei pubblici ministeri, un uso eccessivo delle intercettazioni come strumento investigativo?
"La valutazione va fatta processo per processo perché ogni processo ha una storia a sé. Ma certo, l'uso corretto delle intercettazioni è prescritto dalla legge e le intercettazioni devono essere un mezzo di ricerca della prova. Quindi, una cosa è fare le indagini soltanto ed esclusivamente con le intercettazioni e un'altra è utilizzarle come uno dei più importanti strumenti di indagine. Perché le intercettazioni sono fondamentali ma non possono essere l'unico strumento di indagine. Non sono una prova, sono un mezzo per ricercare la prova di reati per i quali ci sono già indizi".
Il tema relativo alle intercettazioni conduce a un altro tema molto sentito: la ragionevole durata delle indagini preliminari. Secondo i dati del più recente report sulla giustizia, il 53% delle prescrizioni matura in fase di indagini preliminari e il 24% nel giudizio di primo grado. Come commenta questi dati? Si perde troppo tempo?
"La prescrizione dipende dall'inefficienza del processo penale italiano, è il segnale della incapacità del sistema giudiziario di concludere indagini e processi entro un tempo ragionevole".
Cosa dobbiamo intendere per "ragionevole"?
"Definisco ragionevole la durata di un processo che non ha tempi morti. È vero che ogni processo ha la sua storia e i suoi tempi, ma è importante che non si verifichino perdite di tempo inutili e questo deve ricadere nella responsabilità dei magistrati".
Significa sanzioni per i magistrati che si perdono in lungaggini?
"Sì. Mi faccia dire questo: se la velocità con cui si concludono i processi penali e civili non è considerata parametro rilevante in sede di valutazione della professionalità di un magistrato, la tempestività di definizione non sarà mai percepita da ogni singolo magistrato come un valore e se non è percepita come un valore non avremo mai una giustizia efficiente e tempestiva. Responsabilizzare su questo i magistrati è tra le mie proposte di riforma, assieme a una grossa depenalizzazione e una diversa organizzazione del sistema giudiziario sia sul piano telematico sia per consentire lo snellimento dei processi".
Perché, secondo lei, una vera riforma della giustizia non è stata ancora attuata?
"Perché manca la volontà politica, perché la giustizia non è considerata una priorità e quindi non si investe nella giustizia che continua ad essere la Cenerentola della spesa pubblica. Eppure ce lo chiede adesso anche l'Europa come condizione per il Ricovery Fund. La pandemia ha svelato tutte le fragilità della giustizia che ora è letteralmente in ginocchio: è il momento di intervenire con riforme e risorse finanziarie, perché una giustizia civile e penale che funziona è condizione inderogabile per accedere a fondi dell'Unione europea e perché una giustizia efficace ed efficiente è la precondizione necessaria per lo sviluppo economico del Paese. Solo dove c'è una giustizia tempestiva ed efficiente si possono attirare investimenti".
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 23 giugno 2020
Le deviazioni correntizie della magistratura che vedono Luca Palamara come protagonista con l'intero ordine giudiziario e lo scontro tra Di Matteo e il ministro della giustizia hanno messo finalmente in evidenza la differenza che c'è tra la questione morale e la questione giudiziaria che da molto tempo viene negata o trascurata ed è fonte di tanti pericolosi equivoci.
Assistiamo da anni allo scontro tra garantisti e giustizialisti con polemiche vivaci tra di loro, ma alla fine si scopre che ognuno è alternativamente garantista e giustizialista a seconda della convenienza: così avviene a tutti livelli e la questione morale viene appannata.
Enrico Berlinguer negli anni 90 pose in maniera forte e drammatica la "questione morale" come problema sociale e istituzionale: lo fece in presenza della crisi del comunismo sovietico e della sua liquidazione per dare una linea politica al suo partito e per riscattarlo dai soprusi e dai finanziamenti sovietici. Operò questa scelta senza denunziare i "peccati" del Pci, per contestare il potere dei partiti della maggioranza che in quel periodo governavano.
La questione morale divenne prontamente questione penale perché Tangentopoli affidò il "controllo" alla magistratura con le modalità ormai note anche nei dettagli. La magistratura o meglio le Procure si impegnarono a processare il "sistema" più che a indagare sui singoli reati e sui diretti responsabili; e il giudice, nonostante le innumerevoli sentenze di assoluzione, acquistò le caratteristiche del valutatore etico che condanna il male per fare vincere il bene! Il confondere la "morale" con il "penale" ha quindi determinato tanti lutti e forse oggi vi può essere un chiarimento nell'interesse della vita sociale e dell'efficacia delle istituzioni.
Il tribunale di Perugia stabilirà se Palamara è responsabile di reati penali, riferiti alla sua persona che debbono avere una fattispecie precisa e specifica, ma le deviazioni drammatiche del correntismo che si afferma sopra ogni altro principio, non hanno valore penale ma appartengono al comportamento scorretto dei singoli e dell'organo di autogoverno (Csm), al funzionamento scorretto delle situazioni, al non rispetto dell'indipendenza della magistratura, in una parola alla questione morale che interessa tutti e passa per ognuno di noi.
Palamara ha ragione nel dire che non può essere solo lui il responsabile di un metodo che è un andazzo da sempre, noto a tutti e con la partecipazione di tutti. Nessuno può dichiararsi estraneo neanche quelli che magari timidamente o per salvarsi la coscienza hanno denunziato il sistema ma è risultato egualmente agevolato e resta convinto di avere ricevuto le agevolazioni (cioè la promozione) perché più bravo!
E per questa ragione che desta ilarità il ripetuto esempio fatto da Davigo che sostiene di non volere più rapporti con chi invitato a cena ha rubato l'argento che è pur sempre un furto e quindi un reato. Il dottor Davigo non è consapevole che in questo caso non è stato rubato l'argento ma l'oro dell'indipendenza della magistratura come valore istituzionale per tutti cittadini, e quindi siamo di fronte ad una questione morale e istituzionale per la quale ognuno deve sentirsi responsabile.
Non siamo in presenza di reati ma di una distorsione istituzionale che coinvolge tutti. Con molta acutezza è stato detto che non bisogna osservare la "mela marcia" ma l'albero da cui quella mela proviene. E l'albero, diciamolo con chiarezza, è stato piantato negli anni 70 quando il Parlamento ha approvato la "progressione automatica e per anzianità' per cui tutti i magistrati sono bravi, anzi ognuno è più bravo dell'altro! E se tutti sono bravi come si fa ad assegnarli o promuoverli se non con un requisito in più: l'appartenenza alle correnti.
Agli atti della Camera sono registrati gli interventi di chi avvertì il pericolo per l'indipendenza della magistratura che con quella legge si voleva tutelare burocraticamente! Contesto per questa ragione che la magistratura adoperi un metodo mafioso secondo una dichiarazione di stupefacente superficialità fatta da Di Matteo che è spiegabile soltanto per la sua deformazione professionale occupandosi ossessivamente di antimafia. D'altra parte è stato proprio Giancarlo Caselli a dire che Di Matteo essendo reattivo al solo ascolto della parola "trattativa" in una trasmissione televisiva ha reagito! Si tratta come vediamo in queste ore di un metodo anche più grave sul piano istituzionale ma non mafioso perché manca la costrizione, l'assoggettamento, l'intimidazione come condizione, essendo tutti, ma proprio tutti d'accordo.
Rispetto a questi eventi il giustizialista chiede le dimissioni di chi appare il responsabile e il garantista invece invoca un cambiamento di regole e pretende riforme adeguate che non sono il ridicolo sorteggio dei membri togati per il Csm o il cambio del sistema per le elezioni dell'organo che non servono assolutamente. Basta ricordare a questi riformatori che all'inizio degli anni 90 i partiti già da allora in crisi, per evitare le correnti o l'aumento fittizio di altri partiti, cambiarono il sistema elettorale da proporzionale a uninominale e i partiti da 11 che erano diventarono 111, senza riuscire a contarli tutti.
Abbiamo detto tante volte che una riforma vera deve tenere conto del ruolo del magistrato che è profondamente diverso da quello disciplinato dai Costituenti e non è più un potere "diffuso" ma individuale: perciò il vestito vecchio non va più bene, è stretto e si strappa continuamente: con sofferenza per le istituzioni.
Le soluzioni le abbiamo elencate dagli anni 70 e i magistrati illuminati le conoscono, ma non le vogliono perché la cappa del corporativismo e del potere irresponsabile è troppo forte, e invece solo quelle riforme possono far rigenerare una istituzione come la magistratura e potenziare il suo ruolo destinato altrimenti a non essere più espressione del popolo italiano. Per onorare la questione morale dunque non bisogna dimettersi come punizione auspicata ossessivamente da Davigo, ma accettare fino in fondo le riforme che eliminano davvero l'andazzo perverso finora adottato.
La stessa questione morale riguarda lo scontro tra il ministro di giustizia e Di Matteo il quale ha dato notizia, seppure in maniera incerta ed equivoca, di un reato che vede coinvolto il ministro come vittima e come autore del reato per il quale si attendono le decisioni della procura della Repubblica. Ma inaspettatamente Di Matteo nell'audizione resa alla Commissione Parlamentare antimafia ha dichiarato che teneva ad assumere il ruolo di capo del Dap perché quelle competenze potevano essere utili per accertare le responsabilità della trattativa tra lo Stato e la mafia.
Ho sempre sostenuto che il ministro non è tenuto a dare risposte trattandosi di una sua personale scelta, ma Di Matteo si è dato da solo la risposta: non può dirigere il Dap chi vuole ricercare in tutti modi, anche fuori dall'esclusiva attività giudiziaria, elementi a favore di una tesi, per ora smentita dalle sentenze. Ecco, questo appartiene alla sfera morale, alla "questione morale" che questa sì deve essere invocata e attuata ad ogni piè sospinto e distinta da quella penale. In ogni caso la cultura morale viene prima di quella giurisdizionale.
di Giuliano Pisapia
Corriere della Sera, 23 giugno 2020
"Inostri cittadini hanno diritto a poter contare sulla certezza del diritto e sulla prevedibilità della sua applicazione rispetto ai loro comportamenti": caro direttore, è questo uno dei messaggi chiave dell'intervento del Presidente della Repubblica tenuto il 18 giugno. La riforma della giustizia è non solo urgente, ma indifferibile; non è urgente perché ci viene sollecitata da qualcuno, ma perché non è più possibile procedere con una babele legislativa rivelatasi farraginosa, complicata, inconcludente per non dire spesso contraddittoria.
Il costo molto limitato di una riforma complessiva della giustizia dovrebbe generare - tanto più se si tiene conto delle somme ingenti che potrebbero arrivarci dall'Europa - l'attenzione del legislatore superando minuetti non più giustificabili. I vantaggi sarebbero innegabili. Una giustizia che funzioni rappresenta uno dei cardini della nostra convivenza civile ed è una garanzia per i diritti individuali e collettivi. Non solo ma è anche uno dei presupposti per la credibilità internazionale del nostro Paese: troppo spesso chi intende investire in Italia si blocca a causa di un sistema giudiziario incapace di garantire tempi certi ed esiti prevedibili. Né si può ignorare che i fondi del Recovery Fund ci arriveranno solo se ci saranno riforme credibili ed efficaci.
I ritardi del sistema giudiziario costano al Paese 2,5 punti di Pil, come ricorda uno studio Cer Eures. La ricerca evidenzia come si potrebbe avere un recupero di 40 miliardi se la nostra giustizia civile viaggiasse alla stessa velocità di quella tedesca. 40 miliardi sono una cifra monstre superiore a quella di qualsiasi manovra di finanza pubblica.
E ancora, l'osservatorio dei Conti pubblici guidato dal professor Carlo Cottarelli mette in luce come siano 2.949 giorni (8 anni e 29 giorni) i tempi necessari in Italia per una sentenza definitiva in sede civile procedimento civile giunto al terzo grado di giudizio. E negli altri Stati? 1.216 in Francia, 976 in Spagna e 799 in Germania. L'Italia è ultima per i tempi di giudizio di ultima istanza, penultima dopo la Grecia per il secondo grado.
Oggi occorre porre al centro della riforma complessiva della giustizia un forte intervento di depenalizzazione trasformando in sanzioni amministrative e pecuniarie molte fattispecie che ora prevedono la reclusione. È provato come siano più temute e più efficaci per i fatti non gravi sanzioni amministrative, pecuniarie, pene interdittive e prescrittive che pene carcerarie soltanto teoriche.
Punto fondante di una vera riforma deve essere l'abbandono della logica "panpenalistica" il cui fallimento è davanti agli occhi di tutti. Con coraggio bisogna imboccare un reale percorso volto a favorire il reinserimento lavorativo e sociale del detenuto. Solo così - ce lo confermano i dati e la realtà quotidiana - si può abbattere la recidiva e si ottiene quella sicurezza sociale che i cittadini giustamente reclamano. I tribunali del Paese sono stritolati da milioni di cause per reati di modesta entità: si pensi al reato di clandestinità che è una assurdità giuridica che riempie le Procure di fascicoli senza nessuna incidenza nel contrasto della criminalità.
Servono riti alternativi più efficaci e celeri, al dibattimento vadano solo i processi su fatti controversi o di reale gravità. Una estensione dei riti alternativi e del patteggiamento sono fondamentali per processi più celeri, diminuzione della carcerazione preventiva e più rapido risarcimento del danno alle vittime di reati.
La prescrizione come prevista dalla riforma Bonafede non risolve alcun problema, al contrario li amplifica; la prescrizione è solo una piccola parte di un mosaico che dovrebbe essere composto da una vera riforma del sistema giustizia. Al momento il progetto di cambiamento più volte annunciato è avvolto da nebbia fittissima. È stato proposto di aumentare i giudici monocratici per rendere più rapidi i processi; può essere una soluzione che però adotterei solo in primo grado e non in appello. Il giudizio di merito definitivo non può essere preso da una sola persona.
La giustizia civile è arrivata al capolinea; occorre una maggiore specializzazione dei tribunali con più sezioni dedicate alle imprese o al diritto del lavoro. Il processo telematico deve essere incrementato e ancora più promosso. La tecnologia - come in tutti gli ambiti professionali - si rivela, oggi più che mai, un alleato prezioso anche e soprattutto per i tribunali. Per questo occorre favorire la digitalizzazione eliminando le perdite di tempo e i costi derivanti da migliaia di atti cartacei. Nel giudizio civile sarebbe utile rendere stabile la possibilità delle udienze in videoconferenza, come è avvenuto in questo periodo di emergenza, tenendo ovviamente conto della tipologia del processo.
Altro tema delicato, quello della Giustizia amministrativa. C'è chi propone l'eliminazione del Tar. Non è una soluzione anche se corrisponde al vero che ci sono troppi ricorsi infondati che bloccano la realizzazione di piccole e grandi opere. Anche su questo un intervento legislativo non è più procrastinabile. Si sta molto discutendo della riforma del Csm; ridurre le circoscrizioni e potersi candidare senza l'indicazione delle correnti sarebbe certamente un passo avanti. Le correnti hanno avuto un ruolo di discussione all'interno della magistratura, ma la degenerazione è evidente, e non da oggi. Il Csm deve però essere libero di nominare in autonomia i vertici delle sedi giudiziarie, qualunque sia il sistema della sua elezione, anche se non credo che la soluzione possa essere il sorteggio. La differenza la farà sempre la correttezza delle persone chiamate a decidere. Il governo, il Parlamento, la maggioranza di governo - ma anche l'opposizione più responsabile - hanno oggi un'occasione irripetibile. Sarebbe un errore grave sprecarla; è tempo perché si realizzi quella "buona politica" tanto attesa dai cittadini e dall'intero Paese. Senza la necessità di dire che "ce lo chiede l'Europa".
di Emilio Quintieri
emilioquintieri.com, 23 giugno 2020
Strasburgo condanna ancora l'Italia. La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Prima Sezione, riunita in un Comitato composto da Armen Harutyunyan, Presidente, Pere Pastor Vilanova e Pauliine Koskelo, Giudici, nella causa promossa da Santo Citraro e Santa Molino contro Italia (Ricorso n. 50988/13), dopo aver deliberato in Camera di Consiglio il 28 aprile 2020, con Sentenza del 4 giugno 2020, ha dichiarato, all'unanimità, la Repubblica Italiana responsabile della violazione dell'elemento materiale dell'Articolo 2 della Convenzione condannandola anche al risarcimento dei danni (32 mila euro per danno morale e 900 euro per le spese, oltre alla maggioranza dovuta per eventuali imposte ed interessi) da versare, entro tre mesi, in favore dei ricorrenti.
I ricorrenti, signori Citraro e Molino, il 24 luglio 2013, introdussero un ricorso alla Corte di Strasburgo contro l'Italia, ai sensi dell'Art. 34 della Convenzione Europea, lamentando la violazione degli Articoli 2 e 3 della Convenzione, ritenendola responsabile del suicidio per impiccagione del loro figlio Antonio Citraro, 31 anni, di Terme Vigliatore, avvenuto nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 2001, mentre era detenuto nella cella n. 2 del reparto "sosta", presso la Casa Circondariale di Messina.
All'epoca dei fatti, la morte di Citraro, in un primo momento venne etichettata come un suicidio e subito dopo, grazie alle denunce della famiglia, come omicidio colposo: il Gup del Tribunale di Messina dispose il rinvio a giudizio del Direttore dell'Istituto, di sei Agenti della Polizia Penitenziaria e del Medico Psichiatra per i reati di favoreggiamento, falso per soppressione, omicidio colposo, abuso dei mezzi di correzione e lesioni personali. Ma gli imputati, in tutti i gradi di giudizio, vennero assolti da ogni accusa.
I genitori del giovane detenuto però non si arresero e, dopo aver esaurito i rimedi giurisdizionali interni, assistititi dall'Avvocato Giovambattista Freni del Foro di Messina, proposero ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che, nei giorni scorsi, dopo 19 anni, ha finalmente condannato l'Italia per le sue responsabilità. In particolare, i ricorrenti, lamentavano la violazione dell'Articolo 2 della Convenzione sostenendo, tra l'altro, che l'Amministrazione Penitenziaria, per mancanza di precauzioni e per negligenza, non avesse adottato le misure necessarie e adeguate idonee a impedire il suicidio del loro figlio, affetto da disturbi psichici, tant'è vero che in precedenza aveva più volte posto in essere atti di autolesionismo compresi tentativi di suicidio, che avevano portato il Magistrato di Sorveglianza di Messina a disporre il suo ricovero nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, provvedimento rimasto inevaso (solo pochi minuti prima del decesso di Citraro dal Ministero della Giustizia arrivò l'ordine di traduzione presso l'Opg).
Ebbene, la Corte di Strasburgo, ha deciso di condannare la Repubblica Italiana ritenendola responsabile in quanto l'Art. 2 della Convenzione obbliga lo Stato non soltanto ad astenersi dal provocare la morte in maniera volontaria e irregolare, ma anche ad adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione. Tale obbligo sussiste, ancora di più, dal momento in cui le Autorità Penitenziarie siano a conoscenza di un rischio reale e immediato che la persona detenuta possa attentare alla propria vita.
Nel caso in questione, l'Amministrazione Penitenziaria, era perfettamente a conoscenza dei disturbi psichici e della gravità della malattia di cui era affetto il giovane detenuto, degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio che aveva posto in essere, dei suoi gesti e pensieri suicidi e dei segnali di malessere fisico o psichico (aveva completamente distrutto la cella, impedendo l'ingresso al personale, e faceva discorsi deliranti e paranoici).
Per tali motivi, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, ha ritenuto che le Autorità Penitenziarie non abbiano adottato le misure ragionevoli che erano necessarie per assicurare l'integrità del detenuto Antonio Citraro. Infatti, nella sentenza, i Giudici Europei scrivono chiaramente che "... le Autorità si sono sottratte al loro obbligo positivo di proteggere il diritto alla vita di Antonio Citraro. Pertanto, vi è stata violazione dell'elemento materiale dell'Articolo 2 della Convenzione."
La vicenda della morte di Antonio Citraro è analoga a quella di tanti altri detenuti, parimenti affetti da disturbi psichici, verificatasi negli Istituti Penitenziari d'Italia. Tra le tante morti similari, ricordo particolarmente quella di Maurilio Pio Morabito, 46 anni, avvenuta il 29 aprile 2016, a poche settimane dal suo fine pena (30 giugno 2016), mentre era detenuto presso la Casa Circondariale di Paola. Morabito, come Citraro, si è impiccato nella cella n. 9 del reparto di isolamento, dopo aver posto in essere diversi atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, rifiutato di assumere i farmaci per timore di essere avvelenato ed anche di recarsi a colloquio con i propri familiari. Aveva finanche incendiato e distrutto, ripetutamente, le altre celle in cui era precedentemente allocato e per tale ragione era stato posto per diversi giorni in una cella liscia (cioè priva di ogni suppellettile), sporca e maleodorante, senza nemmeno essere sorvegliato a vista, lasciandogli addosso solo le mutande ed una coperta. Proprio utilizzando quest'ultima, che è stata annodata a forma di cappio alla grata della finestra della cella, di notte, è riuscito a togliersi la vita.
Per la vicenda di Morabito, i familiari, non hanno ottenuto giustizia in sede penale, in quanto il procedimento è stato archiviato dal Gip del Tribunale di Paola su conforme richiesta avanzata dalla Procura della Repubblica. Recentemente però, assistiti dagli Avvocati Corrado Politi e Valentino Mazzeo del Foro di Reggio Calabria, hanno citato in giudizio il Ministero della Giustizia per sentirlo condannare al risarcimento dei danni. La causa attualmente è in corso presso il Giudice Civile del Tribunale di Reggio Calabria (ed io sono tra le persone che verranno sentite in merito dall'Autorità Giudiziaria).
di Marta Dassù
La Repubblica, 23 giugno 2020
Chiudersi dentro i confini di casa o semplicemente dentro i confini è parte della sindrome Covid. Anche dopo la fine del lockdown. È un'attitudine mentale che, dicono gli psicologi, sembra destinata a continuare a lungo. Con le sue conseguenze economiche e sociali ma anche con effetti geopolitici: chi ha voglia, nel mondo di Covid, di occuparsi di politica estera? Chi pensa, nel mondo di Covid, che convenga investire sulla difesa militare invece che sulla spesa sanitaria?
La politica estera e di difesa sembra così candidata a diventare una vittima secondaria del virus. Il punto è che non possiamo permettercelo. Prendiamo come caso di studio la Libia. La tentazione di rimuovere il problema è molto forte. Nessuno sembra essersi accorto, un mese fa, che i missili sparati dalle milizie del Maresciallo Haftar nel centro di Tripoli cadevano a pochi metri dalla sede dell'ambasciata italiana, l'unica sede diplomatica europea rimasta aperta durante i mesi più duri della strana guerra di Libia.
E mentre noi ascoltavamo i dibattiti dei virologi, senza ascoltare invece le richieste di aiuto di Tripoli, il presidente del governo riconosciuto dall'Onu, al-Serraj, decideva che l'Italia non era un alleato affidabile e che a Tripoli conveniva accettare l'aiuto militare della Turchia. Risultato: l'uomo solo apparentemente forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, ha dovuto battere in ritirata, la Tripolitania è ormai sostanzialmente controllata da Ankara (con il sostegno finanziario del Qatar) e la Cirenaica resta sotto l'influenza della Russia e dell'Egitto, paese confinante con un ruolo-chiave.
Si profila così una divisione della Libia, già peraltro divisa, in aree di influenza: una spartizione di fatto fra potenze regionali, alcune di loro con ambizioni neo-imperiali. La Turchia pattuglia le coste con le sue navi, stringe accordi sull'energia del Mediterraneo orientale e pareggiai conti con la storia. Espulsa per mano italiana dalla Libia ne11911, sta facendo un grande ritorno, ideologicamente venduto da Recep Erdogan come la difesa della Fratellanza musulmana dai regimi schierati sull'altro fronte della guerra: Egitto ed Emirati Arabi Uniti, assieme a una Russia che, dopo la vittoria di Siria, si conferma in modo opportunistico come potenza mediterranea.
Voi direte: So what? E allora? E allora il problema è che abbiamo forti interessi in gioco. Ricordiamoli molto rapidamente. Primo, gli interessi energetici gestiti da Eni, l'unica compagnia petrolifera europea ad avere un contratto con la Noc, la compagnia libica, per la distribuzione dell'energia nel Paese. Fino a questo momento siamo riusciti bene o male a difenderli; ma diventerà sempre più difficile con l'Italia fuori dai giochi.
E la tensione si sta allargando alle nuove risorse del Mediterraneo orientale. Secondo, l'interesse al controllo dei flussi migratori, tema che tornerà ad esplodere con il sovraccarico di Covid: il ruolo acquisito dalla Turchia sulle coste libiche implica che finiremo per lasciare ad Ankara non solo la gestione dei flussi migratori dall'Anatolia ma anche dal Nord Africa. Vedremo a che prezzo. Terzo, lo scenario di una nuova competizione fra Nato e Russia spostata verso il Nord Africa, di cui l'Italia sarebbe il fronte. Nella guerra fredda del secolo scorso eravamo il fronte esposto verso Est, adesso lo siamo a Sud.
Se la base aerea di Al Jufra diventerà l'avamposto militare della Russia in Nord Africa, il perimetro difensivo dell'Italia diventerà a sua volta un posto davvero caldo, con le basi militari americane e Nato in Sicilia e con i russi sull'altra sponda del Mediterraneo. Come si vede, occuparsi di Libia non è un'eredità obbligata della storia e non è neanche una scelta; è una priorità ineludibile di politica estera. Esiste ancora uno spazio di reazione?
Risponderei di sì, perché lo scenario appena descritto è in via di formazione ma non è facile da costruire, come dimostrano le tensioni continue fra Ankara e Mosca e la difficoltà di controllare attori mobili (tribù e milizie) sul terreno. Partiamo da un dato sicuro, confermato dall'intervista di al-Serraj a Repubblica: interesse del governo di Tripoli è di bilanciare il peso della Turchia, sottraendosi a un abbraccio soffocante.
E questo, almeno potenzialmente, rimette in gioco l'Italia: la decisione di assistere Tripoli nello sminamento delle aree abbandonate dai miliziani di Haftar è una prima inversione di tendenza, per piccola che sia. Potrà seguire un'iniziativa diplomatica: il peso dell'Italia deve essere rafforzato, per contare, dal coinvolgimento dell'Europa, che per ora gestisce una missione scassata relativa all'embargo delle armi.
L'indebolimento del Maresciallo della Cirenaica potrà modificare i calcoli della Francia, che aveva scommesso sulla sua vittoria, rendendo possibile una convergenza europea durante la presidenza tedesca dell'Ue. Infine, la Russia potrebbe avere sbagliato i suoi calcoli, risvegliando l'interesse degli Stati Uniti per una Libia considerata "periferica".
I giochi non sono fatti. Tirando fuori la testa dalla sindrome Covid, vedremo nella Libia un banco di prova obbligato per l'Italia e per l'Unione "geopolitica" di cui parla Ursula von der Leyen. Per ora l'Europa è molto lontana dall'essere tale. Ma è un lusso da secolo scorso. La strana guerra di Libia è un campanello di allarme: o l'Italia e l'Europa riusciranno ad occuparsi dell'instabilità ai confini o scopriranno molto presto di non riuscire a difenderli.
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 23 giugno 2020
Russia e Ue. La portavoce di Lavrov: "L'Europa sarebbe più sicura senza quelle testate". Il dibattito apertosi in Germania sull'ipotesi baluginata da alcuni leader del Spd di liberarsi dell'arsenale atomico Usa in quanto "residuato della guerra fredda" ha avuto immediatamente una ricaduta ad est. Il 16 maggio Georgette Mosbacher, ambasciatrice Usa a Varsavia, ha dichiarato che la Polonia potrebbe schierare armi nucleari Usa sul suo territorio qualora il governo tedesco decidesse di ridurre il suo arsenale.
"Se la Germania vuole ridurre le armi nucleari e indebolire la Nato, allora forse la Polonia, che paga la "sua giusta quota", che comprende i pericoli e si trova sul fianco orientale dell'Alleanza, "potrebbe collocare sul suo territorio queste armi", ha scritto la diplomatica. Parlando di "giusta quota" della Polonia, l'ambasciatore avrebbe inteso rudemente segnalare a Berlino che a differenza sua il governo Morawieck adempie all'obbligo atlantico di allocare il 2% del Pil per le spese militari.
Seppur con toni più sfumati, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg in un articolo pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, aveva ribadito che l'alleanza avrà un arsenale nucleare fintanto che tali armi esisteranno. "Un mondo in cui Russia, Cina e altri Stati possederanno armi nucleari, ma non la Nato, non sarà sicuro "ha affermato Stoltenberg.
Di fronte a tanta irruenza non poteva certo mancare una replica russa, giunta per bocca della portavoce di Sergey Lavrov, Marya Zacharova. In una nota diffusa l'altro ieri la funzionaria ha osservato che tale decisione costituirebbe una violazione "dell'Atto istitutivo sulle relazioni reciproche, la cooperazione e la sicurezza tra Russia Nato del 1997". In tali disposizioni ha ricordato Zacharova si affermava che "gli Stati membri della Nato confermano di non avere intenzioni, piani o motivi per dispiegare armi nucleari nel territorio di nuovi membri".
E sulla base di questo richiamo la rappresentante del governo russo ha poi voluto portare il suo affondo. L'Europa sarebbe più sicura se gli Usa "facessero tornare le proprie testate a casa a propria". Un appello che può essere letto come un invito ai molti paesi occidentali sempre più riluttanti di fronte all'egemonismo americano ad abbandonare la gabbia dell'Alleanza.
La ripresa della polemica della socialdemocrazia tedesca nei confronti dell'alleato Usa potrebbe essere da mettere in relazione anche alle difficoltà che incontra il completamento del gasdotto russo-tedesco North Stream 2 a cui Usa e Polonia si sono sempre nettamente opposte e su cui anche tra i democristiani tedeschi da tempo serpeggiano dubbi.
Solo tre giorni fa è arrivato un duro colpo per le ambizioni di Gazprom di portare a termine la realizzazione di North Stream 2, proprio da un ente tedesco. Il regolatore dell'energia tedesco, il Bundesnetzagentur, ha respinto la domanda russa di esonero dalle nuove norme Ue affermando "che le deroghe ai requisiti normativi della direttiva avrebbero potuto essere concesse solo per le condotte completate prima del 23 maggio 2020".
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 23 giugno 2020
La giustizia in Veneto non si è mai fermata, neppure durante il periodo del lockdown, e non è colpa dei magistrati se molti processi continuano ad essere rinviati. La sezione veneta dell'Associazione nazionale magistrati scende in campo per difendere l'attività degli uffici giudiziari regionali di fronte agli attacchi degli avvocati, in particolare quelli di Padova, che qualche giorno fa hanno diffuso una nota per lamentare il "sostanziale azzeramento dell'attività di udienza".
I rinvii "in larghissima parte sono dipesi dal mancato consenso dei difensori alla celebrazione dei processi in presenza e anche in modalità da remoto, nonostante fossero stati siglati con gli Ordini degli Avvocati di quasi tutti i Circondari appositi protocolli", sottolinea il sindacato veneto delle toghe, che addebita alla "scarsa disponibilità dei difensori" il differimento anche di "processi che si sarebbero potuti altrimenti celebrare".
Per dimostrare l'attività giudiziaria è proseguita, seppure con il rallentamento dovuto all'emergenza coronavirus, l'Anm fornisce alcuni dati relativi ai provvedimenti definiti: la Corte d'Appello ha emanato 754 provvedimenti solo nella fase 1, allorché l'attività giudiziaria era ridotta ai minimi termini; il Tribunale di Venezia ha definito, nelle fasi 1 e 2, 922 procedimenti civili (senza considerare l'attività della Sezione Imprese e della Sezione Protezione internazionale) ed emesso 293 sentenze penali; il Tribunale di Padova, nella sola Fase 1, ha definito oltre 1200 procedimenti; il Tribunale di Verona ha depositato 614 sentenze nella prima fase, definendo 3.019 procedimenti, ed altre 738 sentenze tra l'11 maggio e l'8 giugno, definendo 3.253 procedimenti; il Tribunale di Rovigo ha definito nelle fasi 1 e 2 oltre 900 procedimenti; e il Tribunale di Belluno, nella sola fase 1, ha definito oltre 200 procedimenti. A cui si aggiungono 264 sentenze penali depositate nel Tribunale di Vicenza, 314 sentenze penali emesse nel Tribunale di Treviso nella sola fase 1 e 2911 provvedimenti definitori emessi dal Gip di Venezia.
Nessun intento polemico da parte della Giunta esecutiva dell'Anm Veneto (composta dal presidente Vincenzo Sgubbi, dal segretario Raffaella Marzocca e dai consiglieri Roberto Terzo, Silvia Ferrari, Caterina Zambotto, Alberto Barbazza e Roberto Piccione) che conclude il suo intervento "con l'auspicio che l'attività giudiziaria possa riprendere al più presto a pieno regime, in condizioni di sicurezza sanitaria per tutti".
agensir.it, 23 giugno 2020
"Liberi di raccontare. Oltre le sbarre": è il titolo del libro della Pastorale carceraria della diocesi di Napoli, presentato nei giorni scorsi. Il volume è a cura di Paola Romano, volontaria dell'Associazione Liberi di Volare onlus della Pastorale carceraria diocesana, con la prefazione di don Franco Esposito, direttore della Pastorale carcercaria diocesana.
"Le pagine di questo libro - spiega una nota della Pastorale carceraria diocesana - sono il frutto di un laboratorio di scrittura creativa rivolto ai detenuti ospedalizzati del padiglione San Paolo all'interno del carcere di Poggioreale. Il ricavato della vendita del libro sarà devoluto in beneficenza all'associazione Liberi di Volare Onlus a sostegno dei carcerati e delle loro famiglie".
"Quanta ricchezza in queste pagine, in ogni storia, in ogni riflessione, in ogni scritto di chi, pur essendo privato della libertà e non solo, non ha perso la capacità di riflettere sulla vita, sulle persone care, sugli affetti, sui propri sbagli. Da questa riflessione che si fa parola donata in questo testo, traspare tutta la bellezza di una vita che, anche quando si rivela in tutta la sua drammaticità, è sempre vita aperta alla speranza, al nuovo, all'imprevedibile, a un futuro diverso", scrive nella prefazione don Franco Esposito.
di Laura Petreccia
losservatore.com, 23 giugno 2020
Il progetto ha luogo sull'isola-carcere. Da detenuti a viticoltori: Gorgona il vino della libertà. Il progetto ha luogo sull'isola-carcere dell'Arcipelago toscano, nella vigna gestita dalla famiglia (e azienda) Frescobaldi e punta a riabilitare i condannati a pene lunghe attraverso il lavoro tra i filari. La massima espressione dell'impegno sociale di Frescobaldi è data dal progetto Gorgona, in un momento in cui il carcere stava per chiudere per mancanza di fondi, un progetto che ha visto i suoi albori nel 2012 e che nel corso di questi otto anni ha suscitato l'interesse in un numero crescente di persone.
Frescobaldi è stata l'azienda che ha risposto all'appello. La piccola isola dell'arcipelago toscano, che già si vede ad occhio nudo dalla Terrazza Mascagni di Livorno, è un'isola carceraria. Dal 1869, qui è infatti insediata una colonia penale all'aperto che rappresenta oggi un esempio felice di come i detenuti possano poco a poco reintegrarsi nella società con attività non solo socialmente utili, ma anche economicamente importanti.
Stiamo parlando del vino Gorgona, un vino nato grazie all'impegno dei detenuti dell'isola supervisionati dagli agronomi ed enologi Frescobaldi. A partire dal 2011 i viticoltori dell'azienda toscana hanno affiancato i detenuti prima in un processo di formazione teorica e poi di pratica sul campo, in un vigneto riparato dal vento marino, che in Gorgona spira forte. Frescobaldi ha in affitto un terreno sull'isola di Gorgona con un vigneto in parte esistente ed in parte impiantato.
La vigna fu piantata nel 1999, in quanto gli agronomi Frescobaldi avevano iniziato a mostrare interesse per il concentrato di biodiversità vegetali della Gorgona e a continuare una viticoltura nata sull'isola già molti anni prima.
Ciò che colpisce del territorio della più piccola isola dell'arcipelago toscano è il verde che predomina sul 90% della sua area ed il suo microclima unico, con il vento che quotidianamente modella il portamento delle sue piante. Le potenzialità agricole dell'isola vennero già decantate sul finire dell'800 dall'allora (e primo) direttore del carcere, Angelo Biagio Biamanti.
Il merito dell'avvio della viticoltura in Gorgona si deve a lui, il direttore Biamanti che nel 1872 mise a dimora quasi 3000 piante di vite e diede vita ad un'attività unica e gratificante. La natura selvaggia dell'isola l'ha sempre resa perfetta per la coltivazione delle uve, caratteristica che è rimasta immutata nel tempo. Grazie a un armonioso rapporto tra l'uomo e la natura, dopo tutto questo tempo l'isola ha mantenuto le sue peculiarità e la viticoltura in questi territori è un'esperienza senza eguali, che regala soddisfazioni, soprattutto a coloro che stanno qui scontando l'ultimo periodo di detenzione e si impegnano in attività che mirano al loro reinserimento nella società.
Con il progetto Gorgona i detenuti imparano un mestiere che potrebbe essere loro utile quando finiranno di scontare la loro pena. Ma soprattutto, scrivono un nuovo capitolo della loro vita. Il vino rappresenta quindi un riscatto sociale, ma anche una storia nuova fatta di apprendimento e sacrifici. Da sempre l'agricoltura è un'attività che unisce le persone, le lega tra di loro e crea al contempo un legame importante con la natura e per quanto comporti dei sacrifici, li ripaga. Per questo il vino Gorgona Frescobaldi profuma di libertà e riscatto. In questi anni l'azienda ha formato 50 detenuti e molti adesso sono assunti e lavorano con regolare contratto di settore.
Al Gorgona Bianco, prodotto con uvaggio di Vermentino e Ansonica affinato 7 mesi che si è cominciato a produrre nell'isola Gorgona dal 2012, dal 2015 si è aggiunto, grazie all'ampliamento dei vigneti di proprietà Frescobaldi, il Gorgona Rosso, con uvaggio di Sangiovese con una piccola percentuale di Vermentino Nero. Entrambe le colture, del Gorgona Bianco e del Gorgona Rosso, sono di tipo biologico e i vini raccolgono in loro le caratteristiche che li rendono unici. Si tratta di vini piacevoli, mai scontati, in continua evoluzione.
Il bianco ha un profumo delicato e complesso al tempo stesso, profuma del rosmarino, del timo e del ginepro tipici della macchia mediterranea e trattiene in sé anche i sentori della pesca bianca matura, del cedro e dell'ananas. La sua gradazione alcolica è importante, ben bilanciata con l'acidità, la mineralità e la sapidità che parlano di uve esposte costantemente da venti di mare. Il Gorgona rosso invece profuma di sottobosco, ha un colore ed un gusto più intensi: rosso rubino che al palato comunica acidità e tostatura sapientemente sfumate con delle spezie dolci. Questo è affinato in anfora in coccio pesto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 giugno 2020
Venerdì scorso il Garante regionale delle persone private della libertà Stefano Anastasìa si è recato alla Casa Circondariale di Cassino dove ha visitato l'istituto e incontrato il direttore Francesco Cocco, interloquendo con alcuni detenuti sulle loro condizioni di detenzione. I problemi principali dell'istituto, secondo quanto rilevato dal garante, rimangono il sovraffollamento e la fatiscenza delle strutture.
Attualmente nel carcere vi sono 203 detenuti a fronte di 130 posti effettivamente disponibili, con un sovraffollamento del 156%.
Anastasìa sottolinea che il sovraffollamento è concentrato nella II sezione, dove, a seguito della chiusura nel marzo 2019 della III sezione dichiarata inagibile, quasi tutte le stanze hanno 7 letti e dove risulta spesso impossibile aprire/ chiudere del tutto la finestra. "Si tratta di condizioni intollerabili che ho già rappresentato al Provveditore regionale e per le quali mi auguro ci sia un'immediata azione di riduzione delle presenze", dichiara a tal proposito il Garante. Osserva che l'alto tasso d'affollamento è determinato anche dal trasferimento presso il carcere di Cassino di detenuti provenienti da altri istituti.
Inagibile anche l'unica palestra dell'istituto e inaccessibile il campo di calcio perché per accedervi è necessario transitare sotto la III° sezione nella palazzina dichiarata inagibile. Continua ovviamente il protocollo anti Covid-19 e spiega che dal 29 maggio i nuovi ingressi vengono sottoposti a tampone, finora risultati tutti negativi. Le sale colloqui sono state attrezzate per consentire i colloqui familiari quattro postazioni con il divisorio in plexiglass così come prevede la "fase 2" all'interno delle carceri.
Nota positiva è la riapertura alle attività di soggetti esterni, come la Caritas e l'Università di Cassino, che già da qualche settimana hanno ripreso ad incontrare i detenuti per attività di sostegno sociale, diritto allo studio e informazione legale. Dato importante visto che, come recentemente riportato da Il Dubbio, la ripresa delle attività trattamentale è fondamentale per eliminare quella "desertificazione" provocata dal lockdown che ha coinvolto ovviamente anche le patrie galere.
Il riferimento è alla riapertura delle attività disposte da una circolare del provveditore reggente dell'Amministrazione penitenziaria per il Veneto - Friuli Venezia Giulia - Trentino Alto Adige, Gloria Manzelli, che ha emanato il 16 giugno per i direttori delle carceri. Non è roba di poco conto, ma di vitale importanza sperando che anche altri provveditori seguano questo esempio. Mentre noi, società libera, abbiamo riaperto gradualmente le attività, in carcere i detenuti ancora vivono senza corsi, laboratori e altre attività trattamentali che non rendono la misura punitiva esclusivamente afflittiva e, quindi, rieducativa.
Senza nemmeno dimenticare che le attività trattamentali servono anche per compensare le inevitabili tensioni se i detenuti non vengono impegnati. Mentre noi ci avviamo alla fase tre, nelle carceri ancora si vive la fase due e sono ancora chiuse ai volontari, figure vitali per la finalità rieducativa della pena. Un carcere non può rimanere chiuso a queste presenze, altrimenti il malessere si amplifica nuovamente e a rimetterci è tutta la popolazione carceraria, polizia penitenziaria compresa.
- Terni. Il Garante in visita al carcere di vocabolo Sabbione: "struttura sovraffollata"
- Siria. L'appello dell'Acnur: "Dopo 9 anni di guerra il mondo non dimentichi Idlib"
- Migranti. Decreti sicurezza, la ministra Lamorgese: "Convergenza su molti punti"
- Migranti. Decreti sicurezza, fumata nera. I 5 Stelle bloccano le modifiche
- I nuovi naufragi e i barconi dimenticati. Nel Mediterraneo si continua a morire










