di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 24 giugno 2020
La relazione annuale del Garante dei dati personali Antonello Soro è avvenuta quest'anno con una cerimonia ridotta alla camera dei deputati, a causa delle misure antivirus. Il discorso, introdotto da un saluto non formale del presidente dell'assemblea Roberto Fico, ha toccato con discrezione anche il tema della prolungata proroga (è in corso la quarta edizione della serie) dell'istituzione medesima. Con l'auspicio che si chiuda un ciclo non commendevole di rinvii, rompendo finalmente gli indugi.
Tutto ciò riguarda, ancor più, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, da tempo ondeggiante in uno stato incerto, né liquido né gassoso. A fronte di simili colpevoli scivolamenti dovuti al mancato accordo politico sulla nuova composizione degli organismi in questione, è lecito domandarsi se non si sia manifestato un rigetto nei riguardi di un altro potere: contiguo ma diverso rispetto a quelli tradizionali. Nell'accentrarsi dei riti decisionali, forse il sogno della terzietà, costitutivo delle autorità indipendenti, è rimasto un pio desiderio o si è trasformato in un incubo.
Non è il caso dell'ufficio del Garante dei dati personali, che ha fatto bene e conclude il mandato con molta dignità. La conferma è arrivata dalla relazione di ieri, basata su di una seria intelaiatura analitica.
Soro ha opportunamente citato Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli (il profetico giurista innovatore e il primo segretario generale, divenuto poi responsabile europeo), purtroppo entrambi scomparsi. Tuttavia, proprio a loro si deve la strutturazione della normativa, a partire dalla legge quadro n.675 del dicembre 1996 e dalla paziente costruzione dell'edificio regolamentare.
La relazione ha sottolineato come la pandemia abbia riportato con i piedi per terra l'ordine degli addendi. Virtuali sì, ma sotto il segno della fisicità, intaccata in modo analogico dal virus. E, però, la stessa fase del lockdown ha accelerato la transizione all'età digitale e reso consueto nominare parole come smart working, e-learning, contact tracing, algoritmi o intelligenza artificiale.
Siamo di fronte ad un "fatto sociale totale", è vero. Ma con enormi rischi. La pervasività e l'intrusione (magari a fin di bene) violano non tanto e non solo la nostra riservatezza borghese, bensì la fisiologia dell'io-digitale, della cui fisionomia noi stessi non siamo consapevoli.
Lo dimostra, ad esempio, il numero elevato di istanze rivolte al Garante sui profili identitari ricavati in rete e non rispettosi dell'effettiva biografia: ben 8.092. Come sono aumentati (del 91,5%) gli attacchi di malware, e triplicati gli atti di spionaggio/sabotaggio. E lungo il "pendio scivoloso" ritornano in scena i pericoli connessi al riconoscimento facciale, sulla cui applicazione si chiede con l'Europa una moratoria; al ricorso eccessivo alle intercettazioni o ai trojan; all'esasperata circolazione di fake news.
I valori delle libertà e dell'umanesimo vanno custoditi gelosamente, applicando i principi di cautela e proporzionalità nell'adozione delle pur necessarie misure emergenziali, quali quelle volte a contrastare la diffusione del Covid-19. Interessante la proposta al governo e al parlamento di investire in un'infrastruttura cloud pubblica, avvolta in stringenti misure di protezione.
È un passo fondamentale per aprire la strada al tema dei temi: la proprietà pubblica dei dati, oggi impropriamente posseduti dagli Over The Top: da Google, a Facebook, ad Amazon, a Microsoft, a Twitter.
Anzi. Proprio la lotta alla pandemia richiederebbe l'acquisizione del bagaglio di conoscenze immagazzinato dagli oligarchi della rete: oltre la scelta alquanto fragile dell'App Immuni. Ecco, la relazione di Soro non ha toccato tali punti strategici, ancorché ne abbia messo le fondamenta sollecitando il regolamento attuativo del d.lgs n.51 del 2018, vale a dire la trasposizione della direttiva europea 2016/680, che all'articolo 20 contiene in nuce il transito dalla cultura privatistica a quella pubblica nel trattamento dei dati. Un altro capitalismo.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 24 giugno 2020
Strutture da quadruplicare, togliendo ai sindaci il peso dell'impopolarità. Però gli irregolari non possono continuare a bivaccare nelle nostre città. Uno Sprar in ogni Comune, un Cie in ogni Regione. Certo, è uno slogan: ma non sarebbe così difficile da spiegare, coniugando solidarietà e sicurezza. Gli italiani non meritano di essere trattati come bambini. Invece sembrano relegati in una sorta di eterna minorità dall'alone di esoterico imbarazzo che avvolge le manovre per modificare i controversi decreti Sicurezza voluti da Matteo Salvini e tramutati in legge dalla precedente maggioranza Lega-Cinque Stelle. Mentre l'immigrazione va riacquistando potere evocativo e carica divisiva, rinviare tutto a settembre non aiuta: sembra un po' la tattica del pallone calciato in tribuna.
La nuova maggioranza del governo Conte 2 non riesce a liberarsi di questa ombra lunga, dovuta all'inconciliabilità di due posizioni: quella del premier e dei Cinque Stelle che, avendo varato i decreti assieme a Salvini, hanno comprensibili difficoltà nel cancellarli con un tratto di penna; e quella dei democratici che, per bocca del loro segretario Zingaretti, avevano posto a settembre dello scorso anno i due decreti in cima alla lista nera, promettendone prima l'abrogazione, poi una profonda riforma e, via via, un più prudente ritocco che seguisse i pur prudenti rilievi formulati dal presidente Mattarella al momento della loro conversione in legge.
Diciamolo, dunque: il fardello della chiarezza, in questo caso, non può incombere sulla prima componente dell'alleanza, quella pentastellata. Per le suddette ragioni psicologiche e per le contraddizioni che il tema apre nella base dei Cinque Stelle, divisa tra un'anima nostalgica del rapporto con il "Capitano" leghista e una più dichiaratamente vicina alle istanze dem.
Tocca (e conviene) all'altra parte dell'alleanza accendere la luce su un tema così grande e dirimente. Come? Prima di tutto strappandolo al sottoscala dell'accordicchio tra fazioni che pare l'abbia risucchiato. È sul segretario del Partito democratico (o, in caso di afasia protratta, su chi volesse farne le veci) che incomberebbe l'onere di levarsi in piedi e di formulare a voce alta in una sede pubblica una proposta chiara e articolata, un progetto onnicomprensivo sulla questione delle migrazioni, degli sbarchi, dell'accoglienza e della nostra convivenza pacifica che, almeno agli occhi di moltissimi italiani, vi appare connessa.
Non è impossibile fare meglio di Salvini. Il suo primo decreto Sicurezza, cancellando la protezione umanitaria senza prevederne gli effetti e senza preparare un adeguato piano di rimpatri tramite accordi bilaterali coi Paesi di origine, ha prodotto nuova irregolarità anziché diminuirla, accrescendo di almeno trentamila invisibili la quantità di sbandati che s'aggirano per le periferie italiane. Il suo secondo decreto è nato proprio per mascherare i guai del primo: spettacolarizzando i blocchi in mare dei pochi profughi salvati dalle navi Ong per distogliere l'attenzione dalle centinaia di migliaia di irregolari che l'allora ministro degli Interni non riusciva neppure a rintracciare.
Per riformare quei decreti converrebbe partire dal territorio, cioè proprio dove Salvini ha fallito. E se ha fallito è perché ha depotenziato gli Sprar, l'accoglienza di secondo livello basata su piccoli numeri facili da integrare. Il sistema aveva già una sua debolezza intrinseca: reggendosi sui Comuni, era facoltativo, con la conseguenza che solo duemila amministrazioni su ottomila vi avevano aderito, rendendo gli Sprar fragili e insufficienti. La prima vera riforma è prevedere Sprar obbligatori, quadruplicandoli, togliendo ai sindaci il peso dell'impopolarità che l'accoglienza può comportare e incentivando le comunità con opportune compensazioni. Al tempo stesso, i migranti non possono continuare a bivaccare nei ghetti delle nostre città, chi non ha titolo per stare tra noi deve essere contenuto in strutture dignitose ma sicure: i Cie (o come li si voglia chiamare), centri dove gli irregolari restino fino all'eventuale rimpatrio, sono pochi; vanno riorganizzati in misura di uno per Regione, come sosteneva Marco Minniti nella sua stagione al Viminale, mantenendo per ora invariato il periodo massimo di trattenimento (occorre tempo per definire posizioni e destini di ognuno).
La protezione umanitaria era il cerotto con cui coprire chiunque non avesse diritto ad altre forme di protezione ed è stata di certo abusata: non si tratta solo di ripescarla con un nome diverso, ma di darle paletti che ne evitino l'abuso. Gli italiani devono percepire insomma una via intermedia tra la posizione "di cuore" e quella "di pancia", come scriveva Alessandro Rosina in un dossier della Fondazione Moressa: e questa è la via della ragione, "lo scenario di testa".
Trovato un equilibrio visibile tra solidarietà e sicurezza, una riforma di sistema deve sciogliere infine l'equivoco su cui da trent'anni si è avvitato il dibattito, confondendo le figure dei profughi e dei cosiddetti migranti economici. I primi dobbiamo salvarli per restare umani (salvo redistribuirli in una Europa capace di condividere non solo l'emergenza Covid), dei secondi abbiamo bisogno per restare competitivi.
Svitandoci dall'immagine dei barconi, abbandonando la guerra alle Ong, andando a cercare in Africa accordi bilaterali che sostengano il futuro di chi viene rimandato indietro e promuovano le competenze di chi ha titolo per partire. La fine del proibizionismo segnò il tramonto dei boot-legger in America: non è difficile spiegare agli italiani cosa occorra davvero per battere i contrabbandieri di uomini nel Mediterraneo. Basta il coraggio di dirlo.
Il Dubbio, 24 giugno 2020
Per il Garante della privacy, Antonello Soro: "Le straordinarie potenzialità intrusive dei captatori informatici (trojan) impongono garanzie adeguate". Attenzione all'utilizzo del trojan. L'allarme è stato lanciato ieri dal Garante della privacy, Antonello Soro, in occasione della presentazione alla Camera della Relazione 2019 sull'attività dell'Authority.
"Le straordinarie potenzialità intrusive" dei captatori informatici impongono garanzie adeguate per impedire che essi, da preziosi ausilii degli inquirenti, degenerino in mezzi di sorveglianza massiva o, per converso, in fattori di moltiplicazione esponenziale delle vulnerabilità del compendio probatorio", ha esordito Soro, evidenziando subito la necessità di garantire una cornice di sicurezza dei server utilizzati, in particolar modo quelli "delocalizzati anche al di fuori dei confini nazionali". Il trojan, il virus informatico che trasforma il telefono cellulare in un microfono sempre aperto, è uno strumento d'indagine che ha avuto negli ultimi mesi un forte sviluppo. Il suo uso, inizialmente previsto per i reati di mafia e terrorismo, è stato esteso dal dl c. d. "Spazza corrotti", fortemente voluto lo scorso anno dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, anche ai reati contro la Pubblica amministrazione.
Nell'indagine per corruzione a carico dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, ad esempio, si è fatto largo uso di tale strumento investigativo. E proprio a tal riguardo, prosegue Soro, "abbiamo auspicato un supplemento di riflessione in ordine alla progressiva estensione dell'ambito applicativo del trojan, che dovrebbe invece restare circoscritto'. La vicenda Palamara sul punto è significativa, essendo state ascoltate e trascritte decine di conversazioni che nulla avevano a che vedere con il reato oggetto di contestazione da parte dei pm. Ma non solo. "Va sottolineata l'intrinseca diversità, rispetto alle intercettazioni tradizionali, di quelle mediante captatori, propria della loro capacità invasiva e dell'attitudine a esercitare una sorveglianza ubiquitaria, con il rischio peraltro di rendere più difficile il controllo ex post sulle operazioni compiute sul dispositivo- ospite".
Per evitare abusi, per Soro è necessario allora "un rigoroso rispetto del principio di proporzionalità, a tutela del ' generale diritto alla libertà del cittadino nei confronti dello Stato". Il principale elemento di "criticità" del trojan risiede nel fatto che viene attivato dalla polizia giudiziaria. Un potere immenso nelle mani della pg che decide dunque cosa ascoltare o cosa non ascoltare. "È significativo - ha osservato Soro - che la Corte costituzionale tedesca abbia censurato la disciplina di tale tipo d'intercettazioni, sia pure preventive, per violazione non solo della riserva di giurisdizione ma anche del principio di proporzionalità". "In questo senso - ha poi concluso il Garante - è indifferibile una revisione organica della disciplina della conservazione dei dati di traffico, i cui termini - sei anni - appaiono difficilmente compatibili con la necessaria proporzionalità delle limitazioni della privacy rispetto alle esigenze investigative, posta dalla Corte di giustizia a fondamento della declaratoria di illegittimità basata su un termine massimo di due anni".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 24 giugno 2020
Sin dall'inizio di quella che in Italia abbiamo conosciuto come "fase 1", ossia quella del "restate a casa", Amnesty International ha svolto ricerche sull'attuazione delle misure di contrasto alla pandemia da Covid-19, in particolare su quelle relative al confinamento domestico. In Italia, l'organizzazione per i diritti umani ha prodotto un notiziario (quotidiano fino alla fine di maggio, poi settimanale) che, accanto alle buone prassi, ha denunciato sovente la sproporzionalità e la discriminazione nell'applicazione di quanto stabilito nei primi decreto di marzo. Il rapporto definitivo uscirà a luglio.
A livello internazionale, un primo rapporto su 12 stati europei (Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Regno Unito, Romania, Serbia, Slovacchia, Spagna e Ungheria) è stato diffuso oggi. Da tre mesi di ricerche, è emerso un quadro desolante, fatto di violenze delle forze di polizia contro minoranze etniche e altri gruppi vulnerabili, controlli d'identità discriminatori, multe esorbitanti e altro ancora.
Nulla di nuovo per quanto riguarda le attitudini discriminatorie della polizia in alcuni paesi, che altro non sono se non l'applicazione di politiche infarcite di pregiudizio e di narrative stigmatizzanti e divisive, portate avanti soprattutto sui social media da non pochi esponenti di partiti.
Ecco alcune situazioni denunciate nel rapporto odierno di Amnesty International. In Francia sono stati effettuati 20 milioni di controlli (ossia, su un terzo della popolazione) ed è stato multato un milione di persone. Nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, il più povero del paese non considerando i dipartimenti d'oltremare e dove la maggioranza degli abitanti è costituita da neri e da nordafricani, il numero delle multe per violazione del "lockdown" è stato tre volte superiore al resto del paese. Il Regno Unito è uno dei pochi stati europei che registra gli interventi delle forze di polizia disaggregati per base etnica. Tra marzo e aprile, la polizia di Londra ha effettuato il 22 per cento di controlli d'identità in più e, all'interno di questo dato, la percentuale di neri fermati per accertamenti è aumentata di circa un terzo.
Il governo della Slovacchia ha imposto la quarantena obbligatoria negli insediamenti rom, addirittura inviando l'esercito per farla rispettare. Lo stesso provvedimento è stato adottato anche dalle autorità della Bulgaria, dove oltre 50.000 rom sono stati completamente isolati dal resto del paese. Nella città di Burgos hanno inventato il sistema del drone munito di sensori per misurare la temperatura a distanza, in quella di Yambol è stato usato un aereo per sanificare un campo rom in cui erano stato riscontrati dei positivi.
Richiedenti asilo, rifugiati e migranti sono stati oggetto di quarantene mirate in Germania, Cipro e Serbia (anche in quest'ultimo caso con l'impiego delle forze armate a vigilare sul rispetto del provvedimento), mentre in Francia e in Grecia sono stati segnalati sgomberi. In Francia, Spagna e Regno Unito decine e decine di persone sono state multate perché trovate fuori casa, per il mero fatto che una casa non ce l'avevano. Per quanto riguarda l'Italia, viene citato il dato dell'Ong Avvocato di strada che ha registrato almeno 17 casi del genere. A dare una mano alle ricerche sono stati anche gli esperti dell'Evidence Lab di Amnesty International, che hanno validato 34 video di uso eccessivo della forza - in alcuni casi del tutto immotivato - da parte della polizia, in particolare in Spagna e in Francia.
di Lucio Palmisano
linkiesta.it, 24 giugno 2020
Come gli Stati europei hanno gestito le carceri durante la pandemia. Tutti i paesi dell'Unione hanno ridotto i diritti delle persone recluse durante la crisi del coronavirus. Ma i focolai non sono comunque mancati. Il problema maggiore è stato il sovraffollamento delle prigioni.
Sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie spesso difficili, poche precauzioni. Una situazione, comune a molte carceri europee, che sembrava essere il preludio alla trasmissione del coronavirus anche dietro le sbarre. Eppure, come evidenzia il report del Parlamento Europeo, in questo periodo i Paesi dell'Unione Europea hanno cercato di tutelare in ogni modo gli oltre 491 mila carcerati (dati del 2018 del rapporto sullo stato delle carceri europee dell'Osservatorio Antigone) dal rischio di contagio.
Non sono mancati i focolai, nati soprattutto in Spagna, Francia e Italia, ma le misure adottate hanno cercato di alleviare lo stato di reclusione per molti detenuti, spesso privati delle loro attività di svago e di interazione con gli altri durante l'epidemia. Sull'argomento si è espresso anche il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa, stabilendo che le misure restrittive adottate devono essere "necessarie, proporzionate, rispettose dei diritti umani e limitate nel tempo" e raccomandando pene alternative alla detenzione, come richiesto anche dall'Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet.
L'epidemia di Covid-19 ha obbligato i Paesi europei ad adottare una serie di misure per tutelare sia la polizia penitenziaria sia i carcerati dal rischio di contagio. Tra le precauzioni prese ci sono l'utilizzo di mascherine e guanti, obbligatorie per detenuti e staff come previsto in Belgio, Repubblica Ceca e Baviera, e il controllo della temperatura per i visitatori, come in Bulgaria e in Ungheria.
Per evitare la trasmissione del virus, molti Stati hanno previsto aree speciali all'interno delle carceri o degli ospedali carcerari per i malati di Covid-19, come in Portogallo, e anche per gli over-70, separati dal resto dei detenuti come è avvenuto in Finlandia. Una divisione avvenuta anche con i nuovi arrivi, spesso tenuti in isolamento per 14 giorni prima di essere mandati nelle loro celle come è successo in Grecia e Lettonia.
Per alcuni Stati il problema maggiore è stato il sovraffollamento delle prigioni, risolto in alcuni casi favorendo misure alternative alla detenzione e posticipando l'esecuzione delle pene ridotte, come in Francia e in Spagna. Una politica seguita da quasi tutti i membri dell'Unione, tranne che da Ungheria, Romania, Slovacchia e Bulgaria che su questo fronte non hanno fatto significativi passi in avanti mentre Paesi come Italia e Grecia hanno dovuto far fronte alle rivolte dei carcerati che chiedevano migliori condizioni di detenzione.
Il periodo di epidemia ha significato per tutti i carcerati una riduzione dei propri diritti. In alcuni casi si è trattato di una momentanea sospensione, come le visite dei familiari diventate virtuali, in altri è stato necessario istruire un rigido protocollo da seguire, come nel caso del colloquio con il proprio avvocato permesso in presenza in Danimarca e Germania.
Molti detenuti hanno partecipato ai processi non in presenza ma online, come avvenuto in Croazia, mentre molte attività ricreative, come l'ora d'aria, ed educative sono state spesso annullate o divenute virtuali, per esempio in Estonia e Lettonia. Anche nelle poche occasioni di svago collettivo, come il pranzo, sono state spesso adottate misure restrittive per mantenere il giusto distanziamento sociale, come per esempio è avvenuto in Spagna.
In questo periodo sono anche stati garantiti molti più benefici ai detenuti. Infatti, molte carceri hanno dato la possibilità ai loro ospiti di effettuare chiamate e videochiamate più lunghe verso parenti e amici per ovviare alla mancanza di visite in presenza. Si va dalle tre chiamate concesse in Portogallo, ai 40 euro di credito previsti in Francia (anche se nel conto è prevista anche la tv a pagamento) e ai 20 minuti permessi in Slovacchia, mentre in Svezia sono state consentite anche le chiamate internazionali, ma solo verso numeri autorizzati.
Ai detenuti è stata inoltre data la possibilità di seguire alcuni corsi online ma non sono mancate le attività in presenza come nelle carceri della Repubblica Ceca, dove sono state fabbricate maschere e divisori in plexiglas da usare sia nelle prigioni sia negli ospedali, e dell'Austria, dove invece hanno continuato le loro attività rieducative orientate verso il mondo del lavoro. In Polonia molti ospiti del carcere hanno avuto un migliore accesso a tv, radio e giornali, mentre in Estonia hanno ricevuto materiale utile per svolgere attività solitarie, come il disegno o lo yoga. Infine, in Irlanda è stato perfezionato un sistema per rendere più semplice il trasferimento di denaro sugli account dei detenuti.
di Marica Fantauzzi
Il Riformista, 24 giugno 2020
Nel 2019 i morti, causati dalle forze dell'ordine americane, sono stati 1798. La maggior parte di questi omicidi resta impunito. Cambierà la mentalità dopo le proteste? Black Lives Matter. Le vite dei neri contano. Ma anche quelle dei bianchi e dei latinos.
Se infatti è certo che nella polizia americana il razzismo e la mano pesante nei confronti delle minoranze siano merce comune è altrettanto comprovato che esiste un problema di violenza e grilletto facile che travalica la linea del colore. Il quadro emerge nitido dai dati raccolti dall'associazione Nessuno tocchi Caino, che da anni ormai pubblica un report annuale sugli omicidi ascrivibili alle forze dell'ordine, incrociando i dati ufficiali diffusi dall'Fbi con quelli di molti altri istituti di ricerca, come Fatal Encounters, il più preciso e dettagliato o Fatal Force, del Washington Post, spesso anche sensibilmente diversi.
I morti per diversi tipi di "Incontri Fatali" con le forze dell'ordine sono stati nel 2019, secondo Fatal Encounters e secondo i dati riportati da Nessuno Tocchi Caino, 1798. All'11 giugno di quest'anno le vittime erano 928. La grande maggioranza è stata colpita da armi da fuoco: 1.346 persone l'anno scorso, 670 quest'anno. La seconda voce in ordine di letalità recita un laconico "Veicolo" e rinvia di solito agli inseguimenti: 361 morti nel 2019, 212 quest'anno.
Ha mietuto vittime anche il Taser, l'arma elettronica che dovrebbe limitarsi a stordire: 31 perone uccise l'anno scorso, 14 nei primi mesi del 2020. La divisione delle vittime per gruppo etnico è meno semplice: nel 2019 i bianchi son stati 628, i neri 424, i latinos 233.
Ci sono vittime di diverse origini etniche, ma in quantità poco rilevante mentre i 455 morti "di razza non specificata" incidono sulla possibilità di trarre conclusioni inoppugnabili. La stessa cosa si verifica del resto nell'anno in corso: i bianchi sono 292, i neri 184, i latinos 88 ma le vittime "non specificate" sono ben 349.
Anche in mancanza di dati completi sembra possibile affermare che la percentuale di neri uccisi e senza dubbio esorbitante, essendo questi ultimi solo l11% della popolazione totale ma anche che nel complesso la tendenza delle forze dell'ordine a uccidere non si arresta infatti ai confini dei ghetti neri o latini. La fascia d'età nella quel si contano più casi di incontri fatale è quella fra i 31 e i 50 anni seguita da quella tra i 22 e i 30 anni ma l'anno scorso son stati uccisi anche 14 bambini al di sotto dei 12 anni.
La sproporzione tra machi e femmine, nel macabro Body Count, è massiccia: nel 2019 sono periti 1606 maschi e 176 femmine, quest'anno, per ora, 828 maschi e 88 femmine. Nonostante casi sporadici di vittime delle quali la polizia non ha comunicato il genere e di un paio di transgender, il dato è in questo caso definitivo ed esaustivo.
Un numero così esorbitante di persone uccise dalla polizia non sarebbe possibile senza il tacito appoggio alla politica del pugno duro da parte di una percentuale alta della popolazione, tanto più che negli Usa i comandanti della polizia, come i Procuratori, cioè i rappresentanti dell'accusa, sono elettivi. Dunque non stupisce che il numero degli agenti inquisiti e condannati per questi omicidi sia inversamente proporzionale a quello delle vittime. Tra il 2008 e il 2018 sono stati accusati di omicidio 54 agenti. Tra questi 23 sono stati assolti, 12 condannati e 19 sono in attesa di giudizio. Per i condannati, la pena media è stata di 4 anni.
Nessuno tocchi Caino cita anche la ricerca del sito mappingpoliceviolence.org, secondo cui nel 99% dei casi di uccisioni da parte della polizia non viene intentata alcuna azione legale. Tra gli inquisiti finisce con la condanna una causa penale su 4. Sulla base di questi dati si possono trarre due conclusioni certe. La prima è che all'origine dell'uso spregiudicato delle armi e della violenza da parte della polizia c'è una sensazione fondata di impunità.
La seconda è che senza la complicità di una parte importante della popolazione questa impunità non potrebbe aver luogo a procedere. Le manifestazioni di queste settimane sembra abbiano almeno incrinato, ma con il forte rischio di una parentesi destinata a richiudersi una volta spenti gli incendi. Ma la questione decisiva è la seconda e da questo punto si vedrà presto se le manifestazioni, come già successo negli anni 60, incideranno sulla mentalità diffusa e di conseguenza sulla licenza di uccidere per la polizia.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 24 giugno 2020
Sorella del blogger Alaa Abdel Fattah, anche lui in prigione, la loro è la famiglia di attivisti più famosa del Paese. Portata via in un minibus bianco, è riapparsa alla procura della Sicurezza di Stato due ore dopo. L'attivista egiziana Sanaa Seif, 26 anni, è stata portata via, dentro un minibus bianco ieri alle 2 del pomeriggio di martedì 23 giugno, "rapita in strada da agenti in borghese" mentre si trovava davanti all'ufficio del procuratore del Cairo. Due ore dopo è apparsa davanti alla procura della Sicurezza di Stato che - scrive il sito Mada Masr - ha ordinato la sua detenzione preventiva per 15 giorni, con l'accusa di incitamento al terrorismo, diffusione di notizie false e uso improprio dei social media, secondo il suo avvocato Khaled Ali. Le stesse accuse che hanno raggiunto, tra gli altri, Patrick Zaki.
Famiglia di attivisti - "Un calvario", così Riccardo Noury di Amnesty Italia ha definito sui social la vicenda di Sanaa. Quella di cui fa parte la ragazza è la famiglia di attivisti più famosa dell'Egitto. Seif è la sorella di Alaa Abdel Fattah, carismatico blogger della rivoluzione del 2011 (ma assai noto già prima), che si trova in prigione con l'accusa di aver organizzato proteste contro il regime di Abdel Fattah el-Sisi. È stato più volte arrestato, l'ultima nel settembre 2019, pochi mesi dopo essere stato liberato in seguito a cinque anni di detenzione.
Sanaa, la madre Laila e la sorella Mona per due giorni hanno dormito davanti al carcere in attesa di ricevere una lettera di Alaa, che le guardie si erano dette disponibili a consegnare. Non lo vedono da marzo, le visite sono state vietate durante la pandemia. Ma nella notte le tre donne erano state aggredite e derubate da persone che ritengono siano state mandate dal ministero dell'Interno a intimidirle. Erano andate tutte e tre in procura, insieme agli avvocati, per fare denuncia e mostrare i lividi, quando Sanaa è stata rapita.
Sanaa è la più giovane figlia dell'avvocato dei diritti umani Ahmed Seif Al Islam, a sua volta imprigionato quattro volte sotto la presidenza di Sadat e poi quella di Mubarak, e di un'attivista e docente di matematica, Laila Soueif, sorella della scrittrice Ahdaf Soueif. Mona, la sorella maggiore di Sanaa, è stata la leader della campagna contro i processi militari ai quali l'esercito dal febbraio al dicembre 2011 sottopose almeno 1.200 civili. Lei e suo fratello Alaa non erano presenti quando il padre settantatreenne è morto nel 2014, poiché erano entrambi in prigione per aver manifestato contro una legge che vietava di manifestare. Dopo la morte di Giulio Regeni, Mona Seif scrisse su Facebook: "Se sei uno straniero, per favore, per favore, non venire in Egitto".
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 24 giugno 2020
Proteste. Tatatouine, tra le regioni più povere del paese, si infiamma a tre anni dalla promessa non mantenuta di posti di lavoro. Duri scontri tra manifestanti e polizia, lunedì sciopero generale del sindacato.
Resta alta la tensione a Tatatouine, nel sud delle Tunisia, dopo i violenti scontri di domenica tra i manifestanti e le forze di polizia che hanno sparato gas lacrimogeni per disperdere le proteste a cui è seguito lo sciopero generale di lunedì. Decine gli arresti con i manifestanti che hanno risposto con lancio di pietre, blocchi stradali e l'assalto con molotov a una stazione di polizia.
In un consiglio straordinario di ieri, presieduto dall'attuale primo ministro Elyes Fakhfakh, il governo ha deciso di schierare l'esercito in tutta la regione, anche se ha dichiarato che "le proteste del movimento El Kamour (dal nome del sito di produzione petrolifera) sono legittime, ma devono rientrare in manifestazioni non violente nel rispetto della legge" e che "farà di tutto per attuare l'accordo siglato". Da diverse settimane sono riprese le proteste e i sit-in con gli abitanti che richiedono l'attuazione dell'accordo, concluso dopo mesi di lotte nel 2017 (scontri, decine di arresti e la morte di un giovane, Anouar Sakrafi, investito da un veicolo della Guardia nazionale), che prevede l'impiego di migliaia di lavoratori disoccupati della regione, tra le più povere del paese con un tasso di disoccupazione che sfiora il 40%.
La scintilla è scattata quando le autorità hanno arrestato Tarek Haddad, leader del movimento, nella notte tra sabato e domenica con l'accusa di "attentato contro lo Stato", su richiesta del governatore di Tataouine, Adel Ouerghi, che considera le proteste "illegali, violente e dannose perché bloccano la produzione". Nel 2017 per risolvere la crisi l'allora governo di Youssef Chahed aveva chiesto aiuto al Sindacato generale del lavoro tunisino (Ugtt) per trovare un compromesso con i manifestanti.
L'accordo, siglato nel giugno 2017, prevedeva "il finanziamento del fondo di sviluppo e investimento di 80 milioni di dinari all'anno (24 milioni di euro, ndr), l'assegnazione di 1.500 persone nelle compagnie petrolifere e l'integrazione di 3mila lavoratori, secondo un calendario in tre fasi, alla Società tunisina per l'ambiente". Dopo tre anni, nessuno dei termini dell'accordo è stato rispettato. Lo stesso Haddad, intervistato su una radio locale, aveva affermato che "solo 60 persone erano state assunte" e che, per il movimento, "era necessario mobilitarsi nuovamente con tutti i mezzi per recuperare la ricchezza usurpata dalle lobby".
La filiale Ugtt di Tatatouine ha convocato "uno sciopero generale" in tutta la regione e ha accusato il governo locale di aver usato "una forza eccessiva e ingiustificata", condannando l'incarcerazione di Haddad. Il sindacato ha attaccato il partito islamista Ennahdha, che in questa regione ha uno dei suoi feudi, di "aver usato le proteste a fini elettorali e di aver perso la fiducia dei residenti". "Il governo ha infranto i suoi impegni con i manifestanti (...) Lo abbiamo spinto ad attuare i termini dell'accordo del 2017, ma dopo tre anni ancora niente", ha affermato il rappresentante locale dell'Ugtt, Adnen Yahyaou.
"L'accordo - ha aggiunto Yahyaou - deve essere una priorità per il governo Fakhfakh perché la situazione può peggiorare, soprattutto in questo periodo di difficoltà economiche e sociali aggravate dall'epidemia di Covid-19".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 24 giugno 2020
Parigi contesta il ruolo di Ankara a Tripoli: "Così la Nato è morta". La Turchia arresta "spie" dei francesi. "Sirianizzazione". Brutta la parola, giusta l'idea. L'aveva già usata un mese fa il ministro degli Esteri francese, spaventato dalla deriva. La ripetono in queste ore un po' tutti: sì, la Libia sta diventando sempre più uno scatolone-regalo per due, la Turchia e la Russia, le stesse che comandano in Siria e che qui armano l'una il governo tripolino di Fayez al-Sarraj, l'altra il generale cirenaico Khalifa Haftar. La guerra civile è a una svolta. E dallo scorso inverno, da quando Erdogan ha portato a Tripoli i miliziani siriani, i rapporti di forza si sono rovesciati: Sarraj stravince, Haftar si ritira, Ankara gode.
Può durare? Il primo a cui sono saltati i nervi è Emmanuel Macron, sostenitore di Haftar, già furioso perché la settimana scorsa le sue fregate che pattugliano il Mediterraneo s'erano imbattute in un cargo turco pieno d'armi, e s'era sfiorata la battaglia navale. Oltre che una crisi diplomatica: "La Turchia sta giocando una partita pericolosa", dice il presidente francese. "Il gioco pericoloso" lo fate voi, la risposta di Erdogan: "Stando col golpista Haftar e creando il caos". Per essere più chiaro, il Sultano ha fatto arrestare un'ex guardia del consolato francese a Istanbul e tre turchi, tutti accusati d'essere spie a libro paga di Parigi dentro il mondo degli islamisti.
C'era una volta la Nato. La stessa che nove anni fa cacciava Gheddafi, a suon di bombardieri francesi, e oggi si ritrova due Paesi membri l'un contro l'altro armato. "È la morte cerebrale dell'Alleanza atlantica", riconosce l'Eliseo: "Ma bisogna dire ai turchi: è ora di fermarsi. Non tollereremo il vostro ruolo. Avete raggiunto l'obbiettivo di capovolgere la situazione militare: basta così".
Il concetto è stato ripetuto da Macron in una telefonata a Donald Trump, uno che finora si preoccupava della Libia solo per il petrolio o per il terrorismo, e invece lunedì ha mandato il capo del Pentagono in Africa, Townsend, a negoziare una tregua militare. È in parte anche la posizione dell'Italia, che gioca sui due tavoli: Luigi Di Maio è stato in Turchia, ora va a Tripoli e tiene aperto il canale Haftar, perché la crisi "riguarda la nostra sicurezza nazionale" e "non possiamo permettere nessuna partizione" (leggasi: sirianizzazione).
L'ultima cosa di cui ha bisogno la Libia sono nuovi interventi dall'estero, ha detto ieri mattina un portavoce Onu. E invece troppi si stanno agitando: con la Francia, al fianco di Haftar, ecco schierarsi l'Egitto. "C'è una linea rossa" che i turchi non possono superare, avverte il presidente Al Sisi: questa linea va da Sirte, la simbolica città natale di Gheddafi già liberata dall'Isis, e arriva alla base aerea d'Al Jufra, 250 km a sud, dove i russi hanno piazzato i Mig-29, i Su-24 e le migliaia di mercenari dell'esercito privato Wagner, tutti in appoggio della Cirenaica.
Se Sirte cadrà, come sembra, la marcia dei turchi verso Est potrebbe arrivare fino a Bengasi e ai grandi pozzi petroliferi di Ras Lanuf. "Inaccettabile": parlando ai suoi soldati, Al Sisi non ha escluso un intervento armato in nome della sicurezza nazionale - "tenetevi pronti" - e ha ricevuto l'applauso di sauditi, emiratini, della Lega araba tutta, perché "l'Egitto ha il diritto di difendere i suoi confini".
Di mezzo ci sono naturalmente le vecchie ruggini con Erdogan, che nel 2013 finanziava i Fratelli musulmani al Cairo come ora dà soldi agli islamici di Tripoli. Ma c'è soprattutto l'alleanza francese ed egiziana con Putin. Quello che dice di volere un cessate il fuoco e sul fuoco, finora, ha spesso soffiato. Come in Siria.
di Vittoria Romanello
La Repubblica, 24 giugno 2020
Sembra essere la tendenza in risposta alla violenza che spesso la polizia mostra nel reprimere il crimine. Il concetto di polizia comunitaria è ispirato dall'idea di ripristinare un rapporto civile e giusto laddove la sfiducia nei pubblici poteri da parte dei cittadini, e dove i diritti civili più elementari umani non vengono rispettati. La polizia comunitaria è una riforma della polizia implementata in vari angoli del mondo per rispondere agli abusi di potere, mancanza di efficacia, scarsa fiducia del pubblico e dubbi sulla legittimità della polizia. Un approccio preventivo verso la criminalità mirato alle cause del crimine e violenza.
Una riscoperta, in America Latina. Non si tratta di un'invenzione, piuttosto di una riscoperta di principi enunciati nel mondo anglosassone che risalgono al secolo scorso. Una teoria che si distingue per un controllo preventivo a livello locale, e per l'attitudine ad imbastire rapporti, quanto più possibile stretti, la comunità dove la polizia opera. Im America Latina ci sono storiche relazione conflittuale con la polizia, che spesso tende ad assumere comportamenti ostili e repressivi, e che ha adattato questo modello in vari paesi, come in Colombia, ad esempio, dove il piano di trasformazione e miglioramento culturale ha prodotto di fatto, sebbene con lentezza, una professionalizzazione attraverso di processi educativi permanenti e lo sviluppo del programma "Municipalità sicura".
L'altro esempio dell'Ecuador. Durante la grave crisi economica e politica degli anni 90 il problema della sicurezza pubblica è esploso e una proposta per risolvere l'annoso problema è stata inserita nella Costituzione del 2008, per rafforzare un modello di concentrazione del potere nazionale. La polizia in Ecuador è stata militarizzata, con un passato legato a gravi accuse per il non rispetto dei diritti umani. Dalla metà degli anni 90, sono state proposte misure, non necessariamente accettate dalle autorità politiche, ma che si sono conquistate uno spazio d'autonomia soprattutto a livello statale, come le operazioni cittadine di brigate del quartiere, la polizia della comunità (Upc).
Il "vigilantismo" e il caso del Messico. È importante sottolineare che la polizia comunitaria non va confusa con il cosiddetto "vigilantismo", che consiste nella realizzazione di turni di cittadini di pattugliamento o sorveglianza. Nel "vigilantismo" la comunità può pericolosamente assumere un ruolo di giustiziere, degenerando nella caccia violenta o addirittura il linciaggio. In Messico esiste una proposta per una strategia regionale in cui la riduzione del crimine è dovuta al costante pattugliamento contrariamente all'attuazione della strategia di comando centrale che Enrique Peña Nieto ha cercato di imporre in tutto il Paese. Un esempio viene proprio dal municipio di Aquila, dove il direttore della sicurezza creò gli accordi necessari affinché ci fosse un coordinamento tra le forze di sicurezza dei comuni limitrofi di Coahuayana e Chinicuila. Questo interruppe i tentativi dei criminali locali di riprendere le rotte del traffico di droga e lo sfruttamento illegale delle miniere clandestine, oltre che il contrabbando di diversi materiali.
Le montagne della regione di Guerreo. Non esiste solo Michoacan, un'ulteriore realtà è quella della Polizia comunitaria di Guerrero (Pc) - e la Coordinazione regionale delle autorità comunitarie (Crac-Pc è uno degli esempi più avanzati riguardanti la costruzione di alternative di giustizia e sicurezza. La storia racconta come dopo un periodo oscuro in cui il crimine governava la regione di Guerrero, la presenza di organizzazioni sociali - come il Consiglio indigeno dei 500 anni di resistenza - e alcune organizzazioni contadine - come l'Associazione rurale di interesse collettivo (Aric) - ha elaborato un processo comunitario per risolvere collettivamente i casi di furto, stupro, furto di bestiame e omicidi. Dopo aver verificato la collusione della polizia municipale, queste comunità nei comuni di Malinaltepec e San Luis Acatlán si incontrarono e crearono una polizia comunitaria. Da allora, per circa 15 anni, l'istituzione della comunità ha lavorato in modo unitario e il progetto di sicurezza e giustizia ha ridotto bruscamente i livelli di violenza.
Da dove vengono le armi? Un ulteriore problema è rappresentato dalle armi: in Messico, nessuno sa con certezza quante armi esistono. I calcoli vanno da 15 a 20 milioni, ma potrebbero essercene molte di più, disponibili ovviamente nel mercato nero. Negli Stati Uniti, la cultura del possesso delle armi è così profondamente radicata da essere sancita come un diritto costituzionale. Nel 2018 le armi negli Usa erano circa 393 milioni per 327 milioni di abitanti.
In diversi Paesi latinoamericani, questi strumenti di morte e il loro commercio hanno segnato la storia nazionale. In Colombia, la presenza di armi nella vita pubblica è normalizzata; nel Salvador, il paese più violento dell'America Latina, nel 2019 sono state uccise 2.389 persone. La cifra è enorme per un Paese di poco più di sei milioni di abitanti. L'80% di questi decessi coinvolge un'arma da fuoco. Questi sono solo alcuni esempi del flusso di armi che mostrano una mappa continentale contraddistinta da una vita quotidiana attraversata da proiettili, che arrivano percorrendo la rotta panamericana.










