di Viviana Lanza
Il Riformista, 25 giugno 2020
"C'era una prassi sbagliata a cui le Sezioni Unite hanno posto rimedio". Così l'ex procuratore Franco Roberti, oggi europarlamentare ed ex assessore alla sicurezza della Regione Campania, commenta la sentenza della Corte di Cassazione che a gennaio ha posto un argine al dilagare delle cosiddette intercettazioni a strascico, ritenendole non valide quando riguardano reati diversi e senza alcuna connessione forte con quelli per i quali quella stessa attività investigativa è stata autorizzata.
La Cassazione ha messo fine a un orientamento molto diffuso in questi anni. Lo condivide?
"La Cassazione ha ristabilito quello che la legge già prevedeva. L'orientamento delle Sezioni Unite mi sembra corretto e sarà quello a cui dovranno attenersi i magistrati".
Ritiene che negli anni ci sia stato, da parte dei pubblici ministeri, un uso eccessivo delle intercettazioni come strumento investigativo?
"La valutazione va fatta processo per processo perché ogni processo ha una storia a sé. Ma certo, l'uso corretto delle intercettazioni è prescritto dalla legge e le intercettazioni devono essere un mezzo di ricerca della prova. Quindi, una cosa è fare le indagini soltanto ed esclusivamente con le intercettazioni e un'altra è utilizzarle come uno dei più importanti strumenti di indagine. Perché le intercettazioni sono fondamentali ma non possono essere l'unico strumento di indagine. Non sono una prova, sono un mezzo per ricercare la prova di reati per i quali ci sono già indizi".
Il tema relativo alle intercettazioni conduce a un altro tema molto sentito: la ragionevole durata delle indagini preliminari. Secondo i dati del più recente report sulla giustizia, il 53% delle prescrizioni matura in fase di indagini preliminari e il 24% nel giudizio di primo grado. Come commenta questi dati? Si perde troppo tempo?
"La prescrizione dipende dall'inefficienza del processo penale italiano, è il segnale della incapacità del sistema giudiziario di concludere indagini e processi entro un tempo ragionevole".
Cosa dobbiamo intendere per "ragionevole"?
"Definisco ragionevole la durata di un processo che non ha tempi morti. È vero che ogni processo ha la sua storia e i suoi tempi, ma è importante che non si verifichino perdite di tempo inutili e questo deve ricadere nella responsabilità dei magistrati".
Significa sanzioni per i magistrati che si perdono in lungaggini?
"Sì. Mi faccia dire questo: se la velocità con cui si concludono i processi penali e civili non è considerata parametro rilevante in sede di valutazione della professionalità di un magistrato, la tempestività di definizione non sarà mai percepita da ogni singolo magistrato come un valore e se non è percepita come un valore non avremo mai una giustizia efficiente e tempestiva. Responsabilizzare su questo i magistrati è tra le mie proposte di riforma, assieme a una grossa depenalizzazione e una diversa organizzazione del sistema giudiziario sia sul piano telematico sia per consentire lo snellimento dei processi".
Perché, secondo lei, una vera riforma della giustizia non è stata ancora attuata?
"Perché manca la volontà politica, perché la giustizia no è considerata una priorità e quindi non si investe nella giustizia che continua ad essere la Cenerentola della spesa pubblica. Eppure ce lo chiede adesso anche l'Europa come condizione per il Recovery Fund. La pandemia ha svelato tutte le fragilità della giustizia che ora è letteralmente in ginocchio: è il momento di intervenire con riforme e risorse finanziarie, perché una giustizia civile e penale che funziona è condizione inderogabile per accedere a fondi dell'Unione europea e perché una giustizia efficace ed efficiente è la precondizione necessaria per lo sviluppo economico del Paese. Solo dove c'è una giustizia tempestiva ed efficiente si possono attirare investimenti".
di Pietro di Muccio De Quattro
Il Dubbio, 25 giugno 2020
Il nostro Maestro, dico Indro Montanelli, soleva dire che in tempo di caccia alle streghe il galantuomo sta con la strega. Non poteva immaginare che strega sarebbe diventato pure lui. A vent'anni dalla morte, maliarde e bruttone lo hanno riesumato. Sui giornali ne impiccano il fantoccio per crimini di guerra contro l'umanità, confessati però da lui stesso come "colpa" giovanile: un matrimonio coloniale.
Il bello di questi emetici censori è che gli hanno giovato ricordandolo anziché nuocergli screditandolo. Negli anni finali, come suole chi ha combinato qualcosa nella vita, confidava ai lettori che sarebbe stato dimenticato. Invece, guarda un po', ne hanno rinverdito la memoria le Erinni dalle chiome di serpi ravvivate dai parrucchieri alla moda e qualche posseduto dal "mostro con gli occhi verdi".
Montanelli, dunque, è il miglior viatico per la nostra dichiarazione solenne, un formale affidavit, in favore del magistrato Luca Palamara, inseguito dallo "strepitus fori" come la più pericolosa strega d'Italia. Inquisito dalla procura di Perugia con l'accusa di corruzione, sospeso dalle funzioni e dallo stipendio ad opera del Consiglio superiore della magistratura, espulso dall'Associazione nazionale magistrati.
Alla pubblicazione delle sue confidenze telefoniche, confermate e circostanziate sui media, noi lo giudicammo male, alla stregua del puparo della magistratura, che, dovendo essere indipendente, non poteva appunto dipendere da uno che ne muovesse di nascosto i fili dall'alto. Ed in verità nessuno vuol negare che il tapino esagerasse con le pubbliche relazioni. Quindi, a ragion veduta, fummo severi nel biasimarlo, ma senza acrimonia.
La reazione del presidente della Repubblica, dei partiti, dell'opinione pubblica ci appare giusta e doverosa, se non sempre proprio virtuosa. I baci alla francese tra magistrati e con politici sono comuni e discreti, ma non un segreto di famiglia. Il "sistema", così l'ha chiamato, essendo tale non poteva essere costituito da Palamara stesso e pochi suoi intimi adepti.
Se era un sistema doveva per forza essere sistematico. Tutti sapevano, quelli che ne profittavano e quelli che lo tolleravano. Dopo, ignoranti ed indignati hanno individuato in Palamara l'uomo espiatorio sul quale trasferire i mali e le colpe del sistema, liberandosene. Sia come strega, sia come capro espiatorio Palamara, essendo uno, non può accollarsi tutto né può esserglielo accollato. Egli è vittima dell'estemporaneo antisistema che gli si rivolta contro.
È un perseguitato dalla "giustizia". È la strega che gl'inquisitori stanno processando essendone correi. Il "processo" a Palamara potrà servire al sistema per liberarsi di Palamara, ma non a purgarsi del suo metodo. Palamara non è un reprobo. Palamara non è un fungo velenoso spuntato tra meravigliosi porcini. Palamara "fa sistema" da vent'anni.
L'esistenza di Palamara dimostra che i suoi "giudici", togati e no, erano o indolenti o indulgenti o conniventi oppure tanto ingenui da dover essere preoccupati noi cittadini a ritrovarci con magistrati simili. Insomma noi adesso siamo con Palamara, non solo perché siamo vecchi garantisti veri oltre che veri garantisti vecchi, ma anche perché da galantuomini sappiamo riconoscere una strega. E Palamara lo è, perbacco, non solo perché le assomiglia.
di Liana Milella
La Repubblica, 25 giugno 2020
Il vecchio direttore del dipartimento penitenziario vuole tornare a fare il magistrato, ma l'ex M5S Giarrusso si oppone. In pensione il presidente della Cassazione Giovanni Mammone. Entro il 15 luglio la nomina del suo successore. Ecco chi è in corsa.
La grande attesa è per le azioni disciplinari che partiranno dalla Cassazione (che per domani ha annunciato una conferenza stampa) e per gli eventuali trasferimenti per incompatibilità ambientale che proporrà il Csm per le toghe coinvolte nelle chat di Palamara. Le vecchie nomine sono tutte sulla graticola del correntismo e di eventuali anomalie e contestazioni.
Come non bastasse, sempre al Csm, si affaccia il caso di Francesco Basentini, l'ex capo del Dap che si è dimesso il 30 aprile e ha chiesto di tornare a fare il pm. Ma poiché a Potenza, dove lavorava prima, non c'è posto, l'alternativa è Roma. Ma ecco che a sbarragli la strada arriva un esposto dell'ex M5S e senatore Mario Michele Giarrusso. Dovranno esaminarlo la prima e la terza commissione.
Antonio Mura nuovo Pg di Roma - Ma lo stesso Csm deve comunque andare avanti con le nuove nomine. La macchina cammina e non può fermarsi. Ed ecco allora, dopo la scelta a maggioranza del procuratore di Perugia Raffaele Cantone la scorsa settimana, quella all'unanimità votata oggi per il procuratore generale di Roma, una carica vacante addirittura da novembre dell'anno scorso, quando Giovanni Salvi fu nominato Pg della Cassazione.
Per Roma invece - e questa volta all'unanimità - il Csm ha scelto Antonio Mura, toga di Magistratura indipendente, con una brillante carriera alle spalle. Come ricorda l'Ansa ecco il suo curriculum: "In magistratura dal 1981, Mura è stato consigliere del Csm e dal 2014 al 2017 capo del Dipartimento per gli Affari di Giustizia in via Arenula.
Nel dicembre 2017 è stato nominato Pg di Venezia, dove si è occupato dei ricorsi contro le dichiarazioni di insolvenza delle banche venete. Arrivava dal ruolo di sostituto procuratore generale in Cassazione e sul suo tavolo sono finiti tanti importanti processi. Tra i tanti quelli sugli omicidi di Maurizio Gucci, della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin, dei giudici Ciaccio Montalto e Rosario Livatino. Un lungo elenco che vede anche i giudizi sulla morte del piccolo Samuele Lorenzi a Cogne e sul crack Parmalat e il processo all'ex capo del Sisde Bruno Contrada".
Cassazione, in pensione il primo presidente Mammone - Per una nomina all'unanimità, ce n'è un'altra nell'immediato futuro su cui non mancherà battaglia. È quella per il primo presidente della Cassazione, poiché sempre oggi ha annunciato il suo prossimo saluto l'attuale presidente Giovanni Mammone, un magistrato da sempre di Magistratura indipendente. "Ho cercato di fare il mio lavoro con serietà - ha detto Mammone davanti al plenum. Ho sempre lavorato con serietà e impegno, ho cercato di essere autonomo e indipendente, di fare la vita del buon magistrato senza alti e senza bassi: penso che debba essere questa la misura su cui ogni magistrato si deve modulare".
Lo hanno salutato il vicepresidente del Csm David Ermini e il Pg della Cassazione Giovanni Salvi. Il primo dicendogli grazie "per le cose che mi ha insegnato, per il lavoro fatto insieme anche in momenti non facili: i suoi consigli non mi sono mai mancati e sono sempre stati consigli molto saggi e molto utili". Mentre Salvi ha ricordato come Mammone "abbia saputo fronteggiare l'emergenza Covid in Cassazione con grande fermezza e prontezza, con provvedimenti non facili adottati all'esito del dialogo e del confronto".
La lotta per la successione alla Suprema Corte - Ma è proprio sulla Cassazione che si giocherà la grande partita dell'estate a palazzo dei Marescialli. Ma ecco a seguire la corsa per chi prenderà il posto di Mammone che va definitivamente in pensione il 17 luglio. Per quella data il Csm dovrà aver votato il nuovo presidente perché la Suprema corte non può mai restare acefala. E qui la battaglia è tutta ancora da giocare, tra molti candidati, tra cui ci sono anche tre donne, Roberta Vivaldi e Camilla Di Iasi, già oggi presidenti di sezione della Suprema corte, e poi Margherita Cassano, presidente della Corte di appello di Firenze, ex del Csm per Magistratura indipendente.
Ma le tre giudici dovranno vedersela con un agguerrito pool di colleghi, tutti già presidenti di sezione a piazza Cavour. La "bella" potrebbe essere giocata tra Pietro Curzio e Guido Raimondi che dalla sua vanta la presidenza delle Corte dei diritti umani di Strasburgo. Ma daranno filo da torcere Giovanni Diotallevi, Angelo Spirito, Francesco Tirelli, Bruno Paolo Antoni, Francesco Antonio Genovese. Gli stessi candidati sonno già stati ascoltati come candidati al posto di presidente aggiunto lasciato da Domenico Carcano. All'elenco di toghe che corrono anche per il vertice (tranne Roberta Vivaldi) va aggiunto il nome di Giacomo Fumu, che però potrebbe garantire solo un anno di copertura prima della pensione.
di Antonio Averaimo
Avvenire, 25 giugno 2020
Quando un detenuto evase dal carcere di Poggioreale, don Franco Esposito, cappellano del penitenziario più sovraffollato d'Italia divenuto simbolo di tutti i mali del sistema carcerario nazionale, usò parole provocatorie, che tornano in mente oggi rispetto ai fatti che nei giorni scorsi hanno scosso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, in Campania.
Prima c'è stata la clamorosa protesta degli agenti della Polizia penitenziaria, poi la rivolta dei detenuti di un padiglione. Disordini che sono seguiti a quelli che hanno coinvolto il penitenziario casertano a marzo, agli esordi dell'emergenza Covid-19, e la relativa inchiesta della Procura su presunti maltrattamenti sui carcerati ad opera delle guardie.
"Non c'è da stupirsi delle rivolte dei mesi scorsi e di quella avvenuta recentemente nel carcere di Santa Maria - afferma il sacerdote, che è anche direttore del Centro di pastorale carceraria dell'arcidiocesi di Napoli. Nelle condizioni in cui versano, non si può immaginare che le carceri italiane abbiano un percorso sereno. A pagarne le conseguenze sono sia gli agenti di Polizia penitenziaria che i detenuti. Entrambe le categorie sono infatti vittime di un sistema che è in profonda crisi. Si pensi che, oltre ai tradizionali problemi del sovraffollamento e delle condizioni igieniche, da anni a Santa Maria vi è periodicamente quello della mancanza di acqua, tanto per rendere l'idea di quale sia la situazione...".
Secondo il cappellano, la scelta di sospendere le attività e i colloqui durante l'emergenza sanitaria ha fatto sì che gli eventi precipitassero, dando luogo alle tensioni che hanno attraversato negli ultimi mesi gli istituti di pena italiani.
"Nei mesi della pandemia i detenuti sono stati chiusi in cella, e sono venute a mancare anche le normali libertà loro concesse. Questo ha esacerbato gli animi, in un ambiente già normalmente teso come è quello dei penitenziari italiani. Gli atti di violenza non possono trovare alcuna giustificazione, ma deve essere chiaro che sono il frutto di un sistema che non funziona. Non sono sereni gli stessi agenti della polizia penitenziaria, che già svolgono un lavoro "disumano", come è quello di tenere carcerate le persone".
La soluzione andava cercata altrove, secondo don Franco. "Bisogna uscire dall'idea che il carcere sia la soluzione a tutto. Per esempio, avremmo potuto mandare a casa i detenuti che devono scontare ancora pochi anni, esclusi i boss mafiosi, alleggerendo la situazione. Sia chiaro che queste persone non sarebbero tornate libere, ma avrebbero scontato la pena diversamente".
Nel ragionamento del cappellano, il ricorso ai domiciliari e alle misure alternative al carcere non è solo una misura temporanea anti-Covid-19, ma la soluzione ai problemi strutturali del sistema carcerario italiano.
"La nostra Costituzione non parla di carcere, bensì di pena. Il carcere non è la soluzione, è il problema. Se 1'80 per cento dei detenuti torna a delinquere, vuol dire che il carcere ha fallito. Bisogna invece puntare sulle pene alternative, al termine delle quali la recidiva scende in maniera vertiginosa (intorno al 10 per cento), lasciando la detenzione solo per i boss mafiosi più pericolosi e altri criminali". Ma, per fare ciò, "bisogna uscire da un equivoco che dura da decenni, a cui l'opinione pubblica è stata abituata dai politici: la carcerazione come garanzia di ordine pubblico".
Il Gazzettino, 25 giugno 2020
I penalisti replicano all'Anm: "Il processo da remoto viola tutti i diritti". Si fa sempre più aspro lo scontro tra avvocatura e magistratura sulla situazione di crisi degli uffici giudiziari, aggravata dall'emergenza coronavirus e dalla forte riduzione dell'attività per le misure anti-contagio. Ad aprire la polemica sono stati i penalisti padovani, lamentando che la paralisi prosegue, anche ora che i processi dovrebbero riprendere, per colpa di continui rinvii delle udienze.
La sezione veneta dell'Associazione nazionale magistrati ha replicato fornendo i dati delle molte sentenze emesse nei mesi scorsi (prova che l'attività non si è mai fermata) e lamentando che gran parte dei rinvii è chiesta dagli avvocati che non prestano il consenso "alla celebrazione dei processi in presenza e anche in modalità da remoto", nonostante i protocolli siglati.
"Nessun processo è stato rinviato per colpa degli avvocati", sbotta Simone Zancani, vicepresidente della Camera penale veneziana, che ieri diramato una nota molto dura, nella quale si ricorda come le indagini di Perugia abbiano svelato il modo in cui l'Anm gestisce il sistema giudiziario "in modo autoreferenziale e pervasivo, per poi "attribuire ad altri le responsabilità" delle disfunzioni.
Quanto al rifiuto degli avvocati di aderire alla proposta di celebrare da remoto tutti i processi, i penalisti rivendicano di aver difeso il processo penale "da una deriva pericolosissima", impedendo che il giudizio penale "si tramutasse in un videogame" e difendendo "un diritto fondamentale (...) ci saremmo aspettati che la magistratura fosse al nostro fianco".
Il presidente di Anm Veneto, Vincenzo Sgubbi è sorpreso per l'attacco: "Ci eravamo limitati ad osservare che parte dei rinvii sarebbero stati evitabili se, nelle udienze che lo consentivano senza sacrificare diritti fondamentali, vi fosse stato il consenso alla celebrazione da remoto. Per esempio nei casi in cui i difensori nemmeno compaiono, lasciandosi sostituire da un collega di passaggio. La risposta della Camera penale conferma il dato e difende quella (rispettabilissima) opzione di netta chiusura".
A Venezia il protocollo abbozzato per cercare di definire le regole del processo da remoto durante il lockdown si limitava alle convalide di arresto e alle direttissime con detenuti: aveva l'adesione di avvocati e magistrati ma fu la Procura ad opporsi all'ipotesi che oltre al detenuto (che per decreto governativo deve comparire in videoconferenza dal carcere) anche avvocati e magistrati potessero non presentarsi fisicamente in udienza.
Il Centro, 25 giugno 2020
Detenuti in quarantena Covid a Vasto: monta la protesta degli agenti della Polizia penitenziaria della Casa lavoro di Torre Sinello. I sindacati Sappe, Uil, Cnpp, Osapp e Cgil tornano a chiedere al provveditore regionale, al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e alle segreterie sindacali, la convocazione urgente di un summit. In caso contrario dallo stato di agitazione passeranno a proteste più clamorose.
"Alcune informazioni", spiegano in una nota i sindacati, "parlano dell'assegnazione a Vasto di una cinquantina di detenuti. Si tratta di persone arrestate in tutto l'Abruzzo che devono osservare un periodo di quarantena per il contenimento del Covid-19. La decisione trova tutte le organizzazioni sindacali contrarie. Il personale è in stato di agitazione. La protesta si traduce nell'astensione della fruizione della mensa di servizio, fino a quando non verranno adottati provvedimenti per tutelare gli operatori che già soffrono per la cronica carenza di personale".
Di recente si sono stati anche trasferimenti e chi è andato via non è stato sostituito. Un altro problema è l'accompagnamento dei detenuti in tribunale. L'organico del nucleo traduzioni è composto da 6 unità, un numero assolutamente esiguo.
"La Casa lavoro", ricordano i sindacati, "è deputata ad ospitare internati e non detenuti. Le ultime decisioni prese sono incompatibili con il decreto del capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria che sconsiglia la promiscuità fra i due tipi di ospiti dell'istituto. L'arrivo a Vasto di altri 50 detenuti modifica l'organizzazione del lavoro. È assolutamente necessario un confronto". Le sigle sindacali della polizia penitenziaria non escludono iniziative più eclatanti qualora le loro richieste venissero ignorate.
di Marco Galvani
Il Giorno, 25 giugno 2020
Niente aria condizionata, il sistema a riciclo è vietato dalle norme anti Covid. Nemmeno un lavandino e nel blocco carraio si toccano punte di 50 gradi. Chiusi in una guardiola blindata per sei ore di fila. Senza aria condizionata, senza ventilatore, senza neanche un lavandino dove potersi almeno rinfrescare la faccia. E senza nemmeno poter tenere aperta la porta per far correre l'aria. Perché quella guardiola è il varco di accesso al carcere di Monza.
Quello che tecnicamente viene chiamato blocco carraio. È da lì che si deve passare prima di poter oltrepassare il cancello, a piedi o in auto. Il "filtro" che controlla chiunque ha necessità di accedere all'istituto di via Sanquirico. Agenti, avvocati, magistrati, educatori, volontari, fornitori, ma anche i parenti dei detenuti in occasione dei colloqui. In quella scatola di cemento armato, spessi vetri antiproiettile e porte blindate, lavorano gli agenti di guardia all'ingresso.
Turni che vanno dalle 6 alle 8 ore. Ma se fino all'estate scorsa di problemi non ce ne sono stati, adesso con le disposizioni introdotte dall'emergenza coronavirus, "lì dentro è diventato un inferno", denuncia Domenico Benemia della Uil penitenziari. "In base a quanto previsto, l'aria condizionata è possibile utilizzarla solo se non utilizza un sistema a ricircolo - spiega il sindacalista -. L'impianto dell'istituto, invece, ha proprio quel tipo di funzionamento e quindi non è possibile accenderlo. E per lo stesso motivo, il contenimento del virus, in quella stanza non è possibile accendere un ventilatore perché potrebbe spargere nell'aria il Covid".
Una situazione che ormai sta diventando "insostenibile". Le temperature che si raggiungono dentro al blocco carraio in questi ultimi giorni sono "insopportabili". "Il sole è a picco e i raggi che passano attraverso i vetri blindati sembra che creino ancora più caldo - lamenta Benemia. Lì dentro tocchi anche i 50 gradi quando fuori il termometro oscilla tra i 35 e i 40 gradi. È diventato un forno e non essendoci il bagno, i colleghi non hanno nemmeno la possibilità di rinfrescarsi al lavandino".
Condizione simile nella zona dei colloqui, dove i detenuti incontrano avvocati, magistrati e familiari: "Anche qui il sistema di condizionamento è a ricircolo e quindi non si può usare". Certo, "la direzione si è attivata per cercare di risolvere il problema - riconosce il sindacalista - si stanno facendo dei preventivi per adeguare l'impianto di raffrescamento, tuttavia non possiamo nascondere che siamo in pesante ritardo. I tempi per scegliere il preventivo più conveniente, avviare e completare i lavori non saranno brevi.
Eppure quando si è trattato di intervenire per andare incontro alle necessità dei detenuti è stato tutto semplice e veloce, i servizi per garantire (e potenziare) i colloqui con i familiari attraverso tablet e telefonini sono stati attivati immediatamente. Ora che abbiamo bisogno noi agenti è tutto più complicato".
romasette.it, 25 giugno 2020
Al via gli eventi "Tutto fumo e niente arresto", il 3 e 17 luglio, per riprendere a settembre. Tra enogastronomia, solidarietà e buone pratiche. Enogastronomia, solidarietà e buone pratiche: sono gli ingredienti di "Tutto fumo e niente arresto", l'iniziativa organizzata da Isola Solidale e Semi di libertà, che prende il via il 3 luglio alle 18 nella sede dell'Isola Solidale, in via Ardeatina 930. L'obiettivo della prima serata: raccogliere fondi a favore del progetto "Uniti per l'Amazzonia" e delle altre iniziative delle due associazioni che organizzano il progetto, sostenuto anche da Centro agroalimentare di Roma (Car), dall'associazione Toghe e Teglie, da Economia Carceraria e dall'associazione O.R.T.O del Carcere di Viterbo.
La serata prenderà il via con una sfida in cucina tra magistrati e avvocati, sotto la supervisione dello chef stellato Gaetano Costa. Due le squadre in gioco: la prima, "Toghe&Teglie", è formata da un gruppo di avvocati amanti della buona cucina e della solidarietà o, come amano definirsi, "chef prestati all'avvocatura: la seconda è composta invece da una selezione di magistrati altrettanto appassionati. Il tutto "condito" dalla musica dal vivo del gruppo Jazz BenAres Trio.
A condurre la serata sarà Marco Di Buono. A giudicare i piatti preparati dalle due squadre in gara invece sarà "in primo grado" il pubblico ed "in appello" i detenuti ospiti dell'Isola Solidale, una struttura che ospita e offre un domicilio a persone in esecuzione penale esterna o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari ed in stato di difficoltà economica. A "presiedere" la giuria dei detenuti, lo storico della cucina e giudice della trasmissione Rai "La prova del cuoco" Carlo Spallino Centoze.
Il secondo appuntamento, il 17 luglio, vedrà invece la brigata dell'Isola Solidale sfidare quella della Casa di Leda. La squadra "residente" dell'Isola affronterà quindi quella composta dalle ospiti della Casa di Leda, una struttura protetta che accoglie donne detenute con i propri figli piccoli. Anche qui il giudizio "di primo grado" sarà affidato al pubblico ma "l'appello" spetterà a una giuria di chef e personaggi famosi. I vincitori della serata del 3 luglio e quelli del 17 luglio si sfideranno in finale il prossimo 18 settembre 2020.
"Sarà un venerdì al "fresco" - assicura il presidente dell'Isola Solidale Alessandro Pinna -, negli splendidi giardini dell'Isola Solidale con aperitivo dalle 18.30, l'esposizione e vendita di prodotti dell'economia carceraria e la possibilità di visitare il nuovo laboratorio "A Piede Libero".
Il culmine della serata - prosegue - sarà alle 20.30, con la cena / contest culinario, una sfida epocale tra avvocati e magistrati davanti ai fornelli che vedrà come giudici gli stessi detenuti, con il cibo ad invertire i ruoli". Per partecipare è necessario prenotarsi - "i posti sono limitati", riferisce Pinna -, usando WhatsApp, al numero 320.3340039, oppure via mail a
Il Messaggero, 25 giugno 2020
A Velletri i detenuti diventano vignaioli. Il "Rosso di Lazzaria", è un vino rosso prodotto con le uve della grande tenuta agricola con vigna che si trova all'interno della struttura penitenziaria e infatti prende il nome dalla zona dove si trova la Casa Circondariale. Il vino è stato presentato nella cantina interna al carcere alla presenza del vescovo di Velletri, monsignor Vincenzo Apicella, del vice garante dei detenuti Sandro Compagnoni, dell'enologo che ha curato la produzione Sergio De Angelis e di numerosi altri ospiti ed esperti del settore.
"È stata una battaglia vinta, ha detto la direttrice del penitenziario Donata Iannantuono, abbiamo rimesso in piedi la cantina, impegnato l'agronomo della struttura Marco De Biase, alcuni agenti di polizia penitenziaria e diversi detenuti che si sono offerti volontari. Alla fine è venuto fuori un prodotto eccellente, che va ad aggiungersi al pane di Lariano, prodotto nella Casa Circondariale di Rebibbia, con cui abbiamo stretto un'ottima collaborazione nel produrre i prodotti tipici locali, come anche l'olio d'oliva, che viene sempre prodotto qui da noi grazie ai nostri uliveti e alla collaborazione dei detenuti".
di Maria Cristina Frosali
lapoliticadelpopolo.it, 25 giugno 2020
Giovedì 2 luglio scopriremo chi sarà il vincitore del premio letterario più prestigioso e ambito d'Italia: il Premio Strega. Nella sestina finalista, subito dopo "Colibrì" di Sandro Veronesi e a pari merito con "La misura del tempo" di Carofiglio, si trova il romanzo di Valeria Parrella: "Almarina". "Almarina" è la storia di un amore che nasce libero in uno spazio ostile, quello del carcere minorile di Nisida.
È qui, in questa isola dove il mare si vede solo attraverso le sbarre, che Elisabetta Maiorano insegna matematica ad un gruppo di detenuti; ed è qui che un legame profondo e delicato la lega ad una sua giovane studentessa: Almarina.
Valeria Parrella racchiude in poco più di cento pagine la storia di un amore rivoluzionario che sprigiona dall'incontro di due sguardi, di due anime sole che, insieme, decidono di salvarsi. Pagina dopo pagina, prende vita una di quelle storie che si può sperare di vivere solo se - come fa Elisabetta - si trova il coraggio di uscire dal sentiero battuto della vita, dai rigidi schemi dell'esistenza che vogliono convincerci che esista realmente un confine tra il bene e il male, tra una vita giusta e una sbagliata.
Quando invece è proprio nelle sfumature, negli angoli bui dell'esistenza che si nasconde l'occasione che ti salva la vita. Perché ciò che è giusto lo decidiamo noi e "tutto ciò che scegliamo si rivelerà sbagliato se saremo tristi, e giusto se saremo felici".
Almarina è la storia di un incontro che rende straordinaria un'esistenza ordinaria. È la storia di un ponte, di una mano tesa tra il dentro e il fuori, tra Nisida e il mare che la circonda. Che poi, il mare siamo noi, e il destino di quei ragazzi - ma anche di tutta l'umanità detenuta - dipende proprio dalla nostra volontà di tendere la mano.










