di Sergio Segio
fuoriluogo.it, 26 giugno 2020
L'Appello del Comitato per la verità e la giustizia sui 13 detenuti deceduti dopo la rivolta di Modena. Un triste precedente risale al 1989. Un incendio alla Vallette di Torino provocò la morte di 9 detenute e due vigilatrici. In carcere si muore: constatazione di per sé ovvia, che diventa però inquietante se si comparano percentuali e frequenze rispetto alla popolazione generale e laddove si riscontrino casi di morti evitabili che non lo sono state a causa della struttura penitenziaria o di sue specifiche carenze e disfunzioni.
In base al meritevole e storico lavoro di raccolta dei dati svolto da "Ristretti orizzonti" nell'ultimo ventennio, dal 2000 a oggi (al 14 maggio 2020), i decessi in prigione risultano 3087, di cui 1125 per suicidio. Quest'ultimo, in Italia, è la prima causa di morte nelle celle, con un caso ogni 924 detenuti (che sale addirittura a uno su 283 tra i reclusi in 41bis), a fronte di uno ogni 20.000 nella popolazione generale.
Cifre che ci introducono a una considerazione forse meno scontata: ovvero, che di carcere si può morire ed effettivamente si muore. Una verità sottaciuta, ma da sempre nota a chi conosce davvero le patrie galere. Neppure questi, però, avrebbero potuto immaginare che l'anno in corso avrebbe portato - oltre a rivedere dopo quasi mezzo secolo i detenuti salire sui tetti per protesta - un tragico record, con 13 reclusi morti nel giro di poche ore.
Non si era mai visto, neppure nella storica Pasqua Rossa del 21 aprile 1946 raccontata dallo scrittore Alberto Bevilacqua, allorché, in "una delle rivolte più imponenti del sistema carcerario mondiale" capeggiata da Ezio Barbieri, un rapinatore milanese capo della "banda della Aprilia nera", "un eroe maledetto capace di amicizie e di amori intensi", nella Milano dell'immediato dopoguerra migliaia di reclusi in armi insorsero in quel di San Vittore. Furono costretti ad arrendersi, solo dopo quattro giorni, a colpi di mitragliatrice e addirittura di cannone, come mostrano le impressionanti immagini dell'epoca. Eppure, il bilancio fu di tre detenuti e un agente morti, oltre a numerosi feriti. Del solo poliziotto, a differenza dei reclusi, non da oggi considerati anonime e irrilevanti scorie sociali, è rimasto tramandato il nome: Salvatore Rap.
Quello odierno è un drammatico primato, insuperato neppure dalla famosa rivolta nel carcere di Alessandria del 10 maggio 1974, repressa sanguinosamente dai carabinieri; vi morirono due detenuti, due agenti di custodia, il medico del carcere, un'assistente sociale e un insegnante.
L'unico precedente che si avvicini in termini di numeri e di gravità è l'incendio accidentale della sezione femminile del torinese carcere delle Vallette, che il 3 giugno 1989 portò alla morte di nove recluse e di due vigilatrici. Episodio presto dimenticato, nonostante la sua gravità e malgrado l'attivismo di alcune ex detenute politiche che si erano salvate dal rogo e dell'Associazione 3 giugno, allora costituita, che realizzò un dossier per ricordare le morti e per denunciare le disfunzioni e negligenze alla base della strage. Ancora nel 2019, con l'Associazione Sapere Plurale, hanno promosso e realizzato a Torino lo spettacolo Lascia la porta aperta per conservarne la memoria; invece già dolosamente inficiata, laddove nel Museo del carcere de Le Nuove di Torino si ricordano come vittime solo le vigilatrici. Le detenute, semplicemente, sono state espunte dalla narrazione della vicenda.
Non a caso, dunque, la vicenda torinese è richiamata dai promotori di un appello a costituire un Comitato per la verità e la giustizia sui 13 detenuti deceduti l'8 e 9 marzo 2020. Una nuova e ancor più ampia strage, sulla quale immediatamente si è cercato di fare calare una pesante cappa di silenzio, complice l'emergenza da coronavirus. Le misure disposte dalle autorità penitenziarie per contrastare il contagio attraverso la sospensione dei colloqui, unite alla paura generalizzata e ai timori dovuti alla scarsa informazione fornita ai reclusi, avevano determinato le proteste in decine di istituti, in alcuni casi degenerate in vere e proprie rivolte e in un caso, a Foggia, in una fuga di massa. Quella stessa emergenza ha più facilmente consentito a media e autorità una subitanea rimozione dell'accaduto e al ministro competente un'imbarazzante reticenza.
Come abbiamo già visto, del resto, nelle carceri da tempo divenute discarica sociale, deposito di vite a perdere, la morte non fa notizia e non lascia eco, come non l'aveva lasciata la loro vita. Scorre subito via, come schiuma nella risacca. Altro che carceri popolate da boss, come vorrebbe la cronaca bugiarda o approssimata dei media e l'indecente incitazione dei maggiori commentatori a rimettere prontamente in galera chi fosse stato scarcerato nei giorni della pandemia, anche se anziano, malato e a rischio, revocando le decisioni dei giudici, la cui autonomia e le cui prerogative, in questo caso, sono state stracciate senza remora e contra legem.
Su "Giustizia News on line", il quotidiano del Ministero della Giustizia, al tragico evento dei 13 morti, nonostante sia di inedita gravità nella storia dei penitenziari italiani, vengono dedicate poche righe in due articoletti.
Nel primo, dal titolo Carceri: rientrate quasi tutte le proteste. Nono morto a Modena, datato 10 marzo, si dà atto, con una manifesta contraddizione, che "si sono conclusi quasi ovunque" i disordini "iniziati o ancora in atto" e che vi è stato un "Nono decesso a Modena: si tratta di un detenuto tunisino di 41 anni; anche nel suo caso si sospetta che la morte possa essere stata provocata dall'assunzione sconsiderata di farmaci presi durante il saccheggio dell'infermeria" (le sottolineature sono nostre). A poche ore dai tragici avvenimenti e in assenza di esami autoptici, dunque, sulle cause di morte vi sono sospetti che vengono subito diffusi alla stampa.
Sull'argomento, nella stessa data, vi è un'altra news: Carceri: detenuti ancora in protesta. Presi 50 degli evasi da Foggia. Vi si afferma che "a Modena è deceduto un altro detenuto, presumibilmente - come gli altri tre - a seguito di overdose da farmaci: ricoverato in gravi condizioni, è l'ottavo decesso dalla rivolta di domenica scorsa. Nell'istituto i disordini si sono conclusi e si stanno trasferendo gli ultimi detenuti".
Dalla comunicazione istituzionale, insomma, non è dato di capire se i disordini siano o no conclusi e neppure ancora quante siano le vittime. Quel che è certo, si fa per dire, è che presumibilmente siano rimaste uccise da overdose di farmaci. Il cronista del ministero, sia pure a livello di ipotesi, anticipa così quanto affermerà in una nota il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio solo quattro giorni dopo. La dichiarazione diffusa sollecitamente dalla procura, tuttavia, deve precisare che "l'esito definitivo degli accertamenti sarà disponibile nelle prossime settimane". Cautela non rilevata dai media, che titolano sul fatto che sarebbe stata confermata come causa di morte l'overdose di farmaci. I giornalisti più prudenti, di nuovo con qualche incoerenza espositiva, informano che "si sono concluse le autopsie sui detenuti deceduti durante i disordini: i primi esiti escludono una morte violenta e sembrano confermare l'ipotesi di overdose di farmaci" (di nuovo le sottolineature sono nostre).
In sostanza, dopo alcuni giorni e nonostante i primi esami, siamo ancora al livello delle presunzioni, pur se ora dotate di ufficialità. Inutile - o forse no - rilevare che nelle successive settimane dell'esito definitivo degli accertamenti autoptici sulla stampa non si troverà traccia.
Del resto, il riserbo o l'indifferenza delle autorità è tale che a lungo non saranno neppure resi pubblici i nomi dei deceduti. E forse sarebbero rimasti anonimi a tutt'oggi, senza il decisivo intervento della stampa locale e di quella nazionale. Laddove singoli giornalisti hanno meritoriamente supplito ai silenzi e inadempienze delle autorità politiche e penitenziarie, così come alla distrazione e reticenza di gran parte dei loro colleghi.
I detenuti di Modena deceduti sono stati nove: cinque la domenica 8 marzo, altri quattro il giorno successivo, dopo o durante il trasferimento in nuovi penitenziari. Ulteriori tre sono morti a Rieti e uno a Bologna (pur se, inizialmente, qualcuno erroneamente ne conterà due).
Tre nomi erano stati ricostruiti nell'immediatezza dalla stampa locale, ma l'elenco completo arriverà solo grazie a Luigi Ferrarella, cronista di giudiziaria del "Corriere della Sera", che riuscirà finalmente a pubblicarlo il 18 marzo: "Un nome, ce l'avevano pure loro. E anche una storia". Due soli gli italiani, il 35enne Marco Boattini, morto a Rieti e il 40enne Salvatore Cuono Piscitelli, deceduto ad Ascoli dopo il trasferimento da Modena. Gli altri erano stranieri, alcuni in attesa di giudizio, spesso per piccoli reati, talvolta connessi alle droghe. Diversi tunisini: Slim Agrebi, 40 anni; Lofti Ben Masmia anche lui quarantenne; Hafedh Chouchane, 36 anni; Ali Bakili, 52 anni; Haitem Kedri, 29 anni, Ghazi Hadidi, 36 anni. Dal Marocco venivano Erial Ahmadi, 37 anni, e Abdellah Rouan di 34. Infine, Ante Culic, 41 anni, croato, Carlo Samir Perez Alvarez dell'Ecuador e Artur Iuzu, 31 anni, moldavo; avrebbe avuto il processo il giorno successivo la morte.
Altri dettagli sulle 13 vittime arriveranno dalla giornalista Lorenza Pleuteri, con un articolo pubblicato il 2 aprile, che si è presa la briga di cercare e sentire volontari, operatori, magistrati, avvocati e di rintracciare famigliari. Di fare, insomma, il suo mestiere, a differenza di tanti altri colleghi.
Tutto ciò "nel totale silenzio del Ministero di Grazia e Giustizia e delle autorità", come scriverà a fine marzo la testata locale, "La Gazzetta di Modena", che ricorderà come dei 13 morti non sia mai stata data la lista e neppure una spiegazione né dal ministro Alfonso Bonafede né dal Dipartimento dell'Autorità Penitenziaria.
Il ministro, in verità, aveva preso parola tempestivamente, con una informativa al Parlamento datata 11 marzo. Peccato che, con la stessa, non avesse chiarito alcunché. Né, appunto, fornendo i nomi e la posizione delle vittime; né, ancor meno, particolari sulla vicenda e sulle cause della strage. Vittime cui, in tutta la lunga relazione, il Guardasigilli dedica un unico passaggio. Dopo aver ricostruito nel dettaglio e stigmatizzato i disordini, "fuori dalla legalità e addirittura nella violenza non si può parlare di protesta; si deve parlare semplicemente di atti criminali", espresso la propria solidarietà agli "oltre 40 feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l'augurio di pronta guarigione", vi è un solo, lapidario, inciso al bilancio "purtroppo di 12 morti tra i detenuti, per cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini".
Nessun particolare, nessuna specificazione, nessun chiarimento su chi e quanti siano gli abusatori di farmaci e quanti e quali gli altri, sui primi riscontri, sugli accertamenti in corso e quelli da fare. Nessuna informazione, in quella sede o altrove, è stata data sulle visite mediche che obbligatoriamente dovrebbero essere effettuate sui detenuti tradotti. Nessuno, in ogni caso, ha contestato al ministro, sui media o in parlamento, quel che ha giustamente rimarcato in un comunicato la Camera Penale di Modena: "risulta difficile comprendere come molti di loro siano deceduti nel corso della traduzione o presso l'istituto di destinazione". Vi sono dunque chiarimenti che doverosamente il ministro avrebbe dovuto dare - e che altrettanto doverosamente chi ne ha titolo avrebbe dovuto richiedere - anche riguardo le morti che effettivamente rientrino in quella sfuggente e ambigua definizione: "per lo più". Degli altri, dei "per lo meno", a tutt'oggi, non si hanno notizie.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 giugno 2020
Approvazione definitiva alla Camera del Decreto Giustizia. Droni per la sicurezza del carcere e conferma dei decreti "antiscarcerazione" che però ora saranno al vaglio della Corte costituzionale. Alcune misure urgenti previste dal decreto-legge, o introdotte nel corso dell'esame parlamentare, riguardano gli istituti penitenziari, il trattamento dei detenuti e la disciplina che consente, in situazioni particolari, l'uscita di reclusi dal carcere.
di Nicola Campagnani*
Il Dubbio, 26 giugno 2020
Intervista a Gherardo Colombo: "Secondo me per mettere una persona in prigione devi aver provato cosa è la prigione. Ma dovresti averla provata per davvero, non averla vista da turista, da operatore che arriva, interroga e se ne va".
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 giugno 2020
Giovanni Salvi chiede al Csm il giudizio disciplinare per Palamara e altri nove magistrati. Il Procuratore della Cassazione: "Rischiano di essere radiati, toccato il punto di non ritorno". Ancora al vaglio le nuove chat. Il momento. Si deve considerare il momento. L'espulsione di Luca Palamara, appena deliberata dall'Anm tra non poche contestazioni della difesa. L'ipotesi di avviare una procedura amministrativa nella prima commissione del Csm, che valuti eventuali incompatibilità ambientali per i magistrati coinvolti nel caso Procure. La sanzione impropria di una riforma hard.
Che tuttora oscilla fra l'arma letale (per le correnti) del sorteggio e le troppe timidezze sul rigore nelle valutazioni di professionalità. C'era il serio rischio della giustizia sommaria, anzi confusa, nella cosiddetta Palamaropoli (copyright dell'insopportabile Vittorio Sgarbi).
Di fronte a un simile rischio, il Pg della Cassazione Giovanni Salvi, titolare dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati italiani, convoca una eccezionale, perché insolita, conferenza stampa. Si limita a poche parole, pesantissime: chiusa la prima parte dell'istruttoria relativa agli atti dell'indagine penale di Perugia, la Procura generale, spiega, "ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm il giudizio per dieci magistrati". Sono Luca Palamara, il deputato di Italia viva (magistrato in aspettativa) Cosimo Ferri, i cinque ex togati del Csm - Antonio Lepre, Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli - che si erano dimessi l'anno scorso dopo l'avvio dell'inchiesta, l'ex pm della Dna Cesare Sirignano, l'ex pm di Roma Stefano Rocco Fava e due magistrati segretari del Consiglio superiore (per uno dei quali la richiesta di giudizio disciplinare è già stata avanzata in precedenza).
"Rischiano anche le sanzioni più gravi", ossia la radiazione dall'ordine giudiziario, ricorda Salvi. Non solo. La Procura generale della Cassazione, chiarisce ancora il magistrato che ne è a capo, continua a condurre un lavoro incentrato sulla "assoluta correttezza e trasparenza" anche sulle nuove chat contenute negli atti di recente depositati dagli inquirenti umbri. Se sui primi 10 nomi l'istruttoria è chiusa, ci sono diverse altre posizioni al vaglio della Suprema corte. "Alcune conversazioni riguardano anche consiglieri", cioè togati tuttora in carica, ma, avverte ancora il pg di Cassazione, "dobbiamo fare un lavoro completo, valutare le diverse condotte".
Non si trascurerà alcun dettaglio e anche i comportamenti meno immediatamente associabili a chiari illeciti disciplinari saranno trattati "con serietà", senza "nessun coperchio sopra", con "criteri chiari e trasparenti, che saranno resi pubblici assieme alla conclusione dell'istruttoria". Alcuni dei magistrati finiti nell'ultima ondata del gossip mediatico- giudiziario non sono consiglieri superiori ma hanno rivestito funzioni di enorme rilievo, anche ai vertici dei ministeri. "Ciò che è successo è irreversibile, ha segnato un punto di non ritorno", osserva Salvi nell'incontro con la stampa, "l'impatto di queste vicende è pessimo ma ora si stanno facendo passi avanti importanti al Csm. All'opinione pubblica", è il messaggio del pg, "direi di guardare con fiducia: c'è stato un grave colpo alla credibilità, e abbiamo tutti desiderio di dimostrare che vogliamo cambiare pagina".
Si dirà: ecco il terribile inquisitore. Il magistrato pronto a stritolare i colleghi troppo indaffarati a trattar nomine. Certo, il capo d'incolpazione è pesantissimo, nel caso dei 10 per i quali l'istruttoria è chiusa: parlare di "interferenza nell'esercizio dell'attività del Consiglio", riferita ai contatti impropri, esterni al fisiologico confronto con la componente laica del Csm, è una contestazione disciplinare molto specifica e ben definita. Certo più di quanto potrebbe essere l'assai fumoso traffico di influenze per un politico che raccomanda il dirigente di un'azienda a partecipazione pubblica.
Perché va pesato quel dettaglio rilevantissino, non casualmente richiamato dal procuratore generale: "L'elemento differenziale sta nel fatto che le scelte venivano esposte in relazione a condotte o richieste rispetto a posizioni processuali, per favorire uno o danneggiare l'altro". Quindi, il legame tra esponenti dei partiti e alcuni consiglieri superiori avrebbe intrecciato le strategie sulle nomine con indagini di competenza degli uffici a cui erano relative. Qui c'è qualcosa di diverso: non si tratterebbe di traffico d'influenze, ma del tentativo di condizionare, con l'attribuzione di incarichi direttivi, l'esito di indagini che alcune Procure, essenzialmente quella di Roma, conducevano a carico sia di magistrati sia di esponenti politici.
Si diceva dell'inquisitore. E invece Giovanni Salvi va riconosciuto come un pacificatore, in realtà. Perché rispetto alle pur pesantissime ipotesi disciplinari che intende contestare nel giudizio a Palazzo dei Marescialli, non fa altro che svolgere la propria funzione. Ora per gli incolpati "ci sarà la più ampia possibilità di difendersi", come ricorda lo stesso pg. Ma soprattutto, con la mossa appena compiuta, Salvi ha fatto ordine. Ecco perché va considerato un pacificatore.
Ha ricordato che non sarà necessario ricorrere a procedure di trasferimento per incompatibilità ambientale, o che comunque tali iniziative non dovranno essere proposte quale improprio surrogato del procedimento disciplinare. Ha ricordato pure che l'Anm ha titolo, certo, ad agire per le violazioni al codice deontologico, ma che la stessa associazione non dovrà essere tormentata dalla frenesia della giustizia domestica sommaria. E soprattutto, Salvi ha ricordato, come aveva fatto Giovanni Maria Flick qualche giorno fa attraverso un'intervista al Dubbio, che gli strumenti per sanzionare le condotte scorrette, nella magistratura, esistono. E che lì dove non si ritiene di potersi spingere sul piano penale, può arrivare il processo davanti alla sezione disciplinare del Csm. E infine, che la politica non avrà alcun bisogno di riforme punitive, né nei confronti delle correnti né del Csm. Dovranno essere "semplicemente coraggiose" (e non ipocrite, come paventato dall'Unione Camere penali), al pari delle parole pronunciate ieri da Salvi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2020
Dalle misure sul carcere alla giustizia civile e penale da remoto, dal nuovo rinvio della riforma delle intercettazioni alla disciplina della app Immuni, il decreto legge approvato ieri in via definitiva alla Camera grazie al voto di fiducia (non esattamente un buon viatico per future e più ambiziose riforme nel segno della condivisione), rappresenta un contenitore che ha incamerato una buona parte delle norme emergenziali di queste ultime settimane.
Nel dettaglio, la novità in assoluto più significativa introdotta nel passaggio di conversione è senza dubbio rappresentata dalla decisione di mettere fine, con un mese di anticipo, alla fase di amministrazione della giustizia caratterizzata da un sostanziale blocco con rinvio delle udienze e, comunque, da un accentuato utilizzo delle modalità digitali sia nel civile sia, per quanto possibile, nel penale. Da mercoledì i tribunali dovrebbero tornare alla normalità, anche se si tratta di una normalità che già scontenta gli avvocati alle prese con continui slittamenti che di fatto fanno ritenere possibile una vera ripartenza non prima dell'autunno.
Già però si profila un altro fronte, perché è intenzione del ministero della Giustizia provare a conservare sino alla fine dell'anno una parte almeno dell'esperienza di queste settimane, soprattutto sul fronte dell'amministrazione "da remoto", permettendo, per esempio, lo svolgimento dell'udienza civile che non richiede la presenza di soggetti diversi dai difensori attraverso il deposito telematico di note scritte oppure la partecipazione da remoto alle udienze civili dei difensori e delle parti su loro richiesta. Nel penale, lo svolgimento, con il consenso delle parti, delle udienze con l'uso di soli collegamenti audiovisivi. In questo senso già è stato presentato un emendamento al decreto rilancio.
Nel testo del provvedimento approvato ieri trova posto anche lo slittamento al 1° settembre dell'entrata in vigore della nuova disciplina delle intercettazioni con un più diretto controllo del pubblico ministero sulla trascrizione di contenuti irrilevanti per lo svolgimento delle indagini. Via libera anche al pacchetto di modifiche della procedura per la concessione di alcune misure alternative al carcere, prevedendo, tra l'altro, che quando è in discussione il riconoscimento di permessi premio e detenzione domiciliare a categorie di detenuti per alcune categorie di reati, soprattutto di criminalità organizzata, vengano coinvolte anche le strutture antipamfia, locali o nazionale. Collocate nel decreto anche le possibilità di revoca, da parte della magistratura di sorveglianza, già oggetto peraltro di alcune questioni di legittimità costituzionale, dell'uscita dal carcere di detenuti soprattutto per mafia, motivata da ragioni sanitarie legate all'emergenza Covid.
di Liana Milella
La Repubblica, 26 giugno 2020
Giustizia, dalla Camera stretta sulle toghe fuori ruolo. E il governo si divide di nuovo sulla prescrizione. Via libera definitivo ai decreti del Guardasigilli Bonafede sulle misure anti scarcerazioni. La giustizia riparte il 1 luglio. A settembre entra in vigore la legge sulle intercettazioni "irrilevanti".
Sì all'App immuni, alla ripartenza della giustizia dal primo luglio, ma anche ai decreti anti-scarcerazioni di Bonafede e alle intercettazioni in vigore dal primo settembre. Ma la Camera dice sì anche alla stretta sulle toghe che vanno fuori ruolo. Il governo dà il via libera all'ordine del giorno del responsabile Giustizia di Forza Italia Enrico Costa che, vista l'emergenza Covid e la giustizia a rilento, chiede di far tornare in servizio i magistrati che attualmente si trovano fuori ruolo. Parliamo di circa 200 toghe. Dopo lunghe trattative passa un testo frutto di un compromesso, sottoscritto anche dal sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi di M5S presente in aula. Che parla di "ridurre" gli incarichi per le toghe "ordinarie, amministrative, contabili e militari, nonché per avvocati e procuratori dello Stato".
Ma non basta, perché sempre Costa prosegue la sua battaglia contro la prescrizione di Bonafede (entrata in vigore il primo gennaio 2020, blocca l'orologio del processo dopo il primo grado). Un altro ordine del giorno dello stesso Costa e del forzista e avvocato barese Francesco Paolo Sisto viene sì bocciato, ma incassa i voti a favore del centrodestra e soprattutto quelli di Italia viva, che con Silvia Fregolent ribadisce la contrarietà alla norma Bonafede. Che, secondo gli autori dell'ordine del giorno, andrebbe cancellata per ripristinare la legge Orlando, con la prescrizione soltanto sospesa per 36 mesi dopo il primo grado (18 mesi) e dopo l'appello (altri 18), ma solo per chi è stato condannato. Come si ricorderà la trattativa per cambiare la legge Bonafede, su cui era stato raggiunto un accordo, si è bloccata per via del Covid e non è mai più ripresa. Ma i renziani sono sempre stati contrari alla Bonafede e in più occasioni parlamentari hanno chiesto di rinviarla per poi cambiarla nel frattempo.
Alla Camera finisce con 256 voti a favore e 159 contro (con 4 astenuti) sul decreto "misto" che raggruppa il nuovo, ma questa volta definitivo rinvio della legge sulle intercettazioni, al primo settembre. Ma anche le norme sull'App immuni. Nonché i due decreti riuniti del Guardasigilli Alfonso Bonafede contro le 220 scarcerazioni di altrettanti boss mafiosi avvenute in una quarantina di giorni tra marzo e aprile. Il primo decreto è quello che obbliga i magistrati di sorveglianza a sentire il parere delle procure antimafia e anche del procuratore nazionale antimafia. Il secondo, peraltro già impugnato davanti alla Consulta da tre uffici giudiziari, è quello che obbliga le toghe a verificare le condizioni che hanno permesso i domiciliari. Tra le norme c'è anche quella che fa ripartire la giustizia il primo luglio, lasciandosi alle spalle il lockdown dovuto al Covid.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 26 giugno 2020
Luca Palamara, nell'intervista che ha rilasciato al nostro Paolo Comi, è stato spietato nei confronti della magistratura. Io penso che ci si possa fidare di lui. La conosce bene la magistratura. L'ha frequentata in lungo e in largo, nel bene e nel male, nelle retrovie e in prima linea.
Conosce i soldati e i generali. La sua denuncia mi sembra che si concentri su un punto: lo strapotere delle Procure e dei Pm. Ci spiega bene questo strapotere, che non consiste - come in genere si dice - nei rapporti con la politica. Anche se quei rapporti spesso ci sono e sono palesi ma illeciti. Consiste nel ruolo stesso che è stato consegnato ai Pm, nel grado della loro indipendenza e delle loro competenze. L'indipendenza è considerata dai Pm semplicemente come il diritto di essere al di sopra di ogni controllo. Dominus senza condizioni.
Le competenze danno loro il potere di comandare ogni tipo di polizia, anzi di sceglierla, di decidere come e dove indirizzare le indagini, di gestire i rapporti con la stampa, e la subordinazione della stampa, e anche di esercitare una influenza fortissima sulla magistratura giudicante, che nel disegno istituzionale dovrebbe essere la controparte del Pm, ma nella realtà, salvo eccezioni, è molto spesso una parte sottomessa.
Ora la riflessione che va fatta, credo, è questa. Proviamo anche a disinteressarci del problema di come avvengono le nomine e di come il partito dei Pm domini la giustizia, la renda dipendente di sé stesso e di come condizioni con facilità la politica. Poniamoci invece questa semplicissima e drammatica domanda: il partito dei Pm è in grado di condizionare i processi e le sentenze?
Il problema veramente drammatico che abbiamo davanti è esattamente questo. Perché la risposta alla domanda che ho posto è inequivocabile: sì, i Pm sono in grado di condizionare le sentenze e lo fanno con una certa frequenza. E le sentenze, e il corso dei processi, spesso sono merce di scambio, o partita di giro nelle trattative di potere che avvengono tra le correnti, nelle correnti, e nei rapporti tra Procure e Giudici. Capite che vuol dire?
Che in Italia non esiste la giustizia. E che il destino dei cittadini che a centinaia di migliaia, o forse a milioni, incontrano la strada della magistratura, non sarà determinato dalla giustizia o dalle leggi o dal diritto, ma dai giochi di potere nella magistratura. Lo dico meglio: viviamo in una società illegale. La domanda di giustizia è del tutto inevasa. La speranza per un cittadino per bene che finisca nelle maglie della giustizia, è che il Pm abbia interesse o inclinazione a favorirlo.
Tutto questo lo abbiamo scoperto grazie al trojan? No, lo sapevamo, i giornalisti lo sapevano: però tacevano. Per convenienza, per complicità.
Si può correggere tutto questo? Sì, ma non bastano certo le riformette di Bonafede. La separazione delle carriere va realizzata immediatamente. E poi bisogna trovare il modo giusto per salvare l'indipendenza della magistratura e annullare il potere dei Ras. Probabilmente va messa in discussione l'indipendenza del Pubblico Ministero. Che, del resto, non esiste in quasi nessun paese democratico.
di Vincenzo M. Siniscalchi
Il Mattino, 26 giugno 2020
Il sobrio ed incisivo discorso del presidente Mattarella in occasione della cerimonia commemorativa di magistrati assassinati da terrorismo e mafie negli anni ottanta ha l'indiscutibile pregio della chiarezza. È un "grido di dolore" che esprime la sofferta constatazione della crisi che investe l'organo di autogoverno della magistratura con la "perdita di credibilità dell'Ordine giudiziario".
Non è più solo un problema in altri termini, di comportamenti riconducibili ad uno scadimento etico di singoli, ma quello più generale di una grave ricaduta negativa nella considerazione della società italiana a danno della autorevolezza e del prestigio della magistratura nel comune sentire della società democratica.
I rilievi del presidente della Repubblica, (che, come è noto, nel nostro sistema costituzionale del Csm è anche presidente), fanno ancora una volta risaltare in capo al presidente Mattarella la funzione di garante dei valori di autonomia e di indipendenza della magistratura, valori che appaiono clamorosamente offuscati proprio nella trattazione delle pratiche di autogoverno che il Csm svolge in forma primaria. Si addensano ombre sulle pratiche relative alle nomine di uffici direttivi nonché, nella articolazione delle Commissioni, con tutta la serie di provvedimenti autorizzativi in materia di trasferimenti e questioni rilevantissime in materia di decisioni relative ai cosiddetti "fuori ruolo".
Va detto che questi gravi problemi non si evidenziano solo per quanto emerge da inchieste giudiziarie o disciplinari, ma si chiede, ormai, di affrontare questi problemi (che trovano correttivi nei ricorsi alla giustizia amministrativa) in un tessuto più chiaro e più stringente di regole dal punto di vista etico e giuridico. In altri termini il "male assoluto" sarebbe l'aggiramento delle regole di valutazione a danno della trasparenza dei giudizi.
I giudizi valutativi, rischiano di subire le torsioni derivanti dai patti interni tra gruppi di potere per scavalcare la obiettività del giudizio sulle carriere dei magistrati. Penso che ricorrere addirittura ad una riforma costituzionale, come pur si sostiene, significherebbe solo ricorrere ad un gattopardesco mutamento genetico. Se di torsioni etiche e comportamentali si tratta ritengo l'intervento correttivo vada contenuto in una attivazione maggiore della competenza della Sezione disciplinare e della Prima commissione consiliare del Csm.
Se poi bisogna intervenire nella formazione dei poteri correntizi certamente la ipotesi bizzarra del "sorteggio" non appare consona al privilegio da accordare comunque a metodi di elezione democratica. Quella che viene definita "degenerazione correntizia" è frutto di accordi che tendono a superare anche le valutazioni che promanano dai vistosi fascicoli che consentono una onesta e trasparente scelta di voto per gli incarichi direttivi e semi-direttivi come per le designazioni alla Scuola superiore della magistratura o all'importante funzione di magistrati di collegamento dall'Estero.
Nel mortificante dibattito in corso si intravede comunque qualche segnale positivo. Ad esempio: non si può pensare che la "degenerazione" debba travolgere la funzione dell'associazionismo giudiziario. La storia delle varie componenti della Anm è la storia di un dibattito democratico che ha prodotto nel corso dei decenni rilevanti risultati culturali e sociali, ha sviluppato nei congressi delle Associazioni una moderna struttura articolata in un dibattito fatto di studio, di convegni, di proposte.
Un dibattito che, francamente, non può essere confuso con la modestia etica delle inquietanti "spartizioni" di incarichi e controlli mirati delle nomine stesse che pur sono emerse in questo periodo. Travolgere i risultati positivi di questo lavoro di studio e di esperienza con il pretesto della caccia al "correntismo deteriore" significa aprire la porta alla improvvisazione ed alla politicizzazione più confusa. Fondamentale è potenziare con normative stringenti la difesa istituzionale del Csm, a tutela piena e libera dalla autonomia ed indipendenza della magistratura. E tuttavia non può darsi all'intervento del Capo dello Stato il valore di un richiamo limitato alla crisi del Csm.
La perdita di autorevolezza e di prestigio che si segnala da più indicatori è riferibile ad una crisi che investe l'intero ordinamento giudiziario ed alla sostanziale inerzia che paralizza l'attività della giurisdizione. Chi legge le cronache delle rivolte nelle carceri, e, peggio, delle morti di detenuti, chi segue i dibattiti televisivi che accompagnano le scarcerazioni dei "boss", chi entra in una: aula giudiziaria penale ed assiste al continuo susseguirsi del rinvio dei processi a tempi lunghissimi, per fare solo qualche esempio, attribuisce la caduta della credibilità dell'Ordinamento alla crisi innegabile delle istituzioni giudiziarie della quale nessuno si occupa e sulla quale dovremo fare il punto per comprendere che non tutto è ascrivibile al "correntismo".
Piuttosto, ci troviamo di fronte ad una Giustizia che non può più dirsi amministrata "in nome del popolo italiano" se è vero che nel popolo italiano si diffonde un evidente sentimento di sfiducia sull'andamento della giustizia, una sorta di scadimento irreversibile di quello che dovrebbe essere un pilastro della democrazia repubblicana.
di Valerio Onida
Corriere della Sera, 26 giugno 2020
Si discute molto, di questi tempi, di organizzazione e di governo della giustizia e della magistratura, fra rivelazioni sulle modalità con cui il Consiglio Superiore sceglie i dirigenti degli uffici giudiziari e polemiche postume sulla scelta da parte del Ministro del Capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, a cui non è stato preposto un noto magistrato di Procura che aspirava al ruolo.
Non si pone molta attenzione, invece, ad un fatto che di per sé costituisce una singolare anomalia: nell'organigramma del dicastero guidato dal Ministro della giustizia, cui spettano, per Costituzione, "l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia" (è l'unico Ministro, nel nostro sistema, che ha una sfera di competenza direttamente determinata dalla Costituzione, e quindi poteri propri che può difendere anche nei confronti di ogni altro potere dello Stato), pressoché tutti i dirigenti apicali sono magistrati ordinari collocati temporaneamente fuori ruolo con l'autorizzazione del Consiglio superiore.
Lo è il direttore generale "per il coordinamento delle politiche di coesione", lo sono il capo e il vice capo dei quattro Dipartimenti (affari di giustizia; organizzazione giudiziaria del personale e dei servizi; amministrazione penitenziaria; giustizia minorile e di comunità). Lo sono persino i vertici di quasi tutti gli uffici di diretta collaborazione col Ministro, a partire dal Gabinetto del Ministro, per proseguire con l'ufficio legislativo e l'ispettorato generale.
Se ci si domanda quale sia la ragione di questa singolarità - membri dell'ordine della magistratura, autonomo e indipendente da ogni altro potere, che dirigono le funzioni amministrative relative ai servizi relativi alla giustizia, spettanti al Ministro e dunque al Governo - la risposta probabilmente è nella storia: da sempre in Italia è così.
Da sempre dunque numerosi magistrati ordinari, per periodi più o meno lunghi della loro carriera, non fanno né i giudici né i pubblici ministeri, funzioni per le quali la legge garantisce loro l'indipendenza, ma lavorano nel Ministero, scelti dal Ministro e alle dipendenze del Ministro (o è il Ministro che finisce per dipendere da loro?), occupandosi di tutti i servizi amministrativi della giustizia, e quindi svolgendo compiti che hanno direttamente a che fare con l'efficienza di tali servizi.
Sarebbe anche interessante ricostruire quanto e come tali funzioni amministrative apicali svolte da magistrati influiscano in fatto sulla loro carriera, quando tornano a fare i magistrati e concorrono all'assegnazione di funzioni direttive in organi giudiziari (presidenti di Tribunale e di Corte d'appello, procuratori della Repubblica e procuratori generali).
Certo non sono irrilevanti nel loro curriculum: abbiamo visto, di recente, un magistrato, che era stato capo di Gabinetto del Ministro, nominato subito dopo, si deve supporre con pieno merito, Capo di una importante Procura. E si deve anche riconoscere che ai fini dell'assunzione di uffici direttivi nella magistratura, in cui insieme alla capacità di risolvere le controversie secondo giustizia dovrebbero contare le capacità e le attitudini organizzative e manageriali necessarie per dirigere uffici complessi, una esperienza svolta nel campo dell'amministrazione può essere utile. Tuttavia resta l'anomalia di un corpo amministrativo quasi interamente costituito, ai massimi livelli, da membri dell'ordine giudiziario.
L'amministrazione è o dovrebbe essere "servente" della politica, anche della politica giudiziaria, assicurando l'istruttoria tecnica nella formazione delle decisioni politiche e quindi delle leggi (si pensi agli uffici legislativi), e curando i procedimenti amministrativi necessari per la loro attuazione e per organizzare i servizi, nel rispetto dell'indipendenza dei giudici. Nemmeno si può dire che sia questione di competenza tecnico-giuridica: quella necessaria per organizzare e dirigere servizi amministrativi è diversa da quella richiesta per giudicare.
E del resto colpisce il fatto che, mentre in altri Ministeri tale competenza tecnicogiuridica è spesso assicurata, ai massimi livelli, da consiglieri di Stato, membri del massimo organo di giustizia amministrativa ma anche storico apparato di alta consulenza del Governo, nel Ministero della Giustizia si trovano solo magistrati ordinari.
La legge chiama il Ministro della giustizia, fra l'altro, a concorrere alla scelta dei magistrati da preporre agli uffici direttivi della magistratura, con il "concerto" che deve essere cercato con l'apposita commissione del Csm, anche se poi la scelta finale spetta al plenum del Consiglio.
Ebbene, non è improbabile che una delle ragioni per le quali non sembra che i Ministri riescano a contrastare, esercitando opportunamente il proprio potere di "concerto", le prassi corporative e correntizie emerse nella cronaca di questi mesi, stia proprio nel fatto che la struttura del Ministero è di fatto "occupata" da magistrati, la cui carriera dipende in definitiva dalle determinazioni del Consiglio Superiore.
Ancora: si discute molto, e giustamente, di limitare il fenomeno cosiddetto delle "porte girevoli", cioè del passaggio da funzioni giudiziarie a compiti politici e viceversa, soprattutto impedendo a chi si sia dedicato a funzioni politiche di tornare troppo facilmente a giudicare: ma, sia pure facendo le debite differenze, anche questo assai più frequente scambio fra funzioni giurisdizionali e funzioni amministrative svolte dalle medesime persone può nuocere sia alla indipendenza della magistratura, sia soprattutto alla indipendenza delle scelte politico-amministrative del Governo da eccessivi influssi "corporativi".
È da auspicare dunque che, nel momento in cui giustamente si pensa di aprire una stagione di riforme anche nei modi in cui si provvede al governo autonomo della magistratura, si ponga mente anche all'esigenza di eliminare o contenere l'anomalia che si è detta: magari pensando a costruire nel tempo un corpo amministrativo (si pensi, in tutt'altro campo, al ruolo che svolge da sempre nel nostro sistema politico-amministrativo il corpo dei prefetti) formato e dedicato specificamente ai servizi della giustizia.
viviwebtv.it, 26 giugno 2020
Il 27 giugno prossimo, alle 11, sarà inaugurata la sala dedicata agli incontri dei genitori detenuti con i propri figli allestita all'interno del carcere di Taranto. L'evento, al quale ha assicurato la sua presenza anche il governatore del distretto 2120 Sergio Sernia, rappresenta il compimento del service "Essere famiglia in carcere" fortemente voluto dalla presidente del Rotary Club Massafra Rosanna Rossi. Una sala speciale all'interno del carcere di Taranto, nello specifico un ambiente a misura di bambino, servirà ad ospitare gli incontri dei minori con i genitori reclusi. Per i piccoli è certamente difficile accettare la lontananza del genitore ma se gli sporadici incontri avvengono in un ambiente confortevole ed adatto a loro, la percezione della detenzione sarà meno traumatica e dolorosa.
Il Rotary Club Massafra, si legge in una nota inviata alla stampa, intende dunque offrire un po' di colore e calore per scaldare un momento grigio dei minori che hanno un genitore detenuto. Ricordiamo che l'iniziativa è stata al centro di una conferenza svoltasi a Massafra a palazzo della cultura "Nicola Lazzaro" lo scorso febbraio.
Relatrice dell'incontro intitolato "L'esperienza in carcere: tra sanzione e rieducazione. Lo sportello genitoriale" è stata Stefania Baldassarri, direttrice della casa circondariale di Taranto. Dalla Baldassarri una fotografia precisa e dettagliata di tutti gli aspetti della gestione di una casa circondariale: "Il regime penitenziario - ha spiegato - regola ogni aspetto della quotidianità. Ad ogni detenuto è riservato un trattamento individualizzato che tiene conto di molteplici aspetti tra cui istruzione, religione, sport, attività ricreative".
La direttrice Baldassarri ha parlato diffusamente di tutti i progetti messi in campo per offrire ai detenuti opportunità di lavoro e quindi di reinserimento nella società. Dalla relazione della dottoressa Baldassarri è emerso che ogni detenuto è sottoposto all'osservazione scientifica della personalità attraverso l'operato congiunto di sociologo, psicologo e criminologo. "La società - ha concluso la dottoressa Baldassarri - deve concorrere alla rieducazione dei detenuti." Quello del Rotary Club è un gesto concreto in questa direzione nonché un contributo al recupero della genitorialità".
Altro importante evento propedeutico al compimento del service è stato l'interclub svoltosi lo scorso gennaio nell'incantevole cornice della Masseria Sacramento. La serata organizzata in collaborazione con il club Ginosa - Laterza, rappresentato dal vice presidente dottor Francesco Giannico, ha avuto un protagonista d'eccezione: Antonio Morelli, già presidente del tribunale di Taranto. Morelli ha relazionato sul tema "Magistratura, magistrati, società e politica".
Il brillante quanto interessante intervento ha offerto tanti spunti di riflessione a cominciare dalla funzione del giudice e di come questa figura influisca sulla società. "Il giudice - ha osservato Morelli - è la persona che deve risolvere un caso concreto perciò non ha prospettive, la politica è invece chiamata ad occuparsi dei problemi che possono presentarsi perciò deve essere lungimirante, deve avere lo sguardo proiettato verso il futuro".
Interessante il passaggio della relazione focalizzato sull'opinione pubblica e sui cosiddetti "processi mediatici" nell'ambito dei quali sovente il giudice è chiamato ad intervenire. Secondo Morelli il giudice non dovrebbe intervenire se non a chiusura di un caso o per parlare di casi chiusi di cui si è occupato. "Il giudice - ha chiosato il dottor Morelli - non ha bisogno di successo ma di rispetto". Un percorso articolato sulla giustizia quello ideato dal Rotary Club Massafra che troverà dunque compimento con l'inaugurazione della sala incontri.
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