di Luigi Manconi
L'Espresso, 27 giugno 2020
Il proclamato "pragmatismo" con Al Sisi è stato un boomerang. Perché separare interessi commerciali dalla difesa dei diritti umani finisce per danneggiarci due volte. Si avverte quasi sempre una traccia di dissimulazione nelle parole che le autorità pubbliche dedicano alla vicenda dell'assassinio di Giulio Regeni. La si percepisce quando - con voce che diventa più grave - si elogia "il coraggio e la determinazione dei genitori del ricercatore italiano ucciso al Cairo". Omaggio doveroso, che contiene, tuttavia, un elemento di ambiguità. Mi spiego. Il lutto chiede di essere vissuto nell'intimità della sfera privata, nel profondo della dimensione familiare, laddove più si patisce e più intenso è "il nostro bisogno di consolazione" (Stig Dagerman).
Quando si decide di rendere pubblica la sofferenza per una perdita, perché pubbliche si ritengono le responsabilità di essa, i familiari della vittima rinunciano a una parte del proprio lutto per condividerlo con estranei (fino a milioni di estranei) e renderlo così questione collettiva e materia civile. È un grande sacrificio, così come grande è la responsabilità di quanti (gli estranei, appunto) accolgono quel dolore e intendono farlo proprio.
Molti, in Italia, hanno condiviso il lutto per Giulio Regeni e hanno chiesto verità e giustizia. Ma proprio per questa ragione, troppo spesso l'elogio di Paola Deffendi e Claudio Regeni, appare rituale e sembra corrispondere alla volontà, magari inconscia, di consegnare quella morte a una dimensione privata, dove le "persone offese" sono i consanguinei della vittima. Ma non è più così. Grazie alla scelta dei genitori di Giulio, la sua fine è diventata una questione pubblica e politica. E, accanto a Paola Deffendi e a Claudio Regeni, la parte lesa è rappresentata dall'intera collettività.
Questo è il punto essenziale. L'assassinio di un cittadino italiano, avvenuto fuori dai confini nazionali, in un paese considerato "amico", a opera presumibilmente di uomini degli apparati statuali di quel paese, solleva un grande tema: in gioco è la nostra stessa sovranità nazionale.
Il patto che lo Stato stringe con i cittadini, si fonda sulla promessa di tutelarne l'incolumità: se un connazionale viene ucciso in un paese straniero, lo Stato deve esigere l'accertamento della verità e la condanna dei responsabili. Se non lo fa abdica alla propria qualità di Stato sovrano e al proprio interesse nazionale. Dunque, la morte di Giulio Regeni è, certamente, una questione umanitaria, ma è allo stesso tempo un problema decisivo di politica internazionale. I governi italiani che si sono succeduti dal 2016 a oggi, sembrano non averlo capito.
È in questo scenario che va collocata la commessa di quasi dieci miliardi per la vendita di sistemi d'arma all'Egitto. La tesi di quanti condividono la scelta del governo italiano è sostanzialmente così motivata: l'incremento dei rapporti import-export tra l'Egitto e l'Italia renderà più efficace l'azione diplomatica presso il regime di al-Sisi per ottenerne la collaborazione sul piano giudiziario. Ma è esattamente questa la linea perseguita finora: i risultati sono sotto gli occhi di tutti e rappresentano né più né meno che un fallimento.
All'origine, c'è uno scarto politico e temporale tra il piano delle relazioni economico-commerciali e quello delle iniziative per la ricerca della verità su Regeni. È questo che indebolisce fino all'inettitudine l'Italia, che rivela una sorta di complesso di inferiorità nel rapporto con il regime egiziano. Si dimentica che uno Stato sovrano deve riconoscere alla tutela della vita di un connazionale almeno la medesima importanza che si attribuisce a un investimento economico. In genere, mentre si afferma retoricamente il contrario ("il valore di ogni persona è inestimabile") nei fatti accade che i diritti umani scivolino sempre all'ultimo posto tra le Varie ed eventuali dell'agenda delle relazioni sovranazionali.
Il fatto è che gli interessi del nostro export vengono considerati inesorabilmente quelli principali, ma questo affievolisce la forza negoziale e la capacità contrattuale del nostro paese. Se pure la vendita delle due navi militari fosse scelta opportuna e giusta (e ne dubito fortemente), la trattativa con l'Egitto avrebbe dovuto prevedere sia lo scambio commerciale sia una vera cooperazione giudiziaria sulle responsabilità della morte di Regeni.
Così l'Italia avrebbe avuto più, e non meno, capacità di pressione sulla politica di al-Sisi. Insomma, solo se la questione dei diritti umani diventa priorità tra le priorità si possono avere chance di successo. Al contrario, separando la trattativa commerciale dalla questione Regeni e dei diritti umani in Egitto, si è consentito che la prima diventasse il solo oggetto del negoziato; e, rinviando ad altra fase il tema della cooperazione giudiziaria, si è ulteriormente sminuito il ruolo dell'Italia e si è relegato in una posizione gregaria il dossier sull'omicidio del ricercatore.
Questo è il risultato della realpolitik che oggi si invoca per motivare la scelta della compravendita dei mezzi militari. Ma è quella stessa realpolitik che ha segnato, giorno dopo giorno, l'atteggiamento dell'Italia nei confronti del regime egiziano. Una strategia che vorrebbe rifarsi alla grande lezione dei Bismarck e dei Kissinger, ma che rivela solo una pensosa partecipazione a lunghe serate di Risiko tra amici.
Una politica evocata con riferimenti geo-strategici tanto sussiegosi quanto sgangherati. Si tratta, in realtà, di un realismo straccione che non ha sortito finora alcun risultato e sembra destinato a ulteriori e fragorosi insuccessi. Un esempio solo. Quando, il 14 agosto del 2017, il Governo decise di far rientrare al Cairo l'ambasciatore italiano (richiamato a Roma sedici mesi prima), lo fece in base a un "realistico" proposito: rendere più efficace l'azione diplomatica per la ricerca della verità su Regeni. A distanza di quasi tre anni, non se n'è fatto nulla, proprio nulla.
E c'è qualcosa di indecente nella reiterata contrapposizione tra interessi economici e valori umanitari. Quasi che questi ultimi non fossero altro che velleitarie fantasie adolescenziali. Ma è l'esatto contrario: la tutela dei diritti umani è materiale pesante, sostanza concreta, realtà tangibile e ruvida. Riguarda direttamente l'esistenza delle persone in carne e ossa, l'integrità dei loro corpi, la misura e lo spessore delle relazioni sociali e della vita delle comunità.
È proprio questo che attribuisce al destino singolo di Giulio Regeni un significato universale e fa di questa vicenda familiare, come si è detto, una questione di sovranità nazionale. Non a caso, è l'intelligente sensibilità di Paola Deffendi e Claudio Regeni a farci intendere il senso complessivo di questa storia, quando spiegano come il destino del loro figlio sia simile a quello di tanti egiziani che ne condividono la sorte: rapiti, seviziati, uccisi.
La signora Regeni, a proposito di Giulio e dei suoi coetanei, ha parlato di "giovani contemporanei" che attraversano le frontiere, stupiti che queste ancora sopravvivano, e che parlano le lingue degli altri, imparano le culture e le mentalità, tra l'Europa, il Medio Oriente e gli Stati Uniti, si muovono rapidi ("per non uscire in fotografia", come si diceva una volta), affamati e curiosi del mondo e dei suoi abitanti.
Tra essi Patrick Zaky, iscritto al Master in Studi di genere presso l'Università di Bologna, arrestato mentre rientrava nel suo paese e ora in carcere con l'accusa di "istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione" per i post pubblicati nella propria pagina Facebook. E, sempre a quella generazione cosmopolita e veloce, apparteneva Sara Hijazi, attivista omosessuale, detenuta e torturata per un anno nel carcere di Tora, a sud del Cairo.
Rifugiata in Canada, si è tolta la vita appena qualche giorno fa, lasciando queste ultime parole: "Ai miei amici: l'esperienza è stata dura e io ero troppo debole per lottare. Perdonatemi. Al mondo: sei stato davvero crudele, ma io ti perdono".
È una assoluzione forse immeritata: non potrà esserci perdono se consentiremo che la morte giovane di Giulio e la morte giovane di Sara siano consegnate all'oblio.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 27 giugno 2020
La pandemia diffusa dal migrante diventa un mantra sovranista. Fermiamolo. Matteo Salvini è tornato a martellare sui migranti per cercare di cancellare dalla memoria le responsabilità del governatore leghista della Lombardia, Attilio Fontana, nella gestione catastrofica della pandemia. Con i soliti hashtag sui porti chiusi, Salvini ha accusato la nave di una ong norvegese, la Ocean Viking, di proseguire "la raccolta", dopo aver salvato 67 migranti in mare.
I dati delle agenzie europee Frontex e Easo confermano che l'invasione è una fantasia. Il totale dei migranti sbarcati a Malta e in Italia nei primi cinque mesi del 2020 è stato di appena 5.500, secondo Frontex. Easo ha invece certificato che nel 2019 l'Italia è scivolata al sesto posto nell'Ue per richieste di asilo con un calo del 27 per cento dal 2018.
Con 43.770 siamo lontani dal picco di 128.860 domande del 2017. Le ong e il Covid-19 non c'entrano nulla: con la Libia in guerra, i migranti partivano anche quando non c'erano navi umanitarie di salvataggio in mare. Ma la pandemia diffusa dal migrante sta diventando parte della narrazione del mondo sovranista che ruota attorno ai tweet e ai comizi di Salvini.
"Il problema sanitario è figlio anche dei quartieri ghetto e senza regole. La sanatoria e la cancellazione dei decreti sicurezza sono delle follie", ha detto il segretario della Lega in Campania, Nicola Molteni a proposito di Mondragone. Il messaggio che cercano di far passare è che il virus sia portato da bulgari, rom o africani fuggiti dalla Libia. Non ci sono dubbi che il problema sanitario sia più difficile da gestire in "quartieri ghetto e senza regole".
Ma la marginalità e l'illegalità sono il prodotto dei decreti Salvini e delle politiche anti integrazione promosse dalla Lega. Per quel che riguarda i migranti salvati in mare, invece, faranno la quarantena prima di poter sbarcare. Un eventuale focolaio sarà quindi spento.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 27 giugno 2020
La pandemia aveva tolto l'immigrazione dai radar. Ma adesso minaccia di riaffiorare, e con la miscela potenzialmente esplosiva dei barconi dei disperati dall'Africa. Al momento si manifesta solo come appendice di una rissa politica e personale tra il leader leghista Matteo Salvini e il presidente della Campania, il pd Vincenzo De Luca.
Rissa nella quale, dopo molti colpi ricevuti, Salvini cerca di prendersi la rivincita additando il focolaio di Covid 19 scoperto tra una comunità di immigrati bulgari vicino Caserta, a Mondragone; e dandone naturalmente la colpa a De Luca.
Può apparire uno scontro elettorale locale, visto che nella regione si vota a settembre. Eppure, evoca fantasmi che potrebbero presto diventare nazionali. Il tema sta dando qualche brivido a una maggioranza che pensava di avere disarcionato Salvini dal suo principale cavallo di battaglia. La pandemia aveva tolto l'immigrazione dai radar.
Ma adesso minaccia di riaffiorare; e con la miscela potenzialmente esplosiva dei barconi dei disperati dall'Africa, da sommare alle comunità dei lavoratori stranieri sottopagati e "invisibili" già presenti nelle periferie più estreme. La novità consiste nel rischio di uno scontro tra queste realtà e le comunità italiane a diretto contatto con loro, colpite insieme dalla crisi economica e dal pericolo di contagio. Il fatto che Salvini abbia annunciato che lunedì andrà a Mondragone conferma quanto la tensione possa essere usata strumentalmente ed esasperata.
D'altronde, al capo del Carroccio non sembra vero di poter ritornare sul terreno che in questi anni gli ha dato visibilità e consensi. "Se gli sbarchi triplicano i ghetti ritornano", ha detto ieri. "Sono onestamente molto preoccupato. Gli ultimi dati danno 200 sbarchi al giorno". Probabilmente, è una apprensione che si mescola alla consapevolezza che se si ricrea un'emergenza del genere, lui ha tutto da guadagnare.
Spinte centrifughe nel M5S - Può attaccare un Viminale che in questi mesi, con una politica silenziosa ma efficace, ha arginato i problemi creati dall'epidemia. E può sperare di risalire in sondaggi che da tempo lo danno costantemente in calo. Non è da escludersi che di fronte a un peggioramento della situazione si arrivi a creare un commissario all'emergenza concentrato su Covid e immigrazione, da affidare a una sorta di superprefetto.
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, l'ha già proposto. Alla fine dovranno decidere il ministro della Sanità, Roberto Speranza, e quello dell'Interno, Luciana Lamorgese. Scelta non facile, perché si inserisce in una fase di grande nervosismo. Tra defezioni e spinte centrifughe nel Movimento Cinque Stelle, e divergenze tra grillini, Conte e Pd sul prestito europeo del Mes, e non solo, Palazzo Chigi vive in bilico.
Il premier continua a riscuotere indici di gradimento alti, ma i suoi alleati faticano a tenere. E, per quanto l'alternativa non ci sia e la destra fatichi a mostrarsi compatta, essere esposti sul fronte triplo della crisi economica, dell'immigrazione e del Covid potrebbe far vacillare anche un esecutivo definito "obbligato" come quello di Conte.
di Giuseppe Rizzo
Internazionale, 27 giugno 2020
"Gli parve che la fuga del tempo si fosse fermata, il mondo ristagnava in una orizzontale apatia e gli orologi correvano inutilmente". Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati.
C'è una vecchia barzelletta che descrive bene il rapporto tra l'Italia e le sue carceri. La storia ha per protagonista un detenuto. Da anni l'uomo prova ad ammaestrare due pulci perché spera che lo aiutino a guadagnare qualcosa quando sarà libero. Il giorno che i cancelli si aprono, mette i due animali in una scatola e va in un bar. Seduto a un tavolino, l'ex detenuto prova il suo numero. Funziona. Quando arriva il cameriere, gli dice: "Le vedi queste due pulci?". Il cameriere non capisce, si mortifica. Pensa che l'uomo voglia rimproverarlo per la poca pulizia del locale. "Mi scusi", dice. E uccide le pulci.
Tra le migliaia di persone che ogni anno entrano ed escono dal carcere, qualcuno ha un suo numero da provare una volta in libertà; qualcun altro i numeri comincia a darli in cella; certi non hanno mai avuto granché da giocarsi. A tutti viene detto che non ci sono alternative alla prigione. Glielo dicono nella stragrande maggioranza delle carceri, glielo dice la stragrande maggioranza dei politici, glielo dice la stragrande maggioranza della società. E così negli anni le celle si sono riempite fino a contare più di 60mila detenuti per 50mila posti disponibili. Quattro, cinque, sei persone sono state ammassate in pochi metri quadri, mentre fuori un gran coro ha ripetuto che non c'erano alternative.
La pandemia ha mostrato che non è vero. La paura che le prigioni si trasformassero in focolai ha spinto il governo ad approvare in fretta e furia un decreto che ha consentito a chi aveva pochi mesi ancora da scontare, o a chi era stato condannato per reati non gravi, di accedere a pene alternative alla detenzione. L'alternativa, dunque, c'era: c'è sempre stata. In due mesi si sono registrate circa ottomila presenze in meno negli istituti, senza che questo trasformasse l'Italia - come qualcuno ha sempre detto per ingrossare la bolla della paura e del risentimento - in un paese in mano alla criminalità. Dal 1 gennaio al 31 marzo 2020 i delitti sono diminuiti del 29,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019, a parte l'usura che durante il lockdown è cresciuta del 9,6 per cento.
Il caso di Civitavecchia - Le alternative al carcere ci sono, ma bisogna volerle vedere. Una la porta avanti chi si sforza di trasformare il tempo vuoto passato nelle celle - spesso rabbioso, sicuramente controproducente -, in qualcosa di più produttivo, di più umano. Qualcosa che prepari, accompagni e sostenga il ritorno in libertà di una persona che ha commesso un reato. È un'alternativa difficile da costruire, perché in quasi tutte le 191 carceri in Italia il sistema non fa che perpetuare se stesso - il rumore degli ingranaggi che non funzionano e che stritolano le persone non si sente neanche più, né dentro né fuori. Ecco come funziona: si aprono le celle, si chiudono le celle, si chiedono permessi, si rifiutano richieste. Si alimentano depressioni e si distribuiscono psicofarmaci. In generale si aspetta che i giorni, i mesi e gli anni passino, e infine si liberano persone che si sono incattivite o annichilite. Salvo pochissime eccezioni, questo è la norma della galera in Italia. Entrambe le cose, la norma e l'eccezione, si possono osservare a Civitavecchia. Nella piccola cittadina sul mare a cinquanta minuti di treno da Roma ci sono due carceri nel giro di sei chilometri e mezzo. Una è una casa circondariale, cioè un posto dove finiscono le persone ancora in attesa di giudizio, quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni e quelle che devono scontarne ancora cinque. L'altra è una casa di reclusione, dove vanno i condannati in via definitiva.
Il primo lo chiamano Nuovo complesso, anche se in realtà risale al 1992. Formato da enormi blocchi e lame di cemento, mura alte e recinzioni di ferro, occupa 193mila metri quadrati lungo la via Aurelia. Per raggiungerlo o si prende la macchina o si aspetta un autobus che parte dalla stazione di Civitavecchia ogni due ore e mezza. Avrebbe posto per 350 persone, ma in media negli ultimi anni ce ne sono sempre state più di 500. Nel 2018 duecento si sono fatte male con atti di autolesionismo.
Il secondo porta il nome di Giuseppe Passerini, appuntato ucciso da un detenuto nel 1974. È in via Tarquinia, a pochi passi dal centro e si affaccia sul porto. Voluto da papa Pio IX nel 1864, è uno dei primi penitenziari realizzati nel Regno d'Italia, e ne porta tutti i segni. L'architettura rispecchia infatti i panottici che si costruivano allora, con tanti bracci intorno a un nucleo centrale dal quale si potevano tenere sott'occhio tutti gli ambienti. Ci sono 140 posti, ma i detenuti sono una settantina. Negli ultimi anni non ci sono stati atti di autolesionismo.
Parlando con alcune delle persone che sono state in entrambi gli istituti - la direttrice, due ex detenuti, un poliziotto, una regista teatrale - succede che tutte a un certo punto scuotano la testa. Le architetture e i numeri non gli bastano per esaurire le differenze tra i due luoghi. Devono ricorrere alle proprie storie e alle proprie esperienze per spiegare il tentativo di mettere in pratica delle alternative a un sistema che così per com'è stato ideato e per come ancora si tiene in piedi è inefficace, costoso e lontano dalla funzione riabilitativa della pena prevista dalla costituzione italiana.
Patrizia Bravetti, direttrice dei due istituti di Civitavecchia - Io sono diventata direttrice della Passerini nel 2009, e dal 2017 dirigo anche il Nuovo complesso, che si trova nella periferia della città. Le due strutture sono diverse per molti aspetti. Nella prima ci sono circa settanta detenuti, mentre nella seconda sono circa 400. Nella Passerini c'è solo chi ha avuto condanne definitive, mentre nel Nuovo complesso tanti stanno attraversando la fase critica del processo, durante la quale devono affrontare spese anche ingenti, oltre che possibili rotture con i propri familiari o amici. È una fase turbolenta, che può durare anche anni, e durante la quale si ingigantiscono ed esasperano i problemi che hanno portato una persona in carcere, che siano legati alla tossicodipendenza o alla violenza. Un'altra differenza tra le due strutture è negli spazi. Il Nuovo complesso è un carcere classico, la camera rimane aperta per almeno otto ore al giorno. Ci sono orari per tutto, e non si può fare altrimenti.
Alla Passerini c'è più flessibilità. Un detenuto può scegliere quando andare in palestra o in biblioteca, in barberia, nella sala hobby. E tutti devono prendersi cura di questi spazi. Nell'insieme, questi luoghi formano quasi un piccolo borgo. Un'architettura che ha degli effetti positivi. Il clima è più disteso e collaborativo. Non è che non ci siano regole, anzi, chi sbaglia sa che sarà trasferito. Si lavora molto sulla responsabilizzazione di una persona, aiutandola a fare i conti con la propria storia, con i delitti commessi e con le loro conseguenze. Lo si fa con psicologhe ed educatrici. E poi si fanno corsi, laboratori e collaborazioni con realtà esterne. Alcune delle persone che sono uscite dalla Passerini sono poi rimaste a vivere a Civitavecchia, dove si erano fatte conoscere attraverso progetti di formazione e lavoro. Altre sono tornate dalle loro famiglie. Naturalmente, ci vuole una scelta di base da parte loro. Se non gli si fa vedere un'alternativa, se non la si costruisce, tenderanno a replicare gli stessi comportamenti che li hanno portati in carcere.
Marco Elia, ex detenuto, venditore ambulante - Io sono stato alla Passerini per tentato omicidio. Mi ero separato da mia moglie e c'erano sempre liti tra di noi. Una sera del 2013, alla fine dell'ennesima discussione, le ho tamponato l'auto mentre era a bordo. Non andavo veloce, ma le ho rotto un piede. Il processo è andato male e sono finito in carcere, a 54 anni. Non era la prima volta. Sono cresciuto nel quartiere Prati, a Roma, in una famiglia senza problemi, i miei genitori lavoravano ed erano affettuosi. I problemi sono cominciati quando ci siamo trasferiti a Ostia e ho conosciuto dei ragazzi con cui ho cominciato a provare di tutto. Per anni mi sono fatto di eroina, e per pagarmela ho fatto furti e rapine. Sono andato avanti così fino ai 18 anni, quando mi hanno beccato e arrestato per furto d'auto. Erano gli anni ottanta, la droga era dappertutto. A tirarmi fuori mi ha aiutato la comunità di don Pierino a Benevello, in provincia di Cuneo. Uscii da lì nel 1987 e cambiai vita.
Lavoravo e intanto mettevo su famiglia. Il carcere era un ricordo lontano, ma la verità è che in tutti quegli anni non avevo risolto i problemi che mi ci avevano portato. Li avevo solo sepolti dentro di me, tant'è vero che sono riesplosi nel 2013. Questa cosa, naturalmente, non l'ho capita subito. Quando sono tornato in cella, prima a Regina Coeli e poi al Nuovo complesso, per anni ho avuto degli incubi. Ero grande, intorno a me vedevo tanti ragazzi che facevano gli sbagli che avevo compiuto anche io alla loro età, che si riempivano la testa di stronzate. Non pensavano ad altro che a fare il prossimo reato. Ma del resto, in carceri come quelle, non è che c'è molto altro da fare: il tempo si ferma, la vita diventa una palude, i problemi non si affrontano. Io ho cominciato a farlo lavorando con la psicologa e con l'educatrice della Passerini. Mi spronavano - a volte provocandomi - ad analizzare la mia storia e i miei errori. Mi facevano vedere le cose da una prospettiva diversa. Un altro tassello importante è stata l'esperienza con la compagnia teatrale di Ludovica Andò.
Quando abbiamo lavorato su "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati, mi sono accorto che la storia del sottotenente Giovanni Drogo che passa la vita chiuso in una fortezza, da guardiano e da recluso allo stesso tempo, aveva molti punti in comune con la nostra situazione e a me personalmente mi ha spinto a riflettere parecchio sul passare del tempo in prigione. Naturalmente, la spinta per fare tutto questo deve venire da dentro e poi bisogna essere forti quando si esce. Spesso si è soli. Per me, per esempio, a 57 anni è durissima. Ma chi mi sta vicino sa che sono cambiato. Il teatro mi ha aiutato a spogliarmi della corazza con cui sono entrato in carcere. Ho imparato a gestire il giudizio degli altri, la mia chiusura, la mia rabbia.
Ludovica Andò, regista teatrale - Il teatro sfida le persone che lo fanno. In un ambiente come il carcere può sembrare un'attività marginale, ma in realtà è uno strumento molto utile, che insieme ad altri può costruire un'alternativa educativa e riabilitativa per una persona. È quello che posso dire dopo undici anni di esperienza. Certo, anche le strutture contano. Lavorare al Nuovo complesso significa farlo con centinaia di persone in attesa di giudizio, quasi sempre in condizioni emergenziali, un vero marasma. Quel carcere, con i suoi colori grigi e le sue linee solo rette, è come se plasmasse il modo di pensare delle persone, irrigidendolo. La Passerini è un altro mondo, tanto che prima della chiusura per via della pandemia, siamo riusciti a girarci anche un film.
L'idea di lavorare su Il deserto dei Tartari, da cui prima avevamo tratto uno spettacolo teatrale, è stata di Emiliano Aiello ed è stata un'idea un po' pazza, ma alla fine ha permesso ai detenuti di misurarsi con temi anche non facili, dalla reclusione alla solitudine, dall'assurdità dei regolamenti al confronto con il mondo di fuori. Il film l'abbiamo girato in 17 giorni ed è la dimostrazione di quello che si può fare in un carcere più aperto. Non trovandosi di fronte a numeri mastodontici, la psicologa e l'educatrice possono seguire meglio le persone, e i progetti per il reinserimento sono più solidi: molti passano la loro giornata fuori a lavorare e poi rientrano la sera, per esempio. E anche le misure alternative sono importanti, perché prevedono un confronto continuo con il mondo esterno e maggiore responsabilizzazione. Per permettere tutto questo è fondamentale anche l'impegno degli agenti. Alla Passerini la polizia penitenziaria collabora con le altre figure perché sa che ci saranno effetti positivi sull'intera struttura, e quindi anche sulle loro giornate.
Pasquale Olivieri, agente di polizia carceraria - Io ho 48 anni e 29 di servizio. Di carceri ne ho visti tanti. Ho lavorato ad Asti, a Rebibbia, al circondariale di via Aurelia. La giornata lavorativa in strutture grandi è sempre faticosa. Le tensioni con i detenuti sono tante e continue, le cose da fare molte, l'attenzione deve essere sempre al massimo. Naturalmente l'attenzione è massima anche in strutture come la Passerini, e anche lì ci sono delle regole da rispettare. Ma tutto questo si accompagna a un lavoro di responsabilizzazione. Il fatto che puoi frequentare la palestra, la sala musica o la biblioteca in orari meno rigidi, e che di questi spazi ti devi prendere cura, rispettando sia i tuoi compagni sia l'amministrazione, aiuta il detenuto a cambiare il modo che ha di pensare. Tanti non ci sono abituati, e questa cosa li destabilizza. Psicologi, operatori e professionisti li aiutano. E poi li preparano a ritornare in libertà.
Francesco Montella, ex detenuto, elettricista e autista di mezzi pesanti - È una cosa complicata. Non è che un carcere più aperto risolve tutti i problemi. Non è che il teatro, il gruppo di musica, la psicologa, i corsi di formazione fanno i miracoli. Però sono tutte cose che messe insieme - con il presupposto che dentro di te qualcosa ha cominciato a dire basta, e magari con il pensiero che fuori c'è ancora una famiglia o qualcuno che ti vuole bene - ti fanno crescere e ti fanno cambiare. Di sicuro, il carcere normale non fa niente per evitare di tornare a fare cazzate, anzi. Io la prima volta che c'ho messo piede era il 1988, condannato per possesso di droga e di un'arma da fuoco. Avevo 27 anni e quando sono uscito ero ancora più matto. Non ero un santo, ma il carcere ti cambia. È anche una questione di sopravvivenza. Stringi amicizie, parli con gli altri, ti difendi e ti esalti. Impari dai tuoi compagni come si fa questo o si fa quello, fai una specie di gavetta. Quando sono uscito, ero ancora più incazzato di quando sono entrato, e questo ti fa sbagliare. Ho fatto rapine, furti, ricettazioni. Naturalmente m'hanno beccato e le condanne si sono sommate fino ad arrivare a quasi 25 anni di carcere.
Da marzo 2016 sono libero, ma faccio ancora i conti con questo passato, me lo ritrovo davanti ogni giorno. Se mi fermano a un posto di blocco mi smontano la macchina perché dal casellario giudiziario vedono la mia situazione e si insospettiscono. Se mi presento a un colloquio di lavoro mi chiedono il certificato penale. Racconto sempre la mia storia, ma non tutti si fidano. Se sono cresciuto, in parte è stato anche merito del lavoro con il gruppo di Ludovica Andò. Alla Passerini di Civitavecchia ho dato una mano a realizzare la sala musica. E poi al teatro c'è ancora l'impianto di luci che ho fatto io. Ho anche recitato, e questa cosa ti mette a nudo, devi smettere di fare il duro, lo spavaldo, sei più fragile. E ci devi fare i conti.
I progetti ti aiutano a superare certi momenti duri, a non andare in depressione, a scaricare la rabbia e quello che hai dentro. Sono pezzi di un percorso. La famiglia è un pezzo importante. Per me sono stati fondamentali mio figlio e mia madre. È per loro che ho detto davvero basta, che sono riuscito a sistemarmi da solo questa piccola casa a Torre Spaccata e che penso che anche se certi giorni non mangio, va bene lo stesso, ma non torno a fare la vita di prima. Certo, bisogna considerare una cosa. In galera tutti ti tendono la mano, ma appena metti un piede fuori, sei di nuovo da solo con te stesso. Sì, ci sono le cooperative che magari all'inizio ti danno una mano. Trovi un lavoro part-time, ma sono 300-400 euro al mese, come vivi? La situazione è complicata per tutti, ma tanti di noi sono persone a rischio, come si dice. Allora ci dovrebbe essere un'attenzione in più. Bisognerebbe che certi percorsi che cominciano in strutture come quella di Civitavecchia poi proseguissero pure fuori.
"Fortezza" - Girato da Ludovica Andò ed Emiliano Aiello nella casa di reclusione di Civitavecchia, Fortezza (Italia, 2019, 72') è la rilettura del romanzo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. La pellicola è stata selezionata alla Festa del cinema di Roma, al festival di Rotterdam nei Paesi Bassi e a quello di Olhão in Portogallo. Le foto di questo articolo sono state scattate sul set e dietro le quinte dello spettacolo teatrale che ha preceduto le riprese.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 27 giugno 2020
Il presidente del Kosovo, Hashim Thaçi, è stato incriminato con altre nove persone dalla Corte dell'Aja, con l'accusa di crimini di guerra e contro l'umanità. Sarebbero "responsabili di circa 100 omicidi", di espianto d'organi e torture. Il presidente del Kosovo, Hashim Thaçi, è stato incriminato insieme ad altre nove persone dalla Corte dell'Aja, nella figura giuridica del Tribunale speciale sui crimini di guerra in Kosovo, fondato dall'Unione europea ma basato sulla legge kosovara, con l'accusa di crimini di guerra e contro l'umanità commessi prima, non solo durante la guerra con la ex Jugoslavia nel 1998-1999, quando era uno dei leader dell'Esercito di Liberazione Nazionale (questo vuol dire l'acronimo Uck), organizzazione paramilitare kosovaro-albanese impegnata nel conflitto contro Belgrado quando la regione era ancora provincia autonoma della Serbia.
Il presidente Thaqi, secondo i procuratori de L'Aia membri della Camera degli Specialisti sul Kosovo, è responsabile insieme agli altri nove, tra cui c'è anche il capo del Partito Democratico kosovaro ed altro ex leader Uck, Kadri Veseli, di "essere responsabile di circa 100 omicidi", oltre che di espianto d'organi (per sostenere l'Uck), tortura, persecuzione e sparizioni forzate ai danni civili serbi, albanesi considerati collaborazionisti e rom, come si legge in una nota dello stesso tribunale. Adesso un giudice esamina le accuse per decidere se confermarle.
Bene dunque, potremmo dire con soddisfazione. Dopo 20 anni questa mostruosa verità viene finalmente a galla. Soprattutto perché pochi giornalisti la denunciavano in perfetta solitudine.Per non parlare delle ostilità subite da Dick Marty, magistrato, senatore svizzero e inviato speciale del Consiglio d'Europa il cui rapporto è alla base di queste accuse finalmente confermate in modo ufficiale.
C'è il rischio però di trovarsi di fronte ad una mezza, inutile verità se non si approfondisce davvero il ruolo di questo criminale balcanico, tra l'altro presidente in carica della repubblica del Kosovo, nel frattempo dichiaratosi unilateralmente indipendente dalla Serbia nel 2008, con l'appoggio di tutte le presidenze Usa. Hashim Thaqi è stato infatti dalla fine del 1998 - solo poco mesi prima l'Uck era considerata "terrorista" dal Congresso americano - al 1999 e poi in tutti questi anni, l'interlocutore privilegiato dell'Alleanza atlantica. Che, significativamente, sull'incriminazione tace. Fu così, le milizie dell'Uck altro non erano che la fanteria della Nato che bombardò per 78 giorni ininterrotti le città serbe - nel sud-est d'Europa - producendo vittime e stragi catalogate dai brillanti portavoce atlantici come "effetti collaterali". Quella della Nato fu, per l'alleato Thaqi, una vera legittimazione politica sul campo. Era chiaro pure nel marzo del 1999, ma ora è un criminale di guerra per la giustizia internazionale.
A proposito di guerra, diversamente dalle adesioni a quelle precedenti (In Iraq), questa fu gestita in prima persona dalle leadership "democratiche" occidentali, da Bill Clinton, Tony Blair, D'Alema, Koushner e dai Verdi tedeschi (così "ambientalisti" da riempire di cluster bomb e di uranio impoverito mezzo continente balcanico. Questo giornale la chiamò "guerra costituente": la sinistra si mostrava adeguata alla governance del mondo guidando una guerra. Bastava chiamarla "umanitaria" ma insieme al "disumano" Thaqi.
Una guerra che fu fondativa tra l'altro della nuova strategia della Nato. Mentre i caccia atlantici bombardavano e Thaqi espiantava organi dai civili serbi, albanesi e rom, a Washington l'Alleanza colse l'occasione per cambiare la sua natura difensiva che fino ad allora ne giustificava l'esistenza, per diventare invece strumento strategico di offesa, in Europa e nel mondo (da allora le imprese Nato non si contano, dall'Afghanistan alla LIbia). Quel che ne seguì subito fu il pericoloso allargamento della Nato a Est e la conseguente adesione all'Alleanza atlantica, armi, basi, bilanci militari e truppe (tranne la Russia) di tutti i Paesi dell'ex Patto di Varsavia sciolta invece subito nel 1991.
La svolta in piena Europa - che non a caso resta senza politica estera - fu il portato di quella guerra basata sul solido legame con Hashim Thaqi, un criminale di guerra come il suo stato maggiore. Per una solidarietà del resto ricambiata: oggi a Pristina si erge una statua in bronzo di cinque metri di Bill Clinton, anche a ringraziamento degli sforzi Usa che, in aperto disprezzo degli accordi di pace di Kumanovo alla fine della guerra di raid aerei, sostennero nei già frammentati Balcani la nascita unilaterale nel 2008 di un staterello indipendente a configurazione etnica dopo relativa contropulizia etnica, e che ancora risulta, nonostante l'ingente sostegno finanziario occidentale, tra i più corrotti e poveri del pianeta.
La domanda - mentre il silenzio dei media è assordante, (l'attento Corriere della Sera ieri non ha nemmeno dato la notizia) - a questo punto è: ma è sicuro che i leader occidentali fautori di quella guerra "umanitaria" che accreditò la figura del macellaio Thaqi come statista, ora che risultano di fatto complici dei suoi crimini, non abbiano niente da dire o da fare invece di nascondere in silenzio i loro scheletri negli armadi?
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 27 giugno 2020
Approvata una mozione dem. Lite sulla Libia. Orfini: sui diritti umani non è credibile. Verso il no al decreto missioni. Il Pd si impegna ufficialmente, almeno sulla carta, "a discutere con la maggioranza e il governo la possibile sospensione degli accordi di fornitura militare in assenza di risposte immediate e concrete sull'uccisione di Giulio Regeni".
Alla fine di quattro ore di dibattito serrato in video-collegamento, ieri la direzione dem trova una posizione unitaria sulla vicenda della vendita delle navi militari all'Egitto. Le posizioni di partenza erano abbastanza distanti. La discussione era stata chiesta dall'ala dei giovani turchi di Matteo Orfini che negli scorsi giorni avevano depositato un ordine del giorno che chiedeva "il blocco di qualsiasi ipotesi di vendita di forniture militari del nostro Paese all'Egitto" alla luce della totale mancanza di collaborazione dell'autorità giudiziaria egiziana con quella italiana sul caso Regeni e della sordità totale del golpista Al Sisi rispetto alle campagne italiane e internazionali per la libertà dello studente dell'università di Bologna Patrick Zaky, detenuto nelle carceri egiziane dal 7 febbraio.
Ma dall'altra parte erano comunque in molti, nel parlamentino dem, a chiedere la distinzione delle azioni per ottenere la verità sul caso Regeni dall'evidentemente irrinunciabile commercio di armi con l'Egitto. Alla fine però la direzione ha votato l'impegno a portare nel governo "la possibile sospensione" della vendita delle due fregate Fremm.
Una posizione diversa da quella più volte espressa da alcuni esponenti Pd del governo, e innanzitutto dal ministro della difesa Lorenzo Guerini. Tanto che nelle conclusioni il segretario Nicola Zingaretti sembra attenuare l'impatto del dispositivo approvato: "In Egitto senza un ruolo italiano, politico ed economico, il caso Regeni verrebbe archiviato. Per questo non c'è contraddizione tra il mantenere cooperazione con l'Egitto e un impegno forte e determinato per ottenere verità sull'omicidio di Giulio Regeni".
Il Pd chiede anche che il governo garantisca di "attivarsi con il massimo impegno possibile, anche attraverso il coinvolgimento dell'Unione europea, per ottenere immediatamente atti concreti per l'accertamento della verità sull'omicidio Regeni e la consegna dei suoi responsabili alla giustizia". Il sotto-testo è che l'audizione del premier Conte in commissione, lo scorso 18 giugno, non ha convinto neanche il partito più affidabile della maggioranza.
Nel Pd restano invece ancora molte le distanze sulla nuova versione del Memorandum d'intesa Italia-Libia che secondo il ministro degli Esteri Di Maio "va nella giusta direzione" e sul quale il 2 luglio si riunirà la commissione tecnica bilaterale.
"Sulla Libia il Pd e i governi di centrosinistra hanno sbagliato tutto", sostiene Orfini. Per arrivare al no al rifinanziamento degli accordi con la Guardia Costiera libica, presto al voto del parlamento, il deputato si appella alla tradizione di quella parte della sinistra che in nome dei diritti umani è arrivata a teorizzare "la guerra umanitaria".
"Non è possibile difendere la scelta del Memorandum", spiega, "bisogna ammettere che il governo Gentiloni" - che ha stretto il primo accordo con la Libia nel 2017, ministro degli interni era Minniti, Pd -, "ha accettato una violazione dei diritti umani fatta per procura dalla Guardia costiera libica con i nostri finanziamenti. Non lo dico io, lo dicono le inchieste della magistratura e le Nazioni unite". Per Orfini i (presunti) nuovi impegni del governo libico, che continua a non applicare la Convenzione di Ginevra, sono a dir poco "generici".
C'è di più: a il 23 febbraio l'assemblea nazionale del Pd ha votato all'unanimità che il partito "non avrebbe più sostenuto impegni con la guardia costiera libica". "Ma se noi decidiamo una cosa nei nostri organismi dirigenti, questo impegna o no la nostra delegazione al governo?". È, di fatto, l'annuncio di un drappello di no al decreto missioni. Resta da capire se, con i voti provenienti anche da altri gruppi, sarà abbastanza consistente da metterne a rischio l'approvazione.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 27 giugno 2020
Terra compromessa. Tra i palestinesi della Valle del Giordano a pochi giorni dal via al processo israeliano di appropriazione del 30% di Cisgiordania. Carenza di acqua e servizi, impossibilità di costruire, stipendi miseri. L'opposto della vita nelle colonie.
L'ombra accogliente delle palme da dattero davanti alla casa di Ahmed Ghawanmeh ci offre un po' di refrigerio in una giornata davvero calda. Il tè caldo è d'obbligo da queste parti, anche con temperature che sfiorano i 40 gradi, e Ghawanmeh ci tiene a servirlo lui. Da qualche anno è a capo del consiglio amministrativo locale di Jiftlik, una delle più importanti comunità palestinesi nella Valle del Giordano.
"Questa terra a prima vista appare tutta roccia e deserto e invece è fertile e generosa. È una serra naturale. La amo molto, non potrei immaginare un altro posto dove vivere", ci dice prendendo dalle mani del figlio adolescente un vassoio con dell'uva. Non è chiaro se Benyamin Netanyahu annuncerà, il primo luglio, l'annessione immediata anche della Valle del Giordano a Israele, come ha promesso di fare durante le ultime campagne elettorali, o se sceglierà di farlo in un secondo momento limitandosi per ora a un piano più contenuto.
Ghawanmeh riflette qualche secondo prima di rispondere alla nostra domanda su ciò che potrebbe accadere a luglio. "Tutti parlano di al dammu ("annessione" in arabo) imminente ma qui siamo annessi (a Israele) già da anni, viviamo già in un sistema di apartheid e nessuno lo ha visto", ci dice. Poi indicandoci alcuni degli insediamenti coloniali vicini a Jiftlik, aggiunge che "se sei un colono (israeliano) hai tutto, l'acqua, l'elettricità, le strade asfaltate. Se sei un palestinese devi lottare ogni giorno per spostarti, lavorare e per conservare quel poco che hai".
Jiftlik, con i suoi 4100 abitanti, è una delle più grandi delle 27 comunità palestinesi nella Valle del Giordano - circa 60mila abitanti - che, in buona parte, rientra nell'Area C, ossia la porzione più ampia (60%) della Cisgiordania che secondo gli Accordi di Oslo per cinque anni, dal 1994 al 1999, sarebbe rimasto sotto il controllo di Israele. Lo status definitivo dell'Area C doveva essere stabilito nei negoziati finali tra Olp e Israele dell'estate del 2000. Fallì tutto, cominciò la seconda Intifada e da allora Israele considera già suo il 60% della Cisgiordania. Non è così per la legge e gli accordi internazionali.
Un tempo era molto più popolata la Valle del Giordano. Dal 1967, l'anno di inizio dell'occupazione, l'esercito israeliano ha "trasferito" oltre 50.000 palestinesi, a volte intere comunità, per sostituirle con campi di addestramento militare. Con questa giustificazione sono stati dispersi ad esempio gli abitanti di Khirbet al Hadidiyah, nella Valle del Giordano settentrionale.
Anche in questi giorni, denunciano le agenzie dell'Onu e le ong per i diritti umani, vengono demolite case e strutture abitative o di ricovero per gli animali, considerate "illegali" dalla legge militare israeliana. Per un palestinese ottenere un permesso edilizio in Area C'è praticamente impossibile. Dal 2009 al 2016, meno del 2% di oltre 3.300 domande di autorizzazione, ha avuto successo, calcola il gruppo Peace Now. Le 36 colonie israeliane - circa 10mila abitanti, sorte dopo il 1967 violando il diritto internazionale - al contrario godono di pieni diritti e di tutti i servizi essenziali.
"Dopo anni di battaglie hanno portato l'elettricità anche a Jiftlik ma non basta per tutte le case e la corrente va e viene", ci racconta Othman, 26 anni, "l'acqua è sempre poca per noi e le nostre coltivazioni. Nelle colonie invece è abbondante, hanno anche le piscine". Eppure l'acqua non scarseggia nella Valle del Giordano e durante l'occupazione giordana (1948-67) sostituita poi da quella israeliana, furono scavati numerosi pozzi.
"Potremmo avere più acqua - prosegue Othman - però non possiamo andare oltre i 100 metri con le perforazioni. Così la nostra acqua è più salata rispetto quella che arriva ai coloni, estratta più in profondità". Per questo molti agricoltori sono stati costretti a passare dalla coltivazione degli ortaggi, più sensibili all'acqua meno dolce, alle palme da dattero più resistenti al sale. "Il dattero è meno remunerativo - dice il giovane palestinese - perché dobbiamo competere con la produzione massiccia dei coloni".
Dopo il tè, sul tavolino sotto la palma appaiono caffè e datteri. L'ospitalità è sacra. Arrivano altri giovani, amici o parenti di Othman. Alcuni sono laureati all'università al Najah di Nablus, altri hanno terminato le scuole superiori. Mazen Taamra abita a Fasail, a qualche chilometro di distanza. "Devo essere sincero" ci dice "a me non piace l'agricoltura, a scuola sognavo di fare un lavoro diverso da quello di mio padre e di mio nonno. Ma l'economia (palestinese) è inesistente, l'ha distrutta l'occupazione. E possiamo solo lavorare nei campi".
Mazen, come Othman e tutti i giovani presenti sono braccia a basso costo per le produzioni agricole nelle colonie. Ogni mattina all'alba raggiungono l'ingresso di qualche insediamento e, dopo i rigidi controlli delle guardie di sicurezza, entrano nelle serre e nei campi. "Ci spezziamo la schiena - spiega Othman - e d'estate lavoriamo con temperature insopportabili. Nonostante ciò riceviamo per una giornata di lavoro solo 100-120 shekel (circa 30 euro). Meno di quello che riceve un israeliano ma è l'unico lavoro che abbiamo. Così se hai dei soldi vai da qualche altra parte, dove c'è un futuro".
Shaul Arieli, un comandante militare israeliano in pensione specializzato nella demarcazione dei confini, ha previsto sulle pagine del giornale online Times of Israel, che i palestinesi perderanno durante l'annessione altri 280 kmq di terreni privati. Israele inoltre marcherà un nuovo confine di 200 km tra la Valle del Giordano e il resto della Cisgiordania e un confine di 60 km, di fatto un recinto, attorno a Gerico, il capoluogo della valle. Nuovi confini puntellati di tanti posti di blocco e controllo. Benyamin Netanyahu è stato categorico. "Nessun palestinese nelle aree annesse diventerà cittadino israeliano", ha assicurato. E ha parlato di "enclavi" palestinesi che faranno capo all'Autorità Nazionale del presidente Abu Mazen.
La parola giusta però è "Bantustan" e adesso anche non pochi israeliani cominciano a parlare di "apartheid". Stiamo per salutarci e Othman ci racconta che la madre "spera che una volta avvenuta l'annessione ci daranno la residenza con la carta blu, come i palestinesi di Gerusalemme. Così, dice, ci sposteremo e lavoreremo con più facilità. Anche lei però sa che (gli israeliani) non sono qui per facilitarci la vita, vogliono spingerci ad andare via, poco alla volta".
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 26 giugno 2020
Il ciclone Covid-19, al momento, pare essersi abbattuto sul pianeta carcere con minor intensità di quella temuta. Dall'inizio della pandemia, a fronte di 7.188 tamponi eseguiti, i detenuti contagiati dal coronavirus risultano 284, di cui 33 "esterni" ricoverati in ospedale.
di Mauro Palma
La Stampa, 26 giugno 2020
La Relazione 2020 del Garante nazionale delle persone private della libertà viene presentata al Parlamento nella Giornata internazionale della lotta contro la tortura. Il ricorso alla tortura non è una pratica da pensare relegata in scenari a noi distanti: nessuno Stato può definirsi immune da episodi che possano essere così qualificati.
di Stefano Anastasia e Franco Corleone
Il Manifesto, 26 giugno 2020
Almeno 30.000 detenuti sono in carcere a causa di una legge che persegue un reato senza vittima e che produce essa stessa le sue vittime. Quest'anno ricorrono i venticinque anni dalla fondazione di Forum Droghe, una delle associazioni che promuovono con la Società della Ragione il Libro Bianco e che ha tenuto alta la bandiera della resistenza alle battaglie ideologiche punitive e proibizioniste, con la promozione di cartelli alternativi, proposte di legge, mobilitazioni della società civile, studi, ricerche, seminari, convegni, libri: un patrimonio che costituisce ancora oggi la base per azioni e rivendicazioni.










