Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2020
I giudici costituzionali, nell'ordinanza con cui hanno dato al legislatore 12 mesi per formulare una nuova disciplina ritenendo "inadeguata" quella attuale, hanno specificato che il Parlamento "potrà eventualmente sanzionare con la pena detentiva le condotte che, tenuto conto del contesto nazionale, assumano connotati di eccezionale gravità. Bilanciare cruciale funzione di controllo dei pubblici poteri con rischi legati ai social network".
La Corte costituzionale ha dato un anno di tempo al Parlamento per riformare la legge che prevede il carcere per i giornalisti in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa e ha indicato come le pene detentive potranno al massimo riguardare i casi in cui l'offesa alla reputazione "implichi una istigazione alla violenza ovvero convogli messaggi d'odio".
La questione di legittimità è stata sollevata dai Tribunali di Salerno e Bari e, con l'ordinanza depositata oggi ma nota già dal 9 giugno, la Consulta ha rinviato l'udienza sulla decisione al 22 giugno 2021 in modo da consentire al legislatore di approvare una nuova disciplina, ricordando che la libertà della stampa è "cruciale" ma sottolineando tuttavia che tecnologie e social aumentano i rischi per la reputazione delle vittime. L'indicazione della Corte costituzionale, contenuta nell'ordinanza, è quella di una legittimità del carcere come pena solo nel caso in cui la diffamazione inciti all'odio e alla violenza.
Il bilanciamento espresso dall'attuale legge, a parere della Corte, è divenuto ormai "inadeguato" e richiede di essere rimeditato dal legislatore "anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo", che "al di fuori di ipotesi eccezionali considera sproporzionata" l'applicazione di pene detentive nei confronti di giornalisti "che abbiano pur illegittimamente offeso la reputazione altrui". Ciò anche in funzione dell'esigenza di "non dissuadere i media dall'esercitare la propria cruciale funzione di controllo sull'operato dei pubblici poteri".
Il nuovo bilanciamento, prosegue la Consulta, dovrà "coniugare le esigenze di garanzia della libertà giornalistica" con le altrettanto "pressanti ragioni di tutela effettiva della reputazione individuale delle vittime di eventuali abusi di quella libertà da parte dei giornalisti". Vittime, ragionano i giudici, "che sono oggi esposte, dal canto loro, a rischi ancora maggiori che nel passato" per via degli "effetti di rapidissima e duratura amplificazione degli addebiti diffamatori determinata dai social networks e dai motori di ricerca in internet".
Ad avviso della Consulta, quindi, un così "delicato bilanciamento" spetta "primariamente" al legislatore, ritenuto il soggetto più idoneo a "disegnare un equilibrato sistema di tutela dei diritti in gioco, che contempli non solo il ricorso - nei limiti della proporzionalità rispetto alla gravità oggettiva e soggettiva dell'illecito - a sanzioni penali non detentive nonché a rimedi civilistici e in generale riparatori adeguati (come in primis l'obbligo di rettifica)", ma anche a "efficaci misure di carattere disciplinare, rispondendo allo stesso interesse degli ordini giornalistici pretendere, da parte dei propri membri, il rigoroso rispetto degli standard etici che ne garantiscono l'autorevolezza e il prestigio, quali essenziali attori del sistema democratico".
In questo quadro, conclude la Corte costituzionale nel dare un anno di tempo per cambiare la legge, il Parlamento "potrà eventualmente sanzionare con la pena detentiva le condotte che, tenuto conto del contesto nazionale, assumano connotati di eccezionale gravità dal punto di vista oggettivo e soggettivo, tra le quali si inscrivono segnatamente quelle in cui la diffamazione implichi una istigazione alla violenza ovvero convogli messaggi d'odio".
di padre Lucio Boldrin
formatrieti.it, 27 giugno 2020
Da settembre sono al servizio dei detenuti nel carcere di Rebibbia a Roma. In altre occasioni ho avuto modo di esprimere come in carcere lavorino molte persone bravissime nel compiere il proprio dovere. Educatori (spesso educatrici), psicologi, insegnanti, direttori, amministratori e anche guardie: si respira un'aria di professionalità che è impossibile da ignorare. La professionalità inoltre ti aiuta a mantenere un filtro personale alto. L'attività che svolgi dentro è molto coinvolgente sul piano emotivo. Quando dico molto intendo dire: assai. E non per qualche animella sensibile: per tutti, pure per "gli stronzi". Allora a un certo punto hai bisogno per forza di raccontartela: mi coinvolgo emotivamente perché questo coinvolgimento è parte essenziale del mio servizio. Guai se mancasse.
Altra sensazione è che le energie profuse là dentro siano abbastanza inutili: arginano un'onda che la mattina dopo rimonta uguale a prima. Una fatica necessaria a non affogare, ma una fatica di Sisifo (personaggio della mitologia greca - indica un'impresa che richiede grande sforzo senza alcun risultato). Il macigno di inutilità che questa gente ogni giorno tira su per la salita è l'inutilità intrinseca del carcere. Il carcere così come è non serve a niente.
Non tirerò in ballo le opinioni di giuristi insigni o di grandi sociologi, tutti concordi nell'affermare che, così com'è concepito in Italia, il carcere sia uno strumento privo di efficacia (le trovate ovunque), ma riferirò una cosa che a me ha colpito da subito e che però non sento dire quasi mai.
L'aspetto punitivo del carcere, quello che ci fa vedere come un castigo (per alcuni addirittura giusto, o meritato) la permanenza in una piccola cella di molte persone, con poco o nessuno spazio vitale a disposizione e zero privacy è ciò che a primo impatto più sconvolge chiunque ne visiti uno.
Se non ci siete mai stati, pensate se qualcuno vi dicesse che da domani dovrete defecare davanti a sei o quattro persone, nella stessa stanza dove mangiate e dormite, se siete fortunati separati da una tenda: e che dentro a quello stesso bagno in cui defecate in sei, poi dovrete lavarci le stoviglie, la biancheria e pure voi stessi. Ecco, pensate solo a questo, cioè all'impossibilità di avere a disposizione momenti di personale e necessaria solitudine per tutto il tempo della vostra pena e avrete un'idea dell'inumanità di quella condizione.
Ci siamo? Ci state pensando? Vi state sentendo inumani? Vi sentite ridotti un po' a bestie? Ecco, ora vi dico un'altra cosa: in molti casi non è neanche una punizione. Quindi come punizione oltre a essere inumana è pure inutile.
E in queste situazioni noi addetti ai lavori siamo chiamati a mantenere alto il senso del rispetto umano verso sé stessi, se non addirittura insegnarlo. Ben poco si riesce a fare se non si attuerà una riforma, attesa da troppo tempo. Recuperare alla società chi è stato in carcere è molto più di un atto di solidarietà. È un principio sancito dall'articolo 27 della Costituzione italiana, che parla esplicitamente di rieducazione del condannato. Fatto che non avviene dato l'alto tasso di recidività dei reati che porta un 80-85% dei detenuti a ritornare in carcere.
Come si può chiamare ciò se non un fallimento della tanta auspicata dimensione rieducativa che dovrebbe avere una detenzione carceraria? Il recupero e l'inclusione dei carcerati ed ex carcerati è un aspetto fondamentale nell'amministrazione della giustizia: troppo spesso l'esperienza della detenzione finisce per rafforzare l'esclusione del condannato e spingerlo a rientrare negli ambienti illegali e criminali anziché essere aiutato a rientrare in famiglia, cercare un lavoro, affrontare una società per cui è ormai un "etichettato".
Vi assicuro che molti hanno paura nel tornare in libertà. Il fine pena è vissuto con paura, incertezza, e solitudine umana e sociale. Qualche detenuto spera di terminare la sua vita in carcere: davanti ha solo il vuoto lavorativo e familiare. Quanti detenuti ho visto abbandonati dalla compagna, dai figli o da genitori che non li rivolevano a casa! Umanamente comprensibile in certi casi. Ma dove andranno queste persone se nessuno le vuole?
Il carcere è sempre più lo specchio della società che viviamo all'esterno. L'elemento peggiore, causato dalla inefficienza di una vera riforma carceraria è che il carcere è divenuto la "discarica sociale": un cercare di allontanare dagli occhi e dalla strada quelli che "consideriamo malati e pericolosi", ma senza prendersi cura per cercare una terapia per il loro recupero. In carcere direi che, da quanto ho incontrato, circa un 60%, se non di più, è finito nei guai a causa della maledetta droga, ma vi sono anche persone cadute in povertà costrette a commettere reati o per necessità o ingenuità, malati psichici, barboni, stranieri e non pochi rom. Insieme a delinquenti, ladri e truffatori di professione, mafiosi e camorristi, assassini...ma anche innocenti. Tutti trattati nello stesso modo. L'unica differenza la fa "il dio denaro" anche in carcere. Denaro che ti permette di trovarti i migliori avvocati, e non avere solo quelli d'ufficio.
Puoi permetterti di fare la spesa e mangiare quello che più ti aggrada facendolo venire da fuori. Il sabato e la domenica, anche da un ristorante convenzionato. Comprarti ciò che ti serve: dal tabacco a ciò che occorre per l'igiene personale, ai vestiti e alla biancheria intima. Senza dover attendere che sia il cappellano a portarteli, grazie all'aiuto di persone esterne, associazione e dalla Caritas. Una cosa che non comprendo è perché in carcere tutto debba costare di più.
Anche in questo mondo si sta cercando di ricominciare dopo 100 giorni di lockdown causato dalla pandemia, tre mesi lunghissimi e pesanti per tutti. In carcere ancora di più: processi rinviati e che vanno già alla lunga per il muoversi pachidermico del nostro apparato giudiziario; sospese tutte le lezioni di ogni grado; interrotti gli incontri con i volontari, i familiari; sfumata la possibilità di lavorare all'esterno per chi ne aveva ottenuto il permesso.
Tutto limitato tranne le lunghissime ore vissute in branda (in certi reparti 21 ore su 24), la mancanza di un abbraccio o di uno sguardo di un familiare, o dietro smartphone (da poche settimane e solo per 45 minuti ogni 7 giorni), se hai soldi e parenti in Italia.
Più che mai questa pandemia ha reso urgente una revisione della realtà detentiva o la necessità di pene alternative alla carcerazione anche allo scopo di fare scendere il sovraffollamento presente e per il quale l'Italia è già stata sanzionata. Ma ciò sembra interessare ben pochi e così le carceri continueranno a partorire altri delinquenti: di chi sarà la colpa?
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 giugno 2020
Il 30 giugno finisce la Fase 2 della giustizia, ma le udienze sono un miraggio. Gli avvocati: "Basta smart-working o la ripresa a luglio sarà virtuale". "La tanto sbandierata ripartenza delle attività dei Tribunali sarà praticamente inattuabile e pertanto verrà rinviata, se tutto andrà bene, al mese di settembre".
Le conclusioni - tragiche sono di Antonello Talerico, presidente del Coa di Catanzaro reduce dall'incontro di giovedì con Lorenzo Del Giudice, vice capo del dipartimento Organizzazione giudiziaria di via Arenula. Una riunione alla quale hanno preso parte i presidenti delle Corti d'Appello, quelli degli Ordini degli avvocati e i procuratori generali delle regioni meridionali, le meno colpite dall'emergenza e, almeno in linea di principio, "predisposte" ad una riapertura vera dei Tribunali. Ma le cose, in realtà, non stanno così.
E gli esempi, per Talerico, sono lampanti: le udienze, spiega, "sono fissate soltanto sino alla data del 15 luglio 2020 e i magistrati stanno già procedendo a rinviare d'ufficio molti dei processi che si sarebbero dovuti celebrare tra il 1° ed il 15 luglio".
Mentre da nord a sud continua il braccio di ferro tra avvocatura e personale amministrativo - che insiste sulla necessità di mantenere lo smart working per garantire la sicurezza - la classe forense continua ad interrogarsi sulla ripartenza, fissata per decreto al primo luglio. Una "Fase 3" che si preannuncia, però, soltanto di facciata. Almeno secondo l'avvocatura, che chiede protocolli in grado di garantire la ripartenza, impossibile se il personale di cancelleria non tornerà, effettivamente, al lavoro sul campo.
"Non possiamo dimenticare che permangono i divieti di assembramenti e le norme che impongono il distanziamento sociale - dice al Dubbio Rosario Pizzino, presidente del Coa di Catania. Quindi nelle strutture giudiziarie che presentano spazi angusti sarà molto problematico contemperare la presenza fisica delle udienze con l'applicazione di queste misure. Probabilmente andremo incontro ad una ripresa virtuale, per la quale, evidentemente, dovremo ancora concordare con i magistrati una serie di misure per evitare l'affollamento".
Si rischiano assembramenti, file, rinvii, insomma: tutto meno che il ritorno alla normalità. Ancora una volta a scapito della domanda di giustizia dei cittadini e, professionalmente, a scapito degli avvocati. "L'avvocatura è stata la componente della giurisdizione più colpita. Ma nonostante ciò, se è stato possibile affrontare questi quasi quattro mesi è solo grazie alla nostra collaborazione - aggiunge - la quale, con tutta una serie di protocolli, ha permesso che quel minimo di attività si espletasse. E questo sarà ancora necessario".
La disponibilità a collaborare c'è, a patto, afferma Pizzino, "che le cancellerie tornino a lavorare a pieno regime". Per Talerico, "l'abusato smart working, oltre a non consentire agli operatori di svolgere a distanza importanti attività, ha determinato anche facili giustificazioni nei ritardi maturati nelle plurime attività spesso sollecitate dall'avvocatura.
Avrebbe dovuto consentire ai singoli operatori di rispondere a pec, email ed ai contatti telefonici, ma gli avvocati non hanno ricevuto risposta". I buoni protocolli servono dunque a poco senza una previsione sulle modalità di lavoro delle cancellerie, per le quali vale la circolare del 12 giugno scorso, a firma del capo del Dog, Barbara Fabbrini, secondo cui il Dl Rilancio già consente di rimodulare il ricorso al lavoro agile. Ma rimane, comunque, onere dei capi degli uffici riorganizzare il tutto. "Bisogna contemperare lo smart working con l'esigenza di funzionalità degli uffici - aggiunge Pizzino - dal momento che il personale amministrativo da casa non può collegarsi ai registri telematici".
Un punto sul quale anche diversi presidenti delle Corti d'Appello si sono mostrati d'accordo. Ci sono poi i ritardi nella liquidazione del patrocinio a spese dello Stato, spesso causati dalla mancata informatizzazione del procedimento, fattore che ha ulteriormente penalizzato l'avvocatura, specie la sua parte più giovane.
Il Dog ha garantito lo stanziamento di fondi straordinari per l'acquisto di dispositivi, nonché, in futuro, la possibilità di collegamento telematico ai registri, quantomeno sul civile. Ma il nodo cruciale rimane sempre quello dei rinvii, alcuni dei quali addirittura al 2023.
"Va registrato il rinvio di circa l'85% delle cause che dovevano celebrarsi nel periodo di lockdown", sottolinea Talerico, secondo cui il ministero della Giustizia avrebbe dovuto prevedere "prescrizioni generali applicabili uniformemente su tutto il territorio italiano", ad eccezione delle Regioni maggiormente colpite.
Da Catanzaro la proposta è quella di azzerare lo smart working, con una nuova riorganizzazione degli Uffici e delle udienze e un agevole impiego degli strumenti informatici. "Si sono riaperte le discoteche, è ripartito lo sport e tante altre attività che comportano la violazione di ogni prescrizione sanitaria - conclude Talerico - ma si continua invece a pretendere il distanziamento e il divieto di assembramento all'interno dei Tribunali, così di fatto impedendo una concreta possibilità di ripartire".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 27 giugno 2020
Hanno iniziato a girare a pieno regime da stamattina le quattro macchine del progetto #Ricuciamo per la produzione industriale di mascherine chirurgiche nello stabilimento di Milano Bollate. Al momento si tratta soltanto delle prime prove di produzione, ma il ritmo di immagini e suoni che sono in grado di sprigionare rendono l'idea delle loro potenzialità molto più di mille parole.
Le prove andranno avanti fino a tutta la prossima settimana. Attorno alle quattro macchine si alterneranno, nelle diverse fasi della produzione, un totale di 144 detenuti che opereranno 24 ore su 24: nove addetti per ogni macchina, per quattro turni di lavoro da sei ore ciascuno.
Nei prossimi giorni saranno inoltre messi a punti i protocolli per la sanificazione dell'area industriale e per la certificazione delle attività. L'inizio della produzione vera e propria è previsto per la seconda settimana di luglio, con un quantitativo iniziale stimato intorno alle 200mila mascherine al giorno.
Il progetto #Ricuciamo per la produzione industriale di mascherine protettive è nato lo scorso 26 maggio con la firma apposta da Arcuri e Bonafede sul Protocollo d'intesa fra il Commissario straordinario di governo per l'emergenza Covid-19 e il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Proprio nell'istituto milanese di Bollate, il Capo del Dap, Bernardo Petralia, e il coordinatore del team "Riconversione Incentivi" del Commissario per la gestione dell'emergenza Covid-19, Ernesto Somma, presentarono il progetto insieme ai cinque partner privati che si sono uniti in fase di start up: Italia Camp, per la promozione istituzionale dell'iniziativa, la formazione ed informazione ai detenuti e al personale coinvolto nelle tre sedi penitenziarie; Boston Consulting Group, per i rapporti con il produttore delle macchine e le forniture delle materie prime; Comau e Fca Group, specializzata in robot di saldatura e in macchine per magazzini automatizzati, per il montaggio e la certificazione della macchine, per lo sviluppo e la realizzazione di processi di automazione, soluzioni e servizi di produzione; e infine Manpower, per l'ingaggio degli operation manager/capi turno che si alterneranno nella conduzione della produzione in carcere. In totale sono otto le macchine arrivate dalla Cina che fra poco entreranno a regime, consentendo di produrre fino a 100mila mascherine al giorno per ciascuna macchina: oltre alle quattro di Milano Bollate, due sono nell'istituto penitenziario di Salerno e due nel Polo di Roma Rebibbia presso il Servizio di Approvvigionamento e Distribuzione Armamento e Vestiario (Sedav).
blogsicilia.it, 27 giugno 2020
"La nota dolente è rappresentata dal servizio sanitario a cura dell'Asp di Siracusa che la regione Sicilia dispone per assistere i detenuti. Troppa lentezza e burocrazia sia per esami diagnostici sia per interventi chirurgici programmati, che superano molte volte attese di 1 o 2 anni".
Lo afferma il garante dei detenuti del carcere di Siracusa, Giovanni Villari, che chiede un'inversione di tendenza soprattutto perché una corretta prevenzione ha il merito di salvare delle vite. Ma la lentezza degli esami diagnostici è, per il garante, solo uno dei problemi all'interno della struttura penitenziaria di contrada Cavadonna in cui ci sarebbero poche attività per il recupero dei detenuti.
"Le rare attività di reinserimento - dice Villari - sociale in regime di semilibertà sospese durante la fase più difficile dell'emergenza sanitaria, solo ora stanno dando leggeri segni di ripresa. Attualmente possono ritenersi fortunati solo quei pochi detenuti a cui è affidato qualche servizio all'interno dell'istituto (manutenzione ordinaria; lavanderia; porta vitto; spesino).
Altri hanno la possibilità di lavorare nel biscottificio annesso alla casa circondariale, sotto la cura della cooperativa Arcolaio, producendo dolci tipici e biologici utilizzando mandorle nostrane, bucce d'arancia, carrube. Poi ci sono coloro che lavorano nella tessitoria dell'istituto e producono lenzuola e federe ad uso interno. È degno di nota il lavoro di alcuni detenuti impegnati nel laboratorio di tessitoria, i quali hanno prodotto circa 10 mila mascherine protettive in cotone a trama fitta e doppio strato con tasca".
Inoltre, secondo il Garante dei detenuti del carcere di Siracusa, "la presenza della Magistratura di sorveglianza all'interno del carcere è, per la mole di lavoro da cui sono gravati i singoli magistrati, episodica, tanto che spesso i detenuti ne lamentano l'assenza. L'ufficio del garante desidera creare sinergie con l'Ufficio della Magistratura di sorveglianza, trovare disponibilità al dialogo e all'ascolto rispetto alle criticità riferite per garantire i diritti primari dei detenuti e dei soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà"
di Marco Zonca
bergamonews.it, 27 giugno 2020
Il 36enne professor Rovaris: "L'insegnamento in carcere? Un'esperienza umanamente arricchente". "Sono emozionato, è la prima Maturità che affronto insieme ai miei studenti, anche se il fatto di non aver potuto avere alcun tipo di contatto ha messo un po' in crisi me e i miei colleghi. Abbiamo immaginato quanto potesse essere pesante anche per gli alunni, abituati a vederci tutti i giorni". La Maturità, affrontata durante la pandemia di Covid-19, è una triste novità per tutti, a causa delle limitazioni imposte. Ancor di più per chi, come Marco Rovaris, insegna all'interno del carcere milanese di Opera.
"Non abbiamo potuto fare lezioni online. Come i miei colleghi, l'unico legame che ho potuto avere in questi tre mesi di lockdown sono state le dispense, mandate ad ogni studente, con il materiale da studiare. Quello che è mancato di più, però, è il confronto quotidiano".
Traspare, dalle parole di Marco Rovaris (36enne di Bergamo, una laurea magistrale in Lettere), la passione per l'insegnamento, in particolare verso il compito svolto all'interno del carcere milanese, raggiunto dopo un periodo di insegnamento trascorso alla casa circondariale di Bergamo. "Diciamo che la mia esperienza all'interno del mondo della scuola è un po' particolare. Non ho mai insegnato in scuole diurne, con ragazzi adolescenti".
La prima esperienza, partendo dalla terza fascia, nel 2015 come supplente al carcere di Bergamo, dove ha insegnato per due anni. Poi il concorso per l'immissione in ruolo nel 2016 e, dopo un anno passato al serale dell'ITIS Paleocapa, il desiderio di tornare ad insegnare in carcere. "Nel 2018 ho chiesto il trasferimento, ed ora sono ad Opera, a Milano".
Una scelta precisa, quella di Marco Rovaris, dettata, prima di tutto, dal desiderio di ricreare un rapporto insegnante-studente costruito sull'arricchimento personale comune, vissuto da ambo le parti. "Il confronto con persone adulte o comunque maggiorenni ha un percorso che nasce in modo opposto rispetto all'insegnamento agli adolescenti. Nessuna imposizione familiare, nessun obbligo statale: le persone a cui insegno sono di fronte a me perché l'hanno scelto, perché hanno desiderio di imparare, di conoscere, di arricchirsi culturalmente come persone".
L'insegnamento in carcere amplifica ancora di più questo aspetto. "Nonostante anche gli adulti nei corsi serali avessero delle motivazioni forti per studiare, insegnare in carcere arricchisce molto l'aspetto umano e il rapporto fra persone. Insegnando italiano e storia, l'importanza verso il confronto traspare ancora di più. Diventa molto più arricchente dare vita a dibattiti con persone che, tra le varie motivazioni, hanno quella di ricrearsi una quotidianità ed abituarsi ad una nuova vita da trascorrere nella legalità, imparando a rispettare le regole".
Rovaris racconta l'amore verso il proprio lavoro, che porta avanti come una vera e propria passione, quasi una missione. "Anche per background, mi trovo molto vicino a queste persone. Aver vissuto diverse esperienze nella vita, mi ha consentito di deviare da una strada già predefinita, tracciata da altri. Questo mio essere è il punto fondamentale che mi ha spinto a tornare ad insegnare in carcere".
Il Covid-19, in questo periodo, ha però stravolto tutto, sia per quanto riguarda l'insegnamento, sia per le tensioni che si sono manifestate all'interno delle carceri. "La scuola è finita e non me ne sono accorto - ha scritto Marco Rovaris in un post sui social network - Non ho salutato né visto nessuno. Non guardo in faccia i miei studenti dal 22 febbraio, nemmeno in video-chat, né li ho sentiti. Gli aggiornamenti sono fumosi e dilazionati.
Qualcuno è stato messo in isolamento durante le rivolte, qualcuno si è fatto male in modo serio, qualcuno è stato trasferito e forse non lo rivedrò più. Altro non è dato sapere. Si è spezzato un cordone che lascerà degli strascichi pesanti in un posto come quello dove lavoro, dove il concetto di tempo non esiste, ma è solo un macigno da trascinare a vuoto. Laddove il diritto allo studio sembra un vezzo da appiccicare a random a un discorso, per qualcuno è semplicemente aria da respirare. O almeno, dovrebbe".
Con la diffusione delle notizie in merito alla pandemia, in diversi carceri d'Italia, tra cui quello di Bergamo e quello milanese di Opera, ci sono state proteste e momenti di tensione. "L'obiettivo di contingentare le notizie all'interno, secondo me, è stato quello di tutelare al massimo i carcerati, evitando di creare preoccupazioni ulteriori" - spiega Rovaris - Il fatto che comunque nelle strutture ci siano televisioni e radio ha creato forte tensione, perché le notizie potevano, di fatto, circolare. In carcere si vive un po' fuori dallo spazio e dal tempo, i detenuti probabilmente sono andati nel panico ed hanno reagito nelle maniere più svariate. Secondo me, tutto è nato dalla paura di non essere bene a conoscenza di ciò che stava accadendo fuori".
Marco ha sottolineato poi l'importanza del diritto allo studio. Un diritto che, insieme ai suoi colleghi, vuole ribadire, portando avanti la propria missione, sempre nel rispetto delle regole. "Fortunatamente riusciamo a fare gli esami di maturità in presenza.
Gli studenti si sono trovati davanti a noi, tutti muniti di mascherina, con dispenser di gel igienizzante, penne personalizzate e mascherine, rispettando naturalmente il distanziamento. Non possiamo consegnare personalmente i diplomi, per limitare i contatti: è un dispiacere non potersi congratulare di persona con alunni che abbiamo accompagnato lungo questo percorso. L'esame di maturità rimane sempre un momento chiave nella vita di tutti". Un momento emozionante, da una parte o dall'altra delle sbarre.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 27 giugno 2020
Parla Ruggero Giuliani, direttore sanitario di San Vittore. Il Centro clinico del carcere è diventato dal 7 aprile a tutti gli effetti il centro Covid della Lombardia. "1.500 tamponi fatti. Abbiamo fatto tracciare subito tutti i contatti di ogni positivo".
Il dottor Ruggero Giuliani è una di quelle persone che ti sembra di conoscere da sempre, anzi, che avresti voluto aver conosciuto da sempre, tanto che immediatamente ti perdi nella sua storia. E ti ritrovi a dargli del tu come se non fosse solo la seconda volta che lo vedi e come se non si fosse in una situazione oppressa dalle mura di una prigione.
Oggi il dottor Giuliani è il direttore sanitario del carcere di San Vittore, reduce dalla battaglia con il Covid-19 e anche da quella con la rivolta dei detenuti del 9 marzo. Ma fino a poco tempo fa, con la collega (che casualmente è anche sua moglie) Teresa Sebastiani era operatore sanitario di Medici senza frontiere in Africa, per oltre dieci anni, in luoghi di guerra e in ultimo in Mozambico.
È specializzato in infettivologia. Così è cascato da un anno dentro i gironi infernali di San Vittore proprio alla vigilia dell'arrivo di un virus che lui ha annusato abbastanza in fretta, pur se a tutti sconosciuto. Il racconto di questi mesi a San Vittore è l'immagine plastica di una sorta di bolla che si è (è stata) salvata pur all'interno della complicata situazione sanitaria lombarda. Nell'istituto, al numero due della piazzetta Filangieri cantata da tante canzoni della mala milanese come "Ma mi", oggi ci sono circa 850 detenuti.
Il che significa il venti per cento in meno dei 1000-1100 dell'era ante-Covid. Chiedo subito di chi sia il merito: dei giudici di sorveglianza o del decreto governativo? "No, il motivo principale è stata la riduzione delle attività investigative e della presenza dei presìdi di polizia nelle zone rosse".
Quindi, poiché zona rossa (o arancione) è stata tutta la Regione Lombardia, questo vuol dire non solo che forse in Italia ci sono troppi reati di strada, cioè la cosiddetta piccola criminalità, ma anche che si arresta con troppa facilità, come se il carcere fosse l'unica soluzione dei problemi di devianza o emarginazione.
"Il carcere ormai - il dottor Giuliani ne è convinto - è l'ultimo luogo che si prende cura dei residuali. Li chiudi dentro, butti la chiave e li tieni lì. Forse in questo modo affronti qualche problema di sicurezza, ma dimentichi che punire equivale a far soffrire".
A San Vittore il 70% è composto da detenuti stranieri che non hanno neanche un domicilio, quindi è difficile applicare loro le misure alternative al carcere. Così è anche per molti anziani malati e soli. Sono questi i problemi. Qui non esistono reparti di alta sicurezza e neanche 41bis. Qui c'è la "normalità" di poveri ed emarginati per cui la detenzione pare l'unica soluzione di vita. O di sopravvivenza.
Quindi, come è andata con il Coronavirus? "La prima regola, in presenza di un virus così contagioso, è ridurre il sovraffollamento. Ma in un carcere come questo, con piccole celle da 3 persone in nove metri quadri o grandi da 11 in 18 metri quadri, non puoi fare nessun distanziamento. L'unica soluzione è tenere sempre le celle aperte, cosa che si fa con molta ipocrisia dopo la sentenza Torreggiani (quando la Cedu ha condannato l'Italia per gli spazi ridotti per detenuto, ndr), così si contano anche i metri dei corridoi.
Non potendo intervenire su questo aspetto, noi come prima cosa abbiamo chiuso porte e portoni, cioè sospeso i colloqui e bloccato l'ingresso degli esterni non indispensabili. Fin dal mese di febbraio avevamo prestato particolare attenzione alle polmoniti e ai detenuti cinesi o che comunque fossero arrivati dalla Cina".
Ma ci sono cinesi? Sorriso: "Certo, e adesso cuciono mascherine e camici che sono stati già omologati dal Politecnico". San Vittore dispone di un ottimo Centro clinico interno, con venti medici e cinquanta infermieri. Con qualche operatore sociosanitario, un'ottantina di persone, che nei mesi scorsi si sono occupate quasi a tempo pieno della pandemia.
"Con il Direttore Giacinto Siciliano abbiamo costituito una task force fin dal 23 febbraio, quando fu scoperto a Codogno il famoso paziente uno, e abbiamo intensificato tutte le misure di prevenzione. Poi il 9 marzo la rivolta ha rischiato di far saltare tutto. C'erano già state tensioni a Pavia e Voghera, penso ci sia stato una sorta di tam-tam. Ma quando penso ai volti dei "miei ragazzi" sul tetto mi vien da sorridere all'idea che qualcuno abbia pensato a una strategia per far insorgere i carcerati. Credo invece che loro fossero delusi perché speravano in una soluzione Iran, cioè carceri svuotate completamente. Comunque abbiamo superato quel momento, anche se abbiamo avuto problemi con i nostri agenti che erano andati a dare una mano fuori, cioè nelle altre carceri e che si sono contagiati".
Non sono uscite all'esterno molte notizie su quel che succedeva "dentro", dopo i giorni della rivolta. "I primi casi si sono verificati all'inizio di marzo, ma solo per un paio di detenuti che sono transitati all'ospedale di Niguarda, dove hanno necessitato anche di piantonamento. Così si sono contagiati circa sessanta agenti, di cui il settanta per cento erano sintomatici. Ma in tutto la situazione grave si è limitata a un agente e un detenuto morti, purtroppo".
Questo è il momento in cui Ruggero Giuliani, che neanche per un attimo ha mostrato la vanità dei tanti virologi che in questi mesi hanno affollato le nostre tv, ha un moto d'orgoglio. Sembra quasi uno che crede davvero nelle virtù salvifiche del carcere. Perché a partire dal 7 aprile il Centro clinico di San Vittore è diventato a tutti gli effetti il "Centro Covid" di tutta la Lombardia.
"Mentre tutti ci dicevano di scarcerare, noi pensavamo a curare. Abbiamo fatto 1.500 tamponi. Ogni volta che trovavamo un positivo, immediatamente, entro le ventiquattrore, abbiamo fatto i tracciamenti di tutti i contatti interni. E siamo intervenuti in modo rapido ed efficace a dare l'accesso alle cure. Fino a un certo momento eravamo anche riusciti a tenere separati i tre settori paralleli: detenuti, agenti e personale sanitario.
Ma il 31 marzo era avvenuto il primo contagio interno, cioè il passaggio del virus da detenuto ad agente e viceversa". È stato in quel momento che la task force ha fatto un vero appello ai detenuti. "Abbiamo bisogno di voi, abbiamo detto, e li abbiamo coinvolti sollecitando comportamenti attivi, con un decalogo di regole di prevenzione, con l'uso di mascherine e di igienizzazione di ogni oggetto presente nelle celle". Insomma, è andata.
"Abbiamo avuto l'ultimo positivo interno il 24 aprile. Complessivamente i positivi erano stati 22 detenuti su 550 e 60 agenti su 550. Poi ci sono arrivate 70 persone positive dalle carceri di tutta la Lombardia. Li abbiamo curati tutti, ora ne sono rimasti solo tre".
Tre è un numero di qualche giorno fa, relativo al momento dell'intervista. Inutile chiedere, infine, al dottor Ruggero Giuliani se sia favorevole all'amnistia o all'indulto. Lui crede molto nella riabilitazione sociale, nella formazione, nel lavoro. "Ci sono tanti reati di povertà", scuote la testa, sconsolato. Se questo medico di frontiera vi ha dato l'impressione di essere un vecchio saggio giramondo, sappiate che ha solo 48 anni. Molto ben vissuti.
Corriere di Rieti, 27 giugno 2020
Nella Casa Circondariale di Rieti Nuovo Complesso hanno raggiunto la maturità cinque detenuti
che frequentano la scuola carceraria. Nonostante il Covid 19, i tragici disordini che si sono verificati e le enormi difficoltà che hanno ostacolato la didattica a distanza, la determinazione dei neo maturandi, li ha portati a raggiungere il duplice obiettivo di essere i primi cinque diplomati all'interno del carcere e di essere i primi, nella provincia di Rieti, a conseguire il diploma ITT, indirizzo Informatica e Telecomunicazioni articolazione Informatica, uno degli indirizzi Tecnico Tecnologici dell'Istituto di Istruzione Superiore Celestino Rosatelli di Rieti.
"I diplomati - ha commentato la dirigente scolastica Daniela Mariantoni - hanno acquisito un diploma che faciliterà il loro reinserimento nel mondo del lavoro. Nonostante le difficoltà organizzative, i risultati sono stati più che soddisfacenti. Il sapere è la medicina che cura ogni male". I cinque saranno anche gli ultimi a diplomarsi in informatica nella nostra provincia, perché tale indirizzo è stato sostituito con l'indirizzo professionale in Manutenzione e Assistenza Tecnica. La scuola in carcere continuerà ad operare anche il prossimo anno, grazie agli insegnanti, non solo delle superiori, ma della scuola secondaria di primo grado del Centro Provinciale Istruzione Adulti di Rieti. Il personale docente garantisce il diritto all'istruzione anche a chi vive il carcere, dove è in corso un cammino di recupero di uomini che, a fine pena, saranno nuovamente inseriti nella società.
Il Messaggero, 27 giugno 2020
Lavoro fuori dal carcere per tre detenuti della casa circondariale di Orvieto, grazie al progetto Orto 21, sostenuto dalla Regione Umbria e dall'Otto per mille della chiesa valdese. A gestirlo, attraverso il patto di collaborazione con il Comune di Terni, è l'associazione Demetra, che ha dato il via al percorso culturale e artistico per la cura e la rigenerazione dell'area verde del Centro di Palmetta, nel capoluogo. Questa, nei prossimi mesi, sarà riaperta e fruibile da tutta la cittadinanza.
Per sei mesi i tre detenuti si dedicheranno ad attività formative e pratiche di giardinaggio, orticoltura e frutticoltura. In affiancamento ci saranno dei tutor, un agronomo e i volontari dello stesso Centro di Palmetta. Il progetto Orto 21 è realizzato in collaborazione con la casa circondariale di Terni, l'ufficio di esecuzione penale esterna di Terni, l'associazione Ora d'Aria, l'associazione Zoe, la cooperativa sociale Edit, la scuola edile, Mercato Brado e cooperativa mobilità trasporti. Oltre alla formazione e al lavoro i tre detenuti saranno coinvolti nelle altre attività dell'associazione Demetra, in particolare con "Radici", la residenza artistica dedicata alla Land Art e a tutte le pratiche creative inserite nel paesaggio prevista nell'area verde del centro. Qui verrà ultimata la realizzazione del primo parco cittadino di "Arte Ambientale", gratuito e aperto al pubblico.
ilcaffe.tv, 27 giugno 2020
Dall'Anno Scolastico 2010/2011, l'Istituto Tecnico Cesare Battisti veliterno ha iniziato un percorso d'istruzione a favore dei detenuti della Casa Circondariale di Velletri con il corso di studi di perito agrario. In questi giorni si sono svolti gli esami di stato online, i maturandi erano 13, da segnalare che fra di loro si è diplomato uno studente di 71 anni, di Anzio, ed altri di varie età e nazionalità della zona dei Castelli, Latina e Roma.
Il referente della scuola presso il carcere, il professor Antonino Marrari si è congratulato con i neo diplomati ed ha detto: "Che questo traguardo raggiunto possa essere una forma di riscatto e di stimolo per intraprendere un nuovo percorso di vita, e la scuola e lo studio è statisticamente provato che aiuta molto in questo, come dice sempre il nostro dirigente scolastico professor Dibennardo, che segue le evoluzioni e gli sviluppi di queste iniziative in carcere".
A seguito della pandemia da Covid-19 e alla conseguente interruzione delle lezioni nel penitenziario veliterno che ospita centinaia di detenuti, ci si è immediatamente attivati nell'organizzazione della didattica a distanza.
"Ringrazio la direttrice del carcere Maria Donata Iannantuono e la dirigente Sabrina Falcone responsabile area pedagogica educativa che si sono prontamente mobilitate ad attrezzare con i mezzi a disposizione le aule per la DaD in particolare per gli studenti della classe quinta, dato che dovevano sostenere gli esami di stato; questo accadeva già dalla fine di marzo, riprende il professor Marrari.
Si fa presente che il "modello Velletri" sulla Didattica a Distanza è stato preso ad esempio dall'ufficio scolastico regionale. Inoltre un ringraziamento speciale va al personale della polizia penitenziaria e al dirigente del Cesare Battisti il professor Eugenio Dibennardo, che si è tanto impegnato da molti anni in questa lodevole iniziativa e che ci ha dato la possibilità di continuare con passione e impegno questo progetto".
Al professor Marrari, è arrivata in mattinata, una mail, di un detenuto diplomatosi, in cui lo ringrazia per il tempo e la cura avuta durante le lezioni, perché lo hanno fatto sentire una persona libera, un vero studente, tutto questo grazie alla cultura e al suo impegno. *Nella foto 11 dei 13 diplomati in perito tecnico agrario, che hanno fornito al professor Marrari la liberatoria per la pubblicazione.










