di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 27 giugno 2020
L'annuale Relazione al Parlamento del Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà non poteva quest'anno prescindere dalla situazione che si è venuta a creare negli ultimi mesi e che ha ulteriormente chiuso realtà intrinsecamente già chiuse, come le carceri, i centri di accoglienza per immigrati ma anche le residenze per anziani.
"Al di là di quei cancelli, all'ansia che in sé si genera in questi spazi chiusi - ha dichiarato il Garante Mauro Palma, presentando oggi, venerdì 26, la Relazione - si è aggiunta l'ansia determinata dal nemico invisibile, di cui ciascuno poteva essere inconsapevole portatore e che entrando in quei luoghi avrebbe determinato un'incontrollabile impossibilità di difendersene".
Da qui, ad esempio, le rivolte scoppiate in carcere all'annuncio della sospensione dei colloqui con i familiari, che hanno causato 14 morti. A peggiorare la situazione è stato inoltre il cronico sovraffollamento degli istituti di pena, che da sempre "preoccupa" il Garante, con 61.230 reclusi alla fine di febbraio 2020. E anche se tra marzo e la seconda metà di maggio, in seguito alle misure adottate dal Governo, vi è stata una diminuzione consistente delle presenze in carcere passate a 53.548, ha spiegato Mauro Palma, "è estremamente allarmante il fatto che recentemente i numeri sono di nuovo in ascesa con un trend di crescita che ha portato un aumento di quasi 300 presenze negli ultimi quindici giorni".
Le carceri italiane soffrono dunque un sovraffollamento endemico dovuto, secondo il Garante, anche alla mancanza "di risposte esterne capaci di intercettare il disagio e le difficoltà di vita per diminuire l'esposizione al rischio di commettere reati". Un esempio sono le 867 persone detenute ad oggi per una pena (non un residuo di pena) inferiore a un anno e le 2.274 con una pena compresa tra uno e due anni. Sono inoltre 13.661 i detenuti con un residuo di pena da scontare inferiore a due anni. Un esercito di persone che, evidenzia il Garante, dovrebbero poter avere accesso alle misure alternative al carcere per un loro graduale reinserimento nella società.
Strettamente legata a questo tema è l'altra emergenza evidenziata nella relazione e cioè il disagio mentale in carcere e la "tendenza a psichiatrizzare ogni difficoltà che si manifesta all'interno delle mura carcerarie". Secondo Palma "la salute mentale negli istituti di pena si può sintetizzare in questi parametri: vuoti, inerzie, carenze e bisogno".
Una realtà che traspare anche dal crescente numero dei suicidi, 53 nel 2019, in media uno a settimana, e dal costante aumento di episodi di autolesionismo e di aggressione verso il personale penitenziario. Un trend costante anche nei primi mesi del 2020 con già 18 suicidi, 481 tentati suicidi e 3.617 atti di autolesionismo.
Altro tema di allarme, messo a fuoco nella Relazione, è la privazione della libertà dei migranti. "I numeri del 2019 confermano la discrasia tra il numero delle persone ristrette nei Centri permanenti per il rimpatrio e quello relativo alle persone effettivamente rimpatriate. Delle 6.172 persone ristrette in una situazione di detenzione amministrativa, solo 2.992 sono state rimpatriate mentre in 1.775 casi la privazione della libertà non è stata confermata dall'Autorità giudiziaria". L'ultima parte della Relazione è dedicata alle strutture "più affollate" tra quelle che il Garante si trova a visitare e monitorare: le residenze per anziani e le residenze per disabili che, secondo gli ultimi dati, forniscono 88.571 posti letto in 12.458 strutture. Realtà in cui il covid-19 ha causato significative limitazioni alle libertà fondamentali e in alcuni casi, persino situazioni di privazioni de facto della libertà personale.
Alla luce di quanto accaduto, che in taluni casi è all'attenzione della Magistratura inquirente, il Garante ricorda di aver stipulato un accordo di ricerca con l'Istituto Superiore di Sanità per il monitoraggio continuo di queste strutture "che il contagio ha configurato solo come potenziali cluster, facendoci dimenticare che erano luoghi dove si realizzava la forzata interruzione dei legami e ci si avvia a esiti nefasti in un contesto di vuoto e di percezione di solitudine assoluta".
Da qui la necessità di un'osservazione costante "perché - sottolinea Palma - ogni persona ha diritto a che le sue potenzialità vengano coltivate e sviluppate al massimo, al fine di non diminuirne la possibilità relazionale e l'esercizio pieno di quel residuo di libertà che ognuno porta con sé".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 27 giugno 2020
Era una domenica di marzo. L'Italia si avviava verso il lockdown. Nel carcere Sant'Anna scoppiò una rivolta: nove detenuti persero la vita. Visitare il carcere di Modena significa misurarsi con le macerie di un sistema andato in pezzi. Centro dell'ondata di rivolte che hanno attraversato il Paese lo scorso marzo, per la casa circondariale Sant'Anna il bilancio è drammatico: nove morti senza ancora una risposta.
Chi ricorda quel giorno, l'otto marzo a Modena, ha ancora in mente il rumore delle sirene spiegate e una colonna di fumo nero che si addensa in cielo: la voce dei detenuti squarcia il silenzio di una domenica pomeriggio, mentre l'Italia in piena emergenza sanitaria si avvia progressivamente al lockdown.
A raccontarcelo è Paola Cigarini, referente del Gruppo Carcere-Città che per anni ha fatto volontariato all'interno della casa circondariale modenese. "Quello che è successo è il segno di qualcosa che non va, e non solo qui a Modena", spiega Cigarini che di quelle immagini dolorose vuole farne un monito per il futuro.
"La nostra città non deve dimenticare quella data - continua la volontaria - anche se siamo abituati che il carcere lo sia. Per far sì che nove persone non siano morte invano si tratta di ricordare che nell'Istituto c'era un sovraffollamento di più di 200 persone, un numero di educatori insufficiente e tempi lunghissimi per le risposte da parte della magistratura di sorveglianza".
Il carcere di Modena, numeri alla mano, ha una capienza di 340 persone. Al momento delle rivolte, esplose a catena negli istituti del Paese da Salerno a Milano, Sant'Anna ne ospitava 560: molti dei quali detenuti definitivi, pur essendo quella di Modena una casa circondariale. Dopo la distruzione di buona parte della struttura che ha reso inagibile intere sezioni restano a Modena meno di cento detenuti, per lo più condannati per reati che non prevedono l'accesso a misure alternative.
Quasi tutti gli altri sono stati trasferiti nella notte in istituti dislocati in tutto il territorio nazionale, tra questi quattro dei detenuti morti in seguito alla rivolta: tutti visitati presso il presidio sanitario allestito nel piazzale del carcere, come ha assicurato la direttrice, hanno dovuto affrontare in alcuni casi diverse ore di viaggio. Anche cinque ore per un detenuto di quarant'anni morto al carcere di Ascoli Piceno.
Un'ora fino a Parma invece nel caso di un giovane moldavo morto sul posto dopo essere stato portato in rianimazione. Cinque i corpi senza vita ritrovati all'interno di Sant'Anna. Per tutti i nove decessi l'autopsia avrebbe confermato la morte per overdose: un'intossicazione da farmaci, probabilmente metadone razziato dall'infermeria del carcere durante gli scontri. Sui fatti di quel pomeriggio sono ancora aperte le indagini, che dovranno chiarire l'opportunità di trasferire coloro che manifestavano già condizioni critiche di salute.
E ricostruire la catena di responsabilità nella gestione dell'emergenza. Proprio di responsabilità parla Cigarini: "Bisogna che tutte le figure che hanno a che fare con la pena se ne assumano una parte. Tutti dovrebbero chiedersi che cosa hanno fatto rispetto al proprio ruolo. Che cosa non è stato fatto perché questa rabbia si contenesse? Che cosa non ha funzionato?
Non si può attribuire quella rivolta esclusivamente al Covid. Non si può dare questa unica risposta a quello che è successo". Per chi il carcere lo conosce e lo vive da anni come volontario la preoccupazione più grande è che la ricostruzione, già avviata con i lavori interni che dovrebbero concludersi a settembre, non sia un'occasione per rivedere e migliorare il trattamento carcerario ma un momento di regressione al passato.
"Quello che è accaduto a Modena è anche il fallimento del nostro lavoro di pacificazione. Ma che questo fallimento sia una denuncia", confessa ancora Cigarini cercando di spiegare le ragioni che hanno prodotto una rabbia così potente tra i detenuti. A causa dell'emergenza sanitaria i volontari non hanno avuto accesso alla struttura già dal 24 febbraio, così che venisse a mancare quell'ultimo canale comunicativo necessario a contenere il malcontento e la paura del contagio.
Molte persone ristrette a Modena sono straniere, hanno problemi di tossicodipendenza, di disagio psichico o malattie croniche. Molti sono anziani o senza fissa dimora. Un concentrato di problemi impossibile da contenere: alla percezione di marginalità e isolamento che già normalmente vivono i detenuti si è aggiunta la mancanza di informazioni dall'esterno e la totale mancanza di affettività con i familiari. "La giustizia ha bisogno di verità e la verità ha bisogno di cose", conclude Cigarini che chiede ancora risposte su quelle morti quasi dimenticate.
"Dobbiamo spiegare che nove persone sono morte infrangendo il proprio sogno, senza altra risposta che non l'assunzione di una sostanza: il sogno di arrivare in Italia per cambiare vita è diventato lo stare ai dettati della nostra società moderna diventando l'ultimo anello della catena e pagando con il carcere e con la morte. C'è bisogno di una nuova idea di trattamento, oggi la pena è solo privazione della libertà".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 27 giugno 2020
La politica, per una volta, è ben lieta di stare alla finestra e di lasciare alle toghe il compito di trovare in autonomia una via per uscire dal pantano in cui è bloccato il Csm. Anzi, la linea del governo sembra essere proprio quella di lasciare ai magistrati l'onere di gestire l'attenzione pubblica catalizzata dalle chat di Palamara, separando nettamente il "caos procure" dalla riforma dell'organo di autogoverno. Una riforma da gestire senza alcuna fretta e con l'imperativo di evitare divisioni interne alla maggioranza di governo.
I tempi dell'approvazione, infatti, continuano a dilatarsi. Il testo doveva arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri la settimana scorsa, poi a fine giugno, ma con tutta probabilità slitterà ulteriormente. Del resto, il governo è ancora alle prese con la complicata Fase 3 della pandemia e lo stesso ministero della Giustizia sta gestendo il ritorno al lavoro nei tribunali.
Dunque, al netto del clamore mediatico, la riforma del Csm è solo uno dei tanti dossier sulla scrivania di via Arenula e nessun angolo dell'Esecutivo preme per accelerare. Inoltre, il testo da licenziare in Cdm è un disegno di legge delega al governo, dunque dovrà passare per l'approvazione del Parlamento e l'aspettativa dell'Esecutivo è che commissioni e Camere vogliano procedere a qualche modifica. Tradotto, calma e gesso.
Del resto, il testo non è ancora chiuso. Le lunghe riunioni al ministero tra il ministro Alfonso Bonafede e le delegazioni dei partiti di maggioranza hanno risolto alcune questioni, altre invece rimangono aperte. L'intenzione dei 5 Stelle di voler precludere la nomina a consiglieri laici del Csm ai parlamentari "è stata superata", ha spiegato il responsabile Giustizia del Pd, Walter Verini, che ha confermato che la nuova bozza non contiene più alcuna limitazione per deputati e senatori.
La quadra, invece, manca ancora del tutto sulla riforma del sistema elettorale per i membri togati e proprio questo è il nodo insolubile che sta bloccando il via libera in Cdm. "Un nodo che rimane perché si sta studiando quale possa essere il sistema migliore per garantire che non ci siano degenerazioni correntizie e che ci sia parità di genere", ha commentato Verini. Su questi due obiettivi - argine alle correnti e maggiore rappresentanza di genere "c'è pieno accordo in maggioranza", ma la difficoltà è trovarne una declinazione fattuale.
Le ipotesi in campo sono molte e disparate. L'ipotesi più accreditata sembrava quella di eliminare il collegio unico nazionale in favore di più collegi localizzati, in modo da far prevalere i singoli magistrati apprezzati sui territori invece di quelli indicati dalle correnti. I contrari, però, hanno obiettato che collegi con numeri molto ridotti si presterebbero a facili "scambi" di voti.
Altra ipotesi, divisiva soprattutto per le toghe ma non del tutto scartata, rimane quella del sorteggio. Di ancora più difficile soluzione, inoltre, è il problema di favorire la parità di genere tra gli eletti: tra le possibilità sul tavolo ci sarebbe quella di formare due distinte liste, una di uomini e una di donne, e l'obbligo di doppia preferenza.
Quel che è emerso chiaramente dal tavolo di confronto in maggioranza, tuttavia, è che non si sia formata una netta preferenza per un sistema o per l'altro e dunque nemmeno la condivisione di un testo da portare in Cdm. "In ogni caso, il Parlamento avrà l'ultima parola sul disegno di legge delega", aggiunge Verini. Dunque ci sarà modo per le Camere di entrare nel merito, con audizioni in Commissione, in modo da definire in modo specifico i margini della delega al governo. L'imperativo della maggioranza, tuttavia, rimane quello di procedere nel modo più ordinato possibile e senza strappi.
di Davide Varì
Il Dubbio, 27 giugno 2020
Contro l'assurda idea di reprimere l'associazionismo dei magistrati. L'ultimo regime che sciolse l'Anm fu il fascismo. Siamo certi che la creazione di un blocco monocorde, compatto e centralista sia la soluzione per rimettere sui binari della "legalità istituzionale" la magistratura italiana uscita con le toghe lacere dopo lo scandalo nomine?
E siamo sicuri che il problema della nostra magistratura sia la pluralità di pensiero e non, piuttosto, la convinzione di una sorta di superiorità morale che attraversa buona parte delle procure italiane? Insomma, pensare di risolvere il problema del protagonismo politico delle toghe chiedendo lo scioglimento delle sue articolazioni associative, non solo sarebbe assai discutibile sul piano dei principi democratici e della libertà di espressione, ma anche poco efficace.
Le nomine, infatti, non sono la causa, ma l'effetto della deriva egemonica di pezzi della magistratura. In questi anni c'è chi ha teorizzato questa superiorità; c'è chi ha addirittura provato a sostenere che dopo l'era delle religioni e quella della politica, il nuovo millennio sarebbe stato caratterizzato dal primato della magistratura. Insomma, un destino inevitabile, un disegno escatologico, che avrebbe posto rimedio al "naufragio della coscienza civica" (copyright Francesco Saverio Borrelli).
Ma la risposta della politica a questo disegno, la disarticolazione di questa tensione egemonica non può passare per uno scioglimento di fatto dell'Anm: ci pensò il fascismo e, a occhio e croce, non è un buon modello da seguire. Né possiamo accettare "processi sommari": diritti e garanzie valgono per tutti, anche per quei magistrati pizzicati a gestire nomine. È il potere delle procure che deve essere ridimensionato, è il loro quotidiano sconfinamento nel campo della politica che deve essere arginato. Qualche giorno fa l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha chiesto una "revisione" del reato di abuso d'ufficio. Un reato che viene spesso usato come un grimaldello per scardinare il palazzo della politica.
Sindaci e governatori regolarmente eletti sono le "prede" più ambite, anche se qualche volta ci si accontenta di semplici consiglieri regionali. Ma come ha spiegato Pignatone, solo il 22% dei processi si conclude con una sentenza di condanna. Tutto bene, dunque? Neanche per idea. L'assoluzione, infatti, arriva dopo mesi di gogna mediatico-giudiziaria e dopo anni di udienze - che peraltro con la riforma della prescrizione diverranno decenni. Senza contare l'azione autolesionista della legge Severino, che fu approvata a larga maggioranza dal Parlamento, che sospende o rende incandidabili i condannati anche solo in primo grado. Ecco, è questo potere che va spezzato e non il legittimo diritto ad associarsi.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 giugno 2020
Cricenti, consigliere della Cassazione: "È un fenomeno diffuso in tutta la magistratura. Palamara doveva essere sentito dall'Anm. Separare le carriere? Sarebbe una misura di garanzia". Non usa mezzi termini per censurare alcuni comportamenti della magistratura e per criticare il suo attuale assetto ordinamentale. Giuseppe Cricenti, magistrato, consigliere della Suprema corte di Cassazione, commenta duramente il caso Csm aperto un anno fa dall'indagine di Perugia su Luca Palamara e altri colleghi.
Consigliere Cricenti si aspettava che sul ruolo delle correnti emergessero elementi così pesanti?
La realtà non è emersa nella sua vera gravità: si cerca di accreditare l'idea che si tratti di un fenomeno di malcostume di alcuni magistrati o di alcuni gruppi. Invece, è diffuso in tutta la magistratura e sono pochi quelli che possono dirsene esenti o che nel corso della loro carriera non hanno tratto beneficio da un qualche accordo di corrente. Come spesso accade in questi frangenti, allignano moralisti senza morale, che dopo avere partecipato al sistema se ne tirano fuori e additano gli altri.
Le correnti andrebbero sciolte?
Sono, in astratto, espressione della libertà di associazione, e sarebbe come limitare quest'ultima. Ma non si può negare che si tratta di associazioni dal ruolo oramai anomalo: un organo a rilevanza costituzionale come il Csm è condizionato da associazioni private e non c'è delibera che non risponda a un interesse correntizio. Alcuni di quelli che hanno beneficiato del sistema, anche oggi, ripetono che le correnti erano sorte come fucine di pensiero, luoghi attenti allo sviluppo culturale della magistratura e che solo di recente sono degenerate in sistemi di spartizione degli incarichi. Ma è una mistificazione: precisino allora quale modello culturale hanno visto nascere e coltivare a iniziativa delle correnti. E soprattutto dimostrino che gli adepti di ciascuna corrente hanno adeguato i loro comportamenti alla dottrina di quelle fucine di pensiero.
Al di là delle prerogative statutarie, Palamara andava sentito sabato nel direttivo dell'Anm?
Andava sentito, certo. È una regola a priori, diremmo, di ogni procedimento sanzionatorio che chi è accusato debba avere la possibilità di dichiarare le sue ragioni.
Il presidente dell'Anm Luca Poniz, in una intervista a questo giornale, ha detto che "la carriera ha fuorviato alcuni magistrati" ma che vanno accantonate le "ipocrisie della politica", a proposito, per esempio, della scelta dei magistrati nei ministeri...
Ai magistrati le correnti hanno offerto un certo modello di carriera, fondato sul sostegno del gruppo, piuttosto che sul merito, requisito ritenuto, se non dannoso, perlomeno inutile; hanno imposto l'idea che studiare è un'applicazione del tutto superflua, poiché basta avere amicizie in un gruppo influente. I magistrati si sono adeguati. Dunque, non è la prospettiva di carriera ad aver fuorviato i magistrati. Detto questo, la politica ha poche colpe, se si allude alla scelta dei collaboratori nei ministeri, i quali sono piuttosto indicati dalle correnti che scelti dal ministro per simpatie politiche. A ogni cambio di ministro c'è tendenzialmente un cambio di corrente. Basti verificare a quale corrente, ad esempio, appartengono i diretti collaboratori dell'attuale ministro.
Sabino Cassese ha definito le Procure un "quarto potere" indipendente dalla magistratura stessa.
È vero. Intanto, a fronte della formale obbligatorietà dell'azione penale, di fatto le Procure scelgono, a volte per fondate ragioni pratiche, a quali notizie di reato dare precedenza e questa scelta è di natura "politica", incide sugli interessi della collettività e sugli stessi rapporti sociali, lasciando di fatto impuniti determinati fatti illeciti, perseguendone altri. Ed è questa un'azione che sfugge al controllo istituzionale, nella quale le Procure operano con una certa discrezionalità. C'è poi da considerare il ruolo sociale assunto dai pm negli ultimi anni, che è di maggior visibilità e di maggior contatto con l'opinione pubblica: mai visto un giudice delle locazioni diventare il beniamino di una certa quota di popolazione. Fino ad ora, né il Csm né l'Anm hanno assunto decisioni chiare sulla caratterizzazione "populista" che le Procure rischiano di avere: alcuni pm si fanno interpreti delle attese del popolo e in questo modo acquistano un potere che sfugge al controllo della stessa magistratura.
Quale è il suo giudizio in merito alla separazione delle carriere?
La separazione delle carriere è in primo luogo una misura di garanzia e di adeguatezza istituzionale: di garanzia in quanto la terzietà del giudice passa anche attraverso l'appartenenza di questi a un ordine diverso da quello della parte pubblica. Spesso si denuncia l'"appiattimento" del gip/ gup sulle richieste del pubblico ministero: è in gran parte vero. Ed è un esito di certo condizionato dalla contiguità che l'appartenenza ad un medesimo ordine favorisce. È una misura di adeguatezza istituzionale, anche, nel senso che si tratta di due mestieri diversi e di due ruoli istituzionali diversi. Si obietta che separando i Pm dall'ordine giudiziario si finisca con assoggettarli al potere esecutivo. È ovviamente un'obiezione incongruente: nulla vieta di creare un ordine distinto, con distinto organo di autogoverno.
Cosa ne pensa delle allusioni sul Csm fatte trapelare da De Magistris nella trasmissione di Giletti?
Il solito argomentare per illazioni: siccome nel collegio della disciplinare c'era il tale che però è anche citato nelle intercettazioni, allora vuol dire che la decisione disciplinare è viziata. Oppure peggio: siccome il tale da me indagato, e poi però assolto, è stato arrestato per altri fatti allora anche la mia indagine era fondata. Da un punto di vista giuridico nessuno si fa suggestionare da queste illazioni, tanto è vero che le sentenze di assoluzione a favore degli indagati di quell'ex pm non saranno di certo messe in discussione, ma l'illazione non è uno strumento retorico innocuo: condiziona i sistemi simbolici di cui fruisce l'opinione pubblica e mina la fiducia nei giudicati.
Il consigliere Csm Sebastiano Ardita, commentando la scarcerazione di Carminati, ha detto che i cittadini non capiranno e occorre una riforma per rendere più semplice il sistema penale. Non le sembra un discorso populista?
Le procedure italiane, ormai da qualche decennio, producono decisioni formalmente corrette, ma che per l'opinione pubblica risultano assurde e ciò a prescindere da come vengono divulgate. Da un punto di vista teorico, il tema è complesso: appartiene alla tradizione liberale l'idea che la garanzia stia nella forma e non nel contenuto della regola, ma il problema è l'idea distorta che si ha proprio della forma. Da un punto di vista della politica del diritto, è vero che ci sono settori della magistratura inclini a pensare che la giustizia coincida con l'accusa e che basti quest'ultima per fare dell'accusato un colpevole. In questa strategia v'è il sostegno di buona parte dell'informazione. Sicuramente è una forma di populismo giudiziario, ossia di quel modo ritenuto più semplice perché un magistrato possa assumere le vesti di interprete delle esigenze e degli interessi del popolo: quest'ultimo vuole giustizia dei corrotti e dei mafiosi? La semplice accusa soddisfa quel bisogno.
di Iuri Maria Prado
Libero, 27 giugno 2020
Forse soltanto i giornalisti mostrano altrettanta prepotenza reazionaria quando è in discussione qualche riforma che li riguarda: senonché i giornalisti tutt'al più possono spacciare notizie false e sputtanare la gente, che sono cose anche molto gravi ma non quanto quelle che può farti un magistrato nel normale disbrigo del suo ufficio, vale a dire sbatterti in galera, toglierti la famiglia, sequestrarti la casa, l'azienda, lo stipendio devastando ogni ambito della tua esistenza fisica, civile e professionale: il tutto, a volte (anzi molto frequentemente), prima della sentenza che alla fine ti assolverà.
Chi è dotato di questo potere immenso dovrebbe fare il piacere di accontentarsene senza pretendere di essere il giudice esclusivo pure di sé stesso, mettendosi di traverso quando la società e il legislatore manifestano l'increscioso desiderio di esercitare la sovranità che la Costituzione, fino a prova contraria, non attribuisce ai pubblici ministeri.
E non si capisce per quale motivo mai il dibattito pubblico sulle riforme in campo di giustizia debba essere diretto dalle ammonizioni dei magistrati che mostrano il pollice verso davanti a ogni ipotesi di riforma che non gli piaccia, cioè qualsiasi riforma che non preveda più galera per tutti, il diritto del magistrato di fare quello che gli pare e l'obbligo per il resto del mondo di inchinarsi al suo potere.
Nel persistere essenziale del fascismo italiano, così buffo quando si trasfigura nel fraseggio democratico, la spinta corporativa viene dappertutto e tutte le arti provano a esercitarla: solo che se dobbiamo rifare le norme sugli impianti di riscaldamento non è che facciamo decidere gli idraulici, e non lo facciamo perché quelli non hanno analoghi strumenti di pressione (al più ci uccellano la moglie, che è una pressione anche quella ma amen), mentre i magistrati ti spiegano che la democrazia è in pericolo se non togliamo al condannato il diritto di fare appello o se smettiamo di mandare in mondovisione le conferenze stampa sulla rivoluzione giudiziaria che smonta il paese come un trenino Lego.
E te lo spiegano, appunto, stando seduti su quel loro potere esclusivo, un potere che non ha bisogno di essere adoperato per assolvere alla sua funzione intimidatrice. Serve precisare che non tutta la magistratura si pone con questi modi rispetto al dibattito pubblico sulla giustizia? Non serve, perché è indiscusso che la parte maggioritaria della magistratura, saggiamente, si astiene dal parteciparvi e assiste probabilmente con perplessità alle esibizioni degli influencer togati che governano la scena.
Quest'altra parte rischia tuttavia di far la figura di un'armata agli ordini di un pugno di generali impazziti se continua a starsene in silenzio: alzare la mano e dire qualcosa di diverso non sarebbe ammutinamento, anche perché il potere di quegli altri è puramente usurpato.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 27 giugno 2020
Mentre la politica si divide praticamente su tutto, ci pensa qualche magistrato garantista (sì, sono rari ma esistono) a smontare uno dei teoremi sui quali si basa il decreto sicurezza bis varato nel 2019. Enrico Contieri, giudice del Tribunale di Torre Annunziata, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione alla norma che impedisce di applicare la formula della particolare tenuità del fatto al reato di resistenza a pubblico ufficiale. Roba da Stato etico, come scrive lo stesso giudice, buona solo a rimarcare il valore delle istituzioni sacrificando la libertà delle persone: osservazioni sulle quali la Consulta si pronuncerà probabilmente a breve.
I fatti sono questi. Novembre 2019, Castellammare di Stabia. In un bar scoppia un diverbio tra un 28enne e un uomo accompagnato dalla moglie. Intervengono prima la municipale e poi i carabinieri. Il ragazzo, in preda all'ira, minaccia i vigili urbani e strattona un militare dell'Arma. Scatta l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale.
Le prime udienze davanti al Tribunale di Torre Annunziata vengono rinviate causa Covid, ma nell'ultima arriva la sorpresa. Il giudice Contieri firma un'ordinanza con la quale sospende il processo e rimette il fascicolo alla Consulta. Il motivo? Nonostante non abbia tenuto comportamenti simili in precedenza e la sua condotta abbia arrecato "danni minimi al regolare funzionamento della pubblica amministrazione", il 28enne non può beneficiare della formula della particolare tenuità del fatto ed è quindi destinato a essere condannato. E questo perché, in base al decreto Salvini bis, "l'offesa non può essere considerata di particolare tenuità quando il reato è commesso nei confronti di un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni".
Il ragionamento del giudice Contieri è semplice. Innanzitutto, impedendo che al reato di resistenza a pubblico ufficiale si applichi la formula della particolare tenuità, "il legislatore introduce un automatismo sanzionatorio che costringe il magistrato a irrogare una pena anche in relazione a fatti che non ne hanno bisogno".
Quindi quella sanzione è irragionevole. Non solo perché non può rieducare il condannato, ma soprattutto perché punta esclusivamente all'riaffermazione simbolica del valore della norma violata. "L'applicazione di una pena anche minima a un illecito di particolare tenuità è una reazione sproporzionata dell'ordinamento - scrive il giudice Contieri - che sacrifica e banalizza la libertà dell'individuo".
E, quando una sanzione è tanto "ingiustificata e inutile", comporta "un intollerabile sacrificio della libertà personale" e vale solo a rimarcare il valore dell'istituzione, si afferma "una concezione e sacrale" di quella stessa istituzione: il trionfo dello "Stato etico", retaggio di "passate stagioni politiche". Insomma, da Torre Annunziata arriva un bel colpo a quell'idea autoritaria e un po' manettara dello Stato che Matteo Salvini, ad agosto 2019 ministro dell'Interno, ha tentato di affermare.
Il primo a esprimere perplessità sulla norma contenuta nel decreto era stato Sergio Mattarella. Nel promulgare il testo, il capo dello Stato aveva parlato di scelta legislativa tale da impedire al giudice "di valutare la concreta offensività della condotta posta in essere". Tradotto: promulgo il decreto, ma modificatelo presto perché certe norme sono assurde. Ora la palla passa alla Consulta: il diritto e la ragionevolezza prevarranno sull'autoritarismo?
di Miguel Gotor
L'Espresso, 27 giugno 2020
Manca una verità giudiziaria sulla tragedia del Dc-9, ma sui cieli italiani quella sera era in corso una battaglia che vedeva protagonisti i caccia della Nato o francesi. Che avevano come obiettivo il leader libico Gheddafi. Nel corso di quarant'anni i responsabili della strage di Ustica non sono stati ancora individuati sul piano giudiziario nonostante l'immane impegno del magistrato Rosario Priore, l'attività della commissione parlamentare stragi, decine di perizie e controperizie e oltre centotrenta rogatorie internazionali.
L'assenza di giustizia ha alimentato, un anniversario dopo l'altro, l'indignazione dell'opinione pubblica e in particolare quella dei famigliari delle vittime, al punto che uno di loro un giorno esclamò: "Nessuna ragione al mondo giustifica l'assenza di una verità. Potrebbe essere stato anche lo sputo di un airone. Ma lo dicano!".
Sul piano storico la strage di Ustica ha sollevato il tema della sovranità limitata dell'Italia nel contesto internazionale atlantico, a causa di un assai probabile coinvolgimento di forze militari della Nato e della Francia che avrebbero provocato la distruzione del DC-9 dell'Itavia per un tragico errore.
Secondo i periti dell'inchiesta guidata da Priore si sarebbe svolta nello spazio aereo nazionale una battaglia fra tre caccia italiani, uno americano, uno francese e due Mig libici. In base alle risultanze giudiziarie l'incidente sarebbe avvenuto mentre quei caccia cercavano di abbattere con un missile l'aereo del leader libico Muammar Gheddafi in volo sulla stessa rotta verso la Polonia, oppure due Mig libici decollati dalla Jugoslavia per raggiungerlo e scortarlo indietro, i quali si sarebbero nascosti sotto la pancia del DC-9 all'altezza della Toscana.
Una pratica consueta che l'aviazione civile e militare libica utilizzava, grazie alla complicità di quella italiana, per potersi servire di quel corridoio aereo senza essere intercettata dai radar della Nato, e così trasportare verso il nord Europa alte personalità bisognose di viaggiare in incognito per motivi di sicurezza e per raggiungere Venezia o Banja Luka, in Jugoslavia, dove i velivoli del governo di Tripoli erano riparati o aggiornati con nuovi pezzi di ricambio.
Ovviamente questi segreti spostamenti lungo i corridoi dei cieli italiani di Gheddafi, ma anche di altre personalità a rischio in quegli anni di essere abbattute con un missile come il leader dell'Olp Yasser Arafat, erano conosciuti dai nostri servizi che dovevano autorizzarli e garantirli affinché sfuggissero ai sistemi radar della Nato.
Secondo esplicite quanto tardive dichiarazioni dell'ex presidente del Consiglio di allora Francesco Cossiga, Gheddafi sarebbe stato avvisato dal capo del Sismi Giuseppe Santovito del pericolo che stava correndo, ma da quel momento il ras libico iniziò a sospettare, con fondate ragioni, che una fazione della nostra intelligence avesse fatto trapelare di nascosto i tracciati dei suoi spostamenti a quanti poi avrebbero utilizzate quelle informazioni riservate per provare a ucciderlo. Peraltro egli ben conosceva la costitutiva divisione nei servizi segreti italiani tra un campo fiduciario filo-israeliano e uno filo-arabo che Aldo Moro aveva saputo armonizzare e ricomporre per circa un quindicennio fino alla vigilia della sua morte, dalla cui rinnovata conflittualità sarebbe potuta trapelare la soffiata decisiva.
Sempre Cossiga, nel 2008, quando era presidente emerito della Repubblica italiana, puntò il dito contro la Francia, aggiungendo il particolare, confermato anche dal magistrato Priore, che il missile sarebbe stato "a risonanza e non a impatto" e che il pilota transalpino responsabile della strage, una volta rientrato alla base, resosi conto del tragico errore commesso, si sarebbe suicidato per la disperazione.
Per alcuni questa presa di posizione, confermata anche dall'allora ministro dei Trasporti Rino Formica, sarebbe in realtà una buona ragione per escludere i francesi dal novero delle nazioni responsabili, ritenendo che Cossiga possa averli coinvolti così frontalmente per coprire un più diretto coinvolgimento della Nato o degli Stati Uniti, dal momento che la Francia nel 1980 non era inquadrata nel comando militare dell'alleanza atlantica. A questo proposito è utile notare che il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, con una lettera inviata al presidente del Consiglio Giuliano Amato il 24 ottobre 2000, ha solennemente affermato di essere "fermo nella convinzione che non vi sia stato alcun coinvolgimento americano di qualsiasi sorta nell'incidente del DC9 Itavia".
Diversamente, il 27 settembre 2000, il presidente della Repubblica francese Jacques Chirac, in un'analoga missiva, ha ribadito il pieno sostegno della Francia "per aiutare la giustizia italiana a fare piena luce" sul tragico evento, ma non si è spinto, come il suo pari grado statunitense, a negare per iscritto qualsiasi responsabilità francese.
A indiretta ma circostanziata conferma che la sera del 27 giugno 1980 si svolse nei cieli italiani una battaglia aerea intorno al DC-9 dell'Itavia poi precipitato, che coinvolse certamente anche l'aviazione libica, è il fatto che, il 18 luglio successivo, sui monti della Sila, fu ritrovato il cadavere di un pilota in "avanzatissimo stato di decomposizione (secondo la perizia medica addirittura di colliquazione) con accanto i rottami di un Mig libico con la fusoliera attinta da diversi colpi di cannoncino (in base alla testimonianza oculare di un soldato di leva, in seguito confermata da altri suoi commilitoni, il quale, nel 1990, dichiarò in un'intervista a questo settimanale di essere stato inviato, già il 28 giugno 1980, a piantonare i resti dell'aereo, ufficialmente ritrovati soltanto il 18 luglio successivo).
Inoltre, nel 1987/88 e nel 1991/92, le due complesse campagne di recupero del relitto dell'aereo in fondo al mare, esclusero la possibilità che a bordo del Dc 9 fosse scoppiata una bomba a tempo, ad esempio lasciata nella toilette dell'aereo, come alcuni hanno continuato a sostenere fino a oggi: un'eventualità già peregrina in sé sul piano logico giacché il volo era partito da Bologna con quasi due ore di ritardo, ma che venne abbandonata dopo il ritrovamento della seggetta del water perfettamente integra e di gran parte degli oblò del DC-9 ancora intatti, senza alcuna traccia di esplosivo a bordo. I resti dell'aereo, però, furono recuperati in un raggio di sette chilometri e quindi un'esplosione doveva pur esserci stata.
È opportuno sottolineare che il governo italiano si premurò di affidare le operazioni di recupero del relitto proprio a una ditta francese, legata al grande subacqueo Jacques-Yves Cousteau (collaboratore, sin dai tempi della Seconda guerra mondiale, dei servizi segreti transalpini) con il quale, negli anni Settanta, aveva lavorato anche l'agente del Sismi Francesco Pazienza, esperto sommozzatore.
Dal fondo del mare, nei pressi del relitto, emerse anche un serbatoio di fabbricazione statunitense di un aereo militare, ma esso teoricamente sarebbe potuto appartenere a ben quattro modelli di velivolo diversi in servizio in quegli anni presso l'aviazione di una quarantina di Paesi al mondo, tra cui certamente gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania e la Libia, ma anche, per dire, il Botswana e l'Honduras; sicuramente, non alla Francia che però utilizzava un modello di aereo assai simile. Com'è noto, le tracce dei radar delle portaerei e delle basi a terra statunitensi e francesi, opportunamente sforbiciate nel corso degli anni, non hanno fornito risultati conclusivi a capire cosa accadde quella sera. Per parte sua il governo transalpino ha sempre negato movimenti aerei della propria aviazione militare sul mare Tirreno, ma è stato smentito dal generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, braccio destro di Carlo Alberto Dalla Chiesa, grazie a una fortunata coincidenza.
L'alto ufficiale dell'antiterrorismo italiano, infatti, proprio il 27 giugno 1980, si trovava in vacanza in Corsica, in prossimità della base aerea di Solenzara, e ha dichiarato, nel corso di un'audizione parlamentare, di avere visto: "un viavai incredibile di aerei. Erano aerei "Phantom" e "Mirage".
I "Phantom" erano tedeschi e belgi e i "Mirage" francesi" che durò dalle quattro del pomeriggio fino a notte fonda con atterraggi e decolli continui alla volta delle coste tirreniche. Il generale Bozzo ha tenuto a precisare di averli persino fotografati, un particolare che consente di nutrire almeno un dubbio sulla effettiva natura delle sue improvvise vacanze in Corsica dal momento che egli scelse di mettersi a prendere il sole proprio accanto alla recinzione della base militare francese.
Anche la strage di Ustica, quindi, potrebbe essere stata pesantemente condizionata da una dimensione internazionale, riguardante le relazioni dell'Italia con l'infuocato fronte mediorientale affacciato sul Mediterraneo. Un'area instabile, caratterizzata da una trama di rapporti politici, diplomatici ed economici, ma anche di traffici clandestini di armi, uomini e merci in cui si intrecciavano in quegli anni una serie di fili assai delicati: il "lodo d'intelligence", stipulato nel 1973 tra il governo italiano e l'autorità palestinese, l'annoso conflitto arabo-israeliano, le altalenanti relazioni tra Roma e la Libia, fondamentali per l'approvvigionamento energetico della penisola, e le crescenti tensioni della Francia e degli Stati Uniti contro il ras libico a causa della sue volontà di allargarsi sullo scacchiere mediterraneo.
L'eliminazione di Moro nel 1978, che con la sua diplomazia formale e informale, era riuscito a tenere sotto controllo, per circa un decennio e oltre, prima come presidente del Consiglio e poi come ministro degli Esteri, quel campo minato a tutto vantaggio dell'Italia, provocò un'indubbia fibrillazione in quell'area già di per sé tanto instabile.
Bisogna anche tenere presente che, dal 1978 in poi, lungo il sabbioso confine tra la Libia e il Ciad, dove però nel sottosuolo riposavano imponenti giacimenti di uranio, era ripreso un conflitto armato che aveva visto la Francia inviare propri contingenti di soldati a difesa della sua ex colonia invasa dalle truppe di Gheddafi.
Di conseguenza, tra il 1979 e il 1980, il governo di Parigi si trovava in una situazione di guerra non dichiarata ma effettivamente combattuta con la Libia e aveva buone ragioni per considerare la politica espansionistica di Gheddafi, in Nord Africa e nella fascia subsahariana, un fattore d'instabilità lesivo dei propri interessi nazionali.
In quella drammatica estate 1980, l'inquietudine continuò ad alimentare l'inquietudine e il tormento a crescere sul tormento in quanto l'attentato alla stazione di Bologna avvenne soltanto trentasei giorni dopo la strage di Ustica. Vi è un legame, al netto della loro prossimità cronologica e del filo dei depistaggi orditi dai nostri servizi infiltrati dalla P2, tra i due tragici avvenimenti che infuocarono in quell'estate il fronte mediorientale del Mediterraneo?
A questa domanda bisognerebbe rispondere. Certo è che l'Italia, come tra il 1969 e il 1974 con le stragi di matrice neofascista, sembrava di nuovo presa nel vortice di una tempesta di sangue e di morte senza che si riuscisse a individuare l'origine dei colpi, il movente e soprattutto la via d'uscita.
Ma oggi lo sappiamo: "Guarda! Cos'è?" urlò il copilota del Dc 9: un missile o, assai più probabilmente, un caccia militare in posizione d'attacco. Di sicuro non era lo sputo di un airone, ma piuttosto un bagliore nel cielo in grado di rivelare il presente, il passato e il futuro della storia d'Italia, come sempre sospesa, con la sua difficile sovranità, tra la rigidità di un vincolo esterno e la fragilità di quello nazionale al tempo della Guerra fredda.
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 27 giugno 2020
C'erano una volta le aule di tribunali e Corti d'Assise. Erano le cattedrali del diritto. Ma chi se le ricorda più? Ormai il destino dei grandi processi, come quello sulla Trattativa, si decide in tv. In primo e in secondo grado. Se la retorica avesse ancora un senso potremmo anche dire che le aule di giustizia sono come le chiese; e che un'aula della Corte d'Assise, per chi crede nello stato di diritto, potrebbe anche essere paragonata a una cattedrale, a una basilica, a una Notre Dame de Paris.
Giudici togati e giudici popolari vi accedono con passo lieve e solenne, uno dietro l'altro, e si dispongono sull'emiciclo con la stessa liturgica cadenza con la quale chierici e sacerdoti fanno da corona al vescovo che celebra il suo pontificale. Ma a che servono ormai le aule di giustizia? La Corte d'Assise di Palermo, dove si giudicano in appello gli imputati della fantomatica trattativa tra lo Stato e i boss di Cosa Nostra, non odora di incenso ma di amuchina. Il presidente Angelo Pellino vigila, oltre che sul dibattimento, anche sul distanziamento sociale. Ma al di là dei rigori imposti dal coronavirus, ciò che succede in quell'aula non suscita né un interesse né una curiosità.
Nel raggio di trecento metri non si vede un solo cronista; i banchi degli avvocati sono presidiati dai giovani di studio e gli imputati - che pure sono stati tutti condannati in primo grado a pene severissime - seguono le udienze a debita distanza: sono quasi tutti ottantenni, dal generale Mario Mori al generale Antonio Subranni, da Marcello Dell'Utri ad Antonino Cinà fino al terribile Leoluca Bagarella, cognato e luogotenente di Totò Riina, l'ultimo capo dei capi; sono quasi tutti rassegnati perché sanno che spesso non basta una vita per arrivare, con questa giustizia, a una sentenza definitiva; e sono oltremodo diffidenti perché sanno che la partita dei processi di mafia, da quasi dieci anni, non si gioca più nei palazzi di giustizia ma nei talk-show. È lì, nel sinedrio mediatico, che ormai si decidono condanne e assoluzioni; è lì che si elevano i monumenti ai magistrati coraggiosi ed è lì che si elaborano - e spesso si manipolano - le verità ad uso e consumo dei giudici popolari.
I pubblici ministeri queste cose le sanno. Ricordate il processo di primo grado? Eravamo nel 2012 e Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, si preparava già a solcare il palcoscenico della politica. Aveva calpestato, col piglio dell'inquisitore, tutti i palazzi del potere: aveva interrogato Silvio Berlusconi, aveva messo sotto accusa il senatore Marcello Dell'Utri, aveva dato la caccia a Nicola Mancino, aveva cercato tra le agende di Azelio Ciampi, aveva puntato gli occhi sul Quirinale di Giorgio Napolitano. E con la banalissima scusa di scavare nel doppiofondo della politica e dei servizi deviati, aveva messo a soqquadro baroni, cavalieri e dignitari della Repubblica. Fino al tavolo ovale attorno al quale, secondo il suo teorema, lo Stato sarebbe venuto a patti con i boss e avrebbe ceduto persino ai loro scellerati ricatti.
Un ricamo straordinario quello imbastito nelle stanze della procura di Palermo da Antonio Ingroia. E, all'un tempo, un copione formidabile per ogni talk-show, in particolare per un conduttore d'assalto come Michele Santoro che sui poteri occulti e le trame oscure aveva costruito gran parte della sua carriera. Il procuratore aggiunto di Palermo diventò l'idolo della trasmissione e la Trattativa, che era ancora nella fase istruttoria, entrò a pieno titolo nel cartellone più sfavillante del circo mediatico. Portandosi dietro, manco a dirlo, tutti i personaggi e gli interpreti reclutati per stupire il pubblico del teatrino giudiziario.
A cominciare da Massimo Ciancimino che, travestito da ventriloquo del padre - il boss Vito Ciancimino, che fu anche sindaco di Palermo - veniva mostrato in giro come una madonna pellegrina: diceva di custodire il papello delle richieste consegnato dai sanguinari corleonesi a don Vito perché le loro pretese arrivassero, tramite Mori, ai piani alti delle istituzioni; raccontava di avere incontrato personalmente Bernardo Provenzano, il boss latitante che faceva da spalla a Totò Riina; e diceva pure che nella sua casa di via Torrearsa custodiva casse di documenti, lasciati dal padre, che avrebbero fatto tremare il mondo. Tutte fandonie, ovviamente. Perché Massimuccio, trasformato con un azzardo mai visto in una "icona dell'antimafia" era un pataccaro e nulla più. Ma che Ingroia ha utilizzato e spremuto per ubriacarsi di popolarità. Fino al punto, pensa tu, di candidarsi nel 2013 alla carica di primo ministro.
Le cose non andarono però per il verso giusto: il risultato elettorale fu un bagno di sangue e il magistrato palermitano, trasferito per incompatibilità ad Aosta, fu costretto a lasciare la toga e a intraprendere il mestiere di avvocato. Ma la Trattativa, con tutto il fragore mediatico che l'aveva elevata al cielo, riuscì a sopravvivere. Passata al vaglio di Piergiorgio Morosini, giudice per le indagini preliminari, è approdata nell'aula della Corte d'Assise presieduta da Alfredo Montalto. Ed è rimasta lì per cinque anni, al centro di un dibattimento che ha visto mirabilie di ogni tipo e qualità: persino un conflitto di attribuzioni con Napolitano, intercettato mentre parlava dal Quirinale con il senatore Mancino, accusato di falsa testimonianza.
Cinque anni di colpi di scena. Cinque anni indimenticabili.
Durante i quali si scoprì persino che Massimo Ciancimino, da icona dell'antimafia, ne aveva combinato di tutti i colori: aveva falsificato le carte del padre e, come se non bastasse, teneva nascosti nel giardino di casa, in via Torrearsa, ventitré candelotti di tritolo. Ma Nino di Matteo, il pm che aveva raccolto l'eredità di Ingroia, nonostante i numerosi incidenti di percorso, non ha mollato la presa. Anzi. Ha cominciato a girare in lungo e in largo per l'Italia, ha raccolto oltre cento cittadinanze onorarie, ha scritto libri, non si è negato a nessuna intervista e a nessun talk-show, ha polarizzato su di sé le minacce tenebrose di Totò Riina, ha raccolto la militanza delle associazioni antimafia ed è diventato il magistrato più coraggioso e più scortato di Italia. Un eroe.
Non tutto, sia chiaro, è avvenuto per sua volontà. Ma nei cinque anni di indomita presenza nell'aula bunker su Nino Di Matteo è piovuto un diluvio di consensi, di applausi, di solidarietà. Che ha lasciato scoperta una domanda: quale giudice popolare della Corte d'Assise avrebbe mai trovato il coraggio di considerare la Trattativa una "boiata pazzesca", così come aveva fatto Giovanni Fiandaca, ordinario di Diritto Penale? Quale giudice popolare avrebbe mai gettato alle ortiche gli sforzi fatti, anche a rischio della propria vita, da un pubblico ministero che per cinque anni ha martellato l'opinione pubblica al solo scopo di affermare la sua verità; che ha girato per le scuole e per le aule consiliari per trasmettere agli uomini di buona volontà la forza della propria testimonianza e del proprio coraggio?
La sentenza pronunciata da Alfredo Montalto al termine del primo grado di giudizio e le pesantissime condanne inflitte agli imputati non solo hanno premiato l'impegno di Di Matteo e degli altri tre pubblici ministeri - Teresi, Tartaglia e Del Bene - che lo avevano affiancato in aula. Hanno anche affermato un principio destinato a introdurre nell'ordinamento giudiziario nuovi squilibri e nuove distorsioni: il principio secondo il quale il trasferimento di un processo dalle aule di giustizia alla giostra mediatica contribuisce non poco all'affermazione delle tesi formulate dall'accusa.
La controprova sta nel fatto che Di Matteo non sembra avere alcuna intenzione di abbandonare gli studios della tv. Da sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia è andato a parlare delle stragi con Andrea Purgatori su La7 e ha scatenato l'ira del suo capo, Federico Cafiero De Raho. Poi, da membro togato del Csm, è andato a "Non è l'arena" e con Massimo Giletti ha scatenato una tempesta di sospetti sul ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e sulla gestione del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziario.
È difficile stabilire perché lo abbia fatto e soprattutto perché si sia esposto tanto. Il ministro gli aveva promesso, subito dopo il suo insediamento, nel giugno del 2018, di nominarlo al vertice delle carceri ma il giorno dopo si rimangiò tutto e non se ne fece nulla. Dopo due anni, Di Matteo si è tolto il pietrone dalla scarpa. Ha chiesto pubblicamente al ministro per quale ragione fosse venuto meno alla parola data e ha lasciato chiaramente intendere che dietro il ripensamento ci sarebbe stata una pressione indebita: forse dai mafiosi, sempre alla ricerca di scrollarsi i rigori del carcere duro; forse da un innominabile uomo delle istituzioni magari irritato con il magistrato palermitano per chissà quale gogna o chissà quale sputtanamento.
Ma l'attacco frontale a Bonafede è stata anche l'occasione, per Di Matteo, di battere sul chiodo delle scarcerazioni di alcuni boss, per lo più gravemente ammalati, spediti agli arresti domiciliari anziché nelle strutture ospedaliere costruite e ben funzionanti all'interno delle carceri. Una battaglia legittima, per carità. Ma che è servita al pm della Trattativa anche per sancire il principio che, pur gravitando nell'orbita del partito manettaro dei grillini, lui resta comunque il più puro dei puri e duri. Era già un eroe incontestato e incontestabile.
Era il magistrato che aveva scavato nelle caverne più nascoste e più limacciose del potere. Era l'uomo che aveva scoperchiato la più infame delle trattative. L'ultima tornata televisiva non poteva che collocarlo su un piedistallo ancora più solido, ancora più alto, ancora più blindato e inespugnabile. Potrà questo dettaglio non influire sulla sentenza d'appello che il presidente Angelo Pellino spera di leggere entro la fine dell'anno? Potrà lasciare indifferenti i giudici di appello?
L'impalcatura giudiziaria della Trattativa ha subìto già un primo, durissimo colpo: Calogero Mannino, l'ex ministro democristiano che Morosini aveva rinviato a giudizio con tutta la compagnia dei traccheggiatori, si è staccato dal gruppo: ha scelto il rito abbreviato ed è stato assolto in primo e secondo grado.
La sentenza che lo ha ripulito di ogni accusa e di ogni nefandezza, smonta tutte le tesi Ingroia ed è una sentenza definitiva: in base a una legge del 2017 se l'assoluzione di primo grado viene confermata in appello non può essere impugnata in Cassazione. Bene. Che cosa succederebbe se la Corte d'appello presieduta da Angelo Pellino ricalcasse le motivazioni dell'altra Corte d'appello, quella di Mannino, e mandasse assolti anche gli imputati del troncone ordinario, da Mori a Subranni, da Dell'Utri a Cinà? Che ne sarebbe dei nostri eroi?
Sarebbe un disastro. Da qui la necessità di rafforzare, con l'aiuto del circo mediatico, le convinzioni dei giudici popolari. E di convincerli, anche e soprattutto, attraverso la televisione, che non c'è altra verità se non quella sostenuta dall'accusa e dalle forze del bene. Con la conseguenza di marginalizzare ancora di più il dibattimento.
Del resto, a che serve l'aula, dove il giudice Pellino continua a convocare pentiti e pentiticchi nella speranza di cavare un ragno dal buco? La sorte degli imputati non dipenderà mai dalle tesi brillantemente esposte da un avvocato difensore o dalle sconvolgenti rivelazioni di un collaboratore di giustizia. Dipenderà quasi esclusivamente dalle certezze che albergheranno, al momento della sentenza, nella mente dei sei giudici popolari schierati al fianco di Pellino.
Durante la pandemia il Papa - che pure è ispirato dallo Spirito Santo ed è teologicamente vicario di Cristo - ha chiuso chiese, cappelle, parrocchie e cattedrali. Ha sbarrato persino la basilica di San Pietro. Perché non chiudere anche le aule dei Tribunali, delle Corti d'Assise, delle Corti d'Appello e tutti i luoghi che possano comunque appannare il potere dei pubblici ministeri?
Dal sospetto alla galera il passo sarebbe breve, brevissimo. La società sarebbe finalmente purificata. Sanificata, si direbbe oggi, e liberata anche dal virus del male. Non ci sarebbero più né boss né picciotti, né 'ndrangheta né camorra, né reprobi né malacarne. Te Deum laudamus.
Vita, 27 giugno 2020
Il Garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello e l'Osservatorio Regionale delle Carceri in occasione della Giornata Mondiale contro la tortura sollevano un argomento che purtroppo è più che mai attuale.
"Nessun individuo deve essere sottoposto a tortura o, comunque, a trattamenti disumani e degradanti. La tortura si presenta in diverse forme e sfumature, che ancora oggi avvengono, con molti soprusi e costrizioni che rientrano nella triste categoria di cui sopra e che ledono la dignità di una persona. Pensiamo, ad esempio, ai trattamenti sanitari obbligatori, a quanti li subiscono senza poter far valere i loro diritti, ai detenuti del sistema carcerario campano caratterizzato da un fenomeno di sovraffollamento mai risolto che acuisce le tensioni nei penitenziari e il malessere di quanti ne condividono le criticità: carcerati e agenti.
Pensiamo al logorio dei ristretti affetti da problemi psichiatrici che attendono a lungo un trasferimento alla Rems che non arriva, pensiamo agli immigrati fermati per strada, perché ebbri o considerati sospetti a prescindere, che vengono trattenuti in questura o, se nel primo caso, sottoposti a trattamenti sanitari obbligatori, poi dimessi e abbandonati a sé stessi", così Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale.
Il Garante e l'Osservatorio Regionale delle Carceri tengono, quindi, a sollecitare "una riflessione collettiva sugli abusi ai danni di persone inermi". Ciambriello infine invoca "un maggior impegno istituzionale nei confronti del problema e a una più profonda presa di coscienza a livello di opinione pubblica contro la tortura in tutte le sue articolazioni, sapendo che l'indifferenza è la migliore alleata di ogni ingiustizia".
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