di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 28 giugno 2020
I camici bianchi a congresso: "Non chiediamo uno scudo penale ma norme che evitino ai medici di diventare imputati". Da combattenti in prima linea contro il virus a imputati in tribunale. Il timore degli oltre 400mila medici italiani è che l'emergenza sanitaria possa presto trasformarsi in emergenza giudiziaria, visti i casi di operatori sanitari colpiti da richieste di risarcimento danni da pazienti malati di Covid-19 e non. A porre l'attenzione sul tema è Cristiano Cupelli, docente di Diritto penale all'università di Tor Vergata, intervenuto a una conferenza su Zoom proposta dal gruppo di lavoro guidato da Stefano Margaritora, direttore della Uoc Chirurgia toracica del policlinico Gemelli.
di Elvira Serra
Corriere della Sera, 28 giugno 2020
Le richieste di aiuto cresciute del 59%. A giorni la relazione in Parlamento della Commissione sul femminicidio. Grazia Cesaro (Unione nazionale camere minorili): "In famiglia violenza intrafamiliare e disagio psichico in aumento". Sembrava fossero diminuiti durante il lockdown, in realtà maltrattamenti in famiglia e aggressioni fisiche hanno ricominciato a salire.
Corriere della Sera, 28 giugno 2020
Intervenendo su una legge della Regione Umbria, l'organo di garanzia costituzionale dà ragione alle tesi sostenute dal Forum. La portavoce Claudia Fiaschi: "Una svolta importantissima".
La Corte Costituzionale si pronuncia sull'inquadramento costituzionale di co-programmazione, co-progettazione e accreditamento. E il Terzo settore esulta. "La sentenza 131 - commenta la portavoce del Forum del Terzo settore Claudia Fiaschi - segna una importante svolta. Si riafferma il valore costituzionale del Terzo settore".
La sentenza è del 20 maggio scorso ma è stata pubblicata venerdì 26 giugno e riguarda una legge della Regione Umbria. Stabilisce in estrema sintesi che il rapporto che si instaura tra i soggetti pubblici e gli Ets è alternativo a quello del profitto e del mercato: la "co-programmazione", la "co-progettazione" e il "partenariato" si configurano dunque come "fasi di un procedimento complesso espressione di un diverso rapporto tra il pubblico ed il privato sociale, non fondato semplicemente su un rapporto sinallagmatico".
La Corte Costituzionale fornisce un importante approfondimento e chiarimento su una delle norme più innovative e qualificanti del Codice del Terzo settore, cioè l'articolo 55.
"Con questa sentenza la Corte Costituzionale dà finalmente ragione alle tesi sostenute dal Forum e cioè che attraverso gli strumenti della co-programmazione e co-progettazione viene definita una prassi collaborativa tra istituzioni pubbliche ed enti di Terzo settore, nel riconoscimento di una comune finalità volta al perseguimento dell'interesse generale della comunità e in piena attuazione al principio costituzionale di sussidiarietà.
La Corte non solo smonta la linea sostenuta, in alcuni casi, dalla giustizia amministrativa ma, attraverso una accurata disamina di tutta la normativa riguardante il Terzo settore e le precedenti sentenze della stessa Suprema Corte, ne consolida definitivamente il valore costituzionale. Si tratta di una svolta importantissima" precisa Claudia Fiaschi.
Il caso riguardava una legge della Regione Umbria (L.R. 2/2019) che, nel riconoscere e disciplinare le cooperative di comunità, prevedeva che la Regione, "riconoscendo il rilevante valore sociale e la finalità pubblica della cooperazione in generale e delle cooperative di comunità in particolare" disciplinasse "le modalità di attuazione della co-programmazione, della co-progettazione e dell'accreditamento previste dall'articolo 55.
Il Governo però aveva impugnato la legge sostenendo che una siffatta formulazione non rispettasse il Codice del Terzo settore, nella parte in cui finiva per ammettere a co-programmazione, co-progettazione e accreditamento anche cooperative di comunità non in possesso della qualifica di ente del Terzo settore.
La Corte ha risolto la questione e la "svolta" è nella motivazione dove si individua la legittimazione degli Enti del Terzo settore nell'ordinamento costituzionale e, quindi, l'esigenza di un "nuovo" diritto del Terzo settore che esige, sul piano dei rapporti con la pubblica amministrazione, nuovi istituti e nuove regole. La sentenza parte dalla constatazione che l'art. 55 del Codice del Terzo settore (Cts) costituisce una possibile applicazione del principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale (art. 118).
E spiega che gli Ets sono meritevoli di essere "coinvolti attivamente" in queste forme, perché sono identificati dal Cts come un insieme limitato di soggetti giuridici dotati di caratteri specifici, rivolti a "perseguire il bene comune", a svolgere "attività di interesse generale", senza perseguire finalità lucrative soggettive, sottoposti a un sistema pubblicistico di registrazione e a rigorosi controlli.
In quanto rappresentativi della "società solidale", spesso costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di "mettere a disposizione dell'ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico), sia un'importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità dei servizi e delle prestazioni erogate a favore della "società del bisogno".
di Marilù Musto
Il Mattino, 28 giugno 2020
Era stato il grande accusatore dell'ex sindaco di Pignataro Maggiore, Giorgio Magliocca - ora anche presidente della Provincia di Caserta - arrestato l'11 marzo 2011 con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratta del collaboratore di giustizia Giuseppe Pettrone detto Uccello del clan Ligato.
Ieri, si è ucciso nel carcere fiorentino di Sollicciano. Sulle sue dichiarazione era stato costruito il capo di accusa nei confronti del sindaco Magliocca. Stroria passata, condita da sofferenza e presunte menzogne poi finite nel nulla. Magliocca è stato definitivamente prosciolto dalle accuse lanciate dal pentito e ha ricevuto anche un cospicuo risarcimento da parte dello Stato per aver scontato, ingiustamente, 4 mesi di arresti.
Il pentito, invece, da qualche tempo era uscito dal programma di protezione. Personalità difficile, la sua. A quanto pare, già da qualche tempo, la sua salute psichica pare si fosse deteriorata e aveva compiuto, probabilmente, altri reati e questo aveva determinato la sua uscita dal programma. Così, durante la notte scorsa, il collaboratore di giustizia di 54 anni del clan Ligato si è tolto la vita nella sua cella impiccandosi con una maglia. Lo ha spiegato ieri mattina il sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe, per voce del segretario generale Donato Capece.
"L'ennesimo suicidio di una persona detenuta in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari - dichiara Capace - negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della polizia penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 21mila tentati suicidi ed impedito che quasi 170mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze. Purtroppo, a Sollicciano, il pur tempestivo intervento degli Agenti di servizio non ha potuto impedire il decesso dell'uomo".
Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 21mila tentati suicidi ed impedito che quasi 170mila atti di autolesionismo. Ora, il ministero libererà la salma Pettrone dopo un attento esame autoptico sul cadavere. Si esclude che il suicidio sia stato indotto: il pentito non divideva la cella con nessuno.
di Salvatore Giangravè
diregiovani.it, 28 giugno 2020
La Casa circondariale di Noto superando le innumerevoli difficoltà oltre ad aver attivato le lezioni online attraverso una piattaforma e permettendo alla scuola di continuare le lezioni con la didattica a distanza ed interagire così meglio con i propri studenti, ha portato avanti il progetto "Dentro e fuori due realtà che si incontrano".
Il progetto sopra indicato con gli studenti frequentanti il corso Ipsia della Casa di Reclusione di Noto, ha fornito un percorso formativo didattico continuativo ed articolato agli studenti del Liceo Scientifico di Canicattini Bagni, circa i temi: devianza, legalità, sistema punitivo e realtà detentive, la società, la norma e i sistemi totalitari, pregiudizio e stereotipo.
La complessità dei contenuti è stata affrontata sotto diverse prospettive. L'attività ha previsto di realizzare un confronto diretto tra alunni e detenuti relativo ai contenuti trattati e la quotidianità del vissuto di reclusione. È stata un'ora densa di domande quella che ha caratterizzato l'incontro del 6 giugno online con alcuni alunni-detenuti della casa di reclusione di Noto, che oltre a dimostrarsi disponibili si sono mostrati anche sensibili alle domande che gli ho posto. Abbiamo iniziato trattando i rapporti con i familiari e gli affetti dei detenuti, che come loro stessi affermano sono stati molto ridotti rispetto al periodo precedente al lockdown.
Proprio questo, come si è discusso nell'incontro, ha condotto alla solitudine ed al pensiero, vissuti diversamente da chi è all'interno di una casa di reclusione e da chi è all'esterno.
Altro argomento di domande è stata la scuola, che oltre ad occupare la giornata degli alunni, ha tenuto impegnati i detenuti in varie attività. A prova di ciò vi è la partecipazione nell'incontro online delle due insegnanti Rita Palermo e Maria Mondo, che hanno aiutato il confronto e che si sono inserite nella discussione favorendone il dialogo.
Viene trattato anche il tema della libertà, intesa come possibilità ad uscire e, nella situazione vissuta durante il lockdown, ad avere contatti o incontrarsi personalmente con altra gente. A discussione finita, posso affermare di aver visto quello che speravo di vedere: le persone che sono all'interno di queste case di reclusione appare sensibile e disponibile al contatto con altre persone. Non si può sicuramente definire ignorante, lo posso affermare in seguito al confronto che abbiamo avuto, l'istruzione diventa necessaria, riabilita e propone un cambiamento.
Al contrario, sono rimasto colpito da una frase detta da uno di questi detenuti: "ci sono innocenti in carcere e delinquenti fuori". Sono in parte d'accordo con ciò, la frase delinea pienamente la società di oggi ed è proprio per questo che definisco questa gente "onesta socialmente" perché ha capito cosa significa sbagliare e quanto sia difficile avere una seconda possibilità nella vita, si sono resi conto che c'è una possibilità di recupero basta essere un più fiduciosi nelle istituzioni.
*Classe 4°, Liceo Scientifico Canicattini Bagni
di Roberto Saviano
L'Espresso, 28 giugno 2020
Ognuno di noi ha un pubblico on line. E spesso si è tentati di assecondarlo, come se fosse un corpo unico. Ma non è così che si eleva il dibattito pubblico. Mi interrogo spesso su cosa significhi avere una community, rivolgersi alla propria community, parlare alla propria community, affidarsi alla propria community. Me lo chiedo perché so benissimo che avere un pubblico di riferimento (una community, appunto), fedele e appassionato, è una cosa bellissima. Ma cosa accade quando si ha paura di scontentare la propria community, quando l'obiettivo non è più raccontare ciò che si pensa, ma ciò che la community vuole sentirsi dire?
Ormai ragioniamo tutti, chi in maniera manifesta e consapevole, chi del tutto inconsapevolmente, tenendo come punto di riferimento ciò che accade sulle piattaforme social.
Le interazioni virtuali sono diventate ancora più presenti nelle nostre vite da quando la socialità in carne e ossa è stata interrotta per la pandemia; da quel momento la comunità di riferimento è diventata quasi unicamente quella presente sui social.
Quando scrivi un post, registri un video, fai una diretta è fondamentale capire a chi ti rivolgi, chi legge quello che scrivi, chi guarda e ascolta i video che fai, ma è ugualmente importante capire cosa si aspetta da te? Forse no. Forse immaginare cosa chi legge e ascolta le tue parole si aspetta da te può essere un'arma a doppio taglio, può essere un modo per seppellire un sogno che appartiene a molti - sicuramente appartiene a me - che è quello di provare a parlare a tutti. Non blandire, non rassicurare, ma raccontare.
La mia aspirazione più grande, quando ho iniziato a scrivere, quando ho ricevuto i primi inviti in tv e le prime richieste di intervista, era provare a far ascoltare quello che avevo da dire anche a persone che la pensavano in maniera diversa da me. Desideravo e desidero raggiungere persone che hanno gusti letterari e musicali diversi dai miei; persone che votano diversamente da me, persone che hanno una visione del mondo diversa dalla mia. E questo non per "convertire", per provare a far cambiare idea, ma perché mi ha sempre interessato creare questa osmosi tra mondi che in genere non si parlano e che, nei casi più estremi, tendono a disprezzarsi. Ho sempre voluto avvicinarmi alla verità dell'altro.
Col passare del tempo, però, mi sono accorto che se hai come aspirazione quella di riuscire a parlare a tutti, diventi un problema per molti. Perché tendi a uscire dal seminato, perché dimostri che esiste qualcosa di diverso dallo scontro; quando dicono "Saviano si sottrae al contraddittorio" in realtà stanno dicendo "Saviano si sottrae allo scontro verbale", il che è vero.
Diventi un problema perché sfuggi alle categorizzazioni - "Saviano è di sinistra perché parla di immigrazione e di destra perché ha letto Pound ed Evola" - e se sfuggi alle categorizzazioni ti può capitare di disorientare anche la tua community che pare avere un potere enorme, quello di legittimarti o non legittimarti nel racconto. Il potere di decidere se puoi o non puoi affrontare quel determinato argomento in quel determinato modo.
E allora cosa accade al lavoro di uno scrittore e di un giornalista quando i social invadono ogni cosa, quando superano i loro stessi confini, quando la community dei social apprezzando, commentando, criticando, stroncando, insultando finisce per avere il potere di far vacillare il tuo metodo? Accade questo: bisogna sgretolare la community, smettere di considerarla come una massa informe ma senziente e quindi capace di avere delle richieste specifiche, tornare a pensare agli individui che la compongono, immaginarne nomi e volti, storie e percorsi di vita e ritrovare il desiderio di parlare come se stessi parlando a ciascuno, singolarmente.
Nelle ultime settimane ho sentito spesso prendere posizione su ciò che sta accadendo qui negli Usa dopo l'omicidio di George Floyd; ho sentito racconti interessanti introdotti da premesse come questa: "So che non posso provare quella rabbia, ma ugualmente mi accingo al racconto".
Ci ho riflettuto a lungo. Ma davvero si può raccontare solo ciò che si vive in prima persona? Davvero dobbiamo giustificarci per avere un'idea su ciò che accade e volerla esprimere? Di cosa abbiamo paura? Che la nostra community che generalmente ci sostiene possa cessare di farlo? Non lo so, quello che so però è che quando le persone a cui parlo smetto di considerarle come un corpo unico, ho la sensazione di poter parlare di ogni cosa e tutto diventa la base per un dibattito che porterà a scoperte preziose.
di Paola D'Amico
Corriere della Sera, 28 giugno 2020
Da tre anni grazie a un progetto dell'associazione K_Alma nell'ex mattatoio al quartiere Testaccio di Roma artigiani volontari insegnano il mestiere a giovani stranieri e a italiani disoccupati.
Inoccupati, disoccupati, giovani e non più giovani, italiani e migranti. Sono i protagonisti del progetto lanciato a Roma dalla associazione K_Alma con la Falegnameria ed Officina Sociale che riparte dopo il lockdown. Il progetto è stato avviato nel 2017 all'interno dell'ex mattatoio nel quartiere di Testaccio a Roma. "Il periodo del Covid-19 è stato per noi, ma in particolare per i nostri utenti ed aspiranti falegnami migranti, davvero difficile.
Stiamo cercando di superarlo insieme, ben consapevoli - spiega Gabriella Guido, ideatrice e coordinatrice del progetto - che spesso non basta fare rete, avere competenze e diritti, avere forza e pazienza. Serve saper resistere avendo un progetto per il futuro, e poter avere gli strumenti per farlo. Ora riapriamo, tra l'altro freschissimi di un trasloco in uno spazio più ampio (e davvero bello) proprio per poter riuscire ad avere più utenti e poter fare più attività".
In tre anni qui si sono formati un'ottantina di artigiani. "Qualcuno ora ci ha lasciato, perché ha ottenuto un contratto di lavoro regolare per esempio per la raccolta della frutta in Piemonte - conclude - ed è comprensibile. Per avere il rinnovo del permesso di soggiorno serve innanzi tutto un contratto di lavoro". I falegnami stanno portando a termine i lavori rimasti in sospeso, da settembre riaprirà anche la scuola di formazione che può contare su quattro falegnami volontari, due dei quali ancora in attività.
Quella della Falegnameria sociale K_Alma è una sfida "ma soprattutto una visione umana, sociale, politica". Il motto scelto è una citazione del grande designer milanese Enzo Mari: "Tutti dovrebbero progettare per evitare di essere progettati". Tutto ciò che nasce nei laboratori di K_Alma è fatto con legno certificato, "proveniente dalla filiera etica - aggiunge Guida, da anni impegnata come attivista dei diritti umani che ha deciso di realizzare un progetto molto concreto - e siamo in attesa della certificazione. Non abbiamo intenzione di fare concorrenza ai grandi mobilifici, ma non manca chi apprezza un tavolo fatto interamente a mano da veri artigiani". L'obiettivo dell'associazione ora è anche "disseminare" analoghi progetti in tutta Italia.
La Falegnameria Sociale K_Alma è dedicata alla formazione formale e informale dei richiedenti asilo ma anche a chiunque voglia partecipare attivamente a corsi e laboratori, o autoproduzione.
L' Associazione K_Alma è nata nel 2016 da un piccolo gruppo di persone di cittadinanza italiana straniera, "con l'intento di perseguire, in un'ottica convintamente multiculturale, la promozione delle libertà e la difesa della tutela della dignità umana, la cui affermazione è alla base stessa della vita e della evoluzione di uno Stato moderno" aggiunge Guida.
K_Alma sostiene il diritto a una vita dignitosa e alla legalità, "promuove la difesa della persona contro ogni forma di violazione dei diritti fondamentali, abuso del corpo o assoggettamento della persona a costrizioni, limitazioni o privazioni illegittime".
"Crediamo fortemente nella promozione di un modello di società - aggiunge Guida - basato sulla pace, sul rispetto reciproco, sull'eguaglianza tra le persone, anche nell'accesso ai beni e ai servizi pubblici, sulla legalità, sul diritto allo studio, alla salute e al lavoro, il diritto a costruire relazioni positive e solidali tra uomini e donne, il diritto a rinnegare ogni forma di violenza e di autoritarismo, di discriminazione e di esclusione sociale.
Qui si colloca il tema della mobilità umana e dei diritti umani di coloro che arrivano da altri Paesi, spesso in fuga da situazioni di violenza e di conflitto, dall'asilo alla protezione, dalla accoglienza alle politiche volte al riconoscimento e alla piena espressione dei loro diritti, per la costruzione di una società nuova e capace di accogliere le sfide della contemporaneità". Tra i soci dell'associazione ci sono persone da sempre attive nel settore dell'immigrazione e dei diritti umani, nella comunicazione, nella sensibilizzazione, nella progettazione e sviluppo di progetti e programmi a livello nazionale ed internazionale con l'obiettivo di mettere a sistema la rete di relazioni e competenze con le quali da anni lavoriamo in maniera informale.
Il progetto di formazione e di factory è aperto anche ad altri soggetti. Sono molti gli inoccupati o i disoccupati, giovani e non, che in Italia stanno cercando un'alternativa ai "classici" lavori, oppure che si stanno riconvertendo dopo un licenziamento, o la chiusura di un'attività.
"Anche in quell'ottica di inclusività che cerchiamo di operare verso soggetti migranti che si insediamo in Italia, pensiamo che noi tutti siamo, ovviamente in maniera concettualmente diversa, "migranti" o "transitanti" da uno status all'altro, da una condizione all'altra... Ed è per questo - dicono i promotori - che riteniamo questo progetto "aperto" anche a chiunque ne fosse interessato, a prescindere dalla nazionalità, cercando quindi di dare un'opportunità di formazione, di occupazione e di inclusione concreta per tutti noi "migranti" di e su questa terra".
Il Tirreno, 28 giugno 2020
"Chiudere il mattatoio è stata una decisione saggia, soprattutto per i detenuti. Già in passato, qui a Gorgona, avevamo sperimentato un progetto simile e io avevo realizzato alcune interviste alle persone recluse, alcune delle quali grazie alla bellissima esperienza nato dalla cura degli animali mi hanno detto che "Gorgona era stato il periodo più bello della loro vita". Questa frase, pronunciata da uomini che sull'isola stanno scontando una pena, rappresenta qualcosa di eccezionale".
A parlare è Stefano Perinotto, docente dell'università Bicocca di Milano che segue il progetto "Salvati con nome" insieme all'amministrazione penitenziaria, al Comune di Livorno, al Parco nazionale dell'Arcipelago toscano e alla Lav, la Lega anti vivisezione. Anche lui, in occasione dell'avvio dello studio, è stato invitato sull'isola dalla Lav e dal direttore del carcere labronico, Carlo Mazzerbo. "Il progetto che abbiamo avviato - spiega - è volto a verificare il beneficio di un ambiente non violento per il detenuto, senza la macellazione degli animali.
Al primo posto, per tutti, c'è il rispetto della vita. Ci sono pochi dati scientifici sull'argomento, ma quanto realizzato già in passato qui a Gorgona ci dice che la relazione sana con gli animali rappresenta un grande beneficio per la rieducazione di chi è recluso. Alcuni detenuti - conclude Perinotto - raccontami della macellazione dei maiali mi dicevano che non volevano assolutamente ucciderli, preferendo anzi che crescessero e poi morissero naturalmente".
di Marina Catucci
Il Manifesto, 28 giugno 2020
Scarcerazione per i bambini "irregolari" e stop alle risorse per la barriera con il Messico. Un giudice federale ha ordinato il rilascio dei bambini migranti detenuti con i genitori nelle carceri Usa per l'immigrazione, e ha denunciato la detenzione prolungata delle famiglie durante la pandemia di coronavirus da parte dell'amministrazione Trump.
L'ordine di liberare i bambini entro il 17 luglio è arrivato dopo la presentazione di un caso riguardante una lunga detenzione e dopo che alcuni migranti sono risultati positivi al test per il coronavirus; si applica ai minori che sono detenuti da più di 20 giorni in tre centri di prima accoglienza gestiti dall'Immigration and Customs Enforcement (Ice) due in Texas e uno in Pennsylvania. In queste strutture, secondo la sentenza, vivevano 128 bambini.
Nel suo ordine, il giudice Dolly Gee della Corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto centrale della California, ha apertamente criticato l'amministrazione Trump per la sua scarsa osservanza delle raccomandazioni dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie per evitare che il virus si diffonda nelle strutture di detenzione dei migranti.
L'agenzia aveva raccomandato di osservare le misure di distanziamento sociale, l'uso di mascherine e un intervento medico tempestivo per i soggetti che presentano sintomi virali. "I centri di accoglienza per le famiglie sono in fiamme e non c'è più tempo per le mezze misure", si legge nella sentenza di Gee. Data la pandemia, ha scritto il giudice, l'Ice, deve lavorare per liberare i bambini insieme ai loro genitori o ai tutori che hanno il consenso dei genitori, e dovrà farlo con "la massima velocità ed entro il termine stabilito".
È la prima volta che un tribunale fissa una data precisa per liberare i bambini migranti, fino ad ora la scadenza era un generico "il prima possibile". I giudici della nona Corte d'appello della California hanno deliberato anche un'altra brutta notizia per Trump, stabilendo che la Casa Bianca non poteva, come ha invece fatto, deviare i fondi della difesa per assegnarli alla costruzione del muro con il Messico, in quanto una mossa di questo tipo la può compiere solo il Congresso. Si tratta di 2,5 miliardi di dollari che Trump ha dirottato dal bilancio della difesa e dell'esercito verso quella che è l'opera simbolo della sua campagna elettorale del 2016, aggirando il Congresso che, secondo la Costituzione, ha il potere esclusivo riguardo l'utilizzo delle risorse destinate e poi sottratte ad altri obiettivi. "Il ramo esecutivo - ha scritto il giudice Sidney Thomas - mancava dell'autorità costituzionale indipendente per autorizzare il trasferimento di fondi".
Il procuratore generale della California Xavier Becerra, che aveva intentato la causa per fermare la costruzione del muro, ha elogiato la sentenza della corte del suo Stato. "I cittadini - ha dichiarato Becerra in una nota - meritano di sapere che i loro soldi vanno dove intendeva il Congresso, a beneficio loro e delle loro comunità. Applaudiamo il tribunale per aver preso provvedimenti, per aver fermato immediatamente l'utilizzo illegale di denaro da parte di Trump".
Stati Uniti. Dai giudici doppio schiaffo per Trump su migranti e muro
di Marina Catucci
Il Manifesto, 28 giugno 2020
Scarcerazione per i bambini "irregolari" e stop alle risorse per la barriera con il Messico. Un giudice federale ha ordinato il rilascio dei bambini migranti detenuti con i genitori nelle carceri Usa per l'immigrazione, e ha denunciato la detenzione prolungata delle famiglie durante la pandemia di coronavirus da parte dell'amministrazione Trump.
L'ordine di liberare i bambini entro il 17 luglio è arrivato dopo la presentazione di un caso riguardante una lunga detenzione e dopo che alcuni migranti sono risultati positivi al test per il coronavirus; si applica ai minori che sono detenuti da più di 20 giorni in tre centri di prima accoglienza gestiti dall'Immigration and Customs Enforcement (Ice) due in Texas e uno in Pennsylvania. In queste strutture, secondo la sentenza, vivevano 128 bambini.
Nel suo ordine, il giudice Dolly Gee della Corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto centrale della California, ha apertamente criticato l'amministrazione Trump per la sua scarsa osservanza delle raccomandazioni dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie per evitare che il virus si diffonda nelle strutture di detenzione dei migranti.
L'agenzia aveva raccomandato di osservare le misure di distanziamento sociale, l'uso di mascherine e un intervento medico tempestivo per i soggetti che presentano sintomi virali. "I centri di accoglienza per le famiglie sono in fiamme e non c'è più tempo per le mezze misure", si legge nella sentenza di Gee. Data la pandemia, ha scritto il giudice, l'Ice, deve lavorare per liberare i bambini insieme ai loro genitori o ai tutori che hanno il consenso dei genitori, e dovrà farlo con "la massima velocità ed entro il termine stabilito".
È la prima volta che un tribunale fissa una data precisa per liberare i bambini migranti, fino ad ora la scadenza era un generico "il prima possibile". I giudici della nona Corte d'appello della California hanno deliberato anche un'altra brutta notizia per Trump, stabilendo che la Casa Bianca non poteva, come ha invece fatto, deviare i fondi della difesa per assegnarli alla costruzione del muro con il Messico, in quanto una mossa di questo tipo la può compiere solo il Congresso. Si tratta di 2,5 miliardi di dollari che Trump ha dirottato dal bilancio della difesa e dell'esercito verso quella che è l'opera simbolo della sua campagna elettorale del 2016, aggirando il Congresso che, secondo la Costituzione, ha il potere esclusivo riguardo l'utilizzo delle risorse destinate e poi sottratte ad altri obiettivi. "Il ramo esecutivo - ha scritto il giudice Sidney Thomas - mancava dell'autorità costituzionale indipendente per autorizzare il trasferimento di fondi".
Il procuratore generale della California Xavier Becerra, che aveva intentato la causa per fermare la costruzione del muro, ha elogiato la sentenza della corte del suo Stato. "I cittadini - ha dichiarato Becerra in una nota - meritano di sapere che i loro soldi vanno dove intendeva il Congresso, a beneficio loro e delle loro comunità. Applaudiamo il tribunale per aver preso provvedimenti, per aver fermato immediatamente l'utilizzo illegale di denaro da parte di Trump".
di Sarita Fratini
Il Manifesto, 28 giugno 2020
Centinaia di migranti restituiti agli abusi dei campi di detenzione libici dopo l'intervento di navi private italiane nel 2018. Il ruolo e i silenzi dell'Italia. Quanto ha interessato l'Italia il respingimento in Libia di 101 persone operato il 30 luglio 2018 dalla nave italiana Asso Ventotto, uno dei cargo che lavora per la piattaforma della Mellitah Oil & Gas (società partecipata al 50% da Eni)? Circa 48 ore, il tempo di qualche articolo di giornale e di un esposto alla Procura di Napoli (sede della compagnia armatrice della nave). Poi più nulla.
A me, invece, interessava la sorte delle vittime: dove fossero, chi fossero. Così, un anno fa, ho deciso di cercarle all'interno dei lager libici. Non le ho trovate, ma ho rintracciato altre persone, tante, che raccontavano di essere state respinte in Libia da una nave Asso. Ciò sarebbe avvenuto un mese prima del caso noto, precisamente la notte tra 1 e 2 luglio 2018.
Un respingimento collettivo gigantesco (si parla di 276 persone) mai dichiarato dal governo italiano o dall'armatore Augusta Offshore, eppure presente in uno dei report in arabo che la Marina libica in quel periodo postava puntualmente online: "È stato inviato il rimorchiatore Asso per supportare la pattuglia e fornire assistenza".
Il giovane Ato Solomon (i nomi usati sono tutti di fantasia) racconta che a bordo della Asso erano diverse centinaia, in maggioranza eritrei e sudanesi. Moltissimi, lui compreso, i minorenni. Tante anche le donne, alcune incinte o con bambini piccoli. Chiesero subito protezione e il capitano li rassicurò: "Vi porteremo in Italia. Adesso dormite". La mattina dopo furono sbarcati al porto di Tripoli alla presenza di Iom e rinchiusi in diversi lager.
Non è stato facile ritrovarli tutti. Nel lager di Zintan, stremati dalla fame e dalle malattie, c'erano i minorenni. Bert racconta che le guardie portavano cibo solo ogni cinque giorni. Molti morivano sul pavimento brulicante di vermi. A Triq al Sikka c'erano parecchie donne. Kissa aveva vent'anni e sosteneva che le guardie depennassero apposta il suo nome dalle liste di evacuazione di Unhcr, che lo facevano anche con altre, soprattutto con una minorenne somala, chiusa nella cella femminile da due anni, incinta da cinque mesi. Nell'hangar maschile si stava ancora peggio: una cella completamente buia era usata per le torture. Nel lager di Sabaa, Eden e Jim, marito e moglie, separati da un muro, non si vedevano da un anno. Poi c'era Dahia, che aveva partorito il piccolo Loni un mese dopo il respingimento, il bimbo stava miracolosamente bene. Josi, invece, non c'era: era morto, sul pavimento di Zintan, il suo corpo finito chissà dove.
Tante persone, tante storie. Oggi c'è un intero collettivo di attivisti ad occuparsi del caso (chi scrive ne fa parte): il Josi & Loni Project. Il gruppo raccoglie testimonianze e diffonde appelli per l'evacuazione delle tante vittime che, a distanza di due anni, sono ancora in Libia. Segue anche i pochi che sono riusciti ad arrivare in Europa, da soli o con corridoi umanitari. Queste persone, a cui nel 2018 è stato negato il diritto a chiedere asilo in Italia, ora hanno ottenuto lo status di rifugiato e nominato degli avvocati. La tragica storia dell'ingiustizia subita è diventata, finalmente, un caso legale.
In questo fermento ci sono dei grandi assenti: le istituzioni. Unhcr ha finora ignorato una richiesta di informazioni presentata dai legati dei rifugiati. Il primo governo Conte non ha risposto all'interrogazione parlamentare, presentata alla Camera nel luglio 2019, che chiedeva ragguagli sui due respingimenti operati dalle navi Asso e il ministero dei Trasporti di Toninelli (M5S) ha rifiutato l'accesso civico alle richieste di soccorso ricevute e alle conseguenti azioni del Centro nazionale di coordinamento del soccorso in mare.
Non è andata meglio con il secondo governo Conte: il ministero retto da De Micheli (Pd) ha reiterato il rifiuto all'accesso civico. La motivazione, da un governo all'altro, non cambia: devono essere esclusi dagli accessi civici sia le "attività operative-esercitazioni Nato e nazionali", tra le quali rientrano anche le attività Sar, sia ciò che concerne la Difesa, sia tutto ciò che può ledere le relazioni internazionali con altri Stati ("in particolare con il Governo libico", scrivono).
Riassumendo: lo Stato da una parte invoca il segreto di stato per mantenere riservato un respingimento segreto effettuato da un privato, dall'altra fa rientrare tutte le attività Sar all'interno della materia militare. Il dubbio rimane: è stata davvero un'iniziativa autonoma delle navi private Asso o si tenta di nascondere un'altra regia? La Augusta Offshore, che abbiamo contattato, non ha voluto chiarire la catena di responsabilità o rilasciare dichiarazioni.
Lucia Gennari, avvocato Asgi, ci conferma che il ministero dei Trasporti ormai rifiuta ogni accesso civico su casi riguardanti le attività Sar nel tratto di mare tra l'Italia e la Libia. Altro grande ostacolo, ci spiega, è la difficoltà a rappresentare le vittime che si trovano in Libia. Prendere la procura legale di un rifugiato chiuso a Trik al Sikka, a Zintan o in altri campi, è praticamente impossibile. Ci sono casi, come quello del respingimento collettivo illegale compiuto nel 2009 dalla nave Orione, arrivati in tribunale soltanto perché le vittime erano in Europa e in Israele. La sentenza, seconda pietra miliare dopo il caso Hirsi, a ottobre 2019 ha condannato il governo italiano a risarcire e riammettere in Italia i rifugiati deportati in Libia dalla nave militare Orione. Il fatto che le Asso siano navi private, complica qualcosa? No, spiega ancora Lucia Gennari, anche il privato è vincolato dall'obbligo di soccorso in mare, dall'obbligo di sbarcare naufraghi in un luogo sicuro e dal divieto di compiere respingimenti collettivi. Qui, poi, si tratta di trasportare persone in luoghi in cui la violazione dei diritti umani è così grave, così nota.
Dopo il negato accesso del Governo alle informazioni, anche gli attivisti si sono rivolti a un privato, un sito di monitoraggio navi. In cambio di pochi euro, hanno ricevuto il tracciato di rotta delle navi Asso che tra l'1 e il 2 luglio 2018 effettuarono cambi di destinazioni dichiarate, virate e lunghe soste in mezzo al mare. Movimenti che coincidono con i racconti delle vittime. Tra l'ostracismo del governo italiano, l'indifferenza delle organizzazioni internazionali, il no-comment della Augusta Offshore, questa causa si farà e trascorreremo i prossimi anni a dissertare di diritti umani. Nel frattempo gli umani sono ancora in Libia. Anche Jan, dopo Josi, è morto, di stenti, sul pavimento di un lager. A Triq al Sikka, Kissa ha organizzato una protesta assieme ad altre donne, chiedevano a Unhcr di essere evacuate, ma non è andata bene.
Il 15enne Cris guarda il mare tutti i giorni e aspetta di salire su un gommone che non sia troppo sgonfio. Il 16enne Sid si è ammalato gravemente e i 15enni Bert e Jack lo hanno assistito come un figlio, donandogli il poco cibo che avevano e restando notte e giorno al suo capezzale. Il ragazzo ha provato a uccidersi perché si sentiva un peso, ma gli amici lo hanno fermato. Non hanno diritti, ma sono umani.
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