comunicareilsociale.com, 30 giugno 2020
È la giornalista Emanuela Belcuore la Garante per i detenuti nominata dalla Provincia di Caserta, figura mancante sul territorio che conta quattro istituti di pena per un totale di oltre 1500 reclusi. La Belcuore già da alcuni anni svolge attività di volontariato nelle strutture carcerarie casertane, oltre ad essere membro dell'Osservatorio Anticamorra di Scampia, in particolare l'istituto di pena di Arienzo dove ha avviato con successo laboratori di scrittura creativa per poi diventare un vero e proprio punto di riferimento per i detenuti e le loro famiglie e creare un ponte tra le loro esigenze e la direzione delle strutture carcerarie.
"Tutto è nato - spiega la neo Garante - da una storia che un giorno un detenuto mi volle raccontare quando già frequentavo le carceri casertane come inviata de Il Mattino. Rimasi molto colpita e in me nacque il desiderio di dedicarmi a questa realtà. E così da volontaria oggi mi trovo a rivestire questo importante ruolo per la cui nomina ringrazio il Presidente della Provincia e il consigliere Pasquale Crisci".
Il compito della Garante è sicuramente delicato e gravoso per i problemi che da troppo tempo attanagliano il sistema della giustizia e dell'esecuzione delle pene. Uno fra tutti il sovraffollamento a causa del quale, anche durante il lockdown, si sono registrate forti tensioni.
"Molto critica - continua Emanuela Belcuore - è la situazione sanitaria, mancano psichiatri e psicologi così come complicata è la questione lavorativa rispetto alla quale rivolgo un appello agli imprenditori: fatevi avanti ad offrire opportunità in termini di formazione e lavoro che diano una reale chance a queste persona anche una volta fuori dalle sbarre".
Ma c'è ancora un'altra tematica che sta a cuore alla neo Garante: il diritto dei reclusi all'affettività: "Vorrei creare delle aree in cui i detenuti possano incontrare liberamente i figli e le compagne con le quali poter vivere, anche in carcere, l'affettività familiare e di coppia, un aspetto molto trascurato ma di fondamentale importanza anche per ridurre la tensione all'interno della struttura carceraria".
di Jacopo Iacoboni
La Stampa, 30 giugno 2020
Parallelamente alla vendita di due fregate all'Egitto, concretizzatasi proprio all'indomani di una telefonata avvenuta il 7 giugno tra il premier Giuseppe Conte e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, l'Italia - sempre attraverso Fincantieri - sta lavorando con grande accortezza a un'altra possibile operazione, che sarebbe assai rilevante, anche in Arabia Saudita.
A Riad le chances che questo genere di contratti hanno di concludersi, in questo momento, passano attraverso l'aiuto di intermediari turchi, non di rado direttamente legati al governo del presidente Recep Erdogan. Il fatto è che i sauditi hanno deciso di incrementare la loro presenza nei mari, Golfo Persico e mar Rosso.
E l'Italia ha fiutato, con una certa abilità ma non senza rischi geopolitici - l'opportunità. Secondo un report di "Intelligence online" che ci viene confermato nella sostanza da due fonti, una italiana e una straniera, Fincantieri è in ottima posizione per concludere nuovi contratti che proseguirebbero un rapporto già consolidato proficuamente nel dicembre del 2019.
La cosa finora era passata piuttosto sottotraccia, ma alla fine dell'anno scorso - ancora in era pre-Covid - Fincantieri aveva iniziato la costruzione degli scafi di quattro Littoral Combat Ships (Lcs), navi da combattimento leggere, costruite dal contractor principale, la Lockheed Martin, per la Marina Reale saudita. Ora la società italiana ha gli occhi alla possibilità concreta di fornire in proprio alla Marina saudita due fregate Fremm, del tipo delle due appena vendute ad Al Sisi.
L'operazione in Egitto era costata molte critiche al governo del premier Conte, vista la tuttora modesta collaborazione egiziana nelle indagini sulle torture e l'assassinio al Cairo del ricercatore italiano Giulio Regeni.
Naturalmente, anche rilevanti avanzamenti di commesse militari italiane in Arabia Saudita potrebbero essere fonte di problemi e imbarazzi geopolitici. Per diverse ragioni. L'uomo chiave per aprire le porte delle lucrose commesse militari saudite è un turco, con cui gli attori di business italiani in terra saudita sono già in ottimi contatti: si chiama Omar bin Ali bin Omar Babtain, guida una serie di società conosciute come Alomba Group (il cui direttore commerciale è un italiano, Edoardo Lucarelli). Babtain guida consorzi che fanno spesso team con aziende estere, e hanno accesso eccezionale ai ministeri sauditi della difesa e all'energia.
Tutto ovviamente legittimo, ma chi conosce il teatro saudita spiega che lavorare con Babtain significa mettersi in scia di Ankara, paese che al momento non brilla per democrazia interna - proprio nel momento in cui, anche in Libia, la Turchia (in nuovo asse con la Russia di Vladimir Putin) ha notevolmente esteso il suo raggio d'azione, conquistando il pallino del gioco (e a scapito della tradizionale forza geopolitica italiana in Libia).
Uno dei più grandi magnati turchi, Ahmet Calik, re della finanza e dell'energia turca, assai vicino a Erdogan, si avvale per gli affari nel Golfo proprio di Bahrain, a sua volte in contatti col potente consigliere per gli esteri di Erdogan, Ersat Hurmuzlu. Che Turchia e sauditi siano disallineati su diverse questioni non sembra essere un problema, per il business. Così come i sauditi hanno fatto conoscere a Roma la volontà di dotarsi anche loro di una certa forza navale. Cosa che potrebbe cozzare con l'intenzione di Al Sisi, loro alleato, di porsi come il primo attore navale in quel quadrante del Mediterraneo.
Negli ultimi cinque anni Il Cairo ha speso in armi e piattaforme più di chiunque altro nell'area, ma finora aveva comprato soprattutto dalla Russia (10 miliardi), poi dalla Francia (otto), e solo 2,5 miliardi dagli Stati Uniti. Investimenti egiziani (compresi i due acquisti di fregate dall'Italia) avvenuti soprattutto grazie ai cospicui aiuti ricevuti proprio dai sauditi.
Che ora però vogliono rafforzarsi in proprio. L'Italia, in questo mordi e fuggi geopolitico-economico, può allo stesso tempo guadagnare soldi e perdere peso geopolitico, consegnandosi peraltro ai regimi.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 30 giugno 2020
Riapriranno i piccoli centri per richiedenti asilo e ripartiranno i corsi di formazione. Però i grillini chiedono un rinvio a settembre. "La revisione dei decreti sicurezza, prevista dal programma di governo, deve rappresentare l'occasione per una riforma del sistema di accoglienza, orientata a garantire ordine e integrazione, attraverso un sistema capillare e diffuso sui territori".
Si apre così il documento di tre pagine che mette nero su bianco il sì ufficiale del M5S alla riscrittura dei decreti sicurezza. Sì al ritorno agli Sprar, sì all'ampliamento dei casi di protezione speciale, sì al dimezzamento dei tempi di detenzione dei migranti destinati al rimpatrio, sì a nuove forme di tutela dei minori stranieri non accompagnati, sì alla partecipazione dei richiedenti asilo a corsi di formazione e attività di utilità sociale e sì ad alcuni paletti sulla revoca della cittadinanza.
Dunque, c'è ben di più del recepimento delle osservazioni del Capo dello Stato (anche se sulle multe alle Ong la posizione del M5S è quella del ritorno all'importo originario da 10 a 50.000 euro) nelle proposte su cui le due anime del Movimento hanno trovato l'accordo, inviate alla ministra dell'Interno Lamorgese alla vigilia del terzo appuntamento del tavolo fissato per oggi al Viminale. Una significativa apertura nel merito delle modifiche che avvicina sensibilmente quel punto di caduta con le proposte di Pd, Leu e Iv.
Resta però l'incognita (niente affatto secondaria) dei tempi. Perché oggi Giuseppe Brescia e Vittoria Baldino riproporranno agli alleati di governo la richiesta di rinviare a settembre la riscrittura dei decreti. "Non c'è nessuna intenzione di perdere tempo - dice Brescia, soddisfatto di essere riuscito ad ottenere la disponibilità del Movimento alle modifiche - ma il Parlamento è sovraccarico di lavoro e si rischia di fare male una cosa che va fatta molto bene".
Pd, Leu e Iv vorrebbero invece portare in Consiglio dei ministri il nuovo testo prima delle ferie ma, soprattutto in casa Pd, non sembra ci sia intenzione di trasformare la questione dei tempi in una questione politica. Insomma, se le ragioni del rinvio chiesto dal M5S sono tecniche, legate ad un prevedibile ingorgo parlamentare, anche la valutazione sarà tecnica: nessuno si può permettere di fare un decreto che poi rischia di non essere convertito nei tempi previsti, dicono. La priorità immediata è ad arrivare (magari già oggi) ad un testo condiviso.
E, nel documento del M5S, i ripetuti richiami all'integrazione, all'ampliamento dei permessi di soggiorno e al ripristino delle attività anche per i richiedenti asilo costituiscono un cambio di passo deciso rispetto alla difesa tout court dei decreti Salvini. La riforma dello Sprar innanzitutto che "deve andare oltre una mera operazione di ripristino".
Il M5S vuole l'accoglienza diffusa sia per i rifugiati che per i richiedenti asilo, limitando i grandi centri a non più di 100 posti. E chiede il ripristino delle misure di integrazione dei richiedenti asilo: corsi di italiano, formazione professionale, e "impiego, su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore della collettività". Non è il ritorno dei permessi umanitaria ma - si legge nel documento - "si considera soddisfacente il rafforzamento della protezione speciale", concedendola a chi ha subito trattamenti disumani e degradanti.
Protezione garantita per i vulnerabili e "tutti i permessi di soggiorno dovrebbero essere convertibili in permessi per motivi di lavoro". Con un occhio ai neomaggiorenni a cui "andrebbe garantita la possibilità di regolarizzazione per permesso di studio, lavoro o attesa occupazione". E basta con i Centri per il rimpatrio lager. Il M55 è d'accordo a riportare da 180 a 90 giorni il tempo di detenzione magari anche in luoghi diversi dai Cpr "con condizioni di trattamento che assicurino il rispetto della dignità umana".
ilpiccolo.net, 30 giugno 2020
Fondazione Solidal e Associazione Ises: una partnership per sostenere importanti progetti di economia carceraria e di ricerca per la comunità. Da oggi, martedì, sarà possibile essere golosi e fare del bene: nasce nel carcere, dove l'Associazione Ises sta facendo crescere il Progetto Fuga di Sapori, La Brigantella - Un reato non assaggiarla, una crema fondente spalmabile alle nocciole del Piemonte con il cuore al caffè 100% arabica.
La Brigantella è il frutto di una nuova collaborazione tra Ises, la Cooperativa Lazzarelle - attiva nella Casa Circondariale femminile di Pozzuoli e che produce caffè in modo artigianale e nel pieno rispetto della più autentica tradizione napoletana - e una piccolissima azienda agricola del Torinese che lavora solo le sue nocciole piemontesi.
La crema fondente alle nocciole del Piemonte aromatizzata al caffè lavorato presso la Casa Circondariale femminile di Pozzuoli dalla Cooperativa Sociale Lazzarelle, è un prodotto artigianale con solo ingredienti naturali, senza zuccheri aggiunti né olio di palma o altri grassi vegetali.
Dopo la "Sbirra" e la "Skizzata" a favore dell'Associazione Me.dea, un nuovo prodotto di economia carceraria a favore del sociale cittadino: infatti parte dell'incasso verrà destinato alla Fondazione Solidal che persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale promuovendo lo sviluppo civile, culturale, sociale, ambientale, turistico ed economico nella provincia di Alessandria e in quelle limitrofe anche non appartenenti alla Regione Piemonte.
"Di creme spalmabili alle nocciole ne esistono davvero tante, più o meno famose, ma una in grado di rubare il cuore a chi la assaggia e, allo stesso tempo di essere solidale, non esisteva fino ad oggi. - afferma Andrea Ferrari, presidente di Associazione Ises - Siamo molto contenti che nasca questa opportunità: noi ci adoperiamo perché esca il più possibile tutto quanto di buono viene fatto all'interno delle carceri italiane e vogliamo che queste bontà abbiano anche un'utilità sociale. La Brigantella sarà disponibile in bottega dal 30 giugno e per ogni barattolo venduto, una parte dell'incasso sarà destinato alla Fondazione Solidal: un aiuto concreto per una fondazione a cui vogliamo bene e che vogliamo aiutare stabilmente".
La Fondazione crede in questa collaborazione, come ricorda il presidente Antonio Maconi: "La nostra non può che essere una semplice parola: grazie! Grazie per questo progetto, così innovativo, che guarda con attenzione alle persone, attenzione che è anche quella di Solidal per la Ricerca. Nella ricerca, infatti, possiamo guardare con fiducia verso un futuro capace di dare una speranza per una migliore qualità di vita alle numerose patologie che vengono trattate nelle linee di ricerca che Solidal sostiene in stretta collaborazione con l'Azienda Ospedaliera di Alessandria. La sinergia con l'Associazione, pertanto, si dimostra forte e vincente e capace di coniugare i valori verso la persona e il futuro che accomunano le nostre realtà. Grazie ancora!". La Brigantella sarà disponibile nella Bottega Solidale Social Wood in piazza Don Soria e sull'e-shop www.fugadisapori.it insieme ad una selezione di prodotti di economia carceraria provenienti da tutta Italia.
veneziaradiotv.it, 30 giugno 2020
Anche quest'anno alcuni detenuti del carcere di Padova usciranno per lavorare all'esterno. In particolare per piccoli lavori di manutenzione in istituti scolastici. Si tratta di un progetto della provincia di Padova che si rinnova per il terzo anno.
Provincia, Casa di Reclusione e associazione Onlus "Gruppo operatori carcerari volontari" (Ocv di Padova) rinnovano il protocollo d'intesa per consentire ai detenuti del carcere di fare lavori di tinteggiatura e piccola manutenzione negli edifici scolastici di competenza provinciale. Il documento che rientra nel progetto "Detenuti per la Scuola" e resterà valido per due anni, è stato firmato oggi dal presidente della Provincia di Padova Fabio Bui, dal consigliere provinciale all'Edilizia scolastica Luigi Bisato, dal direttore della Casa di Reclusione di Padova Claudio Mazzeo e dalla vice presidente dell'Ocv di Padova Chiara
"È un progetto - ha spiegato il presidente Bui - che ci ha dato grande soddisfazione per il messaggio positivo e di rigenerazione verso chi sta scontando una pena in carcere e verso gli studenti che poi utilizzano le classi ridipinte. Ma è anche un'iniziativa che oggi assume ancora più valore visto che gli edifici scolastici hanno bisogno di interventi e migliorie continue per dare ai ragazzi ambienti salubri e curati.
L'emergenza sanitaria credo abbia fatto capire a tutti che bisogna avere a cuore la propria comunità e fare ognuno la propria parte per tenere in piedi i servizi e i luoghi pubblici. Ci siamo improvvisamente accorti di quanto importante sia avere una scuola moderna e rinnovata, oltre ad ospedali, strade, mezzi e tecnologie. Ringrazio il direttore del carcere e i volontari carcerari perché credono nel recupero delle persone e nell'importanza di dare una chance anche a chi sbaglia inserendoli in progetti di valenza locale. È una visione che condividiamo e che come Provincia volentieri promuoviamo".
Si tratta di un'iniziativa che viene rinnovata per la terza volta dopo le aule ridipinte dai carcerati al Belzoni nel 2018 e al Fermi nel 2019. Il progetto rientra infatti tra gli obiettivi pedagogici che la Casa di Reclusione porta avanti per offrire, mediante il lavoro all'esterno, opportunità di formazione professionale e di esperienze utili al reinserimento sociale.
L'accordo prevede che la direzione del carcere selezioni i detenuti idonei alle attività da svolgere su base volontaria, a titolo gratuito e tra coloro che hanno effettuato il corso di formazione. Il programma del trattamento viene poi vagliato dal Magistrato di Sorveglianza che concede ai carcerati di uscire per recarsi sul luogo di lavoro. La Casa di reclusione effettua i controlli, fornisce i dispositivi di sicurezza e rimborsa i detenuti di eventuali spese sostenute (biglietto del bus, pranzo) nei limiti del contributo erogato dalla Provincia.
"Come amministrazione - ha spiegato il consigliere all'Edilizia scolastica Luigi Bisato - saremo noi ad individuare l'Istituto scolastico dove saranno svolti i lavori, oltre ad approvare il piano delle opere da fare.
Si partirà già attorno a luglio e l'Istituto dovrebbe essere il Curiel di Padova. Le due edizioni precedenti sono state un successo, i detenuti hanno fatto anche più di quanto era stato assegnato con grande professionalità e dedizione. Sicuramente anche quest'anno troveremo collaborazione e molta voglia di fare, sono persone che hanno sbagliato, ma che meritano una chance di riscattarsi di fronte alla comunità. Come Provincia effettueremo anche dei controlli e ci impegniamo a segnalare a terzi i detenuti che si sono distinti nell'attività per eventuali possibilità di lavoro".
L'Istituto scolastico individuato accoglierà giornalmente i detenuti, consegnerà materiali e attrezzature, oltre a seguire lo sviluppo dei lavori. La scuola predisporrà un foglio presenza e comunicherà eventuali problemi nello svolgimento delle opere.
"Si tratta di un'iniziativa che negli anni scorsi ha trovato grande entusiasmo anche tra i carcerati - ha spiegato il direttore Mazzeo - per questo abbiamo voluto renderla più stabile nel tempo. Infatti adesso il progetto durerà due anni, dunque avremo la possibilità di fare anche qualche lavoro in più. È un'iniziativa importante perché oltre alla funzione rieducativa, ha anche il merito di responsabilizzare i detenuti come hanno peraltro testimoniato loro stessi sia lo scorso anno che quello precedente". L'associazione Ocv di Padova assisterà i detenuti e curerà i rapporti tra l'area educativa del carcere, la Provincia e la scuola per far sì che tutta l'attività sia svolta al meglio. Ogni ente seguirà, per la propria parte, anche i vari procedimenti burocratici come previsto nell'accordo.
di Annamaria Lotierzo
ondanews.it, 30 giugno 2020
La possibile riapertura della Casa circondariale di Sala Consilina è stato il tema della conferenza stampa che ha avuto luogo questa mattina, presso il bar Coppola a Trinità, convocata dal presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Angelo Paladino.
L'avvocato, sulla base della relazione che il Presidente della Corte d'Appello di Potenza Rosa Patrizia Sinisi ha reso sul tema in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario, ha inviato una lettera al sindaco Francesco Cavallone e a tutti i consiglieri comunali.
"La relazione con molto coraggio dice cose che normalmente i magistrati non dicono per convenienza - esordisce Paladino -. La dottoressa Sinisi prende spunto dalla struttura del Tribunale di Sala Consilina per denunciare le difficoltà. Abbiamo un circondario, quello del Tribunale di Lagonegro, che è senza carcere. Denuncia il fatto che sono costretti a mandare i detenuti a Castrovillari, Salerno o Potenza e sottolinea il fatto che non si hanno i soldi per consentire a magistrati e cancellieri di arrivare presso queste strutture. Il carcere di Sala può riaprire se portato a 51 presenze, come è previsto in un progetto di ristrutturazione con l'impegno di spesa di 220mila euro".
Come sottolineato più volte il Dap non ha dato risposte dopo un incontro avuto nell'ottobre 2018 con il sindaco e il Consiglio dell'Ordine. Nella relazione è stato sottolineato anche che la riapertura rappresenta una esigenza concreta non solo per avvocati, magistrati e personale amministrativo ma "soprattutto per i detenuti e i loro familiari che hanno diritto ad essere ristretti vicino ai luoghi di residenza".
"Questo è un argomento da portare immediatamente in Consiglio in modo da sfruttare questo documento ufficiale e sollecitare il Dap per una risposta positiva alle richieste provenienti dal territorio e dalla Magistratura - continua. Credo che questa occasione vada sfruttata al meglio e tempestivamente senza alcun rinvio a settembre, momento non favorevole in quanto concomitante con la campagna elettorale".
Presente all'incontro anche Franco Lamanna, presidente del Comitato Pro Tribunale. "Sono molto deluso di questi sindaci che si fanno eleggere nel nostro meraviglioso Vallo di Diano che però resta abbandonato a sé stesso e derubato da altri paesi limitrofi - commenta-. Non si interessano dell'amministrazione della cosa pubblica. Da cittadino sono deluso perché noto una grande apatia".
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 30 giugno 2020
La procura di Teheran accusa il presidente degli Stati Uniti di "omicidio e terrorismo". Chiesto l'arresto anche per alti funzionari dell'amministrazione americana. Il leader dei Guardiani della Rivoluzione venne ucciso in un raid Usa a Baghdad lo scorso 3 gennaio.
La procura di Teheran ha emesso un mandato d'arresto per il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e per altri 36 cittadini tra cui alti funzionari dell'amministrazione americana, per l'omicidio del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso in un raid Usa all'aeroporto di Baghdad il 3 gennaio scorso. La notizia è stata data dall'agenzia di stampa Fars e dall'agenzia semi-ufficiale Isna.
Ali Alqasimehr, procuratore di Teheran, ha spiegato ai giornalisti che le accuse sono "di omicidio e terrorismo" e che il processo contro Trump andrà avanti anche dopo la fine della sua presidenza. Non ha detto al momento chi siano gli altri oltre 30 ricercati, ma ha specificato che l'Iran ha inoltrato una richiesta di collaborazione all'Interpol perché emetta un "red notice", una allerta rossa per i ricercati sotto accusa, che significa il livello di allerta più alto dell'agenzia. Questa procedura non obbliga gli Stati che aderiscono all'Interpol ad arrestare o a estradare i sospettati. L'organizzazione non ha confermato di aver ricevuto la richiesta dall'Iran ma in un comunicato diffuso alle agenzie di stampa ha spiegato che l'articolo 3 del suo statuto vieta qualsiasi intervento di "natura politica, militare, religiosa o razziale".
Prima di essere ucciso nel raid del 3 gennaio, Qassem Soleimani è stato il comandante della forza Quds, un corpo speciale dei Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) iraniani che si occupa delle operazioni all'estero: per più di due decenni ha plasmato la politica iraniana in Medio Oriente, rafforzando anche sul piano militare l'alleanza anti-americana che dalla rivoluzione Khomeinista del 1979 l'Iran ha intessuto con una serie di milizie sciite nella regione, dalla Siria al Libano all'Iraq.
Nell'aprile del 2019, l'amministrazione Trump ha inserito l'intero corpo dei Pasdaran, che in Iran è più potente dell'esercito regolare e dipende direttamente dal Leader supremo, Khamenei, nella lista delle organizzazioni terroristiche che minacciano la sicurezza nazionale americana. L'anno prima Trump aveva deciso di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015. L'uccisione di Soleimani è arrivata dopo mesi di tensioni tra Teheran e Washington, nello stretto di Hormuz e in Iraq, culminate a fine dicembre con l'assedio di alcune centinaia di uomini delle milizie irachene filo-Iran all'ambasciata americana a Baghdad. Nel raid sull'aeroporto della capitale irachena morì anche Abu Mahdi al-Mohandes, il vice capo delle forze di mobilitazione popolare, una milizia irachena che ha stretti legami con le Quds iraniane. "Il generale Qassem Soleimani è il responsabile della morte di migliaia di americani. Stava progettando di ucciderne molti altri. Non glielo abbiamo permesso", scrisse Trump dopo l'attacco.
Redattore Sociale, 30 giugno 2020
Dopo che Al-Sisi ha annunciato il provvedimento per decongestionare le carceri, si teme che lo studente egiziano dell'Università di Bologna non sia tra i detenuti graziati. Noury (Amnesty International): "Il governo dia un segnale forte: la strategia di condiscendenza e amicizia verso l'Egitto non ha portato finora a alcun risultato".
"Questo è un momento chiave. Se Patrick non sarà incluso nella lista dei detenuti a cui verrà concessa la grazia, l'Italia dovrà aprire gli occhi: la strategia di condiscendenza e amicizia verso il governo egiziano non ha portato alcun risultato, né nella ricerca della verità sul caso Regeni, né per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani nel Paese".
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, non ha dubbi: dopo che il governo egiziano ha annunciato la scarcerazione di 530 detenuti per decongestionare le carceri durante la pandemia, è questo il momento di agire per chiedere il rilascio di Patrick Zaky, lo studente egiziano dell'università di Bologna in carcere dal 7 febbraio. Dai primi dettagli sul provvedimento di grazia, però, emergerebbe che questo riguarderà solo detenuti che hanno già scontato parte della pena, dunque si teme che Patrick non sia incluso. Anche perché, nel frattempo, l'udienza per la sua liberazione è stata rinviata al 12 luglio.
"Quello che sappiamo è che Patrick soffre di asma bronchiale e nel carcere di Tora, dov'è rinchiuso, è arrivato il Covid - continua Noury. Il governo italiano ha sempre detto di star monitorando la situazione, ma oggi non c'è tanto da osservare, c'è da fare urgentemente: quello che potrebbe succedere è che escano dalle carceri ladri, corrotti, criminali comuni, magari anche assassini, e restino dentro prigionieri innocenti o in attesa di giudizio. I primi a dover essere liberati dovrebbero essere gli ammalati e gli innocenti, e Patrick è l'una e l'altra cosa".
Nel frattempo continuano a intensificarsi i rapporti tra Italia e Egitto, in particolare dopo che il governo Conte ha accordato la vendita di due fregate Fremm e altri armamenti al regime di Al-Sisi, dando il via alla cosiddetta "commessa del secolo". Il totale è di 9 miliardi di euro: si tratta del maggior contratto mai rilasciato dall'Italia dal dopoguerra, che rende oggi l'Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani.
"Conte sostiene che, per arrivare alla verità per Giulio Regeni, sia necessario continuare a mantenere buoni rapporti con il governo di Al-Sisi, ma gli ultimi anni ci insegnano che non è così: anche se si sono intensificate le relazioni tra i due paesi, non è stato raggiunto alcun risultato e non c'è reale volontà di collaborazione nelle indagini sulla morte di Giulio - afferma Noury. Prova ne è anche il fatto che gli oggetti personali di Regeni che il Cairo ha inviato a Roma pochi giorni fa alla fine si sono rivelati non suoi. Ora staremo a vedere come andrà l'incontro tra le due procure previsto per il primo luglio: ahimè non ci aspettiamo grandi novità".
Per parlare della situazione oggi in Egitto e delle violazioni perpetrate dal regime di Al-Sisi, domani alle 18.30 Riccardo Noury sarà ospite dell'evento online "Egitto, parte di noi": oltre a lui sarà presente anche il coordinatore della Rete italiana per il disarmo Francesco Vignarca, la giornalista Paola Caridi e le ricercatrici Elisabetta Brighi e Daniela Melfa, co-autrici del libro Minnena. L'Egitto, l'Europa e la ricerca dopo l'assassinio di Giulio Regeni. "È venuto il momento per l'Italia di dare un segnale di malcontento e insoddisfazione - conclude Noury -. Non possiamo far vedere che va sempre tutto bene: dobbiamo bloccare la vendita di armi, smettere di fare formazione alle forze di polizia egiziane, sospendere gli accordi di rimpatrio, visto che l'Egitto si è rivelato un paese non sicuro. E se Patrick non dovesse figurare nella lista dei detenuti a cui viene concessa la grazia, il ritiro dell'ambasciatore è un'ipotesi da prendere assolutamente in considerazione".
di Giorgio Beretta* e Francesco Vignarca**
Il Dubbio, 30 giugno 2020
Così l'Italia diventa testa di ponte delle multinazionali delle armi. Il caso Rheinmetall che bypassa Berlino vendendo a Doha tramite Rwm, in terra sarda. Un'operazione tenuta sottotraccia per oltre un anno e presentata come "intermediazione e gestione logistica", ma fatta in gran parte "estero su estero". Denominata Progetto QA208, riguarda "due commesse acquisite nel 2018" da Rwm Italia per la "fornitura di colpi di artiglieria da 155mm e anticarro da 120mm verso il Qatar".
Ha tutte le caratteriste di una moderna "triangolazione" tra Paesi per facilitare l'esportazione di armi. "Il progetto - si legge nel Bilancio 2019 presentato nell'aprile scorso - è da inserirsi in una strategia del Gruppo di avere un unico interlocutore (wm Italia) verso il Cliente (la società qatarina Rbat) per un pacchetto ampio di varie tipologie di munizioni, alcune prodotte in Germania dalla casa madre Rwm (Rheinmetall WaffeMunition GmbH) e altre prodotte in Sudafrica dalla società del Gruppo Rdm (Rheinmetall Denel Munition Ltd.)".
La Rbat (Rheinmetall Barzan Advanced Technologies) è una joint venture partecipata al 49% dal Gruppo tedesco e dalla Società Barzan posseduta del ministero della Difesa del Qatar. Il ruolo di Rwm Italia in questi contratti è esplicitato come "intermediazione e gestione logistica tra le società Rwm GmbH e Rdm da una parte e la società Rbat dall'altra, facendosi carico dei rischi finanziari e tecnici dell'intera operazione".
Dunque un rischioso anello di collegamento che "non genera alcuna attività produttiva presso gli Stabilimenti della Rwm Italia S.p.A." come ammette la stessa azienda sottolineando un coinvolgimento "da considerarsi eccezionale e temporaneo dovuta a strategie del Gruppo, senza far parte del core business della Società".
In sintesi, un'operazione svolta per conto della casa madre tedesca che non genera per l'azienda italiana alcuna lavorazione ma solo fatturato "fittizio" pieno però di rischi. Ma perché allora questo passaggio intermedio? Il sospetto è che faccia parte di una strategia: convogliare attraverso l'Italia un'operazione che potrebbe trovare resistenze presso le autorità tedesche preferendo invece una strada che per quanto riguarda il nostro paese si svolge principalmente "estero su estero".
Anche in questo caso è necessaria l'approvazione del governo italiano ai sensi della Legge 185/1990. Un passaggio che però, vista la sua particolare natura, risulta praticamente impossibile da rintracciare in maniera chiara ed evidente nelle oltre 3mila pagine delle relazioni inviate dal governo alle Camere negli ultimi due anni. Si può solo ricostruire incrociando le tabelle nelle relazioni dei vari ministeri.
Nella Relazione governativa relativa al 2018 appare un'autorizzazione per 230.854.523,04 euro alla Rwm Italia per l'esportazione di un consistente lotto di munizionamento d'artiglieria: decine di migliaia di cartucce, colpi, spolette, cariche modulari, iniziatori.
Il paese destinatario risulta sconosciuto ma, passato un anno, nel documento redatto dal Tesoro si scopre un'operazione bancaria con il Qatar attribuibile alla Rwm Italia: un "anticipo contrattuale del valore di 57.713.630,76 euro, esattamente un quarto del valore dell'autorizzazione precedente. Nel 2019 la Relazione riporta un'altra operazione rilasciata a Rwm Italia (valore 83.615.927,16 euro per un numero imprecisato di colpi attivi) classificata come "intermediazione" che - secondo quanto spiega il governo - riguarderebbe operazioni "estero su estero".
Una voce dell'export militare italiano diventata rilevante solo negli ultimi anni: oltre 530 milioni di euro nel 2017, circa 460 milioni nel 2019, mentre di solito si attestava su cifre ben più basse, e i cui dettagli sono ancora più difficili da definire rispetto alle consuete esportazioni dall'Italia. In totale la duplice commessa vale ben 342 milioni di euro: cifra rilevante per Rwm che ha un portafoglio d'ordini di 782 milioni di euro in cui però sono inclusi 330 milioni di operazioni "bloccate": probabile riferimento alla "sospensione delle licenze di esportazione di bombe d'aereo verso Arabia saudita e Emirati" votata alla Camera e decisa dal governo nel luglio 2019.
Il quadro è chiaro: le multinazionali degli armamenti ormai usano le proprie politiche di delocalizzazione anche come strategia di export. In questo caso Rheinmetall ha preferito chiedere autorizzazione verso il Qatar all'Italia pur in assenza di qualsiasi attività produttiva nel nostro paese. Così l'Italia sta diventato la testa di ponte per le strategie delle aziende militari estere. Che non portano alcun beneficio nemmeno in termini di lavoro, ma solo introiti ai signori delle armi. Il Parlamento ne è al corrente?
*Analista dell'Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal)
**Coordinatore della Rete italiana per il disarmo
di Gianfranco Schiavone
Il Riformista, 30 giugno 2020
I Balcani sono vicini ma la rotta balcanica è lontana. I Balcani sono quello straordinario crogiolo di storie complesse, lingue, religioni e culture che gli italiani conoscono per le loro ferie; la rotta balcanica è invece quella lunga via di fuga che dai confini greco-turchi arriva fino a Trieste. Una rotta lungo la quale transita parte rilevante dei richiedenti asilo che fuggono da conflitti e persecuzioni del medio oriente e cercano di arrivare in Europa: innanzitutto Siria, Afghanistan, Iraq, Iran. La rotta dei rifugiati per eccellenza. Ben lontano da quanto molti potrebbero pensare, si tratta di una via di fuga estremamente pericolosa, fatta da attraversamenti di molti paesi, sia dell'Unione Europea che esterni all'Unione, di respingimenti collettivi, di violenze, anche efferate, da parte delle diverse polizie, di campi di accoglienza inesistenti o, ove esistenti, degradati nonostante siano gestiti con fondi europei.
Tutti i rapporti internazionali, da Amnesty International agli altri enti meno noti, e tutte le inchieste giornalistiche sono concordi: la rotta balcanica è la rotta della violenza; una violenza del tutto diversa, per modalità e attori, rispetto alla via del mare, ma che avvolge i migranti da ogni lato e in ogni momento. Una violenza che non avviene in un "altrove" lontano ed esotico nel quale riporre il nostro sdegno, ma dentro l'Europa e persino dentro l'Unione Europea nella quale dovrebbero vigere i regolamenti e le direttive sull'accesso al diritto all'asilo, sulle condizioni di accoglienza, sui diritti socio-sanitari etc. E dove la polizia dovrebbe agire nella legalità.
Sullo stato della democrazia illiberale dell'Ungheria, sul suo muro che corre lungo tutto il confine della Serbia e sui suoi centri di detenzione per migranti poco ancora ci sarebbe da dire se non che, dopo essersi un po' scomposta (ma non troppo) in dichiarazioni di condanna, l'Unione Europea ha lasciato fare i magiari. I rapporti sui "push-back", ovvero sui respingimenti attuati in Grecia e in Bulgaria non sono mai stati smentiti al netto di qualche inconsistente dichiarazione ufficiale di circostanza, così come sono ormai migliaia le pagine che documentano le efferate violenze e le torture perpetrate dalla polizia croata (polizia dell'Unione) e dalle forze speciali lungo il confine con la Bosnia, cantone di Bihac: persone picchiate selvaggiamente, derubate di tutto, lasciate nude nella neve d'inverno e costrette a rientrare come possono in Bosnia dove li attende il nulla se non cercare, appena possibile, di rifare il "game" ovvero il crudele gioco del viaggio verso l'Europa (secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati gli ingressi registrati in Bosnia sarebbero stati 24.067 nel 2018 e 29.196 nel 2019).
I migranti ci proveranno cinque, dieci, venti volte ad attraversare la rotta per arrivare in Europa, ignari del fatto che in Europa, in teoria, ci sono già. Non si vedono, in questa brutale storia, provvedimenti di respingimento alla frontiera esterna dell'Unione adottati, notificati ed attuati in conformità alle procedure del Codice frontiere Schengen. Al contrario, tutto deve avvenire fuori dalla legalità per non lasciare traccia. "Perché siamo sottoposti a trattamenti così disumani?", è il grido di un profugo afgano riportato nel dossier che la nuova rete "Rivolti ai Balcani" presenterà oggi, 27 giugno, a Milano (ore 11, chiostro della parrocchia S.Maria del Carmine). La rete comprende almeno 36 associazioni italiane (con adesioni in crescita) tra cui Amnesty International, Asgi, Acli-Ipsia, Ics e molti gruppi di volontari che percorrono le strade dei Balcani con aiuti umanitari.
Il dossier, che è anticipazione di un'ampia prossima pubblicazione, è un'analisi ragionata delle principali fonti internazionali, spesso non disponibili in italiano, e vuole di richiamare l'attenzione dell'Italia e delle sue istituzioni su ciò che sta avvenendo non dall'altra parte del mondo ma alle porte di casa nostra, a tre ore di viaggio in automobile da Trieste. Trieste, dunque: per anni linea di approdo e "porto sicuro" per i rifugiati della rotta balcanica.
Un luogo dove avere accoglienza e toccare finalmente l'esistenza dello stato di diritto; sia per chi vi restava sia per chi vi si transitava soltanto. Dalla metà di maggio dell'anno della pandemia si verifica un brusco cambio di scenario: iniziano, placidamente annunciate, le cosiddette "riammissioni informali" dei migranti in Slovenia, giustificate, si afferma, sulla base della rinascenza di un accordo risalente addirittura all'anno 1997, altra epoca storica ma fa niente; in politica non si butta via niente.
Si usano però ora nuove parole, leggere: riammissione invece di respingimento, ritorni "informali" invece di nessun provvedimento di respingimento. Ma i richiedenti asilo non c'entrano, vero? Non si applicano solo le direttive Ue? E che fine ha fatto il famoso Regolamento Dublino? In una lettera aperta inviata da Asgi il 5 giugno al Governo italiano, che finora tace, si chiedono chiarimenti su ciò che appaiono a tutti gli effetti respingimenti collettivi proibiti dal diritto interno ed internazionale. E soprattutto respingimenti a catena: dall'Italia si viene consegnati alla polizia slovena che, parimenti senza notificare alcun provvedimento, corre il più veloce possibile lungo il piccolo paese e arriva al confine croato; nuovo veloce passaggio di polizia, nuova assenza di ogni documento.
Da lì, nuova ultima corsa al confine bosniaco ovvero nelle sue vicinanze nei boschi e nei sentieri di campagna. Nessuna consegna stavolta alla polizia bosniaca: il confine verrà ora attraversato a piedi dai migranti a suon di botte. I migranti saranno dunque finalmente di nuovo fuori dall'Unione Europa dove, almeno per un po'. La rotta della violenza funziona così; e ora in questo gioco ci siamo anche noi.
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