di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 1 luglio 2020
Un altro militante curdo, imprigionato e torturato da agenti dei servizi segreti, rischia di essere impiccato in Iran. L'appello urgente viene da Amnesty International.
Si tratta di Kamal Hassan Ramezan Soulo, originario del Rojava (Kurdistan sotto amministrazione siriana). Rinchiuso nel carcere centrale di Urmia (Urmiye in curdo, Azerbaigian occidentale), rischia la pena capitale per quello che ha tutta l'aria di uno scambio di persona. Ma i servizi segreti, rifiutandosi di ammettere l'errore, lo hanno sottoposto negli ultimi tre anni a torture e maltrattamenti. Lo scopo era quello di ottenere una "confessione" in merito a una azione armata a cui Kamal non ha mai preso parte.
Secondo gli uomini dei servizi Kamal Hassan Ramezan Soulo sarebbe in realtà "Kamal Soor", già condannato a morte in contumacia nel 2011 per un'azione armata risalente al 2006 (azione attribuita al PJAK, una delle principali organizzazioni dell'opposizione curda in Iran).
Nonostante la camera del tribunale rivoluzionario di Urmia abbia stabilito (in ben due occasioni: settembre 2017 e giugno 2020) che Kamal Hassan Ramezan Soulo non è "Kamal Soor", gli agenti dei servizi iraniani insistono perché venga giustiziato.
Il giovane curdo era stato arrestato nell'agosto 2014 sui Monti Qandil in prossimità della frontiera tra Iran e Iraq. Nel 2015 veniva condannato a dieci anni, pena poi ridotta a sette anni e mezzo, per appartenenza al PKK. Poi, nel maggio 2017, mentre si trovava in carcere, gli venne comunicato che su di lui pendeva una condanna a morte.
Impedendo, di fatto, che potesse usufruire di un indulto che lo avrebbe rimesso in libertà nell'ottobre 2019. Sempre da A.I. si apprende che il giovane curdo siriano è stato torturato anche recentemente, dopo il suo trasferimento (il 13 giugno 2020) in un centro di detenzione del ministero dell'Intelligence. Luogo in cui è rimasto segregato, senza comunicarlo ai difensori o a i famigliari, per circa una settimana.
di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 1 luglio 2020
Choc nell'esercito tedesco, un'unità delle forze speciali viene sciolta. AKK: "Rotto il muro del silenzio". Le KSK, le forze speciali dell'esercito tedesco, verranno radicalmente ristrutturate, una delle loro compagnie dissolta e le altre tre sottoposte a stretta osservazione, dopo la conferma di una forte presenza nelle loro file di elementi dell'estrema destra radicale e ultranazionalista, sia tra i soldati che tra gli ufficiali. Lo ha annunciato il ministro della Difesa, Annegret Kramp-Karrenbauer, secondo cui "l'unità d'élite si è parzialmente resa autonoma" dal resto della Bundeswehr a causa della "cultura tossica di certe persone alla loro guida". Di conseguenza, secondo la ministra, le KSK "non possono più continuare a esistere nella loro forma attuale".
Il neonazista e il politico - Nell'immediato la seconda compagnia, quella dove la deriva neo-nazista è apparsa più grave e diffusa, verrà disciolta e non sarà rimpiazzata. Ma fino a quando la verifica interna e l'operazione di rinnovamento non verranno completate, probabilmente in ottobre, le teste di cuoio tedesche rimarranno in quarantena, col divieto assoluto di partecipare a esercitazioni e tantomeno alle missioni internazionali.
Create nel 1996 sul modello delle SAS britanniche, forti di circa 1700 uomini, le Kommando Spezialkräfte sono da anni al centro di polemiche. Già nel 2003 il loro primo comandante, Reinhard Günzel, fu costretto a dimettersi, dopo un discorso nel quale aveva definito gli ebrei "popolo assassino". Ma le scoperte più inquietanti risalgono agli ultimi anni, in coincidenza con l'ondata di violenze neo-naziste registrata in Germania.
Nel 2017 alla festa d'addio per un ufficiale, erano state lanciate in aria teste di maiale e tutti i partecipanti si erano congedati col saluto nazista. A gennaio scorso, un rapporto riservato dei servizi militari ha rivelato che 20 membri delle KSK sono sotto inchiesta, sospettati di essere estremisti di destra, una percentuale 5 volte più grande che nel resto della Bundeswehr.
Mentre in maggio si è scoperto che dai depositi delle forze speciali sono spariti 48 mila munizioni e 62 chili di esplosivo, mentre negli appartamenti di due soldati sono stati trovati veri e propri arsenali illegali di armi da combattimento. "Il muro del silenzio sta per rompersi", ha detto Kramp-Karrenbauer, che oggi terrà una conferenza stampa. La ministra ha avvertito che se in autunno "le KSK non avranno colto questo avviso preventivo, allora una riorganizzazione più vasta dell'unità sarebbe inevitabile".
di Umberto De Giovannangeli
globalist.it, 1 luglio 2020
Al-Sisi rilascerà 530 detenuti, misura di contrasto al Covid-19 nelle affollatissime carceri del paese dove solo i prigionieri politici sono 60mila. Non c'è Zaki ed è l'ennesimo schiaffo all'Italia. "In Egitto, senza un ruolo italiano, politico ed economico, il caso Regeni verrebbe archiviato. Per questo non c'è contraddizione tra il mantenere cooperazione con l'Egitto e un impegno forte e determinato per ottenere verità sull'omicidio di Giulio Regeni". Così il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, nella sua relazione alla Direzione dem dedicata alla politica estera; un campo che Zingaretti conosce bene per essere stato responsabile esteri del Pds ed europarlamentare. Sul rischio archiviazione, la storia di questi anni ci dice che c'è modo e modo di "archiviare". Quella scelta dalle autorità egiziane è una sorta di archiviazione "mascherata", camuffata, cioè, con una sequela infinita di depistaggi, bugie spacciate per verità, omissioni, prove promesse alla procura di Roma ma centellinate se non manipolate.
Archiviazione alla al-Sisi - Zingaretti, come Conte e Di Maio, esprime l'idea che se sei sul campo puoi pesare di più, condizionare l'azione di regimi come quelli egiziano e turco. Che presidenti autocrati come sono al-Sisi ed Erdogan si lascino condizionare dall'Italia, è una tesi alquanto ardita, per usare un eufemismo. In realtà, e la guerra in Libia ne è un clamoroso attestato, egiziani e turchi, schierati su fronti opposti, dell'Italia se ne fregano, scusate il francesismo, altamente. Ma per restare sull'Egitto. Globalist ha documentato con più articoli cosa sia il Paese delle Piramidi oggi: uno Stato di polizia in cui la tortura è la normalità, e il numero dei desaparecidos (almeno 43mila) è superiore a quello dell'Argentina ai tempi dei generali al potere.
Ora, al-Sisi rilascerà 530 detenuti, misura di contrasto al Covid-19 nelle affollatissime carceri del paese. Una goccia del mare (solo i prigionieri politici sono 60mila). Ma una porta si apre e Amnesty lo fa presente al governo italiano: "È un'opportunità unica", rimarca il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury, per chiedere il rilascio "di Alaa Abdel Fattah, icona della rivoluzione del 2011, l'avvocata Mahienour el-Masry, Sanaa Seif. Naturalmente penso a Patrick Zaki. Conte e Di Maio esercitino i loro buoni rapporti più volte dichiarati e ostentati con al-Sisi".. Un appello ripreso da Sinistra italiana: "È necessario e urgente che il governo italiano ne approfitti per rivendicare la liberazione dello studente all'università di Bologna Patrick Zaki".
Il caso Zaki - Ma questa speranza, a quanto consta a Globalist, rischia di restare tale. Lo studente dell'Università di Bologna, arrestato il 7 febbraio, è tenuto in carcere senza un processo, con la detenzione prolungata in automatico di 15 giorni in 15 giorni. "La situazione dei diritti in Egitto ci preoccupa molto -ed è necessario agire con decisione, per fare chiarezza. Per Patrick, ma anche per la giustizia che è dovuta alla memoria di Giulio Regeni e Sara Hegazy, attivista lesbica egiziana, morta suicida in Canada, dove si era rifugiata per sfuggire a un'assurda condanna inflittale per aver sventolato una bandiera arcobaleno durante un concerto.
È allora quanto mai urgente che i ministri Di Maio e Bonafede si attivino su tutti i fronti per far cessare questa incertezza, che è pura negazione del rispetto dei diritti umani e del diritto alla difesa. È necessario che Zaki esca immediatamente da questo incubo per poter tornare a studiare a Bologna", dichiara la senatrice Monica Cirinnà, responsabile nazionale Diritti del Pd. Il rettore dell'Università, Fancesco Ubertini, si è appellato al governo italiano, alla Commissione europea e "alle numerosissime istituzioni che hanno aderito alla nostra mozione e a tutte le università del mondo che hanno sottoscritto i principi della Magna Charta affinché facciano sentire la propria voce: è l'occasione per mettere fine a questa assurda vicenda e poter restituire Patrick alla sua vita e ai suoi studi, spero di poterlo riabbracciare presto qui a Bologna".
Alla richiesta si sono uniti esponenti del Pd come Lia Quartapelle, e Giuseppe Civati, fondatore di Possibile: "Nei giorni scorsi Conte ha garantito l'impegno per arrivare alla verità sull'omicidio di Giulio Regeni. Ora si sforzi per la liberazione di Patrick. È una priorità, molto più della presunta realpolitik che porta a rifornire di armi l'Egitto". Il riferimento è al contratto per la vendita di due fregate Fremm, più altre 4 in opzione, alla Marina egiziana. L'accordo è concluso e delinea una collaborazione militare a tutto campo, con la possibile fornitura anche di satelliti, elicotteri e altro materiale ad alta tecnologia. Ma nei partiti di governo ci sono forti dubbi. Il segretario del Pd ha proposto un "lodo" che prevede il via libera definitivo soltanto se emergeranno sviluppi positivi dalla riunione del primo luglio al Cairo fra i magistrati italiani che indagano su Regeni e i colleghi egiziani.
L'inchiesta - L'Italia chiede che i 5 ufficiali delle forze di sicurezza indagati, compreso il generale Sabir Tareq, vadano a processo. Finora il muro di gomma opposto dagli apparati militari non ha mai ceduto. Le possibilità che si apra una breccia adesso sono scarse, ma è anche vero che l'Egitto ha bisogno delle nostre navi, e subito, perché le tensioni con la Turchia in Libia sono a un punto di non ritorno, e al-Sisi non esclude un confronto diretto. Deve però arrivarci preparato e con mezzi adeguati. Questo aspetto pesa forse più delle pressioni internazionali, concordano analisti militari e fonti della Farnesina.
Ma se così fosse, si aprirebbe un'altra falla per la disastrata politica estera italiana. In sintesi: per ottenere il processo a quei 5 ufficiali, l'Italia vende armi all'Egitto. Armi che al-Sisi potrebbe utilizzare in Libia a sostegno del suo protetto: il generale di Bengasi, Khalifa Haftar. Ora, si dà il caso che l'Italia sostenga il nemico giurato di Haftar, il primo ministro del Governo di accordo nazionale (Gna, l'unico riconosciuto internazionalmente), Fayez al-Sarraj, a sua volta armato dalla Turchia.
Ha scritto Carlo Verdelli sul Corriere della Sera: "Patrick è asmatico: un'infezione polmonare, già debilitato com'è, gli sarebbe fatale. Stiamo facendo qualcosa per lui? Stiamo continuando a fare qualcosa per Giulio Regeni? Doppio zero. Una democrazia, la nostra, che lascia che due giovani di 28 anni, entrambi impegnati nello studio e nella pratica dei diritti civili, vengano inghiottiti da una ex repubblica socialista guidata da un presidente padrone e supinamente ne accetta l'insolenza, non brilla né per forza né per decenza. Ma anche se magari non sembra, è un problema che non riguarda solo la coscienza di un Paese. Riguarda il peso che abbiamo, e soprattutto che dovremmo avere, nelle complicate trattative finanziarie che ci attendono al varco a Bruxelles e dintorni...". Così è.
"E una piccola storia ignobile come quella di Patrick Zaki, gemella, speriamo non negli esiti, con la fine martoriata e mai spiegata di Giulio Regeni - annota ancora Verdelli - rappresentano due ombre che non aiutano l'immagine di un Paese che dovrebbe fare rispettare, oltre al proprio onore, anche i propri cittadini, naturali o acquisiti che siano".
Giggino lo smemorato - "Andate a vedere che cosa ha detto Di Maio nel 2016 su Giulio quando era all'opposizione e che cosa dice in questi giorni da ministro su Zaki. È vergognoso". Queste le parole pronunciate da Paola Deffendi, madre di Giulio Regeni, alla presentazione del libro Giulio fa cose scritto da lei stessa insieme al marito Claudio in collaborazione con l'avvocata Alessandra Ballerini. Claudio, il padre di Giulio, ha parlato dopo la moglie ed ha rincarato la dose: "La resistenza della politica italiana nella ricerca di verità su Giulio la sentiamo, se è stato rimandato al Cairo l'ambasciatore è proprio perché ci sono gli interessi dell'Italia nei confronti dell'Egitto, aspetti economici, investimenti, giacimenti e turismo".
E infine: "Si è messa da parte la verità e la giustizia, l'ambasciatore non viene richiamato, cosa che stiamo chiedendo da tempo, il Governo egiziano non sta rispondendo alla rogatoria, quindi c'è una debolezza della politica italiana che non ci aiuta. Ci sono delle persone che ci sono vicine, il presidente della Camera Roberto Fico ci è molto vicino e siamo molto grati a queste persone, però manca il passo decisivo, il mettere davanti al Governo egiziano una posizione ferma, il nostro Governo è un po' ballerino su da che parte stare". E con questi chiari di luna, forse il presidente-generale potrà "concedere" la liberazione di Zaki, ma quanto alla verità sulla morte di Giulio Regeni, il capo di uno Stato di polizia non liquida gli esecutori, probabili, di un assassinio di Stato.
Un quotidiano del Cairo, Akhbar al Youm, riporta l'opinione di Nashat al Dihy, presentatore del programma Carta e penna trasmesso dalla tv satellitare egiziana Ten: Al Dihy pensa che l'organizzazione per i diritti umani Iniziativa egiziana per i diritti individuali serve a "diffondere l'omosessualità" e spiega in diretta che "questa faccenda è puramente interna all'Egitto", approfittandone per fare un discutibile ritratto dello studente: "Questo Patrick è un omosessuale (l'omosessualità in Egitto è un crimine, ndr) che è andato a studiare per un master sull'omosessualità all'estero e che lavora per un'organizzazione di promozione dell'omosessualità". Dopo avere anche insinuato che si tratta "sicuramente di un terrorista", conclude: "È un cittadino egiziano, e il suo arresto è dunque una procedura al 100 per cento egiziana". Il parallelo con un altro studente torturato a morte è inquietante: anche contro Regeni i mezzi d'informazione di regime egiziani avevano costruito una campagna di stampa con il pretesto dell'omosessualità. Una campagna che ha avuto il visto del "Faraone" al-Sisi.
La Repubblica, 1 luglio 2020
È la denuncia di due Ong. Un piccolo di 7 anni giustiziato per aver assistito all'uccisione di un uomo. Il più giovane aveva 20 mesi. Le Filippine al centro della 44ma sessione del Consiglio Onu per i diritti umani. Nella campagna sanguinosa contro la droga lanciata dal presidente filippino Rodrigo Duterte sono stati uccisi almeno 122 bambini, parte dei quali ammazzati deliberatamente. È la denuncia lanciata ieri da due Ong che si appellano alle Nazioni Unite, perché prendano provvedimenti urgenti contro Manila a tutela dell'infanzia e dei diritti delle persone.
Ventisettemila omicidi extragiudiziali nella battaglia al narcotraffico. Lanciata nel 2016, nei primi tempi della presidenza, la campagna contro il narcotraffico ha già provocato migliaia di vittime (fino a 27mila omicidi extragiudiziali secondo alcune fonti), in un contesto diffuso di utilizzo della forza contro semplici sospetti.
Il rapporto, intitolato "Come posso aver fatto questo al mio bambino?", è frutto del lavoro congiunto dell'Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) e dal Centro filippino per lo sviluppo e i diritti giuridici dei bambini (Clrdc Filippine). Dall'inchiesta emergono 122 casi di minori da uno a 17 anni uccisi fra il luglio 2016 e il dicembre 2019. Almeno sei i casi di particolare gravità, fra i quali la vicenda di un bambino di soli sette anni giustiziato per aver visto le autorità locali uccidere un uomo. "I 122 sono solo la punta dell'iceberg - sottolinea il segretario generale Omct Gerald Staberock - e ve ne sono molti altri nel Paese".
Gli attacchi di Duderte ai vescovi. La Chiesa cattolica - riferisce Asianews - "è tra le poche voci che denunciano la violenza della guerra di Duterte alla droga. In risposta alle critiche sulle uccisioni extragiudiziali, Duterte ha più volte lanciato duri attacchi a vescovi e sacerdoti. Nel luglio dello scorso anno, i presuli hanno accolto con favore la decisione delle Nazioni Unite di avviare un'inchiesta sulle migliaia di morti. L'arcivescovo ausiliare di Manila, mons. Broderick Pabillo, ha dichiarato che l'indagine aiuterà a mettere fine agli omicidi extragiudiziali e garantirà giustizia alle vittime e alle loro famiglie".
Alle Nazioni Unite la "Questione Filippine". La questione inerente i diritti umani nelle Filippine sarà oggetto di indagine durante la 44ma sessione del Consiglio Onu per i diritti umani, che si apre oggi a Ginevra.
Durante la seduta verrà presentato anche un rapporto elaborato dall'Alto commissario Michelle Bachelet, cui seguirà un approfondimento sui passi da intraprendere per affrontare l'emergenza. Dal rapporto emerge che la guerra alla droga ha creato un contesto di uccisioni diffuso e sistematico, nella più totale impunità per gli autori. La vittima più giovane di questa guerra voluta da Duterte aveva solo 20 mesi; fra gennaio e marzo di quest'anno sono stati uccisi sette bambini, molti altri sono stati arrestati e sono tuttora in carcere.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 1 luglio 2020
È in vigore la legge sulla sicurezza voluta dal presidente cinese Xi Jinping. Il leader della rivolta Joshua Wong scioglie il partito Demosisto: "Comincia lo stato di polizia segreta".
"Una spada affilata puntata contro una minoranza che mette in pericolo la sicurezza nazionale e l'ordine costituzionale". Così il governo di Pechino ha presentato la Legge spedita ieri a Hong Kong con voto all'unanimità da parte dei 162 membri del Comitato permanente del Congresso, riunito in Piazza Tienanmen.
La Repubblica popolare aveva fretta di varare la legislazione cinese che punisce sedizione, secessione, terrorismo, collusione con lo straniero in tempo per la celebrazione di questo 1 luglio, 23° anniversario della restituzione dell'ex colonia britannica alla Madrepatria. "È il secondo e vero ritorno di Hong Kong alla Cina", esulta la stampa di Pechino. La nuova legge deve scoraggiare ogni protesta, pacifica o violenta che sia. Xi Jinping l'ha promulgata subito, il governo di Hong Kong l'ha pubblicata in gazzetta alle 23, è in vigore da mezzanotte.
Sono rimasti ancora incerti i metodi di applicazione, ma definite le pene: tra dieci anni di carcere e l'ergastolo per i trasgressori. Le autorità cinesi sostengono che "solo una piccola minoranza" incorrerà nel rigore della Legge nazionale e "pochi casi di crimini commessi a Hong Kong saranno giudicati fuori dal territorio da magistrati cinesi", il grosso del lavoro sarà lasciato ai tribunali della città. I giudici però saranno scelti dal governo locale, scavalcando l'indipendenza del sistema giudiziario. I legislatori cinesi sono maestri nel lasciare i contenuti delle norme abbozzati all'interno delle cornici.
Pechino insedierà nella City una sua Agenzia di sicurezza e intelligence che "collaborerà con le autorità del territorio autonomo". Ma di quale collaborazione si tratta, se la governatrice Carrie Lam, ringraziando Pechino, ancora ieri rifiutava di commentare la portata della svolta "perché non ho letto i termini"?
È chiaro che Xi Jinping era stanco e frustrato di fronte alle scene di lotta continua e anche di violenze gravi arrivate da Hong Kong per tutto il 2019, prima dell'anestesia causata dal coronavirus. Ha deciso di chiudere la partita dando scacco matto. A Hong Kong il 6 settembre si vota per il rinnovo del Legislative Council: ora i candidati di opposizione come il giovane Joshua Wong potranno essere squalificati preventivamente e processati per "sovversione" o "collusione con forze straniere".
Joshua e i suoi compagni hanno accusato il colpo: il giovane che guidò nel 2014 la Rivolta degli Ombrelli e poi è diventato una sorta di ministro degli Esteri del movimento democratico ha detto che "Hong Kong libera è finita, comincia lo stato di polizia segreta" e ha sciolto Demosisto, il partito che aveva fondato e ora potrebbe essere dichiarato sovversivo e secessionista. Joshua in passato è stato a Washington, ha chiesto per anni aiuto al mondo, è stato in copertina su tutta la stampa occidentale, trattato da icona. Ora potrebbe essere accusato anche di collusione con forze straniere, per quegli incontri e quelle interviste.
Dal 1997 Hong Kong è stata retta dal principio "Un Paese due sistemi". Secondo l'opposizione democratica "era retta". Per questa fine dell'eccezionalità, gli Stati Uniti revocano lo status commerciale distinto e preferenziale per Hong Kong: Mike Pompeo ha dichiarato il blocco delle forniture di high-tech "sensibile" al territorio. Londra ha offerto il passaporto a tre milioni di hongkonghesi, se vorranno andarsene. L'unione europea minaccia "gravi conseguenze" (ma intanto tutti trattano con Pechino per i propri interessi economici).
Oggi Carrie Lam celebrerà l'anniversario della restituzione. Alte reti protettive sono state piazzate intorno alla Bauhinia Square dove si svolgerà l'alzabandiera. Vietata la consueta contromanifestazione degli oppositori. Il fronte democratico ha chiamato comunque all'adunata la sua gente, al Victoria Park. Ci vorrà molto coraggio per sfidare questa Legge di Pechino, che prevede a scelta l'accusa di sedizione, separatismo, terrorismo, collusione con lo straniero. Oltre alle manganellate della polizia, oggi i manifestanti rischiano il carcere a vita.
di Michele Passione*
Il Dubbio, 30 giugno 2020
È finita così: la Camera dei Deputati ha convertito in legge con modificazioni il Dl 28, abrogando il successivo Dl 29 (tuttavia trasfuso al suo interno), mantenendo validi gli atti e i provvedimenti adottati, salvi gli effetti prodottosi e i rapporti giuridici sorti. Nel merito, era già stato detto il peggio: una legislazione di urgenza populista e dimentica dei valori in gioco.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 giugno 2020
Ha la funzione di vigilare su diverse aree dove di fatto esiste la privazione della libertà. L'autorità, composta dal Presidente Mauro Palma e dai componenti Daniela De Robert ed Emilia Rossi, monitora il rispetto dei diritti e della dignità umana.
padovaoggi.it, 30 giugno 2020
Appello di Associazioni e Cooperative che lavorano con detenuti. Le Associazioni e Cooperative del Coordinamento Carcere Due Palazzi chiedono che possano riprendere nei prossimi giorni nella Casa di reclusione di Padova le attività trattamentali interrotte da fine febbraio 2020 a seguito dell'emergenza Covid-19.
insidertrend.it, 30 giugno 2020
L'associazione Nessuno tocchi Caino Spes contra Spem invita tutti a partecipare all'iniziativa di sensibilizzazione sul tema patrocinata assieme al Consiglio Nazionale Forense e ai futuristi di Spoiler. Si tratta di un viaggio dell'Italia in bicicletta che vedrà protagonista Roberto Sensi, amministratore del quotidiano "Il Dubbio", partito il 25 giugno dal Brennero con l'obiettivo di arrivare l'8 luglio a Capo Passero.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 30 giugno 2020
Don Vincenzo Russo, Cappellano del carcere Sollicciano di Firenze: "Chi sbaglia deve avere la possibilità di cambiare". Si occupa di "poveri e disgraziati" - come li chiama lui - da ormai trent'anni e racconta di non stupirsi più di niente. La sua chiesa non ha navate lastricate di monumenti e affreschi: quattro panche e un crocifisso fanno di un sottoscala umido l'unico spazio di ascolto per coloro che la società ha smesso di guardare. Quando ci apre la porta che conduce a Sollicciano avvisa: "Entrare in carcere significa entrare nelle viscere della terra".
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