Il Resto del Carlino, 2 luglio 2020
Il sindaco Muzzarelli scrive al ministro Bonafede: "Dopo i disordini di marzo è inutilizzabile". "Completare al più presto i lavori necessari al pieno ripristino del carcere di Sant'Anna a Modena, ma con una riapertura graduale della struttura una volta garantito il personale necessario e una direzione stabile, evitando, comunque, situazioni di sovraffollamento".
Lo scrive il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per sollecitare, dopo i tragici disordini di marzo ("una ferita per la città"), il "completamento dei lavori di sistemazione dell'istituto penitenziario che deve tornare funzionante e funzionale ai suoi scopi detentivi e riabilitativi, con il pieno ripristino anche delle attività culturali e sociali realizzate dall'associazionismo modenese".
In particolare, il sindaco rileva come "non sia sostenibile immaginare ulteriori presenze fino a quando non saranno garantite tutte le sicurezze interne, le ristrutturazioni e il superamento di diversi problemi strutturali e di manutenzione straordinaria dei diversi ambienti che da tempo erano stati riscontrati e segnalati".
Per Muzzarelli, infatti, il sovraffollamento è un annoso problema di tutto il sistema carcerario italiano e Modena ha titolo per rientrare nelle priorità degli interventi in programma. "Ai fini generali di sicurezza, ritengo poi necessaria - aggiunge il sindaco - una riapertura calibrata nel tempo della casa circondariale, garantendo non solo l'adeguatezza di tutti gli organici di personale necessari al funzionamento quotidiano della struttura, ma anche una governance stabile dell'istituto tramite una Direzione che possa lavorare con una prospettiva almeno di medio periodo. Quest'ultimo aspetto non si è verificato nel recente passato in quanto si è verificato l'avvicendarsi di tre direttori in un lasso di tempo ristretto".
Nella lettera il sindaco ricorda le vittime dei disordini di marzo che "hanno duramente colpito Modena e la sua comunità, generando un profondo dibattito pubblico, dentro e fuori le sedi istituzionali locali".
Per Modena, aggiunge Muzzarelli, si tratta di "una ferita per la città che da tanti anni, grazie al coordinamento dell'Amministrazione comunale e al contributo delle associazioni di volontariato, coltiva un'interazione aperta e positiva con lo Stato, con l'Amministrazione della struttura carceraria e con i detenuti: la legalità, il presidio di sicurezza territoriale e i tanti progetti di reinserimento ed educazione sociale sono gli elementi che caratterizzano da sempre il nostro territorio, nell'ottica della massima collaborazione tra istituzioni e società civile".
Per il sindaco, comunque, pur consapevole degli sforzi fatti dal Governo, ciò che è accaduto a Modena non è solo dovuto all'emergenza causata dal Coronavirus "ma anche di vecchi problemi e tensioni che sono esplose dolorosamente in questa contingenza storica straordinaria".
La lettera di Muzzarelli al ministro Bonafede si conclude ricordando le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, a inizio pandemia, rispondendo ai dubbi dei carcerati italiani, promise di impegnarsi per quanto nelle sue possibilità, per sollecitare il massimo impegno al fine di migliorare le condizioni di tutti i detenuti e del personale della Polizia penitenziaria che lavora con impegno e sacrificio. "Il nostro Presidente - scrive il sindaco di Modena - è sempre un riferimento di valori e di impegno per un Paese più forte, e credo che il suo impegno sia quello di tutti noi, perché anche dalle condizioni di vita e di lavoro in carcere si misura la civiltà di un Paese".
avellino.zon.it, 2 luglio 2020
Siglato il protocollo di intesa che prevede la realizzazione l'avvio di un progetto per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità sul territorio comunale. È stato siglato tra il Comune di Sant'Angelo dei Lombardi e la Casa di reclusione "Bartolo, Famiglietti e Forgetta" di Sant'Angelo dei Lombardi il protocollo di intesa che prevede la realizzazione di un progetto per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità per le persone detenute nella casa di reclusione presente sul territorio comunale.
Il protocollo prevede che fino ad un massimo di 5 persone detenute nel carcere di Sant'Angelo dei Lombardi (ammesse al lavoro all'esterno), potranno prestare un'attività non retribuita per conto del Comune ed in favore della collettività. I detenuti che avranno accesso al progetto, opereranno sotto la supervisione di un coordinatore che ne monitorerà il percorso. Tra gli ambiti in cui i detenuti potranno impegnare il loro lavoro si evidenziano i servizi di tutela e cura del patrimonio culturale, la cura e la manutenzione del verde pubblico o azioni di tutela del patrimonio ambientale.
Il protocollo nasce dalla crescente sinergia tra Comune e Casa di reclusione e rappresenta il primo passo di un percorso volto a favorire pratiche sempre più concrete di reinserimento sociale e lavorativo. "Sono molto soddisfatto di questa iniziativa, che rappresenta un modello che viene usato a livello internazionale per creare un ponte tra le case di reclusione e la società. La reclusione, come espresso in Costituzione, deve rappresentare prima di tutto uno strumento di rieducazione ed è con questo spirito che abbiamo avviato questo progetto per il quale ringrazio fortemente la direttrice Marianna Adanti e tutto il personale della Casa di reclusione del nostro Comune", ha concluso il Sindaco di Sant'Angelo dei Lombardi Marco Marandino.
blogsicilia.it, 2 luglio 2020
I detenuti del carcere di Siracusa saranno impiegati in lavori di pubblica utilità, tra cui la pulizia e la manutenzione dei beni comuni, il recupero del decoro urbano e la valorizzazione di beni culturali, la cura e la manutenzione del verde e delle aree libere di proprietà comunale, la pulizia e il decoro delle spiagge e delle coste. È quanto prevede l'accordo tra il Comune di Siracusa ed il direttore del carcere, Aldo Tiralongo, che firmeranno l'intesa.
"Da tempo il Comune intende promuovere, nell'ambito del proprio territorio, l'esecuzione di lavori socialmente utili o di pubblica utilità - dichiara il sindaco di Siracusa Francesco Italia - e con questo protocollo offriremo opportunità lavorative ai detenuti di Cavadonna. L'accordo avrà una durata triennale e - prosegue il sindaco - oltre a fornire un importante aiuto in termini di manutenzione cittadina e ripristino del decoro urbano, sarà volto a favorire il reinserimento sociale dei reclusi attraverso attività che, abbinate ad un'adeguata formazione, potranno garantire future opportunità di lavoro".
"Questo protocollo - dice l'assessore alla Protezione civile Giusy Genovesi - è il frutto di un lavoro portato avanti con l'amministrazione carceraria, che ringrazio per aver accolto e condiviso la proposta, e con il contributo dell'assessore Rita Gentile. Rappresenta un progetto di inclusione ad altissimo valore sociale già redatto dal mio assessorato alla Protezione civile e politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.
Uno dei primi interventi riguarderà la pulizia e il decespugliamento delle aree incolte di proprietà comunale al fine della prevenzione incendi. Il protocollo d'intesa - aggiunge Genovesi - ridurrà il peso economico degli interventi che gravano sul bilancio comunale, oltre a migliorare il decoro urbano e la tutela dell'incolumità pubblica.
Ulteriori progetti, sempre proposti all'Amministrazione, potranno realizzarsi anche attraverso la stipula di altre convenzioni con società, associazioni o club service che vorranno partecipare supportando il Comune con mezzi e attrezzature".
I singoli progetti riguarderanno interventi volti alla ricerca di future opportunità occupazionali a favore della popolazione detenuta, lo svolgimento di attività per favorire una maggiore dignità nell'esecuzione della pena detentiva e l'acquisizione di competenze ed abilità sociali e professionali utili al reperimento di opportunità lavorative.
di Martina Caruso
ecodellojonio.it, 2 luglio 2020
Incidere nel legno come nel tessuto sociale. Una mission nel trasporto emotivo racchiusa nel lavoro artigianale. Dopo un lungo periodo di attesa e un'apertura rinviata a causa dell'emergenza Coronavirus, è iniziata, orami da qualche giorno, l'avventura di Nilo Acri nel suo nuovo e moderno salone Hair & Beauty nell'area urbana di Rossano.
I tempi di attesa per la fine del lockdown hanno permesso di perfezionare un progetto d'architettura, curato dall'architetto De Rosa, che nasconde una meravigliosa iniziativa al servizio del sociale: la preziosa e consolidata esperienza della Falegnameria Santoro, ora guidata da Carmine Santoro, ha contribuito a rendere la storia del nuovo salone ancor più speciale. Grazie alla collaborazione tra la FCS ed il Ministero della Giustizia con il "Progetto penitenziario", l'azienda svolge la propria attività all'interno di una delle strutture in dotazione all'Istituto Penitenziario di Corigliano Rossano. Un progetto con il quale la FCS ha inteso coniugare l'iniziativa imprenditoriale e l'impegno sociale, contribuendo materialmente al processo di reinserimento socio-lavorativo dei detenuti.
Ed è proprio all'interno delle strutture nell'alta sicurezza della casa di reclusione che Carmine Santoro, assieme ai detenuti hanno lavorato alla realizzazione dei mobili d'arredo per il salone Hair&Beauty di Nilo Acri, un ragazzo giovane e ambizioso, entusiasta per l'inizio di questa sua nuova avventura che afferma: "Il risultato finale ha superato le mie aspettative.
Sono davvero soddisfatto dalla professionalità di tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del Salone. Mi riferisco a ciascun lavoratore. A tal proposito, ci tengo a esprimere il mio entusiasmo in merito al progetto penitenziario al quale partecipa la falegnameria Fcs e a ricordare il contributo, in ambito sociale, che quest'ultima apporta alla comunità". Una storia di passione e professionalità che riesce a trasformare i luoghi di isolamento in teatri di dignità e regala stupore durante un cambio look.
di Monica Rubino
La Repubblica, 2 luglio 2020
Salvini: "Legge pericolosa". Arcigay: "Il testo è un grande passo avanti". Da Gandolfini a Pro Vita, le associazioni in difesa della famiglia scendono in campo contro il testo unico depositato alla Camera ieri dal deputato dem e relatore Alessandro Zan. Gaycenter: "Dal leader della Lega dichiarazioni ipocrite".
Il popolo del "Family day" leva gli scudi contro la proposta di legge che combatte l'omotransfobia depositata ieri dal relatore e deputato del Pd Alessandro Zan. E così i pasdaran della famiglia sovranista, che chiamano "naturale", antiabortisti e antigay, lanciano una manifestazione di piazza l'11 luglio, per un sabato di protesta in più di 100 città italiane. E ricevono il sostegno dei leader della destra, a cominciare da Matteo Salvini che definisce "pericolosa" la legge Zan: "L'Italia è un Paese che non discrimina. Se viene picchiato o discriminato un omosessuale o un eterosessuale la via è la galera, non c'è differenza", chiosa il capo della Lega. E, provocatoriamente, chiede una legge "contro l'eterofobia". "È una legge di tutti, troviamo convergenza", gli risponde Zan, che aggiunge: "In commissione ci sono posizioni diverse tra maggioranza e opposizione ma questa non deve essere una legge ideologica. Qui stiamo parlando della vita delle persone e del rispetto dei diritti umani".
Tra i due schieramenti, la posizioni delle associazioni Lgbti+, soddisfatte comunque che il testo sia arrivato in Parlamento. "È un testo migliorabile, ma rappresenta un grande passo avanti", commenta Arcigay. E il Gaycenter commenta le parole di Salvini bollandole come "dichiarazioni ipocrite".
Di "legge liberticida" parla invece il leader del Family Day, Massimo Gandolfini: "Istituisce, ma non definisce, il reato di omotransfobia - attacca - lasciando alla magistratura amplissimi margini di interpretazione che rischiano di colpire la libera espressione del pensiero; menziona una controversa identità di genere - contestata anche dalle femministe - che basandosi sull'auto-percezione può comprende oltre 50 definizioni".
"La teoria del gender diventerà legge e i bambini saranno obbligati a festeggiare l'identità transgender già dall'asilo, questo succederà in ogni scuola di ordine e grado", sono le fosche previsioni di Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita e Famiglia onlus. "Questo testo è la fotocopia di quello che bloccammo al Senato nella scorsa legislatura. È provocatorio, liberticida e oscurantista", tuona Carlo Giovanardi di Idea. "Con questa legge i genitori non potranno rifiutare una baby sitter transgender o la propaganda delle drag queen nelle scuole dei loro figli. Nessuno potrà opporsi all'utero in affitto. Sarà considerata discriminazione opporsi al matrimonio o all'adozione gay" è la conclusione del leghista Simone Pillon, il senatore ultrà della famiglia tradizionale.
La maggioranza difende la legge - Ma la maggioranza si stringe compatta in difesa della legge, in elaborazione da nove mesi e che finalmente ha trovato la sintesi in un testo unico, frutto di un compromesso fra cinque pdl, di cui una firmata anche da Forza Italia. Alle accuse del centrodestra risponde su Facebook il deputato Pd Matteo Orfini: "È una legge che stabilisce un principio semplice e sacrosanto: discriminare e aggredire qualcuno solo per chi sceglie di amare è una cosa orribile e grave. E va punita duramente. Chi si oppone vuole solo impedire una norma di civilta". Sulla stessa linea anche il dem Maurizio Martina: "Dopo un'attesa durata 25 anni è venuto il tempo che anche l'Italia faccia questo passo". Entusiasmo anche dal M5s, che rivendica il contributo determinante del Movimento al testo Zan: "Ce l'abbiamo fatta, 7 su 9 degli articoli vengono dal testo che come M5S presentammo nel 2019" afferma la senatrice Alessandra Maiorino, vice presidente vicaria cinquestelle al Senato.
Soddisfatte anche le associazioni Lgbti+ che definiscono la legge "un passo avanti, sebbene migliorabile", come afferma Fabrizio Marrazzo portavoce del Gay center, che sottolinea la necessità di aumentare il budget messo a disposizione per centri antiviolenza e case rifugio. "È del tutto assente nel testo anche il tema importantissimo delle teorie riparative, cioè dei percorsi a cui vengono sottoposte persone lgbti+, spesso minori, per correggere un orientamento o un genere ritenuto non conforme alle attese", sottolinea invece Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay. Anche i sindacati intervengono nel dibattito, con la Cgil che chiarisce: "La pdl è già un compromesso, no a modifiche al ribasso".
Che cosa prevede la legge - Il testo depositato ieri alla Camera da Zan si riallaccia alla legge Mancino che contrasta i reati di razzismo e prevede il carcere da uno ai quattro anni per chi istiga alla violenza omofobica intervenendo sull'articolo 604 bis del codice penale. Questo punisce con "la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi" nonché con "la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". Il testo di Zan aggiunge in entrambe i casi che la punibilità interviene anche negli identici atti "fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere". Inoltre il testo base estende alle condotte motivate dalle medesime ragioni l'aggravante speciale prevista dall'articolo 604-ter del codice penale e finora riguardante i reati punibili con pena diversa da quella dell'ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso.
C'è poi una parte non repressiva ma che mira a diffondere una cultura della tolleranza. In particolare viene istituita una data italiana, il giorno 17 maggio, quale "Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia", al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell'inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere". Inoltre il Dipartimento per le Pari opportunità "elabora con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere". Ancora viene "istituito un programma per la realizzazione in tutto il territorio nazionale di centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere. I centri garantiscono adeguata assistenza legale, sanitaria, psicologica, di mediazione sociale e ove necessario adeguate condizioni di alloggio e di vitto alle vittime".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 2 luglio 2020
Alessandro Zan, relatore del testo contro l'omofobia: "La libertà di espressione è sacrosanta, ma non può diventare istigazione all'odio". Legge "provocatoria, liberticida e oscurantista", che mette "il bavaglio alla libertà di pensiero". Di più: frutto del "furore ideologico della lobby lgbt", per arrivare a chi, come il senatore leghista Simone Pillon, ritiene che se la legge contro l'omotransfobia e la misoginia in discussione in commissione Giustizia della Camera dovesse essere approvata "nessuno potrà opporsi all'utero in affitto".
Non ha ancora visto la luce ma il provvedimento che aggiunge ai reati previsti dalla legge Mancino anche le discriminazioni fondate "sul sesso, sul genere sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere" è già diventato il bersaglio degli attacchi delle destre e degli ultrà cattolici. Al punto che l'organizzazione Pro Vita chiede di scendere in piazza l'11 luglio perché "nessuno rischi di finire in carcere per le proprie idee e perché difende la famiglia". "Ce l'aspettavamo", replica il relatore della legge in commissione, il dem Alessandro Zan. "È una legge che è già fallita cinque volte. Questo è il sesto tentativo ma è chiaro che le opposizioni per quanto numerose non sono tante quante sono le persone che aspettano da tanti anni una legge che le difenda".
Onorevole Zan, però intanto piovono accuse...
Francamente sono stupito da tanto clamore. Stiamo parlando di una legge che difende persone che vengono picchiate, discriminate, bullizzate semplicemente per ciò che sono, perché si tengono per mano, perché si amano. Inoltre teniamo presente che l'Italia è ancora arretrata rispetto ad altri Paesi europei che si sono dotati di una legge contro i crimini d'odio. Noi non ci siamo inventati niente di nuovo, stiamo applicando la legge Mancino che già punisce i reati per razzismo, odio etnico, nazionalità e religione. C'è una giurisprudenza che ha più di 40 anni con sentenze della Corte costituzionale e Alessandro Zan, relatore del testo contro l'omofobia: "La libertà di espressione è sacrosanta, ma non può diventare istigazione all'odio" della Corte di cassazione che limitano e bilanciano bene, in modo chiaro e inequivocabile, un principio sacrosanto in una democrazia liberale che è la libertà di espressione. Un concetto che non può però essere assoluto e diventare istigazione all'odio.
Tra le critiche alla legge c'è anche quella delle femministe che contestano l'uso di un certo linguaggio e in particolare della definizione "identità di genere". Cosa risponde?
Il mondo del femminismo è vastissimo e tante intellettuali si sono espresse a favore della legge. Quella di identità di genere è una definizione consolidata nel nostro ordinamento. È presente anche nelle sentenze della Corte costituzionale una delle quali nel 2015 ha sancito il diritto di ciascuna persona a vivere la propria identità di genere. Ricondurre tutto alla questione ideologica trovo che sia un'involuzione del dibattito. Perché le donne, e anche le donne trans, non vengono picchiate per il loro sesso biologico bensì per il loro ruolo di genere. E poi l'identità di genere è una definizione contenuta nella convenzione di Istanbul.
La legge non è solo repressiva ma prevede anche l'istituzione di centri territoriali contro la discriminazione...
Si tratta di centri anti violenza ma anche case rifugio che oggi sono solo nelle grandi città gestite autonomamente dalle associazioni. Lo Stato si fa carico di realizzare, in collaborazione con le istituzioni locali e con le associazioni, questi centri che diano protezione alle vittime della violenza e che facciano anche mediazione sociale. Si tratta di un progetto pilota che viene finanziato quest'anno con 4 milioni di euro e poi vedrà un finanziamento annuale della stessa cifra.
Il consiglio comunale di Pescara non ha votato un ordine del giorno contro l'omofobia presentato come gesto di solidarietà con il ragazzo picchiato perché camminava tenendo per mano il suo compagno. Che segnale è questo?
Penso che sia l'espressione più crudele della politica. È davvero assurdo che la città non dia un segnale di sostegno e di solidarietà a quel ragazzo. Il contrasto ai crimini di odio non è più una battaglia comune sulla quale tutti dovremmo essere d'accordo perché stiamo parlando di una tutela rafforzata nei confronti di soggetti che sono vittime di violenza. Trovo tutto questo crudele.
Lei ha chiesto collaborazione all'opposizione, ci crede davvero?
Oggi (ieri, ndr) in commissione Giustizia abbiamo avuto una seduta molto, molto costruttiva, con un dibattito proficuo anche nella differenza di posizioni. E spero che si vada avanti in questo modo. Aspettiamo domani (oggi, ndr) quando la capigruppo deciderà il calendario d'aula per luglio e capiremo quando ci sarà la discussione della legge, Se come spero avverrà in questo mese è chiaro che in commissione bisognerà garantire un iter abbastanza spedito.
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 2 luglio 2020
La pandemia, per esempio, sta portando un colpo terribile alle rimesse degli emigranti, con conseguenze globali piuttosto gravi. Nei Paesi più poveri, i disastri non arrivano mai da soli: viaggiano accompagnati da altri guai, che poi colpiscono a cascata.
La pandemia, per esempio, sta portando un colpo terribile alle rimesse degli emigranti, con conseguenze globali piuttosto gravi. Secondo la Banca Mondiale, nel 2018 i flussi di denaro che i migranti hanno inviato alle famiglie rimaste nei loro Paesi di origine hanno toccato i 350 miliardi di dollari. Si tratta di gran lunga della maggiore fonte di reddito estera per gli Stati a basso reddito e fragili: si confrontano con i 150 miliardi di investimenti esteri netti diretti, i cento miliardi di aiuti allo sviluppo e praticamente allo zero degli investimenti di portafoglio.
Quest'anno, la Banca Mondiale prevede che le rimesse crolleranno di circa cento miliardi di dollari, più o meno il 20% rispetto all'anno scorso. Per alcuni Paesi, quelli più dipendenti da questa fonte di reddito, il crollo sarà drammatico in sé. Per il Tajikistan, le rimesse costituiscono (costituivano) il 35% del Pil, per Bermuda il 32%, per Tonga il 28%, per il Kirghizistan il 27%, per il Nepal e il Lesotho il 26%, per Haiti il 24%, per la Moldavia il 23%, per il Salvador il 19%, per Samoa il 17%. Per questi e per altri Paesi, il prosciugarsi del flusso, causato dalla perdita di lavoro degli emigrati, aprirà problemi estremamente seri.
Innanzitutto, milioni di famiglie dipendenti dal denaro che arriva dai loro parenti all'estero stanno perdendo reddito di sussistenza. Ma succede anche che le rimesse hanno solitamente una funzione anticiclica: quando un'economia fragile va male, per ragioni di finanza o per catastrofi naturali, il denaro che arriva dai migranti ha un effetto stabilizzante.
In questo caso, la pandemia annulla però questo effetto: gli Stati colpiti dalla crisi economica da virus non potranno contare sulle rimesse, avendo molti degli emigrati perso a loro volta il lavoro. Questi espatriati, fino a sei mesi fa fonti di reddito, potrebbero addirittura vedersi costretti a lasciare il Paese ospite e a tornare a casa ad allargare l'esercito dei disoccupati. Un'analisi del Fondo monetario internazionale ha segnalato che un deflusso di lavoratori è probabile dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Le rimesse sono state nei decenni scorsi parte del grande fiume della globalizzazione che ha alimentato di risorse i Paesi più poveri. Fiume che ora rischia di finire in secca.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 2 luglio 2020
I magistrati egiziani hanno nuovamente chiesto a quelli italiani informazioni sull'attività di Giulio. "Un gesto offensivo". Doveva essere l'incontro della verità. E invece è stata l'ennesima presa di tempo: dopo quattro anni e mezzo dall'omicidio e 14 mesi dall'ultima rogatoria, non c'è ancora nessuna svolta nell'inchiesta egiziana sulle torture, il sequestro e l'assassinio di Giulio Regeni. "Un'offesa" dicono i genitori del ricercatore italiano ucciso al Cairo nel gennaio del 2016. Il procuratore generale del Cairo, Hamada Elsawi, non ha infatti ieri dato alcuna risposta al procuratore capo di Roma Michele Prestipino e al sostituto Sergio Colaiocco rispetto alle 12 richieste fatte nella rogatoria inviata ad aprile nello scorso anno, nell'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni.
Domande, alcune banali, come l'elezione del domicilio, che permetterebbero però alla procura di Roma di processare i cinque agenti della National security indagati per il sequestro di Giulio. "Il procuratore generale egiziano ha assicurato - si legge nella nota inviata al termine dell'incontro avvenuto in video conferenza - che sulla base del principio di reciprocità le richieste avanzate dalla procura di Roma sono allo studio per la formulazione delle relative risposte".
In compenso gli egiziani hanno chiesto, per la prima volta, nuove indagini sul ruolo svolto da Giulio Regeni durante la sua ricerca, nonostante la stessa National security, il servizio segreto civile egiziano, avesse già certificato l'assoluta trasparenza del comportamento del ricercatore italiano. "Hanno formulato - si legge nella nota - alcune richieste investigative finalizzate a meglio delineare l'attività di Regeni in Egitto".
"Il procuratore di Roma - scrivono i magistrati - ha assicurato che, come già avvenuto dopo l'incontro di gennaio, la procura italiana risponderà in pochi giorni alla richieste egiziane. E ha insistito - si legge ancora nella nota - sulla necessità di avere riscontro concreto, in tempi brevi, alla rogatoria avanzata nell'aprile del 2019 ed in particolare in ordine all'elezione di domicilio da parte degli indagati, alla presenza e alle dichiarazioni rese da uno degli indagati in Kenya nell'agosto del 2017".
I genitori di Giulio sono molto delusi. "A leggere il comunicato della procura di Roma è evidente che l'incontro virtuale di oggi con la procura egiziana è stato fallimentare" dicono in una nota Paola e Claudio Regeni, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini. "Gli egiziani non hanno fornito una sola risposta alla rogatoria italiana sebbene siano passati ormai 14 mesi dalle richieste dei nostri magistrati. E addirittura si sono permessi di formulare istanze investigative sull'attività di Giulio in Egitto. Istanze che oggi, dopo quattro anni e mezzo dalla sua uccisione, senza che nessuna indagine sugli assassini e sui loro mandanti sia stata seriamente svolta al Cairo, suona offensiva e provocatoria. Nonostante le continue promesse non c'è stata da parte egiziana nessuna reale collaborazione. Solo depistaggi, silenzi, bugie ed estenuanti rinvii". La questione ora diventa evidentemente politica. Il Governo italiano aveva dato rassicurazioni sulla collaborazione egiziana, anche alla vigilia della vendita delle due fregate militari al Governo di Sisi. Le aveva date alla famiglia Regeni ma anche all'opinione pubblica italiana.
"Il tempo della pazienza e della fiducia è ormai scaduto - dicono però i Regeni - Chi sosteneva che la migliore strategia nei confronti degli egiziani per ottenere verità fosse quella della condiscendenza, chi pensava che fare affari, vendere armi e navi di guerra, stringere mani e guardare negli occhi gli interlocutori egiziani fosse funzionale ad ottenere collaborazione giudiziaria, oggi sa di aver fallito. Richiamare l'ambasciatore oggi è l'unica strada percorribile. Non solo per ottenere giustizia per Giulio e tutti gli altri Giulio, ma per salvare la dignità del nostro Paese e di chi lo governa".
di Carlo Bonini
La Repubblica, 2 luglio 2020
In questi quattro anni, la ricerca della verità sui responsabili dell'omicidio di Giulio Regeni ha conosciuto giornate buie. Persino drammatiche. Ma è difficile ricordarne una peggiore di quella vissuta ieri. Perché da qualunque parte lo si voglia osservare, l'esito della "conference call", il vertice da remoto, tra il procuratore generale egiziano Hamada Al Sawy e i nostri procuratori Michele Prestipino e Sergio Colaiocco è uno schiaffo senza precedenti non solo a una famiglia, ma ad un intero Paese. Dunque, la conferma che il tempo dell'attesa è scaduto.
L'accidia con cui l'Egitto pospone ancora una volta a data da destinarsi le risposte ad una rogatoria che pende da 14 mesi e da cui dipende la legittimità e l'agibilità di un futuro processo nei confronti di cinque funzionari dell'intelligence egiziana è pari infatti solo alla protervia delle richieste in 14 punti avanzate dal Cairo alla nostra Procura sulla figura di Giulio.
Sulle ragioni del suo soggiorno in Egitto, sulla natura dei suoi rapporti in quel Paese, sulle testimonianze rese da chi gli era vicino, su ciò che conservava la memoria del suo computer portatile. Perché in quelle domande - che per giunta hanno trovato da tempo risposta negli atti già nella disponibilità della Procura egiziana - non c'è solo la prova dell'evidente strumentalità di una mossa concepita solo per prendere altro tempo. C'è qualcosa di più e di peggio.
C'è l'odioso riproporsi del veleno con cui l'Egitto, quattro anni fa, aveva tentato una prima intossicazione dell'inchiesta. L'ipotesi, cioè, che la vita e il lavoro trasparenti di un ricercatore universitario italiano nascondessero da qualche parte inconfessabili rapporti con l'intelligence inglese. Che Giulio fosse una spia, insomma. Ipotesi, per altro, che il precedente procuratore generale egiziano, Nabil Sadeq, aveva ufficialmente escluso con un atto formale che celebrava Giulio quale "ambasciatore di pace nel mondo".
Nella mossa egiziana c'è evidentemente del metodo. Confondere le acquisizioni di quattro anni di cooperazione giudiziaria e rimettere in discussione la figura di Giulio, significa infatti porsi nelle condizioni di poter riavviare un estenuante suk diplomatico in cui ricominciare a negoziare un possibile punto di caduta dell'inchiesta giudiziaria sulla base di nuovi presupposti. Ma nella mossa egiziana - e questo è quel che più conta - c'è anche tutta la drammatica improvvisazione, debolezza e balbettio della gestione di Palazzo Chigi e della Farnesina di questa vicenda.
Conte, a inizio giugno, pur essendo stato avvertito da un azionista di peso della sua maggioranza come il Pd circa l'azzardo in cui si stava infilando, si è consegnato senza alcun "piano b" alle generiche assicurazioni di Al Sisi sulla volontà di riprendere la cooperazione giudiziaria, come se una vicenda di questo genere si risolvesse sul piano dei rapporti personali tra capi di governo. Mentre Luigi Di Maio ha scommesso in modo miope che spostare ogni volta più in là il momento delle decisioni lo avrebbe messo prima o poi in una condizione di maggior forza o, comunque, di minor svantaggio.
Senza capire che aver invocato per due anni "conseguenze" (mai arrivate) in mancanza di "cambi di passo" (lo ha fatto anche ieri dopo averlo fatto la prima volta nel 2018, da vicepremier di un governo giallo-verde), rinunciare anche solo a chiedere a Londra una collaborazione diplomatica attiva nei confronti del Cairo, ha soltanto contribuito a convincere definitivamente il Cairo che Roma brandiva una pistola semplicemente scarica.
Ora tutto diventa ancora più complicato. E lo spettacolo di queste ore ne è avvisaglia. Per quel che è possibile intuire, Di Maio tenterà di sfilarsi dall'angolo in cui si è cacciato richiamando per consultazioni il nostro ambasciatore (riproponendo così una mossa identica a quella decisa dal governo Renzi nel 2016).
Ed è altrettanto probabile che a qualcuno sarà chiesto conto della Caporetto diplomatica di Palazzo Chigi. Facciamo una previsione: il direttore del Dis Gennaro Vecchione, amico e gran consigliori del premier. Regista silente della vendita delle fregate al Cairo e della restituzione degli indumenti di Giulio che di Giulio non erano.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 luglio 2020
Il diritto internazionale non prevede un divieto assoluto nei confronti della pena di morte. Con lo sviluppo dei trattati e delle convenzioni, sono stati posti alcuni limiti: ad esempio, la proibizione di mettere a morte persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni o il principio che la pena capitale debba essere riservata solo "ai reati più gravi", ossia quelli che riguardano fatti di sangue.
Altri limiti sono stati posti da organi sovranazionali. Da ultima, la Commissione interamericana dei diritti umani (che, nell'ambito dell'Organizzazione degli stati americani ha il compito di valutare possibili violazioni da parte degli stati membri), è intervenuta stabilendo che la permanenza da oltre 27 anni di un detenuto nel braccio della morte della California viola gli obblighi internazionali degli Usa. La Commissione ha fatto riferimento a una sua precedente dichiarazione, risalente al 2018 e riferita a un detenuto del Missouri, nella quale aveva scritto nero su bianco che "trascorrere 20 anni nel braccio della morte è una pena eccessiva e inumana".
Il Death penalty infomation center, uno dei riferimenti del movimento abolizionista statunitense ha fatto alcuni calcoli: 1334 detenuti in 26 stati degli Usa oltre che nelle giurisdizioni federali civili e militari, si trovano illegalmente nel braccio della morte.
Quasi un terzo di questi, 429, si trova in California, stato che peraltro ha introdotto nel 2019 una moratoria sulle esecuzioni; 192 sono in Florida, 95 nel North Carolina. Al 1° gennaio 2020 la popolazione complessiva dei bracci della morte degli Usa era di 2620 prigionieri. Tre ex condannati graziati - Paul Browning in Nevada, Henry McCollum nel North Carolina e Glenn Ford in Louisiana - hanno atteso 30 anni prima che venisse annullata la loro condanna a morte.
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