di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 3 luglio 2020
Indagati altri cinque 007 egiziani. I genitori di Giulio: dall'Egitto domande offensive. Il prossimo 28 novembre scade il termine delle indagini per la procura di Roma ma il procuratore del Cairo sembra aver chiuso le porte agli investigatori italiani. "Vogliono l'archiviazione" è il timore che serpeggia, ora, alla Procura di Roma. La data a cui guardare, se si vuole seguire questo ragionamento, è il prossimo 28 novembre.
Quel giorno, infatti, scadrà l'ultima proroga alle indagini richiesta dal pubblico ministero Sergio Colaiocco per accertare la verità sul rapimento e l'uccisione di Giulio Regeni. Senza risposte, se cioè la rogatoria inviata al Cairo dalla Procura romana resterà lettera morta come sembra, l'indagine sarà di fatto conclusa. Destinata ad un'archiviazione appunto. Un'eventualità che, al momento, dopo il fallimento del dodicesimo vertice italo egiziano appare verosimile.
L'incontro - Non solo il nuovo procuratore del Cairo, Hamada Al Sawi, sembra aver chiuso le porte agli investigatori italiani ma, anziché fornire risposte concrete alle domande poste dai pm italiani, ha avanzato una nuova richiesta di identificare gli obiettivi seguiti dal ricercatore friulano durante il suo soggiorno egiziano. Cosa ci faceva Regeni al Cairo? Quali erano i veri scopi della sua missione? Domande che suonano, come ha detto la famiglia del ragazzo, "offensive e provocatorie". Ma che, a quattro anni dal suo omicidio, dopo i molti vertici fra le autorità, sembrano anche vagamente lunari. È chiaro che i magistrati italiani avrebbero preferito confrontarsi sul terreno investigativo. Emerge, ad esempio, che oltre ai dati necessari a procedere all'elezione di domicilio dei cinque ufficiali e agenti dell'intelligence egiziana indagati per sequestro di persona, i pm romani, nella rogatoria trasmessa un anno e mezzo fa al Cairo, avevano avanzato richieste di informazioni su altri cinque agenti di collegamento, responsabili presumibilmente anche del successivo depistaggio delle indagini.
La ricostruzione discutibile - Vale la pena ricordare, infatti, che le autorità del Cairo avevano offerto a Roma una ricostruzione poco credibile dei fatti, attribuendo a un gruppo di criminali comuni, peraltro uccisi in seguito a uno scontro a fuoco (quindi impossibilitati a difendersi), la responsabilità dell'uccisione di Giulio Regeni. Una versione dell'accaduto che si scontra con alcune evidenze e che, ragionevolmente, non tiene conto dei segni sul corpo del ricercatore.
Conte: massima attenzione - Commenti e dichiarazioni, il giorno dopo la deludente videoconferenza fra magistrati italiani ed egiziani, si susseguono. Prudente il commento del premier Giuseppe Conte che sembra voler prendere tempo: "Non sono aggiornato sull'incontro tra le due Procure - ha detto -. Ovviamente da un semplice incontro non deriva automaticamente un riposizionamento dell'Italia. Seguiamo il caso con la massima attenzione".
Mentre Mohamed Lotfly, il legale dei Regeni al Cairo osserva: "L'Egitto vi prende in giro, non ha motivo di cooperare, ha già ottenuto tutto. Ora la commissione Regeni deve chiedere agli ufficiali italiani di dire tutto quello che sanno - aggiunge. Sono abbastanza sicuro che i servizi segreti italiani sappiano molto di più di quello che viene detto".
Molte le dichiarazioni a favore della proposta di Claudio e Paola Regeni che hanno sostenuto l'esigenza di richiamare il nostro ambasciatore dall'Egitto. Favorevoli sia Laura Boldrini, come pure l'Anpi, mentre Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta si aspetta "dal governo un segnale forte". Infine, sulla questione, interviene il presidente della camera Roberto Fico: "La questione di Giulio Regeni è di Stato, non solo della famiglia".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 3 luglio 2020
La denuncia nel report di Oxfam e del Greek council for refugees. La nuova legge sul diritto d'asilo, che limita i diritti dei migranti, potrebbe essere applicata anche dall'Ue nella seconda metà del 2020.
Detenzioni arbitrarie e "respingimenti" da parte delle autorità; abusi e molestie sulle donne; 15mila migranti esposti al contagio da Covid-19 solo nel campo di Moria a Lesbo, in uno spazio che ne dovrebbe contenere 2.800: sono i dati diffusi da Oxfam e dal Greek council for refugees in un rapporto che fotografa gli effetti del nuovo sistema di asilo in Grecia, approvato quest'anno.
Si tratta di una conseguenza delle politiche europee: "L'attuazione degli accordi tra Ue e Turchia del 2016 ha trasformato i campi sulle isole greche in una delle peggiori catastrofi in materia di diritti umani - spiega il report. L'intrappolamento dei richiedenti asilo ha gettato le basi per la repressione dei loro diritti, con una maggiore pressione da parte della Commissione europea sulle autorità e il legislatore greci per ottenere risultati". La norma adottata da Atene potrebbe, a sua volta, diventare il modello da applicare nell'Ue.
Durante la pandemia, 38mila migranti sono rimasti bloccati sulle isole in campi con una capienza ufficiale di quasi 6.200 persone; a metà giugno nel paese erano detenuti circa 229 minori migranti non accompagnati: "Il nuovo sistema di asilo sembra concepito per "deportare" e "calpestare" i diritti dei migranti, con pochissime chance di accedere a eque procedure per ottenere la protezione internazionale".
Eppure nel 2020 sono stati poco più di 10mila gli arrivi, a fronte degli oltre 74mila del 2019. Negli hotspot delle isole i migranti (inclusi bambini, donne incinte, disabili) sono in stato di detenzione senza accesso a cure e tutele. "La legge ha posto le basi affinché la detenzione amministrativa diventi la norma di default. Le persone non vengono informate in una lingua che comprendono né sanno perché o per quanto tempo saranno rinchiuse, senza poter fare ricorso".
A Moria vivono 15mila persone senza bagni né acqua. "Questa riforma è uno schiaffo all'impegno dell'Europa di proteggere chi fugge da guerre e persecuzioni - ha spiegato Riccardo Sansone, responsabile dell'ufficio umanitario di Oxfam Italia -. L'Ue è complice perché ha usato la Grecia come terra di sperimentazione di nuove politiche migratorie".
Sul fronte legale, la riforma impedisce di fatto a molti richiedenti asilo di ricorrere in appello, in caso di respingimento della domanda, perché è necessario l'avvocato e a Lesbo ce n'è uno solo. Non vengono fornite indicazioni precise, come giorno e orario delle interviste: ogni appuntamento mancato è motivo sufficiente per bocciare le domande.
"Spesso il diniego è solo una conseguenza della procedura accelerata, che moltiplica gli errori" spiega Spyros-Vlad Oikonomou del Grc. La conseguenza è la detenzione immediata di coloro che hanno visto bocciata la domanda e il successivo respingimento in Turchia o nel paese di origine. Una regola che vale per chi è arrivato a inizio 2020, mentre per chi è entrato nel 2019 ci sono mesi di attesa, che possono diventare anni, intrappolati in condizioni disumane.
"Il Patto europeo in materia di asilo e migrazione, atteso per la seconda metà del 2020, dovrebbe ampliare il modello greco usando la detenzione come mezzo principale per affrontare gli arrivi e respingere rapidamente i flussi alle frontiere - spiegano Oxfam e Grc. Chiediamo, invece, al governo greco e alla Commissione Ue di rivedere le norme affinché non siano lesive dei diritti umani, né in contrasto con il diritto comunitario".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 3 luglio 2020
I giudici riconoscono "l'immunità" ai fucilieri Latorre e Girone. "Erano funzionari in esercizio" quando uccisero i due pescatori. Dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone dovrà occuparsi la giustizia italiana, non quella indiana. Dopo quattro anni di attesa, arriva la decisione del Tribunale arbitrale dell'Aia a cui i due governi si erano rivolti. Prevale la tesi italiana: i due marò, che sono accusati di avere sparato e ucciso due pescatori indiani, scambiati per pirati nel febbraio 2012, erano "funzionari governativi in esercizio" e perciò godono di una immunità funzionale. Ciò significa che in questo caso, trattandosi difatti accaduti in acque internazionali, non sono sottoposti alla giurisdizione dell'India.
L'arresto e poi il processo sono illegittimi. Per loro ci sarà un processo in Italia, da vedersi se davanti alla magistratura ordinaria o quella militare. Allo stesso tempo, l'arbitrato afferma che comunque l'atto dei due fucilieri di Marina ha violato la libertà di navigazione indiana, e ha causato danni materiali e morali all'equipaggio del peschereccio e perciò l'Italia è invitata a pagare le spese, previo accordo bilaterale tra i due governi.
Una sentenza apparentemente salomonica, che permette all'India di gridare comunque vittoria, e che è accolta da enorme soddisfazione in Italia. "Oggi si mette un punto definitivo a una lunga agonia", dice il ministro Luigi Di Maio. "Il mio pensiero va a Massimiliano e Salvatore per i difficili momenti che hanno vissuto. Nessuno dei nostri militari impiegati all'estero può essere lasciato da solo", gli fa eco il ministro della Difesa Lorenzo Guerini.
"È stata riconosciuta giurisdizione all'Italia. Mi sembra una buona notizia", conclude il premier Giuseppe Conte. Trionfanti, poi, i toni del centrodestra, che dei marò avevano fatto una bandiera. Non finisce qui, ovviamente. Per i due si profila un lungo percorso giudiziario. Ma ieri prevaleva la soddisfazione di chiudere con l'India, dove i due sono stati agli arresti a lungo. E dove rischiavano una pesante condanna, e perfino la pena di morte.
"Per me è una questione morale: il verdetto del Tribunale arbitrale internazionale mi ha alleggerito il cuore. Vivevo costantemente con un pugno nello stomaco. Adesso so di essere un uomo libero. Mia figlia mi chiedeva sempre di andare a Disneyland e non potevo mai accontentarla. Adesso potrò farlo. Quando è iniziato tutto questo avevo 33 anni, ora ne ho 42...", si sfoga Salvatore Girone.
Da quattro anni è tornato in Italia, ma non da uomo del tutto libero. Parla anche la figlia di Massimiliano Latorre, Giulia: "Finalmente questa storia si conclude. Non festeggeremo perché è ancora presto, ma facciamo un sospiro di sollievo. Un giorno qualcuno chiederà scusa a questi uomini che hanno portato avanti una storia da ben 8 anni con dignità e onore, non pronunciando mai una parola fuori posto".
Per entrambi il discorso è molto semplice: quel giorno, a bordo della petroliera "Enrica Lexie" dove erano in servizio antipirateria, hanno obbedito a degli ordini. E non c'è mai stato intento doloso. La decisione dell'arbitrato (giova ricordare che era composto da 4 giudici di nomina italiana, 4 di nomina indiana, e un presidente scelto di comune accordo) lascia un po' di amaro tra gli uomini della Marina militare.
"Se il tribunale arbitrale si doveva pronunciare sulla giurisdizione e non nel merito - s'interroga Antonello Ciavarelli, rappresentante dei sottufficiali nel Cocer Marina - perché stabilisce che l'Italia dovrà compensare l'India per i danni causati al peschereccio se ancora non è dimostrata alcuna colpevolezza? Se il governo farà ciò, farà sentire condannati prima di una improbabile sentenza negativa del processo non solo i due fucilieri ma tutti noi colleghi".
Il governo però non intende ostacolare il totale rappacificamento con l'India. E perciò Di Maio annuncia: "L'Italia naturalmente rispetterà quanto stabilito dal Tribunale arbitrale, con spirito di collaborazione".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 3 luglio 2020
Nel carcere californiano oltre mille contagi, allarme in tutto il Paese. "Conosco questi uomini. Ho trascorso del tempo con loro, sono intelligenti, gentili e compassionevoli. Sono fratelli, padri e figli. Lasciarli ammalare e morire in questo modo è un fallimento morale". A parlare è il difensore pubblico della contea di Alameda (Acpd), in California, Brendon Woods. Il suo appello è arrivato in seguito alle notizie preoccupanti che arrivano dalla prigione di San Quentin, i casi di coronavirus tra i detenuti infatti hanno raggiunto la cifra di 600 a partire dal 26 giugno.
Le carceri dello stato contano attualmente 2.613 casi, di cui circa 1.350 riscontarti negli ultimi 14 giorni. Almeno 22 reclusi sono morti dall'inizio dell'epidemia. Tutto ciò mentre in California il contagio ha colpito 223mila persone e causato 5980 decessi. L'infezione, dopo un primo periodo di contenimento, ha ripreso a galoppare per le frettolose riaperture delle attività economiche e anche per le massicce proteste di strada dopo la morte di George Floyd. Complessivamente al 1 luglio negli Usa ci sono 2.670.000 casi e 127.681 morti secondo il conteggio della Johns Hopkins University.
In realtà il picco di contagi verificatosi a San Quentin ha ragioni precise. Il 30 maggio sono arrivati dal carcere di Chino, a sud est di Los Angeles, 121 internati, un trasferimento dovuto all'esplosione dell'epidemia che aveva già provocato 16 morti nella prigione. Fino a quel momento la situazione a San Quentin, zona di San Francisco, era relativamente tranquilla, poi l'emergenza. Ora è cominciata la caccia ai colpevoli, sembra infatti che i detenuti trasferiti non siano stati sottoposti a nessun test. Sotto accusa il Dipartimento per la correzione e riabilitazione (CDRC) sotto la cui responsabilità ricade il vecchio penitenziario.
Per la senatrice democratica Nancy Skinner di Berkley "il processo di trasferimento di persone incarcerate da Chino, che aveva uno dei più alti tassi di infezione da Covid-19, solleva seri interrogativi sulla gestione della pandemia". Eppure la California è uno degli stati che spende di più per la salute in carcere. Il bilancio pubblico del 1 luglio ha registrato una spesa di 13 miliardi di dollari per le 34 prigioni del territorio californiano che "ospitano" 114mila persone.
Cifre enormi se paragonate a quelle del Texas che impiega poco più di 3 miliardi per servizi medici. La diffusione del contagio è favorita dal sovraffollamento che colpisce diversi penitenziari. Una realtà che emerge da un rapporto dello stesso Cdcr datato appena il 24 giugno: il carcere vedeva la presenza di 3.507 detenuti, ovvero il 113,8% rispetto la capacità totale di 3.082 posti.
Diverse associazioni che si occupano dei diritti degli internati hanno presentato una petizione che fino ad ora è stata firmata da 10mila persone. Il documento è stato consegnato al governatore Gavin Newsom a cui viene chiesto il rilascio immediato dei prigionieri con almeno un anno di pena da scontare, dei detenuti più anziani (a partire dai 60 anni) e con fragilità mediche. Inoltre viene chiesto di istituire procedure di libertà condizionale, con una preferenza per chiunque abbia meno di tre anni di carcere residuo.
di Lorenzo Simoncelli
La Stampa, 3 luglio 2020
Hachalu Hundessa, cantante, attivista ed icona della lotta per l'indipendenza dell'etnia etiope Oromo è stato ucciso a 34 anni da un gruppo di uomini non ancora identificati. Un episodio che ha scatenato le proteste di migliaia di manifestanti. Negli scontri con le forze di sicurezza sono morte 81 persone, decine i feriti e numerosi edifici sono stati incendiati. Le autorità hanno reagito con il pugno di ferro bloccando, ancora una volta, Internet ed arrestando 35 persone tra cui l'influente mogul, Jawar Mohammed, tra i principali oppositori del Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed.
Hundessa, con i suoi inni alla libertà, galvanizzava la popolazione Oromo, la maggiore etnia del Paese, ma storicamente la più marginalizzata. "Abbiamo perso la nostra voce - dice un 29enne studente universitario durante il funerale che si è tenuto ad Ambo, la città natale del cantante a 60 chilometri dalla capitale etiope Addis Abeba - ma continueremo a lottare finché sarà fatta giustizia per la sua morte".
Un episodio controverso che riaccende le tensioni e minaccia la stabilità del terzo Paese più popolato d'Africa con oltre 100 milioni di abitanti e che sarebbe dovuto andare al voto, poi posticipato a causa della pandemia di Coronavirus. Il Primo Ministro, Abiy Ahmed (anche lui di etnia Oromo), insignito, lo scorso anno, con il Premio Nobel per la Pace per la storica tregua con l'Eritrea, sta provando a riformare le strutture politiche e militari del Paese, ma il passaggio ad una democrazia multipartitica sta trovando numerosi ostacoli. Nonostante numerosi oppositori politici siano stati liberati, le forze di sicurezza hanno represso le proteste degli ultimi mesi con estrema violenza.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 2 luglio 2020
Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino: "Chi entra poco delinquente diventa molto delinquente. Le politiche di reinserimento sociale sono all'anno zero". Se è vero che il carcere è il luogo dell'indifferenza sociale, a Roma occupa uno spazio ancora più ingombrante. Convertito all'uso attuale alla fine del diciannovesimo secolo, il complesso architettonico di Regina Coeli si trova proprio nel cuore della capitale, dove un tempo la facciata di un convento rifletteva la potenza delle grandi famiglie romane. Oggi al segno della storia si sostituisce il disagio sociale: la Casa circondariale di Regina Coeli è un "manicomio, un vero e proprio porto di mare", ci spiega Rita Bernardini, militante Radicale e presidente di "Nessuno Tocchi Caino".
di Valter Vecellio
lindro.it, 2 luglio 2020
Se il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ascoltasse Colombo, Cottarelli, Frattola. Un ministro della Giustizia, sia pure oberato dal tanto lavoro che il suo dicastero comporta, non foss'altro mosso da curiosità, dovrebbe trovarlo il tempo per conversare qualche ora con l'ex Magistrato Gherardo Colombo.
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 2 luglio 2020
Quando avremo e quando avrete il coraggio, l'energia e la creatività per scommettere davvero sulla giustizia di comunità? Chiudo la nostra stanza su zoom e le emozioni come sempre anticipano il pensiero. Le accolgo tutte con gioia e stupore. Come potrei essere quieta e distaccata dopo aver sentito quel ragazzaccio di A. - che ci ha fatto tanto faticare con il suo scetticismo, la sua irritazione, il suo ostinato rifiuto delle regole - dire con voce appena un po' commossa, giusto per non perdere la faccia: "Siamo belle persone, meritiamo un futuro buono. Meritiamo di essere felici".
di Simona Musco
Il Dubbio, 2 luglio 2020
Lo Stato ha liquidato quasi 45 milioni per gli errori certificati lo scorso anno. Rispetto all'anno precedente in aumento anche la spesa (+33%). Mille casi di ingiusta detenzione nel 2019: è quanto rilevato da "Errorigiudiziari.com", che come ogni anno ha analizzato i dati in possesso del ministero dell'Economia e delle Finanze, incaricato dei risarcimenti, stilando una classifica dei casi distretto per distretto.
varesenews.it, 2 luglio 2020
Il progetto punta a rafforzare e avvalorare lo sforzo fatto in questi anni da Uisp su queste tematiche sia a livello nazionale sia europeo. Si è svolto martedì 16 giugno il primo incontro della Rete nazionale Uisp per le carceri, nata con l'obiettivo di creare un gruppo di lavoro aperto a dirigenti, operatori e operatrici che, a vario titolo, si occupano di promuovere attività motoria e sportiva negli istituti di pena.
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