di Pietro Del Re
La Repubblica, 5 luglio 2020
In pieno giorno, un uomo s'è sparato in bocca in una delle strade più trafficate della città, mentre altri due hanno scelto d'impiccarsi in casa. Una ventina di cassonetti sono stati dati alle fiamme e l'attivista Wassef Haraké, difensore dei manifestanti arrestati nel corso della rivolta popolare scoppiata il 17 ottobre 2019, è stato brutalmente aggredito.
L'esercito è stato costretto a togliere la carne dal rancio dei soldati e la svalutazione della lira libanese ha ormai raggiunto picchi da primato. È questo l'ultimo bollettino settimanale della crisi finanziaria che da mesi sta strangolando il Libano a causa del fallimento delle sue banche, il che non era accaduto neanche durante la guerra civile tra il 1975 e il 1990.
In pieno negoziato con il Fondo monetario internazionale, chiamato d'urgenza al capezzale di uno Stato ormai in bancarotta, il direttore generale del ministero delle Finanze, Alain Bifani, s'è dimesso per "non essere complice di un governo assente".
Secondo l'economista Cyrille Rizk, presidente del think tank Kulluna Irada (Siamo pieni di volontà) i libanesi sono come a bordo di un aereo che sta precipitando con ai comandi piloti che non muovono un dito per raddrizzare la rotta: "I piloti sono ovviamente i nostri politici che hanno rinunciato a risolvere una crisi che si sta rivelando apocalittica".
A Beirut, dai grattacieli ai grandi alberghi sul lungomare e dalle boutique di lusso al parco macchine composto essenzialmente da suv di grossa cilindrata, i segni esteriori di ricchezza mascherano una realtà che spaventa. "Il benessere collettivo di cui ha beneficiato gran parte della popolazione è stato concesso da una politica monetaria consapevole che, prima o poi, saremmo arrivati a questo disastro. Le perdite massicce nei bilanci delle banche, equivalenti a due volte la ricchezza del Paese, sono state sempre tenute nascoste e nessuno ha reagito perché il costo di una sanatoria sarebbe stato troppo elevato", dice ancora la Rizk. Due giorni fa, un dollaro si scambiava a 9000 lire libanesi, quando negli ultimi 25 anni ne bastavano 1500.
Con il risultato che in un Paese che conta 6 milioni di abitanti, 800 mila dei quali funzionari statali, e dove tutto o quasi è importato, i prezzi continuano a crescere in modo esponenziale, con una contrazione del sistema economico s'è già tradotta nella chiusura di un quinto delle imprese e in una disoccupazione al 30%. Eppure, promettendo tassi d'interesse del 13%, le banche erano tradizionalmente la cassaforte in cui l'importante diaspora libanese inviava le sue rimesse.
"Oggi, invece, il mio potere di acquisto s'è dimezzato e i miei conti sono bloccati: posso ritirare soltanto 2000 dollari al mese in lire libanesi al tasso che decide la banca", dice Edward Khalaf, assicuratore di 63 anni. Intanto, nelle farmacie c'è chi per paura d'improvvise penurie di farmaci fa scorte per il futuro e, pochi giorni fa, la notizia che avrebbe scarseggiato la farina ha spinto i libanesi a creare lunghe file davanti ai forni, proprio come accadeva durante la guerra civile.
"A provocare la catastrofe finanziaria è stata la bolla speculativa della ricostruzione e, lo scorso settembre, la fuga dei capitali verso le banche occidentali, il tutto aggravato dalla cronica gangrena della corruzione politica", spiega Mona Fawaz, professoressa di urbanistica all'American University di Beirut, molto attiva durante la rivolta dello scorso ottobre che qui non esitano a chiamare thaoura, rivoluzione, per via dell'enorme partecipazione della nutrita classe media del Paese.
Per Pierre Issa, segretario generale del partito riformista Bloc national, all'origine del fallimento libanese c'è soltanto un sistema politico ormai arcaico, in cui da un secolo il contratto sociale si fonda sulle comunità confessionali del Paese. "La gestione della cosa pubblica se la spartiscono i sunniti, gli sciiti e i cristiani maroniti con modalità che ricordano quelle delle famiglie mafiose, dove ognuna ha il proprio territorio, e dove i boss sono venerati come fossero divinità perché a governare sono ancora quei signori della guerra diventati poi signori della politica".
L'altro fattore di peso in questa crisi di cui gli economisti non vedono la fine è il posizionamento geopolitico del Libano, con alle sue frontiere il "nemico" Israele e la Siria in guerra dal 2011. Ora, nel governo del premier Hassan Diab, nato lo scorso gennaio, un ruolo di primo piano ce l'ha Hezbollah, ossia il partito di Dio, che è anche uno Stato nello Stato, con le sue scuole, il suo sistema sanitario e un esercito più potente di quello nazionale perché finanziato dagli iraniani. Come se non bastasse, Washington considera Hezbollah un'organizzazione terroristica, e l'accusa di contribuire alla crisi contrabbandando dollari verso la Siria per sostenere il regime di Damasco, funestato dalle sanzioni.
di Marta Bellingreri
L'Espresso, 5 luglio 2020
Dopo il lungo dominio di Al-Bashir, è arrivata la rivoluzione soffocata nel sangue un anno fa dalla giunta militare che ha preso il potere. Ma un popolo fiero continua a chiedere libertà. "Come ogni sera di Ramadan, abbiamo preparato i piatti per l'Iftar, il pasto che interrompe il digiuno al tramonto", racconta Tawdia, guardando allo spazio dove un anno prima si trovava la cucina auto-organizzata del sit-in della rivoluzione sudanese. "E alla fine dei festeggiamenti, sono tornata a casa. Ho goduto ogni istante di quella sera. Ma non sapevo che sarebbe stata l'ultima". I suoi occhi sono sempre sorridenti, ma ricordando quell'ultimo giorno al sit-in, vicino alla Nile Street nella capitale del Sudan, Khartoum, per un momento le si riempiono di lacrime.
Era la notte tra il 2 e il 3 giugno di un anno fa. Tawdia ha 25 anni ed è un medico di laboratorio: la sua pagina Facebook ha migliaia di follower grazie alle dirette che ha postato sul suo profilo durante la rivoluzione. La sua amica Fatima, nome fittizio usato per proteggerne l'identità, di anni ne ha 22 e quella sera, come tante altre compagne, studentesse partecipanti al sit-in, non era invece tornata a casa. Ed è diventata testimone e vittima di uno dei massacri più brutali della storia recente del Sudan a opera di quei militari che ancora oggi sono al potere.
Nel dicembre 2018, centinaia, poi migliaia, di sudanesi come Tawdia e Fatima, sono scesi in piazza a protestare. È il momento di inizio di una rivoluzione che non si è più fermata. L'ex dittatore Omar al-Bashir, al potere da trent'anni, aveva imposto l'aumento del prezzo del pane e della benzina, e la reazione del popolo, stremato già allora da una crisi economica solo peggiorata dalla pandemia in corso, non si era fatta attendere. Un'ondata di manifestazioni ha riempito le strade di diverse cittadine, ben oltre la capitale Khartoum. Sudanesi di tutte le classi e generazioni ma soprattutto studenti e giovani professionisti.
La Sudanese Professional Association (Spa), associazione sudanese comprendente specialmente medici, operatori sanitari e avvocati, prende in mano la leadership dell'organizzazione delle proteste. E allo scontento per l'aumento dei prezzi si è accompagnata una richiesta chiara, un unico grido: la caduta del regime. Gli slogan della piazza hanno riportato alla memoria le manifestazioni immense che dalla Tunisia all'Egitto hanno cambiato il corso della storia nel 2011. Bisognerà aspettare l'11 aprile del 2019 perché Omar al-Bashir venga deposto dalla giunta militare. Ma i giovani rivoluzionari nel frattempo avevano dato il via a un sit-in permanente a partire dal 6 aprile e la caduta e poi l'arresto del dittatore non erano bastati a farli andare via: volevano - vogliono - la fine del potere dei militari in Sudan. E così sono rimaste piantate le tende della protesta, e lo sono state per due mesi, proprio di fronte al quartier generale delle forze armate, per chiedere un governo guidato da civili. Un sit-in pacifico, fatto di voci di canto e di poesia, di un Sudan dal futuro democratico, sognato e abbozzato tra una tenda e l'altra.
Fino a quella sera di fine Ramadan. La piazza pacifica si preparava già per la festa dell'Aid, che conclude il mese sacro di digiuno per i musulmani. Fatima studia alla Facoltà di Arte dell'Università di Khartoum. Il sit-in di fronte al quartier generale delle forze armate includeva alcune strade nei pressi dell'Università. Ma l'alba di quel 3 giugno ha cancellato l'innocenza dei ricordi universitari. "L'incubo è iniziato quando ho cominciato a sentire le urla dei compagni del sit-in che scappavano", racconta Fatima, che ha voluto scrivere la sua testimonianza per intero, per iscritto. "Come per istinto, ho preso la mano della mia amica, ci siamo guardate, e abbiamo capito che qualcosa non andava. Abbiamo cominciato a scappare". Degli uomini armati, con le divise delle Rapid Support Forces, irrompono violentemente nel sit-in pacifico, cominciano a picchiare i ragazzi, a sparare con diversi tipi di armi, a bruciare le tende. A radunare le ragazze nelle tende. Come Fatima e la sua amica, a cui ancora tiene stretta la mano.
Le Rapid Support Forces (Rsf) sono note nel Paese come la milizia dei Janjaweed, tragicamente celebre per aver messo in atto, per conto di al-Bashir, il genocidio contro la popolazione non araba nella regione occidentale del Darfur. Sull'ex-dittatore pendono dal 2009 e 2010 due mandati di arresto della Corte internazionale dell'Aia per genocidio e crimini di guerra nel conflitto in Darfur.
Ma a trasformare i Janjaweed nel gruppo paramilitare Rapid Support Forces è stato il generale Mohammed Hamdan, conosciuto come Hemeti. Nel giugno del 2019 così come oggi è lui a capo delle Rsf: ma allora era anche il vicepresidente del Consiglio militare di transizione al potere, quello stesso formatosi con la cacciata di al-Bashir. Se Omar al-Bashir è oggi in carcere a Khartoum, dove si vocifera che sia stato contagiato anche dal Covid, uomini di potere come Hemeti continuano ad avere posti di rilievo, anche dopo il massacro del 3 giugno, ovvero nel governo di transizione civile-militare attuale, nato dopo l'accordo in agosto delle due parti. I rivoluzionari accusano Hemeti di essere il mandante del massacro. Le indagini che potrebbero individuarlo come responsabile sono in corso e giustizia non è stata ancora fatta. Si teme quel giorno siano state uccise fino a duecento persone, per lo più giovani.
Mentre tutti corrono verso il Nilo provando a mettersi in salvo, gli spari delle milizie e altri uomini armati dell'apparato poliziesco e militare cominciano a uccidere: i corpi inermi dei manifestanti si aggiungono a quelli dei feriti, che medici volontari e compagni provano a trasportare via. Ma chi cerca di mettere in salvo i feriti deve passare sul corpo dei militari che sparano senza sosta. E che bloccheranno l'accesso ad almeno due ospedali della zona. Molti dei manifestanti invece sono stati gettati nel fiume Nilo. Dopo un anno, sono decine ancora i dispersi.
Fatima, spinta a forza in una tenda insieme alla sua amica, non smette di sentire le urla dei suoi compagni in fuga. Ma nel frattempo ha capito cosa l'aspetta. Un nuovo terrore l'attraversa. Delle urla diverse, di voci femminili, provengono dalla tenda accanto. Otto uomini armati la circondano e solo allora è costretta a lasciare la mano alla sua amica, che la guarda impaurita, mentre un militare le punta una pistola sul naso, costringendola a guardare la sua amica, a vedere cosa le fanno. "Ho provato a resistere, abbiamo provato a dimenarci e a scappare. Ma quando ci hanno separato e avevo un'arma puntata in faccia non avevo più fiato per urlare. Quando è toccato a me, non ho gridato, non ho pianto, non ho capito niente. Ero un corpo morto, come quelli già per strada, e non ho parlato per settimane".
Fatima e la sua amica sono tra le decine e decine di vittime di violenza sessuale durante il massacro del 3 giugno 2019, un triste punto di svolta nella storia della rivoluzione sudanese. Sono 96 le testimonianze ufficiali raccolte delle donne che hanno subito violenza, ma si pensa siano molte di più: tante infatti non hanno avuto la forza per parlarne. Neanche Fatima dopo un anno intero, è riuscita a raccontarlo alla sua famiglia. Questa è la ragione per cui l'amica Tawdia ascolta le loro storie, invitandole a parlare con giornaliste e associazioni, a farsi testimoni. "Questo pezzo atroce della nostra storia non deve essere dimenticato né bisogna permettere che si ripeta", dice con la sua voce dolce e decisa al contempo. "Capisco il dolore e il non voler parlare, almeno non tutte; per questo sono io che ne trasmetto la testimonianza di dolore, perché le ascolti il mondo intero".
Come testimone del massacro, un altro giovane studente di 22 anni, Abbas, ha parlato con la Commissione d'inchiesta sui crimini e le violazioni compiute. "Ho corso avanti e indietro fuggendo ai colpi di arma da fuoco delle Rsf, dopo la preghiera dell'alba del 3 giugno 2019", dice in occasione dell'anniversario in questo giugno. "Nonostante il Covid, ci siamo riuniti per ricordare i martiri della rivoluzione in un sit-in pacifico come pacifica è stata la nostra ribellione per cambiare il Paese". E, non trovando invece pace dalle scene di orrore che ha vissuto, si è rivolto alla Commissione, sperando venga fatta luce sugli eventi. "Si tratta di una commissione indipendente sudanese", dice l'avvocato Mohammed Mamoun, "ma a mio parere, è necessaria una commissione internazionale per indagare sulle violenze dell'esercito durante lo scorso Ramadan, per assicurare l'integrità delle procedure e la trasparenza della Commissione". Mohammed si considera un avvocato della rivoluzione.
Se i militari rispetteranno l'accordo di agosto scorso, nel febbraio del 2021 il governo dovrebbe passare ai civili della Coalizione delle Forze di Libertà e Cambiamento, di cui fa parte la Sudanese Professional Association, per un passaggio verso libere elezioni nel 2022. Il Primo ministro del Sudan in questa fase di transizione, Abdalla Hamdok, in occasione dell'anniversario del massacro si è rivolto alla nazione, impegnandosi per la giustizia e per promuovere la riconciliazione e la pace in tutto il Paese.
Nonostante le incertezze legate allo strapotere dei militari, coi suoi alleati esterni (Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto), ognuno prova a fare la sua parte, come appunto l'avvocato Mamoun. "Appartengo al Comitato per la Resistenza e il Cambiamento e in particolare a un comitato chiamato Comitato Legale, che ha lo scopo di proteggere i membri del Comitato stesso - gli avvocati che rischiano qualsiasi tipo di attacco". Una delle sfide del futuro del Sudan è quella di portare avanti una campagna e una rivoluzione culturale per eliminare i casi di corruzione e fa parte anche del lavoro di questi avvocati del Comitato Legale. "Ma senza giustizia per i martiri della rivoluzione, non andremo da nessuna parte".
Dopo quell'episodio, Fatima e la sua amica sono state ricoverate in ospedale per due settimane sotto shock. Il 30 giugno di un anno fa, quando il ricordo del sit-in era sovrastato dal trauma del massacro, i sudanesi hanno organizzato la "millions march", una marcia nella capitale per ribadire che la rivoluzione non sarebbe stata spezzata dalla violenza dei militari. Una speranza di giustizia che continuerà ad accomunare il cammino di Fatima.
di Nicola Boscoletto*
ilgiornaledellarchitettura.com, 4 luglio 2020
In carcere quando le cose vanno male si sente la necessità di fare qualcosa ma, non appena la finestra si apre un po', immediatamente il sistema si ribella e si chiude in sé stesso. Il carcere: quello strano albergo al contrario dove per far tornare i "clienti" occorre trattarli male. La pandemia da Covid-19 è seconda solo alla "Buro-Virus-Crazia" che genera burocrati irresponsabili, incoerenti e violenti.
di Domenico Alessandro De Rossi*
Il Dubbio, 4 luglio 2020
Nel suo discorso sulla questione penitenziaria alla Camera, il 18 marzo 1904, Filippo Turati iniziava così: "Noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori...".
di Daniela Piana
Il Dubbio, 4 luglio 2020
Nel mondo della giustizia le misure anti Covid hanno generato l'inedita divaricazione fra funzioni e strutture fisiche con un utilizzo del digitale mai visto prima.
Non sono certo mancate le riflessioni sull'impatto dell'emergenza pandemica all'interno dei settori che, più di altri, hanno un significato diffuso, profondo e sistematico per la vita dei cittadini e per il benessere di comunità ed imprese. Nel mondo della giustizia poi, l'irrompere delle misure di contrasto al Covid- 19 hanno generato l'inedita e assolutamente imprevedibile esperienza della divaricazione fra funzioni e strutture fisiche attraverso un utilizzo del digitale mai visto prima nel Paese e, va detto, assai di rado osservato anche negli Stati Ue.
di Paolo Siani
Il Riformista, 4 luglio 2020
Ho letto con molta attenzione l'appello "Salviamo i bambini in carcere con le madri", pubblicato sulle colonne dell'edizione napoletana del vostro giornale lo scorso 30 giugno. Condivido pienamente l'esigenza di trovare una soluzione congrua alle migliori condizioni possibili di crescita per bambini con madri detenute. Ho visitato, circa un anno fa, l'Icam di Lauro e poi la casa di Leda a Roma, e quelle esperienze, pur diverse tra loro, mi hanno molto colpito, al punto che a fine 2019 ho presentato una proposta di legge finalizzata ad alleviare le gravi criticità evidenziate nell'articolo che ho appena citato, anche favorendo il ricorso all'istituto delle case famiglia protette, come quella della Capitale.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 4 luglio 2020
L'Anm dovrebbe aprire una riflessione sulla crisi di credibilità della giurisdizione. La veridicità del racconto del giudice dovrà essere accertata ma non sarà un fiume di indignazione e ostentato stupore a renderla inverosimile. Che un giudice di Cassazione, relatore ed estensore di una sentenza confermativa della condanna, abbia voluto insistentemente incontrare l'imputato, per dirgli quanto ingiusta fu la sentenza da lui stesso scritta (ed in verità inusitatamente vergata da tutti i componenti del Collegio in ogni sua pagina), è obiettivamente un fatto anomalo ed eccezionale. Sono dunque legittime, ed anzi doverose, cautela e prudenza nella valutazione di questa vicenda molto, molto particolare.
Ma pretendere che questa anomalia debba essere valutata solo nel senso che quel giudice, che certo ora non può più chiarire, fosse sotto ricatto, o altrimenti corrotto, e non anche che abbia potuto raccontare una clamorosa verità, è tipico della più testarda autoreferenzialità che connota ormai da tempo la voce politica della magistratura italiana.
Lasciamo perdere il circo Barnum politico-mediatico che scatta appena pronunci le prime lettere della parola "Berlusconi": si tratta di un circuito politico-editoriale che ha costruito le sue fortune su ogni possibile forma di colpevolezza del Cavaliere, non potremmo aspettarci altro. Ma è davvero sorprendente come i vertici politici della magistratura italiana non siano capaci di comprendere ciò che questa vicenda - i cui esatti termini saranno valutati da chi è funzionalmente deputato a farlo - evidenzia già in modo inequivocabile.
E cioè che questa storia di una vicenda giudiziaria pesantemente orientata alla eliminazione politica di un protagonista della vita pubblica, nessuno ancora sa se sia vera, ma siamo tutti, ma proprio tutti certi che sia almeno verosimile. Non c'è una sola persona di buon senso, sia tra gli addetti ai lavori che tra la gente comune che, ascoltata la voce (spregiudicatamente registrata) di quel giudice da tutti apprezzato e stimato, possa sinceramente trasecolare di fronte al quadro ed al contesto politico-giudiziario che il giudice Franco ha delineato, e dire: ma di quale assurda follia costui sta parlando?
È ben ovvio che il Presidente e gli altri componenti quel Collegio rivendichino orgogliosamente la piena correttezza, indipendenza e libertà del proprio operato; ed anche che l'Anm difenda, fi no a prova contraria, la onorabilità di quei giudici. Ma intanto, anche il giudice Amedeo Franco ha diritto a veder rispettata la sua persona ed il tormento che egli dichiara averlo portato a compiere un gesto così inusitato e grave, prima di essere crocefisso e lapidato post mortem.
E soprattutto, dalla voce politica della magistratura associata ti aspetteresti almeno qualche riflessione in più, nella consapevolezza del generale sentimento di verosimiglianza che suscita quel racconto, in attesa che ne sia appurata con certezza la verità.
Cioè una riflessione sullo stato della credibilità della giurisdizione agli occhi della pubblica opinione, con particolare riferimento alle sue due connotazioni fondamentali: l'indipendenza dalla politica, e l'indipendenza della magistratura giudicante dalla magistratura inquirente (che è poi, se andiamo a stringere, il caso che ci occupa).
Mi chiedo a chi possa essere utile ignorare con tanta iattanza la diffusa ed anzi crescente sfiducia della pubblica opinione, confermata senza eccezioni da ogni possibile sondaggio, nella tenuta di questi due requisiti fondativi della credibilità della giurisdizione. E invece, la presa di posizione inutilmente tonitruante di Anm sulla vicenda sembra né più né meno che la premessa in fatto delle querele già legittimamente annunciate dal Presidente di quel Collegio.
Atteggiamento ancora più allarmante, viste le acque procellose nelle quali già da tempo naviga la magistratura italiana, e dalle quali non credo potrà trarsi in salvo né riducendo la cosiddetta "vicenda Palamara" ad un fenomeno di scarsa etica professionale di un gruppetto di magistrati deviati, né adoperandosi per quella che già si annuncia come la più gattopardesca ed inutile delle riforme ordinamentali. Naturalmente, non occorre per forza pensarla come noi penalisti. Noi, lo sapete, siamo persuasi che l'indipendenza politica e culturale della giurisdizione non possa e non debba essere rimessa né alle virtù etiche e professionali del singolo magistrato, né alla fantomatica "cultura della giurisdizione" (che è poi il minimo sindacale che devi pretendere da un magistrato). Quanto sia illusoria questa strada è oggi sotto gli occhi di tutti.
Noi pensiamo che quella indipendenza debba essere scritta negli assetti ordinamentali: indipendenza della Magistratura dal potere esecutivo, indipendenza del Giudice dagli Uffici di Procura. Non siete d'accordo? Proponete delle alternative serie con le quali confrontarsi, ma abbandonate una volta per tutte abiure e faziosità, e soprattutto aprite gli occhi sulla realtà, ascoltate cosa pensa di voi la pubblica opinione, anche in parte ingiustamente ed ingenerosamente, come sempre accade tuttavia nel giudizio popolare.
A noi sta a cuore la credibilità della giurisdizione almeno quanto sta a cuore a voi. Vogliamo che il nostro giudice non solo sia indipendente dalla Politica e dal peso condizionante della Pubblica Accusa, ma che soprattutto lo appaia, restandone garantito ed anzi blindato dall'assetto ordinamentale, perché nessuno possa mai dubitarne. La voce registrata del giudice Amedeo Franco racconta fatti la cui veridicità dovrà necessariamente essere accertata: ma se pensate che basti un fiume di indignazione e di ostentato stupore a renderla inverosimile, ho davvero l'impressione che stiate da tempo - come si suole dire - guardando un altro film.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 4 luglio 2020
Le minacce che pendono sull'indipendenza delle toghe non sono mai state oggetto di alcuna denuncia. Per l'ennesima volta - questa volta a causa delle recenti, controverse rivelazioni sulla sentenza che a suo tempo condannò Silvio Berlusconi per frode fiscale determinandone l'espulsione dal Parlamento - per l'ennesima volta, dicevo, è in discussione l'indipendenza dei magistrati. Naturalmente quando si parla d'indipendenza si parla essenzialmente d'indipendenza dalla politica, dai veri e propri condizionamenti diretti o dalle suggestioni che la politica, in modo particolare l'esecutivo, può esercitare per influenzare le pronunce dei magistrati.
di Alberto Pinna
Corriere della Sera, 4 luglio 2020
Graziano Mesina in fuga, ma non è un'evasione delle sue. Stavolta il (fu) re del Supramonte non ha accettato l'ennesima condanna - 30 anni in Cassazione - ed è irreperibile. I carabinieri non l'hanno trovato in casa della sorella dove erano andati per notificargli la sentenza e accompagnarlo in carcere. "Graziano non c'è". Irreperibile, e ora ricercato da decine di pattuglie in Barbagia e perquisizioni a Orgosolo, paese diviso tra chi afferma, come il sindaco Dionigi Deledda "ci dispiace, ma la giustizia deve fare il suo corso", e chi a mezza voce protesta: "è ormai vecchio, che lo lascino in pace".
Dopo mezzo secolo il mito del bandito gentiluomo resiste ancora, pur incrinato da una sentenza definitiva per associazione per delinquere e traffico internazionale di stupefacenti, e sopravvive anche a un uomo che non è più lui, appesantito da anni e acciacchi.
A 78 anni, non è più scattante e spavaldo come quando si vantava: "Con la mitragliatrice avrei potuto abbattere l'elicottero del Presidente"; non può darsi alla latitanza come allora, fra boschi e dirupi del Supramonte. E infatti si sussurra di trattative già in corso per convincerlo a consegnarsi, con la promessa di evitare la reclusione in un istituto di massima sicurezza e lontano dalla Sardegna.
"Arriva la biada? È di buona qualità?", diceva intercettato. Cocaina, linguaggio cifrato. "Era foraggio per i miei amici pastori" si è difeso. Invano: 30 anni in primo grado, Appello e Cassazione. Capo, hanno scritto i giudici, di una banda di 25 persone, sotto la copertura di un'attività insospettabile: guida turistica sul Supramonte.
Undici fratelli, una madre matriarca, più anni in carcere, 45, che da uomo libero. Quattordicenne spericolato, primo arresto per armi, poi la condanna a 24 anni ("Ho dovuto uccidere chi aveva ammazzato mio fratello"), le evasioni: qualcuno ne conta 22, ma fra tentate e riuscite sono 12. Dal treno, dall'ospedale, dalle carceri di Sassari e Lecce. E i rapimenti, una decina. Con contorni rosa e giallo. Le centinaia di lettere di donne invaghite, il permesso premio con fuga d'amore. I misteri del rapimento di Farouk Kassam: trattò lui la liberazione? Pagò con soldi dei Servizi?
Coni quali una certa familiarità l'aveva dai tempi in cui disse no a Giangiacomo Feltrinelli, che gli offriva il comando "militare" per un progetto di una Sardegna indipendente e comunista. Nel 2004, dopo la grazia del Presidente Ciampi, giurò: "Cambio vita". Da bandito a candidato al Grande Fratello, reality, libri scritti a più mani. Dal 2019 a ieri ha assaporato un anno di libertà, per decorrenza dei termini. Ma il passato a volte ritorna e come mezzo secolo fa le sue foto segnaletiche viaggiano nei rapporti di polizia: ricercato.
di Gianfranco Lena
Il Riformista, 4 luglio 2020
Prelevato da casa in manette tra le telecamere e i flash. Lessi l'ordinanza e pensai: se possono arrestarti per questo, può toccare a tutti. Di Matteo chiese 9 anni per associazione mafiosa: fu assolto con formula piena.
Quando l'incredibile si interseca con la realtà è allora che nascono storie come questa che ha coinvolto mio padre, in prima persona. Raccontarla non è semplice per me ma penso sia doveroso farlo. È sempre stato un uomo libero, Francesco Lena. Libero nel fare impresa, libero da legami equivoci, libero di realizzare quello in cui ha sempre creduto anche lontano da casa sua. Oggi è ancora più libero.
Tre sentenze di assoluzione con formula piena "per non aver commesso il fatto". Adesso anche il decreto della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo che gli ha restituito l'azienda nella quale crede come una sua "creatura".
In tutto 2.860 giorni di calvario giudiziario che non si dimenticano facilmente. Non si dimenticano i titoli della grande stampa a poche ore dall'arresto, non si dimenticano tutti coloro che, fi no al giorno prima amici fidatissimi, sono scappati come i topi di una nave che affonda. Era un giovedì quel 10 giugno 2010, quando venne prelevato, all'alba e costretto in manette, dalla sua villa con le telecamere ed i flash in faccia. Ricordo il telefono che squillò alle 6 del mattino e l'espressione sul volto di mia moglie quando mi passò la cornetta.
Ricordo la girandola di voci, telefonate, la lettura di tutte le pagine dell'ordinanza d'arresto seduto in cucina e la mia esclamazione finale: se possono arrestarti per questo allora domani tutti possiamo essere arrestati. Una vicenda che ricorda, con le dovute proporzioni, quella di Enzo Tortora.
L'ingegnere, così lo chiamano per la laurea honoris causa conferitagli dall'Università di Princeton, ripensando alla gogna mediatica subita abbozza un sorriso: "Non mi lamento. A Tortora è andata peggio. E continua: Voglio raccontare la verità. Perché io sono innocente. Anzi, di più: sono una vittima". Una vittima di certa antimafia. Le accuse mossegli sono condensate nell'inchiesta "Mafia e appalti"
I Pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo ritengono che i suoi soldi siano sporchi. Il Gip firma il provvedimento di custodia cautelare. Il riassunto mette i brividi. Lena elemento organico della famiglia mafiosa del quartiere palermitano dell'Uditore. Lena in società con Salvatore Lo Piccolo. Lena prestanome di Bernardo Provenzano.
Tutto ha avuto inizio quel maledetto 10 giugno del 2010, racconta Francesco Lena. Alle quattro del mattino, bussano: Polizia, siamo qui per lei, si tratta di mafia. Mia moglie Paola sorride: state scherzando? E l'agente: non c'è niente da ridere. Mi sentivo come se quell'assurda esperienza stesse accadendo a un'altra persona. Prima mi portano al Pagliarelli, in isolamento. Poi vengono a prendermi.
Riprende la descrizione di quelle ore. Mi trovo alla presenza del pm Nino Di Matteo, che fi no ad allora non avevo mai sentito nominare. Questi inizia a pormi le sue domande. Spiego da dove vengono i miei soldi. Spiego che quei mafiosi che parlano di me nelle intercettazioni, io non li conosco. Del resto, questi personaggi parlano sì di me ma non parlano mai con me.
E poi Salvatore Lo Piccolo che afferma il Pm sia stato mio socio. Non è il boss, ma un omonimo nato ad Agrigento nel 1912! Ci sono anche gli atti di compravendita di alcuni terreni a Palermo fatti proprio con i suoi eredi. Finito il racconto, il Pm si alza e dice: Non mi convince. Mi crolla il mondo addosso. Finiscono i giorni del Pagliarelli, ecco i domiciliari ed il processo.
Alla vigilia della prima udienza, l'11 luglio 2011, il sindaco di Castelbuono, Mario Cicero (all'epoca del Pd, poi transitato in Sel), gli revoca la cittadinanza onoraria. Il processo di primo grado, svolto con il rito abbreviato, è agli sgoccioli. Il 19 settembre 2011 il Pm, che ha abbandonato il profilo della contestazione dell'aver fatto parte della famiglia mafiosa di Uditore, chiede 9 anni di reclusione per associazione mafiosa, oltre alla confisca dell'azienda.
Rimasi sereno - riprende - il Gup mi guardò negli occhi. Ecco un uomo che mi tratta da uomo. La sentenza è di assoluzione. Assoluzione in Appello. Sigillo definitivo dalla Cassazione che chiosa nelle motivazioni definendo il processo di Appello "una doppia conforme" del processo di Primo grado. La voglia di ritornare alla guida del timone è tanta: Santa Anastasia deve essere il futuro per i giovani del paese.
Il riferimento è al procedimento che si è concluso alla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, azzerata dopo lo scandalo che ha coinvolto i giudici che ne facevano parte e in particolare il suo ex presidente Silvana Saguto. Dopo 8 anni di amministrazione giudiziaria, l'Abbazia - che produce vini fra i migliori in Sicilia, come il pluripremiato Litra - si trova in grande sofferenza economica. Mio padre non può risolvere da solo la crisi. Non può avere accesso al credito bancario perché nel frattempo la Procura ha impugnato il dissequestro e il processo di appello è ancora in corso.
E pensare che, durante l'amministrazione giudiziaria, in Abbazia si tenevano dei corsi di "alta formazione" per amministratori giudiziari: "Summer school", li chiamavano, un nome sofisticato per nascondere delle vere e proprie messe in scena autocelebrative di una certa antimafia. Oggi l'Abbazia è diventato il luogo del riscatto imprenditoriale e civile. Qui si sono svolti due convegni del Partito radicale e di Nessuno tocchi Caino all'insegna dell'antimafia sciasciana, quella non della terribilità ma del diritto. "Historia magistra vitae".
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