di Fabio Tonacci
La Repubblica, 6 luglio 2020
La Pietà del Mediterraneo è il corpo scheletrico di un giovane uomo etiope, sorretto da un marinaio siriano. Il diciassettenne Borhan Loukasi è arrivato fin sulla soglia dell'Europa, ma ora non riesce a varcarla con le proprie gambe. Lo devono portare in braccio perché è privo di forze e ha il piede sinistro gonfio, con un osso sporgente fuori posizione.
"Gli hanno spezzato la gamba in Libia, quando l'hanno torturato", dicono gli uomini che hanno fatto la traversata con lui. La Pietà del Mediterraneo è anche quel marinaio siriano, con la tuta blu da motorista, la mascherina anti-Covid e le braccia robuste.
Si chiama Alì Bib e proviene da un luogo, la Siria, dove hanno imparato cosa vuol dire fuggire dall'orrore e vagare verso una terra che si suppone migliore. Alì non deve avere molti anni in più del fardello umano che regge. I due non si conoscono, ma sulle scalette metalliche del mercantile Talia sono diventati fratelli. Alì ha preso di peso Borhan al ponte sei, ha sceso i gradini fino al ponte cinque, poi il quattro, infine lo ha consegnato ai guardiacoste maltesi. Benvenuto in Europa, Borhan. Guardatela questa foto, scattata durante la discesa della compassione.
Gli occhi spalancati nel volto scavato di Borhan. Non è solo paura, è la perdita della speranza, o la sua assenza, la diffidenza persino verso chi ti porge una mano. La foto che pubblichiamo è, dunque, un simbolo.
Interroga la coscienza sporca dell'Europa, che sa perfettamente cosa avviene tutti i giorni nel mezzo del Mediterraneo, ma non trova un modo per fermare l'ecatombe. Rammenta le migliaia di invisibili cui la sorte non concede neanche la dignità di un nome e di una storia: finiscono in fondo al mare, oppure intercettati dalla guardia costiera libica e riportati nei centri di detenzione. Affogati in entrambi i casi. Il Talia, mercantile battente bandiera libanese, venerdì scorso ha salvato Borhan e altri 51 migranti etiopi e sudanesi prelevandoli da un barchino di legno in avaria. Si trovavano nella zona di competenza maltese.
Per proteggerli dal maltempo li hanno sistemati nell'unico spazio libero e riparato: la stiva lercia e nauseabonda dove tengono il bestiame da trasportare. Le pecore, gli agnelli, i tori. Gli esseri umani, quando sono migranti e nessuno li vuole. Il capitano, Mohammed Shaaban, è mortificato. "Non sapevo dove metterli, l'imbarcazione è piccola", spiega a Repubblica.
"Almeno là sotto possiamo tenerli distanziati. Però nessun uomo dovrebbe essere costretto a stare laggiù...". Il governo di Malta si rifiuta di autorizzare lo sbarco. Dopo tre giorni passati a galleggiare davanti alla Valletta, finalmente ieri sono stati concessi due medevac, le evacuazioni per urgenti motivi sanitari. Prima è sceso un diciottenne etiope, poi Borhan. Gli altri restano a bordo, non si sa per quanto ancora. "Porti chiusi fino a quando non avremo rassicurazioni dagli stati membri dell'Ue sulla ricollocazione dei 52 migranti", fanno sapere le autorità di Malta.
La stessa filosofia di Matteo Salvini, quando era ministro dell'Interno. Il mercantile era salpato dalla Libia e stava facendo rotta verso Cartagena. É stato Alarm Phone, l'Ong che raccoglie le chiamate di aiuto, a segnalare venerdì alle 5 della mattina la presenza del barchino.
Era in acqua da quarantotto ore. La partenza era avvenuta due giorni prima dalle coste libiche. Dalla Valletta, dopo il salvataggio, avevano promesso che avrebbero risolto la situazione in fretta, invece lo stallo va avanti da tre giorni. Rimane il giovane Borhan, sorretto dal marinaio Alì. La Pietà in mezzo al mare. Il corpo del reato umanitario, che l'Europa finge di non vedere.
di Stefano Corradino
articolo21.org, 6 luglio 2020
"La nostra non è la piazza della contrapposizione e della protesta ma della condivisione e della proposta". Aboubakar Soumahoro, sindacalista Usb chiude la manifestazione di Piazza San Giovanni a Roma con un appello alla politica e alle istituzioni affinché ascoltino le tante istanze provenienti dagli "invisibili". Giovani, donne, immigrati, precari, lavoratori del cinema, della musica, giornalisti freelance. Li ha citati più volte gli operatori dell'informazione che fanno un lavoro fondamentale con contratti precari.
Aboubakar lancia a conclusione del suo intervento il manifesto degli Stati Popolari le cui parole portanti sono "Giustizia, libertà e felicità". Oggi in piazza c'è "chi ha fame di diritti e sete di dignità nel nome degli articoli 1 e 3 della Costituzione" ha sottolineato Aboubakar da palco, il primo che fonda la Repubblica sul lavoro, l'altro che fissa il principio di uguaglianza fra i cittadini, purtroppo disatteso perché il Covid ha acuito le disuguaglianze sociali.
Sul palco i braccianti hanno portato i guanti e gli stivali, i loro strumenti di lavoro, e la verdura, il frutto del loro lavoro. "Un fallimento la sanatoria per i braccianti agricoli" incalza Aboubakar: "ciò che manca nelle campagne non sono le braccia ma i diritti dei braccianti". Tanti in piazza. L'appello ripetuto più volte dal palco è di stare distanti e indossare le mascherine. Ci sono gli striscioni degli operai della Whirpool, ci sono i lavoratori di Alitalia e dell'Ilva, quelli della scuola. Ci sono i rider, Mediterranea, Black lives matter, Movimento Lgbt, Friday For Future... Carola Rackete ha mandato un video, i genitori di Giulio Regeni lo hanno spedito il giorno prima. Istanze diverse ma lo spirito è uno solo: gli invisibili vogliono diventare visibili. In realtà già lo sono. I rider che portano la pizza a casa mentre siamo comodamente sul divano li vediamo ma troppo spesso non ci domandiamo quanto sia precario il loro lavoro, quanto siano negati i loro diritti fondamentali.
di Michela A.G. Iaccarino
Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2020
La più numerosa popolazione carceraria del mondo si trova in quella che si fa chiamare la terra dei liberi. La più antica e buia prigione della soleggiata California, costruita da detenuti nel 1852, è San Quentin, che si estende per quasi due chilometri quadrati nella baia di Marin. In un'ala della struttura c'è il braccio della morte per tutti i condannati dello Stato.
Col tempo le impiccagioni, le camere a gas, sono state sostituite dalle iniezioni letali. Ma sono i vivi che chiamano questa prigione "la giungla" o "l'arena" o semplicemente "Q". Johnny Cash la chiamò invece livin' hell, "inferno in terra". Decise di registrare un intero disco tra quelle celle e corridoi dove risuonarono i suoi versi: "San Quentin mi hai piegato il cuore, la mente e forse anche l'anima, i tuoi muri di pietra mi gelano il sangue". È il posto dove perfino le ossa delle bistecche - che ora non vengono più servite alla mensa -, possono diventare, se accuratamente limate, delle armi da usare durante rivolte e sommosse.
A San Quentin ci sono assassini brutali, stupratori, ladri. E adesso anche giornalisti, grazie a un progetto di recupero finanziato da Stato, donazioni e volontari. Molti attivisti negli anni di Black Lives Matter hanno protestato contro l'amministrazione carceraria californiana per fermare l'espansione degli istituti penitenziari. Gli attivisti, ragazzi neri e bianchi, avevano tutti una maglietta arancione addosso, lo stesso colore delle tute dei detenuti. Sanno che i prigionieri vivono in una divisione dentro l'altra, una separazione molto più profonda ed evidente di quella vissuta nel mondo fuori: oltre ai muri dei blocchi, c'è la segregazione auto-imposta dei prigionieri. Neri con neri, bianchi con bianchi, latini tra latini. Ma c'è un posto dove tutti si incontrano in nome di un compito e di una passione comune: la redazione.
Mani sui tasti, occhi sugli schermi. La scritta San Quentin News svetta blu in cima al giornale sul logo grigiastro dell'edificio fatto di torri e torrette: è la prigione stilizzata dagli incarcerated, gli abitanti della prigione, dove anche i giornalisti del Wall Street Journal hanno tenuto corsi di scrittura e giornalismo. Alla redazione del San Quentin, prima di decidere di parlarti vogliono sapere una cosa da te: "Possiamo chiederti come mai ti sei interessata a noi?".
In copia alla mail ci sono i numerosi supervisori dell'istituzione che approvano le conversazioni con il mondo esterno. Nel giornale esistono sezioni dedicate allo sport, agli esteri e una riservata esclusivamente alla pena di morte. Non solo le vite dei neri contano: anche trans lives matter. Il giornalista prigioniero Joe Garcia scrive che per la prima volta nella storia del carcere, i prigionieri hanno ricordato le 22 persone transgender uccise in America l'anno scorso.
Troy Williams, fondatore del Prison Report, tra di loro è il pioniere. Ha cominciato nel 2010 quando è finito dentro per rapimento e rapina, ma una volta fuori è rimasto tra macchine fotografiche e computer, diventando produttore. È il giornalismo come riabilitazione mentre perdi il conto degli anni da scontare. Fare i giornalisti, dicono i detenuti, vuol dire avere la possibilità "di raccontarci, quindi di pensarci, in un altro modo. Un modo diverso da come ci vedono gli altri, da come ci vediamo noi". Parlano di vite che ne hanno incrociate altre ancora più storte, che si spezzano in certi punti precisi, che sono tutte diverse fino a un attimo prima del precipizio e del crimine, ma poi diventano tutte simili nelle cadute. E nelle sentenze di decenni da scontare. Esistenze che diventano uguali nelle celle, incagliate nel flusso della vita della prigione, come oggetti che rimangono incastrati involontariamente in una rete.
"Sono il tenente Sam, ufficiale di pubblica informazione, e approvo questa storia": questa è la frase che si sente prima che cominci la trasmissione radio di Uncaffed, letteralmente "senza manette", della Solano State Prison californiana. I loro corpi in tuta arancione si fermano alla soglia del carcere, le loro parole possono uscire fuori. We got the mic now: "Abbiamo noi il microfono adesso", dicono i detenuti. È lo scettro del potere, l'amplificatore a cui consegnano le loro storie che risuonano molto lontano dalle sbarre. Il filo del microfono è quello da seguire per uscire dal labirinto in cui sono finiti. "Respiro la stessa aria del dormitorio di 250 persone, se uno prende il Corona tutti lo prendiamo, quando dietro di noi chiudono la porta. Tu invece hai il lusso della cella", dice un detenuto ad un altro parlando del Covid-19.
Il virus ha già ucciso 20 prigionieri a San Quentin, 539 sono rimasti contagiati. "Chi ci farà il test, se non li fanno nemmeno a quelli fuori?". Condividono passati: qualcuno ha commesso un omicidio, qualcuno ha perdonato suo padre per le violenze subite da bambino e ha, a sua volta, perpetrato su altri. Si danno consigli sulla meditazione se hai attacchi di panico claustrofobici per gli spazi ridotti, spiegano come sopravvivere ai soprusi degli altri detenuti.
A volte piangono, a volte ridono in onda. Spesso i "cattivi" hanno sorrisi bianchi e pelle scura. Sono quelli a cui la vita ha presentato sin dal suo inizio poche alternative e nessuna altra scelta, se non quella della povertà senza via di fuga. Molti americani hanno ascoltato i consigli sulla quarantena da chi vive perennemente chiuso dentro: durante il Covid-19 per i detenuti c'è stato un lockdown dentro l'altro, una matriosca di porte serrate, e, con le visite dei familiari sospese, del mondo fuori non avevano più notizie.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 6 luglio 2020
La richiesta di un porto sicuro, l'attesa. La polemica politica che infuria, la dichiarazione dello stato di emergenza a bordo. Ma ora, a distanza di quattro giorni dalla richiesta di un porto sicuro, per i 180 migranti ospitati sulla Ocean Viking, la nave della Ong Sos Méditerranée, lo stallo sembra essersi risolto: dovrebbero sbarcare oggi a Porto Empedocle. A comunicarlo è stata la Ong con un tweet: "La nave ha finalmente ricevuto istruzione di dirigersi a Porto Empedocle. I 180 sopravvissuti saranno sbarcati".
eri tutti i naufraghi sono stati sottoposti al tampone per il coronavirus. Per risolvere la situazione degli arrivi, resa più difficile dal rischio contagio da coronavirus, il Viminale ha chiesto e ottenuto che i tamponi siano sempre effettuati a bordo delle navi umanitarie, prima dello sbarco. A occuparsene è stato il personale medico dell'Asp di Ragusa, insieme a due sanitari dell'Usmaf.
Le polemiche non sono mancate: "La Regione si è sostituita allo Stato. Non mi pare una cosa normale. Qualcuno a Roma dovrebbe iniziare a chiedersi perché in Sicilia l'Usmaf non ha personale per adempiere ai suoi compiti istituzionali. E fare qualcosa. Subito", ha detto l'assessore siciliano alla Salute, Ruggero Razza. "Non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale - ha detto invece il sindaco Ida Carmina, del M5s - non capisco perché Porto Empedocle sia l'unico porto sicuro d'Italia, tutto questo crea un gravissimo danno d'immagine alla nostra comunità, con forti ripercussioni economiche".
Arrivata a Porto Empedocle, la Ocean Viking dovrà restare in rada: dopo il risultato dei test, ci sarà il trasbordo dei 180 sulla nave-quarantena Moby Zaza, noleggiata dalla Protezione civile per tenere in isolamento i naufraghi soccorsi e portati in Italia, evitando che entrino in contatto con gli operatori dei centri di accoglienza e con la popolazione prima di 14 giorni. Sulla Moby Zaza sono attualmente ospitati altri 208 immigrati, sbarcati dalla Sea Watch. Tra loro, 28 sono positivi al virus e sono stati isolati su un ponte della nave, considerato zona rossa.
La quarantena dei 208 si è conclusa ieri sera e, se i tamponi di controllo risulteranno negativi, i migranti verranno sbarcati e si creerà il posto per i 180 della Ocean Viking.Venerdì la nave della Sos Méditerranée aveva dichiarato lo stato di emergenza dopo che sei profughi avevano tentato il suicidio.
Il caso ha scatenato una serratissima polemica politica. Ieri il Governo è stato letteralmente bombardato sui social, principalmente da esponenti di partiti di sinistra, che chiedevano all'esecutivo di fare sbarcare i migranti. In tanti hanno taggato nei post l'account del Pd e quello del segretario Nicola Zingaretti: "Finalmente, in futuro si deve essere più tempestivi. Ma bene. I problemi si risolvono non si cavalcano, soprattutto quando si tratta di vite umane".
Dopo l'ok al trasbordo, la reazione del leader della Lega Matteo Salvini non si è fatta attendere: "Minacciano il suicidio... e il governo apre subito le porte. Saranno ospitati sulla confortevole nave Moby Zaza a spese degli italiani e poi sbarcati. Tornano i bei tempi!", scrive su Facebook.
di Carmelo Palma
linkiesta.it, 6 luglio 2020
Attivista, avvocato e politico, è stato in Parlamento dal 1976 al 1992 per poi continuare le sue battaglie, attraversando il quarto di secolo post-Tangentopoli con una critica sempre più documentata dell'eversione democratica rappresentata dalla tutela giudiziaria della Repubblica.
Dei molti dirigenti che fecero del Partito Radicale una nave corsara dell'eresia politica progressista, nell'Italia bloccata dal monopolio democristiano del governo e comunista dell'opposizione, Mauro Mellini non è stato il solo a rompere con Marco Pannella, ma fu quello a farlo nel modo più definitivo.
Dopo la svolta cosiddetta "transnazionale" della fine degli anni Ottanta, da lui considerata una forma di diserzione o un mero divertissement ideologico, Mellini, terminato il mandato al CSM, in cui malgrado i dissidi l'aveva voluto proprio Pannella, continuò per così dire "in solitaria" la propria militanza sui temi della giustizia e del potere giudiziario.
Dal 1994 a oggi, lasciando gli incarichi istituzionali, ha continuato a fare il laico e il garantista intransigente, attraversando il quarto di secolo post-Tangentopoli con una critica sempre più documentata e radicale dell'eversione democratica rappresentata dalla tutela giudiziaria della Repubblica. Nella stagione berlusconiana, ha difeso il Cavaliere "fatto oggetto di una vergognosa persecuzione", palesando però un dichiarato scetticismo sulla sua caratura ideale e sulla sua capacità di rinnovare o reinventare un pensiero e un partito liberale.
Mellini debutta da dirigente politico nel Partito radicale dopo la sua "rifondazione" da parte del gruppo della sinistra radicale nel 1963. È fin dall'inizio una figura politicamente ibrida: giurista e intellettuale sofisticato, come molti degli esponenti radicali che accompagnarono Pannella, ma anche inventore e organizzatore di campagne di successo, la principale delle quali fu certamente quella del divorzio, che diede un oggetto e un obiettivo preciso all'anticlericalismo profetico di Pannella, fino ad allora incentrato sulla battaglia anticoncordataria.
Mellini aveva un senso pratico della politica e un particolare gusto per la vita e per la buona tavola. Era scrupoloso e sarcastico, affidabile e irascibile. Dava, molto più di altri radicali, l'impressione di intendere gli ideali politici nel senso di una particolare concretezza.
Dopo il trionfo del No al referendum del 1974, Mellini lavorò alla battaglia sull'aborto, che inflisse una seconda sconfitta storica al temporalismo politico democristiano. Emma Bonino, che fu introdotta da Adele Faccio nel mondo radicale attraverso l'esperienza del Cisa - Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto - ricorda spesso che il suo primo incontro con Pannella fu preceduto da un lungo viaggio in auto da Milano a Roma, con una tappa a Firenze per caricare proprio Mellini, che stava arringando paonazzo, con le carotidi che sembravano esplodere, una folla di femministe coi gonnelloni a proposito delle disobbedienze civili sull'aborto. E nel viaggio verso Roma Mellini pretese di fermarsi a pranzare, facendo aspettare Pannella.
Non fu per caso dunque che questo avvocato, che aveva svelato gli scandali delle cause di annullamento della Sacra Rota e l'ipocrisia della giustizia canonica, diventò nel 1976 uno dei quattro primi deputati radicali (con Adele Faccio, Emma Bonino e Marco Pannella), rimanendo alla Camera fino al 1992, regista imprescindibile delle strategie istituzionali del PR. Molti anni dopo, nel 2018, raccoglierà questa esperienza in un libro, "C'era una volta Montecitorio".
Come ricorda una memoria storica radicale, Lorenzo Strik Lievers, anche nella strategia referendaria di Pannella - cioè nell'uso di uno strumento di democrazia diretta come forma di contropotere alla stagnazione partitocratica - c'è molta farina del sacco di Mellini.
"La Democrazia cristiana ha voluto la legge di attuazione dell'istituto referendario per battere il divorzio? E noi, allora, faremo i referendum laici!". All'insegna della laicità e della battaglia anticlericale va in fondo intesa anche la sua lotta per la giustizia, come difesa della democrazia dal condizionamento ideologico di un potere, che non veste più gli abiti talari dei preti dell'Italia democristiana, ma le toghe dei magistrati autoproclamatisi salvatori della Patria e guardiani della probità della Repubblica.
di Alessandra Fabbretti
agenziadire.com, 6 luglio 2020
Riforma per velocizzare processi tra effetti di pandemia Covid-19. Il Kenya dice basta alla macchina della giustizia tradizionale, basata su archivi polverosi, fogli di carta che possono essere persi o distrutti e lunghe file alle cancellerie: il Paese, questo l'impegno, abbraccia la digitalizzazione. D'ora in avanti ogni pubblico ministero, avvocato o querelante potrà presentare la propria documentazione relativa a cause e procedimenti in formato elettronico, senza dover passare per il tribunale o gli uffici amministrativi. Il nuovo sistema permetterà anche di trasmettere gli atti ai diretti interessati direttamente nei loro uffici o nel loro domicilio, oppure di archiviarli in rete. A presentare il progetto il ministro David Maraga, secondo il quale ora "la giustizia sarà più efficiente ed affidabile".
La riforma dovrebbe consentire di accelerare i processi, ma per metterla a punto e approvarla ci è voluto un po' di tempo. Da mesi gli esperti erano infatti al lavoro. A dare la spinta finale è stata la pandemia di Covid-19: la chiusura degli uffici e la sospensione dei procedimenti, misure che si sono rese necessarie per contenere il nuovo coronavirus, hanno confermato quanto fosse urgente trovare un'alternativa al meccanismo tradizionale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 luglio 2020
Il Cnf "stigmatizzata la modalità di intervento sulle norme che riguardano la tutela processuale dei diritti". Riaprono i tribunali e i cancellieri tornano in ufficio. Ma non senza polemiche e strascichi, dopo le dure contrapposizioni delle scorse settimane con l'avvocatura, che ha lamentato l'immobilismo della macchina giudiziaria durante tutto il periodo della Fase 2, terminato il 30 giugno.
di Giuliano Mignini*
perugiatoday.it, 5 luglio 2020
La giustizia e la magistratura hanno bisogno di una riforma. si può essere tutti d'accordo su questa affermazione, ma la domanda corretta è: quale riforma e perché? Giuliano Mignini, magistrato perugino da poco in pensione, ci offre alcuni spunti di riflessione su questo tema molto dibattuto, anche alla luce del caso Palamara e per le dichiarazioni, postume, del magistrato Amedeo Franco sulla condanna di Silvio Berlusconi. Una riflessione sull'essenza dell'amministrazione della giustizia, sulle presunte storture e sul valore della legge.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 5 luglio 2020
Parla il direttore sanitario di San Vittore. Il dottor Ruggero Giuliani è una di quelle persone che ti sembra di conoscere da sempre, anzi, che avresti voluto aver conosciuto da sempre, tanto che immediatamente ti perdi nella sua storia. E ti ritrovi a dargli del tu come se non fosse solo la seconda volta che lo vedi e come se non si fosse in una situazione oppressa dalle mura di una prigione. Oggi il dottor Giuliani è il direttore sanitario del carcere di San Vittore, reduce dalla battaglia con il Covid-19 e anche da quella con la rivolta dei detenuti del 9 marzo.
Ma fino a poco tempo fa, con la collega (che casualmente è anche sua moglie) Teresa Sebastiani era operatore sanitario di Medici senza frontiere in Africa, per oltre dieci anni, in luoghi di guerra e in ultimo in Mozambico. È specializzato in infettivologia. Così è cascato da un anno dentro i gironi infernali di San Vittore proprio alla vigilia dell'arrivo di un virus che lui ha annusato abbastanza in fretta, pur se a tutti sconosciuto.
Il racconto di questi mesi a San Vittore è l'immagine plastica di una sorta di bolla che si è (è stata) salvata pur all'interno della complicata situazione sanitaria lombarda. Nell'istituto, al numero due della piazzetta Filangieri cantata da tante canzoni della mala milanese come "Ma mi", oggi ci sono circa 850 detenuti.
Il che significa il venti per cento in meno dei 1.000-1.100 dell'era ante-Covid. Chiedo subito di chi sia il merito: dei giudici di sorveglianza o del decreto governativo? "No, il motivo principale è stata la riduzione delle attività investigative e della presenza dei presìdi di polizia nelle zone rosse". Quindi, poiché zona rossa (o arancione) è stata tutta la Regione Lombardia, questo vuol dire non solo che forse in Italia ci sono troppi reati di strada, cioè la cosiddetta piccola criminalità, ma anche che si arresta con troppa facilità, come se il carcere fosse l'unica soluzione dei problemi di devianza o emarginazione.
"Il carcere ormai - il dottor Giuliani ne è convinto - è l'ultimo luogo che si prende cura dei residuali. Li chiudi dentro, butti la chiave e li tieni lì. Forse in questo modo affronti qualche problema di sicurezza, ma dimentichi che punire equivale a far soffrire".
A San Vittore il 70% è composto da detenuti stranieri che non hanno neanche un domicilio, quindi è difficile applicare loro le misure alternative al carcere. Così è anche per molti anziani malati e soli. Sono questi i problemi. Qui non esistono reparti di alta sicurezza e neanche 41bis. Qui c'è la "normalità" di poveri ed emarginati per cui la detenzione pare l'unica soluzione di vita. O di sopravvivenza.
Quindi, come è andata con il Coronavirus? "La prima regola, in presenza di un virus così contagioso, è ridurre il sovraffollamento. Ma in un carcere come questo, con piccole celle da 3 persone in nove metri quadri o grandi da 11 in 18 metri quadri, non puoi fare nessun distanziamento.
L'unica soluzione è tenere sempre le celle aperte, cosa che si fa con molta ipocrisia dopo la sentenza Torreggiani (quando la Cedu ha condannato l'Italia per gli spazi ridotti per detenuto, ndr), così si contano anche i metri dei corridoi. Non potendo intervenire su questo aspetto, noi come prima cosa abbiamo chiuso porte e portoni, cioè sospeso i colloqui e bloccato l'ingresso degli esterni non indispensabili. Fin dal mese di febbraio avevamo prestato particolare attenzione alle polmoniti e ai detenuti cinesi o che comunque fossero arrivati dalla Cina". Ma ci sono cinesi? Sorriso: "Certo, e adesso cuciono mascherine e camici che sono stati già omologati dal Politecnico".
San Vittore dispone di un ottimo Centro clinico interno, con venti medici e cinquanta infermieri. Con qualche operatore sociosanitario, un'ottantina di persone, che nei mesi scorsi si sono occupate quasi a tempo pieno della pandemia. "Con il Direttore Giacinto Siciliano abbiamo costituito una task force fin dal 23 febbraio, quando fu scoperto a Codogno il famoso paziente uno, e abbiamo intensificato tutte le misure di prevenzione.
Poi il 9 marzo la rivolta ha rischiato di far saltare tutto. C'erano già state tensioni a Pavia e Voghera, penso ci sia stato una sorta di tam-tam. Ma quando penso ai volti dei "miei ragazzi" sul tetto mi vien da sorridere all'idea che qualcuno abbia pensato a una strategia per far insorgere i carcerati. Credo invece che loro fossero delusi perché speravano in una soluzione Iran, cioè carceri svuotate completamente. Comunque abbiamo superato quel momento, anche se abbiamo avuto problemi con i nostri agenti che erano andati a dare una mano fuori, cioè nelle altre carceri e che si sono contagiati".
Non sono uscite all'esterno molte notizie su quel che succedeva "dentro", dopo i giorni della rivolta. "I primi casi si sono verificati all'inizio di marzo, ma solo per un paio di detenuti che sono transitati all'ospedale di Niguarda, dove hanno necessitato anche di piantonamento. Così si sono contagiati circa sessanta agenti, di cui il settanta per cento erano sintomatici. Ma in tutto la situazione grave si è limitata a un agente e un detenuto morti, purtroppo". Questo è il momento in cui Ruggero Giuliani, che neanche per un attimo ha mostrato la vanità dei tanti virologi che in questi mesi hanno affollato le nostre tv, ha un moto d'orgoglio. Sembra quasi uno che crede davvero nelle virtù salvifiche del carcere. Perché a partire dal 7 aprile il Centro clinico di San Vittore è diventato a tutti gli effetti il "Centro Covid" di tutta la Lombardia.
"Mentre tutti ci dicevano di scarcerare, noi pensavamo a curare. Abbiamo fatto 1.500 tamponi. Ogni volta che trovavamo un positivo, immediatamente, entro le ventiquattrore, abbiamo fatto i tracciamenti di tutti i contatti interni. E siamo intervenuti in modo rapido ed efficace a dare l'accesso alle cure. Fino a un certo momento eravamo anche riusciti a tenere separati i tre settori paralleli: detenuti, agenti e personale sanitario. Ma il 31 marzo era avvenuto il primo contagio interno, cioè il passaggio del virus da detenuto ad agente e viceversa".
È stato in quel momento che la task force ha fatto un vero appello ai detenuti. "Abbiamo bisogno di voi, abbiamo detto, e li abbiamo coinvolti sollecitando comportamenti attivi, con un decalogo di regole di prevenzione, con l'uso di mascherine e di igienizzazione di ogni oggetto presente nelle celle". Insomma, è andata. "Abbiamo avuto l'ultimo positivo interno il 24 aprile. Complessivamente i positivi erano stati 22 detenuti su 550 e 60 agenti su 550. Poi ci sono arrivate 70 persone positive dalle carceri di tutta la Lombardia.
Li abbiamo curati tutti, ora ne sono rimasti solo tre". Tre è un numero di qualche giorno fa, relativo al momento dell'intervista. Inutile chiedere, infine, al dottor Ruggero Giuliani se sia favorevole all'amnistia o all'indulto. Lui crede molto nella riabilitazione sociale, nella formazione, nel lavoro. "Ci sono tanti reati di povertà...", scuote la testa, sconsolato. Se questo medico di frontiera vi ha dato l'impressione di essere un vecchio saggio giramondo, sappiate che ha solo 48 anni. Molto ben vissuti.
Quotidiano del Sud, 5 luglio 2020
Ieri pomeriggio, nel carcere di Cosenza, un detenuto straniero si è tolto la vita, impiccandosi mentre era nella stanza detentiva. "Nonostante gli interventi posti in essere, anche attraverso i medici del 118, non è stato possibile salvargli la vita. Ricordiamo che ogni anno la polizia penitenziaria salva la vita a oltre mille detenuti che tentano il suicidio", affermano Giovanni Battista Durante, Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Damiano Bellucci, segretario nazionale.
"Nell'istituto penitenziario di Cosenza, lo scorso 31 maggio, erano presenti 220 detenuti che sono gestiti da un organico della Polizia penitenziaria insufficiente. Infatti, si registra una carenza di organico in tutti i ruoli, di oltre 30 unità di Polizia penitenziaria, posto che a fronte di una previsione di complessive 169 unità, che peraltro non rispecchiano le reali esigenze della struttura, ne risultano assegnate solo 139 unità".
"Su questa problematica il Sappe - afferma in una nota - nei giorni scorsi, ha interessato la direzione generale del personale del Dipartimento, per evidenziare che l'organico della struttura penitenziaria cosentina è sottodimensionato. È stata chiesta l'adozione di ogni utile iniziativa finalizzata all'adeguamento dell'organico della Polizia penitenziaria della casa circondariale di Cosenza".
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