di Antonio Gurrado
Il Foglio, 8 luglio 2020
Venti detenuti della casa circondariale di Secondigliano sono stati indotti ad affrontare "Il visconte
dimezzato" di Calvino. Il sottinteso è che non possa essere concepita come un'attività piacevole.
Chi si macchia di reati sessuali potrà essere condannato a leggere Calvino; e non Calvino nel senso del tetro moralista Giovanni, di cinquecentesca memoria, bensì il più gioioso e dilettevole Italo. È stato il caso di venti detenuti della casa circondariale di Secondigliano, i quali, di età variabile fra i venticinque e i sessant'anni ma accomunati dalla fattispecie di reato, nei mesi scorsi sono stati indotti a formare un gruppo di lettura in cui analizzare e sceverare "Il visconte dimezzato"; esperienza che adesso raccontano in un libro scritto a quaranta mani.
Inutile dire che l'iniziativa è stata presentata come occasione di lavoro su sé stessi, dovuta alla consueta illusione che leggere renda migliori; è tuttavia inutile anche dire che il sottinteso è sempre e solo la concezione punitiva che l'Italia ha della lettura e della cultura in genere, talché leggere un libro o andare a teatro o ascoltare Haydn non viene mai concepito come piacere di per sé, fine a sé stesso, ma sempre come occasione per emendarsi e dunque strumento penitenziale. Vabbe'.
Del resto già duecentocinquant'anni fa, se non erro, Federico II di Prussia aveva avuto l'idea di condannare uno stupratore a leggersi le ponderose opere dei gesuiti Molina e Sanchez; provateci anche voi, il "De sancto matrimonii sacramento" è un mattone casuistico che vi farà rimpiangere qualsiasi cosa abbiate fatto e impetrare perdono anche se siete innocenti. Alla fine con Calvino (Italo) va ancora bene; già si può fantasticare su un futuro in cui i malviventi si redimano per timore di dover poi commentare Verga, parafrasare Tasso o (i più incalliti) leggere Saviano. Resterebbe solo da stabilire quale colpa immane debba gravare su chi, poi, leggerà i libri che i condannati scriveranno sulla propria esperienza di lettori.
gonews.it, 8 luglio 2020
Si è concluso il corso annuale della Scuola di teatro Don Bosco, a cura della Compagnia I Sacchi di Sabbia, realizzato grazie al contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana. Il Covid19 non ha fermato questo momento importante per la cultura e rieducazione all'interno dell'Istituto ed anzi, è andato in controtendenza rispetto al susseguirsi di lezioni, seminari e tutorial tutti rigorosamente on line. Il corso ha rispolverato la carta, il cartaceo, le epistole, le lettere.
Il team di docenti Francesca Censi, Gabriele Carli, Letizia Giuliani, Carla Buscemi, Davide Barbafiera ha elaborato materiali da inviare periodicamente ai detenuti in forma epistolare. E' nato così il progetto "Lettere dannate": a partire dalle storie dei personaggi della Divina Commedia, si è creato uno scambio di spunti e suggestioni drammaturgiche, in forma di epistola cartacea, decisamente desueta ai nostri tempi.
Attraverso le lettere, i detenuti allievi hanno ricevuto materiali elaborati in forma di dialoghi o monologhi o racconti delle storie dei personaggi della Divina Commedia: ad ogni elaborato gli allievi potevano rispondere con commenti suggestioni e disegni, inerenti alla storia del personaggio in oggetto. Le "missive" inviate ai detenuti su cui hanno lavorato sono state 15. Alle stesse, gli aspiranti attori hanno risposto con commenti, domande e disegni. Tutto il materiale prodotto in questo periodo è divenuto materia di studio teatrale quando a partire da giugno è stata avviata la didattica a distanza, questa volta avvenuta col supporto del web. Le lezioni, della durata di due ore ciascuna, si sono tenute a cadenza bi-settimanale sino alla interruzione estiva.
ùLa prima parte dell'anno (settembre - dicembre 2019) ha visto i detenuti allievi della Scuola di teatro impegnati nello studio del linguaggio poetico sui testi della poetessa Alda Merini: attraverso lo studio della dizione, dell'impostazione vocale e dell'improvvisazione fisica sulle immagini suggerite dai versi, si è costruito un breve spettacolo di poesia rappresentato con successo da un gruppo di detenuti allievi in occasione del meeting Ti insegnerò a volare organizzato dall'Opera Cardinal Maffi di Pisa, presso il Park Hotel di Tirrenia il 18 ottobre 2019. In seguito, nei mesi di novembre, dicembre 2019 e gennaio 2020 il laboratorio di teatro si è impegnato nello studio e nella messa in scena del testo teatrale In alto mare di Mrozek. Durante questo periodo gli allievi detenuti hanno potuto fruire, oltre che delle docenze solitamente previste per le materie di teatro, delle lezioni di un docente di musica e ritmica vocale, Davide Barbafiera dei Campos, che ha lavorato con loro sul linguaggio rap e le sue possibili declinazioni e utilizzo nella messa in scena teatrale del testo in oggetto. Lo spettacolo, frutto di questo periodo di lavoro, avrebbe dovuto essere rappresentato il 27 marzo 2020, in occasione della giornata nazionale di teatro in carcere, ma l'emergenza sanitaria provocata dal Covid 19 ha imposto una brusca interruzione.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 8 luglio 2020
Sale la tensione dopo il "misterioso" bombardamento di sabato. Dopo giorni di relativa "calma", la situazione in Libia è tornata a farsi incandescente. A rompere il fragile equilibrio è stato il misterioso raid che sabato mattina ha colpito e distrutto i sistemi turchi di difesa aerea "Hawk" e di disturbo elettronico "Koral" nella base di al-Watiya (130 km a ovest di Tripoli), controllata dalle forze alleate del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli del premier al-Sarraj.
Non è ancora chiara l'origine dei velivoli che hanno sferrato l'attacco. In questi giorni si sono fatte le più svariate ipotesi: dai caccia dell'Esercito nazionale libico (Enl) del generale Haftar (nemico giurato di Tripoli) a quelli dei suoi alleati egiziani ed emiratini (quest'ultimi, sembrerebbero essere i responsabili più credibili). C'è chi, come il portale libico Libya Akhbar, ha chiamato in causa la Francia alleata di Haftar e che già in passato ha compiuto interventi militari in Libia.
L'ipotesi francese si inserirebbe nel clima di forte tensione delle ultime settimane tra Parigi e Ankara, alleati sì Nato ma quanto mai rivali nel dossier libico e nel più ampio contesto mediterraneo. Uno scontro concretizzatosi con la recente decisione dell'Eliseo di ritirarsi "temporaneamente" dalla Missione Nato "Sea Guardian" a seguito di un'incidente avvenuto e metà giugno nel Mediterraneo tra la Marina turca e quella francese.
Se ignoto è finora il responsabile del raid, è chiaro però il destinatario: la Turchia. L'attacco di sabato è giunto infatti a poche ore di distanza dalla visita ufficiale a Tripoli del ministro della difesa turco Akar e del capo di stato maggiore Guler. Una visita in cui ancora una volta Ankara ha ostentato con sicumera la sua voglia di dirigere la fase attuale libica, ma soprattutto quella post-conflitto. La Turchia del "Sultano" Erdogan ha già infatti dichiarato pubblicamente asset turchi proprio la base di al-Watiya e una vicino a Misurata e ha già promesso alle compagnie turche ricchi affari nella ricostruzione sia nel campo edilizio che in quello energetico. Senza poi dimenticare la partita di idrocarburi, assicurata grazie al memorandum marittimo siglato a novembre tra Tripoli e Ankara.
"Daremo una risposta adeguata al raid degli aerei nemici stranieri che sostengono il criminale di guerra (Haftar, ndr)", ha detto Tripoli dopo il raid di al-Watiya. Ankara ha invece alzato il tiro, designando la base aerea di al-Jufra e la città strategica di Sirte (a metà strada tra Bengasi e Tripoli) come "nuovo obiettivo militare". Scelta foriera di conseguenze: proprio al-Jufra e Sirte sono state infatti considerate a giugno dal presidente egiziano al-Sisi "linee rosse" la cui violazione potrebbe condurre il Cairo a intervenire militarmente in Libia.
I primi inquietanti segnali delle minacce tripoline-turche sono stati forse registrati ieri quando una forte esplosione si è avvertita nel villaggio di Sukna, nei pressi di al-Jufra. A provocarla, riferiscono alcune fonti, sarebbero stati alcuni droni turchi che avrebbero preso di mira (e distrutto) il sistema di difesa russo Pantsir e ucciso 3 mercenari del gruppo russo Wagner. Se confermato, l'attacco di ritorsione potrebbe avere immediati riflessi anche a Sirte dove potrebbero tornare gli scontri. Ankara e Tripoli hanno più volte ribadito che torneranno ai negoziati con l'Enl (non però con Haftar) soltanto dopo aver preso questi due "obiettivi".
Tuttavia, dopo settimane di "calma", il raid di al-Watiya di sabato ha fatto saltare gli equilibri pur fragili che si registravano sul terreno, riaprendo il vaso di Pandora libico da cui può uscire solo altra morte e distruzione.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 8 luglio 2020
Missioni militari. Al senato la maggioranza tiene, 14 no e 2 astenuti. Assenze a destra. Verducci (Pd): Finanziare la Guardia Costiera di Tripoli fa male anche all'Italia. De Petris (Leu): Riportare nei campi chi fugge è una violazione dei diritti umani, dico no.
Alla fine è sì, la proroga delle 41 missioni che impegnano 8.613 militari italiani in tutto il mondo viene approvata dall'aula del senato. Ma dal pomeriggio di discussione rovente, e dalla mattinata di riunioni, avvisi e ultimatum, la maggioranza esce con le ossa rotte. Palazzo Madama si conferma un terreno minato per il governo giallorosso.
Il voto resta un'incognita fino alla fine. Il governo trema fino al calare del sole. In mattinata le destre vedono la possibilità di mandare sotto la maggioranza e fanno circolare la voce che voteranno no alla missione libica per chiedere "il blocco navale". Non è vero, ma il Pd ci crede e il capogruppo Andrea Marcucci avverte: "Chi vota no si assume la responsabilità di far cadere il governo".
Perché alla vigilia quattro senatori del Pd, altrettanti di Leu e altri ex 5s fanno sapere che non voteranno il rinnovo della collaborazione fra l'Italia e la Guardia Costiera libica. È la "scheda 22" della relazione approvata all'unanimità in commissione - nel silenzio generale - a far dire no in aula al dem Francesco Verducci: "Votare il rifinanziamento alla guardia costiera libica è voltarsi dall'altra parte" di fronte a torture e violenze. Le senatrici Emma Bonino (+Europa) e Loredana De Petris (Leu) chiedono il voto per parti separate. "Le missioni internazionali non sono tutte uguali, non si possono votare un tanto al chilo", dice la storica radicale, "serve un reset totale dei nostri rapporti con la Libia". Le fa eco De Petris: "Voteremo contro la parte che rifinanzia la guardia costiera libica". Il Pd alla fine deve cedere. Del resto la maggioranza non può fare altro, per non costringere i "dissidenti" a votare contro (nel caso dei senatori di Leu) o non votare (è il caso dei dem) tutto il pacchetto. Italia viva, che sulla Libia ha mal di pancia alquanto recenti, chiede e ottiene l'approvazione di una mozione, subito bollata come "acqua fresca" dall'ex 5 Stelle Gregorio De Falco.
Il testo, messo a punto da Laura Garavini, impegna il governo ad accelerare la riscrittura del contestato Memorandum italo-libico sull'immigrazione firmato nel 2017 dal governo Gentiloni e che pochi giorni fa Tripoli ha assicurato al ministro Di Maio di voler modificare promettendo il rispetto dei diritti umani nei centri di detenzione dove rinchiude i migranti. L'esecutivo si impegna anche a istituire corridoi umanitari con i quali far arrivare i profughi. Oltre che ad addestrare la Guardia costiera libica al rispetto dei trattati internazionali. Impegni generici, ma sufficienti a renziani e governo per superare lo scoglio libico.
Alla fine la valanga dei sì mette al sicuro tutte le missioni. Nel voto per parti separate, la parte riguardante la Libia è approvata con 260 sì, 142 della maggioranza e 118 delle opposizioni. I no sono 14 e 2 gli astenuti - sei senatori di Leu, tre Pd (D'Arienzo, Valente e Verducci), Mantero M5S, De Bonis, De Falco, Bonino e Martelli del misto -. Le destre in aula alzano i decibel a dismisura, ma assicurano molte assenze.
Ma nel dibattito è la maggioranza a segnare le maggiori distanze interne. "In Libia dobbiamo starci nel modo giusto", attacca Verducci, ricordando che i dem si erano formalmente impegnati a chiedere la fine della collaborazione con la Guardia costiera di Tripoli. "Da ora collaboreremo con la Marina libica" assicura il dem Alessandro Alfieri, "ma è giusto rimanere in Libia. Altrimenti lasceremo il controllo dei flussi migratori alla Turchia. E rimaniamo lottando perché i diritti umani vengano rispettati. Andarsene migliorerebbe la situazione?". L'ex ministra della Difesa Roberta Pinotti giura di aver visto con i suoi occhi i benefìci dei militari italiani sui colleghi libici: "Ho visto personalmente quanto la formazione abbia prodotto effetti migliorativi in ogni teatro in cui i nostri militari hanno fatto formazione. Con risultati importanti per la sicurezza e il rispetto dei diritti umani che dobbiamo rivendicare".
Al Senato alla fine il governo porta a casa la pelle senza problemi. Ma negli stessi minuti alla camera, in commissione, la maggioranza si spacca. Iv non vota la mozione degli alleati. E Laura Boldrini (oggi nel Pd ma già presidente della camera e prima portavoce dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati) si astiene con motivazioni all'esatto opposto di quelle dell'ex ministra: "Rapporti dell'Onu e inchieste giornalistiche descrivono il comportamento di elementi della Guardia costiera libica in violazione dei diritti umani e in combutta con i trafficanti. La condizione dei campi di detenzione è spaventosa, l'Onu stessa ne raccomanda la chiusura". Il deputato dem Matteo Orfini parla di un Pd "che ha cambiato linea" e avverte: "Ne riparleremo". Ora il provvedimento arriverà a Montecitorio. Ma lì i numeri della maggioranza sono blindati.
A Palazzo Madama le opposizioni picchiano duro ma solo a parole: "Il governo è morto nella coscienza popolare e nei numeri del parlamento", urla Maurizio Gasparri. Poi parla della guerra "sbagliata" contro la Libia nel 2011, dimenticando il dettaglio che al governo c'erano loro. Dettagli. Alcuni anche inquietanti per Palazzo Chigi. Gasparri ricorda che già nel secondo governo Prodi la destra votò sì alle missioni e salvò la maggioranza. "Ma poi", conclude, "il governo cadde lo stesso". Ma non fu l'opposizione a farlo cadere.
di Tamar Pitch e Grazia Zuffa
Il Manifesto, 8 luglio 2020
Covid 19 circola ancora, in Italia e ancor più nel resto del mondo. Ciò significa che, come si dice, dovremo conviverci a lungo, e non si può escludere che, laddove si rinvengano focolai di contagio, si ritorni a misure più restrittive come il lockdown, magari a livello locale. Di qui la necessità che i governi locali e nazionali traggano dall'esperienza tragica appena vissuta alcune lezioni di fondo. Questo è lo spirito che anima il parere emesso dal Cnb lo scorso maggio, dove si mettono in luce non solo i danni della pandemia, ma anche le conseguenze indesiderate delle misure prese per combatterla (Parere del 28 maggio 2020).
L'effetto più grave è stato l'approfondirsi di disuguaglianze lungo le linee del genere, della classe sociale, dell'età, e anche di quelle etniche e di "razza" (nel caso per esempio delle persone Rom e Sinti o dei e delle richiedenti asilo rinchiuse nei cosiddetti centri di accoglienza). Sempre più ci si rende conto che "la salute innanzitutto" è obbiettivo più complesso di quanto si sia voluto far credere, che non può essere schiacciato solo sulla difesa dal virus; e che la dicotomia fra salute e economia è ingannevole.
Come scrivono alcuni studiosi (The Lancet, vol.396, July 4th, 21), se per i benestanti la recessione significa taglio di ricchezza, per i poveri implica taglio dei mezzi di sussistenza. Proprio dall'ottica dei più vulnerabili risalta la necessità di considerare le tante facce della salute, tra queste un adeguato accesso a risorse economiche sociali e culturali. Insomma, "siamo sulla stessa barca" è vero solo se con "barca" intendiamo il pianeta che condividiamo con gli altri esseri umani e tutti i viventi, ciò che richiederebbe un'assunzione collettiva e individuale di responsabilità nel prendersene cura.
Altrimenti, nella tempesta i primi ad annegare sono i più vulnerabili, che hanno una barca inadeguata al tifone o non ce l'hanno affatto. Molti sono i gruppi che hanno pagato e stanno pagando i costi più alti della pandemia e del lockdown. Oltre alla strage di anziani e anziane nelle Rsa, oltre a quelli e quelle che hanno continuato a lavorare (44.000 i contagiati tra i lavoratori, secondo l'Inail), ci sono i bambini e le bambine, privati della scuola e dei contatti con i coetanei, i malati gravi non- Covid, le persone con disabilità, i detenuti e le detenute, le e i migranti senza permesso di soggiorno.
E le donne, naturalmente, specialmente quelle con bimbi piccoli, alle prese con un enorme aggravio di lavoro di cura, oltre, spesso, allo smart working da casa. Le donne, quando un lavoro per il mercato ce l'hanno - e si sa quanto poche siano, rispetto alla media delle donne europee - sono impiegate in maggioranza nella scuola e nei servizi, quelli sanitari inclusi, sono spesso precarie e quindi più a rischio di non poter tornare al lavoro nel post-pandemia.
Si possono trarre alcune indicazioni per i decisori politici. Nel caso di un riacutizzarsi dell'epidemia, è bene predisporre misure proporzionate e bilanciate. Se gli scienziati sono fondamentali nell'offrire le conoscenze, la delicata valutazione dei costi/benefici delle misure da adottarsi è il campo precipuo della politica. L'esperienza di questi mesi ha insegnato qualcosa, anche a cogliere le differenze nelle politiche di contrasto: pressoché tutti i paesi hanno fatto ricorso al lockdown, ma con modelli differenti, da valutare con attenzione.
In secondo luogo, si richiede una assunzione di piena responsabilità da parte delle istituzioni per diminuire sia le disuguaglianze pregresse che quelle nuove dovute alla pandemia: per investire ad esempio nella scuola pubblica, nell'università e nella ricerca. In una parola, per potenziare il nostro sistema di welfare e renderlo davvero universale.
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 8 luglio 2020
I Paesi africani più colpiti sono il Sudafrica,196.750 casi, l'Egitto con 75.253 e la Nigeria con 28.711. In Africa il Covid-19 ha contagiato finora 476.509 persone di cui 227 mila ricoverate in strutture sanitarie, mentre le persone decedute sono 11.360. I Paesi più colpiti sono il Sudafrica con 196.750 contagiati, l'Egitto con 75.253 e la Nigeria con 28.711.
In Kenya i casi sono 7.886 (di cui 2.287 ricoverati) e i morti 160. Tuttavia, secondo un'indagine pubblicata dall'istituto di ricerca medica nazionale Kemri, basata sui dati dei keniani che hanno donato il sangue negli ultimi mesi sarebbero oltre 2,7 milioni i contagiati. Si tratta della proiezione di un campione di 2.535 donatori nel cui sangue si è ricercata la cosiddetta "proteina spike" del Covid-19.
In ogni caso il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha annunciato lo scorso 6 luglio una riapertura graduale del Paese. Sono state revocate le restrizioni di viaggio dentro e fuori le contee di Nairobi, Mombasa e Mandera. È stata annunciata la ripresa dei voli locali dal 15 luglio e di quelli internazionali dal primo agosto.
Anche i luoghi di culto riapriranno, ma potranno partecipare alle funzioni al massimo 100 persone e le celebrazioni non dovranno durare più di un'ora. In Italia sarebbe un tempo accettabile, ma in Kenya le messe durano due o tre ore nelle chiese principali, mentre nelle chiese tradizionali africane la preghiera dura tutta la giornata.
Resta in vigore il coprifuoco nazionale dalle 21 alle 4 per i prossimi 30 giorni. Come prevedibile il National Bureau of Statistics del Kenya ha confermato una contrazione dell'economia, i cui effetti saranno ancora più evidenti nei prossimi trimestri: si prevede una crescita dimezzata dal 5,5% al 2,5%, ma secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale il Paese potrebbe affrontare una crescita negativa per la prima volta in quasi tre decenni. I settori più colpiti sono l'agricoltura, i trasporti (la Kenya Airways prevede di perdere oltre 500 milioni di dollari), i servizi finanziari e la vendita al dettaglio.
Nel paese c'è stata in questi mesi una solidarietà attiva da parte di molte organizzazioni internazionali e locali per far fronte agli effetti economici della pandemia che per le persone sono più gravi del virus stesso. Il coprifuoco e la restrizione degli spostamenti ha avuto un effetto diretto sui prezzi, contemporaneamente i guadagni sono diminuiti e in alcuni casi azzerati.
In zone come Kariobangi, un quartiere popolare di Nairobi, al virus si sono aggiunte le demolizioni di decine di case e almeno 8.000 persone si sono ritrovate sulla strada in piena pandemia. Ma in generale sono aumentati gli sfratti perché, racconta Leslye Adhiambo, una studentessa del quartiere, "se la gente non lavora, non può avere i soldi per pagare l'affitto, ma ai proprietari non interessa: hanno tolto i tetti e le porte dalle case delle persone che non avevano pagato. Più di tutto la gente che vive qui pensa che il virus sia un'invenzione del governo per far mettere soldi nelle tasche dei politici".
Secondo il rendiconto delle donazioni presentato in Parlamento dal segretario alla salute Mutahi Kagwe, 42 milioni di scellini sono stati usati per noleggiare ambulanze, 4 milioni di scellini per tè e snack e 70 milioni per comunicazione. Spese su cui lo stesso presidente ha chiesto di fare chiarezza. Sono in corso, inoltre, diverse indagine sugli aiuti arrivati in diverse contee per spese inadeguate e appropriazione indebita.
Tra gli effetti indiretti del coprifuoco vi sono le violenze della polizia: solo a giugno secondo l'Independent Policing Oversight Body 15 persone sarebbero state uccise dagli agenti. E poi tanti problemi interni alle famiglie tra cui le gravidanze di giovani ragazze in età scolare (almeno 4.000) perché secondo Leslye "le ragazze vanno a dormire senza niente nella pancia e vengono così facilmente adescate dal primo che le mette davanti un po' di cibo". Lo stesso presidente Uhuru Kenyatta ha chiesto che le crescenti violenze connesse anche alle restrizioni provocate dal corona virus, contro donne e ragazze, siano oggetto di indagine. Non ci sono dati ufficiali sul numero dei casi di violenza, ma le richieste di aiuto registrate sono state in giugno 1.108 contro le sole 86 di febbraio.
Infine, per molti studenti rimasti a casa, l'impossibilità di accedere alle lezioni online perché privi di computer. Kenyatta ha esortato a "esercitare una responsabilità condivisa" nella lotta contro la pandemia. "Kenya mbele leo kesho na milele": il Kenya andrà avanti oggi, domani, sempre.
Metropolis, 7 luglio 2020
"Errare è umano ma perseverare è diabolico". Una frase durissima. L'ennesimo sfogo. Un altro grido di dolore. Ancora un allarme. Il magistrato antimafia Catello Maresca, noto per le sue battaglie contro il clan dei Casalesi, non digerisce la nuova circolare del Dap, pubblicata lo scorso 30 giugno, nella quale, evidenzia anche sul web il sostituto procuratore della Corte di Appello di Napoli, è previsto "al primo posto, l'importanza "di proseguire, ove possibile, il percorso già avviato, di progressiva riduzione del sovraffollamento delle strutture" e all'ultimo "di favorire l'applicazione di misure alternative alla detenzione per tutte le persone che presentano gravi patologie che possono essere significativamente complicate dal Covid-19".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 luglio 2020
Il procuratore nazione antimafia Federico Cafiero De Raho ha fatto sapere che stanno indagando sulle rivolte carcerarie avvenute tra il 7 e il'11 marzo scorso. Quindi vuol dire che gli inquirenti hanno il sospetto che ci sia stata una regia mafiosa, una strategia fatta a tavolino coordinando i 49 istituti penitenziari del territorio nazionale protagonisti delle violente rivolte.
Redattore Sociale, 7 luglio 2020
Dopo il costante calo da marzo a maggio 2020, i numeri di fine giugno fanno segnare un'inversione di tendenza rispetto al periodo dell'emergenza. Oltre 53.500 i detenuti nelle carceri italiane. Capienza regolamentare ferma sui 50.500. L'effetto emergenza sanitaria per il Covid-19 sui numeri del sovraffollamento carcerario è già finito.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 7 luglio 2020
Ci sarà spazio fino al 1° novembre per la prosecuzione di alcune delle modalità di svolgimento dell'attività giudiziaria sperimentate in questa fase di emergenza sanitaria. A questo risultato punta l'emendamento approvato al decreto rilancio, che ne riscrive l'articolo 221. L'obiettivo è di provare a consolidare un'esperienza che ha dato, anche attraverso l'utilizzo in maniera assai più accentuato di tutte le modalità "da remoto", prove positive che sarebbero andate disperse e che in realtà si sono già in larga parte concluse con l'avvio, da luglio, della fase 3, di ritorno alle procedure abituali nello svolgimento della giurisdizione.
- Comunicato congiunto di Garanti dei detenuti e volontariato
- Magistrato o avvocato, la selezione è severa. Nei paesi del Nord la toga è una "religione"
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