di Massimo Malpica
Il Giornale, 8 luglio 2020
Il 30 giugno circolare per svuotare le carceri. "Tra 120 e 160 detenuti pericolosi a spasso". A volte ritornano. Prima ancora che si placasse la polemica per la circolare del Dap sulle scarcerazioni in tempo di Covid che ha mandato ai domiciliari centinaia di detenuti pericolosi tra cui boss di mafia, camorra e ndrangheta, ecco che il ministero concede il bis.
di Francesco Nucara
Il Dubbio, 8 luglio 2020
Piercamillo Davigo sostiene che "non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti". Se così fosse, quanti magistrati corrotti sono in giro e non ancora "scoperti" ? A parte il fatto che la parola "innocente" non appartiene al pensiero laico ma alla Santa Inquisizione - perché in punta di diritto si dovrebbe parlare di "non colpevole" - questa visione del mondo applicata all'amministrazione della giustizia rappresenta l'emblema del degrado in cui versa la civiltà giuridica italiana, ed è il manifesto di una devianza che rischia di intaccare le garanzie costituzionali.
Il tarlo che si annida in quella frase corrode il sistema a tal punto da spingere ad affermare che la soluzione del problema- giustizia non sarebbe la riforma del Csm, ma la riforma dei concorsi per entrare in magistratura. Perché se è vero che la società è corrotta, e se è vero che i magistrati non vengono da Marte, allora è nel reclutamento delle toghe che origina la mala- giustizia. E quindi anche per i magistrati si dovrebbe mutuare quel che Gaetano Salvemini diceva della classe politica: "Per l' 80% è lo specchio della società, per il 10% è migliore per l'altro 10% è peggiore". Nonostante siano a rischio (e non da oggi) alcuni dei principi basilari della democrazia, nessuno, per svariati motivi e interessi, ha mai voluto affrontare il tema.
Men che meno il famoso circuito politico- mediatico- giudiziario, che in Italia è come "L'isola dei famosi" : appena emergono vicende eclatanti si allestisce il set, si accendono i riflettori e i soliti attori recitano la solita parte, fino allo spegnimento delle luci. Va così ormai da trent'anni, ed è accaduto anche stavolta per l'inchiesta che ruota attorno all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, e per l'ennesima replica dell'eterno "caso Berlusconi". Partiamo dal leader di Forza Italia. Il chiacchiericcio si è concentrato sul danno che l'ex presidente del Consiglio avrebbe subito da parte di un collegio della Cassazione.
Certamente la dichiarazione del giudice Amedeo Franco e la parallela sentenza del tribunale di Milano, favorevole a Berlusconi sul reato di frode fiscale, alimentano sospetti sull'amministrazione della giustizia nel nostro Paese. Il punto è che questo caso - deflagrato grazie alla notorietà dell'imputato - nasconde centinaia di altri casi che non vengono alla ribalta perché i protagonisti sono anonimi.
Ed è in nome degli "anonimi" che andrebbe istituita la Commissione parlamentare d'inchiesta sull'operato della magistratura. Così la proposta avrebbe valore politico e consenso bipartisan, perché nessun partito potrebbe rifiutarsi di aderire: la Commissione dovrebbe infatti verificare se il sistema giudiziario opera nel rispetto delle guarentigie, cioè della democrazia. Perché è evidente che il vulnus nell'esercizio delle regole danneggia chi non ha i mezzi finanziari e gli strumenti adeguati per potersi difendere.
Soffermarsi sul fatto che l'ex premier possa esser stato privato delle sue libertà, fa dimenticare che c'è un popolo di "anonimi" orfano da tempo dei suoi diritti in tema di giustizia. Che le toghe hanno travalicato il loro ruolo. E che una classe politica debole e spesso asservita non solo non si è mossa per impedirlo, ma in certi casi ha persino assecondato il loro disegno. Francesco Cossiga ricordava sempre che la magistratura "è un ordine e non un potere". I poteri sono quello Legislativo e quello Esecutivo, i quali agiscono "per conto" del popolo italiano, mentre le toghe agiscono "in nome" del popolo italiano. Di quanta fatica deve armarsi un comune cittadino per continuare a credere nell'operato equo, integro e illuminato degli amministratori di giustizia?
È in questo contesto che va inserita l'inchiesta su Palamara. Anche qui, il chiacchiericcio del "circuito" si è concentrato sulle intercettazioni, dividendosi tra colpevolisti e innocentisti. In realtà la figura di Palamara è il segno tangibile della corrosione del sistema democratico. Alla sbarra è l'intero CSM e con esso l'intera categoria dei magistrati. All'Assemblea Costituente il repubblicano Gaetano Sardiello disse che "alla magistratura non vanno portate né rose né crisantemi". Siccome annunciano di voler riformare la giustizia, sarebbe bene che il governo e la sua maggioranza ne traessero insegnamento.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 8 luglio 2020
La legge proposta nel 1903 dal bresciano Giuseppe Zanardelli aveva "l'intento principale (...) di elevare il livello intellettuale e morale della magistratura, di circondarla di garanzie tutelari che valgono a difenderla contro gli arbitrii e le lusinghe altrui, e aumentarne infine la dignità col miglioramento delle condizioni economiche dei magistrati". Così scriveva La Civiltà Cattolica..
"La legge proposta dall'onorevole Zanardelli (negli ultimi trent'anni ne vennero tentate quasi una quarantina) ha l'intento principale..." Una quarantina di proposte di legge? In trent'anni? Gli archivi di Google books, va detto, riservano più sorprese delle braghette di Eta Beta (Pluigi Psalomone Pcalibano Psallustio Psemiramide Pluff) che da tasche disneyane tira fuori lampadari, ferri da stiro, lampadine, locomotiv
Racconta dunque una pagina de "La Civiltà Cattolica. Anno cinquantesimoquarto" del 13-26 marzo del 1903, sotto un anonimo titolino "cronache italiane": "Il disegno preparato dal presidente del consiglio e dal guardasigilli tenta una delle questioni più gravi e legata a tanti interessi che non è meraviglia se agiterà lungamente le discussioni dentro e fuori la Camera. Più di sessanta deputati si sono iscritti per parlare sulla proposta generale della legge e venti giorni dopo, al momento che scriviamo, gli oratori (...) non hanno finito i lunghi e spesso inutili discorsi. Dopo dieci o dodici di tali dissertazioni, gli argomenti pro o contro la legge sono tutti trattati, e le altre non riescono che noiose ripetizioni più o meno ascoltate".
Che noia, si lagnava la rivista. La riforma proposta dal bresciano Giuseppe Zanardelli, spiegava, aveva "l'intento principale (...) di elevare il livello intellettuale e morale della magistratura, di circondarla di garanzie tutelari che valgono a difenderla contro gli arbitrii e le lusinghe altrui, e aumentarne infine la dignità col miglioramento delle condizioni economiche dei magistrati". Fin qui, come ovvio, eran tutti d'accordo. "Molti germi della discordia" agitarono invece il dibattito su altri punti, a partire da una "conveniente purificazione del ceto dei magistrati" all'"istituzione di una corte di Cassazione unica la quale sarebbe stata selettiva e non di carriera" fino al "rimaneggiamento delle diverse giurisdizioni con tutta la varietà degli interessi locali e regionali che tali mutazioni trascinerebbero seco".
Non mancò, scrisse il giornale, "un tentativo di agitazione in opposizione alla legge (che) cercò sollevarsi da varie città danneggiate". Comunque, spiegò il cronista, "tutti in generale convengono nell'ammettere il bisogno di riforme e l'andamento della discussione in prima lettura fa piuttosto prevedere che la legge, benché non risponda le idee di tutti, sarà adottata, almeno per cominciare a fare qualcosa". Testuale. Dopo una quarantina di fallimenti, in quel 1903, già non ne potevano più. Da allora son passati, senza pace tra le baruffe, altri 117 anni. D'accordo che la gatta frettolosa fa i gattini ciechi ma...
di Luciano Violante
La Repubblica, 8 luglio 2020
Le relazioni costituzionali tra politica e magistratura sono frutto di un patto di libertà fondato sulla fiducia. La magistratura deve esercitare i poteri che la politica le attribuisce per garantire le libertà e i diritti dei cittadini da ogni aggressione e il Parlamento deve definire con chiarezza i confini tra la sovranità della politica e l'indipendenza della giustizia. Questo sulla carta.
n pratica, le cose stanno diversamente. Una politica debole ha attribuito alla magistratura penale il compito di vigilare sulla moralità dei propri comportamenti e su quelli di tutti gli altri cittadini. Leggi vaghe e indeterminate; incertezza sui limiti delle responsabilità penali, amministrative e contabili; effetti criminalizzanti connessi a comunicazioni giudiziarie teoricamente dirette a tutelare il cittadino; interdizioni e perdita del controllo di aziende sulla base del semplice sospetto; impunità garantita per la fuga di notizie lesive della reputazione dei cittadini e delle imprese.
Non per sua scelta, il magistrato penale, che aveva il compito di accertare le responsabilità dei cittadini, è diventato controllore del buon andamento della politica, della pubblica amministrazione e delle imprese. Nella maggior parte dei casi interverrà un'assoluzione; ma nel frattempo i danni economici, per la reputazione e per le carriere professionali diventano irreparabili. Le forze politiche, nell'illusione di acquisire consenso, si sono addirittura spogliate del potere di decidere i nomi dei candidati alle elezioni e hanno attribuito alla magistratura penale il compito di stabilire chi può essere candidato.
Successivamente alcune commissioni antimafia si sono assunte arbitrariamente il compito di redigere liste di presunti "impresentabili", che più di una volta si sono dimostrate viziate da gravi errori. In qualche sentenze comincia ad apparire la figura del "coinvolto", persona estranea alle imputazioni, ma nota e che perciò conferisce lustro alle indagini.
Oppure ci si dilunga su giudizi morali che non spettano al giudice. Molti si stupiscono della decadenza del ceto politico. Ma occorre un grande spirito di servizio per essere disponibile a una candidatura, con il rischio di vedere compromessi reputazione, patrimonio e professione. Si voleva l'impossibile Paese delle vestali; si è ottenuto un Paese umiliato per non esserlo divenuto. Di settimana in settimana si succedono con gravità crescente notizie che mettono in dubbio la correttezza di alcuni magistrati per poi ricadere su tutti gli altri.
Prima che giunga un potere regolatorio non democratico, che imponga i propri interessi, dev'essere la stessa magistratura a prendere atto della insostenibilità della situazione. Nessuna democrazia può vivere a lungo senza giudici credibili e rispettati. Solo un riassetto dei poteri può ricostruire una fase di normalità costituzionale. E illusorio confidare nelle capacità taumaturgiche di una nuova legge elettorale per il Csm; sinora, se non erro, ne sono state approvate sei e nessuna ha risolto i problemi che ne avevano sollecitato l'emanazione.
È difficile che la prossima riesca dove le altre hanno fallito. Vanno invece ridiscusse le modalità del governo interno dei magistrati, l'assetto del Csm e quello dei consigli giudiziari. Una magistratura che è diventata parte della governance nazionale ha bisogno di nuove strutture e nuove regole, semplici e inoppugnabili. La gran parte dei magistrati che lavorano nei tribunali, nel Csm e nei consigli giudiziari ha la forza morale per imporre a sé stessa e alla politica le scelte necessarie, con la determinazione propria dei tempi di crisi.
di Renato Luparini
IL Dubbio, 8 luglio 2020
Metà delle cose che so nel mio mestiere me le hanno insegnate i cancellieri: da dove mettere la marca da bollo, a come compilare una nota di iscrizione a ruolo a come vestirsi in Tribunale. Le notizie pubblicate da Il Dubbio sulla rivolta dei sindacati dei lavoratori della giustizia preoccupati per il ritorno in massa degli avvocati in tribunale mi hanno fatto sobbalzare.
Il mondo è proprio cambiato, ho pensato, anche se un rapido giro di telefonate a qualche amico cancelliere mi ha rassicurato. Antonio in Corte d'Appello mi aspetta volentieri per un caffè, Demetrio in Procura mi attende per un commento sul campionato di calcio finalmente ripreso e con Ciccio in Tribunale si parlerà volentieri di qualche posto al sole del Sud.
Si tratta di uno scontro di civiltà: quello tra la Giustizia bendata e digitale che si muove a distanza con massimari elettronici e applicazioni anche per andare in bagno e la Giustizia umana e sorridente del Cancelliere che nel corridoio ti canticchia ironico una strofa dell'inno della sua squadre del cuore quando la tua ha perso. Io naturalmente sono un ultrà della seconda.
Certo, capisco il rischio che una contiguità troppo stretto tra personale di cancelleria (come viene orrendamente definito in gergo burocratico) e avvocati sia pericolosa per chi immagina una spersonalizzazione totale del diritto e per questo si è inventato l'orrore degli U.R.P. dove l'avvocato degradato a pubblico si mette in coda allo sportello dove uno sconosciuto gli sbatte in faccia l'inevitabile "dica". Ma io ho una storia alle spalle, fatta di preture polverose in fondo a provincie dimenticate ma bellissime e di lunghe attese nei corridoi e nella aule con le toghe consumate messe sui banchi in attesa di sentenze o semplicemente del turno per il deposito di un atto.
Metà delle cose che so nel mio mestiere me le hanno insegnate i cancellieri: da dove mettere la marca da bollo, a come compilare una nota di iscrizione a ruolo a come vestirsi in Tribunale. E poi confidenze sulla giurisprudenza e sulla vita: entri a depositare un appello e ti ritrovi a parlare del concerto di Fred Bongusto a Palinuro nel 1979.
Il collega che aspetta magari si sarà lamentato dell'attesa, ma io intanto di come è andato a finire l'appello me lo sono dimenticato, ma della descrizione di quella sera d'estate no e quando tornerò a depositare il ricorso in Cassazione mi faccio pure raccontare di quella sera che il cancelliere amico parlò con Peppino di Capri. Sì lo ammetto: in Cancelleria perdo tempo e mi piace perderlo. Ma quel tempo poi diventa un guadagno di umanità, di comprensione della vita e delle persone : l'essenza della professione di avvocato.
E quindi alla faccia del Covid e degli appuntamenti sul sito per ottimizzare tempi e risorse umane che potranno andare bene alle "law firm " americane ma che non sono propria cosa per gli avvocati nostrali come me, sono lieto e contento di andare a passeggiare per i corridoi del Palazzo di Giustizia con la mia borsa di carte e cartuscelle, come una specie di venditore ambulante sui treni di seconda classe sulla tratta Livorno- Battipaglia.
Il piacere non è solo quello di portare a casa il pane, ma di fare due o anche quattro chiacchiere mentre intanto, senza accorgersene passano il tempo e la vita. Questo è stato il Foro da noi in Italia. Non radiamolo al suolo per costruirci sopra una torre di cemento e vetro cieco.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 8 luglio 2020
Per tutta la vita Gaetano Santangelo si è dovuto difendere dallo Stato. La sua storia ha a che fare con uno dei grandi misteri italiani irrisolti: la strage di Alcamo Marina del 1976 in cui rimasero uccisi due carabinieri trivellati da colpi di arma da fuoco all'interno della casermetta della provincia di Trapani.
Dopo oltre quarant'anni, i colpevoli sono ancora ignoti, mentre una lunga vicenda processuale ha restituito alle cronache le vite spezzate di quattro innocenti condannati ingiustamente: Giuseppe Gulotta, Giovanni Mandalà, Vincenzo Ferrantelli e, appunto, Gaetano Santangelo. Vittime di un clamoroso errore giudiziario, gli allora giovanissimi alcamesi sono stati assolti con formula piena in sede di revisione del processo dopo trent'anni dall'arresto.
Nel caso di Mandalà, morto nel 1998, la riabilitazione è arrivata troppo tardi: la sua vita è finita dentro una cella. Per raccontare l'incubo di Santangelo, invece, bisogna partire dal 12 febbraio 1976. Nel cuore della notte i carabinieri di Alcamo bussano alla sua porta per trascinarlo in caserma senza fornire alcuna spiegazione. All'epoca Santangelo ha solo 16 anni, con lui in casa ci sono la madre e i fratellini terrorizzati. Nessun mandato di cattura, nessuna accusa formale: il ragazzino viene chiuso in una stanza, semi immobilizzato, mentre quattro carabinieri lo pestano violentemente.
Non ha idea di che cosa stia succedendo, l'anima gli viene strappata a forza di pugni. "Sono stato sequestrato dallo Stato", racconta oggi. Dopo ore di interrogatorio la pelle del volto è martoriata, ha una pistola puntata alla testa: "sì, sì, ho partecipato alla strage della casermetta", sospira esausto. Il verbale della presunta confessione viene stilato l'indomani alla presenza di un avvocato d'ufficio. Santangelo non sa chi sia. Nel registro matricole del carcere, compilato al momento dell'arresto ufficiale, c'è ancora traccia di tutta la vergogna di quella notte: "Gaetano Santangelo riporta delle ferite sul corpo perché è scivolato su una buccia di banana". Seguono 58 giorni di isolamento e 27 mesi di reclusione fino alla data del primo processo. Per comprendere quegli anni e la follia che travolse irrimediabilmente l'esistenza di un adolescente di provincia bisogna calarsi nel clima di terrore e sospetto che attraversò l'Italia all'epoca delle stragi e dei delitti eccellenti. Santangelo non apparteneva alla mafia, non venne mai ricondotto ad alcuna organizzazione politica.
Al momento dell'arresto la sua vita si svolgeva tra la scuola serale e la campagna di famiglia dove lavorava come contadino. Per stabilire la sua colpevolezza bastarono le parole di Giuseppe Vesco, suo vicino di casa: arrestato per furto d'auto, l'altro giovane alcamese venne trovato in possesso della stessa arma utilizzata nell'agguato alla casermetta. Fu lui a confessare per primo facendo i nomi degli altri quattro indagati: passarono anni prima di scoprire che anche quella dichiarazione era stata estorta sotto tortura. Dalle lettere di Vesco scritte dal carcere San Giuliano di Trapani si legge: "Fui spogliato fino a raggiungere il costume adamitico.
Non opposi alcuna resistenza, non sarebbe servito a niente. Appena denudato vengo sollevato di peso e portato come un oggetto sui bauli alti da terra tra gli 80 e i 90 cm. Per la prima volta nella mia vita mi sento come un animale da squartare. Un agente avvolge uno straccio alle mie caviglie. Qualcuno tiene i miei piedi uniti... poi è la volta delle braccia. Il mio corpo si piega come un arco e un dolore acutissimo ma sopportabile si avverte alle gambe all'altezza dei polpacci, alle braccia, alle scapole e agli anelli della colonna vertebrale all'altezza dei fianchi. Uno mi tira i piedi, l'altro le braccia, un terzo è a cavalcioni, un quarto mi tiene la testa per í capelli con una mano mentre con l'altra tappa il naso in modo da non farmi prendere aria".
Di quella sequenza di violenze è Santangelo a parlarci. La sua voce rotta dal pianto non nasconde la rabbia, l'umiliazione: vuole spiegarci quale immenso equivoco ha distrutto la sua vita. Un atto deliberato, un malinteso non casuale, nato probabilmente da una montatura pianificata dagli uomini guidati dall'allora comandante dei carabinieri Giuseppe Russo, poi ucciso dalla mafia. Mentre percorre le tappe della sua storia Santangelo tiene tra le mani dei fogli con delle date annotate. 1981, sentenza di assoluzione in primo grado per insufficienza di prove. Non hanno mai trovato nulla che lo collegasse al delitto. 1982, sentenza di condanna in appello a 22 anni di carcere.
Il processo si era spostato intanto da Trapani a Palermo: le pressioni sulla Corte sono enormi, ma nel 1984 la Cassazione annulla la condanna e rinvia il giudizio presso la corte d'appello dei minori: il processo si scinde in due tronconi, Ferrantelli e Santangelo vengono giudicati separatamente dagli altri due imputati. A volersi districare nella vicenda giudiziaria durata oltre trent'anni si prova un senso di vertigine. Di tribunale il tribunale, dalla Sicilia a Roma, il destino di quattro uomini resta in attesa di giudizio. Intanto la vita di Santangelo corre parallelamente: l'incontro con sua moglie, il primo figlio, fino al giorno maledetto del 1992. La Corte di Cassazione conferma la sentenza di condanna emessa un anno prima, che a sua volta riprendeva quella dell'82.
Santangelo ormai ha 30 anni, la notizia arriva come una doccia fredda: "Non potevo aspettare che mi venissero a prendere, costringendo la mia famiglia a fare avanti e dietro dal carcere", racconta spiegando la scelta dell'esilio in Brasile. Comincia la sua vita da latitante. Trovato dall'Interpol, il paese Sudamericano nega l'estradizione in Italia perché in base alla normativa brasiliana il reato è caduto in prescrizione. Passano altri 27 anni: la sentenza di assoluzione definitiva arriva nel 2012 con il processo di revisione, ma Santangelo torna in Italia solo lo scorso anno. Nessuno gli ha mai domandato scusa, ha dovuto affrontare una battaglia legale anche per ottenere il risarcimento dello Stato: ingiusta detenzione, danni psicologici, danni patrimoniali. Non un solo centesimo che possa riparare al dolore: "Quando pronuncia il mio nome, lo Stato italiano deve vergognarsi. Mi hanno perseguitato per 36 anni, e una volta riconosciuto l'errore, non si sono neanche interessati a come stessi, come vivessi in un paese straniero".
di Roberta Schiralli
corrierenazionale.net, 8 luglio 2020
Il problema dei bambini detenuti in carcere con le madri è un tema spesso dimenticato e relegato nel silenzio delle celle dove i piccolissimi imparano a dire "apri" prima che "mamma o papà"; dove nessun bambino dovrebbe essere costretto a vivere e a scontare una pena non sua. Purtroppo non è una realtà inventata: è una amara realtà che esiste in molti istituti di pena del nostro paese. I bambini ospiti delle "patrie galere" sono quasi tutti figli di stranieri, e quasi sempre di etnia rom, ultimi fra gli ultimi nella nuova scala sociale della solitudine e dell'emarginazione.
Negli anni la normativa dell'ordinamento penitenziario, ha affrontato il problema in modo diverso e più articolato, ma segnato ancora dall'ideologia tradizionale nei confronti delle madri detenute. Strutture penitenziarie pensate per gli adulti, con problemi di sovraffollamento, che si sono dovute adattare per piccoli "ospiti", modificando le celle in nidi: malinconiche figure di Topolino e Principesse Disney che impattano su muri grigi, spazi gioco improvvisati, nessuna divisa nelle sezioni che accolgono i bambini. Insomma, parvenze di normalità.
La normativa sulle detenute madri può brevemente riassumersi in pochi passaggi normativi, frutto di una sterile evoluzione basata su esigenze punitive e di sicurezza, vano tentativo di arginare il problema dei piccoli detenuti. La legge n. 354 del 26 luglio 1975 "Ordinamento Penitenziario" all'art. 11 comma 9 prevedeva che alle detenute madri fosse consentito di tenere presso di sé i figli fino all'età di tre anni.
Per la cura e l'assistenza dei bambini l'Amministrazione penitenziaria organizzava appositi asili nido secondo le modalità indicate dall'art. 19 del Regolamento di esecuzione - D.P.R. 30 giugno 2000. L'art. 47 ter della citata legge prevedeva, tra le misure alternative alla detenzione, che le detenute madri di bambini di età inferiore ai tre anni conviventi potessero espiare la pena presso la propria abitazione od in altro luogo pubblico di cura o di assistenza, entro i limiti consentiti dalla legge.
Nel 1998 la legge n. 165 (Simeone - Saraceni) all'art. 4 estese la possibilità di usufruire della detenzione domiciliare alle detenute madri di bambini di età inferiore ai dieci anni, sempre che non dovessero scontare pene per gravi reati di cui agli art. 90 e 94 del testo unico 309/90. La legge 8 marzo 2001 n. 40 - la c. d. legge Finocchiaro - introducendo modifiche al all'art. 146 e 147 c.p., ha ampliato l'ambito di operatività degli istituti del differimento e del rinvio obbligatorio della pena, introducendo i nuovi istituti della detenzione domiciliare speciale e dell'assistenza all'esterno dei figli minori (artt. 21bis e 47 quinquies dell'ordinamento penitenziario).
Tuttavia questa legge non ha risolto il problema a causa della rigidità dei requisiti per la concessione dei benefici, subordinata all'assenza del pericolo di commissione di nuovi reati, requisito quasi sempre insussistente trattandosi di condanne a carico di donne recidive, in particolare per reati connessi allo spaccio di stupefacenti e contro il patrimonio.
Viene da sé che da questi benefici è restata esclusa una notevole percentuale di donne, per lo più straniere, senza fissa dimora e gravate da numerosi precedenti penali. Nel 2011 la legge n. 62 è stata vista come un "faro di speranza", perché ha ampliato la possibilità di espiazione della pena, fuori dalle mura carcerarie, da parte della madre, in presenza di figli con età compresa tra zero e sei anni (il limite era 3 anni), così da facilitare l'accesso delle madri alle misure cautelari alternative e privilegiando di contro strutture alternative e più consone allo sviluppo psicofisico del minore.
Anche questo scoglio non pare superato poiché soprattutto in presenza di donne straniere o senza fissa dimora, l'esiguità di strutture come gli Icam (istituti di custodia attenuata) e delle case protette, ha di fatto reso impossibile l'attuazione della legge, mantenendo inalterata la presenza dei minori negli istituti penitenziari.
Secondo il XV rapporto sulla detenzione dell'Associazione Antigone "al 30 aprile 2019 sono 55 bambini di meno di tre anni d'età che vivono in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 Italiane. Un numero nuovamente in calo, dopo il picco di 70 bambini in carcere raggiunto a metà 2018.
In particolare, i bambini si trovano negli Icam (Istituti a Custodia Attenuata per detenuti Madri) di Lauro (13), Milano San Vittore (10), Torino (8), Venezia Giudecca (5), nell'istituto femminile di Rebibbia (8) e nelle sezioni femminili di Firenze Sollicciano (3), Milano Bollate (3), Bologna (2), Messina (1), Forlì (1) e Avellino (1).
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2020
Decreto legislativo con norme di attuazione della direttiva 2017/1371. Decreto 231 esteso alle maxifrodi Iva, con punibilità anche del solo tentativo. Estensione dei reati presupposto e allargamento di quelli contro la pubblica amministrazione per i quali le imprese sono chiamate a rispondere per condotte dei dipendenti. Ma anche inasprimento del trattamento punitivo per i delitti che compromettono il bilancio dell'Unione europea.
Sono questi alcuni dei cardini del decreto legislativo approvato lunedì notte in via definitiva dal consiglio dei ministri con il quale viene recepita la direttiva Pif (protezione degli interessi finanziari), la n. 1371 del 2017. Il provvedimento evita interventi più incisivi, tenendo conto soprattutto del intervento sul penale tributario dell'nverno scorso che, nell'ambito della manovra finanziaria, tra l'altro introdotto la responsabilità amministrativa delle imprese, per i principali reati fiscali, e chiude il cerchio, stabilendo di colpire le più gravi infrazioni in materia di Iva, se commesse con elementi di transnazionalità.
Nel dettaglio, quanto alle modifiche al Codice penale, il decreto interviene per innestare nei reati di peculato attraverso errore altrui, indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato e induzione indebita, le ipotesi in cui i fatti puniti hanno come conseguenza un danno superiore a 100.000 euro per il bilancio Ue; in questi casi la pena detentiva aumenta fino a un massimo di 4 anni.
Sul versante dei reati fiscali, escluso un aumento dei massimi di pena quando il fatto è stato commesso anche in parte in un altro Stato e l'Iva evasa supera i 10 milioni di euro, per effetto dell'approvazione delle recenti modifiche, è stata invece introdotta la punibilità del semplice tentativo.
Centrale il tema della responsabilità amministrativa degli enti, dove il decreto appena approvato ne estende l'applicabilità ai reati di peculato "semplice", peculato attraverso errore altrui e abuso d'ufficio quando dalle condotte deriva un danno agli interessi finanziari dell'Unione europea. Inoltre, per i reati di dichiarazione infedele, omessa dichiarazione e indebita compensazione, sempre se commessi nel contesto di frodi internazionali con l'obiettivo di evadere un importo complessivo non inferiore a 10 milioni di euro, si stabilisce una sanzione pecuniaria a carico dell'impresa sino a un massimo di 400 quote. Inserito poi nella lista dei reati presupposto anche il contrabbando con sanzione fino a 200 quote nell'ipotesi base, ma con sanzione che può arrivare sino 400 quote quando i diritti di confine dovute sono superiori a 100.000 euro. Per le frodi agricole sale poi di 1 anno, per attestarsi quindi a 4, il massimo di pena detentiva, se la somma indebitamente percepita è superiore a 1000.000 euro.
di Guido Camera*
Il Dubbio, 8 luglio 2020
L'esperienza delle udienze on-line è finita il 30 giugno. Un emendamento presentato dalle forze di maggioranza alla legge di conversione del Decreto Rilancio voleva allungare alla fine del 2021 la possibilità di celebrare, su accordo delle parti, tutte le udienze penali da remoto, senza più le limitazioni contenute nel Decreto Cura Italia; tuttavia, il testo approvato dalla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati venerdì scorso, in aula per la votazione da ieri, è molto ridimensionato, dato che il collegamento da remoto alle udienze penali riguarderà unicamente i detenuti, con il consenso delle parti, e non potrà andare oltre al 31 ottobre di quest'anno.
Sotto il profilo politico, la scelta di non forzare la mano, imponendo una stabilizzazione di fatto del processo penale digitale, è stata saggia. E' una riforma troppo innovativa per introdurla con un emendamento a una legge di conversione a un decreto - legge che è dedicato solo in minima parte a misure relative al settore giudiziario; l'infrastruttura digitale è impreparata per dare esecuzione a un tale cambiamento in modo così massivo e repentino; l'avversione di buona parte dell'avvocatura e della magistratura a tale misura, soprattutto perché "calata dall'alto" senza nessuna vera interlocuzione e condivisione, avrebbe probabilmente stoppato il processo penale telematico prima ancora che iniziasse a marciare a regime.
Ma l'esperienza di questi mesi deve essere valorizzata, purchè all'interno di una riflessione complessiva - e il più possibile condivisa - sulla riforma della giustizia penale, della cui necessità si parla da anni.,Prima dello scoppio dell'epidemia, ci eravamo lasciati con un braccio di ferro durissimo, dato che anche all'interno della stessa maggioranza di Governo, sul punto, esistono sensibilità molto diverse, che avevano portato i ministri di Italia Viva a disertare il Consiglio dei Ministri che, a metà febbraio, aveva votato una serie di proposte di legge delega collegate alla riforma della prescrizione; proposte di cui oggi poco ancora si parla, ma che in realtà sono agli atti parlamentari.
L'attuale contesto è molto mutato. Lo stop imposto dall'epidemia ha definitivamente messo a nudo le fragilità del sistema penale, e sono necessari interventi concreti per rinnovarlo, mettendo al centro i diritti dei cittadini senza trascurare il fatto che viviamo in un'era digitale: la nostra associazione è convinta che sia il momento per avviare un serio percorso di riforma della giustizia penale, al cui interno trovi stabile, e chiaro, collocamento la presenza delle nuove tecnologie.
Come prima cosa bisogna incentivare i riti alternativi, per ridare centralità al dibattimento. Il patteggiamento deve diventare una negoziazione vera e propria tra accusa e difesa, che ampli gli attuali limiti e possa avere per oggetto anche le conseguenze patrimoniali della sentenza, a cominciare dalla confisca e dalle pesantissime ricadute sui rapporti tra imprese e pubblica amministrazione; il giudizio abbreviato deve prevedere un aumento della possibilità di integrazione del fascicolo del pubblico ministero con le prove richieste dalla difesa, in modo da diventare un rito più equilibrato e garantito.
Parallelamente, andrà prevista la sistematica telematizzazione di tutti i fascicoli, del giudice e del pubblico ministero, senza discriminazione su base reddituale dei costi di copia per i cittadini, nonchè di tutte le notifiche dei difensori degli imputati e delle altre parti private. In un panorama così rinnovato, si potrà pensare di stabilizzare l'effettuazione da remoto, su richiesta delle parti, delle attività giudiziali da svolgersi in camera di consiglio, in cui non debba perciò formarsi la prova orale, che andrà sempre assunta di persona in aula, in modo da garantire il rispetto dei principi costituzionali di immediatezza e oralità. Le nostre proposte sono pubblicate integralmente sul sito www.italiastatodidiritto.it.
*Consigliere Italiastatodidiritto
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 8 luglio 2020
Conte precisa: "reato modificato, non abolito". "Interveniamo per modificarlo ma non lo aboliamo". Giuseppe Conte scandisce con cura le parole utilizzate per spiegare la modifica del reato d'abuso d'ufficio contenuta nel dl Semplificazioni appena approvato dal Cdm. Del resto, la formula "salvo intese" con cui il testo supera il primo step la dice lunga sulla fragilità dell'accordo ottenuto dalle forze di maggioranza.
E l'abuso d'ufficio è stato uno dei nodi più complicati da sciogliere, con Italia Viva che chiede di mettere a verbale le proprie riserve sulla riforma, e il Movimento 5 Stelle, da sempre ostile a interventi su quella fattispecie di reato. Con la riforma "andiamo a colpire chi non fa, e non più il dirigente che si assume la responsabilità di firmare per sbloccare un'opera", si affretta a precisare il presidente del Consiglio, sottolineando come su questo punto ci sia "stata larghissima convergenza" tra le forze di maggioranza. "Interveniamo per modificare e circoscriverne la portata ma non lo aboliamo affatto. Prevediamo una violazione di specifiche regole di condotta perché possa scattare la fattispecie criminosa e non più per principi generali", puntualizza ancora il premier.
L'articolo 323 del Codice penale viene modificato nell'ottica di circoscrivere la responsabilità dei funzionari pubblici, che spesso per paura delle sanzioni scelgono di non firmare atti e procedimenti. Un provvedimento, dunque, nato per arginare la cosiddetta "sindrome della firma". L'obiettivo è definire in maniera chiara gli ambiti di responsabilità dei funzionari pubblici, attualmente considerati passibili per la violazioni di "leggi e regolamenti", una formula ritenuta troppo ampia e generica che spesso genera immobilismo per paura di infrangere le norme. L'intenzione del governo è quella di specificare le condotte vietate ed eliminare i margini di discrezionalità.
Se per le opposizioni si tratta di una riforma troppo timida che rischia addirittura di generare ulteriore confusione, per alcuni partiti di maggioranza la modifica concepita in Cdm genera imbarazzi per ragioni opposte. A cominciare dal Movimento 5 Stelle, che nella scorsa legislatura aveva addirittura presentato, con Alfonso Bonafede, un emendamento per inasprire le pene previste. Solo un anno, fa all'epoca del governo giallo-verde, i grillini avevano sbarrato la porta a Matteo Salvini, convinto, allora come oggi, della necessità di abolire l'abuso d'ufficio per far ripartire il Paese.
"Ho sentito dire da qualcuno che questo reato lo si vuole abolire", scrive nel maggio 2019, sul Blog delle Stelle, il capo politico Luigi Di Maio per stoppare le spinte dell'alleato leghista. "È forse un modo per chiedere il voto ai condannati o per salvare qualche amico governatore da una condanna?", sono le dure parole rivolte al coinquilino di maggioranza d'allora. "È un reato in cui cade spesso chi amministra, è vero, ma se un sindaco agisce onestamente non ha nulla da temere. Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Ma che soluzione è? Il prossimo passo quale sarà? Che per evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione?
Sia chiara una cosa, per noi il governo va avanti, ma a un patto: più lavoro e meno stronzate!". A poco più di un anno di distanza la questione è di nuovo sul tavolo, solo che questa volta a sponsorizzarla è ilpresidente del Consiglio espresso dal Movimento 5 Stelle. Lo stesso un anno fa, eppure completamente diverso. Bonafede e compagni sono costretti a ingoiare il rospo, non senza mal di pancia però. Ed è plausibile che la formula "salvo intese" lasci ancora margini di manovra agli scettici.
Per le opposizioni, invece, quello del governo è un passo troppo timido che rischia di creare danni maggiori. Il leader della Lega rimane sulle sue posizioni: quel reato va semplicemente cancellato. Così come è convinto il responsabile Giustiza di Forza Italia Enrico Costa: "L'abuso d'ufficio è un reato da abolire, perché è fattispecie vaga ed indeterminata e consente ai pubblici ministeri di entrare nelle valutazioni dei pubblici amministratori, facendo rientrare nella "violazione di legge" anche l'eccesso di potere e le violazioni dei principi di cui all'articolo 97 della Costituzione.
A questo si aggiunga che è sufficiente una condanna di primo grado per far scattare la sospensione dell'amministratore local", dice il deputato azzurro. "Il governo si rende conto di queste criticità, ma non ha il coraggio di andare fino in fondo è di cancellare il reato: sarebbe una scelta troppo contraddittoria con la loro consuetudine manettara".
Ma quella del centrodestra non è una voce isolata. Di recente, anche l'ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, hspiegato che la maggior parte dei procedimenti per abuso d'ufficio vengono archiviati, sottolineando come l'attuale norma "concorre a creare sacche di immobilismo produttivo che bloccano l'intero Paese", soprattutto per effetto del fenomeno del "rifiuto di firma da parte dei funzionari pubblici, che per paura di finire invischiati in qualche inchiesta evitano responsabilità".
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