di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 luglio 2020
Francesco Smeragliuolo ha perso la vita a soli 22 anni l'8 giugno 2013. Era detenuto nel carcere di Monza: "Era a rischio, doveva essere controllato". Era appena 22enne con pochi anni da scontare nel carcere di Monza, un residuo pena per reati legati alla sua tossicodipendenza, quando è morto. Era in perenne stato di agitazione e compiva gesti di autolesionismo per via dell'astinenza e per questo i medici stessi avevano chiesto che fosse sorvegliato a vista. Ma le misure, a quanto pare, non sarebbero state attuate e l'hanno ritrovato morto, durante l'ora di socialità, in una cella non sua. È accaduto nel 2013, i familiari hanno fatto denuncia per omicidio colposo, ma dopo due anni la magistratura ha archiviato. Ora però, grazie all'aiuto degli avvocati Daniel Monni e Alessandro Ravani, hanno presentato una denuncia presso la procura di Monza integrandola con il reato di condotta omissiva visto che la sorveglianza risultava assente. Ma cosa hanno scoperto i legali? Tramite i diari clinici hanno potuto ricostruire gli eventi accaduti negli ultimi 37 giorni di Francesco Smeragliuolo, così si chiamava il ragazzo. Appena entrato in carcere, il 2 maggio del 2013, presenta già brividi, mialgie diffuse, insonnia. Qualche giorno dopo, i medici hanno riscontrato che il ragazzo presenta una "sintomatologia astinenziale" e ha dichiarato di "rifiutare di assumere il metadone consapevole di stare male per astinenza contro il pare del medico". A quel punto al giovane detenuto hanno cominciato a somministrargli psicofarmaci.
Inizialmente le gocce di Valium. Ma nulla fare. L'insonnia persiste, aumenta la sua agitazione e il 19 maggio, secondo quanto si legge nella cartella clinica, i medici stessi chiedono nei suoi confronti una "grande sorveglianza". A mezzanotte e mezza Francesco riferisce "ansia non controllata e di avere paure e fobie che riconosce immotivate ma che non sa spiegarsi". In quella sede i medici ribadiscono la necessità di una "grande sorveglianza fino a visita psichiatrica". Nel corso della visita al Sert, il 20 maggio 2013, il ragazzo parla di sensazioni di "nodo alla gola e allo stomaco, inefficacia della terapia; insonnia, formicolio alle estremità, incubi e atti autolesivi potenziali". Ma non solo. Alla psicologa riferisce "con atteggiamento captativo malesseri fisici vaghi ed imprecisati (alle estremità degli arti superiori, disturbi gastrici, senso di costrizione alla gola e insonnia) sostenendo che durante la notte si presentano idee di morte intrusive". Sussiste, in sostanza, "preoccupazione per il proprio stato di salute".
"Le ferite e la fine dell'isolamento" - Ogni giorno che passa, è un crescendo. Ancora insonnia resistente ai farmaci, nodi alla gola, altri disturbi fino ad arrivare al 28 maggio quando, secondo quanto risulta dal diario clinico, Francesco presenta "diverse ferite lineari in regione latero cervicale destra del collo di cui una più profonda che necessita di due punti di sutura". Dice di "aver fatto questo perché non ce la faceva più" e di "aver agito in un momento di sconforto". I medici a quel punto richiedono una "ubicazione in cella priva di suppellettili e grandissima sorveglianza fino a visita psichiatrica che si richiede con precedenza". Il 31 maggio l'equipe medica concorda per la fine dell'isolamento e quindi il rientro in sezione nella vita comune, ma - sottolineando ancora una volta - sempre con il "regime di grande sorveglianza a scopo precauzionale".
"Francesco era a rischio e andava controllato" - Il dato che emerge è chiaro. Francesco, in forte crisi di tossicodipendenza e imbottito di psicofarmaci come rivelerà l'analisi del sangue, è a rischio. Per questo i medici hanno chiesto che fosse sorvegliato a vista per tutelare la sua incolumità fisica. Però arriviamo all'otto giugno del 2013 quando il ragazzo all'improvviso muore, in una cella non sua. L'altro detenuto che era con lui racconta che improvvisamente Francesco si è accasciato a terra e non ha risposto più ai richiami e lui, quindi, ha provveduto a distenderlo sul letto. A quel punto ha urlato chiedendo aiuto.
Il ragazzo si è accasciato intorno alle 17, i soccorsi arrivano alle 18. Non c'è stato nulla da fare, Francesco era già morto.La denuncia presentata in procura è chiara. Il ragazzo era un soggetto ad alto rischio e per tale ragione doveva essere sottoposto a sorveglianza a vista. Così, purtroppo, non è stato. La madre testimonia che, all'ultimo colloquio, Francesco risultava notevolmente dimagrito rispetto a quando ha fatto ingresso in carcere. La salma è risultata piena di escoriazioni e lo screening biologico ha evidenziato la presenza di diversi psicofarmaci. Ricordiamo che recentemente la Corte europea di Strasburgo ha condannato l'Italia per il suicidio di un detenuto avvenuto 19 anni fa. Il motivo della condanna? Le autorità non hanno garantito il "diritto alla vita" che obbliga lo Stato non soltanto ad astenersi dal provocare la morte in maniera volontaria e irregolare, ma anche ad adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione. Tale obbligo sussiste, ancora di più, dal momento in cui le Autorità penitenziarie siano a conoscenza di un rischio reale. Nel caso di Francesco Smeragliuolo, gli stessi medici del carcere hanno chiesto una "grande sorveglianza" nei suoi confronti.
di Stefano Pierri
ecodelnulla.it, 8 luglio 2020
Il suicidio di un 23enne nel carcere La Dogaia di Prato e il silenzio generale dei giornali e delle istituzioni. Parlare di carcere in pubblico provoca sempre reazioni interessanti negli interlocutori. Le idee più diffuse sul carcere prevedono che non sia necessario promuovere un miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti: la privazione o restrizione della libertà personale è generalmente vista come un'adeguata misura punitiva nei confronti di chi ha infranto la legge, con poche distinzioni rispetto alla violazione commessa.
Per alcuni, anzi, la via giusta è una recrudescenza della carcerazione. In linea di massima quanto più aspra è una condanna tanto più si registra soddisfazione nell'opinione pubblica. A questi luoghi comuni si accompagna quasi sempre una profonda inconsapevolezza della realtà carceraria italiana: i due mondi della detenzione, penale nelle carceri e amministrativa nei centri per il rimpatrio, sono dimensioni parallele che non devono mai incrociare la vita delle persone al di fuori, quelle che non delinquono e si presume quindi siano persone per bene. Scriveva Angela Davis - attivista e docente statunitense a sua volta detenuta in California tra il 1970 e il 1972 - in un passaggio del suo Aboliamo le prigioni? che è assai utile recuperare oggi, a più di 15 anni dalla pubblicazione italiana:
In generale, si tende a dare il carcere per scontato. È difficile immaginare la vita senza di esso. Al tempo stesso, c'è riluttanza ad affrontare le realtà che nasconde, si ha timore di pensare a ciò che accade al suo interno. [...] Siccome sarebbe troppo penoso accettare l'eventualità che chiunque, compresi noi stessi, possa diventare un prigioniero, tendiamo a considerare il carcere come qualcosa di avulso dalla nostra vita.
Questo antefatto può aiutare a comprendere il clima di indifferenza in cui si è verificato un mese fa il suicidio di un giovane detenuto di nazionalità turca alla Dogaia, la casa circondariale di Prato. Il ragazzo aveva 23 anni e si è impiccato nella sua cella nel pomeriggio di domenica 24 maggio; trasportato in ospedale, è morto tre giorni dopo.
Questo e pochissimo altro è quanto si sa di lui, perché il primo dato che si propone in maniera evidente a qualsiasi osservatore è il velo di disinteresse mediatico da cui questa vicenda è coperta. Quasi nessuno tra gli organi di informazione locali ha registrato la notizia nel momento del suicidio, nonostante avessero ricevuto l'agenzia Ansa che ne dava atto; pochi e brevi trafiletti sono stati stampati o pubblicati online al momento del decesso.
Un solitario necrologio del Tirreno, il 29 maggio, segnala a pagina 19 la singolare concomitanza tra il suicidio e la morte di un altro detenuto il giorno precedente, causata a quanto sembra da un malore improvviso. Un suicidio in carcere dunque non è una notizia di particolare rilevanza, né una questione da approfondire in un'inchiesta giornalistica. Tantomeno lo era un tentativo di suicidio: i casi sono più di 1000 all'anno, come registrano i rapporti dell'associazione Antigone e del "notiziario dal e sul carcere" Ristretti Orizzonti. Il detenuto senza nome della Dogaia è stato il diciottesimo del 2020, in Italia, a fare questa fine; dopo di lui altri nove commetteranno lo stesso gesto, portando il totale, per ora, a 27.
Nei giorni successivi alla tragedia si sono fatte notare alcune eccezioni all'incuranza generale che hanno permesso una ricostruzione almeno parziale di quanto accaduto. Oltre alla Procura, che ha subito aperto un fascicolo d'indagine e ordinato l'autopsia sul corpo, una settimana dopo la morte il deputato Roberto Giachetti, eletto nel vicino collegio di Sesto Fiorentino, ha presentato alla Camera un'interrogazione scritta rivolta al Ministro della giustizia Alfonso Bonafede. Nell'atto, ancora in attesa di risposta, si chiede conto di un'eventuale indagine interna "al fine di verificare se nei confronti del detenuto morto suicida siano state messe in atto tutte le misure di sorveglianza previste e necessarie"; difficile pensare che la vicenda avrebbe avuto questo esito, se il ragazzo avesse ricevuto tutte le tutele previste dalla legge e dalla costituzione. Giachetti cita anche la risposta del Ministro a una precedente interrogazione, anch'essa riguardante il carcere di Prato, in cui Bonafede minimizzava le criticità presenti ricordando che non si era verificato alcun suicidio nell'ultimo triennio, per poi essere nettamente smentito tre mesi dopo.
A tentare di gettare luce su quanto accaduto in quel pomeriggio di fine maggio, però, sono soprattutto due vicini di cella del ragazzo senza nome, e la loro legale Sara Mazzoncini, penalista che si occupa di esecuzione penale. I due compagni di sezione, avendo assistito alla scena del rinvenimento del corpo del giovane da parte degli infermieri, hanno redatto a mano una memoria di quattro pagine, che Mazzoncini ha provveduto a consegnare alla Procura di Prato. Dal racconto emergono chiaramente i dubbi sulla gestione di questo caso; si scopre così che il giovane aveva già mostrato in passato attacchi d'ira e altri segni evidenti di sofferenza e come riferisce Mazzoncini "in diverse occasioni, nei giorni precedenti il tentativo di suicidio del ragazzo turco, gli stessi detenuti avevano segnalato il pericolo che lui potesse compiere gesti autolesionisti. All'amministrazione carceraria, secondo quanto riportato nel memoriale, era stato riferito che il 23enne appariva fragile, che soffriva molto la carcerazione". Nonostante questo, al momento del gesto il detenuto si trovava in cella da solo, una circostanza non usuale e per ovvie ragioni comune a moltissimi altri suicidi. Perché, una volta riconosciuta la sua condizione, non si è provveduto a trasferire questo ragazzo in una struttura più opportuna, o quantomeno a evitarne l'isolamento?
I compagni aggiungono ulteriori informazioni al quadro, rendendo la vicenda ancora più cupa. Il ragazzo, condannato in primo grado, aveva già scontato circa due anni di reclusione dei tre previsti dalla sentenza e aspettava la discussione dell'appello il 28 maggio, quattro giorni dopo il suicidio. Non si hanno notizie sulla sua famiglia. Sempre dalla memoria si apprende che il giovane avrebbe espresso la volontà di tornare a casa; un diritto, quello di scontare la pena nel proprio paese d'origine, garantito dalla convenzione di Strasburgo del 1983, che l'Italia ha ratificato nel 1989, ma attuabile solo quando la condanna è definitiva e non si è sottoposti a misura cautelare detentiva. Come se non bastasse tutto questo, i due detenuti manifestano rimostranze anche sui soccorsi prestati al momento del ritrovamento del corpo, definiti "inadeguati" e "non tempestivi".
Com'è possibile che si verifichi una serie così lunga di errori o negligenze, fino al tragico esito? Qual è il contesto che porta un ragazzo di 23 anni con problemi psichiatrici a togliersi la vita nell'indifferenza generale? I problemi della Dogaia di Prato sono ben noti alle autorità competenti e soprattutto a chi il carcere lo vive quotidianamente: già nel 2017 la sezione locale della Funzione Pubblica, sindacato Cgil dei dipendenti statali, aveva chiesto pubblicamente le dimissioni del direttore Vincenzo Tedeschi in seguito a una rivolta dei detenuti, per denunciare il sovraffollamento e le gravi carenze di personale.
Al 29 febbraio, prima dell'emergenza Covid-19, il carcere di Prato contava 629 reclusi a fronte di una capienza di 589. Come riferisce Lorenzo Tinagli, consigliere comunale di Prato intervistato per Radio Radicale da Rita Bernardini, presidente della Ong Nessuno Tocchi Caino, nella Dogaia "si contano due psichiatri a tempo pieno e uno a tempo parziale"; "si riscontra un disagio diffuso, dal momento che tre detenuti su quattro assumono psicofarmaci". Anche gli educatori, figure fondamentali di ogni penitenziario, sono fatalmente insufficienti: solo tre a tempo pieno e uno part time, un rapporto quindi di 180 detenuti per ogni educatore.
Si direbbe che sia un mistero come la struttura possa funzionare in una situazione come questa; e difatti non funziona. A impedirne il collasso l'instancabile lavoro quotidiano e totalmente volontario di associazioni come il Gruppo Barnaba, che fin dall'inaugurazione del penitenziario nel 1986 cura una grande quantità di progetti e attività: a partire dal primo programma di istruzione secondaria fino a protocolli di reinserimento lavorativo e corsi professionalizzanti di panificazione, meccanica o cucito, passando per servizi imprescindibili come i colloqui e il guardaroba. Tutte queste attività sono state sospese allo scoppio dell'emergenza Covid-19, a peggiorare una situazione resa già estremamente difficile dall'interruzione dei colloqui con familiari e affetti in presenza. Alla luce di tutto questo, le cause potenziali del gesto del 23enne diventano più chiare, e con le sue quelle di numerosi altri che, nelle stesse sue condizioni, commettono gesti di autolesionismo e tentativi di suicidio ogni anno, largamente ignorati dalle cronache.
La Garante dei diritti dei detenuti nel comune di Prato, Ione Toccafondi, ha terminato il suo mandato già da mesi, ma l'ha esteso in via ufficiosa in attesa di un nuovo bando che tarda ad arrivare. Commenta così l'accaduto: "In questi sei anni durante i quali ho svolto la mia funzione di Garante la situazione carceraria ha subito un'involuzione notevole. Manca, a mio avviso, una visione politica complessiva su quello che si richiede al carcere. In pratica non interessa a nessuno, tranne che quando scoppiano rivolte o si verificano evasioni, quello che succede tra le mura del carcere, e quale sia l'impegno e la fatica degli operatori e la volontà di cambiamento dei detenuti".
La stessa disattenzione da parte della città è registrata da Tinagli nell'intervista a Radio Radicale. Rischia così di cadere nel dimenticatoio anche questa vicenda, ignorata dai giornalisti ed evitata dai politici di ogni livello, forse perché considerata una perdita di tempo, un argomento tabù, o coperta forse una forma di omertà socialmente accettabile. Oggi, a un mese e mezzo dall'accaduto, né il sindaco di Prato Matteo Biffoni né il direttore del carcere Vincenzo Tedeschi hanno rilasciato alcun commento sulla morte di un detenuto di 23 anni, che probabilmente resterà senza nome.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 8 luglio 2020
Le sue parole non hanno niente di strumentale, di falso. Sono autentico orrore, disprezzo puro per il sistema delle pene italiano. Fucilatemi, e buttatemi dove vi pare. "Voglia la S.V. Illustrissima, concedermi la grazia di farmi fucilare, giù nel cortile della prigione". Anche senza rudimenti di psicologia, conoscenze del mondo carcerario o della mafia, lo si intuisce che la lettera di Salvatore Cappello al Presidente Mattarella non abbia nulla di strumentale, di falso, è autentico orrore, disprezzo pure, per il sistema delle pene italiano.
Nemmeno una resa, solo la lucida consapevolezza che la morte sia meno dolorosa della vita. E l'accusa, fuori da ogni ipocrisia, allo Stato. Non sono emendabile, redimibile? Ammazzatemi. Fatelo voi, io non ve lo tolgo questo impiccio. Dovete avere il coraggio di fucilarmi e di non restituire il corpo alla mia famiglia, per condannare, loro non me, ulteriormente.
Se alla parola mafia non si provvedesse, retoricamente, di aggiungere: giudici fatti saltare in aria, bambini squagliati nell'acido, servitori dello Stato e vittime innocenti falciati. Se non si associassero i crimini della mafi a ai mafi osi, nulla offuscherebbe l'inumanità del trattamento riservato ai condannati per crimini mafi osi. Niente farebbe da alibi alla terribilità della pena che si infl igge alle coppole storte. Salvatore Cappello, boss catanese, in carcere da più di vent'anni, quasi tutti trascorsi al 41bis, esce dall'ipocrisia, chiede come unico beneficio quello di essere ucciso tutto in una volta e non a pezzi come è accaduto in questi anni.
Che morto è morto da un pezzo. È un cadavere che si muove, e dopo aver prodotto dolore alle sue vittime, prima della galera, continua a produrre dolore anche dal carcere ai suoi familiari, che sono anche loro vittime sue, con la colpa di essergli parenti, che devono soffrire anche se non hanno altre colpe. E chissà se davvero le sue vittime di prima se la godano della sua sofferenza? Se ridono delle sue pene, di questa sua lettera, o ritengano che sia insopportabile questo dolore, esagerato, inutile?
Chissà se davvero le vittime innocenti, conoscendo il trattamento di Cappello, di quelli come lui, approverebbero la cosa? O magari appoggerebbero la sua richiesta di grazia a morte? O si sentirebbero portatrici di vendetta, non di Giustizia? È che di carcere, del carcere del 4bis, del 41bis, non se ne parla sul serio, non ne parlano quelli che veramente ne conoscano i dettagli. Si fa un discorso da bar, o da talk show, che è la stessa cosa. Se ne parla per sentito dire, per leggende. E Salvatore Cappello, con tutto il suo carico di responsabilità e sangue, rompe un muro, lo fa dalla sua parte sbagliata e rovescia le macerie dalla parte dei buoni: "Volete sapere cosa sia il 41bis, il fi ne pena mai? Eccovelo".
È l'orrore che non fi nirà mai, la tragedia che cammina e infetta chiunque stia intorno al colpevole. È il buio 22ore al giorno, la solitudine senza confini temporali, la voglia di un uovo fritto mancata che non diventa voglia ma ulcera che perfora lo stomaco col bruciore di tutte le vite spezzate, tutto in una volta. La fine senza la fi ne, in una caduta che dura così a lungo dal preferire l'atterraggio nella lava.
Anche i buoni, anche le vittime, se conoscessero davvero il 41bis, tiferebbero per Salvatore Cappello, scriverebbero: "Voglia la S.V. Illustrissima concedere la Grazia di far fucilare Salvatore nel cortile della prigione, e non restituire il corpo ai parenti". Forse anche le vittime innocenti, se sapessero cosa sia sul serio il 41bis, si opporrebbero all'uso che si fa dei loro torti.
Il Dubbio, 8 luglio 2020
L'appello dell'ex boss catanese Salvatore Cappello, condannato all'ergastolo e che da 23 anni sconta il regime di carcere duro del 41 bis: "Illustrissimo Presidente" chiedo di essere Fucilato nel cortile dell'istituto, così la facciamo finita perché, dopo 24 anni, non voglio più morire tutti i giorni, voglio morire una sola volta".
"Illustrissimo Presidente" chiedo di essere Fucilato nel cortile dell'istituto, così la facciamo finita perché, dopo 24 anni, non voglio più morire tutti i giorni, voglio morire una sola volta". È l'appello contenuto nella lunga lettera inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dall'ex boss catanese Salvatore Cappello, condannato all'ergastolo e che da 23 anni sconta il regime di carcere duro del 41 bis. A divulgare la missiva in cui Cappello chiede la 'grazia' della morte, è stata l'associazione Yairaiha Onlus che da anni si batte contro l'ergastolo ostativo.
"Alla S.V. Illustrissima - scrive Cappello rivolgendosi al Capo dello Stato - affinché intervenga a far eseguire la condanna inflittami dalla Corte d'Assise di Catania e Milano cioè la condanna a morte nascosta dietro la parola ERGASTOLO, con FINE PENA 9999, cioè FINE PENA MAI! Chiedo che la condanna venga eseguita perché dopo 24 anni, di cui 23 passati al 41 bis, SONO MORTO già tante di quelle volte che non lo sopporto più; ogni volta che lo rinnovano muoio; quando guardo gli occhi dei miei figli, dei miei cari, di mia moglie penso che la condanna a morte è anche per loro. E non voglio - prosegue la lettera - che muoiano tutte le volte lo rinnovano con scuse banali e senza fondamento, per questo chiedo di morire".
"Non intendo impiccarmi o suicidarmi - scrive nella missiva indirizzata a Mattarella - perché l'ho visto fare tante di quelle volte che non voglio pensarci. Siete voi che dovete eseguire la sentenza perciò chiedo che venga eseguita tramite fucilazione nel cortile dell'istituto, così la facciamo finita perché, dopo 24 anni, non voglio più morire tutti i giorni, voglio morire una sola volta perché non basta che tu stia scontando l'ergastolo, non basta che lo sconti pure con la tortura del 41 bis, c'è anche la cattiveria", sostiene aggiungendo una serie di esempi. "Che so... sei un 41 bis? Non puoi farti nemmeno un uovo fritto. È questa la lotta alla mafia? Tu hai preso 30 anni (senza uccidere nessuno) per estorsione ed associazione? Con l'art. 4 bis li sconti tutti senza benefici; ma se tu hai ucciso un bambino, lo hai violentato, sconti 20 anni e niente 41 bis, niente restrizioni. Questo è lo Stato italiano! Che so, rubi un tonno per fame? Sconti dai 3 ai 5 anni; poi - prosegue Cappello - c'è chi ruba milioni di euro, quelli vanno a Rebibbia in attesa dei domiciliari! E sono peggio dei mafiosi perché loro hanno giurato fedeltà allo Stato".
Io sig. Presidente, non sono un santo, sono, o meglio, ero, un delinquente. Ma - prosegue nella lettera - sono 10 anni che ho dato un taglio a tutto per amore dei miei figli e dei miei cari. Ma ciò non è servito a niente perché le procure non vogliono che tu dia un taglio al passato, o ti penti o sei sempre un mafioso da sfruttare tutte le volte che fanno un blitz sfruttando il nome tutte le volte che fanno un blitz sfruttano il tuo nome per dare più risalto per dare più peso al blitz e tu ci vai di mezzo solo perché. scrive l'ergastolano - un megalomane fa il tuo nome; non vogliono nemmeno che i tuoi figli lavorano perché vogliono che seguono le 'orme del padre', se trovano lavoro vanno dal datore di lavoro e gli dicono che stanno facendo lavorare il figlio di un mafioso. Se non lavorano dicono che non lavorano. Ma, ringraziando Dio, i miei figli lavorano tutti, lavori umili, ma lavorano, e fanno sacrifici per venirmi a trovare".
"Se chiedo la fucilazione - spiega - lo faccio anche per loro, per non dargli più problemi. Sa cosa vuol dire ricevere un telex che dice che tua figlia è ricoverata in fin di vita, vedi se puoi telefonare? No al 41 bis non posso chiamare; ho un solo colloquio al mese o una telefonata. Se avevo ucciso un bambino - insiste Cappello - non ero 'mafioso', non avevo 41 bis, allora si, assassino di bambini se ricevevo un telex tipo 'mamma ha la febbre', allora potevo telefonare, chiedere colloqui e tutto. Questa è la legge italiana! Signor Presidente, sono 23 anni che non ho una carezza dei miei genitori, che non abbraccio i miei figli, che non tocco la mano di mia moglie, perciò - conclude l'ex BOSS - mi chiedo 'è questa la vita che devo fare fino alla morte'? E allora facciamola finita subito, Fucilatemi!
P.S. Non restituite il corpo alla mia famiglia, sarebbero per loro altri problemi. grazie"
di Francesco Machina Grifeo
IL Sole 24 Ore, 8 luglio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 7 luglio 2020 n. 20088. La recinzione posta immediatamente prima della spiaggia - nel caso l'"Ariana" di Gaeta - fa scattare il reato di "abusiva occupazione di spazio demaniale marittimo" (artt. 54 e 1161 codice della navigazione). La Terza Sezione penale della Cassazione, sentenza n. 20088 (segnalata per il "Massimario"), ha così confermato l'ammenda di 516 euro comminata, nel luglio 2018, dal Tribunale di Cassino al ricorente per aver delimitato l'arenile, in assenza di un atto di concessione, con una recinzione e due porte di accesso, utilizzandolo poi per il ricovero di attrezzature da spiaggia, piccole unità di diporto ed un box in legno di 1 mq 1. Né, precisa la Corte, il fatto che l'area fosse sopraelevata di oltre un metro rispetto al livello del mare cambia le carte in tavola.
Secondo il ricorrente la natura demaniale marittima dell'area era stata erroneamente desunta da verbale di delimitazione della spiaggia risalente al 1958 e dalla relativa cartografia catastale, che però aveva effetti unicamente a fini tributari. Si sarebbe invece dovuto dare rilievo "all'obiettivo stato dei luoghi", e cioè al fatto che la zona era sopraelevata rispetto al livello dell'arenile di circa 1 mt e non era raggiunta dalle ordinarie mareggiate, dunque, non faceva parte del demanio marittimo.
Una tesi bocciata dalla Suprema corte che ricorda come il reato di abusiva occupazione di spazio demaniale marittimo "è configurabile anche in mancanza di un esplicito atto di destinazione demaniale del bene, derivando la demanialità dalle caratteristiche intrinseche". In particolare, prosegue la decisione, il demanio marittimo è formato dai beni indicati nell'articolo 822 cod. civ. (lido del mare, spiagge, rade e porti) e nell'articolo 28 cod. nav., che aggiunge le lagune, le foci dei fiumi che sboccano in mare, bacini di acqua salmastra che almeno durante una parte dell'anno comunicano liberamente con il mare e canali utilizzabili ad uso pubblico marittimo.
Inoltre, spiega la Corte, il procedimento amministrativo di delimitazione di determinate zone del demanio marittimo ha carattere "semplicemente ricognitivo e non costitutivo della demanialità". Né è possibile la "sdemanializzazione tacita", proprio perché la demanialità è una qualità che deriva "direttamente e originariamente" dalla legge, potendosi attuare solamente quella espressa mediante un provvedimento di carattere costitutivo da parte della autorità amministrativa.
Nel caso concreto, "si verte in ipotesi di arenile, la cui demanialità discende direttamente dalla legge". Mentre non rileva che la zona si trovi in posizione sopraelevata rispetto al livello della spiaggia, dal momento che "gli arenili, quali zone abbandonate dal mare nel suo ritrarsi, fanno parte della spiaggia e la loro demanialità, discendente direttamente dalla legge (art. 822 cod. civ. e art. 28 cod. nav.) può cessare solo mediante il procedimento, di cui all'art. 35 cod. nav., quando la zona sia stata ritenuta dal capo del compartimento marittimo non più utilizzabile per pubblici usi del mare". "Né - conclude- a impedire la demanialità dell'arenile, può valere la conformazione orografica rispetto alla spiaggia toccata da mare, come può desumersi dall'art. 55 cod. nav., che, a proposito del lido, fa menzione del ciglio dei terreni elevati sul mare".
di Maurizio de Giovanni
Corriere del Mezzogiorno, 8 luglio 2020
La crisi del carcere di Santa Maria Capua Vetere è l'emblema di una situazione esplosiva del sistema penitenziario italiano, già nel mirino Corte Europea e alla quale nessun governo, quale che sia il colore dello stesso, sembra avere voglia di mettere rimedio. Siamo arrivati a 130 agenti della polizia penitenziaria in malattia per stress da lavoro, e il processo non sembra accennare a fermarsi nonostante gli avvisi di garanzia; il personale inviato dal ministero in sostituzione è insufficiente. Il sovraffollamento, la fatiscenza delle costruzioni, l'endemica mancanza delle risorse rendono i penitenziari luoghi infernali, spesso con condizioni e trattamenti che nulla hanno di umano e soprattutto di rieducativo. L'esplosione della delinquenza e dell'insofferenza degli agenti è un problema che riguarda tutti, anche chi si sente lontano dalla questione. È un problema di civiltà.
di Gemma Brandi
personaedanno.it, 8 luglio 2020
Qualche giorno fa una giovane donna friulana, abitualmente schiva, mentre preparavamo insieme qualcosa, ha voluto mettermi a parte di uno sviluppo che l'aveva colpita. Nel piccolo paese da cui proviene è ospitata una storica e grande residenza per anziani che, a causa della Covid-19, ha subito alcune limitazioni in corso di lockdown.
Cosa è accaduto con la chiusura a penetrazioni esterne di detta realtà? Non quello che ci si sarebbe attesi, vale a dire una sofferenza diffusa e aggiuntiva a causa dell'ulteriore depauperamento dei già rarefatti scambi sociali e di affetto. No, non questo furto, peraltro necessario, a danno delle già deboli risorse esistenziali dei suoi cittadini, bensì un improvviso sospiro di paradossale sollievo, una dimensione quieta, gentile e luminosa, una pace imprevista e improvvisa, un minus delle abituali tensioni, con una pecca rilevata da tutti: il cibo confezionato all'esterno non era altrettanto gustoso. Un neo che introduceva una caduta delle piccole gioie quotidiane di una vita ridotta all'essenza.
Nello stesso pomeriggio avrei sentito il racconto di una straordinaria direttrice di carcere, che evidenziava come la pandemia avesse inaugurato, in istituti ben governati, un periodo di pace interna e di condivisione nuova. L'accorta professionista segnalava come l'introduzione di videochiamate quotidiane con le famiglie, in cambio di incontri diventati proibitivi, non fosse estranea a questo sorprendente benessere interno e suggeriva sagacemente, a partire dalla sua piccola grande esperienza, di non sospendere il nuovo diritto introdotto nel mondo della pena da un evento avverso come il rischio infettivo.
Ho ripensato allora a tutte le emergenze che hanno attraversato la mia pratica di psichiatra nelle istituzioni, quelle della pena incluse, e a come, in maniera diventata con l'esperienza meno imprevedibile, il pericolo repentino abbia sempre determinato la fine netta delle lamentele, delle proteste, delle grida gratuite, richiamando anche chi appariva incontenibile a un nuovo ordine del discorso e della convivenza. In luogo del caos, il disastro ricompone un assetto socialmente compatibile in cui ciascuno recupera il suo posto e lascia che la soluzione sia cercata senza intralciarne il reperimento.
Tra tutti i ricordi siffatti continua a fare capolino il drammatico giorno del mio sequestro per ore nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, un sequestro annunciato che chi doveva avrebbe potuto evitare e non evitò, che chi poteva era chiamato ad abbreviare, ma non lo fece, che chi ne portava la responsabilità istituzionale si affrettò soltanto a "ridimensionare". Eppure a colpirmi, nelle ore disperate che mi incanutirono anzitempo, fu il silenzio della sezione, furono gli internati che si davano da fare per procurarmi del tè e con quello il loro conforto, e furono anche le parole di uno dei sequestratori: "Se una cosa mi dispiace, è che qui ci sia la dottoressa Brandi!".
Direte, una magra consolazione, e invece io lessi in tale ammissione il miracolo di una sana consapevolezza. Se è vero che chi non sa essere amico degli amici, non potrà essere nemico dei nemici, il mio sequestratore aveva ben chiaro in cuor suo che io non facevo parte della schiera dei nemici. Un buon inizio, almeno per lui, e forse anche per me. Quando la cosa si concluse e tornai a lavorare, mi accorsi di non avere maturato avversione e paura nei riguardi dei pazienti, bensì di altri e di altro, certo dei perversi che nascondono il pugnale con cui si preparano a ferire. La mia lucidità, clinica e istituzionale, fu da allora maggiore.
di Manuela Petrin
interris.it, 8 luglio 2020
Intervista al presidente di Isola Solida, il dottor Alessandro Pinna: "Dare fiducia alle persone ed evitare che ricadano nel reato". Un laboratorio intitolato a Papa Francesco che coniuga la lotta allo spreco alimentare con il ridare dignità attraverso al lavoro ad ex detenuti. E' l'iniziativa promossa da Isola Solidale in collaborazione con il Car - Centro Agroalimentare di Roma - e il ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Il concetto è semplice: recuperare le eccedenze alimentari di frutta e verdura e trasformarle in succhi di frutta, marmellate e passate. I nuovi prodotti saranno poi distribuiti in parte ai circuiti solidali del comune di Roma.
Dare fiducia e restituire dignità ad ex detenuti tramite il lavoro è uno degli obiettivi di Isola Solidale, reso possibile anche grazie a Roma Capitale che ha messo a disposizione 4 borse lavoro, pensando già al futuro di ampliare l'iniziativa fino ad arrivare a sei. Saranno, infatti, uomini e donne con un passato detentivo ad essere impegnati in tale progetto. Interris.it ha approfondito l'argomento con il dottor Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale.
Dott. Pinna, quali sono le finalità del laboratorio "Papa Francesco"?
"Insieme al Car - Centro agrolimentare di Roma - due anni è nato il progetto 'Frutta che frutta non spreca', con il ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, perché c'era una gran quantità di frutta e verdura che, in particolar modo nel periodo estivo, non viene consumata e quindi gettata. Il laboratorio 'Papa Francesco' nasce proprio con l'obiettivo di ridurre lo spreco alimentare e per ridurre i costi di smaltimento. Questo nuovo progetto, riparte dalle eccedenze alimentari per riciclare il materiale ancora buono, in modo che venga rimesso in un circolo virtuoso e reinserito in un processo di distribuzione solidale".
I prodotti che raccogliere, come verranno trattati?
"Saranno trasformati in marmellate, succhi di frutta, passate, e verrà reinserito nel circuito virtuoso per le persone che sono in difficoltà"
Il laboratorio, insieme a Roma Capitale, mette a disposizione delle borse lavoro per ex detenuti: è un modo per dare fiducia a chi è ben visto dalla società?
"Il progetto dall'inizio prevedeva che venissero impiegate per il lavoro le persone che sono in fine pena; anche adesso, siccome Roma Capitale ha messo a disposizione delle borse di lavoro, ci saranno delle persone che hanno finito il carcere o sono alla fine. La missione di Isola solidale è quella, come Papa Francesco ha ripetuto più volte, di ridare dignità alla persona. Si può fare in tanti modi e, uno di questi, sicuramente, è dando un piccolo stipendio, poter vivere e non dover delinquere di nuovo. Un progetto importante perchè inizia con il non sprecare il cibo e rimetterlo in circolo, impiegando delle persone fragili che attraverso questo processo avranno un reinserimento sociale adeguato".
Sono molte le famiglie che beneficiano di questi nuovi prodotti?
"Durante il lockdown abbiamo distribuito pacchi alimentari a più di 300 famiglie nel territorio del comune di Roma, presumiamo di tener presente loro, ma questo è un dato in evoluzione, anche in base alla produzione di alimenti che avremo".
Quanti sono gli ex detenuti che lavorano al laboratorio?
"Al momento sono quattro, ma stiamo lavorando per farli aumentare a sei".
Al momento avete altri progetti attivi?
"Si progetti di inclusioni, abbiamo realizzato corsi di agronomia, di alfabetizzazione informatica. Iniziative che portiamo avanti sistematicamente".
Quanto è importante restituire dignità attraverso il lavoro alle persone?
"E' molto importante, anche dal punto di vista della missione di Isola Solidale, che è quella della non recidiva. Quando una persona termina il suo periodo di detenzione non è semplice, a causa di tutti i pregiudizi che ci sono. La cosa più importante è cercare di dare fiducia alle persone ed evitare che ricadano nel reato".
di Fabio Postiglione
Corriere del Mezzogiorno, 8 luglio 2020
Processi civili rinviati (anche) al 2022. "Ai miei clienti sto dicendo che per chiudere un processo civile, in questo momento storico, servono almeno dieci anni". A dirlo è l'avvocato barese Jacopo Metta, uno dei tanti che nel periodo postumo al lockdown si sta ritrovando a gestire il rinvio di cause importanti anche fino al 2022. I rimandi più significativi riguardano i processi per colpe mediche e risarcimenti.
La giustizia a Bari e nel viaggia ad un ritmo tanto lento che avvilisce chiunque pensa di poter intentare una causa per far valere un proprio diritto. E questo accade in un Distretto che ha i numeri più alti in Italia per produttività dei magistrati. "Per il 2021 ho già tre cause fissate. Adesso stiamo trattando quelle del 2012. La chiusura dei tribunali per il Covid ha bloccato ancora di più un sistema che era già in affanno con i ruoli dei giudici intasati da sempre".
L'avvocato civilista Jacopo Metta è solo uno dei tantissimi professionisti che in questi giorni sta assistendo a scene surreali, che se non fossero tremendamente vere farebbero anche sorridere. "Per chiudere un processo adesso, se tutto va bene, ci vogliono dieci anni, lo diciamo ai nostri clienti quando arrivano allo studio. Con alcuni colleghi ci ponevamo un quesito, ovvero se fosse più giusta una giustizia ingiusta ma veloce o viceversa". La sua è chiaramente una provocazione dettata dal momento difficile che gli avvocati, non solo baresi, stanno vivendo. Se per il settore penale, dove c'è la scure della prescrizione, qualcosa lentamente si muove, in quello civile ci si inabissa nei rinvii.
"Ci sono stati colleghi che hanno avuto un rinvio nel 2022. Parliamo di cause che interessano direttamente i cittadini e penso a quelle relative ai risarcimenti del danno, a quelle di lavoro, alle colpe mediche - spiega il presidente dell'Ordine degli Avvocati, Giovanni Stefanì Abbiamo avviato un'indagine per monitorare quanto sia accaduto alla giustizia durante il lockdown e soprattutto quanto potrà accadere dopo". E la situazione descritta dal presidente Stefanì non è rassicurante. "Manca il personale ma anche i mezzi per poter affrontare, eventualmente, una nuova crisi in autunno. Noi ci auguriamo che il rischio possa essere scongiurato ma se dovesse esserci una nuova ondata di epidemia bisogna stanziare fondi per permettere agli uffici giudiziari di funzionare anche da remoto". Più computer, collegamenti internet veloci e più uomini. La ricetta sembra semplice ma non è così. "Anche sul palagiustizia abbiamo sollecitato il ministro ma al momento non ci sono riscontri, noi continueremo a fare la nostra parte e la faremo ogni giorno - dice ancora il presidente - Oltre alle sedi inadeguate abbiamo posto anche un altro problema e riguarda le spese che gli avvocati affrontano: vogliamo la sospensione delle tasse e incentivi per i giovani".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 8 luglio 2020
Nella notte fra sabato e domenica - da mezzanotte all'una, orario avanzato ma elegante - è stato trasmesso da Rai 3 un documentario sulle donne carcerate nelle prigioni di Salerno-Fuorni e di Pozzuoli. Titolo: Caine (femminile plurale di Caino, perché qualcuno non lo pronunci direttamente in inglese) autrice Amalia De Simone con la cantautrice Assia Fiorillo, e la collaborazione della giornalista Simona Petricciuolo.
E, va aggiunto, delle direzioni del carcere. Molto bello, rivelatore, sconvolgente e incoraggiante, anche per chi, come me, si illude di conoscere la materia. La prigione femminile si mostra a prima vista simile a quella maschile - "la galera è sempre galera", le suppellettili, le umiliazioni, sono quelle - ed è tutta un'altra cosa. Continuo a trovare incredibile la disattenzione ostinata alla differenza fra donne e uomini come si manifesta nella criminalità. La quota di donne carcerate, in Italia per esempio, oscilla attorno al 4 per cento.
La metà del cielo ha un deficit del 46 per cento per toccare la parità. Forse solo nei grandi Consigli di amministrazione c'è una sproporzione paragonabile, e il confronto porterebbe lontano. Amalia De Simone è una videoreporter napoletana, 46 anni, che ha lavorato per una quantità di destinazioni, soprattutto per il Corriere.it, per la Rai e la Reuters, ha avuto una storia professionale avventurosa perché è una temeraria pescatrice nel torbido, e perché torbidi committenti e personaggi pescati l'hanno temerariamente querelata una quantità di volte. Finché nel 2017 il presidente Mattarella non ha deciso motu proprio di farla cavaliere al merito della Repubblica italiana per "il suo coraggioso impegno di denuncia di attività criminali attraverso complesse indagini giornalistiche".
Fin qui le notizie minime su lei (blog: amaliadesimone.com) che un po' sapevo, un po' ho cercato dopo aver visto con emozione "Caine". Ufficialmente l'abbiamo guardato in 254 mila: gli altri milioni troveranno il modo di recuperare. Voglio citare solo la frase di una giovane detenuta, che mi ha colpito benché scorresse con una sua ovvietà, e mi dispiace di non mostrarvela con la faccia che la pronunciava.
La giovane raccontava tutti i tentativi che aveva fatto per venire a capo della cosa, della vita, invano - Potevo fare questo, ma poi..., potevo fare quest'altro, ma a che sarebbe servito... - e in cima a quell'elenco diceva: "Mi potevo uccidere, ma che mm'accidev'a ffa'?" Che anche uccidersi rientrasse nel novero delle strade tentate sperando di risalire una china, e fosse scartato per inutilità, ecco un'idea notevole. Mi uccido, va bene, ma poi? L'ho detto, c'era dell'ottimismo in quella disperazione. A quel punto, l'unica era vivere.










