di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 10 luglio 2020
In "L'ombra del nemico" (Solferino) Marta Serafini, giornalista del "Corriere", esplora le diramazioni dell'Isis. I reportage sul campo, le testimonianze, l'analisi delle strategie. Ci vogliono cautela, perspicacia, lucidità, passione, pazienza, tenacia e tanto studio per non cadere negli stereotipi di cui è disseminata la lunga storia recente del terrorismo islamico. L'ombra del nemico di Marta Serafini (Solferino editore) parte proprio da qui. Dalle trappole della semplificazione. Dagli angoli bui di un labirinto, o piuttosto di un tunnel dell'orrore, dove si mescolano voci, proclami, esplosioni, urla strazianti, immagini feroci, vittime, carnefici, burattinai e realtà talvolta così banali da diventare trasparenti. Anzi, invisibili.
Così, una giornalista del "Corriere della Sera" che da bambina sognava di fare la cacciatrice di serpenti si è spinta per quattro anni negli anfratti del movimento jihadista, per esplorare i lati nascosti dei suoi tentacoli. Per trovare risposte. Sul campo, quando ha potuto, o nei meandri di internet, attraverso ricerche meticolose e interviste quasi impossibili come quella via Skype a Maria Giulia Sergio, la prima foreign fighter italiana, convertita all'Islam con il nome di Fatima e partita ventottenne da Inzago, a nord est di Milano, per unirsi al Califfato, in Siria, nel 2014. Seguiva il marito, il miliziano albanese Aldo Kobuzi, certo, ma anche i capisaldi di un indottrinamento che Marta Serafini ha tentato di sviscerare, prima che "Fatima" sparisse di nuovo, forse per sempre, inseguita da una condanna definitiva in contumacia a 9 anni, per terrorismo internazionale.
Quegli unici venti minuti di conversazione, nell'estate del 2015, hanno richiesto mesi di lavoro, di indagini, di richieste respinte dalla famiglia, di inseguimenti virtuali per riuscire a intravedere soltanto qualche certezza nella confusione mentale della jihadista italiana, che cercava di reclutare perfino i suoi genitori e la stessa giornalista: "Lo Stato islamico, sappi Marta, è uno Stato perfetto". Come ci è cascata e perché tanti ci sono cascati come lei e magari ci cascheranno ancora? Perché?
È soltanto una delle domande, e forse una delle più urgenti, che hanno accompagnato l'autrice nei suoi viaggi in Medio Oriente, mentre il cuore d'Europa era sotto attacco a Parigi, dalla strage di "Charlie Hebdo" a quella del Bataclan, dagli attentati all'aeroporto di Bruxelles e all'Arena di Manchester dopo un concerto di Ariana Grande, a quelli contro il mercatino di Natale a Berlino, di nuovo in Francia, sul lungomare di Nizza, l'anno dopo sulla Rambla di Barcellona e, nel dicembre 2018, tra le bancarelle natalizie di Strasburgo. L'Isis si è attribuita bulimicamente tutto, anche le maldestre azioni di sconosciuti lupi solitari armati di un comune coltello. Ma era soprattutto nel suo allora vasto territorio che il califfo Abu Bakr Al Baghdadi controllava i rubinetti del sangue. E, per infrangere i suoi giochi di specchi, per smontare la sua sofisticata propaganda, per fermare la guerra e arginare la fuga disperata di sudditi e schiavi sopravvissuti, non bastano gli eserciti. Occorre trovare e ascoltare i testimoni. Occorre capire.
Ci sono gli studiosi, gli storici, i ricercatori, l'intelligence. Spiegano le strategie del potere, le alleanze, i teatri dei conflitti, gli interessi economici in palio. E il libro di Marta Serafini dà conto di analisi e opinioni, ma è dai centri di detenzione per minori di Erbil, nel Kurdistan iracheno, che scaturiscono le pagine più illuminanti: "Non sono cattivo. Ma mi hanno addestrato per otto mesi, mi hanno insegnato a sparare e a fare la lotta" racconta Youssef, ex bambino soldato di Al Baghdadi. Gli hanno certamente fatto di peggio, gli hanno inculcato l'odio dal quale un imam ogni venerdì prova ora a disintossicarlo: "Estirpare certe idee non è possibile, si tratta piuttosto di modificarle" spiega il capo delle guardie alla giornalista.
Senza attraversare le stanze devastate del Nineveh hotel di Mosul, l'albergo di lusso occupato dall'Isis dopo la conquista della città, e calpestare tappeti di bossoli o sfiorare pareti trasudanti sporcizia è più difficile percepire interamente la tragedia delle "spose di guerra" che i miliziani hanno seviziato in quei locali dopo averle costrette a indossare pacchiani abiti da sera e lingerie di seta made in China.
È parlando con un medico siriano sfollato nel campo di Arbat nel Kurdistan iracheno, che l'autrice scorge i lineamenti del nemico celato nell'ombra, ma ben vivido nella memoria delle sue vittime. È accompagnando gli operatori delle organizzazioni non governative italiane e straniere che entra dietro le quinte. A bordo dell'Aquarius la cronista si trasforma in volontaria per ritrovare tra le naufraghe la mamma di Mohamed, un bimbo smarrito di sei anni. Assiste al recupero di una partoriente, con il neonato ancora attaccato alla madre dal cordone ombelicale. Riprende il taccuino degli appunti.
I capitoli rimbalzano dalle emergenze umanitarie alle rotte della droga, con ramificazioni in Afghanistan e l'ombra lunga dell'Isis per puro amore del dio quattrino. Ed è entrando a Pol-i-Charkhi, il carcere di Kabul, che Marta Serafini si conquista sul campo l'opportunità di ascoltare come funziona quel commercio dalla voce di uno dei protagonisti.
Non tutti gli enigmi troveranno risposta. Conserva zone d'ombra il destino dei famigliari di prigionieri dell'Isis, donne e bimbi in molti casi apolidi rinchiusi nel campo di Al Hol: "Voglio sentire cos'hanno da dire - s'intestardisce lei. Voglio sapere come vengono trattati". Senza giudicarli, senza condannarli. Cercando solo il bandolo della matassa.
di Sebastiano Canetta
Il Manifesto, 10 luglio 2020
Oltre 22.300 reati con movente di estrema destra: il 10% in più del 2018. È l'inquietante cifra dell'ondata di razzismo fotografata nel rapporto annuale sui delitti politici pubblicato ieri dall'Ufficio per la protezione della Costituzione (BfV), il controspionaggio federale. In Germania nel 2019 sono calati del 15% gli atti di violenza fra le fila dell'ultradestra, ma allo stesso tempo sono aumentate di ben il 17% le aggressioni contro la comunità ebraica.
"Antisemitismo e islamofobia continuano a rimanere al centro dell'azione degli estremisti di destra" conferma il ministro dell'Interno, Horst Seehofer, preoccupato perché secondo l'intelligence "l'estrema destra attualmente rappresenta la più grande minaccia alla sicurezza nella Bundesrepublik".
Più dell'estrema sinistra che l'anno scorso ha fatto registrare 6.400 reati (+40%, ma con il 10% in meno di casi violenti), e perfino peggio degli islamisti connessi alla galassia di Daesh "anche se la minaccia resta ancora elevata, con i salafisti che continuano ad aumentare in tutta la Germania".
Un nemico pericoloso almeno quanto "gli attacchi informatici e l'attività di disinformazione di potenze straniere per destabilizzare il paese", che il ministro della Csu ricorda pubblicamente e il BfV identifica come opera dei servizi di Mosca e Pechino. Eppure, come annota la "Frankfurter Allgemeine Zeitung", la presentazione del rapporto serve soprattutto al leader del partito bavarese come "autocelebrazione", al punto che Seehofer ricorda come "nessuno ha fatto più di me nel contrasto al razzismo dell'ultradestra".
Lo scandisce con tono quasi convincente, dopo che i relatori del BfV hanno citato gli ultimi tre morti "eccellenti" della violenza neonazista, tra cui spicca il borgomastro Cdu, Walter Lübcke, assassinato nel terrazzo di casa in Assia il 2 giugno 2019.
Di fatto, il terrorismo nero non si può più nascondere né sminuire, fuori e dentro le istituzioni, dopo che l'anno scorso è stata avviata la sorveglianza del BfV sulle attività di "Der Flügel": l'"Ala" filo-nazista di Alternative für Deutschland guidata dal deputato turingiano Bjorn Höcke, di cui farebbe parte almeno un iscritto su cinque. Più o meno 7.000 militanti uniti dal comune obiettivo di "escludere, diminuire, e in ultima analisi privare dei diritti migranti, musulmani e dissidenti politici" come si legge nel rapporto del BfV.
L'ennesimo segnale di come "l'estremismo in questo momento proviene da destra. E bisogna davvero tornare alla storia della Germania-Ovest per misurare una fase terroristica di uguale portata" puntualizza Georg Maier, ministro degli Interni della Turingia (Spd), in prima fila tra chi pretende dal governo Merkel "una decisa azione contro l'ultradestra che sta mettendo sotto pressione la democrazia". A cominciare dall'anonimato su internet: nonostante la nuova legge anti-odio obblighi i gestori a segnalare alla polizia parole, immagini e video razzisti, risulta ancora quasi impossibile risalire all'identità degli autori.
ansamed.info, 10 luglio 2020
Ma c'é il cono d'ombra di quelli clandestini. L'Unhcr torna a chiedere la fine delle detenzioni dei migranti in Libia, riferendo che nel Paese ci sono 11 centri ufficiali dove all'inizio di luglio erano rinchiuse 2.362 persone, insieme a tante altre strutture irregolari delle quali non si hanno informazioni precise.
Sono 11 i "centri di detenzione" per migranti gestiti dal governo di Tripoli in Libia attraverso il "Direttorato per la lotta alla migrazione illegale" (Dcim) e al 3 luglio vi erano rinchiuse 2.362 persone. Vi sono però anche strutture "non ufficiali", "non autorizzate", su cui l'Onu e altre organizzazioni "non hanno informazioni precise". Lo ha ricordato all'Ansa un portavoce dell'Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. "Nelle ultime settimane" vi è stato un "aumento" dei migranti detenuti nei centri detenzione dell'ovest e del centro della Libia, ha riferito il portavoce, "in gran parte quale conseguenza delle numerose operazioni" di blocco e salvataggio di barconi davanti alle coste di quelle due parti del Paese.
Appello per la fine della detenzione arbitraria La situazione "nei centri ufficiali rimane motivo di preoccupazione specialmente per le misere condizioni di vita, sovraffollamento e igiene. La distribuzione di cibo è spesso incostante", ha affermato il portavoce dell'agenzia Onu la quale "ha perorato a lungo una fine della detenzione arbitraria di rifugiati e migranti in Libia" chiedendo un "ordinato rilascio" dei detenuti e "alternative alla detenzione" che per chi è intercettato o salvato in mare.
I centri ufficiali nell'area di Tripoli sono quelli di Triq al Sikka, Abu Salim e Janzour, mentre nel nord-ovest le strutture sono a Zwara, Sabratha, Azzawaya Abu Issa, Azzawaya Al Nasr, Giryan al Hamra e Zintan (Thaher al Jabal), ha ricordato il portavoce Unhcr. All' "ovest" vi sono i centri di Zliten e Suq al Khames (Khums).
Unhcr, centri da chiudere anche causa Covid La chiusura dei centri di detenzione per migranti nel Paese nordafricano "è urgente specialmente ora che la Libia continua ad essere alle prese con l'epidemia da coronavirus". Lo ha sottolineato un portavoce Unhcr ricordando che "i richiedenti asilo detenuti sono particolarmente vulnerabili ed esposti, viste le precarie condizioni di salute e quelle di sovraffollamento esistenti nei centri di detenzione".
Il portavoce, in dichiarazioni all'Ansa, ha ricordato che dall'inizio della pandemia l'Alto commissariato Onu "è stato in grado di assicurare il rilascio di alcuni richiedenti asilo particolarmente vulnerabili". L'Unhcr inoltre "si è unito ad altri partner umanitari per distribuire kit igienici in tutti i centri ufficiali di detenzione governativi a maggio-giugno nella parte ovest ed est della Libia" quale misura preventiva della diffusione del virus, ha segnalato ancora il portavoce.
Il Riformista, 10 luglio 2020
Situazione emergenziale nelle carceri della Bolivia. Il direttore nazionale del sistema penitenziario Clemente Silva ha riferito che 91 detenuti sono risultati positivi. Molti sono guariti dalla malattia. Il covid-19 è entrato nelle carceri di sei dipartimenti del Paese Sudamericano. Il caso desta una certa preoccupazione visto i ritmi del contagio che non accennano a rallentare in America latina e contando la difficoltà nel contenere la diffusione del virus negli istituti penitenziari.
"Abbiamo 91 persone private di libertà che sono positive, 99 sospetti e 59 che sono guariti. Covid-19 è entrata nelle strutture carcerarie di sei dipartimenti, i dipartimenti nei quali non è ancora entrata sono Pando, Potosì e Tarija", ha detto Silva parlando al canale Cadena A.
Il viceministro dell'Interno, Javier Issa, ha aggiunto che l'arrivo del coronavirus nelle carceri "è abbastanza preoccupante" ed è avvenuto nonostante il fatto che, proprio a causa della pandemia, le visite alle carceri siano state sospese. La prigione di San Pedro della capitale La Paz sta indagando su come è entrato il virus, dopo che negli ultimi giorni nella struttura sono morte sette persone, sei delle quali sospettate di avere il coronavirus.
Il ministero dell'interno ha fatto sapere di aver rafforzato le misure di sicurezza per proteggere i 18mila detenuti nelle carceri del Paese. "Vengono rafforzati i protocolli di bio-sicurezza, con la consegna di forniture di protezione e strumenti per la pulizia e la disinfezione dei padiglioni e di tutti gli ambienti delle strutture carcerarie", ha riferito il viceministro della Sicurezza cittadina, Wilson Santamaria, sottolineando che sarà garantita la fornitura di tute, guanti in lattice, mascherine, gel alcolici e detergenti. Secondo la Johns Hopkins University sono 42.984 i contagiati in Bolivia, 1.577 i morti a causa del covid-19.
di Riccardo Noury
Coriere della Sera, 10 luglio 2020
In California è in vigore dallo scorso anno una moratoria sulla pena di morte. Ma i condannati alla pena capitale muoiono ugualmente: di Covid-19. Nella nota prigione di San Quintino la pandemia è entrata con una velocità autostradale. I contagi a inizio luglio erano 1.436: di questi, 1.369 risultavano ancora "attivi", 48 erano stati "risolti" (gli aggettivi sono quelli dei comunicati ufficiali) e di 13 prigionieri non si sa come stiano e se siano ancora vivi, dopo che sono stati rilasciati.
I morti, finora, sono stati sei. Di questi, cinque erano in attesa di un'esecuzione, da decenni, che con ogni probabilità non avrebbe mai avuto luogo. I loro nomi: Joseph Cordova (75 anni) Richard Stitely (71), Scott Erskine (57), Dewayne Michael Carey (59) e Manuel Machado Alvarez (59).
La prigione di San Quintino è stata costruita nel 1852 e non ha subito particolari ammodernamenti. Le celle hanno sbarre al posto delle porte e questo è il secondo motivo per cui il Covid-19 è entrato facilmente. Ma il primo, incomprensibile motivo per cui la prigione che al 31 maggio aveva registrato zero positivi ora è la prima negli Usa per numero di contagi, è il trasferimento di oltre 121 detenuti dal carcere di Chino, dove era stato registrato un focolaio.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 10 luglio 2020
Teheran ha svolto un ruolo cruciale nel ribaltare le sorti del conflitto civile, considera il territorio siriano un avamposto nel confronto con Israele e nella proiezione verso il Mediterraneo. Presenza contestata da Israele (insieme agli Usa) responsabile di centinaia di raid contro target iraniani proprio in Siria.
Un patto per parare le minacce esterne, ma dalle implicazioni interne. È questo il senso dell'accordo, firmato ieri, che accresce la cooperazione Siria-Iran nella difesa aerea. I due paesi sono alleati, Teheran ha svolto un ruolo cruciale nel ribaltare le sorti del conflitto civile, considera il territorio siriano un avamposto nel confronto con Israele e nella proiezione verso il Mediterraneo. Presenza contestata da Israele (insieme agli Usa) responsabile di centinaia di raid contro target iraniani proprio in Siria.
L'intesa potrebbe portare nuovi sistemi per cercare di contrastare le incursioni nemiche avvenute senza che le batterie gestite dai russi le abbiano fermate in modo efficace. Certamente l'aviazione israeliana ha grandi capacità, ma probabilmente Mosca non si è impegnata troppo quando i bersagli erano collegati alle forze di Teheran. Inoltre tra Netanyahu e Putin esiste un rapporto pragmatico.
Arriviamo così alla lotta di influenza. Il Cremlino, l'altro grande protagonista del conflitto grazie alla decisiva azione del suo contingente, vuole mantenere un ruolo preminente a Damasco. Dispone di basi e porti, ha ruolo, gestisce le carte e pone le sue condizioni. In parallelo ci sono gli ayatollah e i pasdaran, anche loro decisi a capitalizzare un intervento comunque sanguinoso.
E questo mentre a Damasco è aspro il contrasto all'interno della nomenklatura, con possibili fratture tra l'ala filo-russa e quella filo-iraniana, la sfida di potere tra il presidente Assad e il cugino Rami Makhlouf, divenuto troppo potente e ingombrante. Media arabi riferiscono di una serie di uccisioni di alti ufficiali vicini a Maher Assad, il fratello del leader e comandante della IV Divisione, vicino - per ragioni di convenienza tattica - all'Iran. Sono informazioni non sempre sicure, ma sono un ulteriore indizio dell'instabilità nel paese devastato da anni di guerra.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 9 luglio 2020
Per la Cedu viola il diritto alla speranza. La Consulta ha già dichiarato illegittimo l'automatismo secondo il quale chi non si pente resta in cella. Ora la Cassazione esprime seri dubbi sulla sua conformità alla Costituzione, una novità importante. Per il carcere a vita è scattato il countdown.
di Giulio Isola
Avvenire, 9 luglio 2020
Almeno un "effetto collaterale" benefico per, il carcere italiano, il Covid l'aveva prodotto: cancellare (o quasi) il cronico sovraffollamento delle celle. Ma purtroppo il piccolo vantaggio sta già annullandosi perché, dopo il costante calo da marzo a maggio (dalle 7 alle ottomila presenze in meno), i numeri forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria al 30 giugno fanno segnare un'inversione di tendenza rispetto al periodo dell'emergenza.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 9 luglio 2020
"Il tema del carcere è complesso perché non riguarda soltanto le strutture, ma principalmente le persone. Bisogna avere un'attenzione particolare per le famiglie dei detenuti, i figli dei detenuti, che non hanno alcuna colpa rispetto ai reati commessi ma subiscono gli effetti della detenzione".
agenzianova.com, 9 luglio 2020
Il documento a cui sta lavorando il gruppo di lavoro del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per lo studio di un nuovo modello di custodia si avvarrà anche del contributo offerto dalle organizzazioni sindacali del comparto sicurezza non dirigenziale, dei dirigenti penitenziari e di Polizia penitenziaria e del comparto funzioni centrali.
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