di Antonio Palma*
Il Riformista, 10 luglio 2020
Ben venga la modifica della responsabilità amministrativa limitata ai soli comportamenti dolosi: dovrebbe essere accompagnata da quella della prescrizione. Molte e prevedibili sono le difficoltà del Governo nel varare il decreto legge dedicato alla semplificazione amministrativa, in particolare nell'approntare le norme di revisione del reato di abuso di ufficio e quelle destinate a incidere sui presupposti della responsabilità amministrativa dei funzionari pubblici, per la quale è competente la Corte dei conti, un autentico spauracchio per coloro che hanno responsabilità di firma perché incide sul loro patrimonio personale.
É noto che l'abuso d'ufficio per la indeterminatezza della fattispecie incriminatrice e la responsabilità per comportamenti dolosi e gravemente colposi che abbiano arrecato danno al pubblico erario siano da tempo tra le cause di quella fuga dalla responsabilità che rende difficile concludere nei tempi previsti i procedimenti amministrativi, generando lentezze ed inefficienze gravi e, soprattutto, rendendo vani i tentativi di riforma voluti dal legislatore e poi finiti impantanati nella palude delle inerzie.
Dunque, si tenta di riscrivere il reato cli abuso di ufficio rendendo meno generico il profilo incriminar te e di limitare la responsabilità ai soli casi di dolo del funzionario pubblico, con esclusione della colpa grave, che in fondo si risolve nei fatti in un riesame ed in un apprezzamento esterno a volte anche di merito dei comportamenti amministrativi da parte del Giudice contabile, che si sovrappone a quello dei competenti organi amministrativi.
Immediate le reazioni di chi teme che cm allentamento dei controlli possa aggravare quei fenomeni corruttivi che di certo costituiscono un fattore di inquinamento della vita amministrativa Ma sul punto è necessario fare chiarezza con determinazione la politica richiede visioni, passioni ed emozioni.
L'amministrazione invece impone ragione tecnica e discernimento. Il riformismo che di quella ragione è realizzazione se riesce ad innescare processi continui di rinnovamento dell'esistente incide sulla realtà più di una rivoluzione, che si consuma nell'istante storico in cui si realizza. Il riformismo come rivoluzione forte e dolce deve affrontare resistenze, interessi consolidati e contrastanti e lo può fare solo avendo chiari gli obiettivi da perseguire e le conseguenze del raggiungimento di tali obiettivi.
Or dunque, sono dati di comune esperienza le lentezze, i tempi biblici dei procedimenti amministrativi, l'elusione dei termini previsti dalla legge per la conclusone dei procedimenti, la farragine del concerto tra le diverse pubbliche amministrazioni, la complessità della tutela dinanzi al giudice amministrativo oltretutto a volte non realmente satisfattiva della domanda di giustizia del privato leso dall'inerzia dell'amministrazione. Tutto questo notoriamente scoraggia chiunque voglia affrontare il rischio di doversi confrontare con il complesso normativo e amministrativo del nostro paese. Molte le cause certo, ma una determinante è la moltiplicazione dei controlli che soffocano il potere di amministrazione attiva, senza proporzione tra l'esigenza del fare e il dovere di controllare.
Un'eresia per i teorici di quella paranoia permanente che si fonda su una fondamentale sfiducia nei cittadini, invece una realtà che obbliga un legislatore che voglia seriamente riformare, sulla base del principio del corretto bilanciamento tra efficienza dell'agire e correttezza delle azioni. Le nonne penali attualmente vigenti in tenia di rea ti della pubblica amministrazione sono più che sufficienti ad assicurare una adeguata repressione dei comportamenti devianti e si pensi che un fatto corruttivo può essere punito più di un omicidio preterintenzionale - ad esse appare sufficiente aggiungere una corretta quota di controlli concentrala in fase successiva all'adozione degli atti amministrativi in un unico livello di esercizio.
Quindi, ben venga la riforma della responsabilità amministrativa limitata ai soli comportamenti dolosi, riforma che dovrebbe essere accompagnata, rispolverandola da un passato recente, quella della prescrizione, che come in tutti i casi di illecito dovrebbe decorrere dal fatto generativo di danno erariale e non dal suo accertamento, poiché siamo completamente al di fuori da moduli privatistici che possano giustificare la diversa previsione.
Si eviterebbe cosi ai pubblici funzionari di essere chiamati a rispondere dinanzi alla Corte dei Conti anche decenni dopo la cessazione della carica, anni dopo il collocamento in pensione, una specie di incubo permanente che può connotare l'intera esistenza.
Perché allora fingersi anime belle che si stracciano le vesti perché nessun pubblico funzionario ama assumersi la responsabilità della firma di un provvedimento, per la quale può essere simultaneamente chiamato a rispondere dalla Procura della repubblica, dalla Procura della Corte dei Conti, dalle Autorità di controllo e via procedendo? Forse un sano approccio laico alla questione porterebbe a maggiori utilità per il paese nel suo complesso.
*Docente all'Università "Federico II" di Napoli
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 10 luglio 2020
La norma definita "irragionevole". Le eccezioni sollevate dai tribunali di Milano, Salerno e Ancona. È una bocciatura totale, quella sancita dalla Corte costituzionale sulla preclusione del diritto di iscrizione all'anagrafe dei Comuni per gli stranieri che chiedono asilo in Italia. La norma è contenuta nel primo Decreto sicurezza targato Matteo Salvini, varato dal governo a maggioranza lega-Cinque stelle nell'ottobre 2018, ed è stata dichiarata dai giudici della Consulta irragionevole in violazione dell'articolo 3 della Costituzione: quello che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione" o di altro genere, e impegna lo Stato a "rimuovere gli ostacoli" che "impediscono il pieno sviluppo della persona umana".
Per la Corte la mancata iscrizione all'anagrafe, da cui derivano una serie di altri diritti, sancisce una "disparità di trattamento, perché rende ingiustificatamente più difficile ai richiedenti asilo l'accesso ai servizi che siano anche ad essi garantiti. Ma a parte questa violazione sul piano dei diritti riconosciuti dalla legge fondamentale della Repubblica, c'è anche un'altra ragione per cui quella preclusione è stata dichiarata "irragionevole"; stavolta sul versante degli obiettivi che lo Stato avrebbe dovuto raggiungere con il decreto fortemente voluto dall'ex ministro dell'Interno. La mancata registrazione all'anagrafe, secondo i giudici costituzionali è viziata da una "irrazionalità intrinseca, poiché la norma censurata non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza". Dunque è contraddittoria rispetto anche allo scopo perseguito da chi l'ha introdotta.
Secondo l'Asgi (associazione studi giuridici sull'immigrazione), al febbraio scorso già 19 sentenze di tribunali ordinari avevano dato ragione a chi chiedeva di "by-passare" la norma contestata. Altri quattro (per l'appunto Milano, Salerno, Ancona e Ferrara) avevano chiamato in causa la Consulta per verificare la concordanza degli articoli del decreto sicurezza con la Costituzione.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 luglio 2020
"Gli agenti sono in sotto organico, non retribuiti degnamente, con poca formazione e aggiornamento professionale, impiegati in servizi quotidiani ben oltre le nove ore di servizio, con mezzi di trasporto dei detenuti spesso inidonei a circolare per le strade, fermi nelle officine perché non ci sono soldi per ripararli o con centinaia di migliaia di chilometri già percorsi. Questo fa capire ancora di più come e quanto è particolarmente stressante il lavoro in carcere per le donne e gli uomini della polizia penitenziaria e dei nuclei traduzioni e piantonamenti".
È l'allarme lanciato dal segretario generale del Sappe, Donato Capece. È un nuovo grido di dolore che arriva dal mondo del carcere. Nei penitenziari la vita è difficile non solo per i detenuti. I sindacati della polizia penitenziaria denunciano condizioni di lavoro ai limiti, scarsi investimenti in risorse e in formazione e un allarme per il crescente numero di episodi critici all'interno degli istituti di pena.
Nei quindici penitenziari della Campania lavorano in totale 3.902 agenti su una pianta organica di 4.108, e sebbene la loro presenza copra l'89% del personale presente nelle varie strutture penitenziarie (a fronte di un misero 2,17% di educatori) riscontrano problemi nella gestione quotidiana del loro lavoro. Una delle maggiori criticità riguarda la gestione degli spostamenti dei detenuti, un aspetto che si collega alla tutela dei diritti degli stessi reclusi, in primis quello alla salute. I trasferimenti sono resi difficili dalla carenza di risorse e mezzi.
Le auto con cui gli agenti dovrebbero trasferire i detenuti dal carcere al Tribunale, in occasione delle udienze dei processi, oppure dal carcere a strutture ospedaliere, nel caso di detenuti che hanno bisogno di particolari cure o visite specialistiche, non bastano per effettuare tutti gli spostamenti che si rendono necessari, e quelle che sono a disposizione sono in buona parte auto vecchie o senza adeguata manutenzione. Alcuni giorni fa il Sappe ha organizzato una manifestazione a Roma per accendere i riflettori sui problemi che la categoria denuncia da tempo. "Bonafede sveglia!", è stato lo slogan con cui si è sollecitato un intervento del Ministro.
"Siamo passati dalle 378 aggressioni agli agenti del primo semestre 2019 ai 502 del successivo semestre, dai 737 ai 1.119 telefonini rinvenuti e sequestrati ai detenuti, dalle 477 minacce-violenze-ingiurie alle 546, dalle 3.819 alle 4.179 manifestazioni di protesta. Senza dimenticare - aveva dichiarato Capace - le recenti rivolte in oltre trenta strutture detentive sull'intero territorio nazionale. E tutto questo in assenza di provvedimenti utili a garantire la sicurezza e l'incolumità del personale di polizia penitenziaria".
Proposte ci sono ma sono ferme su un tavolo. "Sembra che le proposte per rivedere i circuiti e le norme dell'ordinamento penitenziario siano state abbandonate in qualche cassetto polveroso del Ministero", aveva sottolineato il segretario generale del Sappe durante la manifestazione del primo luglio scorso, respingendo anche generalizzazioni sulla categoria a seguito dell'iscrizione di alcuni agenti della penitenziaria nel registro degli indagati per i pestaggi denunciati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2020
Corte di cassazione -Sezione I - Sentenza 9 luglio 2020 n. 20512. La semilibertà dal regime carcerario accordata al condannato o all'internato non può essere revocata solo sulla presa d'atto di avvenute violazioni del regime. Non basta, ad esempio, la denuncia dei carabinieri che rilevano la mancata presenza del semilibero a casa, in occasione di un controllo, e che segnalano l'assenza di due/tre giorni dal lavoro apparentemente ingiustificata.
Tali presupposti di fatto non possono far scattare da parte del giudice la decisione assunta de plano della cancellazione del beneficio. La revoca, infatti, si giustifica con un giudizio ad hoc e completo di inidoneità del condannato a godere del trattamento di favore. La Corte di cassazione con la sentenza depositata il 9 luglio (n. 20512) ha così confermato la centralità del risultato rieducativo e di reinserimento della persona nella valutazione sull'idoneità o meno della condizione.
Per tali motivi la Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del tribunale di sorveglianza che aveva, appunto, revocato il beneficio fondandosi apoditticamente sulle avvenute violazioni, certificate dalle denunce dei carabinieri. I rilievi erano consistiti nel non aver trovato in occasione di un controllo la persona presso la propria abitazione e di aver rilevato almeno due assenze ingiustificate dal lavoro. Ma le giustificazioni addotte dal ricorrente - di non essere stato in casa, per essersi recato a festeggiare il capodanno in altro luogo coi propri familiari e di aver fornito la causa di un malessere transitorio, tanto al datore di lavoro quanto agli stessi Carabinieri - non erano state considerate nell'ambito di un complessivo giudizio di valutazione sulla validità o meno di un percorso positivo del semilibero, al di là delle violazioni accertate.
Conclude la Corte affermando che il dato qualitativo della riabilitazione del semilibero è preponderante rispetto al dato quantitativo delle condotte poste in essere e contrarie al regime, a meno che il numero considerevole di esse costituisca in sé quella gravità del comportamento tale da giustificare la revoca, che va sempre valutata nel merito.
di Simone Schiavetti
Left, 10 luglio 2020
Dal birrificio artigianale alla produzione di mascherine. La Onlus "Semi di libertà" organizza progetti che puntano alla formazione, emancipazione ed autonomia economica dei detenuti. Tra successi contro la recidiva, pregiudizi e l'eterno problema del sovraffollamento.
Nel film "Le ali della libertà", pellicola tratta da un racconto di Stephen King, un detenuto di nome Brooks torna libero dopo una vita intera passata in galera senza alcun tipo di programma di recupero. Ormai anziano, persi tutti i rapporti umani fuori dalle sbarre, catapultato in un mondo reale che non gli appartiene, uno dei pochi pensieri che riesce a fare è "magari dovrei comprare una pistola e rapinare il supermercato".
Tornare a delinquere, ripetere il reato. "Perché è proprio questo il problema più grande. Quando esci dal carcere, se non hai formazione, relazioni nuove rispetto a quelle che avevi prima, non hai scelta se non la recidiva del reato". A parlare è Paolo Strano, che dal 2013 presiede Semi di libertà, Onlus romana che si occupa di contrastare la recidiva tra i detenuti attraverso progetti che puntano alla formazione, all'emancipazione e all'autonomia economica.
Perché "in carcere - racconta Paolo - ci sono tante potenzialità inespresse, persone con idee che non riescono a valorizzare se manca un percorso di reinserimento. Cosa che, ricordo, è un dettato costituzionale. La pena deve tendere alla rieducazione del condannato".
In questo senso sono tanti i progetti messi in campo dalla Onlus nel corso degli anni, due dei quali, Vale la pena ed Economia carceraria, cresciuti a tal punto da diventare spin off autonomi. Il primo riguarda la creazione di birra artigianale fatta insieme ai detenuti del carcere di Rebibbia, progetto realizzato con il supporto di mastri birrai italiani nonché, nella fase iniziale, del Miur e del ministero di Giustizia.
Economia carceraria riguarda invece produzione e vendita di prodotti fatti da detenuti, acquistabili sia in uno shop romano che online, tramite la piattaforma rete nazionale di Economia carceraria, adatta a promuovere i prodotti e supportare le varie economie carcerarie sparse sul territorio. Attività che ha alla base "il rifiuto di qualsiasi forma di assistenzialismo - prosegue Paolo - e che punta a dare strumenti di sostenibilità economica alle persone".
Ovvero strade da poter percorrere una volta fuori dalla galera. Nuovi progetti stanno per partire, come Social hub, che ha l'intento di creare start up e fare formazione di micro imprenditorialità ai detenuti, o A piede libero, che punta alla realizzazione di sandali di alta qualità. Il più attuale però è quello che vede Semi di libertà collaborare con l'associazione Fevoss di Verona per la realizzazione e la distribuzione di mascherine consegnate in varie carceri italiane.
Perché i penitenziari, ai tempi del Covid-19, hanno rischiato e "rischiano tuttora di diventare bombe epidemiologiche - sottolinea Paolo. Il virus non resta certo circoscritto dalle mura. Il personale amministrativo infatti entra ed esce, rischiando di portarlo con sé".
Il problema più grande, come testimoniato dalle rivolte di pochi mesi fa in alcuni penitenziari, resta però quello del sovraffollamento. Strutturale per le carceri italiane, che in periodi di pandemia da coronavirus si aggrava assumendo i contorni di rischio per la salute causato dall'impossibilità di mantenere il distanziamento.
I numeri parlano chiaro. Nel rapporto di Antigone, Il carcere al tempo del coronavirus, si legge che al 15 maggio i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 52.679 a fronte di 50.438 posti ufficialmente disponibili. A fine febbraio le presenze erano 8.551 in più, si è quindi fatto un passo avanti, ma ancora il traguardo non è stato raggiunto.
In questo senso, la battaglia contro la recidiva di Semi di libertà si lega a possibili soluzioni al sovraffollamento, "per risolvere il quale - afferma Paolo - si potrebbe partire dal mettere in pratica regole già esistenti riguardo a misure alternative al carcere, come l'esecuzione penale esterna, che permette a tutte le persone alle quali è riconosciuta la non pericolosità sociale di scontare la pena o presso il domicilio o in altre strutture.
Oppure l'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, che autorizza la persona ad uscire dal carcere per lavorare. Così facendo, almeno un terzo dei detenuti potrebbero stare fuori, rendendo tollerabile e gestibile il numero di chi resta dentro e facilitando momenti per formarsi e lavorare a chi è fuori". Abbassando sempre di più sia il numero dei detenuti che i casi di recidiva. Cosa che, oltretutto, avrebbe risvolti positivi sia per i conti dello Stato che per il personale carcerario. Perché se la piaga dei suicidi tra i detenuti in carcere è ben nota "la percentuale è alta anche riguardo al personale della polizia penitenziaria" precisa Paolo.
Un lavoro, quello contro la recidiva e a favore dei detenuti, non facile visti i preconcetti verso la categoria. "C'è una percezione errata della realtà del carcere - afferma Paolo - e una visione radicale della questione secondo la quale il detenuto è il cattivo e deve stare dietro un muro e noi siamo i buoni". Tutto troppo semplicistico.
"Per cominciare, nella quasi totalità dei casi prima o poi quella persona uscirà dal carcere. A quel punto cosa farà? Oltretutto, siamo certi della colpevolezza di chi è in carcere? C'è un portale (errorigiudiziari.com) che raccoglie i tantissimi casi di persone che per infiniti motivi hanno fatto anni di galera senza alcuna ragione. Il 36% delle persone presenti oggi in carcere poi è in attesa di giudizio. Non sono colpevoli ma in custodia cautelare. E, statisticamente, la metà di loro alla fine risultano innocenti".
Un impegno, quello verso i detenuti, dove scarseggiano gli alleati "perché la nostra è un'attività impopolare - conferma Paolo - dal punto di vista politico pochissimi si interessano al tema. Che non è ben visto e toglie consensi". Impegno che continua ad essere assolutamente necessario e quanto mai d'attualità. Con Paolo e la sua Onlus che proseguono a "piantare figurativamente semi per la libertà di queste persone. Semi fatti di formazione ed emancipazione".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 luglio 2020
La denuncia dell'avvocato Eugenio Rogliano, che assiste un recluso nell'istituto milanese. Nonostante la Consulta abbia dichiarato incostituzionale il divieto dello scambio di oggetti di modico valore tra detenuti al 41bis, alcune carceri lo vietano tuttora. A denunciarlo è l'avvocato Eugenio Rogliano che assiste un recluso nel carcere milanese di Opera.
Nel corso dello svolgimento di recenti colloqui visivi, il suo assistito gli ha riferito che il Personale di Polizia Penitenziaria in servizio presso la sezione 41bis della Casa di Reclusione persisterebbe nel non dare esecuzione al disposto della recente pronuncia della Corte costituzionale (97/ 2020) con la quale è stata dichiarata la parziale illegittimità dell'art. 41bis, comma 2- quater, lett. f), della Legge sull'Ordinamento Penitenziario nella parte in cui prevede l'adozione delle necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata "la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti" anziché "la assoluta impossibilità di comunicare e scambiare oggetti tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità".
Però, secondo quanto riferisce il detenuto all'avvocato Rogliano, gli agenti della polizia penitenziaria "perdurerebbero nell'inibire ai detenuti l'esercizio del diritto ad essi riconosciuto in seguito alla sentenza della Corte costituzionale, ciò anche attraverso la redazione di rapporti disciplinari che ad oggi assumono più la valenza di atti dimostrativi che non di adempimento delle prescrizioni normative vigenti".
Se ciò fosse vero, vuol dire che si compirebbero delle violazioni. Eppure, come detto, la Corte costituzionale ha sentenziato chiaro e tondo che cade il divieto assoluto di scambio di oggetti di modico valore, come generi alimentari o per l'igiene personale e della cella, per i detenuti sottoposti al regime del 41bis appartenenti allo stesso "gruppo di socialità".
Il divieto legislativo, comprensibile tra detenuti assegnati a gruppi di socialità diversi, risulta invece irragionevole se esteso in modo indiscriminato anche ai componenti del medesimo gruppo. La Consulta ha rilevato che, se è ben comprensibile prevedere il divieto di comunicare e scambiare oggetti tra detenuti assegnati a gruppi di socialità diversi, risulta invece irragionevole l'estensione indiscriminata del divieto anche ai componenti del medesimo gruppo.
I quali, potendo già agevolmente comunicare in varie occasioni, non hanno di regola la necessità di ricorrere a forme nascoste o criptiche di comunicazione, come lo scambio di oggetti cui sia assegnato convenzionalmente un certo significato, da trasmettere successivamente all'esterno attraverso i colloqui con i familiari. Ma a quanto pare ancora non tutti i penitenziari che ospitano il 41bis si stiano adeguando.
Non è la prima volta che alcuni istituti non si adeguano subito alle sentenze. C'è il caso della Cassazione, quando ha riconosciuto ai carcerati sottoposti al 41bis il diritto a due ore d'aria, ma è accaduto che al carcere di Spoleto non avrebbero - al tempo rispettato questo diritto e il detenuto Alessio Attanasio ha protestato. Poi ci sono altri casi simili, ma che riguardano le ordinanze dei magistrati di sorveglianza. Non di rado accade, in generale nelle carceri, che se c'è una decisione di segno negativo, quella viene eseguita immediatamente, al contrario, quando raramente i reclami vengono accolti, arrivano delle resistenze e i reclusi sono costretti a fare richiesta di ottemperanza. Un problema, quest'ultimo, rilevato anche dal garante nazionale delle persone private della libertà alla relazione dell'anno scorso.
di Francesca Catalano
genteveneta.it, 10 luglio 2020
Finalmente da martedì 6 i volontari sono potuti tornare a prestare servizio in carcere, seppur in modo ridotto. La conferma arriva da don Antonio Biancotto, cappellano dell'Istituto penitenziario.
"Per quanto riguarda i volontari della diocesi, che seguono insieme a me l'aspetto religioso, possono entrare in carcere in due, rispetto agli otto di una volta. Loro seguono i due gruppi di ascolto della Parola di Dio, del lunedì e giovedì pomeriggio, e possono avere un massimo di 12 partecipanti" spiega il sacerdote. Nell'Istituto penitenziario, oltre a celebrare la Messa don Antonio svolge la catechesi pomeridiana ai reclusi ogni martedì e si occupa della distribuzione del vestiario.
Il lungo e duro periodo di stop forzato. Ma ora che la ripartenza giunge anche in carcere, ancora forte è il ricordo dei duri mesi di lockdown. "Avevamo dovuto interrompere l'eucarestia domenicale - racconta - a cui partecipavano circa una sessantina di persone, anche di altre confessioni. Da fine febbraio fino ad inizio maggio mi è stato però permesso di svolgere ogni sabato 15 minuti di preghiera per piano".
Solo in un secondo momento, visto che il rischio per loro era più contenuto non avendo contatti con l'esterno, è stato concesso a don Antonio di svolgere la Messa in due turni: il sabato pomeriggio per un reparto e la domenica mattina per un altro. "Non possono partecipare più di 25 persone alla volta. Devono prenotarsi per tempo e la precedenza viene data a cristiani e ortodossi, inoltre devono entrare in cappella con mascherina e gel disinfettante, rispettando le regole sanitarie pur essendo tutti all'interno della stessa struttura carceraria".
Le regole infatti sono molto stringenti, tanto che detenuti, personale e don Antonio stesso sono stati più volte sottoposti al tampone, risultando tutti negativi. Durante il periodo di Coronavirus, il cappellano era l'unico che poteva entrare in carcere ad eccezione del personale di polizia penitenziaria e di due educatori. Ai volontari di tutte le associazioni era infatti negato l'accesso: "Ad un certo punto però sono riuscito ad ottenere il permesso per un volontario che mi ha aiutato nel servizio di guardaroba, altrimenti per me sarebbe stato complicato da gestire senza la collaborazione delle suore" dice.
Un ascolto prezioso. "Andavo in carcere tutti i giorni per due o tre ore. Parlavo con i reclusi, - commenta - li ascoltavo e li confessavo. Un servizio che ho fatto volentieri. Venezia in quel periodo era spettrale: durante il percorso da casa al carcere non trovavo anima viva". Durante i mesi in cui la pandemia sembrava inarrestabile, don Antonio ascoltava le preoccupazioni dei carcerati: "Erano allarmati per le loro famiglie e i loro cari.
Da marzo infatti - spiega il cappellano - il Ministero di Grazia e Giustizia ha concesso che potessero svolgere gratuitamente chiamate e videochiamate anche all'estero, molte in Marocco, Nigeria, Tunisia e Colombia. Questo servizio è ancora in atto e spero rimanga perché aiuta molto ad allentare la tensione dei detenuti".
"La sommossa di marzo? Hanno capito di aver sbagliato". Poi parla del passo indietro di coloro che hanno preso parte alla sommossa del 10 marzo, quando hanno bloccato le visite in carcere di parenti e legali: "Hanno capito di aver sbagliato. La direzione si stava muovendo nei loro confronti, precedendo l'emergenza che si stava delineando all'orizzonte con concessioni, come le videochiamate. Loro hanno protestato non per una vera necessità ma per emulare quello che stava avvenendo nelle altre prigioni".
Nel corso del lockdown i reclusi tutto sommato sono tuttavia stati tranquilli: "Vedevano che la società italiana era sotto pressione per i tanti divieti e si rendevano conto della situazione, le loro richieste infatti erano contenute". Un periodo difficile in cui la diocesi ha donato 10 mila euro, in parte destinati ai detenuti che non possedevano nulla e in parte per l'acquisto di elettrodomestici. "Ora che i carcerati capiscono che l'emergenza in Italia è rientrata, sono tornati a chiedere soldi e sigarette" commenta don Antonio.
di Maddalena Berbenni
Corriere della Sera, 10 luglio 2020
La Casa circondariale scelta per celebrare la Polizia penitenziaria, a 203 anni dalla Fondazione. I colloqui via Internet. La direttrice Mazzotta: "Fondamentale intervenire subito, già nei primi giorni eravamo a colloquio con il Papa Giovanni".
Il numero dei detenuti oscilla tra il prima e il dopo, perché la pandemia ha fermato i reati più comuni. Spaccio, furti. Un anno fa superava i 500. A maggio è sceso a 400, ora è risalito a 430. È facile, invece, fare calcoli sul contagio: solo 3 ospiti della casa circondariale di via Gleno hanno contratto il Covid. Sono tutti guariti.
Proprio il carcere di Bergamo è stato scelto dal Provveditorato della Lombardia per celebrare i 203 anni dalla fondazione della polizia penitenziaria (in ogni regione è stato selezionato un solo carcere per limitare i contatti). Vuole dire molto dopo il burrascoso periodo delle inchieste e, ora, il difficile lockdown, segnato anche dalla perdita di don Fausto Resmini.
"È stata una scelta per testimoniare la vicinanza dell'amministrazione penitenziaria al territorio - spiega la direttrice Teresa Mazzotta - e l'apprezzamento verso il corpo di polizia penitenziaria. C'è chi tra gli agenti ha vissuto in prima persona l'esperienza del virus e nonostante questo siamo riusciti a lavorare bene, tutti hanno capito che era importante la loro presenza".
Per la sicurezza, certo, specie nei giorni più tesi delle rivolte in altre carceri. Ma anche "per il sostegno e il conforto - prosegue Mazzotta. Sono stati veri punti di riferimento". Per esempio, nello svolgimento dei colloqui con le famiglie o delle udienze di convalida, tutto a distanza, spesso con connessioni internet da inventarsi al momento.
Dal punto di vista sanitario "è stato fondamentale intervenire subito - dice la direttrice - già il lunedì dei primi casi eravamo a colloquio con il Papa Giovanni e abbiamo provveduto a dotarci dei dispositivi di protezione individuale". In quella fase, i colloqui erano ancora consentiti, ma si usava già la mascherina. Ha giocato a favore avere all'interno un dirigente sanitario che è virologo. Per il resto, "molto ha fatto il territorio: il Comune, con il sindaco Gori, ci ha donato pc che con i telefonini ci hanno permesso di organizzare i colloqui, ma anche di completare le lezioni scolastiche".
di Leo Lancari
Il Manifesto, 10 luglio 2020
Per i giudici è incostituzionale il divieto di iscrizione all'anagrafe per i richiedenti asilo. Non solo non assicura un maggior controllo del territorio, ma crea una "irragionevole" disparità di trattamento verso i rifugiati, per i quali diventa più difficile avere accesso ad alcuni servizi. La Corte costituzionale interviene ancora una volta sui decreti sicurezza e ancora una volta lo fa per bocciare parti dei provvedimenti fiore all'occhiello di Matteo Salvini (nel 2019 aveva bocciato i super poteri ai prefetti). Oggetto della sentenza di ieri è il divieto per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe comunale previsto dal primo decreto sicurezza del 2018.
Contro la misura avevano fatto ricorso i Tribunali di Milano, Ancona e Salerno ritenendo che non ci fossero i requisiti di necessità e urgenza tali da giustificare il suo inserimento in un decreto, come previsto dall'articolo 77 della Costituzione. Ma anche perché vedevano nella norma introdotta da Salvini un contrasto con altri due articoli della Carta, il 2 e il 3, che garantiscono rispettivamente i diritti inviolabili dell'uomo e la pari dignità sociale e l'uguaglianza davanti alla legge dei cittadini.
Pur respingendo la prima parte del ricorso, relativa all'articolo 77 della Costituzione, i giudici hanno ritenuto il divieto incostituzionale perché in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione, che prevede l'uguaglianza tra tutti i cittadini davanti alla legge "senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Una norma che crea una "irragionevole disparità di trattamento" visto che rende più difficile per i rifugiati accedere a servizi come, ad esempio, la patente, la dichiarazione di inizio attività o l'Isee.
La decisione della Consulta arriva nel giorno in cui al Viminale si sarebbe dovuta tenere la terza riunione della maggioranza per modificare i decreti sicurezza, slittata al 14 luglio per impegni alla Camera di alcuni dei partecipanti. Nonostante il rinvio inevitabilmente la sentenza finirà col pesare nella riscrittura, ormai prossima, dei provvedimenti. Non a caso dalla Lega sono subito arrivate critiche alla sentenza: "Anche sui decreti sicurezza qualche giudice, come accade troppo spesso, decide di fare politica sostituendosi al parlamento", accusa Matteo Salvini. Unanime, invece, la soddisfazione espressa dalla maggioranza.
A partire dal M5S, che pure governava con la Lega quando i decreti sono stati approvati dal parlamento: "Il tempo è galantuomo", commenta il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia: "Nelle riunioni dell'allora maggioranza avevamo detto più volte alla Lega che l'abolizione della norma sull'iscrizione anagrafica sarebbe stata incostituzionale. Sordi e ottusi, sono andati avanti con minacce e ricatti, scambiando le leggi per spot".
Di "scelte propagandistiche volute da Salvini" parla anche il viceministro dell'Interno Matteo Mauri (Pd): "Se l'idea sbandierata era quella di ottenere più sicurezza - dice - in realtà si è ottenuto il contrario". Per Erasmo Palazzotto di LeU, invece, "non possiamo aspettare che la Corte costituzionale si sostituisca alla politica: occorre riscrivere le leggi sull'immigrazione al fine di costruire una sicurezza reale". Emma Bonino e Riccardo Magi di +Europa, infine, polemizzano con i 5 Stelle dicendosi "sorpresi" che tra coloro che oggi esprimono soddisfazione per la decisione della Consulta ci siano anche "coloro che votarono la conversione di quel decreto e che non lo hanno ancora modificato neppure dopo il cambio di esecutivo".
La palla adesso è di nuovo al Viminale, dove la maggioranza tornerà a riunirsi martedì prossimo. Dopo le osservazioni fatte a suo tempo dal presidente Mattarella, la sentenza della Consulta potrebbe adesso accelerare ulteriormente un processo di revisione che ha già percorso un buon tratto di strada, come ricordava ieri mattina la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese: "Arriveranno in tempi brevi modifiche che potrebbero andare oltre i rilievi del presidente Mattarella e riguardare il sistema di accoglienza e la protezione umanitari", ha spiegato la titolare del Viminale.
di Andrea Arzilli
Corriere della Sera, 10 luglio 2020
La ministra degli Interni: "Vedremo gli esiti di questo periodo di grave crisi. Ci sono cittadini che non possono provvedere ai propri bisogni". C'è un "rischio concreto" che la crisi economica legata al Covid produca tensioni sociali in autunno". La ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, lancia l'allarme ad Agorà Estate, su Rai 3, segnalando il timore che la recessione possa sfociare in episodi di rabbia sociale.
Il quadro racconta di serrande abbassate, di aziende che chiudono, di interi settori in ginocchio, come commercio e turismo, e di un tasso di disoccupazione che cresce: insieme a qualche ritardo nell'erogazione degli ammortizzatori sociali, ma soprattutto allo sciacallaggio delle mafie che si insinuano tra le difficoltà economiche di negozianti e imprenditori prestando soldi a usura. Gli effetti della crisi sull'economia del Paese possono diventare l'innesco di un autunno particolarmente caldo. E quindi anche terreno fertile, è quanto si teme al Viminale, per chi avesse intenzione di cavalcare sotto il profilo politico le possibili proteste di piazza.
"Il rischio è concreto perché a settembre-ottobre vedremo gli esiti di questo periodo di grave crisi economica", dice Lamorgese prima di spiegare da dove nasce la sua preoccupazione. "Vedo negozi chiusi, cittadini che non hanno nemmeno la possibilità di provvedere ai propri bisogni quotidiani - riflette la titolare del Viminale -. Il governo ha posto in essere tutte le iniziative necessarie per andare incontro a queste esigenze, ma il rischio è concreto".
Il precedente di CasaPound - Già qualche settimana fa la ministra aveva segnalato il pericolo che la crisi fosse l'habitat perfetto per la criminalità organizzata. E aveva rivolto un appello agli imprenditori affinché si rivolgessero alle istituzioni, e non agli usurai, "perché in gioco non c'è solo la sopravvivenza delle vostre attività ma anche la salvaguardia dell'economia legale". Adesso a quell'allarme se ne aggiunge un altro, ovvero che gli estremismi di destra e di sinistra, sfruttino il malcontento generale facendo scoccare qualche scintilla nel corso nelle prevedibili proteste di autunno. In più, c'è il timore che le forze dell'ordine diventino il bersaglio degli esagitati. Qualche segnale di tensione si è registrato già durante i mesi in cui le misure anti contagio erano particolarmente restrittive, quando le forze di polizia hanno dovuto far rispettare il distanziamento sociale e il divieto di assembramento. In alcuni casi si è quasi arrivati allo scontro, talvolta perché c'era qualcuno come CasaPound a fomentarlo.
"Vedo un atteggiamento di violenza contro le forze di polizia assolutamente da condannare: a loro deve andare il ringraziamento mio e quello di tutti gli italiani perché garantiscono l'ordine democratico e la sicurezza dei cittadini", dice Lamorgese secondo cui, anche se i numeri del contagio sembrano sotto controllo, la priorità del governo continua ad essere quella di evitare nuovi focolai di infezione, con riferimento specifico all'attualità dei casi di Covid che arrivano dall'estero.
Nuovi focolai - "L'obiettivo è evitare il crearsi di nuovi focolai, quindi stiamo ponendo in essere tutte le attività necessarie per monitorare, controllare e evitare eventuali arrivi che potrebbero creare un nuovo focolaio". Tutto per scongiurare un nuovo lockdown che, oltre a sancire il ritorno dell'emergenza sanitaria, potrebbe complicare la situazione economica.
"Non possiamo ignorare la possibilità di un ritorno del virus - dice ancora la ministra. Ma proprio per questo i nostri atteggiamenti devono essere ancora più responsabili, perché dobbiamo evitare un nuovo lockdown". Parole che però vengono criticate dall'opposizione. "L'allarme di Lamorgese era facilmente preventivabile - dice Mariastella Gelmini (FI) -: non è il Covid di per sé ad amplificare il malcontento popolare, ma la lentezza e l'inadeguatezza delle soluzioni messe in campo dal governo per superare la crisi economica".
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