di Antonio Scurati
Corriere della Sera, 12 luglio 2020
Le ragioni del manifesto di intellettuali rivolto contro chi condanna il passato senza conoscerlo. Il futuro ci giudicherà e certo senza alcuna competenza. Lo scrisse Milan Kundera, uno che di ideologie oppressive se ne intende. Quel futuro spietato e cieco sembra essere tornato: le democrazie liberali d'Occidente sono scosse da movimenti radicali che non soltanto pretendono di giudicare il passato senza alcuna competenza ma addirittura pretendono di condannarlo rifiutando sfacciatamente ogni approfondita conoscenza di esso.
Il manifesto firmato da 150 scrittori, intellettuali e artisti illustri lancia l'allarme contro quella che definisce una "atmosfera soffocante", un nuovo "conformismo ideologico", una nuova forma di censura e di intolleranza praticate oggi proprio in nome di una società più giusta e inclusiva. I perseguitati che diventano persecutori, i giusti che si trasformano in giustizieri, gli oppressi in oppressori. Una tragica storia già vissuta e che ora sembra ripetersi con tratti farseschi, ma non per questo meno inquietanti.
La crociata contro il passato è parte essenziale di questa nuova ideologia tendenzialmente totalitaria che, muovendo da sacrosante rivendicazioni, finisce per "restringere costantemente i confini di ciò che si può dire senza minaccia di rappresaglia". L'assunto di base è che la storia sia stata scritta dai vincitori, identificati con gli oppressori e che, dunque, oggi vada riscritta ribaltando le parti. I programmi di studio accademici sono così epurati da opere di Shakespeare, Hemingway e Fitzgerald, la furia iconoclasta si scaglia contro le statue di Cristoforo Colombo, Thomas Jefferson e Winston Churchill. Il futuro, tante volte invocato come riparatore di torti dagli umiliati e offesi del passato, giunge non nella forma della giustizia ma in quella della vendetta.
Tutto ciò resuscita, paradossalmente, l'idea di posterità, idea che pareva morta al mondo. Per circa due secoli, a partire dalla Rivoluzione Francese, lavoratori sfruttati, patrioti oppressi, artisti misconosciuti si sono appellati ai posteri invocando giustizia. Poi, alla fine del secolo scorso, la stella della redenzione della Storia è parsa spegnersi definitivamente. Ora sembra, invece, riaccendersi e ardere di una fiamma fanatica. "I posteri siamo noi", urlano i nuovi censori.
In verità, a ben guardare, la recente metamorfosi del tribunale della storia in tribunale dell'inquisizione non è affatto una riattivazione, se pur partigiana e militante, della coscienza e della memoria storica ma il suo esatto opposto: è la loro palese, radicale, forse definitiva obliterazione.
Siamo di fronte all'ennesima manifestazione di ciò che alcuni definiscono "presentismo", cioè quella dittatura del presente che cancella dall'esperienza sociale del tempo le dimensioni di passato e futuro, condannandoci a vivere sotto dettatura della cronaca, in una temporalità atrofizzata, una sorta di "permafrost astorico e gaudente", o astorico e rabbioso.
Il nuovo tribunale della storia sopprime, infatti, innanzitutto ogni capacità (e volontà) di storicizzare, vale a dire di comprendere la vita degli uomini nel tempo, la patetica, grandiosa, sempre sbilanciata, drammatica, inquieta condizione umana come condizione di chi esiste soltanto nel corso del tempo. E quando scrivo "storicizzare" non penso alla capacità professionale degli storici di collocare un personaggio o accadimento in una vasta conoscenza del contesto in cui si produsse (capacità comunque indispensabile).
La storia cui si appellarono i derelitti del passato era la storia dei popoli non quella degli storici. Penso a quella sublime forma di pietà che ci guida a comprendere l'altro da noi quando riusciamo a giudicare l'umanità nel tempo e ogni uomo nel suo tempo. È difficile, è come riuscire a scattare una foto del volo rapido di un uccello da un mezzo in rapido movimento. Noi nel gorgo del nostro tempo, lui nel gorgo del suo.
È difficile ma necessario. Uso il verbo "giudicare" perché non credo affatto che storicizzare un personaggio del passato - sia esso Cristoforo Colombo o nostra nonna - debba significare relativizzare, stabilire una sorta di equipollenza narrativa tra la vittima e il carnefice. Tutt'altro. Storicizzare deve sempre significare chiedersi cosa avrei fatto io davvero al suo posto e, simultaneamente, cosa era giusto fare nella sua epoca? Domande abissali, che richiedono studio, riflessione, onestà e, soprattutto, pietas. Pietà per loro e per noi. Per i morti, per i viventi e per i non ancora nati, anch'essi destinati a esistere solo nel tempo.
Un unico esempio: Winston Churchill. Il grande Primo ministro del Regno Unito fu un privilegiato votato a conservare i privilegi della sua casta, un militarista, un nazionalista, ovviamente maschilista, mediamente razzista e sovranamente alcolista? Certo che lo fu. Winston Churchill era un aristocratico inglese di antico lignaggio, un uomo dell'Impero che in gioventù aveva coraggiosamente e orgogliosamente combattuto in India, nella seconda guerra boera e a Omdurman, nella guerra mahdista.
Dobbiamo assolverlo perché, a dispetto di tutto ciò, seppe ergersi, con la sua squisita eloquenza, la sua intelligenza del disastro, la sua ferrea volontà politica, a ultimo baluardo europeo contro il Nazismo? No. Dobbiamo comprenderlo - e ammirarlo - perché proprio in virtù di tutto ciò poté salvare la Gran Bretagna e l'Europa da Adolf Hitler.
Raccontare. Senza sconti, senza filtri, a fondo. Questo continua a sembrarmi il miglior antidoto a ogni furibondo accecamento ideologico, ad ogni censura moralistica ammantata da superiorità morale. Perché, come ci insegnò un grande filosofo, è solo entrando in un racconto che il tempo - spietato, indifferente, sterminatore - si umanizza, diventa tempo umano.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 12 luglio 2020
La partita con l'Egitto sul caso del ricercatore ucciso è stata resa disperata dalla scarsità e debolezza dei mezzi di pressione di cui l'Italia può disporre. Un Paese serio sa dire la verità: principalmente su sé stesso. Non s'illude con infondate speranze, non millanta capacità che non ha e che sa di non avere. Un Paese serio non tratta una vicenda come quella di Giulio Regeni nel modo come l'ha trattata l'Italia, a cominciare dal suo governo per finire con la sua opinione pubblica (stampa compresa, se posso aggiungere).
Che Giulio Regeni - incautamente mandato a svolgere un'inchiesta sul sindacalismo in uno Stato ferocemente dittatoriale come l'Egitto da una sciocca (e vogliamo credere che si sia trattato solo di un caso di superficialità accademica) insegnante di Cambridge - che Giulio Regeni, dicevo, fosse stato trucidato dagli sgherri dei servizi segreti del governo egiziano è stato chiarissimo fin dall'inizio. La ridicola messinscena organizzata dai suddetti servizi di attribuire il suo assassinio a una banda di malfattori puntualmente fatti fuori dagli stessi servizi non ha ingannato nessuno. Anzi: è' stato una sorta di indiretta ma clamorosa ammissione di colpa.
A quel punto però - dopo il primo doveroso richiamo del nostro ambasciatore, destinato naturalmente a non avere alcun esito apprezzabile - a qualunque persona con una minima conoscenza delle cose è apparso chiaro che la partita con il Cairo era una partita disperata. Per due ragioni evidenti. Innanzi tutto perché il potere di Al Sisi, il dittatore egiziano, ha nei servizi segreti un suo piedistallo essenziale.
È solo grazie al loro implacabile e feroce lavoro, infatti, che egli riesce a tenere a bada la vasta opposizione che agita il Paese e in specie quelle dei Fratelli musulmani, la quale altrimenti lo travolgerebbe in un attimo. È dunque impensabile, letteralmente impensabile, che egli possa mai consegnare alla giustizia italiana (e quindi presumibilmente ad anni ed anni di galera) qualcuno dei caspi di quei servizi che lo tengono in piedi. È impensabile che in nome del diritto Al Sisi possa fare questo affronto ai suoi più importanti alleati.
La seconda ragione che fin dal primo momento ha reso disperata la partita dell'Italia con il Cairo è consistita nella scarsità e debolezza dei mezzi di pressione di cui l'Italia stessa può disporre. Detto in altre e più crude parole, è il fatto che noi contiamo troppo poco perché il governo egiziano si senta spinto ad acconsentire alle nostre richieste di giustizia; è il fatto che serve molto di più l'Egitto all'Italia che non l'Italia all'Egitto.
Noi, ad esempio, abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l'Eni possa continuare non solo ad estrarre dal suo Paese l'ingentissima quantità d' idrocarburi e di gas che estrae ogni anno (rispettivamente 129 milioni di barili e 15 miliardi e mezzo di metri cubi), ma anche continuare a svolgere ricerche ancora più promettenti nel Delta del Nilo e altrove.
Davvero possiamo/vogliamo rischiare l'eventuale ritiro delle concessioni? Non mi pare che nessuno lo abbia proposto. È vero che da noi l'Egitto acquista cose importanti come le due fregate di cui si parla in questi giorni. Ma se non gli vendiamo noi le fregate in questione ci sono almeno altri due o tre Paesi, c'è da giurarci, che sono sicuramente pronti a prender il nostro posto.
La verità è che l'Italia ha ben poche vere armi di pressione nei confronti del governo egiziano, e che anzi esiste un'importante ragion di Stato (l'Eni di cui sopra) che invita ad evitare una rottura con l'Egitto. Né in questo momento l'Italia dispone sulla scena internazionale di alleati potenti e volenterosi che possano darle una mano decisiva con il Cairo.
È assai doloroso dirlo, ma che valgono dunque, se le cose stanno così, le invocazioni "Giustizia per Giulio Regeni" e altre analoghe che meritoriamente tante persone per bene non si stancano da anni di elevare verso il governo italiano?
Valgono molto poco, ahimè, dal momento che esse non sono mai state accompagnate dall'indicazione di alcun mezzo concreto capace di mutare la situazione. In tutto questo tempo, insomma, nessuno è stato in grado di indicare che cosa si possa fare realmente per costringere il governo egiziano a rendere giustizia a Giulio Regeni.
Anche la rinnovata richiesta di ritirare il nostro ambasciatore dopo l'ennesimo rifiuta da parte della magistratura egiziana di accogliere le domande italiane, a quale risultato si pensa che possa mai condurre? Nei rapporti tra gli Stati quello che in ultimo conta sono i rapporti di forza: dirlo può essere sgradevole e impopolare, ma è così.
Proprio per quanto ho detto finora, tuttavia, l'Italia ha contratto un enorme debito verso i genitori di Giulio. Come suo cittadino la vita di Giulio Regeni era sotto la protezione della Repubblica, ma questa protezione si è dimostrata impossibile. Proprio perché come Paese non siamo stati e non siamo in grado di ottenere giustizia per la sua morte atroce, e perché siamo anzi costretti a far prevalere la ragion di Stato (una ragion di Stato che torna a vantaggio di noi tutti, non dimentichiamolo) sulle ragioni della giustizia, questa morte chiama in causa direttamente la responsabilità di noi tutti in quanto collettività nazionale.
Alla memoria di Giulio e al dolore della sua famiglia l'Italia deve dunque un risarcimento simbolicamente significativo. È da questa necessità che è nata la mia proposta di intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola, a cominciare da quelle dove hanno sede le rappresentanze diplomatiche del governo egiziano.
Assai significativo mi sembrerebbe intitolare sempre al nome di Giulio Regeni un certo numero di borse di studio (magari chiamando l'Eni a contribuire al loro finanziamento) da riservare a giovani ricercatori egiziani desiderosi di venire a specializzarsi in Italia in materie affini a quelle di cui si occupava Giulio. Sarebbe un modo evidente, tra l'altro, per dimostrare che l'Italia sa distinguere bene tra il governo dell'Egitto e il suo popolo.
Si tratta, come si vede, di proposte i banalissimi ma che almeno vogliono dire qualcosa, significano se non altro un impegno collettivo, la volontà da parte del Paese di farsi carico della memoria di un'ingiustizia. Meglio, forse, di proteste inevitabilmente destinate a farsi sempre più rituali, sempre più tenui e a finire in un nulla.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 12 luglio 2020
Un episodio di calunnia si muta in un caso di giustizia e di perdono. A volte la vergogna è la sola vera pena. Aspettando di informarmi meglio sull'appello contro l'intolleranza, riprendo (dal New York Times, nel resoconto che ne fa il Post) una notizia istruttiva. Vi ricorderete della donna, Amy Cooper, 40 anni, che il 25 maggio scorso lasciava correre il suo cocker spaniel in una zona di Central Park in cui i cani vanno tenuti al guinzaglio. Un uomo, Christian Cooper, 57 anni, le chiede di richiamare il cane e tenerlo legato. Fin qui si può simpatizzare con lei, per amore dei cani e antipatia per i regolamenti, ma l'uomo ha, oltre al rispetto per la regola, una sua ragione egregia: è un avid birder, come ha spiegato sua sorella, è lì per osservare gli uccelli - usignoli, cardinali, fringuelli - e i cani sciolti sono degli avid birder, ma a modo loro.
Il problema è che, benché abbiano lo stesso cognome - che scherzi - Amy è bianca, Christian nero. Così Amy pensa di castigarlo chiamando la polizia: un afroamericano sta minacciandomi a morte, grida. Conta con naturalezza sul razzismo ordinario, la polizia sarà dalla sua e lui se ne spaventerà. Solo che lui sta filmando la cosa, che poi va su Twitter e viene vista da decine di milioni di persone. La giovane è coperta di insulti e deplorazioni, e perde lavoro e casa. Si scusa, sostiene di non essere razzista.
Lui crede alla sincerità delle scuse: lei non si crede razzista, dice, ma il suo comportamento lo è stato. Lunedì scorso il procuratore di Manhattan incrimina la donna per la falsa denuncia, simulazione di reato, e la convoca per il 14 ottobre. Non è un'accusa grave per le conseguenze: un anno con la condizionale, una contravvenzione. L'avvocato di lei attacca la "cancel culture". Lui, Christian Cooper, comunica di non aver intenzione di sporgere denuncia: "Ha già pagato un prezzo alto: non è abbastanza come deterrente per gli altri? Renderla più infelice mi sembra solo infierire". Aggiunge che "se il procuratore ritiene necessario perseguirla deve farlo, ma può farlo anche senza di me".
La sua scelta solleva opinioni accese e opposte. A me tutta la storia sembra esemplarmente istruttiva. Il razzismo banale della donna, parente insieme lontanissimo e vicino della naturalezza con cui un energumeno in divisa intima al suo catturato che per la ventesima volta ha detto "Non posso respirare", "Allora stai zitto". (George Floyd è assassinato a Minneapolis poche ore dopo l'incidente di Central Park).
La considerazione del calunniato che smascheramento e vergogna della calunniatrice siano abbastanza, e non abbiano bisogno di passare per tribunali e carceri, sia pure condizionali. Chi dissente sostiene la necessità esemplare della sanzione giudiziaria. A me esemplare sembra la scelta di Christian Cooper, laureato di Harvard, autore di storie disegnate e collaboratore biomedico. Soprattutto avid birder.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 12 luglio 2020
Dodicimila per 10, per 100. È un'operazione facile. Di un orrore indicibile se quei numeri indicassero persone e trasformassero gli uomini in cadaveri. Eppure operazioni del genere se ne fanno ogni giorno nel mondo, nella parte nata male del pianeta. L'Oxfam, l'organizzazione mondiale che si occupa di povertà, lancia l'ennesimo allarme, scrive parole che sono pallottole ma nemmeno lo sfiorano il cuore della parte nata bene del mondo.
A fine 2020 potrebbero morire 12.000 persone al giorno, farlo lentamente per mesi, anni, fino a consumare un esercito di centinaia di milioni di affamati. Fame. Morire per fame, una carenza cronica di alimenti che scava fianchi, infossa guance e divora ogni fremito di vita. 150.000.000 di esseri che non hanno cibo quasi raddoppieranno, con l'82% in più andranno a 270.000.000 di affamati. Che solo a sentirle le cifre della Oxford Committee for Famine Relief, la depressione diventa scoramento, incredulità.
È così, è così. Il covid19, il morbo che in Italia ha sterminato più di 40.000 vite, cagionerà fra i poveri un massacro epocale, toglierà loro la vita senza neppure incontrarli, non gli affloscerà i polmoni, svuoterà gli stomaci. Moriranno in milioni senza infettarsi, perché, come era facile prevedere, gli effetti peggiori della pandemia saranno quelli economici, con un impoverimento generale che devasterà i Paesi meno ricchi.
Questo sta succedendo: in Siria, Brasile, Sud Sudan, India, Afghanistan, la ricchezza declina, l'Occidente, i paesi industrializzati, riducono il proprio Pil e questo si riverbera sulle economie, già asfittiche, che dipendono da esso. Diminuiscono gli aiuti, le rimesse degli emigrati e il rivolo di soldi che passavano da un mondo a un altro si chiude.
Questa sarà la strage vera della pandemia, di fronte a cui i numeri tragici dei morti nei paesi ricchi saranno nulla in confronto alle agonie che già hanno incominciato a progredire nei paesi poveri.
L'infezione si è già mangiata 305.000.000 di posti di lavoro e, imperterrite, le 8 maggiori holding mondiali dell'alimentare hanno distribuito ai loro azionisti 18 miliardi di dollari di dividendi, per la Oxford Committee for Famine Relief basterebbero 1,8 miliardi per rimediare alle carenze alimentari di milioni di persone. Per evitare una strage che sarà addossata alla responsabilità del Covid-19.
Ma il morbo è solo un colpevole presunto, un sicario prezzolato che si accolla responsabilità altrui. Un peccato che è di chi ha potere, ma anche nostro, diviso, diluito, è un torto che la civiltà del consumo fa a quella del bisogno. L'Oxfam spara cifre che sono pallottole, si scontrano contro i petti corazzati di chi mangia, non ce la fanno a raggiungere il cuore. Potrebbero morire 12.000 persone al giorno, entro il 2020, per la fame che sarà moltiplicata dalla crisi economica causata dal covid19, ma non sarà solo il virus ad ammazzarli.
di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 12 luglio 2020
Sono molte le ragioni per non prorogare al 31 dicembre lo stato di emergenza, dichiarato il 31 gennaio e in vigore fino al termine di luglio. In primo luogo, manca il presupposto della proroga. Perché venga dichiarato o prorogato uno stato di emergenza, non basta che vi sia il timore o la previsione di un evento calamitoso.
Occorre che vi sia una condizione attuale di emergenza. Proprio per questo la norma del 2018, che regola la protezione civile, ha previsto un sistema molto semplice e rapido di dichiarazione dello stato di emergenza: basta una delibera del Consiglio dei ministri.
Perché prorogare lo stato di eccezione, se è possibile domani, qualora se ne verificasse la necessità, riunire il Consiglio dei ministri e provvedere? Allora, non bisogna ricorrere a un provvedimento eccezionale, che istituisce un ordine fuori dall'ordinario, se non ve ne sono le premesse. La proposta di proroga è stata affacciata con la motivazione dell'urgenza di provvedere, se la pandemia riprende forza. Ma l'urgenza non vuol dire emergenza.
Il ministro della salute può, in base alla legge del 1978 sul Servizio sanitario nazionale, emettere ordinanze contingibili (cioè per casi non prevedibili) e urgenti in materia di igiene e di sanità. Il codice dei contratti contiene norme che consentono procedure negoziate senza previa pubblicazione di bandi di gara. Insomma, nell'ordinamento vi sono strumenti che consentono di provvedere celermente, senza creare di nuovo uno stato di eccezione che giustifica tutto (la legge sulla protezione civile prevede che durante lo stato di emergenza si può provvedere "in deroga a ogni disposizione vigente").
È buona norma che, se vi sono strumenti meno invasivi, si ricorra ad essi, prima di utilizzare quelli più drastici. Un terzo buon motivo per non abusare dell'emergenza è quello di evitare l'accentramento di tutte le decisioni a Palazzo Chigi. E questo non solo perché finora si sono già concentrati troppi poteri nella Presidenza del consiglio dei ministri, o perché in ogni sistema politico una confluenza eccessiva di funzioni in un organo è pericolosa, ma anche e principalmente perché l'accentramento crea colli di bottiglia e rallenta i processi di decisione.
Da ultimo, la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza è inopportuna perché il diritto eccezionale non può diventare la regola. Proprio per questo sia la legge che lo prevede, sia la costante giurisprudenza della Corte costituzionale hanno insistito sulla necessaria brevità degli strumenti derogatori, perché non è fisiologico governare con mezzi eccezionali.
Questi possono produrre conseguenze negative non solo per la società e per l'economia, creando tensioni nella prima e bloccando la seconda, ma anche per l'equilibrio dei poteri, mettendo tra le quinte (ancor più di quanto non accada già oggi) il Parlamento e oscurando il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, al cui controllo sono sottratti gli atti dettati dall'emergenza. Non dimentichiamo che Viktor Orbàn cominciò la sua carriera politica su posizioni liberali.
di Alessandro Orsini
Il Messaggero, 12 luglio 2020
L'interesse nazionale dell'Italia nel Mediterraneo è in pericolo. La guerra tra Turchia ed Egitto in Libia, che si profila all'orizzonte, avrebbe un impatto negativo per tutti gli italiani. Ci auguriamo che una simile guerra non scoppi, ma i fatti inducono al pessimismo. Prima di ragionare sul governo Conte, è necessario fornire un resoconto degli eventi importantissimi avvenuti in questi giorni, ponendoli in ordine di successione, per mostrare che sono concatenati nel rapporto di causa-effetto tipico dell'escalation militare.
In primo luogo, il presidente dell'Egitto, al-Sisi, ha invitato l'esercito a prepararsi per una guerra fuori dai confini nazionali. Due giorni dopo, il governo di Tobruk ha richiesto l'intervento dell'Egitto per essere difeso dall'attacco che il governo di Tripoli, sorretto dalla Turchia, sta per sferrare contro Sirte. Erdogan ha risposto inviando a Tripoli il ministro della Difesa, Hulusi Akar, che ha arringato i soldati turchi affinché siano pronti alla guerra con l'Egitto. Due giorni dopo la visita di Hulusi Akar, alcuni caccia Rafale hanno condotto un bombardamento contro la base aerea di al-Watiya, dove la Turchia ha concentrato i propri armamenti.
Nessun governo ha rivendicato il raid aereo. Tuttavia, in Libia, i caccia Rafale sono in dotazione soltanto alla Francia e all'Egitto. Questa rubrica non ha dubbi sul fatto che il bombardamento contro i turchi ad al-Watiya sia stato condotto dai piloti di Macron, da quelli di al-Sisi o da entrambi. Macron è infatti furiosamente schierato contro la penetrazione della Turchia in Libia ed è un alleato di ferro dell'Egitto.
Dopo avere subito l'attacco ad al-Watiya, Erdogan ha inviato a Tripoli l'ammiraglio Adnan Ozbal, comandante della Marina turca, e ha annunciato un'esercitazione militare al largo delle coste libiche per le prove generali della guerra con l'Egitto. L'esercitazione si chiamerà "Naftex" e coinvolgerà 17 aerei e 8 navi da guerra. La ragione è semplice: Sirte si trova sulla costa e, per strapparla al trio Haftar-Macron-al Sisi, Erdogan dovrà combattere in mare.
Proviamo adesso a calcolare una piccola parte dei danni che l'Italia subirebbe a causa di una guerra tra Turchia ed Egitto. Innanzitutto, l'Italia e la Turchia sono alleate. Entrambe difendono il governo di Tripoli. Questa alleanza è stata ribadita tre giorni fa, durante la visita del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ad Ankara.
Che il ministro della Difesa italiano si rechi dal ministro della Difesa turco, in un contesto di guerra tra Turchia ed Egitto, dice molto sui rapporti tra Erdogan e Conte. Il problema è che anche i rapporti dell'Italia con l'Egitto sono ottimi, al punto che l'Italia, pochi giorni fa, ha addirittura venduto alcune eccellenti navi da guerra all'Egitto prodotte da Fincantieri.
A meno che non si tratti di una scaramuccia di un giorno, cosa che tendiamo a escludere, una guerra tra Turchia ed Egitto costringerebbe l'Italia a prendere una posizione: o il governo Conte rinuncia alla Turchia o all'Egitto, ma questo è contrario alla logica strategica dell'Italia e, quindi, non va bene. Maggiore è la durata di una guerra, maggiore è il numero di Stati che finisce per essere coinvolto. È facile per l'Italia rimanere neutrale in una guerra di ventiquattro ore tra Egitto e Turchia; molto più difficile in una guerra di un anno.
Arriviamo al punto: la guerra tra l'Egitto e la Turchia non dev'essere combattuta perché è contraria all'interesse dell'Italia. Inoltre, se una guerra turco-egiziana si concludesse con un vincitore netto, anche questo non sarebbe vantaggioso per l'Italia. Una Libia sotto il controllo completo della Turchia, o del blocco Egitto-Francia, costringerebbe l'Italia a un ruolo troppo subalterno rispetto ai vincitori, mentre una Libia divisa in aree di influenza, Tripolitania e Cirenaica, accrescerebbe gli spazi di manovra per l'Italia.
Un equilibrio di questo tipo andrebbe bene nel medio periodo perché lascerebbe all'Italia il tempo di lavorare per recuperare le posizioni perdute in questi anni. L'Italia è un Paese forte quando regna la pace, I suoi commerci e la sua diplomazia scorrono nel sottosuolo come un fiume carsico. La guerra, invece, esclude il governo Conte dalle dinamiche che contano. Siccome l'Italia non può fare niente per la guerra, la guerra non può fare niente per l'Italia. Quando lavora per la pace, l'Italia lavora per sé stessa.
di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 12 luglio 2020
La situazione sanitaria continua a essere allarmante: ieri 345 nuovi casi e 12 decessi. Dopo la tregua è di nuovo guerriglia tra le strade di Belgrado. Se nella notte di giovedì i manifestanti sono riusciti a isolare le frange violente con un appello sui social a protestare restando seduti per strada, in quella successiva si è assistito a una nuova escalation di violenza.
Malgrado il divieto di assembramento, in migliaia si sono nuovamente radunati nella Piazza del Parlamento per protestare contro la cattiva gestione dell'emergenza sanitaria da parte del governo, accusato di aver mentito sui dati reali del contagio per andare al voto.
Un centinaio di manifestanti ha sfondato le transenne che circondano l'Assemblea, arrivando a spaccare la porta d'ingresso e una telecamera di sorveglianza. Respinti dalla polizia, hanno poi continuato a scagliare pietre e fumogeni contro il Parlamento. Ci sono state poi tensioni anche tra gruppi di manifestanti: un ragazzo è stato accoltellato a una gamba da un altro manifestante, subito arrestato. In piazza sono scesi anche diversi leader dell'opposizione, da Zoran Lutovac, leader del Partito democratico, Zoran Lutovac, a Vuk Jeremic, presidente del Partito popolare.
Tra questi anche Sedjan Noga, ex esponente del partito di estrema destra Dveri, ora a capo della formazione fascista Svetlost. Tra i manifestanti anche alcuni membri di Obraz, un'organizzazione clerico-fascista molto popolare nei primi anni duemila in Serbia, poi messa al bando nel 2012, che per tutta la notte ha intonato canzoni nazionaliste sul Kosovo. Il resto della piazza si è spaccato, tra manifestanti che hanno deciso di abbandonare la protesta, e altri che hanno continuato a prendervi parte, pur a distanza.
Negli scontri sono rimasti feriti alcuni giornalisti compresa la troupe di Aljazeera, alla quale è stato intimato di non filmare gli scontri, e quella di N1 al cui giornalista Petar Gajic è stato strappato il microfono durante la diretta. Secondo il presidente dell'Associazione dei giornalisti indipendenti in Serbia (Nuns) Zeljko Bodrozic in 4 giorni ci sarebbero stati 21 attacchi ai danni di giornalisti e operatori televisivi.
Gli scontri sono andati avanti fino a mezzanotte passata, quando la polizia in tenuta antisommossa e la gendarmeria sono intervenute per disperdere la folla. Un intervento che ha portato all'arresto di 71 manifestanti. Tra questi anche persone provenienti da Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Tunisia e Gran Bretagna. Intanto la situazione sanitaria continua ad essere allarmante.
Malgrado il lento miglioramento registrato a Novi Pazar, una delle città più colpite dal covid, nella sola giornata di ieri si sono registrati 345 nuovi casi e 12 decessi. La premier serba Ana Brnabic è tornata quindi a minacciare la reintroduzione del coprifuoco a Belgrado, mentre il presidente serbo Aleksandar Vucic ha chiesto ai manifestanti di proseguire le proteste dopo che la curva del contagio sarà calata. Un invito destinato a cadere nel vuoto.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 12 luglio 2020
La ministra sta lavorando al testo con le modifiche definitive ai provvedimenti di Salvini. Adesso tutto è nelle mani di Luciana Lamorgese. Martedì prossimo, quando i rappresentanti della maggioranza torneranno a riunirsi al Viminale, la ministra dell'Interno presenterà loro il testo di quella che potrebbe essere la versione definitiva dei nuovi decreti sicurezza, anzi "sicurezza e immigrazione" come è stato ribattezzato il provvedimento destinato a mandare in soffitta i decreti salviniani.
Non che tutti i nodi siano stati sciolti. Anzi. Sul tavolo sono rimaste ancora da risolvere due questioni non proprio secondarie come le multe alle ong e i tempi per la presentazione del testo in consiglio dei ministri. Sul primo punto resta da vedere se le resistenze mostrate finora dai 5 Stelle, favorevoli ad abolire le maxi multe ma decisi a mantenerle nella versione originaria del decreto (sanzioni comprese tra i 10 mila e i 50 mila euro) saranno state superate oppure no.
Cosa non del tutto improbabile visto che dall'ultima volta in cui Pd, LeU, Italia Viva e 5 Stelle si sono visti al Viminale la Corte costituzionale è intervenuta pesantemente sul primo dei due decreti dichiarando incostituzionale il divieto di iscrizione all'anagrafe per i richiedenti asilo. Il punto fa parte di quelli a cui era già stata messa mano nel corso delle riunioni al Viminale, ma la decisione della Consulta potrebbe aver convinto i pentastellati a una rottamazione definitiva dei provvedimenti.
Sull'argomento ieri è intervenuto anche il presidente della Camera Roberto Fico con parole che lasciano poco spazio a interpretazioni: "I decreti sicurezza sono una risposta sbagliata a un problema reale - ha detto. Ed è stato sbagliato il metodo, un decreto legge fatto senza un adeguato dibattito parlamentare che uscisse dalla contrapposizione manichea, bianco o nero".
Le modifiche sulle quali finora Pd, LeU, Iv e M5S sono d'accordo prevedono la riduzione dei tempi di detenzione nei Centri per il rimpatrio a 90 giorni (contro i 180 attuali), la possibilità di poter accedere alla protezione umanitaria anche per le famiglie con figli minori, persone gravemente malate, quelle con disturbi psichici, disabili, donne incinta e infine, alle persone che hanno subito un trattamento degradante, comprendendo in questa categoria anche chi, malato, nel Paese di origine non potrebbe ricevere cure adeguate. Infine la ricostruzione del sistema Sprar, il Sistema di protezione richiedenti a silo e rifugiati fortemente ridotto con il secondo decreto sicurezza. "Stiamo lavorando e io sono ottimista che arriveremo a una soluzione condivisa. C'è il desiderio di arrivare a segnali di cambiamento rispetto al passato", ha spiegato nei giorni scorsi Lamorgese.
Proseguono intanto a Lampedusa gli sbarchi di quanti riescono ad arrivare in Italia in maniera autonoma, con 791 profughi sbarcati nelle ultime 48 ore, 143 dei quali ieri. Una sequenza di arrivi che ha avuto come conseguenza quella di mandare in tilt l'hotspot dell'isola, una struttura in grado di ospitare ameno di cento persone e nella quale invece trovano posto in 700. Il presidente della Regione Nello Musumeci ha chiesto al governo di dichiarare lo stato di emergenza per l'isola.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 12 luglio 2020
Guerra al jihadismo nel Sahel. 180 corpi rinvenuti a Djibo, Human Rights Watch punta il dito contro l'esercito. "I morti erano tutti delle etnie Fulani e Peul, spesso associate ai miliziani jihadisti".
Sono almeno 180 i corpi ritrovati in fosse comuni nel nord del Burkina Faso, nella città di Djibo, e le prove "evidenziano un coinvolgimento diretto delle forze governative di sicurezza", denuncia la direttrice dell'Ong Human Rights Watch (Hrw) dell'Africa occidentale, Corinne Dufka all'agenzia Afp.
"Abbiamo scoperto numerose fosse comuni e secondo le testimonianze raccolte, le prove disponibili suggeriscono omicidi extragiudiziali di massa nel periodo tra marzo e aprile - ha affermato Dufka -, i morti erano tutti uomini appartenenti alle etnie Fulani e Peul, gruppi etnici del nord che spesso vengono associati automaticamente ai miliziani jihadisti". L'organizzazione non governativa in un suo rapporto, pubblicato mercoledì 8 luglio, ha richiesto l'apertura di un'inchiesta internazionale e ha sollecitato il governo burkinabé di portare "davanti alla giustizia i responsabili di tali crimini".
Se da una parte il presidente Kaboré ha detto di aver avviato due indagini, giudiziarie e amministrative, "per verificare i fatti e giudicare i responsabili", dall'altra il ministro della difesa burkinabé, Moumina Cherif Sy, ha detto che gli omicidi potrebbero essere stati commessi "da gruppi armati con addosso uniformi militari e attrezzature logistiche rubate".
Hrw ritiene che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, il governo non abbia mai fatto abbastanza per indagare sulle violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza e delle milizie civili. Già a inizio giugno aveva richiesto, senza nessun risultato, alle autorità centrali di condurre "un'indagine credibile e indipendente" sulla morte di 12 persone sospettate di appartenere a gruppi jihadisti e uccise, con un proiettile alla testa, all'interno delle loro celle nella gendarmeria di Tanwalbougou.
"Le autorità governative dovrebbero inviare un messaggio di tolleranza zero per gravi violazioni dei diritti umani verso le popolazioni civili, perché i gruppi jihadisti puntano a disgregare il paese su base etnica, a ottenere sostegno da parte della popolazione e a sostituirsi allo stato centrale, anche a causa di queste violenze indiscriminate" ha concluso Dufka.
Il Burkina Faso rimane, tra i paesi del Sahel, quello maggiormente colpito dall'ascesa dei movimenti jihadisti nella regione, in particolare la zona orientale e quella settentrionale sono le aree più colpite dagli attacchi jihadisti che hanno causato almeno 400 morti e più di 800mila sfollati in 5 anni.
gnewsonline.it, 11 luglio 2020
E' stato siglato al Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità del ministero della Giustizia il contratto per l'avvio del Pon legalità Fesr/Fse 2014-2020 "Innovazione Sociale dei Servizi per il reinserimento delle persone in uscita dai circuiti penali". La firma è stata apposta dal Direttore Generale per l'esecuzione penale esterna e di messa alla prova, Lucia Castellano e dall'Amministratore Unico dell'E.I.T.D. s.c.a.r.l, Paolo Lanzilli.
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