di Maurizio Tortorella
La Verità, 12 luglio 2020
Dalle rivolte carcerarie di marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti.
di Giacomo Costa*
libertaegiustizia.it, 12 luglio 2020
Credo che "l'eccedenza di significato" del singolo giudice non esista. La gente incassa le notizie di episodi corruttivi che riguardano singoli giudici con la stessa tranquillità con cui contempla della frutta che si rivela avariata. Il problema si pone quando l'organizzazione giudiziaria nel suo complesso sembra discostarsi da quella ideale.
Qui sì c'è un "eccesso di significato", purtroppo indefinito, perché nessuno sa veramente come dovrebbe funzionare "l'organo di auto-governo della magistratura". Ciò che sappiamo noi estranei è ciò che siamo venuto a sapere ora e nel 2019, e decisamene non ci piace: "Cricche, congreghe, giri di potere che hanno sbocco nel Csm".
A guardar bene, esse sono la conseguenza del principio democratico, rappresentativo e assemblearistico. Una volta ammesse le correnti, e le elezioni che portano alla ribalta i rappresentanti delle correnti, scatta il principio non detto ma vigente che ciò che importa è di trovare un equilibrio tra le correnti. Della qualità dei suoi rappresentanti è semmai responsabile la singola corrente.
"Lo scandalo che abbiamo davanti agli occhi non sta tanto nel metodo, quanto nella collusione con interessi di politicanti e nella qualità degli accordi," osserva Zagrebelsky, ma "il metodo" ha necessariamente la conseguenza che alle qualità personali si sostituisce l'appartenenza a un gruppo para-politico. Anche la formazione di personale specializzato nella ricerca ed esecuzione di accordi ha una sua logica...economica. Uno che ha contatti in tutta Italia può soddisfare le esigenze dei colleghi di tutta Italia. E siccome gli scambi non possono essere tutti simultanei, conviene alla natura di questi market-maker di poter durare per garantire l'esecuzione di scambi inter-temporali.
La prima linea difensiva di Bruti Liberati, Palamara, Cosimo Ferri, è stata che "così va il mondo", e che non vi sia assolutamente nulla di cui vergognarsi: anzi, queste pratiche contrattuali e consensuali tra le correnti garantirebbero, se gestite da persone abili e responsabili come loro, non solo la massima soddisfazione delle pretese di tutti, ma la qualità delle nomine più importanti.
Che fare? Molti, Spataro, Zagrebelsky, Di Matteo, puntano sull'autoriforma morale dei magistrati, ma mi pare difficile sperare nel ravvedimento di persone lucidissime che ritengono di essere già dotate di saldi orientamenti etici. Pare difficile che Cosimo Ferri, maestro di ogni accordo "con i politicanti", voglia auto-riformarsi. Sarebbe oltretutto ingiusto suppore che non sia convinto dell'eccellenza anche morale delle sue operazioni.
Temo che invocare una riforma morale sia un modo per evitare il problema. Resta l'alternativa del sorteggio e della rotazione. Ed è strano che i proponenti dell'inattuabile riforma morale la respingano in quanto disfattista. È probabile che sarebbe efficace nello smembrare la trama degli accordi abilmente intessuta dai nostri in decenni di paziente proficuo lavoro, di industriosa accumulazione di "capitale sociale".
*Economista, saggista e socio di Libertà e Giustizia
di Alberto Pinna
Corriere della Sera, 12 luglio 2020
"Cibo scarso, troppi fritti e grassi. Ho l'epatite e una prostatite". Cesare Battisti protesta: nel carcere di Massama sconta due ergastoli per omicidi e rapine commessi negli anni della militanza fra i Proletari Armati per il Comunismo e non può, come invece gli altri detenuti, acquistare generi alimentari e cucinarli in cella.
Battisti è sottoposto a un regime particolare in un carcere di massima sicurezza alla periferia di Oristano, dove è rinchiuso da gennaio 2019. Latitante per quasi 40 anni, una fuga dal carcere di Frosinone, prima in Francia e Messico, poi in America Latina, status di "rifugiato politico", scrittore di noir, nel 2018 è stato catturato e qualche mese dopo rispedito in Italia. Dei tre livelli dell'alta sorveglianza è all'intermedio, AS2.
In AS3 ci sono mafiosi, camorristi e rapitori. Dal suo arrivo in Sardegna è in isolamento forzato, il solo detenuto - pare - in un'ala appartata. Spiega il suo avvocato Gianfranco Sollai: "Ci sarebbe dovuto rimanere per sei mesi, fino al luglio dello scorso anno. Invece questo regime di detenzione si è inspiegabilmente prolungato e va avanti ancora adesso, nonostante non sia supportato da alcuna sentenza né disposizione di legge".
A Massama - conferma l'avvocato Paolo Mocci, garante provinciale dei detenuti - non ci sono strutture adeguate per l'AS2 e per certe patologie non può essere assicurata assistenza sanitaria. I pasti vengono forniti da una ditta esterna di catering; non si sa se le pietanze vengano fornite precotte né con quali criteri di alimentazione.
Cesare Battisti ha ripetutamente chiesto il trasferimento, ma non lo ha ottenuto: in una delle strutture sarde attrezzate, l'istituto di massima sicurezza di Bancali a Sassari, un reparto AS2 c'è, ma ha problemi di sovraffollamento e carenza di personale, e soprattutto ospita un nucleo di detenuti islamici accusati di terrorismo, militanti dell'Isis; l'amministrazione penitenziaria - che non ha voluto in alcun modo commentare le rimostranze sul cibo - ha ritenuto opportuno evitare ogni contatto. Negati a maggio anche gli arresti domiciliari che Battisti avrebbe voluto scontare a casa di parenti in una località del Lazio: sosteneva che a Massama c'era pericolo di contagio da Covid-19.
Per mezz'ora il tribunale di sorveglianza di Cagliari ha ascoltato l'ergastolano/terrorista, che ha chiesto di essere sottoposto a esami clinici, sicuro che confermerebbero l'esigenza di una diversa detenzione e di un più adeguato regime alimentare. La Procura generale si è opposta, i giudici decideranno fra qualche settimana. "Non si tratta di un capriccio ma di seri problemi di salute", insiste Battisti che ieri, comunicando con un familiare, ha fatto sapere: "Vogliono trasferirmi al reparto AS3, hanno chiesto di firmare il consenso, ma io ho rifiutato".
La protesta sul cibo ha scatenato l'indignazione di Lega e Fratelli d'Italia: "Taci e digiuna, assassino comunista" ha postato Matteo Salvini su Facebook. "Era abituato al caviale... È dura la vita degli assassini che pagano per i loro crimini", così Giorgia Meloni. A marzo scorso Battisti ha ammesso quattro omicidi: "Era una guerra, ma ora chiedo scusa alle famiglie delle vittime".
Alberto Torreggiani, figlio adottivo di Pierluigi (l'orefice ucciso in una rapina, nella quale Alberto, allora quindicenne, fu ferito e rimase paralizzato), non è convinto del "pentimento" e rincara: "Da latitante mangiava ostriche e pasta alle vongole. Come può piacergli il cibo del carcere? Sono garantista, ma è assurdo che sia ancora un privilegiato".
di Peppino Ortoleva
Il Secolo XIX, 12 luglio 2020
In questi giorni, per diversi motivi. il problema della corruzione è di attualità. Il rischio è che a questo male, tra i più gravi degli Stati moderni in generale e particolarmente acuto in Italia, ci si arrenda come a un fenomeno inevitabile. I suoi costi però sono anche più pesanti di quanto spesso si pensi. E per combattere la corruzione è necessario cambiare alcuni atteggiamenti e modi di vedere diffusi, e sbagliati.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 12 luglio 2020
I casi di ingiusta detenzione sono un migliaio all'anno in tutta Italia. Le azioni disciplinari nei confronti dei magistrati sono 53 in tutto, ma in tre anni, cioè nel periodo 2017-2019. Il dato napoletano è tra quelli non indicati nel bilancio dell'Ispettorato del ministero della Giustizia.
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 12 luglio 2020
Attimi di tensione venerdì pomeriggio nel carcere di Santa Maria Maggiore. Al secondo piano, nel settore di sinistra, è scoppiata una violenta rissa tra alcuni detenuti di nazionalità albanese e altri originari della Tunisia. Il personale di custodia è intervenuto per porre fine all'episodio di violenza, ma non è stato facile.
Alcuni agenti sono rimasti leggermente contusi: un assistente capo ha riportato ferite guaribili in 5 giorni. Le conseguenze più gravi le ha patite un detenuto di nazionalità tunisina, ricoverato nel reparto di rianimazione dell'ospedale, pare con la milza spappolata: per lui si è reso necessario un intervento chirurgico, Altri detenuti hanno riportato lievi ferite.
Secondo le prime ricostruzioni sarebbero stati due detenuti albanesi a dare il via al pestaggio: una sorta di missione punitiva nell'ambito di rapporti sempre più tesi tra le due comunità ospiti a Santa Maria Maggiore. Nonostante la superiorità numerica, i quattro tunisini hanno avuto la peggio. Concluso l'intervento per dividere i contendenti, all'interno del carcere sono state immediatamente adottate le misure necessarie a evitare nuovi contatti tra le persone coinvolte nella rissa e alcuni loro simpatizzanti.
Normalmente quando accadono episodi del genere, i detenuti coinvolti vengono divisi e trasferiti in altri penitenziari. La direttrice di Santa Maria Maggiore, Immacolata Mannarella, ieri mattina non ha ritenuto di dover rilasciare alcuna dichiarazione sull'accaduto, facendo rispondere al centralino del carcere che era occupata e non aveva la possibilità di parlare con la stampa.
Anche il Garante dei detenuti di Venezia ha preferito non commentare, non avendo ricevuto alcuna notizia sull'episodio. Sergio Steffenoni ha però ricordato le difficoltà croniche del carcere veneziano, penalizzato da un grave fenomeno di sovraffollamento e da una grave carenza di personale di custodia, come denunciano da anni, senza risultato, i sindacati di categoria.
In serata l'Unione Sindacati di polizia penitenziaria ha denunciato l'episodio lamentando una situazione sempre più ingestibile. La situazione a Santa Maria Maggiore, così come in tutte le carceri italiane, si è fatta ancora più tesa durante l'emergenza coronavirus: per evitare contagi, infatti, sono stati proibiti tutti i contatti, compresi quelli con i familiari.
di Laura Tonero
Il Piccolo, 12 luglio 2020
Nicola Buro, triestino di 38 anni, abitava a San Giacomo: era detenuto da pochi mesi. Cosa ha provocato l'arresto cardiaco? Riverso sul letto, morto per un arresto cardiaco, che potrebbe essere stato causato anche da un abuso di farmaci. È morto così, venerdì pomeriggio intorno alle 16.30 il triestino Nicola Buro, 38 anni, residente a San Giacomo.
Una notizia che ha creato sconcerto anche tra i residenti del rione e tra i suoi amici che, pur conoscendo la vita talvolta spericolata di "Scrich" questo il suo soprannome, volevano bene a quel ragazzo altruista, innamorato alla follia del suo bambino e con la passione per i cani e le moto.
Buro era in carcere da pochi mesi, soffriva di problemi legati alla tossicodipendenza. Venerdì scorso, mentre le celle erano aperte e gli altri detenuti vagavano nelle aree comuni, Buro era rimasto a letto.
Va considerato che da tempo al Coroneo, come nelle altre carceri di media sicurezza, vige per i detenuti per i quali non siano previste particolari restrizioni il "regime aperto", che consente loro di godere per diverse ore al giorno di un perimetro della detenzione che non è più quello della cella, bensì quello della sezione. Un modello penitenziario introdotto dal Dap del 2011 che alleggerisce anche la grave situazione dettata dal sovraffollamento delle carceri.
Il trentottenne, poco dopo le 16, era stato chiamato dagli agenti della Polizia penitenziaria per un incontro programmato - forse con un educatore o con l'avvocato - al quale però Nicola non si è mai presentato. Il suo cognome è riecheggiato più volte lungo il corridoio, senza ricevere risposta e senza che il giovane si palesasse al portone d'ingresso della sua sezione.
A quel punto, insospettiti dal lungo silenzio, gli agenti si sono precipitati nella cella trovando l'uomo riverso sul letto. A nulla sono valsi i tentativi di rianimarlo del personale sanitario del Coroneo e degli operatori del 118, che arrivati sul posto non hanno potuto far altro che constatare il decesso.
Sulle cause che hanno portato all'arresto cardiaco dell'uomo, non è da escludere che a monte ci sia un abuso, un'overdose causata da un cocktail di farmaci. Capita purtroppo spesso che i detenuti accantonino le terapie farmacologiche che vengono loro somministrate, o che facciano anche richiesta di qualche sonnifero per dormire. Poi, invece di assumere il tutto, mettono i medicinali da parte per farne un uso improprio, in una sola volta cercando lo stordimento o lo sballo. In alcuni casi vengono anche ceduti ad altri detenuti in cambio di soldi o altro.
Nicola Buro nella vita era già "inciampato" diverse volte. Nel 2004, quando aveva appena 20 anni, era stato arrestato perché coinvolto in un'importate giro di spaccio di ecstasy proveniente dalla vicina Slovenia. Pochi anni fa, con una nuova compagna e la nascita del figlio, sembrava aver messo la testa a posto. Ma la vita tormentata l'ha portato a sbagliare ancora e a finire nuovamente dietro le sbarre di una cella.
Una morte, quella di Buro, che ricorda molto quella avvenuta meno di un anno fa nella stessa casa circondariale. Il 13 agosto del 2019, infatti, in una cella singola del Coroneo, era stato trovato senza vita un ventunenne iracheno, morto nel sonno. Nel 2017 a morire nella cella 204 del carcere locale era stato invece il trentaseienne triestino Andrea Cesar. L'autopsia effettuata sul corpo di Cesar stabilì che a causare un infarto e il decesso di quel ragazzo era stata una dose di eroina.
La direzione del Coroneo ieri non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito alla morte di Buro. Certamente, verrà fatta chiarezza su cosa possa aver causato l'arresto cardiaco. Riguardo alla situazione della casa circondariale di Trieste, al 30 giugno scorso i detenuti erano 179 (capienza 136), di questi 25 donne e 90 stranieri.
cn24tv.it, 12 luglio 2020
"Come oggi conferma a distanza di 5 anni Pastore, sovraffollamento e carenza di agenti di Polizia Penitenziaria. Volendo riassumere in un aggettivo lo stato delle nostre carceri viene da pensare "disumane".
È quanto affermano Giuseppe Candido (componente del Consiglio Generale del Prntt) e Rocco Ruffa (tesoriere della associazione Radicale Nonviolenta Alm 19 Maggio) in una lettera nella quale aggiungono: "Sarebbe da chiedersi, infatti, come possa definirsi "umano" un sistema carcerario che con riferimento alla sola Calabria presenta più della metà dei suoi istituti di pena (7 su 12) sovraffollati: Castrovillari, Crotone, Paola, Rossano, Laureana di Borrello, Locri e Reggio Calabria "Panzera".
Quando si ha sovraffollamento ovvero il numero di persone detenute supera il numero di posti disponibili il trattamento irrispettoso della dignità della persona detenuta (e -non sporadicamente- innocente) non è una eventualità da accertare ma un dato di fatto che nel corso degli ultimi decenni ha comportato le reiterate condanne dell'Italia di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo; di questa cosa il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria è ben consapevole perché il numero di posti disponibili è ottenuto fornendo ad ogni detenuto lo spazio minimo (con un margine strettissimo) affinché la detenzione non equivalga ad "un trattamento contrario al senso di umanità" (come prevede la nostra Costituzione); ma quando una cella che è progettata per ospitare una sola persona per non più di 16 ore al giorno, ne "detiene" due per oltre 20 ore al giorno (ma sarebbe altrettanto vero se le celle da 2 o da 3 posti ospitassero anche una persona in più) non ci vuole Renzo Piano ma basta il tecnico di un qualsiasi ufficio comunale per capire che lo Stato italiano sta platealmente violando le sue stesse leggi. Violazione del diritto alla salute resa ancora più manifesta dell'emanazione dei famosi Dpcm 2020 che tentano di arginare la diffusione del "coronavirus 2019" e richiedono a tutti i cittadini un distanziamento fisico reciproco maggiore dell'ordinario".
Candido e Ruffa, prosegue il comunicato, sottolineano che "C'è un altro dato dell'interessante articolo citato che dovrebbe far saltare dalla sedia chi ha a cuore lo Stato di Diritto: se -come sostiene il giornalista- la pianta organica presenta un buco di 419 unità che fine fa il principio, anch'esso di rango costituzionale, secondo cui la pena deve "tendere alla rieducazione del condannato"?
Chi come noi del Partito Radicale Nonviolento - grazie all'insegnamento e all'esempio di Marco Pannella- ha imparato a tenere accesa una luce su quanto avviene nelle carceri del nostro Paese, sa bene che una carenza così significativa (superiore al 20%) degli operatori di Polizia si traduce automaticamente in una riduzione dei colloqui con i propri familiari, in un ridotto numero di ore fuori dalla cella, in minori attività lavorative, in minori attività trattamentali e rieducative in genere.
Per salvare l'onorabilità della nostra Repubblica si rende necessaria a nostro modesto avviso una riforma della Giustizia e della sua appendice carceraria che prenda in seria considerazione un provvedimento di amnistia e indulto per far uscire il nostro paese dalla flagranza di reato in cui è stato fatto precipitare da decenni di mala-giustizia.
Non solo la riforma del sistema di elezione del Csm, ma - con i casi Palamara e Berlusconi - si evidenzia la necessità di arrivare alla separazione delle carriere e alla responsabilità civile dei magistrati (per dolo o colpa grave) così come pure il giudice Giovanni Falcone si diceva favorevole e per cui è stato isolato da molti suoi colleghi. La lotta in difesa dei diritti umani a cui tenteremo di dare forma - assieme a quelle forze politiche responsabili che sentono la stessa urgenza - è quella di essere forza aggregante e rilanciare una stagione referendaria per la Giustizia Giusta".
di Giulio Negri
internationalwebpost.org, 12 luglio 2020
Molta indignazione si sta sollevando per la concessione dei domiciliari ad alcuni esponenti di punta della criminalità organizzata, causa rischio contagio. Ma è da questi provvedimenti che si giudica il grado di civiltà di una Nazione.
"Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri". Queste parole, attualissime, risalgono addirittura al XVIII secolo, e furono espresse da uno dei più grandi pensatori dell'era moderna: Voltaire. Un concetto, quello della dignità di coloro che vengono sottoposti dalla legge a privazioni di libertà, che bisogna ribadire con grande forza anche ora che un'ondata di indignazione popolare si è sollevata a causa della scarcerazione del boss Pasquale Zagaria (clan Casalesi), sottoposto al 41bis e a cui sono stati concessi i domiciliari come effetto delle prescrizioni anti-Coronavirus che indicano di sfoltire le presenze nelle carceri facendo scontare la pena altrove. Pasquale Zagaria soffre di una grave patologia, il cui trattamento, allo stato attuale delle cose, non è possibile in carcere, vista l'emergenza sanitaria. Prima di lui, stessa sorte era capitata a Francesco Bonura, uomo di spicco di Provenzano.
Ovviamente, vista la gravità dei reati commessi da Zagaria, si rende necessario effettuare ulteriori accertamenti, e valutare alternative che evitino la sua scarcerazione, come annunciato dal Guardasigilli Bonafede: "Tra le proposte merita maggiore approfondimento quella che mira a coinvolgere la Dna e le Direzioni Distrettuali Antimafia nelle decisioni relative ad istanze di scarcerazione". Bonafede, d'accordo col Presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, si è detto pronto ad "intervenire con proposte che verranno inserite nel prossimo decreto legge sulle scarcerazioni per motivi di salute, durante l'emergenza coronavirus, di boss mafiosi".
È indubbio che si tratta di individui di estrema pericolosità, e che si sono resi colpevoli di crimini abominevoli, ma, in attesa di un'alternativa percorribile, la decisione dei giudici (presa, si ricordi, in perfetta autonomia e sulla quale il legislativo e l'esecutivo non hanno potere alcuno) è assolutamente legittima e, forse, persino doverosa.
Il sovraffollamento delle carceri è un problema ormai antico che affligge l'Italia da tantissimo tempo, e le prigioni sono di conseguenza tra i luoghi dove è più complesso far rispettare le misure di sicurezza contro il Covid. Per ciò, chiunque sia considerabile in pericolo deve essere messo al sicuro. Diversamente, si tratterebbe di una sorta di pena di morte. E alla morte condannano le mafie, non gli Stati civili.
Ad inizio aprile Vincenzo Sucato, 76 anni, che stava scontando la sua condanna per associazione mafiosa, è morto di Coronavirus, a dimostrazione, se fosse ancora necessario, che il problema c'è ed è molto serio. Dall'altra parte, è assolutamente comprensibile lo sgomento dei magistrati antimafia. Non si deve, però, pensare che esso venga dall'intenzione delle misure adottate dai giudici per certe scarcerazioni (ovvero: proteggere la salute dei detenuti). Lo sgomento dei magistrati antimafia viene dal fatto grave che non si sia riusciti a trovare una soluzione alternativa per decongestionare le carceri e riportarle in una condizione accettabile di sicurezza.
Non sarebbe meglio, ad esempio, amnistiare o almeno concedere i domiciliari ai piccoli spacciatori e a coloro che stanno scontando una pena per l'uso di droga, che sono tra i principali motivi del sovraffollamento?
Magari si potrebbe fare di necessità virtù e cogliere la palla al balzo per portare avanti la sacrosanta battaglia della depenalizzazione delle droghe leggere. Riassumendo, lo Stato non sta facendo "l'amico dei mafiosi" come alcuni hanno provato ad insinuare, e mettere in sicurezza anche i più efferati criminali è un dovere primario di ogni Stato di Diritto. Tuttavia, si potrebbe certamente trovare una soluzione più consona rispetto alla concessione dei domiciliari, e per questo è necessario un imponente intervento legislativo, che si spera arrivi con celerità.
di Diana Ferrero*
L'Espresso, 12 luglio 2020
La lotta quotidiana del sindacalista che chiede diritti per i braccianti più sfruttati, spesso immigrati, al centro di un approfondimento internazionale. Perché la lotta per difendere gli ultimi non riguarda solo l'Italia. "Il distanziamento sociale è un privilegio". Parole che ci sono entrate dentro e abbiamo tenuto dentro di noi, per mesi
A dirle, come una battuta - con tutta la nuda verità che solo l'ironia fa passare - è stato il sindacalista italo-ivoriano ed ex bracciante Aboubakar Soumahoro in una delle nostre prime, cordiali chiacchierate per telefono. Lui, in treno, bus, in mezzo ai campi o in un cosiddetto "ghetto" - come alcuni ancora li chiamano (un termine che in America sarebbe bocciato come "politically incorrect").
Noi a casa nostra, a Washington, DC, separate dal distanziamento sociale nel semi-lockdown che gli Stati Uniti di Trump non hanno mai imposto seriamente. Dato che tutto è "in remoto" - ho pensato - perché non fare un documentario in Italia, a distanza? Così pensava anche la mia collega Carola Mamberto, altra giornalista e producer italiana a Washington.
Così, insieme e improvvisando, abbiamo capito che volevamo raccontare la lotta dei braccianti e dei migranti che cercano voce. La storia era urgente e aveva una dimensione internazionale che risuonava con molte delle tensioni che sono cresciute negli Stati Uniti negli ultimi anni. L'immigrazione, la disuguaglianza razziale, i diritti del lavoro e alla salute. Soprattutto il paradosso di essere "essential workers" e privati di tutti i diritti, dall'assistenza sanitaria al privilegio di poter lavorare da casa e proteggersi dal contagio.
Secondo recenti statistiche, solo un americano su quattro lavorava da casa. I numeri ora, in pandemia, sono probabilmente diversi perché molti hanno adottato telelavoro o smart working, ma rendono comunque l'idea di chi può beneficiare di più flessibilità nel lavoro. Secondo questi dati, tra il 25 per cento dei più abbienti, quasi due persone su tre lavorano da casa.
Lo stesso privilegio è dato solo a circa una persona su dieci nel 25 per cento di popolazione meno abbiente. Insomma, gli strati più poveri hanno meno probabilità di poter lavorare da casa. E la popolazione nera e quella 'brown' (di latino americani), non a caso, sono le più colpite dal Covid. "C'è un sindacalista, un nuovo leader, che mi sento potrebbe essere la nostra guida" mi ha detto Carola. E ho sentito una vibrazione nella sua voce, un'emozione che mi ha convinta. La sera stessa abbiamo mandato ad Aboubakar Soumahoro la nostra richiesta, e lui ci ha - gentilmente, in modo formale ma subito intimo - garantito l'accesso, la fiducia.
Da lì sono iniziati due mesi di lavoro ininterrotto. Fare un documentario è un'operazione artigianale. Soprattutto se "fatto in casa" come lo abbiamo fatto noi. Durante il lockdown. A distanza. Io chiusa in camera, scrivendo e facendo reporting sull'Italia, con due bambini che bussavano alla porta per chiedere aiuto a fare i compiti. Carola nel suo basement, dirigendo insieme a me le riprese a distanza, mentre montava il pezzo da sola, sul suo computer, tra un'interruzione e l'altra dei figli.
Aboubakar ci ha permesso di seguirlo in un suo breve viaggio in Puglia, quando - sfidando il lockdown e le restrizioni di viaggio - portava mascherine e cibo ai braccianti, affamati e senza lavoro, mentre gli asparagi iniziavano a marcire nei campi. Ci ha dato un accesso breve, ma unico, nello spaccato di vita di migranti senza nome, in un momento in cui tutta l'Italia stava chiusa a casa. Ma quello che ci ha dato - più di tutto - è stata la possibilità di documentare il suo lavoro di 'documentarista'. Quando abbiamo visto i suoi video, girati al cellulare, e lui stesso fare domande al bracciante dietro di lui che candidamente e in ottimo italiano dice "Ti pagano 4 euro all'ora, 3 euro e mezzo all'ora, senza i contratti e senza i loro diritti" per noi è stato chiaro.
Bisognava documentare il suo lavoro, mentre lui stesso documentava la vita e il lavoro dei migranti sfruttati, in condizioni di quasi schiavitù, nei campi e nelle tendopoli del Sud. Bisognava usare i suoi stessi materiali. I suoi stessi video, montati con le nostre immagini ad alta risoluzione (girate in 4K a distanza per noi da un DP locale di Foggia, Sergio Grillo) che riprendono Aboubakar mentre si fa una selfie con i braccianti, o li sistema dietro di sé, come un regista sul set, per filmare il loro coro di denuncia.
"Siamo esseri umani, non braccia! Siamo esseri umani, non braccia" dicono i braccianti in un suo video su Facebook, uno dei tanti che hanno attirato l'attenzione di 150,000 followers e sono diventati un potente strumento narrativo. Potente perché viene da lì. Viene dai campi. Viene da un lavoratore che ammette "Io da questa miseria ci sono nato", che ne è venuto fuori laureandosi in Sociologia all'Università di Napoli, e sa cosa significa il sudore e spaccarsi la schiena per 14 ore al giorno per pochi spicci da dividere con il caporale di turno. E sa anche che invece c'è un altro modo. Ci sono dei diritti che devono essere garantiti a tutti, senza distinzione di provenienza, razza e religione, ed è il momento di reclamarli.
La storia dello sfruttamento dei migranti - che siano braccianti, muratori, colf o badanti che dedicano la loro vita a contribuire al nostro benessere senza uno straccio di contratto di lavoro - è una storia vecchia in Italia. E anche il loro sfruttamento e la loro estorsione da parte delle mafie locali. Ma quello che ci è sembrato diverso in questa storia - e importante da documentare in questo momento - è che ora c'è un leader, c'è un movimento, ci sono istituzioni pronte ad ascoltare.
Come il Sindaco di Milano Giuseppe Sala - che dice: "Personalmente mi espongo su questa battaglia di Aboubakar perché la trovo una cosa giusta e perché in questa fase, in questa crisi che stiamo vivendo, noi dobbiamo veramente cercare di riflettere a come possiamo cambiare le cose". O come Papa Francesco, che il 6 maggio si è detto particolarmente colpito dalle richieste dei braccianti, e in particolare, dei migranti, e ha invitato "a fare della crisi l'occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro".
Ma anche come i tanti giovani, millennials e non, pronti ad andare in piazza sfidando il virus, ispirati anche dalle proteste Black Lives Matter contro le ingiustizie razziali che stanno dividendo l'America, una tra tutte l'arresto e omicidio di George Floyd. Tutto questo mentre - "grazie" al Covid che sta costringendo tutti a rivalutare priorità, disuguaglianze e privilegi, incluse le politiche migratorie - per la prima volta dal 1965 i sondaggi dicono che la maggioranza degli americani, il 34 per cento contro il 28 per cento, vogliono più migranti, non meno.
La "regolarizzazione" del 13 maggio inclusa nel Decreto Rilancio non ha cambiato le cose rispetto alla situazione critica che abbiamo catturato al momento delle nostre riprese. Se andremo a filmare nei campi, ora che il lockdown è superato, sappiamo che vedremo ancora la stessa storia.
"I nostri sportelli dicono che il 90 per cento dei braccianti saranno esclusi dalla regolarizzazione" ha predetto Aboubakar. Anche se i numeri non sono chiari, e se questo è comunque un primo passo verso una possibile, graduale, regolarizzazione, è evidente che ci vorrà tempo per scardinare tutto un sistema di sfruttamento, assenza di controlli, e mancanza di trasparenza che la fa da padrone da anni, nei campi e lungo tutta la catena alimentare.
Ora tra Italia e Stati Uniti la situazione si è rovesciata. L'Italia ha appiattito la curva del Covid e riaprirà le scuole, mentre l'America sta collassando sotto le sue ineguaglianze, con quasi 130.000 morti ad oggi, 2,7 milioni di contagi, e picchi di oltre 50.000 nuovi casi al giorno. Ma la nostra preoccupazione per questa storia - per la condizione dei migranti senza nome e senza tetto che da anni circolano come fantasmi nel nostro Paese tanto accogliente quanto non preparato a una vera integrazione, e per la necessità di restituire trasparenza nella filiera agricola - rimane.
È la preoccupazione per una storia italiana, ma anche globale, che ha paralleli e risonanze con l'America, dove 2,5 milioni di lavoratori agricoli - tra cui molti immigrati "undocumented" o irregolari dell'America Latina - sono sfruttati nel lavoro stagionale dei campi, in California o in altri stati rurali, e sono tra i gruppi più a rischio di coronavirus.
E dove la rivolta black ha raggiunto un punto di non ritorno, l'energia e la massa di un nuovo Civil Rights Movement dove, per la prima volta, a differenza del '68, neri e bianchi marciano fianco a fianco, nonostante il virus, o forse proprio per quello.
Ce la faranno i braccianti del mondo - tutti i migranti, anche quelli che non possono essere etichettati come "lavoratori essenziali" - a tirarsi fuori dall'oscurità? Gli italiani, politici e non, giovani e non, creeranno le condizioni, le leggi, le strutture, la mentalità per una politica di immigrazione più lungimirante, che garantisca il rispetto dei diritti dei lavoratori e non?
Che permetta ai migranti di affittare una casa, di iscriversi all'anagrafe, di avere assistenza sanitaria, e ai loro figli di ottenere la cittadinanza? Gli italiani che consumano frutta, verdure e prodotti ambiti in tutto il mondo sono pronti a chiedere una patente del cibo, e pagare il giusto prezzo per quello che portano a tavola, senza schiacciare contadini e braccianti? Le nostre domande, e il nostro documentario, restano aperti.
*Diana Ferrero e Carola Mamberto sono le autrici del documentario "The Invisibles" prodotto e distribuito dalla piattaforma globale Doha Debates.










