di Luigi Manconi
La Repubblica, 14 luglio 2020
Penso che quanti, ad Amantea (Cosenza), hanno bloccato una strada provinciale per protestare contro l'arrivo, in un vicino centro di accoglienza, di tredici migranti positivi al virus, non siano razzisti. Ci sarà pur stato qualcuno seriamente convinto dell'inferiorità genetica degli asiatici ma, a muovere la gran parte di loro, è stata, presumo, una condizione di ansia.
Tanto più intensa quando la minaccia dell'epidemia appare destinata a insidiare la propria comunità dall'esterno. Dall'esterno: questo è il cuore della questione. Perché, altrimenti, non si spiegherebbe come mai analoghe manifestazioni, con relativo blocco stradale, non siano state organizzate contro gli spettatori - "poche le mascherine" - del più importante concorso ippico nazionale; o contro i 300 partecipanti alla festa notturna tenutasi a Porto Ercole sabato scorso; o, ancora, contro i bagnanti che hanno "assaltato" le spiagge romane senza il minimo rispetto delle misure di sicurezza (traggo queste notizie dalle cronache del Messaggero).
In ogni caso, al netto di un'ombra di antico pregiudizio xenofobo, va notato che il rapporto migrante pandemia sembra costituire un nuovo motivo di allarme sociale. In parte pretestuoso perché, se è vero che dal primo gennaio 2020 a ieri in Italia sono approdati 8.988 profughi, quasi tre volte quelli dello stesso periodo del 2019, è altrettanto vero che si tratta di circa la metà degli sbarcati del 2018. Dunque, non si può parlare in alcun modo di "invasione".
Tuttavia, quella della prevenzione, del contenimento del contagio e dell'isolamento dei positivi è una questione molto seria. Ma essa si pone - non è un paradosso nei confronti degli italiani con altrettanta, e forse maggiore, urgenza di quanto si ponga per gli stranieri.
D'altra parte, ad avviso del governo, più preoccupanti sarebbero i focolai che si accendono tra la Croazia e la Bulgaria, dovuti non a extracomunitari clandestini, bensì a cittadini europei scarsamente responsabili. Per quanto riguarda chi arriva via mare, la possibilità di controllo sanitario è agevolata dal fatto che a condurli sulle nostre coste sono navi mercantili, militari o delle Ong (più difficile il monitoraggio di quanti arrivano in piccoli gruppi sui cosiddetti "barchini").
Saggiamente, il ministro dell'Interno, già ad aprile, aveva predisposto un bando per la realizzazione di "strutture ricettive", capaci di "assicurare l'applicazione delle misure di isolamento o di quarantena con sorveglianza attiva".
Che ne è di questo progetto? Potrebbe essere la soluzione più idonea a garantire quelle condizioni di sicurezza giustamente reclamate, capaci di contenere il contagio quanto, se non più, possono fare le misure previste per la popolazione italiana. Non solo: un'attenta vigilanza sanitaria è in grado di disinnescare, almeno in parte, quel sospetto oscuro e quella diffidenza inconscia verso gli stranieri. In proposito giova ricordare che il pericolo rappresentato dai bengalesi risultati positivi si deve, in primo luogo, a una clamorosa falla del nostro sistema di prevenzione: ovvero il tardivo blocco dei voli provenienti dal Bangladesh.
Tutto ciò per dire che siamo in presenza di problemi e di umori e sentimenti - anche questi possono essere pesanti come pietre - molto seri, ma risolvibili grazie a provvedimenti razionali e intelligenti. Assai più complessa e di ardua soluzione resta la questione della dislocazione in altri Paesi dei profughi sbarcati in Italia. L'accordo di Malta del 23 settembre scorso, certo parziale e precario eppure lungimirante, ha risentito anch'esso degli effetti perniciosi del Covid-19.
Qualche spiraglio, tuttavia, si è aperto. E potrebbe ulteriormente ampliarsi se il governo italiano si mostrerà capace di cogliere l'opportunità offerta da questa fase di così intensa attività politico-diplomatica a livello continentale.
La disponibilità di ingenti risorse economiche, una notevole spinta alla cooperazione e alle intese bilaterali, una assidua negoziazione e una maggiore integrazione, costituiscono il tessuto più fertile dove collocare il tema dell'immigrazione come grande questione europea. Una questione che presenta notevoli criticità ma che, allo stesso tempo, può rivelarsi una risorsa preziosa.
di Michele Marsonet
Il Dubbio, 14 luglio 2020
Molti intellettuali americani e inglesi si sono apertamente ribellati alla dittatura del politically correct. La rivista Harper's Magazine ha infatti pubblicato un manifesto firmato da nomi prestigiosi e di tutte le tendenze politiche. Insomma progressisti e conservatori uniti per di contrastare un fenomeno che negli Stati Uniti e in Inghilterra ha assunto dimensioni epocali, e giudicato dai firmatari pericoloso per le sorti della democrazia liberale.
Il problema di fondo è il seguente. È lecito che qualcuno si veda censurare un articolo solo per il fatto di aver espresso opinioni discordanti da quelle dei talebani del politically correct? E può una rivista licenziare un collaboratore che osa mettere in dubbio il "pensiero unico" che si va diffondendo a macchia d'olio? Si può, infine, consentire a un ateneo la messa al bando di grandi personaggi del passato che hanno contribuito alla sua fondazione?
Se parlassimo di Cina, Russia o Iran la risposta sarebbe implicita. In quei contesti sono le autorità governative a decidere cosa è corretto e cosa non lo è. Il dissenso degli intellettuali, ma anche dei comuni cittadini, non è ammesso e, al contrario, viene represso con durezza a volte estrema. Basti ricordare il caso di Hong Kong per rendersene conto. C'è una Verità di regime che i capi del partito al potere impongono senza remore per impedire che nella società civile si sviluppi il libero dibattito.
Ora molti rappresentanti del mondo culturale e accademico anglo- americano hanno deciso che la misura era colma, e che occorreva fare qualcosa per impedire che Usa e Regno Unito diventino pericolosamente simili ai tanti regimi tirannici e autoritari che purtroppo prosperano nel mondo.
Superando le differenze politiche, anche grandi, che li dividono, questi intellettuali hanno ritenuto opportuno parlare con voce unica per ribadire che la diversità d'opinione è sacrosanta e va difesa in ogni caso, anche quando non si concorda con quanto qualcuno dice e scrive.
Per ricordare a quale livello di intolleranza siamo giunti, è importante osservare che tra i firmatari figura persino Noam Chomsky, celebre linguista e filosofo del linguaggio considerato - da sempre - un guru della sinistra radicale americana. Innumerevoli le sue prese di posizione contro l'establishment Usa, senza fare distinzioni tra democratici e repubblicani. Ebbene, anche Chomsky, uno dei simboli della contestazione studentesca degli ultimi decenni, ha firmato ed è sceso in campo per spezzare una lancia in favore della libertà di opinione e di parola.
Con lui femministe storiche come Margaret Atwood e Gloria Steinem, intellettuali conservatori quali Francis Fukuyama, romanzieri colpiti dall'anatema degli ayatollah iraniani come Salman Rushdie. Ma anche l'autrice della saga di Harry Potter J. K. Rowling, messa in croce per aver detto che la distinzione tra uomo e donna appartiene alla natura, è non è un'invenzione culturale delle élite al potere.
Un altro dei firmatari, il saggista anglo-olandese Ian Buruma, licenziato dalla New York Review of Books per aver pubblicato un saggio non in linea con le opinioni correnti, ha notato a questo proposito che "l'aria si è fatta irrespirabile". O si trova il modo di porre termine a questa incredibile ondata di intolleranza (e di violenza), oppure le nazioni culla del liberalismo sono destinate in breve tempo a diventare dei Paesi autoritari. Chomsky, tuttavia, ha aggiunto considerazioni interessanti anche perché riguardano un'icona del pensiero marxista come Antonio Gramsci, tuttora popolare non solo in Italia e in Francia, ma anche nell'ambiente accademico anglo- americano. Il famoso linguista, oggi 92enne, sostiene che occorre battersi contro la "fabbrica del consenso", indipendentemente dal fatto che, a proporla, sia la destra o la sinistra.
Aggiunge inoltre che la celebre "egemonia culturale" elaborata da Gramsci, con i suoi corollari quali le figure degli "intellettuali organici", altro non è che un tipico strumento della suddetta fabbrica del consenso. Chi la teorizza è convinto di stare dalla parte giusta perché ha compreso lo sviluppo inevitabile delle leggi marxiane della Storia, ed è quindi autorizzato ad imporre agli altri la propria visione del mondo.
Cosa succede se non si riesce a convincere qualcuno circa la bontà della suddetta visione? In quel caso si deve ricorrere, sempre in nome della Storia, a metodi coercitivi (per il suo stesso bene). In altri termini lo si "rieduca", magari in appositi campi come accadeva in passato nell'Unione Sovietica e accade ancor oggi nella Repubblica Popolare Cinese. Chomsky, socialista libertario (e spesso confuso), rifiuta nettamente questo metodo affermando che abbiamo a disposizione soltanto due strade: "possiamo fare come Hitler e Stalin o possiamo difendere la libertà di parola", e tertium non datur.
Adesso bisogna ora capire fino a che punto il manifesto sarà efficace, e se le tante autorità accademiche e giornalistiche che hanno ceduto senza combattere ai nuovi talebani avranno dei ripensamenti. La situazione è particolarmente grave in un'America che appare in guerra con sé stessa, proprio quando la Cina comunista sta sviluppando la sua battaglia per l'egemonia globale. Anche Chomsky, per quanto in tarda età, ha compreso che la tolleranza nei confronti delle opinioni altrui - e la loro difesa - rappresenta il vero baluardo della democrazia.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 14 luglio 2020
Secondo Chutkan, il protocollo potrebbe violare l'ottavo emendamento della costituzione che vieta le punizioni crudeli. E il suprematista bianco Daniel Lewis Lee condannato a morte evita il patibolo.
Il boia può attendere. Una giudice federale di Washington, Tanya Chutkan, ha bloccato la ripresa delle esecuzioni federali voluta dall'amministrazione Trump dopo 17 anni di moratoria non scritta. A scamparla ancora una volta è Daniel Lewis Lee, 47 anni. Suprematista bianco, colpevole di aver partecipato al massacro della famiglia di origine ebraica Mueller - il venditore di armi da collezione William Frederick, sua moglie Nancy e la figlioletta Sarah Elizabeth di 8 anni - avvenuto nel 1996 nella cittadina di Russelville, in Arkansas. E di averne poi gettato i corpi in un lago, facendoli affondare legandoli a grosse pietre.
Un omicidio istigato dal complice Chevie Kehoe, ex impiegato di Mueller che aveva ordito quel complotto allo scopo di usare il denaro ricavato dalla vendita delle armi rubate, per finanziare un utopico stato bianco da fondare fra Oregon, Idaho e Montana secondo il credo dell'organizzazione di cui era membro insieme al padre e ai fratelli, l'Aryan Peoples' Republic.
Incredibilmente, a Kehoe è toccata però una sorte diversa: nonostante fosse coinvolto perfino all'attentato di Oklahoma City del 1995, è stato condannato "solo" a tre ergastoli: e finirà i suoi giorni in carcere grazie al fatto di essersi dichiarato immediatamente colpevole e aver dunque fatto un percorso giudiziario diverso.
Era stato il ministro della giustizia William Barr ad annunciare un anno fa la decisione del presidente Donald Trump di rompere con una moratoria d'altronde mai scritta: e riprendere le esecuzioni capitali di persone già condannate dai tribunali federali. Una prassi abbandonata nel 2003 perché la pena di morte era ormai in vigore solo in alcuni stati della federazione americana e non in tutti.
Barr aveva dunque adottato un nuovo protocollo per garantire la sicurezza delle iniezioni letale: passando dall'iniezione con tre farmaci, il vecchio sistema usato finora, all'utilizzo del solo Pentobarbital. Un passaggio di formula dettato del fatto che molti Stati avevano problemi a reperire tutti i farmaci richiesti. Con il calo delle condanne a morte, le case farmaceutiche avevano rallentato la produzione dei farmaci impiegati: il sodium thiopental, per stordire, il pancurium bromide, con effetto paralizzante, e il potassium cloride, per uccidere.
Quella di Daniel Lewis Lee doveva essere la prima esecuzione federale in 17 anni. "Lo dobbiamo alle vittime e alle loro famiglie", aveva detto all'epoca Barr. Ma nel caso di Lee la famiglia di una delle vittime non vuole la morte del condannato. Da anni Earlene Peterson, madre di Nancy Mueller e nonna della piccola Sarah Elizabeth, continua a ripetere che sua figlia si sentirebbe "infangata" da quell'omicidio di stato. E dunque di non volere la morte di Lee, preferendo vederlo finire i suoi giorni in prigione, proprio come il complice Kehoe. Per di più, insiste, "sebbene non ci siano dubbi sulla colpevolezza di Lee, è appurato che Kehoe è più colpevole ancora. Perché far morire l'uno e permettere all'altro di vivere?".
Negli anni, la matriarca, che pure è una sostenitrice di President Trump, ha salvato più volte la vita dell'assassino dei suoi cari. Prima facendo slittare l'esecuzione inizialmente prevista a dicembre 2019. Poi, bloccandola solo venerdì scorso, dopo aver affermato di non potersi recare ad assistere all'esecuzione per paura dell'epidemia, tanto più che pure nel carcere dov'è prigioniero il condannato si sono registrati dei casi. Sembrava averla spuntata anche stavolta. Ma durante il weekend un giudice ha stabilito che assistere alla morte di un condannato è una possibilità, ma non un diritto dei parenti delle vittime: e ha rimesso l'esecuzione in agenda.
A salverei nuovamente la vita di quel disgraziato a poche ore dall'esecuzione, ci ha pensato ora la giudice che ha emesso una ingiunzione contro il governo, in attesa che i tribunali esaminino i ricorsi presentati da quattro detenuti nel braccio della morte contro il nuovo protocollo per le esecuzioni federali. Secondo Chutkan, il protocollo potrebbe violare l'ottavo emendamento della costituzione, che vieta punizioni crudeli. I farmaci usati per l'iniezione letale "producono sensazioni di annegamento e asfissia, causando dolore estremo, terrore e panico". Mentre la morte di Stato deve essere asettica.
Già a novembre la Chutkan aveva bloccato le esecuzioni federali. Ma la sua sentenza era stata ribaltata in appello e la Corte Suprema non aveva ammesso il caso. Il dipartimento di Giustizia ha già annunciato un nuovo appello. Daniel Lewis Lee, l'ha scampata di nuovo, ma non è affatto detto che abbia salvato la pelle.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 14 luglio 2020
La detenzione amministrativa dei migranti rischia di tornare a una normalità "minore", cioè ancora più "scevra di diritti e garanzie". Lo denuncia il rapporto "Detenzione migrante ai tempi del Covid" pubblicato ieri dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild).
I dati sono del periodo marzo-giugno e riguardano le tre casistiche di privazione della libertà personale dei cittadini stranieri: navi quarantena; hotspot; centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Sulla recente prassi di imporre il periodo di isolamento in mare, la Cild afferma la necessità di rispettare il principio di proporzionalità e tenere in conto il vissuto di chi arriva sulle coste italiane. C'è da chiedersi se sia stato "proporzionale" disporre la quarantena per i 180 naufraghi salvati da Sos Mediterranée dopo averli costretti per giorni sulla nave umanitaria, tanto da creare forti tensioni a bordo, e nonostante l'esito negativo dei tamponi.
Tasto dolente rimangono i Cpr dove sono venute meno le stesse basi legali per la detenzione amministrativa. Questa dovrebbe essere finalizzata al rimpatrio dei migranti ma perdura nonostante i voli siano bloccati e il Decreto Rilancio abbia disposto la sospensione dei provvedimenti di espulsione fino al 15 agosto. Sono sette i Cpr attivi sul territorio nazionale. A inizio luglio trattenevano 332 persone. Un numero cresciuto rapidamente, dopo il minimo toccato a maggio (204), perché le autorità trasferiscono chi sbarca prima negli hotspot e da lì nei Cpr. Questo nuovo flusso di ingressi sta facendo salire la tensione nelle strutture.
A Gradisca d'Isonzo negli ultimi 10 giorni si sono registrati scioperi della fame ed episodi di autolesionismo. Il più grave è stato denunciato dalla rete "No frontiere-Fvg" che ha pubblicato un video girato all'interno che ritrae un uomo con le braccia e il busto pieni di sangue, segnati dai tagli di lametta. Secondo la ricostruzione a corredo delle immagini, si sarebbe trattato di una forma di protesta estrema contro le manganellate ricevute dagli agenti durante una perquisizione. "Ci raccontano che questa persona è svenuta diverse volte ogni giorno nei quattro giorni seguenti, in una di queste occasioni all'interno del Cpr gli è stata fatta una rianimazione cardiopolmonare ed è stata portata al Pronto soccorso di Gorizia", si legge ancora su nofrontierefvg.it
di Alessandra Ballerini*
Corriere della Sera, 14 luglio 2020
La lettera dell'avvocato della famiglia: "Disperato è il gioco di chi pensa che vendendo navi ed armi da guerra a uno Stato dittatoriale possa tutelare la nostra sovranità". Sull'Eni: "Non vogliamo che l'Eni dedichi borse di studio, né ci interessano targhe"
Caro Direttore, abbiamo letto con interesse le considerazioni di Ernesto Galli della Loggia sull'assassinio di Giulio Regeni. Le premesse sono condivisibili: "Un Paese serio sa dire la verità". E il regime di Al Sisi evidentemente non fa della serietà (né del rispetto dei diritti umani) la sua bandiera quindi non è da lui che dobbiamo aspettarci verità. Ma non per questo possiamo accontentarci della memoria. Non è la memoria che cercano i Signori Regeni, ma la verità, perché senza verità non può esserci giustizia, né pace, né, dunque, memoria. Per questo non ci interessano targhe con inciso il nome di Giulio, ma vogliamo una sentenza che ricostruisca le responsabilità penali, personali e politiche di "tutto il male del mondo" che si è abbattuto su Giulio. E, contrariamente a quello che lei paventa, a quella verità arriveremo, stiamo già arrivando.
La nostra Procura ha iscritto un anno e mezzo fa cinque funzionari della National Security egiziana nel registro degli indagati e l'ha fatto evidentemente non per concludere il procedimento con un'archiviazione. Nuovi elementi da allora, grazie anche alle nostre faticose indagini difensive, si sono aggiunti, nuovi testimoni si sono fatti avanti - dei quali per segretezza delle indagini non è dato parlare - e nuovi brandelli di verità, come li definì Erri De Luca, si stanno aggiungendo a ricomporre il puzzle sanguinario che determinò il sequestro, le torture, l'uccisione di Giulio e tutti i successivi depistaggi.
La nostra non è una "partita disperata". Non lo è quella dei genitori di Giulio, determinati da lucida, inflessibile e generosa speranza, né quella delle decine di migliaia di cittadini di tutto il mondo che sanno che solo esigendo verità senza farsi distrarre da cinismo o apatia, saranno più sicuri. Non è disperata neppure la partita che portano avanti da 52 mesi la Procura e gli investigatori italiani, senza sosta né incertezze. Disperata semmai è la partita di Al Sisi, che prova dopo quattro anni e mezzo a rifilare quattro oltraggiose cianfrusaglie ai genitori di Giulio spacciandole per gli effetti personali del loro figlio. Disperato è il gioco della politica che pensa che vendendo navi ed altre armi da guerra a uno Stato dittatoriale possa in qualche contorto modo tutelare la nostra sovranità nei confronti di altri concorrenziali Paesi europei che peraltro quelle navi da guerra non potrebbero vendere se non dopo averle costruite.
Disperata è la finzione di chi ancora pensa, oppure vuole far credere, che il nostro ambasciatore possa agevolare la ricerca della verità, quando gli stessi procuratori di Roma auditi in Commissione di inchiesta hanno chiaramente riferito che le uniche forme di collaborazione da parte dell'Egitto si sono avute nel momento in cui il nostro Paese ha avuto la dignità di richiamare l'ambasciatore. Da quando invece nel settembre 2017, l'ambasciatore Cantini è tornato in Egitto è stata una continua, indecente débâcle, fino all'ultimo fallimentare colloquio tra le Procure di due settimane fa. La dittatura egiziana ha capito che non eravamo un Paese serio e ha ricominciato a mentire, infangare, nicchiare, nascondersi dietro silenzi e bugie, continuando peraltro ad accanirsi contro i difensori dei diritti umani.
Non vogliamo che l'Eni dedichi borse di studio a Giulio (siamo più che soddisfatti di quelle istituite dal ministro Fioramonti), né ci interessa che i Comuni deliberino affissioni di targhe (che peraltro avrebbero da attendere i dieci anni di legge). Vogliamo semmai che espongano striscioni gialli con la scritta impegnativa "Verità per Giulio".
Vogliamo azioni concrete: richiamare (e non ritirare) l'ambasciatore per consultazioni è una di queste. L'impegno collettivo di verità, quando ci sono promettenti indagini in corso e una sentenza deve essere ancora scritta, si mantiene non gettando la spugna, accontentandosi di una targa che metta tutto a tacere, ma lottando senza distrazioni di sorta. Chi sta dalla parte della verità e della giustizia non può concedersi il lusso della disperazione: deve rimboccarsi le maniche, alzare la testa e se occorre la voce, per Giulio e per tutti i Giuli.
*Legale della famiglia Regeni
di Sara Volandri
Il Dubbio, 14 luglio 2020
Fino a ieri la pena di morte continuava a essere applicata oltreoceano dai singoli Stati, ma era bandita a livello federale. Ora cambia tutto. Una corte di appello ha infatti emesso una sentenza che consente la prima esecuzione federale da 17 anni a questa parte, a meno di una sospensione dell'ultimo minuto dalla Corte Suprema.
L'Amministrazione Trump che si è battuta per il ritorno della pena capitale su tutto il territorio ha programmato altre tre esecuzioni nei prossimi mesi. Daniel Lee, suprematista bianco di 47 anni, è stato condannato nel 1999 per aver ucciso in Arkansas un commerciante d'armi, sua moglie e la loro figlia di otto anni. Per lui, oggi è prevista l'iniezione letale nell'Indiana, nella prigione di Terre Haute.
I parenti delle vittime, fra i quali la nonna della bambina, Earlene Peterson, hanno chiesto che l'esecuzione sia rinviata a causa della pandemia di coronavirus. Ma l'ingiunzione temporanea del Distretto Sud della corte distrettuale dell'Indiana, emessa in questo senso, è stata revocata ieri dalla Corte d'appello che ha stabilito di andare avanti con l'esecuzione. La famiglia delle vittime si appellerà "alla Corte suprema degli Stati Uniti per cercare di ottenere l'annullamento", ha detto il loro avvocato Baker Kurrus. Sperano di ritardare l'esecuzione finché il viaggio verso la prigione non sarà sicuro. La maggior parte dei reati negli Stati Uniti sono processati a livello statale, ma il governo federale si occupa dei casi più gravi, come gli attacchi terroristici o i crimini razziali.
Negli ultimi 45 anni, solo tre persone sono state messe a morte dal governo federale, tra cui Timothy McVeigh, che è stato condannato per aver messo una bomba in un edificio del governo e nel 1995, uccidendo 168 persone, e fu giustiziato nel 2001. "Non c'è ragione per cui qualcuno debba eseguire delle esecuzioni in questo momento in cui nel Paese imperversa la pandemia di Covid", ha detto Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, accusando l'amministrazione di Trump di fare un "uso politico della pena di morte".
Nel 2019 negli Usa sono state giustiziate 22 persone - per lo più in Texas, Tennessee, Alabama e Georgia - e 2.656 erano nel braccio della morte. In cima alla triste classifica, con 729 in attesa di condanna, c'era la California, dove il governatore democratico Gavin Newsom ha imposto una moratoria, impedendo di fatto il compiersi delle esecuzioni sotto il suo mandato. Altre moratorie sono in vigore anche in Oregon e Pennsylvania. Ma la linea di Trump rischia di vanificarle.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 14 luglio 2020
Addestramento delle forze di polizia dei Paesi di origine e di transito dei migranti e finanziamenti per dotarle di attrezzature utili a contrastare il traffico di essere umani. Almeno sulla carta, come se quanto accade ogni giorno in Libia grazie al sostegno dato alla Guardia costiera di Tripoli non dimostrasse già abbastanza come le organizzazioni criminali non si preoccupino molto degli sforzi che l'Europa fa per fermarle e di come questi finiscano per colpire soprattutto i migranti.
Eppure è proprio questa la strada che l'Unione europea, Italia in testa, sembra voler percorrere ancora una volta esportando il fallimentare modello libico. La decisione è stata presa ieri nel vertice Ue-Africa voluto dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e al quale hanno partecipato i colleghi di Francia, Germania, Spagna e Malta insieme agli omologhi di Libia, Tunisia, Marocco, Mauritania e Algeria. Presenti anche la commissaria europea agli Affari interni Yilva Johansson e il commissario per l'Allargamento Olivér Varhely. "È stato un confronto proficuo che ci permette di rafforzare l'impegno reciproco nel prevenire e combattere il traffico dei migranti", ha spiegato Lamorgese al termine dell'incontro.
Naturalmente non sono mancate rassicurazioni circa il trattamento che verrà riservato ai migranti, come del resto già successo in passato con la Libia. "Tutti i Paesi - ha proseguito infatti la titolare del Viminale - hanno condiviso la sfida che ci impone di garantire il rispetto dei diritti umani e la dignità delle persone, ridurre la sofferenza umana di chi è più esposto a ogni ricatto".
Dietro il vertice c'è la preoccupazione dettata dall'aumento degli arrivi registrati nel nostro Paese, ma soprattutto il timore per quanto potrebbe accadere durante l'estate con una ripresa delle partenze dalla Libia. E questo nonostante finora i numeri si siano mantenuti tutto sommato bassi. Stando infatti alle cifre fornite da Frontex, l'agenzia per le frontiere dell'Europa, i migranti arrivati in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale dall'inizio dell'anno stati quasi 7.200. Un numero facilmente gestibile anche se rappresenta l'86% in più rispetto ai numeri molto bassi del 2019. Tunisia e Bangladesh in testa ai Paesi di origine.
Viceversa gli arrivi in Europa sono stati 36.400, un quinto in meno rispetto al 2019, soprattutto a causa della pandemia da Covid. "Abbiamo avuto un aumento degli sbarchi autonomi, non delle ong, quindi difficilmente controllabili", ha proseguito Lamorgese. "È stato importante avere oggi un'interlocuzione con Tunisia e Libia che sono i Paesi da cui maggiormente provengono i migranti. Ho delle aspettative su questo aspetto, speriamo di vedere qualcosa di concreto dopo l'estate".
E sempre per settembre è in programma un tavolo tecnico tra i Paesi presenti ieri al vertice per concordare come dare seguito alle decisioni prese ieri. Intanto dopo la Moby Zaza, Viminale e ministero dei Trasporti hanno indetto una gara per reperire un'altra nave da inviare in Calabria per la quarantena dei migranti. "Nel giro di due giorni dovremmo avere una risposta, perché ci è arrivata notizia che c'è qualche società interessata", ha annunciato la ministra. In caso contrario il governo è deciso ad utilizzare le caserme per ospitare i migranti.
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 14 luglio 2020
Resterà nella prigione di Tora almeno altri 45 giorni Patrick George Zaky, lo studente egiziano iscritto all'Università di Bologna e attivista dei diritti umani detenuto in Egitto con l'accusa di "propaganda sovversiva" sui social network. Una detenzione che da mesi suscita indignazione e preoccupazione in quanto avvenuta senza prove, con accuse generiche e fuori dalla cornice del diritto alla difesa. Proprio in questi giorni Zaky ha compiuto il suo 29esimo anno di età, un compleanno dietro le sbarre.
La notizia del "rinnovo della sua detenzione" preventiva è stata data dal gruppo "Patrick Libero" sulla propria pagina Facebook. Nel post viene specificato che la decisione di tenere Zaky altre due settimane in carcere è stata presa senza che fosse presente nén lui né tantomeno i suoi legali. Una nuova udienza è stata fissata per il 16 giugno. "L'ultima volta che Patrick è apparso di fronte a un pubblico ministero è stato il 7 marzo - si ricorda sempre nel post- il che significa che è tenuto in carcere senza apparire davanti al pubblico ministero per un periodo di circa tre mesi".
L'unico diritto concesso a Zaky è stata la possibilità di scrivere una lettera ai genitori in cui afferma di essere ancora in buone condizioni di salute: "Cari, sto bene e in buona salute, spero che anche voi siate al sicuro e stiate bene. Famiglia, amici, amici di lavoro e dell'università di Bologna, mi mancate tanto, più di quanto io possa esprimere in poche parole".
Sulla questione è intervenuta Amnesty International che ha definito "atroce" la proroga della detenzione e ha invitato il governo italiano e il premier Giuseppe Conte ha esercitare forti pressioni sul Cairo e sulla giunta del generale Al Sisi.
Il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury ha citato il caso di Mohamed Amashah, uno studente con doppia nazionalità egiziana americana, arrestato lo scorso anno dai servizi di sicurezza con accuse simili a quelle contestate a Zaky (aveva esposto uno striscione contro al Sisi in una manifestazione). Dopo un lungo braccio di ferro con gli Usa e oltre 400 giorni passati in prigione alla fine Amashah è stato liberato dal Cairo, una circostanza che secondo Noury dimostrerebbe "l'importanza della pressione diplomatica che se condotta con forza ottiene risultati".
Non particolarmente incisive, in tal senso, le parole del ministro degli Esteri Luigi di Maio che si dice "preoccupato", aggiungendo che il nostro paese "sta monitorando la situazione in modo costante e continuerà a seguire il caso con l'appoggio dell'ambasciata italiana al Cairo, tramite il coordinamento con i partner internazionali ma anche attraverso gli altri canali rilevanti".
Intanto nella prigione dove Zaky è rinchiuso le condizioni sanitarie sono aggravate dall'epidemia di coronavirus che ha colpito l'istituto: "Nonostante le smentite ufficiali, i gruppi egiziani per i diritti umani denunciano la diffusione del Covid-19 nella prigione di Tora. Intanto, per l'Eid sono stati scarcerati 3.000 detenuti tra cui ladri e almeno un assassino ma non Patrick Zaki e gli altri", ha concluso sempre Noury.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 luglio 2020
Nel 2018 ci sono voluti più di 1.200 giorni per concludere un processo in via definitiva. Crolla la fiducia nelle toghe: il 55% ha un parere negativo. Cala la fiducia della cittadinanza nei confronti della magistratura, avvertita come sempre meno indipendente, mentre rimane alto il numero di giorni necessari per risolvere le controversie. È il quadro dipinto dalla Commissione europea nella valutazione della Giustizia per il 2020, che mette a confronto l'efficienza, la qualità e l'indipendenza dei sistemi giudiziari di tutti gli Stati membri dell'Ue.
di Rosario Russo*
Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2020
Con il tacito consenso del ministro della Giustizia, ogni anno il Pg presso la Suprema Corte emette mediamente oltre 1200 provvedimenti d'archiviazione disciplinare, ma neppure il Csm li può leggere. Lo scandalo delle Toghe Sporche è oggetto di procedimento penale presso la Procura della Repubblica di Perugia. Inoltre, tutte le condotte dei magistrati inquisiti o coinvolti a diverso titolo dalle intercettazioni pubblicate dalla stampa sono - o saranno - oggetto di indagine disciplinare da parte del Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione.
- Magistratopoli e i Pm che da soli valgono un partito
- Giustizia per giovani. I sistemi predittivi esigono nuovi giuristi
- Oltre duecento giudici non fanno i giudici
- Corretto acquisire con le intercettazioni la messaggistica del sistema Blackberry
- Necessario dimostrare il dolo specifico per il trasferimento fraudolento di valori










