di Simona Musco
Il Dubbio, 15 luglio 2020
Caos in Corte d'Appello, la presidente: "Nessuna sentenza, erano bozze di valutazione". Ma il capo dei penalisti insorge: "Prassi che sviliscono il principio del contraddittorio". Sentenze copia e incolla, scritte prima ancora della discussione di pm e avvocati. È questa la grave accusa mossa dalla Camera penale di Venezia, che ha chiesto al ministero della Giustizia l'invio degli ispettori presso la Corte d'Appello, "al fine di restituire chiarezza ai rapporti processuali e al giudizio di appello nella nostra Corte".
Il fatto risale al 6 luglio, quando un avvocato ha denunciato, nel corso di un'udienza davanti alla I Sezione penale, di aver ricevuto già tre giorni prima, via pec, la sentenza relativa al caso trattato. Un errore d'invio, spiega al Dubbio il presidente della Camera penale Renzo Fogliata, perché la mail, in realtà, avrebbe dovuto contenere la relazione scritta. Ma in allegato gli avvocati si sono ritrovati "l'ordito motivazionale della sentenza, comprensivo del dispositivo, che disattende le tesi degli appellanti". E, si legge ancora nella nota inviata a via Arenula, le motivazioni della sentenza di rigetto sarebbero state ricavate "attraverso quello che appare essere il copia e incolla di altra sentenza redatta nell'ottobre del 2016".
La "svista", spiega Fogliata, nasce da un malvezzo di base: "in Corte d'Appello a Venezia vige questa cattiva abitudine, l'aver sostituito la relazione orale con la relazione scritta, probabilmente perché è comoda come bozza di sentenza, dal punto di vista dei fatti. Ma in questo caso è stata inviata direttamente la decisione". Il fatto è stato identico per un'altra avvocatessa, che aprendo il fascicolo, al posto della relazione, ha trovato il dispositivo, "naturalmente sfavorevole".
Si tratta di casi in cui bisognava decidere se applicare la prescrizione o accogliere i motivi d'appello e, quindi, assolvere l'imputato. "Ma agli atti, prima ancora che le parti si esprimessero, c'era il respingimento dei motivi d'appello", aggiunge il presidente dei penalisti. Da qui la richiesta di chiarimenti, da parte di tutte le Camere penali del Veneto (sette in totale), che hanno sottoscritto la nota inviata al ministro Alfonso Bonafede e la richiesta di chiarimenti inviata alla presidenza della Corte d'appello di Venezia e alla Procura Generale, con la quale veniva chiesta copia delle sentenze "già scritte" in questione, ovvero sette.
"Alcune erano incomplete, ma almeno un paio - spiega ancora Fogliata - erano complete, dall'intestazione fino al dispositivo. Ed erano già nel fascicolo, prima della discussione delle parti. La situazione si commenta da sé". Il dubbio, spiega ancora il penalista, "è che si tratti di una prassi. Non possiamo affermarlo con certezza - aggiunge - ma il sospetto c'è".
Dal canto suo, la presidente della Corte d'Appello, Ines Marini, dopo aver trasmesso copie autentiche dei verbali delle udienze e le sette pronunce "complete di motivazione e di dispositivo", ha provato a spiegare la vicenda respingendo le accuse. "Nessuna sentenza già scritta - ha spiegato a Il Gazzettino -, ma una semplice bozza di ipotesi di decisione, predisposta dal giudice relatore sulla base di uno schema predisposto dal Csm e come consentito dalla Cassazione. Le decisioni - ha aggiunto - vengono prese in camera di consiglio, dopo aver ascoltato tutte le parti. Sono sorpresa della decisione di rivolgersi al ministero. Comprendo che gli avvocati possano avere frainteso, ma sono amareggiata". La relazione, dunque, verrebbe "anticipata agli avvocati invece che letta in aula, per cercare di accelerare i processi e poterne trattare un numero superiore".
Ma la risposta non ha convinto i penalisti veneziani, secondo cui si tratta di "uno sconcertante quadro documentale che rischia di legittimare l'ipotesi che esista una sorta di prassi di precostituzione del giudizio non solo rispetto alla camera di consiglio ma anche alla discussione delle parti. Una prassi che mortificherebbe il nostro ruolo, renderebbe vuoto il contraddittorio e finendo con il delegittimare l'intera Corte di appello e i tanti giudici che praticano con convinzione il giudizio dialettico".
Le udienze, nell'imbarazzo generale, sono state rinviate al 2021. "E loro stessi hanno parlato di "una sorta di anticipazione della valutazione", ammettendo per primi, dunque, che si tratta proprio di questo. Per me è incomprensibile parlare di bozze di valutazione consentite dal Csm: intanto si offende l'intelligenza di tutta l'avvocatura - continua Fogliata -, perché dovremmo essere degli sprovveduti per confonderle con una sentenza. E mai il Csm potrebbe autorizzare una prassi di questo tipo, perché sarebbe contra legem, in modo brutale". L'indignazione è stata condivisa, in aula, dal sostituto procuratore generale, Alessandro Severi, che ha chiesto chiarimenti sull'accaduto.
Ora si attendono le verifiche del ministero, ma intanto i laici del Csm Stefano Cavanna (Lega) e Alberto Maria Benedetti (M5S) hanno chiesto al Comitato di presidenza di aprire una pratica per "effettuare un'approfondita istruttoria" e "conseguentemente, accertare l'eventuale sussistenza di fatti e/o condotte rilevanti nell'ambito delle competenze del Consiglio, nonché al fine di adottare le iniziative meglio ritenute".
E nel caso in cui venisse fuori che altre sentenze, in passato, siano state scritte in anticipo, spiega il capo dei penalisti, le conseguenze potrebbero essere molteplici, "a partire dalla nullità del processo. Quel che è certo - conclude - è che questo episodio è la spia di uno squilibrio: se anche volessimo, violentando la realtà delle cose, definire quegli atti delle bozze, allora va detto che le stesse sono gravemente irrispettose del ruolo delle parti e del ruolo del processo, ma anche del ruolo stesso del giudicante, che così è svilito e mortificato. Chi giudica senza celebrare un processo non è più un giudice, ma un funzionario amministrativo, come un Prefetto, e non c'entra più la giurisdizione. Esistono giudici che credono nella funzione della dialettica e del contraddittorio, che ascoltano le parti davvero e fanno il loro lavoro tutti i giorni. Ma accanto a loro esiste un filone di magistrati che, molto spesso, vive la difesa come un fastidio o un ostacolo. Non possiamo negarlo
di Marco Belli
gnewsonline.it, 15 luglio 2020
Sarà inaugurata questa sera, all'interno della Casa circondariale di Napoli Poggioreale "Giuseppe Salvia", la pizzeria "Brigata Caterina" che permetterà a detenuti e personale in servizio nell'istituto di poter degustare in carcere la vera pizza napoletana. L'iniziativa trattamentale nasce dalla collaborazione tra il ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) e la Diocesi di Napoli. Fra i primi ad assaggiare la pizza di Poggioreale, ospiti del direttore dell'istituto Carlo Berdini, il Cardinale Crescenzio Sepe, il capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Raffaele Piccirillo, il provveditore regionale della Campania Antonio Fullone e il direttore generale del Personale e delle risorse del Dap Massimo Parisi.
Il progetto sperimentale, patrocinato della Camera dei deputati e finanziato dalla Cassa delle ammende, prevede la realizzazione di un laboratorio artigianale di pizzeria e friggitoria dentro il carcere di Poggioreale e permette di avviare al lavoro alcuni detenuti, dopo averli formati professionalmente all'esercizio di questi mestieri.
L'Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della diocesi Napoli, per rendere ancora più concreta la prospettiva di professionalizzazione esterna, in vista di una reale e stabile occupazione, ha promosso la creazione di una rete di attori istituzionali con i quali sono stati realizzati dei protocolli d'intesa. Sono stati pertanto coinvolti l'Università degli Studi di Napoli Federico II, l'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e l'Ufficio Interdistrettuale Esecuzione Penale Esterna per la Campania (Uiepe) per la selezione e la verifica dei contesti familiari dei ristretti da avviare alla selezione; le Associazioni dei Pizzaioli Napoletani per favorire la possibilità di collocamento lavorativo dei detenuti formati presso i loro associati e il tutoraggio in una prospettiva di lavoro autonomo e, infine, la Regione Campania per il finanziamento del placement e, a partire dalla seconda annualità della progettazione, delle attività formative.
Una seconda fase del progetto prevede la realizzazione di una pizzeria esterna al carcere, in un locale non più adibito al culto, collocato nel Centro Storico cittadino e messo a disposizione gratuitamente dalla chiesa di Napoli. Tale locale era una volta la chiesa di Santa Caterina al Pallonetto di Santa Chiara, da cui il nome "Brigata Caterina". La fase di formazione prenderà l'avvio nel prossimo mese di settembre.
di Oreste Pollicino
Il Sole 24 Ore, 15 luglio 2020
Oggi inizia il mio mandato quinquennale quale membro titolare del Management board dell'Agenzia dell'Unione europea per diritti fondamentali di Vienna che ha il compito di vegliare sul livello di protezione dei diritti in Europa. In primo luogo però c'è da rimuovere il prima possibile uno scheletro nell'armadio italico: l'assenza - unico stato Ue - di una Commissione nazionale indipendente per la protezione e promozione dei diritti umani, nonostante una Risoluzione dell'Assemblea generale dell'Onu, sottoscritta dall'Italia nel 1993, ne imponga l'istituzione.
Non è solo una questione formale di inadempimento agli obblighi di diritto internazionale, già di per sé significativa, ma è un i tema sostanziale in cui il quadro di protezione per chi denuncia una violazione dei diritti umani è meno articolato e meno efficace rispetto alla generalità Unione.
Oggi in Italia per fare valere una violazione di un diritto umano tutelato a livello internazionale, serve, non potendo rivolgersi alla Commissione nazionale, attendere tre gradi di giudizio e, ammesso si sia ancora in vita, adire anche la Corte europea dei diritti dell'uomo. In questo quadro si inserisce la proposta di legge n. 855 presentata il 3 luglio 2018 alla Camera dei deputati.
Da tale proposta, la Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna già nel 1993 ha riaffermato il ruolo cruciale delle istituzioni nazionali per la promozione e la tutela dei diritti umani, in particolare attraverso la loro capacità di fornire consulenza alle autorità competenti. La creazione di una Commissione indipendente per i diritti umani, con compiti anche ispettivi, è quindi un impegno internazionale al quale l'Italia non ha ancora adempiuto. Qualcosa sembra però poter cambiare negli anni. Proposte di legge sono presentate con più frequenza e il clima politico istituzionale sembra essere più sensibile a liberarsi definitivamente dello scheletro nell'armadio e del suo fardello reputazionale.
Il momento è propizio e bisogna agire senza esitazioni, cercando di cogliere l'opportunità per l'istituzione di un meccanismo di garanzia dei diritti umani in linea con quanto richiesto dalle Nazioni Unite. Ciò che deve essere compreso è che la Commissione non andrà a sovrapporsi agli ambiti di applicazione delle tutele dei diritti già previste dalle Autorità esistenti, dalla autorità indipendenti di protezione esistenti. Dal garante per la protezione dati a quello per i diritti delle persone detenute, solo per fare qualche esempio.
Al contrario: ne rafforzerà le istanze creando una cornice unitaria. Non solo, l'istituzione della Commissione farà emergere, accanto alla dimensione reattiva, quella promozionale, al momento quasi assente, di protezione dei diritti umani. Ciò grazie alla possibilità per la Commissione di formulare pareri, raccomandazioni e proposte, anche con riferimento a provvedimenti di natura legislativa o regolamentare, al Governo e alle Camere su tutte le questioni concernenti il rispetto dei diritti umani, sollecitando ove necessario la firma o la ratifica delle convenzioni e degli accordi internazionali. Si tratta quindi di un obiettivo impellente, la cui realizzazione non potrà che impattare positivamente su due livelli: l'effettività della tutela dei diritti umani e la credibilità internazionale per il nostro Paese.
Reggio Calabria. Riaperto il bando per il "Garante dei detenuti delle persone private della libertà"
di Danilo Loria
strettoweb.com, 15 luglio 2020
L'Assessore alle politiche sociali Lucia Anita Nucera: "una figura importante a tutela dei diritti e dei bisogni dei detenuti". Sono stati prorogati i termini per le candidature per la nomina a "Garante dei detenuti delle persone private della libertà personale", istituito con delibera n. 56 del 22/10/2015.
"Il Garante dei detenuti - spiega l'Assessore Lucia Nucera - svolge le proprie funzioni con l'assistenza del Servizio Integrazione Multietnica e inclusione sociale del Settore Servizi alla Persona Welfare e famiglia, e con la collaborazione tecnica, a titolo gratuito dei componenti dell'ufficio del Garante.
La figura espleta la propria attività in piena autonomia e con indipendenza di giudizio, ed è tenuto a presentare al consiglio comunale un'apposita relazione annuale che viene trasmessa, tra gli altri, anche al Garante Nazionale per i diritti dei detenuti. Il Garante, che opera a titolo gratuito e senza percepire alcuna indennità, resta in carica cinque anni dalla nomina e l'incarico può essere rinnovato una sola volta". La nomina del Garante dei detenuti rientra nell'ambito delle azioni a difesa dei cittadini portate avanti dall'Amministrazione comunale: "Stiamo continuando a lavorare per l'individuazione della figura che svolge un'attività importante a tutela dei diritti e dei bisogni delle persone private della libertà personale che potranno trovare un punto di riferimento con cui interloquire su varie problematiche.
L'istituzione del Garante per i detenuti si inserisce nel solco tracciato dall'Amministrazione comunale a tutela dei cittadini, soprattutto dei soggetti più fragili, dei loro bisogni e delle loro necessità. L' obiettivo è di ridare dignità e speranza ai cittadini che meritano di vedere riconosciuti i propri diritti. Per questo, proseguiamo nel nostro lavoro, superando le difficoltà, nell'ottica di migliorare sempre di più la nostra azione amministrativa ed operare nell'interesse dei cittadini. Invito pertanto tutti coloro che abbiano i requisiti richiesti dal bando pubblicato sul sito del comune di Reggio Calabria e vogliano ricoprire la figura, a presentare la propria candidatura entro 10 giorni dalla presentazione dell'avviso".
di Fabio Postiglione
Corriere del Mezzogiorno, 15 luglio 2020
Bari supera Milano e Roma per risarcimenti da ingiusta detenzione e dal quarto posto del 2018 balza al secondo dopo Reggio Calabria. Ecco i dati della relazione del ministero della Giustizia: l'anno scorso ci sono stati 67 innocenti arrestati. Per la Corte d'appello di Bari sono stati versati 2,5 milioni di indennizzi, 2 milioni a Lecce. In Puglia negli ultimi otto anni pagati 20 milioni.
Milano e Roma superate da Bari che è seconda dopo Reggio Calabria. Con 67 casi di ingiusta detenzione nel 2019, il Distretto di Corte d'Appello è balzato dal quarto al secondo posto per i casi di risarcimento dei danni dopo sentenze di assoluzione e proscioglimento per donne e uomini che sono stati reclusi in attesa di essere scagionati. È questo il quadro emerso dalla relazione che ogni anno l'ispettorato generale del ministero della Giustizia invia al Senato della Repubblica sia sull'andamento delle misure cautelari emesse, sia sui dati relativi alle detenzioni scontate ingiustamente che gravano sul bilancio dello Stato, perché dopo le richieste di risarcimento arriva un assegno direttamente staccato dal ministero dell'Economia e delle Finanze. Lo scorso anno Bari era al quarto posto dopo Reggio, Milano e Napoli mentre adesso stacca il capoluogo lombardo con 3 casi in più.
Il risarcimento del danno per ingiusta detenzione garantisce all'imputato il diritto ad ottenere un'equa riparazione per la detenzione subita ingiustamente prima dello svolgimento del processo e, quindi, prima della sentenza. Sono diverse le valutazioni che incidono sulle decisioni della corte d'appello. L'ingiusta detenzione può causare infatti non soltanto danni di immagine, ma anche professionali. Di tutti questi parametri si tiene ovviamente conto nel calcolo della somma erogata. Dei 67 casi di ingiusta detenzione 44 sono stati decretati con sentenze emesse dal gup o dal tribunale (in primo grado), 15 in Corte d'appello e 8 per elementi genetici, ovvero per errori veri e propri nell'emissione della misura cautelare. Ma quanto costano allo Stato questi risarcimenti? Tantissimo.
A Bari sono state emesse l'anno scorso 78 ordinanze di risarcimento per 2,5 milioni di euro. A Lecce 37 ordinanze per un risarcimento che sfiora i 2 milioni. In tutta la Puglia lo Stato paga 4,5 milioni di euro all'anno per detenzioni illegittime. Per l'anno 2019 l'esborso complessivo, quindi per tutti i tribunali d'Italia è stato pari a 43milioni euro, 10 milioni in più rispetto al 2018. È un dato riferito a mille ordinanze (895 nell'anno 2018), con un importo medio di 43mila euro per provvedimento (a Bari è di 32mila euro). Gli esborsi di maggior entità riguardano provvedimenti dell'area meridionale e i pagamenti più consistenti sono stati emessi in relazione a provvedimenti della Corte d'appello di Reggio Calabria con quasi 10 milioni di euro di risarcimento.
Oltre settecento sono i casi di ingiusta detenzione negli ultimi otto anni in Puglia. Per una spesa in indennizzi e risarcimenti che supera i 20 milioni di euro. Nel capoluogo salentino, negli ultimi otto anni il totale di persone a cui è stata applicata ingiustamente una custodia cautelare (in carcere o agli arresti domiciliari) sono state in tutto 410. Il numero più alto di casi di ingiusta detenzione si è fatto registrare nel 2012 (97), quello più basso l'anno successivo (37), quando però sono stati risarciti anche 2 errori giudiziari. Quanto a Bari tra il 2012 e il 2019 si sono verificati 510 casi di ingiusta detenzione. L'anno nero è stato il 2015 (con 105 casi), quello più virtuoso è stato invece il 2012 (soltanto 29 indennizzi). Lo scorso anno le sentenze di riparazione per ingiusta detenzione si sono fermate a 73. Passiamo a Taranto. Qui la Sezione distaccata della Corte d'appello ha fatto segnare numeri molto più modesti: il massimo si è raggiunto nel 2015, con 9 casi, e nel 2013 (7 casi). Lo scorso anno le ingiuste detenzioni sono state, per fortuna, soltanto quattro.
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 15 luglio 2020
Il sì della maggioranza alla bozza di riforma presentata dalla ministra Lamorgese. Entro 10 giorni il testo definitivo. Per i migranti che nel Paese d'origine rischiano di subire trattamenti inumani torna la protezione umanitaria. Le multe alle Ong spariscono, anzi no. Non del tutto, rimangono ma cambiano forma giuridica, e saranno decise da un giudice.
Sulla questione politicamente più ostica della riforma dei Decreti Sicurezza - le maxi-sanzioni volute da Salvini per le navi che violano divieti di ingresso in acque territoriali - i delegati della maggioranza riuniti ieri al Viminale sembrano aver trovato una quadra, un compromesso accettabile per il Pd e non mortificante per il Movimento 5 Stelle, che quelle spropositate sanzioni aveva introdotto e autorizzato durante il governo precedente. Sbrogliato il nodo multe, dunque, sul resto della bozza di riforma (10 pagine suddivise in 9 articoli) presentata dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese è stato raggiunto l'accordo tra le parti. La prossima riunione, in calendario entro una decina di giorni, potrebbe essere quella del varo finale, dopodiché il testo sarà portato al Consiglio dei ministri. Ma non prima di Ferragosto, vista la fitta agenda politica di questi giorni.
Il nodo delle multe - Si torna allo status quo ante Salvini. Vengono soppresse le multe amministrative, attualmente emesse dalle prefetture a carico dell'armatore e che con il Decreto sicurezza Bis erano state alzate fino alla spropositata cifra di un milione di euro.
La riforma Lamorgese stabilisce che se una nave effettua un soccorso in mare, e lo comunica sia al Centro di coordinamento competente sia al proprio Stato di bandiera, non incorre in alcun divieto. In caso contrario, al momento dell'ingresso in acque territoriali rischia la violazione del Codice della navigazione, reato penale che per la fattispecie assimilabile alla forzatura di un blocco (come accaduto in passato con la Sea Watch della comandante Carola Rackete e la Mare Ionio della piattaforma civica italiana Mediterranea) prevede fino a 2 anni di carcere e una sanzione pecuniaria di 516 euro.
La ministra ha trovato un punto di mediazione inserendo, nella bozza, il comma che modifica la cornice edittale e innalza la sanzione tra i 10 mila e 50 mila euro. La stessa cifra prevista nel primo Decreto sicurezza. I partiti al tavolo di maggioranza (Pd, Iv, M5S e Leu) hanno ancora qualche giorno per proporre aggiustamenti.
La protezione "speciale" - Altro caposaldo della riforma Lamorgese: torna di fatto la protezione umanitaria per i migranti, cancellata da Salvini. Non si chiamerà più così, ma "protezione speciale", e anche se non riuscirà a coprire, come l'umanitaria, il 25 per cento delle richieste di chi non aveva diritto allo status di rifugiato, garantirà protezione internazionale a una serie ampia di categorie sensibili, in primis a coloro che nel proprio Paese rischiano di subire torture o trattamenti inumani.
Approvata anche la parte della bozza che rende convertibili in permessi di soggiorno per motivi di lavoro la maggior parte dei permessi concessi: per protezione speciale, per calamità, per attività sportiva, per motivi religiosi, per assistenza minori. "È stata una riunione fondamentale", commenta il viceministro dell'Interno Matteo Mauri. "Abbiamo lavorato su un nuovo testo messo a punto da Lamorgese sulla base delle proposte che i gruppi di maggioranza hanno avanzato nei precedenti incontri. Mancano ormai solo alcuni particolari".
Ripristinato il sistema Sprar - Dove si percepisce maggiormente l'intenzione di cancellare le restrizioni volute dall'ex ministro dell'Interno è nell'articolo 4, che ripristina l'accessibilità al sistema di accoglienza Sprar, da cui erano stati espulsi i richiedenti asilo. Con una differenza: il baricentro si sposta dai prefetti ai sindaci.
Sono i comuni, infatti, che già prestano i servizi di accoglienza per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati, a poter accogliere i richiedenti asilo, nelle medesime strutture e offrendo servizi che favoriscano l'inclusione sociale (come l'insegnamento della lingua). Ai richiedenti asilo viene riconosciuto il diritto di iscriversi all'anagrafe e saranno dotati di una sorta di carta di identità, riconosciuta dallo Stato italiano, valida per tre anni.
Ristretti Orizzonti, 15 luglio 2020
Eccoci alla 2° puntata della trasmissione dedicata ai detenuti di via Burla e alla cittadinanza. Dal 6 luglio ci siamo uniti alla grande famiglia Eduradio che ha portato nella casa circondariale Rocco D'Amato di Bologna la propria voce nel periodo di interruzione delle attività con operatori esterni a causa dell'emergenza sanitaria, il 27 settembre.
Loro hanno socchiuso una porta che si sta sempre di più aprendo e attraverso la quale anche la nostra redazione ha pensato di entrare proprio per avvicinare i liberi ai ristretti, portando anche le nostre voci dentro il carcere e, nello stesso modo, facendo conoscere storie, sentimenti, pensieri di chi vive nelle celle detentive.
Cominciamo questa puntata con la rubrica curata da Carla Chiappini "Scrivere di sé" Solo pochi minuti in cui ospiteremo scritti brevi raccolti nelle carceri che verranno letti ogni volta da un ospite differente, e oggi è il turno di Antonio, attore detenuto del Laboratorio Teatrale di via Burla, cui va il nostro ringraziamento per il suo bellissimo contributo sul tema della paternità, raccolto da Germana Verdoliva.
Passeremo poi la parola a Maria Inglese, psichiatra dell'azienda Usl Parma, per una chiacchierata con il dott. Faissal Choroma su un argomento particolarmente caldo che ha interessato anche molti giornali negli ultimi tempi: salute e carcere e, in particolare, Covid-19. Faissal Choroma è medico infettivologo, dal 2015 Direttore del Programma Salute negli Istituti penitenziari dell'azienda Usl di Parma, ha coordinato lo Spazio Salute Immigrati.
In chiusura vi proporremo un breve contributo tratto dall'intervista a due voci condotta da Carla Chiappini con Ornella Favero presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttore di Ristretti Orizzonti e Luigi Pagano già vice - capo del Dap, provveditore e per 14 anni direttore del carcere milanese di San Vittore.
I nostri ospiti parleranno della propria esperienza e del proprio percorso per leggere e comprendere le complessità della realtà carceraria. Vi ricordiamo che siamo in onda tutte le settimane il lunedì dalle 8 alle 8,30 ogni ora fino a mezzanotte sul canale 292 RTR, con repliche il venerdì. La puntata al link https://liberidentrohome.files.wordpress.com/2020/07/puntata-2-finale.mp4
di Stefano Cecconi
Il Manifesto, 15 luglio 2020
L'emergenza da coronavirus ha prodotto pesanti conseguenze sulla vita di tutti i cittadini e la crisi economica e occupazionale che si profila alimenterà i danni sociali. Effetti certamente più gravi per le persone con sofferenza mentale, per i più anziani, per le persone con disabilità e con malattie croniche, per i detenuti e per tutte le persone "rinchiuse in istituti". Effetti resi ancor più duri dai tagli alla sanità e alle politiche sociali di questi anni. In questa emergenza abbiamo assistito al fallimento del modello di cura custodialista, fondato sul ricovero (sulla restrizione, sull'internamento).
Quando l'ospedale - ma si pensi alle residenze per anziani - è stata la risposta prevalente all'epidemia abbiamo visto cosa è successo, in termini di maggiori sofferenze e di morti. Questa drammatica esperienza ci insegna che occorre rilanciare il "modello di salute e di cure di comunità", praticato nei luoghi della vita quotidiana, a domicilio, nei servizi territoriali di prossimità: proprio il modello che si è radicalmente opposto all'istituzione manicomiale e che ancora oggi, per la salute mentale, per la non autosufficienza, per la stessa esecuzione della pena, può ispirare l'innovazione necessaria del nostro welfare. In piena emergenza pandemica, nel mese di aprile 2020, come Osservatorio stopOPG e Coordinamento Rems-Dsm, abbiamo realizzato il 2° monitoraggio sulle Rems, per capire cosa stava succedendo in strutture che, diversamente dalle carceri, erano rimaste fuori dai riflettori.
E per rimettere in marcia il processo riformatore della legge 81/2014, che chiudendo gli Opg ha avviato un nuovo percorso per affrontare il complesso tema del rapporto fra diritto alla tutela della salute mentale e giustizia. Dalla rilevazione offerta dal questionario, pur considerando i limiti di un monitoraggio effettuato a distanza e solo su alcuni indicatori, viene segnalata una buona risposta all'emergenza Covid-19 del sistema Rems, indicate alcune linee di lavoro e riflessioni sul futuro: fino a prevedere altre soluzioni abitative che potrebbero affiancarsi (o persino sostituire) i modelli residenziali Rems per favorire misure non detentive.
Intanto però, anche se l'importante sentenza (99/2019) della Corte Costituzionale sul diritto a misure alternative alla detenzione anche per gli infermi di mente e sul fatto che le Rems non abbiano sostituito gli Opg, offre una via d'uscita, sappiamo che la "riforma gentile" è incompleta. Ed è ancora una volta messa in discussione: preoccupante è la questione della legittimità costituzionale sulle Rems sollevata dal Tribunale di Tivoli (Ordinanza 11.5.2020), sulla quale richiamo il commento di Pietro Pellegrini (Il superamento degli Opg le Rems. Oltre le buone intenzioni).
Ritorna così evidente la necessità di organizzare un nuovo rapporto di collaborazione tra Giustizia (Magistratura) e Sanità (Regione, Asl, Dsm), grazie al quale i progetti di cura dei pazienti siano definiti concordemente, distinguendo il mandato sanitario da quello custodiale.
In questo senso è indispensabile un accordo quadro nazionale Stato Regioni e occorre sia riattivato l'Organismo di monitoraggio nazionale. Infine, bisogna riaprire il dibattito sulla modifica del codice penale per misure di sicurezza e imputabilità: un'utile base di discussione è la proposta di legge elaborata da Franco Corleone e fatta propria dalla Conferenza dei Garanti regionali dei diritti delle persone private della libertà personale, per superare finalmente quel "doppio binario", figlio della logica manicomiale, riservato solo ai "malati di mente incapaci di intendere e volere autori di reato" e sancire pari diritto di cittadinanza per tutti. Di tutto questo riprenderemo a discutere nel webinar del prossimo 16 luglio, accessibile a questo link: https://global.gotomeeting.com/join/223426477
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 15 luglio 2020
Un 28enne albanese senza vita e un cittadino marocchino in stato di incoscienza sono stati trovati ieri mattina in una cella di isolamento del centro di permanenza per il rimpatrio friulano. Nella stessa struttura, il 19 gennaio scorso, era deceduto Vakhtang Enukidze.
Per avere qualche sicurezza in più bisognerà attendere l'autopsia. Al momento le certezze sono due: ieri mattina in una cella d'isolamento del Cpr di Gradisca d'Isonzo un giovane albanese di 28 anni è stato trovato morto, con lui un cittadino marocchino agonizzante; in sette mesi è il secondo decesso di una persona in custodia dello Stato nella stessa struttura.
Una prima versione diffusa in mattinata aveva ipotizzato un omicidio seguito da un tentativo di suicidio. Ma i medici che hanno visitato il marocchino e la prefettura smentiscono la presenza di segni che facciano pensare a episodi di violenza. I reclusi contattati dal manifesto raccontano di non aver sentito alcun rumore particolare durante la notte precedente ed essersi resi conto della presenza di un morto dall'improvviso ingresso di molti agenti e dall'uscita di una salma avvolta in un sacco di plastica. Nel pomeriggio ci sono stati disordini e sono state incendiate alcune suppellettili.
Che ci fossero una persona deceduta e una agonizzante era stato scoperto intorno alle 9 dal personale dell'ente gestore, la cooperativa Edeco, che ha chiamato il 118. I medici hanno solo potuto constatare la morte del cittadino albanese e trasferire in ospedale quello marocchino. Arrivato in stato di incoscienza, è migliorato nel corso della giornata e sarebbe fuori pericolo di vita. La sua testimonianza e l'autopsia, di cui non è stata ancora stabilita la data, saranno elementi fondamentali per provare a ricostruire l'accaduto. Nelle stanze del Cpr non sono presenti telecamere.
La persona che ha perso la vita era stata trasferita nel Cpr il 10 luglio, non proveniva da un hotspot e stava scontando la quarantena nella struttura. Nei giorni scorsi il centro aveva raggiunto la sua capienza massima: 80 trattenuti, al momento diventati 78. I Cpr sono tornati ad affollarsi con molti trasferimenti di persone appena sbarcate che dopo la quarantena, sulla Moby Zazà o a terra, e il passaggio da un hotspot finiscono dietro le sbarre. Questa dinamica sta facendo crescere la tensione nelle sette strutture per la detenzione amministrativa sparse sul territorio nazionale. A Gradisca nei giorni scorsi c'erano stati scioperi della fame ed episodi di autolesionismo. I reclusi denunciano, tra le altre cose, la pessima qualità del cibo e la scarsa assistenza medica. "Non ho fatto niente, perché mi hanno messo in prigione?", chiede al telefono uno di loro.
La sindaca di Gradisca Linda Tomasinsig (centro-sinistra) pretende chiarezza: "Le notizie in mio possesso sono che la morte non è avvenuta in un contesto di fuga o rivolta. Chiedo con forza, e non nutro dubbi in proposito, che la verità emerga con celerità e attenzione, così come che vengano resi noti gli esiti delle indagini sulla morte, avvenuta il 19 gennaio di quest'anno, di Vakhtang Enukidze".
Enukidze, cittadino georgiano di 38 anni, è morto dopo un calvario tra Cpr, carcere di Gorizia e di nuovo Cpr. L'autopsia effettuata il 27 gennaio aveva escluso il decesso a seguito di percosse, identificandone la causa in un edema polmonare. Non si conoscono, invece, i risultati degli esami istologici e tossicologici. Erano attesi entro 60 giorni. Sia il perito di parte civile che quello del pubblico ministero hanno chiesto una proroga d'indagine per le proprie conclusioni autoptiche, concessa il 30 giugno.
In occasione della vicenda di Enukidze il deputato di +Europa Riccardo Magi aveva effettuato un'ispezione presso la struttura, denunciando di aver incontrato molti reclusi "evidentemente sotto effetto di calmanti o psicofarmaci. Alcuni in stato confusionale".
Tra Edeco e la Asl territoriale esiste un protocollo sanitario che prevede la presenza di personale del Centro di salute mentale e del Sert. Il Covid ha però di fatto sospeso il protocollo e le visite in presenza sono state sostituite da consulenze telefoniche per diminuire il rischio che il virus entri nel Cpr (cosa comunque accaduta a marzo e poi ad aprile). Presumibilmente, però, non si è interrotta la somministrazione dei farmaci in questione. La rete LasciateCientrare, che per prima aveva appreso la notizia del decesso, parlato in un comunicato di un possibile "eccesso di sedativi e tranquillanti", ma specifica: "siamo in attesa di dettagli".
"Due morti in sette mesi, oltre ai diversi casi di Covid, significano che la struttura è fuori controllo e la situazione ormai insostenibile", afferma Gianfranco Schiavone, vice-presidente di Asgi. La rete "No Cpr, no frontiere - Fvg" ha manifestato ieri sera chiedendo la chiusura del centro.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 15 luglio 2020
La proposta formulata dalla ministra Lamorgese: applicare il codice della navigazione in caso di violazioni. In questo caso le sanzioni verrebbero decise dalla magistratura e non dai prefetti. Si va verso l'accordo sulla riscrittura dei decreti sicurezza voluti dall'allora ministro dell'interno Matteo Salvini.
È quanto emerge al termine di un incontro avvenuto martedì al Viminale tra la ministra Luciana Lamorgese ed esponenti della maggioranza. Il punto principale riguarda le multe per le ong che effettuano soccorsi in mare e che dovessero violare i divieti di ingresso nelle acque territoriali italiane: la sanzione scenderebbe a 560 euro contro la "forbice" che va da 250.000 a 1 milioni di euro prevista dall'attuale decreto Salvini.
Alla riunione di martedì - la quarta della serie - seguirà un'altra la settimana prossima per mettere a punto gli ultimi dettagli. La previsione è quella di un accordo politico sul testo a breve con presentazione del decreto però a settembre per evitare che non si faccia in tempo a convertirlo in estate. Sulle multe alle Ong, a lungo il motivo di disaccordo tra le componenti della maggioranza la proposta della ministra Lamorgese è quella di applicare il codice della navigazione che prevede appunto la multa di 560 euro o la reclusione fino a 2 anni.
In ogni caso a decidere la sanzione non sarebbe più il prefetto ma la magistratura. L'attuale norma prevede anche il sequestro immediato dell'imbarcazione e l'arresto per il comandante. Anche queste misure scomparirebbero.
Altri punti salienti della bozza proposta dal Viminale sono l'ampliamento dei casi in cui è possibile applicare la protezione umanitaria, il ripristino di alcune forme di accoglienza (ad esempio in piccoli gruppi distribuiti nei piccoli comuni) e l'iscrizione dei richiedenti asilo all'anagrafe.
Su quest'ultimo punto c'è stato proprio pochi giorni fa un intervento della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittime alcune parti del decreto Salvini. Nel testo vengono estesi i permessi speciali a chi rischia di subire "trattamenti inumani e degradanti" nel proprio Paese, a chi necessita di cure mediche, a chi proviene da Paesi in cui sono avvenute "gravi calamità"; si dimezzano anche i tempi di trattenimento nei Cpr (da 180 a 90 giorni).
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