di Alessandro Barbano
Il Riformista, 16 luglio 2020
La prescrizione è il dito del populismo frapposto tra gli occhi del Paese e la luna. Tutti lo guardano, e si dividono sul giudizio. E tutti ignorano la luna, la madre di tutte le emergenze, il buco nero della nostra democrazia. [...] La luna è un sistema malato, che fa male al Paese. Perché troppe cose sono andate fuori posto.
Il ruolo del pm è senza dubbio la prima, ma non l'unica, ad avere scarrocciato dai binari di una fisiologia sana, per diventare un fattore di turbativa del sistema giudiziario e di quello democratico, in cui il primo è iscritto.
Nel nostro sistema l'indipendenza del pm coincide con la sua irresponsabilità. Non solo rispetto agli altri poteri dello Stato, ma anche rispetto al suo stesso ufficio, dove opera esercitando un pieno controllo gerarchico della polizia per la conduzione delle sue indagini.
In un sistema accusatorio incompiuto, dove il ruolo dell'accusa è andato via via crescendo rispetto a quello della difesa, il pm si muove per tutta la lunga fase delle indagini preliminari come un poliziotto totalmente indipendente. Ciò rappresenta un unicum rispetto alla maggior parte delle democrazie liberali, dove non esiste una figura processuale dotata di poteri di polizia tanto ampi quanto non soggetti a controllo.
Manca anzitutto un controllo gerarchico, perché l'azione di ogni singolo magistrato inquirente è ancora sottratta, in nome dell'indipendenza, a un vaglio di merito da parte del capo dell'ufficio. Non è un caso che quando il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, chiede di essere preventivamente informato dell'iscrizione nel registro degli indagati di persone coinvolte nelle indagini, si scateni la protesta dei suoi sostituti. E manca un controllo giurisdizionale connesso a una effettiva responsabilità rispetto all'appropriatezza dell'azione penale. Perché, se pure a distanza di anni il giudizio di appello o di Cassazione certifica che questa è stata avviata per motivi penalmente irrilevanti o addirittura inesistenti, nessuna responsabilità concreta sarà mai imputata al pubblico ministero, né sotto il profilo disciplinare né ai fini di una valutazione della sua professionalità. Ogni tentativo di configurarla s'infrange contro il muro dell'obbligatorietà dell'azione penale, in nome della quale è sempre possibile invocare l'esistenza di indizi di reato che il pm era tenuto a verificare.
Così questo principio costituzionale compie il miracolo di trasformare la più spregiudicata discrezionalità in un atto dovuto per legge. Come ci ricorda uno dei più autorevoli studiosi dei sistemi penali, Giuseppe Di Federico, il pericolo dell'arbitrarietà è tanto più grande in un Paese dove i reati commessi sono molto più numerosi di quelli che concretamente possono essere perseguiti. Ciò significa lasciare al pm, attraverso la sua insindacabile scelta, l'esercizio della politica criminale, cioè l'indirizzo degli strumenti predisposti dal sistema per contrastare la criminalità. Ma in nessuno dei Paesi a consolidata tradizione democratica la politica criminale è sottratta alla responsabilità di organi che rispondono politicamente ai cittadini.
Questo sconfinamento in un ambito propriamente politico si specchia in quel fenomeno di irrituale investitura popolare che la magistratura in Italia ha ricevuto in alcuni passaggi chiave della storia repubblicana e che rappresenta una prima turbativa rispetto alla separazione dei poteri su cui si fonda la democrazia rappresentativa. Il Consiglio superiore della magistratura (Csm) riflette tutte le contraddizioni qui raccontate. È un organo politico-corporativo a cui spetta il delicato compito di decidere gli avanzamenti di carriera dei magistrati, in assenza di un sistema gerarchicamente organizzato, cioè in assenza di una subordinazione che rifletta una gerarchia dei saperi e delle esperienze a cui far corrispondere coerenti valutazioni di merito. A cos'altro appendere allora il destino delle carriere, se non ai rapporti di forza e agli accordi transattivi e di reciproco scambio tra le aggregazioni in cui la magistratura si divide e si articola? Ci sono procure che sono rimaste scoperte per più di un anno per il mancato accordo tra i diversi cartelli della magistratura associata, altre che sono state coperte solo dopo una spartizione concordata, con reciproche concessioni, di tutti i posti vacanti. [...]
La seconda asimmetria della giustizia italiana è l'ampiezza della custodia cautelare. Più di un detenuto su tre, cioè il 34,5 per cento contro una media europea del 22,4, è in carcere in attesa di giudizio, cioè in assenza di una sentenza definitiva che ne certifichi la colpevolezza. Ed è sintomatico che questa percentuale sia rimasta altissima nonostante che i presupposti per l'adozione delle misure cautelari siano stati modificati in maniera più stringente, incentivando anche il ricorso alla detenzione domiciliare. Ciò vuol dire che le riforme garantiste scivolano sul corpo di un sistema dove sono i rapporti di forza tra i vari attori a fare in concreto la legge.
Il terzo fattore di squilibrio del sistema è il più grave ma anche il più sottovalutato, perché più tecnico e più difficilmente comprensibile dai cittadini. Riguarda lo slittamento da un diritto penale fondato sul reato a un diritto penale centrato sulla figura del reo. Un diritto penale di marca liberale mette al centro il fatto tassativamente descritto dalla norma, in quanto lesivo di un bene giuridico tutelato dall'ordinamento. Il reato di omicidio persegue l'atto di uccidere che attenta al bene, massimamente protetto, della vita umana. Ciò implica due conseguenze: la prima è che la gravità del reato si collega alla sua offensività, cioè alla sua capacità di danneggiare il bene, oggetto di tutela [...] La seconda conseguenza riguarda il rapporto dell'azione penale con il reo: se persegue l'assassino, lo fa in quanto colpevole, cioè autore del fatto che costituisce il reato. Il comportamento o, addirittura, la personalità dell'omicida valgono per valutare la gravità del reato nel contesto in cui si compone il fatto, non come elementi penalmente rilevanti in sé. In un diritto liberale è la colpevolezza, non la pericolosità, il presupposto dell'azione punitiva dello Stato. Perché la pericolosità è potenzialmente insidiosa.
Implica un giudizio dell'autorità sul presunto reo che non rispetta i confini di tassatività della norma penale e il più delle volte sconfina nel soggettivismo. Il diritto penale in Italia sta sposando in modo molto rischioso la pericolosità. Anzitutto con una serie di reati inoffensivi in sé, cioè privi di una lesione del bene giuridico. Pensate per esempio al traffico di influenze, una fattispecie introdotta dalla legge Severino il cui confine con l'attività lecita del lobbismo è del tutto indeterminato e, quindi, soggettivamente determinabile. La tendenza a fare della pericolosità - o anche del semplice pericolo di un pericolo - il fondamento dell'accertamento penale e della sanzione è specchio dell'influenza che ha il processo mediatico nel processo penale e della confusione che tra i due livelli si determina. Con l'effetto che l'oggetto del contendere non sono più i fatti costituenti reato, le azioni per compierli e gli elementi soggettivi del dolo e della colpa, ma le mere intenzioni non qualificabili come elementi della colpevolezza, e perfino i desideri irrealizzabili dei soggetti che entrano nel radar dell'indagine. Ciò che rende intenzioni e desideri legittimamente ostensibili non è la fondatezza probatoria, ma l'intensità del sospetto, desumibile dal numero di associazioni e collegamenti che è possibile stabilire tra le notizie acquisite.
È in questa valutazione quantitativa che la captazione informatica di una microspia diventa centrale, per la sua capacità di condensare la grande mole di dettagli, indizi, associazioni e richiami presenti in una sezione di relazioni personali. Ma la raccolta e l'esibizione indiscriminate di reperti umani si rivelano invasive oltre ogni limite. Non solo perché ignorano qualunque distanza spaziale tra noi e gli altri, liquefacendo nell'iperpubblicità dell'indagine preliminare la privatezza e perfino il pudore di una confidenza. Ma perché, costipando la dimensione del tempo in un presente fatto di attimi captati, riducono la volontà delittuosa a un'espressione, riavvolgono la colpevolezza in un frammento in cui si perde ogni differenza tra un piano e un'intenzione, tra un'intenzione e un desiderio, e tra un desiderio e un'emozione. Il processo mediatico prevale sul processo penale, e un metodo, che non fa onore a chi scrive definire "giornalistico", tipico del primo, si insinua nel secondo, alimentando una confusione pericolosa. Così si realizza quello slittamento da una giustizia che punta ad accertare la colpevolezza a una che si contenta di rappresentare una pericolosità desumibile da un giudizio sulle intenzioni e sulle relazioni. La confusione non opera solo sovrapponendo un giudizio mediatico a un giudizio penale, e oscurando quest'ultimo a vantaggio del primo. [...]
Ma c'è ancora uno spazio amplissimo in cui la democrazia italiana ha sdoganato la pericolosità come il fondamento della pretesa punitiva dello Stato: è la legislazione speciale antimafia, interamente fondata sul sospetto, e la sua manomorta giudiziaria costruita sulle confische. Il suo libro sacro è il codice per l'applicazione delle cosiddette "misure di prevenzione", che consente allo Stato di acquisire patrimoni finanziari, immobili e aziende in assenza di un giudicato penale, cioè prima che sia intervenuta una sentenza di condanna. La sottrazione della proprietà avviene con un procedimento in camera di consiglio, che valuta la pericolosità sociale dei titolari dei beni e l'inspiegabile sproporzione tra la ricchezza conseguita e i mezzi professionali e finanziari diretti a produrla. Queste misure di prevenzione sono il sistema normativo più illiberale dell'Occidente. Sono figlie di un diritto cosiddetto "del doppio binario", un diritto autoritario e senza garanzie, che scorre parallelamente a quello ordinario. Fu adottato dopo l'Unità d'Italia dalla Destra storica per debellare i briganti, usato in seguito dai governi di fine Ottocento contro i primi sindacalisti e i movimenti operai, poi fatto proprio dal fascismo contro i dissidenti, e sopravvissuto fino ai giorni nostri, nonostante la Carta costituzionale non ne facesse menzione, con l'intento, chiaro nei lavori preparatori, di abrogarlo per sempre. È la legge dei cattivi, delle regole spicce, del fine che giustifica i mezzi.
Lo abbiamo eternato per combattere la mafia. E lo abbiamo difeso contro ogni evidenza e ogni censura, come quella della Corte di giustizia europea, che ha invano esortato l'Italia a circoscriverne le fattispecie di pericolosità sociale, perché ritenute troppo generiche. Da qualche anno il diritto del doppio binario si è esteso a una enorme serie di ipotesi accusatorie, che vanno dalla mafia al peculato semplice, passando per la corruzione e l'abuso d'ufficio. Così la giustizia somiglia a un luogo dove si può entrare inconsapevolmente ben vestiti e uscirne dopo anni nudi, senza sapere perché. Se quello fin qui compiuto è, a grandi linee, il racconto della luna, da questa complessità il riformismo deve partire.
Con un disegno organico, capace di rimettere in discussione la posizione del pm nell'ordine giudiziario, rispetto alla sua carriera e alle sue funzioni, di rafforzare la gerarchizzazione degli uffici delle procure, di riformare il Csm, ridefinendo i confini di un'indipendenza a vantaggio di principi di efficienza organizzativa, di limitare l'abuso della custodia cautelare, di riportare il diritto penale dal reo al reato, tipizzando alcune vaghe fattispecie prive di offensività, di cancellare la mostruosa legislazione speciale antimafia, di ridurre l'invadenza del processo penale nella vita della democrazia, depenalizzando e riducendo i tempi dei processi, e da ultimo di restituire concretezza ed effettività alle garanzie difensive, mortificate da una prassi inquisitoria che si afferma contro gli stessi codici. Questo progetto riformatore non ha nessuna possibilità di superare le resistenze corporative di un sistema refrattario a qualunque modifica, se non è sostenuto da una retorica autenticamente liberale, alternativa e opposta a quella del giustizialismo.
Contro questa trincea difensiva si sono infranti tutti i tentativi di rimetterlo in discussione negli ultimi tre decenni. Ma prima ancora che nel Parlamento e nell'universo del diritto la riforma va costruita nel Paese. C'è un punto della nostra storia repubblicana in cui la notte della giustizia ha gettato l'Italia in un buio asfissiante, in cui l'indagine, il sospetto, l'ansia della punizione sono diventati la grammatica di una "democrazia penale". Questo non ha coinciso con un singolo provvedimento legislativo, ma con il prevalere di un'idea nel corpo sociale: che conoscere il contenuto delle intercettazioni penalmente irrilevanti fosse giusto e doveroso per illuminare il lato oscuro del potere. Quando un simile convincimento si afferma come una religione civile, di marca illiberale, perfino il valore della trasparenza muta in iper-sorveglianza e la stanza di vetro della democrazia somiglia a una stanza dell'orrore. La riforma della giustizia coincide perciò, più di ogni altro obiettivo politico, con una convincente pedagogia civile, diretta a ricostituire nell'opinione pubblica le ragioni dello Stato di diritto.
(Per gentile concessione dell'autore e dell'editore, pubblichiamo un ampio stralcio de "Il Paese e la Luna", uno dei due importanti capitoli che Alessandro Barbano dedica alla questione giustizia all'interno del suo nuovo saggio, "La visione - Un'altra politica per guarire l'Italia", Mondadori, 120 pp.).
di Paolo Comi
Il Riformista, 16 luglio 2020
Come un elefante che a un certo momento decide di entrare nel negozio di cristalli. È questa l'immagine che meglio di qualsiasi altra rappresenta la decisione di Luca Palamara di depositare lunedì scorso, per l'udienza disciplinare a suo carico che si terrà il prossimo 21 luglio al Csm, una lista di 133 testimoni. Nessuno si aspettava un elenco simile, sia per il numero monstre dei testi, sia per il loro "spessore".
Nella lista, infatti, compaiono non soltanto ministri, ex presidenti della Corte costituzionale ed alti magistrati, ma soprattutto i due più stretti collaboratori del capo dello Stato Sergio Mattarella: il magistrato Stefano Erbani, consigliere per gli affari giuridici, e l'ex deputato del Pd Francesco Saverio Garofoli, consigliere per le questioni istituzionali.
Subito si è messa in moto la macchina per cercare di disinnescare la minaccia ed evitare che ci possano essere testimonianze "imbarazzanti". Se il teorema dell'accusa è che Palamara con le sue condotte ha prodotto discredito nella magistratura mediante un "uso strumentale della propria qualità per condizionare l'esercizio di funzioni costituzionalmente previste, quale la nomina dei capi degli uffici da parte del Csm", per la difesa, rappresentata dal consigliere di Cassazione Stefano Guizzi, il pm romano faceva parte di un sistema ben rodato del quale tutti erano perfettamente a conoscenza. In questo modo si spiega la richiesta di citazione degli ex vice presidenti del Csm degli ultimi vent'anni, dei capi delle correnti e dell'Anm.
Il primo compito del collegio disciplinare, che ieri non risultava ancora essere stato composto, sarà allora quello di "tagliare" il più possibile la lista testi dell'ex presidente dell'Anm, lasciandogliene al massimo una decina e solo di personaggi di secondo piano. Fonti del Csm dicono che i giudici disciplinari motiveranno l'opera di potatura con il fatto che la lista è "sovrabbondante" e che la maggior parte di questi testimoni è "irrilevante" per gli episodi oggetto delle contestazioni. La Procura generale della Cassazione cercherà in tutti i modi di limitare il perimetro difensivo di Palamara a quanto accaduto la sera del 9 maggio del 2019 all'hotel Champagne di Roma, allorquando il magistrato, alla presenza del deputato del Pd Luca Lotti, espresse duri giudizi nei confronti del procuratore aggiunto della Capitale Paolo Ielo e dello stesso procuratore Giuseppe Pignatone.
Chi ha avuto modo di parlare con Palamara in queste ore lo ha sentito consapevole di quelle che potranno essere le mosse della Sezione disciplinare. Sezione che Palamara conosce molto bene avendone fatto parte per quattro anni quando era al Csm. L'esito del disciplinare pare essere scontato. Le parole del procuratore generale Giovanni Salvi, "è stato raggiunto un punto di non ritorno, l'impatto sull'opinione pubblica è pessimo", non lasciano molti dubbi sul destino di Palamara: rimozione dall'ordine giudiziario. L'ex leader di Unicost, però, non intende accettare il ruolo di capro espiatorio. Chi pensava che la toga prendesse spunto dal motto dei carabinieri, "usi obbedir tacendo e tacendo morir" ha fatto male i conti e ha dimostrato di non conoscere fino in fondo l'uomo. La prospettiva di vedersi radiato dalla magistratura e di trovarsi a 50 anni, dopo una carriera sempre ai massimi livelli, a dover chiedere il reddito di cittadinanza, ha dunque spinto Palamara a giocare il tutto per tutto: quando ci si trova a essere un colpevole designato è difficile rinunciare a una difesa a 360 gradi, anche in vista di sicure impugnazioni.
Dopo aver tagliato i testi, il passo successivo della disciplinare sarà poi quello di fare in fretta. Prima Palamara viene espulso dalla magistratura e prima il sistema delle correnti che si è immediatamente ricompattato, vedasi lo scontro sulla nomina del procuratore di Perugia, può riprendere forza e vigore. Per i gruppi associativi sarebbe durissima affrontare la campagna elettorale per il rinnovo dell'Anm, prevista per il prossimo autunno, con Palamara ancora sotto processo e con i vertici delle correnti che sfilano a piazza Indipendenza. È un "incubo" che deve essere evitato a ogni costo.
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 16 luglio 2020
La Corte d'Assise d'appello di Bologna ha annullato lo sconto di pena che Michele Castaldo aveva ottenuto per la "soverchiante tempesta emotiva" motivazione che era stata ritenuta valida per concedergli le attenuanti generiche e ridurre da 30 a 16 anni la pena per l'omicidio di Olga Matei.
Trent'anni di carcere per il femminicidio di Olga Matei. La Corte d'Assise d'appello di Bologna annulla lo sconto di pena che Michele Castaldo, 58 anni, aveva ottenuto nel primo processo d'appello quando la Corte aveva considerato quella "soverchiante tempesta emotiva", dovuta alla gelosia, da cui secondo la perizia psichiatrica era posseduto, come una motivazione valida, insieme ad altre, per concedergli le attenuanti generiche e ridurre la pena da 30 a 16 anni per aver strangolato la donna con cui aveva una relazione da un mese mezzo.
La riduzione di pena concessa nel primo Appello aveva sollevato indignazione e stupore da più parti, facendo diventare la sentenza un simbolo della lotta ai femminicidi. Le associazioni in difesa delle donne avevano sottolineato l'allarmante assonanza con il delitto d'onore. E infatti la Cassazione a novembre ha annullato la sentenza, senza entrare nel merito della concessione delle attenuanti, ma disponendo un processo d'appello bis che motivasse in maniera più "razionale" la scelta compiuta. La nuova Corte ieri ha invece deciso che le attenuanti non andavano concesse, la pena da scontare per Castaldo torna ad essere di trent'anni.
Sollievo per la sorella della vittima, Nina Pascal: "La memoria della sorella - ha detto il suo avvocato Lara Cecchini - adesso è stata rispettata, ponendo rimedio a una sentenza ingiusta". L'imputato ieri in aula ha reso dichiarazioni spontanee, dicendosi "pentito" e "deciso a risarcire la figlia e la sorella della vittima" spiega il suo avvocato Gennaro Lupo. La difesa ha anche portato un libro alla cui stesura Castaldo ha partecipato: Vittime di un amore malato, scritto dalla educatrice che lo segue in carcere a Ferrara e che si apre con una lettera d'amore postuma del reo confesso. Nel testo si analizzano alcuni indicatori di partner maschili violenti: "Ma non sono le donne che vanno educate - commenta l'avocato Cecchini -, quanto piuttosto gli uomini e la società".
L'avvocato Filippo Airaudo, che assiste l'ex marito di Olga e la figlia minorenne, si dice "ansioso di conoscere le motivazioni che la Corte depositerà tra 45 giorni. Noi di parte civile abbiamo insistito molto su un punto: è arrivato il momento di abbandonare il vecchio cliché della gelosia come attenuante e considerarla invece un'aggravante. Dopo secoli di storia non si possono più concedere sconti di pena a uomini gelosi, spero che la Corte abbia preso una posizione netta su questo".
"Valuteremo cosa fare dopo il deposito delle motivazioni - spiega l'avvocato Lupo - pensavamo che il percorso di resipiscenza intrapreso potesse essere considerato favorevolmente". Olga Matei, 46 anni, fu strangolata in casa sua a Riccione il 6 ottobre 2016. Il giorno prima aveva deciso di mettere fine alla relazione proprio per la gelosia di Castaldo. Anche il sostituto procuratore generale Valter Giovannini aveva chiesto la conferma della condanna a trent'anni del primo grado: si trattò di "sentimento feroce - ha detto - manifestato però da persona ritenuta, con convincenti argomentazioni peritali, assolutamente capace di intendere e di volere" e che quindi avrebbe potuto fermarsi prima di uccidere.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 16 luglio 2020
Pubblici ministeri a guardia della privacy nelle intercettazioni. Al bando anche le espressioni offensive non rilevanti per le indagini. È quanto precisa la Procura della Repubblica di Milano, con una circolare (prot. 163/20 del 6 luglio 2020), a firma di Francesco Greco, nella quale si impartiscono direttive a proposito delle norme introdotte dal decreto legge 161/2019.
Sotto la lente dei magistrati milanesi c'è l'articolo 268 comma 2 bis del codice di procedura penale. Per attuare compiutamente questa disposizione, la procura di Milano sottolinea che spetta al pubblico ministero assicurare che la polizia giudiziaria effettui una rigorosa selezione delle intercettazioni rilevanti e utilizzabili a fini processuali. In dettaglio, il pubblico ministero e la polizia giudiziaria devono tenersi in costante contatto, anche informale, al fine di non documentare intercettazioni manifestamente irrilevanti o inutilizzabili. Quando vengono in evidenza casi dubbi, gli agenti operanti devono tempestivamente sottoporli alla valutazione del pubblico ministero, anche per le vie brevi. Il magistrato deve vagliare il contenuto delle intercettazioni e decidere se inserirle o meno nei verbali o nelle annotazioni in quanto effettivamente rilevanti.
Sulle spalle del pm c'è anche la responsabilità di impedire che nei verbali di trascrizione siano riportate espressioni lesive della reputazione delle persone o quelle che riguardano dati personali definiti sensibili dalla legge, salvo che si tratti di intercettazioni rilevanti ai fini delle indagini. Molto opportunamente la circolare corregge una imprecisione dell'articolo 268 citato del codice di procedura penale, che impropriamente parla di "dati sensibili" (termine risalente all'abrogato articolo 4 del Codice della privacy). Ora si deve parlare, infatti, di "dati particolari".
Una nota alla direttiva in commento, pertanto, precisa che per dati sensibili devono intendersi quelli riferibili alle categorie particolari di dati, elencati all'articolo 9 del Regolamento Ue 2016/679 (Gdpr) e cioè i dati personali che rivelino l'origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l'appartenenza sindacale, nonché dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all'orientamento sessuale della persona.
La direttiva assegna alcuni compiti direttamente alla polizia giudiziaria. E precisamente nei brogliacci di ascolto non si devono riportare espressioni lesive della reputazione, o dati sensibili, e non rilevanti ai fini delle indagini, limitandosi a indicare, se possibile, i soggetti coinvolti e inserendo l'avvertenza "conversazione non rilevante relativa a dati personali sensibili" ovvero "conversazione/parte di conversazione lesiva della reputazione". Medesime cautele devono essere osservate nei casi di conversazioni con difensori o con parlamentari e di conversazioni irrilevanti ai fini di indagine.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2020
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 15 luglio 2020 n. 20900. La Cassazione ha annullato il sequestro preventivo di oltre 78 milioni di euro a carico di una nota casa farmaceutica che aveva ottenuto il rimborso dell'Iva versata in occasione dell'acquisto di attività e del portafoglio clienti di una sua società italiana - impegnata nel campo della produzione di vaccini - a essa collegata orizzontalmente.
La Cassazione con la sentenza n. 20900 depositata ieri ha ritenuto errata la visione del tribunale per aver proceduto alla misura cautelare in base alla contestazione del reato ex articolo 4 del Dlgs 74/2000 relativo alle imposte dirette e all'Iva, perché lo stesso giudice della cautela - nell'affrontare la vicenda - aveva affermato in primis che l'operazione in realtà costituiva una cessione di ramo d'azienda dalla consorella italiana a quella belga con la conseguenza che l'imposta evasa sarebbe stata in realtà quella di registro. Per cui nel rinvio della decisione l'inquadramento corretto dell'operazione va posto alla base della decisione sul comportamento eventualmente illecito della società che aveva chiesto e ottenuto il rimborso dell'Iva pagata unitamente al corrispettivo in base al regime Iva comunitario.
Sciogliere il sospetto - manifestato dallo stesso giudice - che la società e il suo rappresentante abbiano voluto costruire l'apparenza di un'operazione Iva invece di una soggetta all'imposta di registro è presupposto di legittimità per l'applicazione di una misura cautelare sull'Iva ottenuta a rimborso dalla società in base a richiesta al Fisco italiano. Presupposto di legittimità che appare mancante come rilevato dallo stesso ricorrente.
Il caso - L'operazione contestata consisteva nella cessione da parte della società di diritto italiano di tutta l'attività di commercializzazione e distribuzione dei prodotti forniti dalla consorella belga, affidando alla cedente solo la produzione di materie prime e di semilavorati destinati alla produzione dei farmaci gestita fino all'immissione sul mercato alla società con sede in Belgio. Legittimo il dubbio del giudice sulla circostanza che più che di beni vi fosse stata la cessione di attività imprenditoriali sottoposte a imposta di registro.
di Eleonora Fagnani
news-town.it, 16 luglio 2020
Un numero verde dedicato al mondo del carcere, ai disagi dei detenuti e dei familiari, con l'obiettivo di offrire supporto a chi la pena l'ha già scontata e spesso si ritrova a vivere in condizioni di estrema difficoltà, senza casa e lavoro.
Si chiama "Oltre il carcere" ed è l'iniziativa realizzata dall'Isola Solidale in collaborazione con il garante dei detenuti della Regione Abruzzo e con la presidenza del Consiglio regionale. Il numero verde totalmente gratuito (800-938080) sarà attivo a partire dalla prossima settimana, dal lunedì al sabato dalle 9 alle 18, e si avvarrà della rete solidale presente nella regione, in particolare dell'associazione Roccaraso Futura grazie alla quale l'Isola solidale ha attivato la sua seconda sede dopo quella principale di Roma. Le richieste di aiuto saranno prese in carico da un team di volontari altamente qualificati e formati nell'ambito del progetto.
A presentare l'iniziativa con il consigliere Segretario dell'Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale Sabrina Bocchino, il Garante dei Detenuti della Regione Abruzzo, Gianmarco Cifaldi, il presidente dell'Isola Solidale Alessandro Pinna e il presidente dell'associazione "Roccaraso Futura" Alessandro Amicone.
Per Cifaldi l'attivazione di questo servizio rappresenta "un momento di crescita per la nostra Regione. Il numero verde - ha specificato - offrirà servizi all'interno del carcere andando a semplificare tutta una serie di passaggi burocratici che il detenuto doveva sopportare per dialogare all'esterno. Adesso attraverso un link veloce i detenuti si potranno collegare con l'Ufficio del Garante regionale, dove troveranno persone giovani e competenti a sostenerli. Un servizio - ha sottolineato il Garante dei detenuti - teso ad allargare le tutele anche alla familiarità del detenuto: un segnale di ulteriore apertura al mondo della detenzione".
L'Isola Solidale, presente nella Capitale con una struttura di 40 posti che ospita persone condannate agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica, ha deciso di attivare questo ulteriore servizio durante il lockdown, quando sono emerse in tutta la loro evidenza le innumerevoli criticità degli istituti di pena e le difficoltà patite dai detenuti.
"Durante il lockdown molti dei detenuti fatti uscire per motivi di saluti si sono trovati spaesati, senza riferimenti, senza aiuti né soldi - ha spiegato Pinna - molti di loro hanno impiegato mesi per avere effettiva disponibilità del conto corrente, e spesso parliamo di poche centinaia di euro.
In quei giorni ci siamo confrontati con una condizione sociale ed economica disastrosa. Abbiamo quindi avviato anche un'attività di sostegno alimentare, economico e psicologico che verrà messa a regime con l'entrata in funzione del nostro numero verde, un'iniziativa resa possibile soprattutto grazie all'aiuto delle persone ristrette ospitate nella struttura".
"Questo servizio - ha affermato Alessandro Amicone - rappresenta un concreto e indispensabile aiuto per le persone che si trovano in questo periodo ancora di più in difficoltà. L'emergenza sanitaria ha stravolto le nostre vite e per chi esce da una situazione detentiva, già privo di punti di riferimento e spesso senza nessun familiare né una casa, sapere che c'è chi può aiutarli e orientarli significa spesso una salvezza. Con l'Isola Solidale stiamo portando avanti bellissimi progetti di assistenza e li ringrazio per il grande lavoro che fanno ogni giorno per contenere il disagio e prevenire con ogni mezzo anche l'eventuale rischio di recidiva".
vocedinapoli.it, 16 luglio 2020
La vittima, Luigi Rossetti, aveva 40 anni. L'uomo è stato trovato impiccato. Inutile qualsiasi tentativo di soccorso. Il triste annuncio del Garante per i diritti dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello. Ancora un suicidio in carcere per quella che è di fatto una mattanza silente e di Stato. È il quinto suicidio in cella avvenuto in Campania dall'inizio dell'anno.
di Franco Ferrandu
L'Unione Sarda, 16 luglio 2020
Paolo Agri, 30 anni, era stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio. Il pm chiede l'archiviazione, la famiglia si oppone: contenzione superflua. Per la Procura di Sassari la morte di Paolo Agri, legato nel letto del reparto di Psichiatria del Santissima Annunziata, è avvenuta per cause naturali. Un evento imprevedibile che non necessita di ulteriori approfondimenti. L'inchiesta su eventuali responsabilità dei sanitari è quindi da archiviare.
Per la famiglia del 30enne sassarese, deceduto il 3 settembre del 2018 pochi giorni dopo il trasferimento in ospedale con un trattamento sanitario obbligatorio chiesto dal Centro di riabilitazione Santa Sabina di Pattada, la vicenda deve invece essere ancora chiarita. In particolare per quanto riguarda l'uso della cosiddetta contenzione meccanica, dei pazienti psichiatrici.
Paolo Agri sarebbe rimasto legato a mani e piedi al letto, in posizione supina, per più di 16 ore. Un fatto che può aver causato problemi respiratori di tale gravità da portare al decesso. Nei giorni scorsi a Sassari si è svolta un'udienza: da una parte la Procura e dall'altra la famiglia, rappresentata dalle avvocate Maria Teresa Spanu, Anna Ganadu e Antonella Calcaterra.
Quest'ultima, milanese, ha già seguito procedimenti simili. Ada Agri, la madre di Paolo, due giorni dopo la morte del figlio aveva presentato un esposto alla Procura e il sostituto procuratore Paolo Piras, aperto un fascicolo, aveva disposto l'autopsia. Per il perito della Procura, il medico legale Franco Lubinu, si era trattato però di "morte cardiaca improvvisa".
Così, in brevissimo tempo era stata chiesta l'archiviazione dell'inchiesta. La famiglia ha deciso di opporsi. Nella memoria difensiva consegnata al Gip c'è una nuova perizia del medico legale Paolo Gasco. Secondo quest'ultimo l'esame necroscopico non ha evidenziato segnali certi riferibili a una causa cardiaca della morte, ma ha evidenziato segni evidenti di problemi polmonari.
E la lunga contenzione a letto in posizione supina sarebbe stata il fattore principale che ha determinato l'insufficienza respiratoria e quindi l'arresto cardiaco. Non solo: viene respinta la considerazione della Procura secondo cui la contenzione del paziente era giustificata dalla straordinarietà della situazione.
Nell'atto di opposizione alla chiusura indagini viene citata una sentenza del 2018 della Corte di Cassazione, relativa alla morte in condizioni simili dell'insegnante elementare Franco Mastrogiovanni. La Corte ha stabilito che la contenzione meccanica non è un atto medico perché non ha l'effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente.
Serve solo a tutelare il paziente e le persone che sono a contatto con lui. Ma in questo caso, per l'avvocata Antonella Calcaterra, non ci sarebbero state le condizioni. Secondo le testimonianze e il diario clinico Paolo Agri sarebbe rimasto legato dalle 10.30 del mattino fino alle 4.45 del giorno dopo, ora della morte. E alle 17.30, slegato per mezz'ora, non avrebbe dato segnali preoccupanti, tanto che alle 22 non si è resa necessaria la terapia farmacologica. Il Gip Antonello Spanu ha ascoltato le ragioni della famiglia e si è riservato di decidere.
di Simona Musco
Il Dubbio, 16 luglio 2020
La verifica dopo la denuncia della Camera penale. L'Ucpi: "necessario definire una nuova autorevolezza della giurisdizione". La battaglia dei penalisti di Venezia ha prodotto un risultato: l'invio degli ispettori, da parte del ministero della Giustizia, alla Corte di Appello della città lagunare, dove ora dovranno svolgere accertamenti preliminari sui presunti casi di sentenze copia e incolla scritte ancor prima della discussione. Un fatto denunciato dalla Camera penale di Venezia, guidata da Renzo Fogliata, che ha trovato l'appoggio di tutti i penalisti del Veneto e dell'Unione delle Camere penali italiane, che ieri, schierandosi a fianco dei colleghi, ha ribadito la necessità di chiarire quanto accaduto.
Le sentenze "preconfezionate" - Il fatto, stando a quanto denunciato dagli avvocati, è tanto semplice quanto grave: le sentenze di circa sette processi sarebbero state scritte - in due casi in toto, con tanto di intestazione e dispositivo - ancor prima che pm e difese potessero esprimersi in aula. Sentenze, tutte, di rigetto degli appelli con liquidazione delle spese in favore della parte civile già determinate e indicazione del termine di deposito delle motivazioni, nonché relazioni con motivazioni già strutturate per il giudizio di rigetto dell'appello.
Un malinteso, secondo la presidente della Corte d'Appello, dovuto alla prassi di inviare - sulla base di "schemi autorizzati dal Csm e dalla Cassazione" - bozze di ipotesi di decisione, predisposte dal giudice relatore. Spiegazione che non ha convinto l'avvocatura, decisa a fare chiarezza. Tant'è che sulla stampa locale, sottolinea l'Ucpi, "il presidente di Sezione, dottor Citterio, addirittura rivendica paternità e metodo di queste motivazioni precompilate, che non si sottrarrebbero per ciò stesso al ripensamento collegiale, ma contribuirebbero, se condivise, ad implementare l'efficienza produttiva della Corte".
Bonafede invia gli ispettori - Dopo la denuncia della Camera penale, le udienze sono state rinviate al 2021, con la sostituzione del relatore. Ma intanto la macchina ministeriale si è mossa, nel mentre si attendono le decisioni del Csm, al cui Comitato di presidenza i laici Stefano Cavanna (Lega) e Alberto Maria Benedetti (M5S) hanno chiesto l'apertura di una pratica per "effettuare un'approfondita istruttoria" e "conseguentemente, accertare l'eventuale sussistenza di fatti e/o condotte rilevanti nell'ambito delle competenze del Consiglio, nonché al fine di adottare le iniziative meglio ritenute".
Intanto la Giunta dell'Unione stigmatizza il fatto, ritenuto "gravissimo" e meritevole "di nette iniziative sul piano della verifica disciplinare dei comportamenti dei soggetti coinvolti". Puntando il dito contro una parte della magistratura italiana, che avrebbe "evidentemente abbandonato l'essenza codicistica del giudizio di appello, prospettandone - in una visione efficientistica e violatrice dei diritti - una nuova natura di giudizio meramente cartolare, affidato ad un solo componente del Collegio, in violazione dei principi di contraddittorio sulla prova, di oralità e di pubblicità, che secondo il dettato normativo contraddistinguono la seconda fase del procedimento".
L'Ucpi: "È il momento di intervenire sulle garanzie difensive" - Insomma, per i penalisti italiani, la vicenda di Venezia altro non è che l'esempio di un modo di intendere il processo che relega la difesa ai margini, disattendendo il principio del contraddittorio e che vorrebbe "il giudizio di appello affidato ad un Giudice monocratico, ordinariamente camerale e, nelle ipotesi più estreme, l'introduzione del canone della reformatio in peius. Un sistema processuale dunque - afferma la Giunta - che presuppone l'imputato sempre colpevole per come giudicato nell'unico grado di merito, all'esito del quale deve interrompersi anche la prescrizione".
L'ispezione, però, non basta. La richiesta dell'Ucpi è rivolta anche alla magistratura, alla quale chiede di schierarsi e condividere "una riflessione sulle prassi degenerative in grado di appello e sul recupero dell'effettività del secondo giudizio". Ma anche per "definire una nuova autorevolezza della giurisdizione, a partire da riflessioni su modelli, diritti, senso delle decisioni, attraverso interventi sul piano ordinamentale e per l'effettività delle garanzie difensive".
di Paola Calvano
Il Centro, 16 luglio 2020
Il deputato Grippa (M5S) visita la struttura con Smargiassi e interroga il ministro: servono più agenti e personale sanitario. Finisce sulla scrivania del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede la delicata vicenda della Casa lavoro di Vasto.
Al termine di una visita nella struttura, il deputato del M5S Carmela Grippa ha chiesto al guardasigilli più agenti e più personale sanitario. Nella casa lavoro le tensioni e la preoccupazione non accennano a placarsi. Lunedì a Torre Sinello è arrivata la parlamentare del Movimento 5 Stelle, accompagnata dal consigliere regionale Pietro Smargiassi, ha visitato la struttura e incontrato gli operatori.
"Valutata la situazione", dice Grippa, "ho richiesto al ministero più personale e adeguati presidi anti contagio". I malumori all'interno e fuori dal perimetro del carcere di Vasto sono iniziati dopo la decisione delle autorità di istituire a Vasto una sezione quarantena per tutti gli arrestati in Abruzzo. Dura la reazione del Sappe, sindacato di polizia penitenziaria.
Gli agenti hanno dichiarato lo stato di agitazione e proclamato lo sciopero della mensa. Le proteste delle organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria non sono sfuggite a Grippa, che ha deciso di farle arrivate all'attenzione del ministro della Giustizia attraverso una sua interrogazione. Il parlamentare lunedì ha voluto vedere di persona quello che accade a Torre Sinello ed è arrivata a Vasto.
"L'emergenza Covid 19 nel nostro Paese", ha ricordato Grippa, "nonostante i dati che parlano di una situazione in miglioramento, non è del tutto superata. Proprio per questo ho ritenuto opportuno chiedere al guardasigilli attraverso una interrogazione di adottare opportuni provvedimenti, per garantire per tutto il periodo della sussistenza della sezione Covid nell'istituto vastese, l'implementazione di agenti di polizia penitenziaria e di personale sanitario. Sono richieste di buon senso che sono necessarie dopo che ho avuto modo di rendermi conto personalmente della situazione della Casa circondariale durante la una visita ispettiva".
"È importante", insiste il deputato del M5S, "che si agisca nel pieno rispetto e applicazione di ogni prescrizione per contrastare il contagio e che le attività all'interno dell'istituto siano organizzate con la massima accuratezza con lo scopo di prevenire eventuali rischi per l'incolumità degli ospiti e degli addetti ai lavori che operano nella struttura". Durante la visita, la parlamentare ha rinnovato la piena e fattiva collaborazione istituzionale per eventuali criticità che dovessero presentarsi.
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