anconatoday.it, 17 luglio 2020
I sopralluoghi hanno interessato tutti gli istituti penitenziari. Valutazione complessivamente positiva. Nobili chiede la convocazione dell'Osservatorio permanente sulla sanità penitenziaria.
Termina con la visita alla Casa circondariale di Marino del Tronto la fase di monitoraggio avviata dal Garante regionale, Andrea Nobili, subito dopo il lungo periodo di lockdown. Un attento sopralluogo, quello ad Ascoli Piceno, caratterizzato dal confronto con i responsabili dei diversi settori e con una verifica dello stato degli ambienti carcerari.
L'azione di monitoraggio ha interessato tutti gli istituti penitenziari delle Marche, per i quali l'Autorità di garanzia ha chiesto incontri con direttori, comandanti della Polizia penitenziaria, nonché responsabili dell'area sanitaria e delle attività trattamentali. Non sono mancati numerosi colloqui con i detenuti, che sono stati messi in piedi anche per via telematica, vista la complessità del momento e il disagio determinato dall'impossibilità di poter avere contatti diretti con i familiari. Al termine delle visite il Garante ha espresso un primo giudizio positivo sulla situazione generale, soprattutto in relazione alla tenuta delle strutture dal punto di vista sanitario, e alla capacità della Polizia penitenziaria di fronteggiare inevitabili momenti di tensione. "Ma superata questa fase - sottolinea ora Nobili - andranno messi in atto alcuni approfondimenti, che ci consentano di gestire le criticità del quotidiano nel migliore dei modi e di affrontare le nuove emergenze che dovessero presentarsi. Per questo motivo ho già chiesto la convocazione dell'Osservatorio permanente sulla sanità penitenziaria".
Restano in piedi, infatti, i problemi legati alla verifica delle condizioni per i nuovi ingressi e alle patologie che interessano i detenuti attualmente in carcere per i quali il Garante auspica piani d'intervento e di prevenzione. Oltre alla questione strettamente sanitaria, c'è quella del riavvio delle attività trattamentali, con alcune progettualità che sono rimaste ferme negli ultimi mesi e per le quali Nobili ha chiesto più volte una graduale ripartenza, attraverso tutte le disposizioni previste per il distanziamento sociale.
In questa direzione, un primo appuntamento è fissato per il prossimo 23 luglio presso l'istituto di Montacuto di Ancona. La poesia torna nuovamente oltre le sbarre con il progetto "Ora d'aria", previsto nell'ambito del festival internazionale "La Punta della Lingua". Sarà lo scrittore Guido Catalano a confrontarsi con i detenuti, come già fatto in passato attraverso alcune iniziative promosse dal Garante, che hanno permesso di concretizzare interventi educativi e formativi di sensibilizzazione alla lettura, alla scrittura ed allo sviluppo delle potenzialità creative.
"Terminata questa fase di monitoraggio - conclude Nobili - contiamo, comunque, di effettuare ulteriori visite nelle singole strutture a partire già dal mese di agosto per avere un quadro costantemente aggiornato della situazione".
romatoday.it, 17 luglio 2020
Il progetto è stato presentato presso la sede del Consiglio regionale del Lazio dal garante regionale Anastasìa, dal vicepresidente del Consiglio regionale Cangemi e dal provveditore all'amministrazione penitenziaria Cantone. Più sportelli per i diritti dei detenuti nelle carceri del Lazio. Non solo Regina Coeli, Rebibbia Femminile e Cassino ma anche Rieti, Rebibbia Penale, Civitavecchia e Frosinone. Il progetto è stato presentato questa mattina presso la sede del Consiglio regionale del Lazio dal garante regionale Stefano Anastasia, insieme al vicepresidente del Consiglio regionale, Giuseppe Cangemi, e al provveditore all'amministrazione penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise, Carmelo Cantone.
Un progetto "di integrazione tra Garante, Università e associazioni qualificate per il rafforzamento degli strumenti di tutela dei diritti dei detenuti". Da tempo negli Istituti penitenziari del Lazio "sono presenti qualificate esperienze associative per la tutela dei diritti dei detenuti e più di recente si sono andate diffondendo le cosiddette "Cliniche legali penitenziarie", che affiancano un'attività didattica sul campo, offerta agli studenti dei corsi universitari in materie giuridiche, al sostegno informativo ai detenuti" ha spiegato Anastasia.
Il progetto degli sportelli per i diritti promossi dal suo ufficio "vuole mettere in rete le esperienze esistenti e promuoverne dove ancora non ci sono, per estendere e qualificare il sostegno alle persone detenute nel riconoscimento dei diritti garantiti dell'ordinamento penitenziario, dalle leggi e dalle politiche regionali".
Attualmente sono già attivi sportelli nelle carceri di Regina Coeli, Rebibbia Femminile e Cassino "ma non a Rieti, Rebibbia Penale, Civitavecchia e Frosinone" ha aggiunto Anastasia. L'idea è quella di mettere "in rete esperienze vecchie e nuove e consentirà al Garante di avere una presenza continua a qualificata dentro tutti gli istituti penitenziari, valorizzando ciò che università e associazioni già fanno e poterle attivare in altre realtà dove non sono presenti".
Con il bando aperto lo scorso 14 gennaio sono stati affidati all'Università di Cassino, al dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Roma Tre e all'Arci di Viterbo rispettivamente gli sportelli che saranno attivi peso gli istituti penitenziari di Cassino, Frosinone e Paliano, Regina Coeli, Rebibbia Femminile, Rebibbia Penale e Rebibbia III Casa circondariale, Civitavecchia, Rieti e Viterbo. Prossimamente saranno messi a bando gli sportelli per Latina e Velletri. I responsabili, al termine della presentazione, hanno firmato l'accettazione dell'affidamento che durerà un anno e sarà rinnovabile in seguito a una nuova gara pubblica.
Queste strutture svolgeranno un'attività di sostegno ai detenuti che ne faranno richiesta, per la risoluzione delle problematiche individuali, attraverso un'azione di informazione e ausilio nella redazione di istanze a firma propria. Gli sportelli comunicheranno al Garante i casi in cui sia necessario interloquire con i responsabili delle amministrazioni pubbliche o le Autorità competenti nella risoluzione della problematica emersa e dovranno sottoporre tempestivamente al Garante tutte le questioni di natura generale relative all'istituto emerse nel corso dello svolgimento dell'attività, relazionando almeno trimestralmente sullo stato di soddisfazione delle persone detenute in carcere.
"È un grande lavoro rispetto a una sinergia tra istituti, cooperative, volontariato e il mondo che da sempre lavora nelle carceri" ha commentato Cangemi. "Questo progetto diventerà un centro di ascolto oltre che di punto di informazione".
Per il provveditore Cantone "l'impegno siglato oggi è importante perché ruota attorno alla comunicazione. Nelle carceri del Lazio c'è un problema importante di valorizzazione della comunicazione. Quando le persone di sentono dire le cose che li riguardano di terza mano poi scoppiano i problemi, come è accaduto con i fatti dell'8 e il 9 marzo", quando i detenuti hanno appreso della sospensione dei colloqui a causa dell'emergenza Covid senza esserne stati avvisati. "In un paese civile non si fa così", ha aggiunto Cantone. "C'è bisogno di comunicazioni autorevoli e non di notizie di quarta o quinta mano".
Intanto, la presentazione del progetto è stata occasione per parlare di un altro problema nelle carceri del Lazio e, più in generale, in quelle italiane. In particolare nel Lazio al 30 giugno sui 4.579 posti disponibili nei 14 istituti penitenziari del territorio la popolazione detenuta è pari a 5.762 persone, delle quali 2.233 stranieri, e anche con il picco minimo di 5.689 registrato a maggio si era comunque sopra la soglia massima. Tranne le case circondariali di Paliano, Civitavecchia Passerini, Rebibbia, Rebibbia Terza Casa e Frosinone, in tutte le altre ci sono più carcerati che letti effettivamente disponibili.
Con alcuni picchi significativi resi noti dal Garante dei Detenuti del Lazio, Stefano Anastasia: "Sono stato nel carcere di Latina un mese fa e ha un sovraffollamento del doppio della sua capacità. È pensato per 70 detenuti e ce ne sono 150. Due giorni fa sono stato a Regina Coeli ed è di nuovo ai livelli preCovid, ha più di 1000 detenuti quando ne può tenere 600. Immaginate quali condizioni di sicurezza sanitaria possano esserci e anche quelle di prevenzione, come il famoso distanziamento. E in questa situazione è difficile spiegare ai detenuti perché ci sono tutte quelle cautele, ad esempio nei colloqui con i familiari, e poi in cella stanno in 5 o 6.
Dieci giorni fa sono stato a Cassino e in stanze di 16 metri quadrati c'erano 7 persone, quando sono state progettate per 3". Le restrizioni previste per il Covid restano: "I detenuti possono fare i colloqui solo in presenza una volta al mese con il divisorio di plexiglass senza potere neanche tenere per mano la moglie e spesso senza potere vedere i figli, perché il colloquio è consentito a una sola persona". La notizia degli sportelli è stata commentata anche da Marta Bonafoni, capogruppo della Lista Civica Zingaretti: "Un risultato che riconosce la dignità, le possibilità e i diritti e che va a statuire quello che è il senso di uno Stato di diritto, attraverso misure a sostegno della giustizia e dell'equità, che mai dovrebbero essere messe in discussione".
parmadaily.it, 17 luglio 2020
Il problema principale delle carceri emiliano-romagnole è un sovraffollamento in perenne crescita, probabile causa di molte delle altre criticità della vita negli istituti penitenziari lungo la via Emilia. Il dato è emerso dalla relazione annuale svolta oggi da Marcello Marighelli, Garante regionale per le persone ristrette e private della libertà, nel corso dell'audizione nella Commissione Parità presieduta da Federico Alessandro Amico. Marighelli ha tratteggiato una chiara situazione delle carceri emiliano-romagnole e riassunto con dovizia di particolare l'attività del Garante regionale svolta nel 2019.
Un lavoro certosino e puntuale che si è concentrato soprattutto su due temi: la salute in carcere e l'avviamento al lavoro, attività a cui si sono affiancati alcuni convegni pubblici che il Garante ha realizzato coinvolgendo le forze vive della società emiliano-romagnola e i vertici di più istituzioni, a partire dall'Assemblea legislativa regionale.
"È stato difficile concentrarsi sulla relazione per il 2019 nel pieno della pandemia da Coronavirus di quest'anno, ma, visto l'importante lavoro fatto, è giusto renderne conto", spiega Marighelli che auspica un ritorno alla normalità dopo il Covid-19: "Speriamo che si ritorni alla piena attività per quanto riguarda educazione, volontariato, formazione: i segnali positivi in questa direzione- sottolinea- ci sono già".
Scorrendo i numeri resi noti da Marighelli si vede come il numero delle persone recluse sia in crescita: in dodici mesi si è passati dai 3.554 del 2018 ai 3.834 del 2019. Le donne detenute sono 155, mentre gli stranieri sono 1.930.
Le strutture carcerarie ospitano mediamente il 137% di persone in più di quelle che dovrebbero, con la sola eccezione di Castelfranco Emilia dove gli ospiti sono il 37,5% della capienza della struttura. "Nel 2019 sono stati 15 i bambini che sono stati nelle carceri della nostra regione, con una permanenza che è andata da poco meno di una settimana fino, per un caso, a 10 mesi", sottolinea il Garante per il quale "in Emilia-Romagna non è presente alcuna delle strutture individuate dalla legge ed è necessario porre termine ad una situazione che non rispetta i diritti dei bambini e delle madri: sto seguendo da tempo la situazione e con la Garante dell'Infanzia intendo concertare un'iniziativa per realizzare una casa-famiglia protetta che possa ospitare 2 o 3 bambini con le loro madri per brevi periodi".
"Il Coronavirus ha complicato di molte le cose: ci siamo attivati con le altre Istituzioni per fare il possibile per contrastare i contagi e aiutare le persone in questa difficile situazione e ora dovremo affrontare la Fase 2", spiega Marighelli che ricorda come dopo aver provato in più realtà i collegamenti via Skype per assicurare i colloqui dei detenuti con i propri famigliari nel periodo top della pandemia, ora sarà difficile cancellare queste innovazioni tecnologiche per tornare "al telefono a gettone".
La situazione di sovraffollamento, la scarsità di lavoro, la presenza di molti stranieri con poche possibilità di avere un permesso di soggiorno a fine pena, sono probabilmente alla base di un crescente disagio della popolazione detenuta. Sono numerosi gli atti di autolesionismo (1.381 totali, di cui 1.085 compiuti da stranieri), i tentati suicidi (137 totali, di cui 108 compiuti da stranieri) e 4 i suicidi (di cui uno riguarda un detenuto straniero).
In questa cornice complessa, l'attività del Garante è stata netta e puntuale: 100 colloqui (di cui 74 a richiesta e 195 segnalazioni dagli Istituti penali), 36 sono le visite in istituti penitenziari, grande attenzione alle strutture per minori e per chi ha problemi sanitari specifici e per l'Hub di via Mattei (visitato già tre volte dal Garante con la conferma che, dopo le tensioni del decennio scorso, la situazione è in via di stabilizzazione) e il tema dell'avviamento al lavoro per assicurare a chi ritrova la libertà non solo una fonte di reddito, ma quella dignità necessaria per trovare la forza di non ricadere negli stessi errori che hanno contribuito alla reclusione. Di notevole spessore culturale, inoltre, l'attività di studio, convegnistica e le pubblicazioni curate dal Garante e dal suo Ufficio.
di Gabriele Martini
La Stampa, 17 luglio 2020
L'indagine Eurispes. Senza una legge, ora la parola torna ai giudici: Cappato e Welby rischiano 12 anni per aver aiutato Davide Trentini a morire. Tre italiani su quattro sono favorevoli all'eutanasia. È quanto emerge da un'indagine Eurispes, che fotografa lo scollamento tra il paese reale e l'immobilismo della politica sul fine vita.
La "buona morte" - consistente nella somministrazione diretta di un farmaco letale al paziente - è una pratica ancora oggi illegale in Italia. Tuttavia ben il 75,2% degli intervistati si è espresso favorevolmente, attestando una forte ascesa del consenso negli ultimi cinque anni (la percentuale era del 55,2% di favorevoli nel 2015).
La sensibilità degli italiani riguardo al tema sembra confermare un cambiamento degli orientamenti che si sta facendo strada nel nostro Paese, in linea con la posizione di altri Stati europei. Basti pensare alla svolta della Francia, dove l'eutanasia a domicilio sarà alla portata di tutti mediante la somministrazione di sedativi - ad opera degli stessi medici di base - che inducono il paziente in uno stato di sonno catatonico finché la morte non sopraggiunge.
I numeri parlano chiaro e raccontano l'erosione di tabù culturali che per anni hanno caratterizzato la nostra società. Nel 2020, con sei punti percentuali in più rispetto al 2019, il 73,8% dei cittadini intervistati si dice favorevole al testamento biologico, vale a dire quella norma che permette di redigere anticipatamente un documento con valore legale nel quale viene stabilito a quali esami, scelte terapeutiche o singoli trattamenti sanitari dare o non dare il proprio consenso nel caso di una futura incapacità a decidere o a comunicare. E anche sul suicido assistito, sebbene la maggioranza degli italiani rimanga contraria, si registra una sempre maggior apertura.
"Che i cittadini italiani siano più aperti del ceto politico sui temi delle libertà civili non è una novità", commenta Marco Cappato. Che mette in guardia: "Ciò che accade su eutanasia e fine vita dovrebbe però destare particolare allarme per la condizione di marginalità nella quale versa il Parlamento italiano". "È facile ipotizzare che in un prossimo futuro si moltiplicheranno i casi nei quali la medicina sarà in grado di rinviare il momento estremo del malato terminale. Di conseguenza è importante, per il bene della società e il rispetto dei valori che ne sono alla base, trovare quanto prima una posizione normativa che possa soddisfare le diverse istanze", spiega Gian Maria Fara, presidente Eurispes.
Ma la classe politica italiana continua a eludere il problema. L'ultimatum della Corte Costituzionale rivolto al Parlamento nella vicenda di Dj Fabo è caduto nel vuoto. Nell'ottobre 2018 la Consulta invitò i partiti ad approvare una nuova legge, cosa che puntualmente non è accaduta. E così ora la parola torna ai giudici. Il 27 luglio sarà il Tribunale di Massa, nel silenzio della politica, a decidere se ampliare ulteriormente il diritto al suicidio assistito.
La vicenda è quella di Davide Trentini, malato di sclerosi multipla, che nell'aprile del 2017 decise di metter fine a quelle che lui stesso definiva "insopportabili sofferenze". La differenza con il caso di Dj Fabo è cruciale: il 53enne toscano non era tenuto in vita da macchinari. Sul banco degli imputati siedono Marco Lappato e Mina Welby, che accompagnarono Trentini a morire in una clinica svizzera.
Rischiano fino 12 anni di carcere. In rete esiste un video che immortala Trentini sdraiato su un letto poche ore prima di morire. Spiega la sua scelta, guarda dritto in camera mentre si contorce dal dolore: "Auguro a tutti tanta serenità. E adesso, buonanotte". Poi accenna a un sorriso.
immediato.net, 17 luglio 2020
L'iniziativa realizzata da Csv Foggia e Fondazione dei Monti Uniti. Visita alla cella storica in cui fu detenuto Giuseppe Di Vittorio. "I libri hanno le ali" è approdato nella Casa Circondariale di Lucera. Un nuovo tassello per l'iniziativa destinata alla promozione della lettura in contesti fragili, frutto dell'impegno della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia, con la collaborazione del Csv Foggia.
Mercoledì scorso la donazione ha riguardato proprio il carcere di Lucera dove Pasquale Marchese, presidente del Csv Foggia; Roberto Lavanna, membro del consiglio di amministrazione della Fondazione e Annalisa Graziano, responsabile dell'area "volontariato e giustizia" del Csv, hanno consegnato al funzionario pedagogico Simona Salatto, al comandante Daniela Raffaella Occhionero e all'assistente capo Raffaele Prencipe, in rappresentanza del corpo di Polizia Penitenziaria, romanzi, saggi, fumetti e testi in lingua straniera, così come indicato proprio dall'area trattamentale dell'Istituto.
All'iniziativa, accolta con entusiasmo dal direttore Patrizia Andrianello, seguiranno progetti di educazione alla lettura ed altre attività di tipo trattamentale anche grazie all'Avviso straordinario pubblicato dal Csv Foggia per promuovere e sostenere progetti di volontariato.
"Si tratta di una delle iniziative - spiega il presidente del Csv Foggia, Pasquale Marchese - messe in campo dalla Fondazione dei Monti Uniti e dal Csv per perseguire l'obiettivo di valorizzazione del volontariato penitenziario. Il fine è quello di promuovere l'impegno dei volontari, contribuire al progresso civile e alla finalità rieducativa dell'esecuzione della pena e fornire, proprio attraverso l'associazionismo, un supporto concreto alla popolazione detenuta, con particolare attenzione ai ristretti con scarsi riferimenti familiari e affettivi.
Proprio per andare incontro agli enti del terzo settore che, negli ultimi mesi sono stati particolarmente impegnati a causa dell'emergenza sanitaria, abbiamo deciso - d'accordo con la casa circondariale - di prorogare il termine di scadenza per presentare le proposte al 23 agosto prossimo, in modo da lasciare un po' di tempo in più per la progettazione".
L'incontro è proseguito con una visita presso la cella storica in cui fu detenuto, nel 1921 e nel 1941 per diversi mesi, Giuseppe Di Vittorio, cerignolano, parlamentare antifascista, padre costituente della Repubblica, sindacalista fondatore della Cgil. Sulla porta della piccola, angusta stanza ancora con la finestra a 'bocca di lupo', è stata affissa una targa, per non dimenticare: "In questa cella fu ristretto Giuseppe Di Vittorio".
La Repubblica, 17 luglio 2020
Arriva da Agrigento, dove ha gestito negli ultimi due anni il carcere Petrusa, il nuovo direttore dell'istituto penitenziario di Parma. Nei prossimi giorni è attesa l'ufficializzazione dell'incarico al catanese Valerio Pappalardo. Il nuovo direttore si troverà a gestire subito la spinosa questione del nuovo padiglione previsto in via Burla. Vicenda che ha trovato il forte malcontento delle rappresentanze sindacali degli agenti penitenziari.
friulisera.it, 17 luglio 2020
Il dubbio è che gli siano state somministrate dosi di psicofarmaci. Dramma del migrante albanese trovato morto all'interno del Cpr di Gradisca d'Isonzo: ancora da accertare le cause del decesso. Tra le ipotesi, la pista che porta a un abuso di farmaci, ma solo l'autopsia e gli esami tossicologici potranno dare una conferma a questa ipotesi che aprirebbe scenari in ogni caso inquietanti.
Nella struttura detentiva, perché in realtà questo è, ieri il clima è stato particolarmente teso con una protesta da parte dei migranti ospitati nella struttura che hanno bruciato materassi e suppellettili dando sfogo alla frustrazione nel vedere ancora una volta uno di loro uscire in un sacco per cadaveri.
Intanto la garante del comune di Gradisca delle persone private della libertà personale Corbatto ha chiesto con urgenza di entrare nel Cpr mentre la sindaca Tomasinsig ha chiesto che la magistratura stabilisca con celerità la verità su questo decesso, solo con la verità infatti si potrà ristabilire un clima accettabile nella struttura che in questi giorni è praticamente al massimo della capienza stabilità di 80 detenuti che vale la pena ricordare sono soggetti in attesa di rimpatrio perché migranti irregolari ma nella maggior parte dei casi non pericolosi delinquenti, senza contare che l'emergenza sanitaria rende il clima ancora più teso.
Intanto dal comitato "Assemblea No Cpr, No Frontiere" dicono di avere informazioni provenienti dall'interno del centro relativa a questa ennesima morte dietro le sbarre e hanno emesso un comunicato dal titolo quello che sappiamo del ragazzo morto a Gradisca: "Martedì, nel Cpr di Gradisca, un ragazzo di 28 anni è morto. Quello stesso pomeriggio, siamo stati sotto quelle mura, eravamo circa sessanta. Volevamo parlare con chi sta chiuso dentro, per fargli sentire che sapevamo che uno di loro era morto ed eravamo solidali, e per sapere com'era andata, secondo loro.
Gridando da una parte all'altra del muro, ci hanno detto che il ragazzo che è morto era stato imbottito di medicinali; tra gli altri, aveva assunto sicuramente il Rivotril - una benzodiazepina ad alta potenza con ansiolitiche, sedative, antiepilettiche - che viene spesso somministrato ai reclusi". In sostanza una accusa pesante che se provata da riscontri tossicologici potrebbe rivelare bruttissimi scenari. Lo stesso comitato No Cpr parla infatti di abuso di psicofarmaci come di una costante nei centri di internamento: le persone li assumono per evadere da quel quotidiano senza speranza e/o come sostitutivi legali di altre sostanze. Tuttavia, aggiungono, chi prescrive gli psicofarmaci ha una responsabilità clinica precisa: se veramente il ragazzo fosse morto per overdose di psicofarmaci, i responsabili diretti della sua morte sono nel Cpr.
Dura presa di posizione di Rifondazione Comunista sull'episodio per bocca di Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea e Luigi Bon, per la segreteria provinciale della Federazione di Gorizia: "Il Centro Permanente per i Rimpatri di Gradisca d'Isonzo, si legge in una nota, è stato ancora una volta teatro di una morte annunciata.
Un ragazzo albanese, in quarantena per emergenza Covid-19 è stato trovato morto nella sua cella mentre un altro, proveniente dal Marocco, finiva in terapia intensiva.
Non si conoscono ancora le cause specifiche ma a Gradisca d'Isonzo da sempre si muore di detenzione, l'ultima vittima risale al gennaio scorso e continue sono le rivolte, i tentativi di fuga, gli atti di autolesionismo. Oggi si può restare rinchiusi in queste galere fino a sei mesi senza aver commesso alcun reato e il governo promette, con la "riforma" dei decreti Salvini di ridurre i tempi. Ma come diciamo ormai inascoltati da ventidue anni queste strutture, che negli anni hanno spesso cambiato nome, sono illegali, incostituzionali, razziste, inutili e persino costose.
Sono l'emblema del fallimento delle politiche migratorie europee. Che si faccia come si sta facendo in Spagna e Portogallo, che le si chiuda costruendo percorsi di regolarizzazione per chi cerca un futuro. E si usino quei soldi per affrontare le tante emergenze di chi è colpito dalla crisi non per rafforzare un perverso sistema repressivo".
Il Mattino, 17 luglio 2020
In 24 ore ci sono stati due suicidi nelle carceri campane, portando a 6 le vittime da inizio anno. Lo affermano, in una nota, il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello e quello di Napoli Pietro Ioia. L'altro ieri - informano - si è tolto la vita Luigi Rossetti di 40 anni, ristretto a Santa Maria Capua Vetere. Stamattina, a Napoli-Poggioreale, a compiere l'insano gesto è stato Alfonso Fresca, di 39 anni.
"Anche se i suicidi sono ascrivibili a diverse motivazioni, il carcere continua ad uccidere", affermano i garanti che chiedono al provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria e al responsabile dell'Osservatorio Regionale della Sanità Penitenziaria un incontro urgente tra più soggetti coinvolti nel mondo penitenziario "per evitare che in questo periodo la solitudine e il vuoto trattamentale uccidano più di una pandemia". Lo stop a risocializzazione, volontariato, al reinserimento e la diminuzione dei contatti con gli affetti "ha prodotto un evidente senso di abbandono e arrendevolezza".
"Sale a 29 - si legge ancora nel comunicato dei due garanti - il numero dei detenuti che su tutto il territorio nazionale si sono tolti la vita da inizio dell'anno, di cui 6 solo in Campania. Negli istituti di pena si continua a morire per suicidio 13,5 volte di più che all'esterno del carcere. Il numero di detenuti nelle carceri italiane è sceso del 13,9%, arginare il problema del sovraffollamento dunque non basta a contrastare il malessere della vita in carcere.
Ciambriello e Ioia propongono "l'incremento delle figure sociali nelle carceri, l'attuazione di progetti rieducativi e umanizzanti: i detenuti non sanno cosa fare; bisogna incrementare le attività culturali, ricreative, formative, attuandole anche nelle fasce pomeridiane. L'incremento da parte delle Direzioni Penitenziarie e del Provveditorato di più risorse economiche nei progetti d'istituto che riguardino tali attività.
La creazione, incominciando da Poggioreale, di più articolazioni psichiatriche che consentano maggiori cure a coloro che soffrono di patologie psichiche, dentro le carceri. La creazione di un'altra Rems o luogo similare che accolgano i detenuti che giacciono da prigionieri nelle carceri in attesa. Si può prendere in considerazione la vecchia proposta di creare presso il Gesù e Maria di Napoli un'esperienza analoga. Infine un appello al mondo del volontariato e del terzo settore: In questo periodo non lasci solo i detenuti".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 luglio 2020
Il ministro degli Esteri in Commissione: no al ritiro dell'ambasciatore, no al blocco delle armi italiane. La vendita delle fregate Fremm "non è un favore dell'Italia all'Egitto" È vero il contrario
L'audizione del ministro Di Maio in Commissione parlamentare. Per ottenere dalle autorità egiziane giustizia sulla morte del ricercatore friulano Giulio Regeni, il governo italiano sta "facendo il massimo".
Di più non si può. Richiamare il nostro ambasciatore dal Cairo? "Non è necessario", anzi. Interrompere la vendita di armi italiane al dittatore Al Sisi? "Non inficia la ricerca della verità", non è una "leva" adatta all'uopo, e soprattutto se si usa questa procedura per l'Egitto poi "dovremmo fare lo stesso con tutti gli altri Paesi del mondo" in cui non si rispettano i diritti umani.
Bisogna riconoscere al ministro degli Esteri Luigi Di Maio di essere stato molto più schietto del premier Conte, nel raccontare come stanno realmente le cose. Dal punto di vista di chi siede a Palazzo Chigi, naturalmente. In soldoni, il governo ha le armi spuntate con il regime egiziano, ha di fatto spiegato ieri l'attuale inquilino della Farnesina davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Regeni presieduta da Erasmo Palazzotto (Sel) e rispondendo alle domande dei componenti. Non a tutte però: al deputato di Forza Italia Bettarin che gli chiedeva se il governo fosse disposto in ultima istanza almeno a ricorrere alla Corte internazionale dell'Aja, visto che l'Egitto ha comunque firmato la convenzione internazionale multilaterale sulla cooperazione giudiziaria, l'esponente pentastellato non ha risposto.
Per un tempo che pareva infinito, Di Maio ha rimesso in fila la lunga serie di scambi epistolari, telefonate, incontri al vertice e tra gli "sherpa", tra politici e tra procure, richieste e rassicurazioni, dichiarazioni di intenti, ultimatum, pen-ultimatum, rotture e tentativi vari di ottenere almeno legittimazione e rispetto per le autorità italiane in suolo egiziano. Eppure, ha assicurato, c'è sempre stato un "fortissimo impegno degli esecutivi di cui ho fatto parte, con un'azione continua e insistente" per far emergere la verità. Ma chi si aspettava almeno una presa d'atto di fallimento è rimasto deluso: Di Maio si è di nuovo unito al dolore della famiglia Regeni, che combatte instancabilmente da quando nel febbraio 2016 il giovane ricercatore è stato rinvenuto cadavere orrendamente torturato e mutilato sulla strada tra Alessandria e Il Cairo.
"Ogni loro critica è legittima e comprensibile e deve essere una spinta per noi". Ma, ha aggiunto, "quando nel settembre scorso sono arrivato alla Farnesina era un anno che le procure non avevano più contatti. Con enorme difficoltà e con la pandemia di mezzo abbiamo fatto riprendere i contatti tra le procure e crediamo che l'azione del corpo diplomatico stia producendo questo processo, che non è nato dal nulla". Ecco perché, ha chiarito definitivamente l'esponente 5S, "è fuorviante credere che avere un nostro ambasciatore al Cairo significhi non perseguire la verità e viceversa è fuorviante pensare che ritirarlo sia necessario per arrivare alla verità". L'ambasciatore Cantiani, ha assicurato il ministro, "si sta occupando di Patrick Zaky" e dei "suoi diritti fondamentali, sollecitando anche il coinvolgimento dei partner europei".
A nulla è servito ricordargli, come ha fatto il deputato di +Europa Riccardo Magi, che già nell'agosto 2018, dopo un incontro con Al Sisi come ministro dello Sviluppo economico (quell'anno andarono anche Salvini, Moavero e Conte), Di Maio aveva annunciato "sviluppi positivi entro l'anno" sulle indagini, riferendo anche la frase-shock del presidente egiziano: "Giulio è uno di noi". Di Maio si giustifica dicendo che in effetti le relazioni con l'Egitto sono "fortemente limitate" da allora, la cooperazione economica è "depotenziata" e gli incontri al vertice non più proficui come prima.
Eppure le armi italiane continuano ad essere vendute all'esercito di Al Sisi. "Sì, ma non credo che infici la ricerca della verità", né che interromperne il mercato "possa essere una leva per ottenerla". In particolare sulla vendita delle fregate Fremm e dei velivoli Leonardo, Di Maio riferisce, come ha fatto anche il ministro dei Rapporti con il Parlamento D'Incà rispondendo a un'interrogazione di Leu, che "il governo si è limitato al momento a dare l'autorizzazione alle trattative", il che "non conferisce automaticamente il diritto di ottenere l'autorizzazione all'esportazione", che sarà valutata dopo la firma del contratto. In ogni caso, ha scandito il ministro per chi avesse mai avuto dubbi, "la vendita delle nostre armi non è un favore dell'Italia all'Egitto".
A questo punto, non rimane che attendere. "Il prossimo obiettivo è far incontrare dal vivo i magistrati italiani e quelli egiziani". Perché il governo, su questo è stato chiaro, può solo "assistere l'operato dei nostri inquirenti". "Abbiamo profonda fiducia che i nostri inquirenti siano in grado di far progredire questa inchiesta". Se non ci riescono loro, non ci riesce nessuno, sembra dire. Perché sia chiaro: sul pugno duro di Al Sisi l'Italia ci conta.
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 17 luglio 2020
Fra le pessime notizie degli ultimi giorni spicca l'uccisione di Daniel Lewis Lee avvenuta alle 8.07 di martedì mattina negli Stati Uniti provocata da un'iniezione letale. Si è trattato della prima condanna a morte a livello federale eseguita da 17 anni a questa parte, per ordine Ministro della Giustizia Usa William Barr, fedelissimo di Donald Trump. Pare che altre tre la seguiranno presto.
Negli Stati Uniti la pena di morte ha una storia complessa. E non potrebbe essere diversamente, dato che si tratta dell'unico stato democratico nel quale essa sia ancora ammessa, anche se esiste un forte movimento contrario che è riuscito nel passato a farla abolire a livello federale, per il quale è tornata però legale dal 1988, e a impedire l'esecuzione di molte delle condanne comminate. Fra il 1988 e il 2018,78 persone hanno ricevuto una condanna a morte a livello federale, ma soltanto 3 di esse sono state eseguite.
La decisione di procedere con le uccisioni, nel complesso sistema giudiziario statunitense, è di ambito politico. Lee è morto, continuando a proclamarsi innocente riguardo a un'accusa formulata ventiquattro anni fa, perché il ministro Barr ha ordinato al Bureau of Prisons di procedere con l'esecuzione di "detenuti nel braccio della morte condannati per l'omicidio, la tortura o lo stupro delle persone più vulnerabili della società: bambini e anziani".
La pena di morte corrisponde a una concezione dell'uomo primitiva. Si colloca indietro nel tempo, in epoche nelle quali non si era ancora sviluppato un umanesimo maturo, in grado di considerare l'essere umano nella sua complessità. Uccidere è proibito da tutte le grandi religioni, per aggirare il divieto in occasione delle guerre si sono inventate costruzioni logiche forzate, per l'omicidio giudiziario si è scavato nel passato, in contesti nei quali le scritture sacre accoglievano sensibilità diffuse che mascheravano la trasparente chiarezza del quinto comandamento: non uccidere. Il divieto si fa più stringente per chi non crede in un al di là, per chi è convinto, o rassegnato, a una vita tutta terrena, circoscritta nella materia.
Uccidere diventa allora talmente definitivo da essere escluso. Per ogni uomo e ogni donna che muore scompare un universo. Dietro alla pena di morte non si pone un desiderio di giustizia, ma di vendetta, realtà terribile che inquina molti dei ragionamenti che si fanno attorno al diritto penale, la cui sola funzione dovrebbe essere la riduzione al minimo delle infrazioni alle regole della convivenza, ma al quale si chiede spesso di soddisfare aspettative diverse. Di riportare indietro il tempo.
Il trasferimento della potestà giuridica a un'autorità terza, a qualcuno che non è stato ferito nei sentimenti o negli interessi da ciò che è avvenuto, non garantisce solo l'accusato da una vendetta frettolosa. Serve a proteggere l'intera comunità dal dilagare di sentimenti aggressivi, dal desiderio di trovare un colpevole che funga comunque da capro espiatorio, che riceva una punizione tale da considerare chiusa una vicenda dolorosa.
Per questa ragione l'uso che viene fatto dall'amministrazione americana della pena di morte come mezzo per la ricerca di un consenso che il Covid-19 ha in parte cancellato presenta dei lati molto inquietanti. Lo strumento creato per impedire vendette o imposizioni sommarie di pene perde la funzione per la quale è nato e si degrada, l'uccisione di un uomo assume in pieno il carattere dell'omicidio; le ragioni giudiziarie per le quali esso viene commesso sono cancellate da quelle reali, inammissibili. Il sistema della giustizia statunitense esercita su di noi, che siamo anche pubblico televisivo, una potente fascinazione, per alcuni aspetti di efficienza e di chiarezza dei ruoli senz'altro giustificata. Non altrettanto si deve dire per le concessioni che esso fa al sentire comune, che sappiamo essere troppo sensibile all'immediato e troppo fiducioso nelle possibilità della repressione, quando le nostre società avanzate hanno soprattutto bisogno di conciliazione.
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