Il Sole 24 Ore, 20 luglio 2020
Mezzi di impugnazione - Revisione - Natura e funzione dell'istituto - Casi - Nuove prove - Requisiti. L'istituto della revisione non si configura come un'impugnazione tardiva che permette di dedurre in ogni tempo ciò che nel processo, definitivamente concluso, non è stato rilevato o non è stato dedotto, o addirittura propugna una diversa valutazione delle prove raccolte, ma costituisce un mezzo straordinario di impugnazione che consente, nei casi tassativi, di rimuovere gli effetti della cosa giudicata, dando priorità alle esigenze di giustizia rispetto a quelle di certezza dei rapporti giuridici. Di conseguenza, la risoluzione del giudicato non può avere come presupposto una diversa valutazione del dedotto o un'inedita disamina del deducibile (il giudicato copre entrambi), bensì l'emergenza di nuovi elementi estranei e diversi da quelli definiti nel processo, e allorché tali nuove prove consistano in dichiarazioni testimoniali, esse debbono avere la forza di ribaltare il costrutto accusatorio.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 3 luglio 2020 n. 19996.
Impugnazioni - Revisione - In genere - Giudizio rescissorio - Decisione di rigetto - Motivazione - Contenuti - Fattispecie. In tema di revisione, il giudice della cd. fase rescissoria ha l'obbligo di fornire adeguata giustificazione logica dell'esame delle risultanze processuali e, in caso di rigetto, deve indicare i motivi per i quali le "prove nuove" dedotte nel giudizio sono inidonee a incrinare il quadro probatorio posto alla base della sentenza di condanna. (In applicazione del principio, la Corte ha annullato la decisione del giudice territoriale che aveva affermato apoditticamente la possibile, e non verificata, falsità o non riferibilità al ricorrente della documentazione sanitaria fornita per comprovare il ricovero del ricorrente in Albania nel giorno in cui veniva commesso, in territorio italiano, l'omicidio per il quale era stato condannato).
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 24 ottobre 2019 n. 43565.
Impugnazioni - Revisione - Casi - Prove nuove - Dichiarazioni testimoniali - Requisiti. In tema di giudizio di revisione, anche nella fase rescindente, sebbene ai limitati fini della formulazione di un giudizio astratto, le dichiarazioni testimoniali, dedotte quali nuove prove, devono risultare idonee, nella comparazione con quelle già raccolte nel giudizio di cognizione, a ribaltare il costrutto accusatorio.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 9 aprile 2019 n. 15652.
Impugnazioni - Revisione - In genere - Revisione - Criteri di valutazione delle prove nuove - Valutazione unitaria e globale - Riconsiderazione del complessivo giudizio probatorio - Necessità. In tema di revisione, la comparazione fra le prove nuove e quelle sulle quali si fonda la condanna irrevocabile non richiede solo il confronto di ogni singola prova nuova, isolatamente considerata, con quelle già esaminate, occorrendo, altresì, una valutazione unitaria e globale della loro attitudine dimostrativa, da sole o congiunte a quelle del precedente giudizio, rispetto al risultato finale del proscioglimento; ne consegue che il rapporto tra prove pregresse e prove introdotte in sede di revisione deve essere espresso in termini di "riconsiderazione", valorizzando la funzione dinamica del complessivo giudizio probatorio conseguente all'introduzione del "novum".
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 15 febbraio 2019 n. 7217.
Impugnazioni - Revisione - Limiti - Fase rescindente - Valutazione delle nuove prove - Comparazione con quelle raccolte nel giudizio di cognizione - Necessità. In tema di revisione, anche nella fase rescindente le nuove prove dedotte, sebbene ai limitati fini della formulazione di un giudizio astratto, devono essere comparate con quelle già raccolte nel normale giudizio di cognizione per giungere, in una prospettiva complessiva, a una valutazione sulla loro effettiva attitudine a far dichiarare il proscioglimento o l'assoluzione dell'istante.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 28 settembre 2007 n. 35697.
di Luigi Ippolito
Corriere della Sera, 20 luglio 2020
Il governo britannico è in rotta di collisione con quello cinese dopo aver offerto la cittadinanza a milioni di residenti di Hong Kong e aver escluso Huawei dallo sviluppo della rete 5G. Sono immagini agghiaccianti. Riprese da un drone nello Xinjiang, la provincia musulmana occidentale cinese, mostrano decine, forse centinaia di uiguri (la minoranza locale) bendati e ammanettati, sorvegliati in ginocchio dagli agenti di Pechino, che aspettano di essere condotti a bordo di treni. Un video che ha fatto il giro del web e che ha provocato un nuovo scontro diplomatico fra Gran Bretagna e Cina: violazioni dei diritti umani "grossolane ed eclatanti", le ha definite il ministro degli Esteri di Londra, Dominic Raab, che ha fatto anche riferimento ai racconti di sterilizzazioni forzate delle donne uigure e non ha escluso sanzioni contro i responsabili.
Il governo britannico è già entrato in rotta di collisione con quello cinese dopo aver offerto la cittadinanza a milioni di residenti di Hong Kong, minacciati dalla stretta repressiva di Pechino, e aver deciso di escludere la cinese Huawei dallo sviluppo della propria rete di telecomunicazioni 5G: e quest'ultima uscita sugli uiguri si allinea alla nuova diplomazia post-Brexit, alla quale Londra ha deciso di dare una sterzata verso la difesa dei diritti umani nel mondo, tanto da imporre due settimane fa sanzioni unilaterali contro russi, sauditi, birmani e nordcoreani.
I cinesi non sono però rimasti a guardare: l'ambasciatore di Pechino è andato ieri alla Bbcper definire "false" le accuse: "Non so cosa siano quelle immagini, non ci sono campi di concentramento nello Xinjiang", ha sostenuto. E ha minacciato anche una "risposta risoluta" in caso di sanzioni anti-cinesi. Ma in realtà si ritiene che siano un milione gli uiguri detenuti in quelli che la Cina definisce semplicemente "campi di rieducazione" dal terrorismo.
di Veronica Grazioli
exibart.com, 20 luglio 2020
Il MoMA PS1 presenta "Marking Time", una mostra di opere realizzate dai detenuti, per denunciare lo stato di oppressione delle carceri statunitensi. Dopo le proteste del mondo dell'arte contro la filantropia tossica del suo board, il MoMA PS1 prova a risollevare la propria immagine con "Marking Time: Art in the Age of Mass Incarceration", un progetto socialmente impegnato e di alto impatto, che presenterà una serie di opere d'arte realizzate dai detenuti statunitensi.
La mostra vuole inquadrare e raccontare tutte le questioni legate alla repressione, alla prigionia, all'isolamento e alla conseguente disumanizzazione che i carcerati vivono quotidianamente, per denunciare ingiustizie razziali, economiche e sociali proprie del sistema penitenziario americano.
"In America ci sono oltre due milioni di persone dietro le sbarre", scrive la curatrice Nicole R. Fleetwood, "Le prigioni sono una voce fondamentale per l'arte e la cultura contemporanea".
Fleetwood, docente di storia e storia dell'arte alla Rutgers University, in Marking Time, saggio recentemente pubblicato e omonimo della mostra, sottolinea come i detenuti siano esposti a livelli scioccanti di privazioni e abusi e siano sottoposti alla crudeltà del sistema di giustizia penale. Tuttavia, è bene mostrare anche che le carceri statunitensi sono luoghi in cui l'arte prolifera. Rilevante è la collaborazione del museo con la Rutgers University e con organizzazioni e attivisti anti-prison che hanno curato un progetto che esamina le condizioni delle prigioni di Long Island City, Astoria e del Queens.
Lavorando con scarse risorse e nelle condizioni più complesse - incluso il confinamento solitario - questi detenuti rispondo alla brutalità e alla depravazione che le carceri generano. Le opere esposte riflettono le esperienze personali degli artisti-reclusi, mettendo in luce i vincoli concreti e materiali della creazione artistica. A guidare il lavoro degli artisti è l'analisi della quotidianità: tempo, spazio, materia fisica. Gli artisti mappano, visualizzano, rendono materialmente visibile l'impatto del sistema detentivo e le dimensioni della vita in carcere. Vi è un'acuta spinta verso nuove visioni estetiche della quotidianità ottenute attraverso una sperimentazione materiale e formale.
Mentre i movimenti attivisti cercano di trasformare il sistema di giustizia penale, l'arte fornisce agli incarcerati una voce politica forte. Le opere si configurano come catalizzatori che denunciano ingiustizie sociali, economiche e razziali che sono alla base della punizione americana. "Marking Time: Art in the Age of Mass Incarceration" mostrerà anche opere realizzate da artisti usciti dalle prigioni, offrendo diverse prospettive sulla vita al di fuori delle condizioni carcerarie.
Tra gli artisti, Mary Enoch Elizabeth Baxter alias Isis Tha Savior, Sara Bennett, Conor Broderick, Keith Calhoun, Russell Craig, Amber Daniel, Fiori Halim, Nereida García-Ferraz, Maria Gaspar, Dean Gillispie, GisMo (Jessica Gispert e Crystal Pearl Molinary), Ronnie Goodman. Ad accompagnare la mostra, una serie di eventi collaterali, laboratori didattici e workshop, organizzati da un collettivo composto da attivisti, educatori, attivisti e accademici.
Il Dubbio, 19 luglio 2020
Previste 5mila assunzioni e interventi per la digitalizzazione dei processi. Messi in campo 55 miliardi di euro. Ma l'Uspp protesta: "un flop, mancano ancora 17mila agenti penitenziari a fronte dei 54mila previsti". Venti milioni di euro per il 2020 per gli avvocati che hanno prestato assistenza legale con il patrocinio a spese dello Stato, da destinare alla corresponsione "dei crediti maturati e non pagati relativi alle predette prestazioni professionali, in riferimento agli anni pregressi".
di Attilio Bolzoni
La Repubblica, 19 luglio 2020
È una provocazione contro quell'antimafia in posa perenne, ma è anche un invito a non guardare più indietro agitando le foto dei magistrati uccisi come santini, è un appello contro l'ipocrisia delle celebrazioni e le messe in suffragio degli "eroi". A cominciare da suo padre, Pippo Fava, giornalista, sceneggiatore, drammaturgo e pittore, ucciso dai boss a Catania il 5 gennaio 1984.
E il figlio Claudio, che è il presidente della commissione antimafia siciliana, ha scelto la vigilia di un giorno molto particolare - il 19 luglio di ventotto anni fa Cosa Nostra assassinava il procuratore Paolo Borsellino - per lanciare un grido contro un conformismo che sta suicidando l'antimafia italiana. "Libera nos" è il titolo di un post su Facebook e ripreso dai siti dove Fava scrive: "Seppelliamo i morti, una volta per tutte. E togliamoci il lutto, per piacere.
E affrontiamo la vita". Un messaggio contro le "ricorrenze" che in questi ultimi anni sono state occasione di passerelle oscene per un'antimafia non sempre genuina e disinteressata, un richiamo alla sobrietà ("Liberaci dall'antimafia stampata sui biglietti da visita... giornalisti anti-mafiosi, sindaci anti-mafiosi, giudici anti-mafiosi"), un'esortazione a "stare dentro la vita" e costruire giorno per giorno - e non solo nelle date ufficiali degli anniversari - un percorso alla ricerca di una verità che non sia per forza con la V maiuscola.
Quella di Claudio Fava è una rottura profonda contro un mondo che si è sempre più rifugiato nella retorica e che ha smarrito il suo spirito originario, che non è riuscito a cogliere i mutamenti mafiosi dopo le stragi de11992 e che si è rivelato incapace di riconoscere un nemico che ha cambiato pelle. Naturalmente sono arrivate le polemiche e anche qualche insulto. Come da copione.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 19 luglio 2020
L'ex presidente dell'Anm anticipa, a Radio Radicale, la linea difensiva di martedì 21 luglio quando sarà giudicato dalla sezione disciplinare del Csm. "C'è un sistema di proprietà all'interno della magistratura, le correnti sono proprietarie della magistratura. È un sistema superato? È un sistema che indubbiamente penalizza chi è esterno". Ora però "le vicende che sono emerse, che vedo con dolore legate al mio nome, hanno segnato un punto di non ritorno" per quel sistema.
Il Dubbio, 19 luglio 2020
L'ex presidente dell'Anm a Radio Radicale: "È arrivato il momento di pensare a chi con quel sistema non c'entra". "I fatti di cui sono incolpato non si sono verificati". A dirlo è l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, intervenuto questa mattina a Radio Radicale. "I testi che indico sono funzionali alle incolpazioni che mi sono state formulate e ognuno di loro può dimostrare quello che realmente è accaduto".
di Gabriele Esposito
Il Riformista, 19 luglio 2020
Il decreto Semplificazioni ha riformato il delitto di abuso d'ufficio sostituendo, alla generica "violazione di norme di legge o regolamento", la formula più nitida "di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità". Così si è innescato l'ennesimo dibattito intorno a una delle figure di reato più controverse e discusse. Dall'antica formulazione del codice Rocco sino a quella attuale (provvisoria, in quanto soggetta a conversione in legge ed eventualmente emendabile) i numerosissimi interventi, giurisprudenziali, dottrinali e politici, ruotano in particolare intorno al tema della "discrezionalità" della pubblica amministrazione "assoggettata" a quella del sindacato giurisdizionale.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 19 luglio 2020
La partita sulla giustizia si sta disputando in un acquitrino mefitico. Non che prima i giocatori brillassero di far play o che il campo fosse immune da buche e trabocchetti. Anzi. Dal caso Tortora in poi - da oltre 30 anni - la disputa sui temi della giurisdizione è stata un susseguirsi di agguati mediatici, di piccoli e grandi scandali, di incarcerazioni e scarcerazioni eccellenti, di assoluzioni e condanne da prima pagina.
di Alessia Candito
L'Espresso, 19 luglio 2020
Il ruolo della mafia calabrese nella stagione delle stragi, i legami con Cosa Nostra, la ricerca di referenti politici, il ruolo della nascente Forza Italia. Finalmente si ricostruiscono verità rimaste nascoste per troppo tempo. Sono memoria condivisa da Palermo a Milano. E per l'Italia intera sono una tragedia collettiva. Ma nella ricostruzione delle stragi di mafia che negli anni Novanta dalla Sicilia sono tracimate in continente con bombe e attentati manca un pezzo. A quel progetto eversivo ha partecipato anche la 'ndrangheta. E con un ruolo da protagonista.
Per decenni è riuscita a nasconderlo, trasformando i tre attentati calabresi contro i carabinieri, con cui l'élite dei clan ha firmato quel patto, nella "bravata" di due picciotti in cerca di armi e gloria. Ma un processo ha smontato "un'inaccettabile mistificazione che dura da trent'anni". Parole del procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che ha coordinato quell'inchiesta, diventata un processo di tre anni e 127 udienze. E che adesso si avvia alla conclusione.
"Con le stragi per noi il tempo si è fermato in un eterno presente che diventerà altro solo quando la verità verrà ricostruita fino in fondo" dice il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. È stato lui, con l'iniziale collaborazione di Francesco Curcio, all'epoca in Dna, a cercare le tracce e stanare l'ombra dei clan calabresi dietro le bombe di via Palestro a Milano, agli Uffizi di Firenze, a San Giovanni a Roma. È stato lui a comprendere che i tre attentati mirati organizzati tra il dicembre '93 e il gennaio '94 nei pressi di Reggio Calabria contro i carabinieri, incluso quello costato la vita ai brigadieri Fava e Garofalo, sono uno dei tributi che la 'Ndrangheta ha offerto a quella stagione di sangue e alle trattative a cui puntava. Ma soprattutto che anche cronologia e geografia delle stragi vanno aggiornate. Perché gli attentati calabresi sono l'omega di quella di quella scia di sangue, che sempre in Calabria ha avuto inizio.
La violenza mafiosa - spiega Lombardo - si trasforma in "un disegno eversivo peculiarmente terroristico" non nel marzo '92, con l'omicidio dell'onorevole Salvo Lima, ma nel giugno '91, un paio di mesi prima dell'agguato costato la vita al giudice Nino Scopelliti, ammazzato nei pressi di Reggio Calabria il 9 agosto di quell'anno, mentre preparava l'accusa nel maxi-processo contro la Cupola palermitana in Cassazione.
Intuizioni trasformate in un'inchiesta che scrive un altro pezzo di storia d'Italia, arrivata indenne ad un processo giunto ormai alla requisitoria. Alla sbarra però non ci sono solo calabresi. Oltre a Rocco Santo Filippone, espressione limpida dello storico casato dei Piromalli di Gioia Tauro, per l'accusa delegato dalla 'Ndrangheta tutta nella gestione delle stragi calabresi, imputato c'è anche il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano. Il killer di don Pino Puglisi, il capo-mandamento che ha ordinato le stragi del 92-93 e per questi ed altri reati ha collezionato ergastoli, ha avuto un ruolo anche in Calabria. E lui stesso - forse involontariamente, forse no - lo ha confermato. "Ha fornito un contributo dichiarativo enorme, liberamente reso su temi che lui stesso ha introdotto" spiega il procuratore.
A Reggio Calabria, il boss di Brancaccio ha rotto un silenzio, interrotto solo da estemporanee proteste e dichiarazioni, che durava da decenni. E nel processo che per la prima volta racconta il ruolo della 'Ndrangheta negli anni delle stragi, ci ha tenuto a sottolineare che c'erano anche pezzi di istituzioni, di poteri palesi e occulti, di imprenditoria, di massoneria che in quella fase hanno avuto un ruolo.
Una conferma dell'ipotesi dell'accusa secondo cui "le mafie - spiega Lombardo - avevano capito che, modificandosi lo scenario a livello internazionale e nazionale, bisognava muoversi per tempo, individuando nuovi referenti politici". Un'esigenza condivisa con pezzi di istituzioni, di politica, di massoneria, di intelligence che all'ombra della cortina di ferro - sostiene la procura - avevano costruito il proprio potere come "antidoto" all'influenza del blocco sovietico e venuto giù il muro di Berlino hanno forzato la mano per mantenerlo. Dagli uomini di Gladio alla massoneria di Gelli, dai settori dei servizi impiegati nelle operazioni Stay Behind a chi per anni ne ha dettato le priorità strategiche, insieme alle mafie in quella partita giocavano in molti. Tutti - sostiene la procura di Reggio Calabria - con lo stesso scopo.
"Una strategia gattopardesca per mantenere gli equilibri di potere inalterato", spiega il procuratore, un'opera di ristrutturazione del potere che lo mantenesse identico a sé stesso, in cui bombe, sangue e terrore indiscriminato era un mezzo e non un fine. "Una tattica servente ad una strategia più alta". Un modo per obbligare tutti a sedersi al tavolo, senza lasciar fuori nessuno. A cercare una soluzione condivisa, poi individuata - emerge dall'inchiesta - nel progetto politico di Forza Italia.
E tutto questo Graviano lo ha a modo suo confermato. A sorpresa, per la prima volta nella sua lunga storia di processi ha deciso di sottoporsi all'esame. Per quattro udienze ha parlato, lanciato messaggi, detto e non detto. Le sue non sono state certo dichiarazioni limpide e cristalline o una confessione. Ma il boss di Brancaccio si è incastrato con le sue stesse parole. Quelle delle chiacchierate intercettate in carcere con il camorrista Umberto Adinolfi che hanno svelato i rapporti diretti con Silvio Berlusconi, rivendicate come "unica cosa vera" in aula, e quelle dette in dibattimento.
"Graviano - dice Lombardo - è un imputato che ha diritto di mentire, ma le sue dichiarazioni in aula trovano conferma nelle sue intercettazioni in carcere, fino a prova contraria da considerarsi genuine". Di fronte a Corte d'Assise, pm e avvocati, Graviano ha parlato da boss e giurando di essere vittima di un complotto, ha puntato il dito contro Berlusconi, accusandolo di avere beneficiato dei soldi della sua e di altre famiglie siciliane senza mai averli restituiti, ha confermato di aver avuto incontri regolari e riunioni con il padre padrone di Forza Italia, prodotto politico di cui - ha detto in modo chiaro il boss di Brancaccio - lui e i suoi erano stati informati prima dell'ufficiale "discesa in campo". Affermazioni che il diretto interessato si è affrettato a smentire tramite i suoi legali, mentre in aula - udienza dopo udienza - Graviano alzava il tiro.
Senza mai arrivare a farle, ha promesso o minacciato rivelazioni sulla classe politica di quegli anni, quella che non voleva che le stragi si fermassero e quella che cercava contatti "con gli amici di Enna", lì dove si riuniva la Cupola, per capire cosa stesse succedendo e fermare quelle bombe. "E no, Berlusconi non era fra questi ultimi" ha detto il boss in aula.
E il banchetto coperto di faldoni, blocchi di appunti, pizzini dietro cui stava seduto, in video-collegamento dal carcere di Terni è diventato un pulpito per lanciare messaggi. A pezzi dell'intelligence con cui dice di non essere mai stato a contatto ma di cui può raccontare, a chi "ha fatto di tutto per farmi parlare". Ai carabinieri "che devono dire come sono andati i fatti". Ai misteriosi "imprenditori milanesi" che i clan siciliani avrebbero finanziato. A chi "ancora tiene nei cassetti le carte" che potrebbero dire molto sull'omicidio del poliziotto Nino Agostino e su "chi ha preso l'agenda rossa di Paolo Borsellino".
Nelle intenzioni di Graviano, messaggi forse più diretti fuori dall'aula, che alla Corte e alle parti. Ma che hanno interlocutori precisi, espressione di mondi che secondo l'accusa erano coinvolti nella strategia eversiva di quegli anni. "Usciamo fuori da prudenze verbali - tuona il procuratore - In questo Paese si sono mosse tutta una serie di forze che a fianco delle mafie sono diventate forze mafiose. Quello che è successo in Italia, non è contatto, ma compenetrazione fra mondi che hanno obiettivi comuni. Ma - aggiunge - non bisogna fare l'errore di considerare tutto mafia. È sbagliato dire che il contatto con le mafie ha trasformato apparati istituzionali, la politica, in forze mafiose. Pezzi singoli sono diventati mafiosi. Noi non siamo la nazione che agevola la mafia. Noi abbiamo un grande problema che sono le mafie e il nostro compito è stanare tutte le componenti mafiose".
Anche per questo gli investigatori di Squadra Mobile e Servizio centrale antiterrorismo, per ordine della procura, hanno cercato riscontri alle sibilline indicazioni che Graviano ha dato. E sono stati trovati. Altri sono arrivati dal dibattimento. Si è scoperto e c'è la prova, che tutti gli attentati, omicidi, bombe di quella stagione sono stati firmati come Falange Armata, sigla - dicono collaboratori calabresi e siciliani - indicata da ambienti dei servizi.
Che alcuni degli obiettivi di quella stagione sono stati indicati da chi delle mafie non era parte o comunque non solo. Che il Goi, la più grande obbedienza massonica dell'epoca - lo ha detto chiaramente - il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo - era irrimediabilmente controllato dalle mafie, che - ha specificato il pentito Cosimo Virgiglio - hanno sempre usato le logge per entrare in contatto con ambienti diversi, insieme a cui sviluppare comuni progetti, dal riciclaggio al controllo elettorale.
Sono saltati fuori tabulati, intercettazioni e testimonianze che negli anni delle stragi collocano il boss di Brancaccio in Sardegna, nei pressi della villa di Berlusconi, o al bar Doney, in via Veneto, dove Spatuzza e Graviano si incontravano per progettare il fallito attentato all'Olimpico, a pochi passi dall'albergo in cui, esattamente negli stessi giorni, Forza Italia ultimava la "discesa in campo" ufficiale di Berlusconi e Marcello Dell'Utri - dicono recentissime testimonianze raccolte - "incontrava calabresi e siciliani interessati al nuovo progetto politico".
Rileggendo e attualizzando vecchie carte, si è scoperto che negli stessi anni in cui le famiglie siciliane inviavano miliardi poi serviti per "investimenti immobiliari, le televisioni, tutto" ha detto in aula il boss di Brancaccio, in Calabria Angelo Sorrenti "un imprenditore dei Piromalli" veniva portato alla corte di Publitalia e scelto come referente calabrese per la costruzione di Fininvest. Piste - ed anche questo è emerso in modo chiaro- già apparse in passato e inspiegabilmente ignorate. Per l'accusa, una conferma che è su Forza Italia che ha trovato la quadra quella stagione di sangue e trattative, di bombe e abboccamenti, di tentativi, sperimentazioni, di cui sono state protagoniste le mafie tutte, ma non solo.
"Il concetto di tempo - afferma il procuratore Lombardo - è uno degli interrogativi che l'uomo porta con sé da sempre: la percezione del tempo è soggettiva o oggettiva? E come si misura? L'unità di misura internazionale del tempo è il secondo. Ragionando in secondi, dal primo febbraio del 1994 che è l'ultimo episodio su cui ci troviamo ad occuparci in questa sede, abbiamo aspettando la verità da 819milioni933mila secondi". Ed è necessaria e urgente una ricostruzione complessa che vada oltre "le verità sottobanco, il compromesso, le scorciatoie, il silenzio e la paura".
E la verità sulle stragi, "abbiamo il dovere di chiederla come cittadini, abbiamo il dovere di cercarla come magistrati del pubblico ministero, avete il compito di affermarla voi giudici. Costi quel che costi, perché altrimenti quelle stragi non saranno mai passato. Oggi viviamo un eterno presente da cui dipende il nostro domani".
- Campania. Due suicidi nelle carceri, la prof.ssa Giuliano: "la filosofia può salvare"
- Bergamo. È don Luciano Tengattini il nuovo cappellano del carcere
- Campania. Il Garante: il numero dei suicidi in carcere torna a preoccupare
- Emilia-Romagna. In un anno 15 bambini in carcere
- Forlì. Rocca di Caterina, l'assessore Melandri: "Demoliamo il carcere"










