La Repubblica, 22 luglio 2020
Il presidente, spodestato nel 2019, è già in carcere, condannato per corruzione: ora verrà giudicato anche per il colpo di Stato del 1989. L'ex "uomo forte" del Sudan, Omar al-Bashir, deposto con una rivolta popolare lo scorso anno, è sotto processo per il colpo di Stato militare che lo ha portato al potere più di tre decenni fa. Bashir, 76 anni, è già dietro le sbarre per corruzione. Ma stavolta potrebbe essere condannato alla pena di morte per il suo golpe del 1989 contro il governo democraticamente eletto del premier Sadek al-Mahdi.
Il processo si è aperto stamattina nella capitale contro l'ex capo di Stato e altri 16 accusati: arriva mentre il governo di transizione ha avviato una serie di riforme per consolidare la democrazia e riportare pienamente Khartoum nella comunità internazionale. Il Sudan è in gravi difficoltà, dopo anni di isolamento totale, e secondo le agenzie dell'Onu (Fao e Wfp) è fra i Paesi più a rischio di crisi alimentare per le conseguenze della pandemia. Il governo sudanese si è impegnato a consegnare Bashir alla Corte penale internazionale perché risponda delle accuse di crimini di guerra e genocidio legate al conflitto in Darfur, che ha causato la morte di 300.000 persone e milioni di sfollati.
È la prima volta nella storia moderna del mondo arabo che il protagonista di un colpo di Stato viene processato, anche se l'uomo considerato il vero ideatore del golpe, Hassan al Turabi, è morto nel 2016. Bashir e gli altri imputati, dieci militari e sei civili, sono accusati di aver pianificato il colpo di Stato del 30 giugno 1989 quando l'esercito arrestò i leader politici del Sudan, sospese il Parlamento e altri organi statali, chiuse l'aeroporto e annunciò il putsch alla radio. Bashir, in seguito elevato al rango di generale, rimase al potere per 30 anni prima di essere rovesciato l'11 aprile dell'anno scorso dopo diversi mesi di dimostrazioni di strada.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 22 luglio 2020
Il parlamento del Cairo autorizza al-Sisi a dispiegare l'esercito a sostegno di Tobruk. Haftar, in ritirata, ci spera. Ma si aprirebbe una guerra regionale difficilmente gestibile. Dopo il voto dell'altro giorno della Camera dei rappresentanti egiziani a favore dell'invio di truppe all'estero, l'escalation militare in Libia sembra essere ormai sempre più vicina. "Nel corso della storia, l'azione egiziana ha sempre invocato pace, ma non accetta alcuna aggressione né rinuncia ai suoi diritti - si legge nel testo approvato dalla Camera egiziana due giorni fa - Le forze armate e la sua leadership hanno la licenza legale e costituzionale per determinare il tempo e il luogo di risposta contro queste minacce e pericoli".
La palla passa ora nelle mani del presidente golpista egiziano al-Sisi che la scorsa settimana era stato chiaro: il Cairo è pronto a intervenire direttamente in Libia "su richiesta dei libici" previo via libera del Parlamento del Cairo. Ottenuta la luce verde dai deputati e anche quella di al-Azhar (centro del mondo sunnita), resta ora da capire se al-Sisi farà davvero sul serio e sarà pronto a scontrarsi con la Turchia che appoggia direttamente le forze del Governo di Accordo nazionale (Gna) di Tripoli. A Tobruk ci sperano: "L'invasore turco" va cacciato.
Ieri la Camera dei rappresentanti della città cirenaica ha detto che la decisione parlamentare egiziana "contribuisce a raggiungere la stabilità nel Paese e preserva la sicurezza nazionale libica ed egiziana". Tobruk sa da tempo che senza sostegno esterno il suo braccio armato, l'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) guidato dal generale Haftar, è destinato a perdere anche la città di Sirte (strategica perché apre alla Mezzaluna petrolifera) e la base aerea di al-Jufra, "linee rosse" per al-Sisi.
Ma secondo la rete al-Hadath pro-Tobruk, il Cairo ha chiarito in queste ore che non armerà le tribù libiche, ma solo l'Enl perché "si rifiuta categoricamente di trattare con qualsiasi milizia o gruppo informale". L'esercito di Haftar ringrazia e si mostra fiducioso: "L'Egitto è significativamente superiore alla sua controparte turca ed è in grado di ribaltare gli equilibri sul terreno in Libia". Tesi dubbia, ma comprensibile visto che l'Enl ormai da mesi non fa che incassare brucianti sconfitte militari: l'arrivo degli egiziani sarebbe comunque una boccata di ossigeno.
La tensione, intanto, si fa sempre più alta a Sirte dove fonti locali confermano che le forze del Gna e quelle di Tobruk stanno consolidando le rispettive posizioni inviando batterie missilistiche e pezzi di artiglieria pesante. Ai venti di guerra che spirano sempre più forti, per ora Tripoli si mostra imperturbabile, conscia di poter contare sul sostegno indefesso della Turchia. Il presidente turco Erdogan ha ribadito ieri che "non permetterà (ad Haftar e alleati) di avere la meglio". Il suo ministro alla difesa Akar ha poi specificato: "Continueremo le attività di addestramento, cooperazione e consulenza militare" per Tripoli. Sul fronte pro-Gna, non va dimenticato il contributo dei mercenari provenienti dalla Siria: oltre 10mila secondo l'Osservatorio siriano, 3.800 secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa Usa pubblicato l'altro giorno e che considera però solo i primi tre mesi del 2020.
Contro mercenari e violazioni dell'embargo dell'Onu sulle armi alle parti in conflitto in Libia, si è scagliato due giorni fa il ministro degli Esteri tedesco Maas che ha illustrato le sanzioni che Italia, Germania e Francia hanno minacciato domenica di adottare contro chi farà arrivare armamenti nel Paese nordafricano. Parole di un'ipocrisia imbarazzante se si pensa che Berlino, come Roma e Parigi, finanzia la guerra libica. Un rapporto del ministero dell'economia tedesco di metà maggio metteva nero su bianco la complicità tedesca: la Germania aveva venduto fino ad allora armi per un valore di 331 milioni di euro a entrambi gli schieramenti.
di Roberta Zunini
Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2020
Ci vorrebbe davvero l'uomo ragno per ridare ai gemellini Kiana e Alì la loro mamma, la paladina dei diritti umani Narges Mohamadi, 48 anni, imprigionata dal 2015 nel famigerato carcere di Zanjan. Nonostante sia stata contagiata dal Covid, assieme ad altre 11 detenute, l'avvocata non è stata scarcerata come invece è accaduto a molti delinquenti comuni (specialmente maschi) rinchiusi nello stesso istituto di pena.
Nella foto che accompagna la lettera-appello di Mohamadi, pubblicata sui social dal marito Taghi Rahmani - esule con i figli a Londra - uno dei gemelli gioca con la maschera dell'eroe dei fumetti come fosse l'ultima speranza. Anzi, la penultima.
I due bimbi chiedono infatti all'opinione pubblica mondiale di unirsi alla loro voce, per poter almeno risentire, dopo 11 mesi, la voce della madre. Il testo della lettera è stato diffuso anche dalla Fondazione Alexander Langer che nel 2009 premiò l'attivista per il suo operato a favore "dell'uguaglianza di tutti i cittadini, indipendentemente dall'appartenenza di genere e dalle opinioni politiche o religiose". L'appello inizia con queste parole: "Siamo 12 donne contagiate dal coronavirus.
La settimana scorsa, viste le nostre condizioni di salute e su insistenza delle nostre famiglie, ci hanno fatto il test. Non abbiamo comunque ricevuto fino a oggi i risultati... Una donna in condizioni cliniche preoccupanti è stata trasferita giovedì scorso in ospedale e successivamente rilasciata su cauzione a seguito della diagnosi di Covid. Nel giro di un mese in questo carcere sono entrate 30 persone di cui alcune con sintomi da coronavirus e almeno una di loro con diagnosi certa di Covid, che è stata successivamente rilasciata a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute.
Noi 12 presentiamo sintomi di affaticamento eccessivo e dolore addominale, diarrea, vomito, perdita di olfatto. Non abbiamo accesso alle cure adeguate né a una alimentazione corretta... In questo periodo, per l'esplicita richiesta del ministero dell'Intelligenza e della Magistratura, non mi viene permesso né di comprare carne a mie spese né di sentire i miei figli per telefono". Le condizioni di salute della donna sono precarie da molto tempo.
Dopo varie pressioni dei medici, nel maggio del 2019 fu autorizzata a essere sottoposta a un intervento per l'asportazione dell'utero. Nel 2012 Narges Mohammadi era stata condannata a sei anni di carcere ma era stata rilasciata per le sue condizioni di salute.
"Proprio per questo motivo, non avrebbe mai dovuto trascorrere un giorno in più in carcere. Invece, nel 2016 le è stata inflitta un'altra condanna, stavolta di 16 anni", denuncia Riccardo Noury portavoce di Amnesty International. La "colpa" di Narges Mohammadi è di aver invocato l'abolizione della pena di morte, aver parlato di diritti umani con rappresentanti di istituzioni internazionali e aver preso parte a manifestazioni pacifiche per i diritti delle donne.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 22 luglio 2020
In prima linea nella protesta anti-Trump a Portland: "Difendiamo i ragazzi dai federali". Hanno trasformato lo slogan che da 56 giorni rimbalza nelle piazze di mezza America in una sorta di ninna-nanna: "Hands up, don't shoot", mani in alto, non sparate.
Si sono inventate una divisa composta da maglia gialla e casco da ciclista in testa che gli ha già procurato il soprannome di Mothers in helmets, mamme con l'elmetto. E quando domenica la polizia federale ha caricato per l'ennesima volta i rivoltosi che presidiavano il tribunale di Portland, hanno formato uno scudo umano gridando: "Siamo le mamme, federali andate via".
A spingere centinaia di donne in piazza nella metropoli più popolosa dell'Oregon - quella "rose city" considerata capitale della cultura alternativa, cui è dedicata pure una serie tv satirica, l'esilarante "Portlandia" - sono stati i troppi raid violenti condotti da agenti federali in assetto di guerra, a partire dal 12 luglio. Entrati in città su mandato di Donald Trump, innervosito dalla protesta che lì prosegue, ininterrotta, dalla morte dell'afroamericano George Floyd.
Per intimorire i contestatori, gli agenti hanno perpetrato attacchi sempre più violenti e con metodi ai limiti della legalità. Come gli arresti condotti da agenti col volto coperto e privi di targhette di riconoscimento, che trascinavano i fermati su furgoncini senza contrassegni: secondo le tante denunce delle autorità locali. Con la governatrice democratica dell'Oregon Kate Brown a parlare di "spudorato abuso di potere". E il sindaco Ted Wheeler, democratico pure lui, ha intimato a Trump: "Porta le tue truppe fuori dalla mia città".
Mentre Ellen Rosenblum, procuratore generale dello Stato ha annunciato che il locale dipartimento di Giustizia farà causa al governo federale per gli arresti di manifestanti senza motivo, accusandolo di sequestro di persona. Proprio per proteggere il diritto a manifestare dei loro ragazzi, le mamme sono scese in strada rispondendo all'appello pubblicato su Facebook da una di loro, Bev Barnum, responsabile di un'azienda di servizi online.
Indignata da quel che vedeva in tv, è stata lei ad avere l'idea di formare "un muro umano" di mamme fra contestatori e agenti. Al debutto, sabato scorso, erano appena cinquanta. Domenica già più di 200, fra i 40 e i 70 anni: "Non possiamo lasciare i ragazzi da soli. La strada è ormai zona di guerra", ha spiegato Barnum a Cnn. Le nuove proteste hanno però irritato ulteriormente President Trump. Che ora non solo non intende richiamare le truppe da Portland.
Ma minaccia di dispiegarne altre in città come New York, Chicago, Philadelphia, Detroit, Baltimora e Oakland. Tutte, guarda caso, guidate da democratici: "Sono fuori controllo", tuona The Donald. "Situazioni peggiori dell'Afghanistan".
In calo nei sondaggi, il presidente, d'altronde, già da tempo prova ad accreditarsi come nuovo paladino di quel Law & Order un tempo slogan di Richard Nixon: "Se vincerà Biden, l'intero Paese sarà un inferno", insiste. Ma i federali rischiano di trovare nuove moms ovunque. Il gruppo online di Portland ha già raggiunto 2000 iscritte e iniziative analoghe stanno nascendo pure in altre città. Centinaia di mamme con l'elmetto, pronte a cantare la ninna-nanna agli agenti: "Mani in alto, non sparate".
radiocittafujiko.it, 22 luglio 2020
Le carceri brasiliane ai tempi del coronavirus hanno l'aspetto di un girone dantesco. È questa l'immagine che restituisce Sergio Grossi, ricercatore dell'Università di Padova e dell'Universidade Federal Fluminense di Rio de Janeiro, specializzato in Educazione e Carcere. Tornato in fretta e furia in Italia a causa del collasso del sistema sanitario, pubblico e privato, del Paese - che finora ha registrato più di due milioni di contagiati da coronavirus e più di 80mila morti - il ricercatore racconta ai nostri microfoni la situazione nelle carceri brasiliane.
Carceri Brasile: una situazione drammatica - Nelle carceri brasiliane sono rinchiuse 800mila persone e l'assistenza sanitaria era assente già prima dell'arrivo della pandemia. Malattie come la tubercolosi sono endemiche e ad ammalarsi sono sia i detenuti che le guardie carcerarie. La malattia del sistema respiratorio rappresenta un fattore di rischio ulteriore per il Covid-19 e le statistiche sulla diffusione nelle carceri non sono incoraggianti. Solo a giugno negli istituti penitenziari brasiliani i contagi sono cresciuti dell'800%.
Quanto a numeri, sono più di 2.351 i detenuti risultati positivi ai test, ma la quota è destinata a crescere perché ci sono quasi altri mille casi sospetti in attesa di conferma. Secondo il Dipartimento penitenziario nazionale (Depen) la mortalità per coronavirus in carcere sia 5 volte maggiore rispetto a quella del Paese. "Due settimane fa - osserva Grossi ai nostri microfoni - è morto un ragazzo di 28 anni che era stato arrestato perché trovato in possesso di pochi grammi di marijuana".
Il sovraffollamento nelle carceri brasiliane supera il 200%. Le persone vivono ammassate ed è impossibile mantenere il distanziamento sociale prescritto dall'Oms per ridurre il rischio dei contagi.
Ad aggravare questa situazione ci sono le politiche del presidente Jair Bolsonaro, che da tempo parla della possibilità per gli agenti di polizia penitenziaria di non indossare la mascherina.
Classe, razza e genere: perché si finisce in carcere in Brasile - Il ricercatore ha svolto una ricerca etnografica all'interno delle carceri brasiliane ed ha riscontrato quanto succede più a nord, negli Stati Uniti, ma in generale in molti contesti del mondo. I detenuti, infatti, sono principalmente poveri ed afrodiscendenti.
"Troviamo quella che si chiama selettività penale - osserva Grossi - quindi la classe sociale conta, la razza conta e conta anche il genere. La gestione della pandemia, del resto, in Brasile è un vero e proprio disastro, al punto che c'è chi parla apertamente di "genocidio". È il caso di Frei Betto, il celebre teologo della liberazione, che cinque giorni fa ha scritto una lettera aperta in cui sostiene che ""questo genocidio non scaturisce dall'indifferenza del governo Bolsonaro. È intenzionale. Bolsonaro si compiace dell'altrui morte".
"Del resto - aggiunge Grossi - il presidente brasiliano ha ripetuto più volte che l'errore della dittatura militare è stata quella di aver torturato e non ucciso". La gravità della situazione carceraria in Brasile ha indotto 200 ong attive nella difesa dei diritti umani a inviare un documento alla Commissione interamericana dei diritti umani dell'Onu e alla stessa Organizzazione mondiale della sanità, per denunciare le mancanze del governo.
di Jacopo Lentini
Il Manifesto, 22 luglio 2020
I giornalisti possono finire in cella per "diffamazione" grazie a una vecchia legge che umilia la libertà d'informazione. È successo anche a Sylvia Blyden, che ora sfida il presidente Bio. Nei pressi della rotatoria di Walpole street, su cui si erge l'albero del cotone, simbolo della città, fanno ritrovo quotidiano decine di amputati della guerra civile, in cerca di elemosina. Qui, nel cuore della capitale Freetown, oltre a questo, quasi nulla ricorda le vicende che hanno reso la Sierra Leone tristemente nota alle cronache. Dalla fine del decennale conflitto, nel 2002, il Paese ha visto svolgersi 4 elezioni democratiche ed è oggi stabile, seppur con tensioni politiche occasionali.
Attorno alla stessa rotatoria stazionano gli strilloni che vendono i giornali, e la loro assenza saltuaria non passa inosservata. "Può capitare che a volte i giornali non escano, per lo scetticismo dei proprietari delle stamperie commerciali che temono di incorrere in azioni penali se pubblicano materiale troppo critico" spiega Francis H. Murray, cronista della testata locale Politico. Se da un lato le istituzioni del Paese si rafforzano positivamente, dall'altro la libertà di espressione rimane ancora molto limitata, stavolta per legge, e non per violazioni della stessa, come accade di frequente nel continente africano.
Lo scorso 1 maggio, la giornalista ed ex ministro degli Affari sociali Sylvia Olayinka Blyden, è stata arrestata per aver criticato il governo su Facebook e ha trascorso più di 40 giorni in detenzione, la metà dei quali senza aver ricevuto accuse formali. La questione è dibattuta da tempo nel Paese: la legge sull'Ordine pubblico del 1965 contiene una distorta interpretazione della diffamazione. Tra le dichiarazioni poi contestate a Blyden in via ufficiale, si legge: "Non ho mai creduto nell'incantesimo collettivo del nostro presidente, che negli anni '90, sotto la giunta militare, ha abusato dell'autorità politica, disobbedendo alla Costituzione". La critica è rivolta a Julius Maada Bio, attuale presidente da aprile 2018, fautore dei colpi di stato del '92 e del '96, dei quali poi si scusò, riabilitando la propria immagine. E ancora: "È indiscutibile che il presidente abbia una propensione a viaggiare all'estero senza preavviso". Blyden, dichiarata oppositrice di Bio, e informalmente aspirante alla presidenza, ha inoltre contestato i maltrattamenti ricevuti dall'ex ministro della Difesa, del partito di opposizione, detenuto per un presunto tradimento istituzionale, un altro caso dal movente politico piuttosto che penale.
L'arresto di Blyden è sopraggiunto poche ore dopo la pubblicazione di un audio in cui Fatmata Swaneh, una leader del partito di governo, dichiara che la giornalista "non avrà tregua per le sue critiche oltraggiose". Blyden attende ora il processo per una decina di reati diffamatori, che prevedono fino a 7 anni di carcere.
La legge del 1965 che regola la diffamazione, tra le altre oscenità, sancisce che: "La veridicità delle dichiarazioni pubblicate non costituisce una difesa per l'imputato. La veridicità è pertinente solo nella misura in cui si dimostri che il contenuto in questione sia stato pubblicato a beneficio del pubblico". Di conseguenza, un commento accurato ma critico può innescare azioni penali, se ritenuto (spesso sotto pressioni politiche) lesivo della pace pubblica. E sia chiaro che nessun caso di giornalista arrestato nel Paese ha mai avuto per oggetto la pubblicazione di contenuti attinenti alla sfera privata delle persone citate. "È una vergogna che questa legge preveda persino la misura della detenzione preventiva. La mia intera carriera di giornalista si basa sulla ferma volontà di farla cancellare" spiega Umaru Fofana, corrispondente della Bbc nel Paese.
Il Governo Bio però sembra aver intrapreso azioni concrete per abolire la legge contestata. Un disegno per l'abrogazione è stato approvato dal consiglio dei ministri e presentato in Parlamento. Ora tocca a quest'ultimo convertirlo in legge, ma è tutto da vedere. Da quando la legge è stata importata dal Ghana (che però l'ha abrogata nel 2001), e approvata in Sierra Leone, i governi e numerosi politici l'hanno utilizzata principalmente contro i media. "Durante lo stato di emergenza 2014-16 dell'epidemia di ebola, la minaccia di accuse di diffamazione è stata ampiamente utilizzata per imbavagliare i giornalisti costringendoli a censurarsi o, in alcuni casi, persino a nascondersi", sostiene Reporter senza frontiere (Rsf).
Il paese si classifica 85esimo nel mondo per libertà di stampa, i suoi media sono pluralisti e anche piuttosto indipendenti, ma fare informazione rimane un campo minato. Nel novembre 2019, Sallieu T. Jalloh, giornalista del quotidiano Times di Freetown è stato arrestato per 24 ore con l'accusa di diffamazione per una storia non ancora scritta, solo per aver chiesto al primo ministro David Francis spiegazioni sul presunto versamento di una somma sul suo conto personale, da parte di una compagnia mineraria la cui concessione era stata recentemente sospesa dal governo. Anche altri Paesi africani adottano leggi "improprie" sulla diffamazione, come lo Zimbabwe, il Gambia e lo Zambia, ma magari la Sierra Leone abbandonerà per prima le cattive compagnie.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 21 luglio 2020
Il capo dello Stato ha definito di "modestia etica" i tempi che stiamo vivendo. Chiaro il riferimento anche alle traversie della magistratura. Va detto peraltro che pure prima del caso Palamara si erano registrati episodi sconcertanti, ancorché non riconducibili all'andazzo generalizzato e dilagante che emerge dall'inchiesta di Perugia.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 21 luglio 2020
La Commissione affari costituzionali non mette in discussione la legge popolare per evitare che possa andare in aula a luglio. Intanto i dem annunciano gioiosi una riforma del Csm che neppure sfiora lo strapotere dei Pm. E le correnti esultano.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 luglio 2020
Redatte da Legance Avvocati Associati, in collaborazione con Msd Italia e Antigone. Dettate dai principi che prendono le mosse dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali della Ue. "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2020
Tramonta dopo il vertice di maggioranza di ieri pomeriggio il disegno di legge di riforma del Codice della strada per inasprire il trattamento sanzionatorio soprattutto sul versante penale. Resta però l'intenzione di procedere appena sarà possibile, ma in questo momento, si è preso atto, l'intervento non è certo una priorità. Eppure un testo era già stato messo a punto perché la spinta arriva dallo stesso ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
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- Al processo farebbe bene ridefinire l'ambito della discussione orale, per aiutare il giudice
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