di Irene Famà e Lodovico Poletto
La Stampa, 21 luglio 2020
Avrebbe coperto i soprusi in cella di cui sono accusati ventuno agenti. "Noi siamo pronti a farci interrogare subito dai magistrati". Domenico Minervini, il direttore del carcere Lorusso e Cutugno, non vuole andare oltre adesso che la questione delle violenze all'interno del penitenziario di via Pianezza è diventata più grossa e più grave.
Non vuole dire di più ora che il suo nome è stato iscritto nel registro degli indagati assieme a quello del comandante del reparto di polizia penitenziaria che opera all'interno della struttura, Giovanni Battista Alberotanza.
"Siamo pronti a spiegare tutto ciò che sappiamo. Ci mettiamo a disposizione della magistratura, nella quale abbiamo piena fiducia" insiste Minervini adesso che è tutto ufficiale, dopo mesi di chiacchiere di voci e di "si dice" dentro e fuori dal carcere.
La questione delle violenze all'interno del Lorusso e Cotugno e che riguarderebbe in linea di massima i detenuti per reati a sfondo sessuale, si arricchisce di un altro capitolo. Che investe in pieno i vertici della struttura. Uno scandalo che venuto alla luce qualche mese fa quando la magistratura - nel corso di una indagine condotta dai Pm Francesco Saverio Pelosi ed Enrica Gabetta - ordinò l'arresto di sei agenti. Altri diciannove vennero indagati. I reati erano gravissimi: tortura, primo fra tutti.
Tutto era iniziato con una segnalazione del Garante dei detenuti, Monica Gallo, che aveva raccolto testimonianze e voci che circolavano all'interno della struttura. L'inchiesta, condotta dal Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, facendo ricorso anche a numerose intercettazioni telefoniche, aveva preso il via dal racconto di un detenuto durante un colloquio.
Un altro degli aspetti da chiarire, stando a quanto si apprende, sarebbe quello di una presunta fuga di notizie: sarebbe giunta la segnalazione che il comandante della polizia penitenziaria fosse sotto intercettazione. Nel corso dell'indagine erano scattate numerose perquisizioni durante le quali erano stati sequestrati i cellulari del personale penitenziario.
Vittime predestinate di pestaggi, umiliazioni, violenze sarebbero stati i detenuti finiti dietro le sbarre per reati sessuali. A rileggere oggi le dichiarazioni rese i racconti appaiono agghiaccianti. C'era chi veniva prelevato nel cuore della notte e portato al primo piano per essere picchiato dagli agenti. E chi, invece, era costretto a subire umiliazioni di varia natura.
Gli episodi contestati sarebbero avvenuti tra aprile 2017 e novembre 2018. Oltre alle aggressioni fisiche - calci, pugni, schiaffi - gli agenti indagati avrebbero utilizzato anche violenza psicologica. "Tu devi morire qui", "Per quello che hai fatto ti ammazzerei. E invece devo tutelarti". Al carcere di Torino sarebbe, inoltre, giunta la segnalazione che il comandante della Polizia penitenziaria fosse sotto intercettazione. Ora la svolta. Con il direttore Minervini indagato.
Secondo la magistratura il responsabile della struttura poteva essere a conoscenza di ciò accadeva. Una tesi che Domenico Minervini respinge: "Io sono pronto a chiarire tutto. Voglio essere interrogato subito. Non ho nulla da nascondere". Ma sulle violenze che portarono agli arresti di un anno fa, non si pronuncia.
infovercelli24.it, 21 luglio 2020
Flaibani (ex garante dei detenuti) e Manfredi all'attacco: "Convenzione mai firmata dal responsabile del progetto". Sul sito istituzionale del Ministero di Giustizia è stata pubblicata una delibera della Cassa delle Ammende (l'ente deputato anche a finanziare interventi nelle carceri attingendo dai proventi delle multe giudiziarie) del 24 giugno scorso, con cui sono stati revocati i finanziamenti a sei istituti penitenziari italiani, fra cui due piemontesi, Vercelli e Verbania.
In particolare, il finanziamento assegnato il 29 gennaio 2019 a Vercelli (pari a 132.498 euro) era finalizzato alla "ristrutturazione V Piano Blocco C Ordinario". Nella premessa della delibera (firmata del Presidente della Cassa Ammende, l'ex magistrato Gherardo Colombo) è scritto testualmente che "pur trattandosi di progetti per i quali è stata manifestata l'attualità dell'interesse alla prosecuzione del progetto mediante l'intenzione di sottoscrivere la convenzione per la concessione del finanziamento, tuttavia tale convenzione non si è perfezionata in quanto mai firmata dal responsabile del progetto, nonostante ripetuti solleciti inoltrati agli Istituti Penitenziari da parte della Cassa delle Ammende".
Da quasi vent'anni Radicali Italiani (in particolare la radicale piemontese Iolanda Casigliani) cerca di portare all'attenzione dell'opinione pubblica l'esistenza e le funzioni della Cassa delle Ammende (il cui bilancio di previsione per il 2020 riporta una dotazione di oltre 108 milioni di euro), con l'obiettivo di utilizzare al meglio le sue ingenti risorse in un settore, quello delle carceri, che costituisce da sempre l'ultima ruota del carro, l'ultima posta di bilancio da finanziare da parte di tutti i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi. È, quindi, ancor più sorprendente e francamente intollerabile vedere revocati finanziamenti così preziosi, soprattutto nel contesto attuale. Chiediamo al Provveditorato Regionale e alla Direzione dell'istituto di Vercelli di spiegare pubblicamente le cause che hanno determinato la perdita del finanziamento.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere Torino, 21 luglio 2020
Avrebbero fatto finta di non sapere, o di non vedere, nonostante i racconti di alcuni detenuti e le relazioni dell'allora Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà, Monica Cristina Gallo: per questo, il direttore e il comandante degli agenti del carcere "Lorusso e Cutugno" sono indagati per favoreggiamento (entrambi) e omessa denuncia (solo il primo).
Avrebbero insomma coperto gli atti di violenza e vessazione di cui sono accusati una ventina di agenti della Polizia penitenziaria, sei dei quali arrestati nell'ottobre dello scorso anno. Questa, almeno, è l'ipotesi della Procura. La svolta è arrivata grazie agli accertamenti del Nucleo investigativo di Torino della stessa polizia penitenziaria, che è riuscita a ricostruire la vicenda tra confidenze, sussurri, false piste e dicerie, che si aggiravano tra le mura del carcere già dall'ottobre 2018. Un'indagine complessa e complicata, in un ambiente molto difficile, sia per i detenuti che per chi, tra le celle, ci deve lavorare.
L'inchiesta - coordinata dal pubblico ministero Francesco Pelosi - ha messo in fila gli episodi, almeno una decina, accaduti nel braccio C. C'è chi era costretto a ripetere in continuazione "sono un pezzo di m...", chi veniva obbligato a spogliarsi e a subire in silenzio schiaffi, calci, pugni. E poi minacce, di continuo: "Tu adesso devi firmare un foglio, dove dici che sei un figlio di p..., altrimenti prendi il resto". E ancora: "Per quello che hai fatto, tu qui ci devi morire. Ti renderemo la vita molto dura, te la faremo pagare, ti faremo passare la voglia di stare qui dentro". Botte, insulti, perquisizioni a vanvera, devastazioni delle celle erano diventati una routine. Davanti alla quale - sempre secondo la ricostruzione degli uomini del Nucleo investigativo - il direttore Domenico Minervini e il capo degli agenti non avrebbero preso i dovuti provvedimenti.
Il direttore - che ha nominato come difensore l'avvocato Michela Malerba - non avrebbe agito nonostante avesse ricevuto più di una segnalazione dal garante per i detenuti. E il comandante delle guardie - tutelato dall'avvocato Antonio Genovese - dopo essere stato informato di quanto accaduto, avrebbe aiutato i colleghi indagati. Tra le ipotesi d'accusa, anche quella di aver condotto un'indagine interna arrivata a incolpare però due detenuti.
Per alcuni agenti, a suo tempo messi agli arresti domiciliari, è contestato anche il reato di tortura, modificato invece nei confronti di altri. Alcuni, invece, sono accusati di lesioni. Tutte le "persone offese" individuate dagli investigatori, sono detenute per reati a sfondo sessuale
Non è un mistero per nessuno - spiegò un inquirente - che all'interno dei penitenziari reati come questi destino una certa ostilità: ma qui ci sarebbero stati "trattamenti inumani e degradanti per la dignità della persona detenuta", come riassunto nell'avviso di fine indagini notificato ai due. Comportamenti che sarebbe stati "ricorrenti": si mormorava che, alla sera, nel padiglione C, qualche divisa si dedicasse con regolarità alla cura dei detenuti.
progettoitalianews.net, 21 luglio 2020
L'edizione 2020 del Napoli Teatro Festival ha messo in scena, con grande successo di pubblico e di critica, "Il Colloquio", che il 12 luglio, nell'incantevole scenario del giardino romantico di Palazzo Reale, ha raccontato il dramma del carcere, scegliendo un punto di vista originale e coraggioso.
Il colloquio accoglie e rilancia il punto di vista dei parenti dei detenuti, racconta il giovane regista Eduardo Di Pietro: "L'idea dello spettacolo prende le mosse da un fatto di cronaca di cui sono venuto a conoscenza qualche tempo fa grazie ad un documentario di Gaetano Di Vaio e cioè il sistema di accesso al carcere di Poggioreale che fino a qualche anno fa richiedeva un grande sforzo un grande sacrificio da parte dei parenti dei detenuti, quasi sempre donne, che per poter accedere al colloquio settimanale erano costrette molte ore prima a fare la fila all'esterno del carcere per poter poi pian piano entrare, esposte alle intemperie e senza alcun tipo di tutela, in un contesto dove spesso si verificavano tafferugli dove la tensione era forte la sofferenza era tangibile".
Sulla scena, tre attori interpretano altrettante mogli dei detenuti del carcere di Poggioreale, assurto ad emblema delle carceri di tutto il mondo. Assistiamo quindi alle tante piccole e grandi difficoltà che queste signore devono affrontare quotidianamente, dai farraginosi e tragicomici protocolli per introdurre oggetti da recapitare all'interno, al dolore per l'insensibilità con cui talvolta le istituzioni ostacolano la comunicazione tra il 'dentro' e il 'fuori'.
La scelta di far interpretare dei ruoli femminili a Renato Bisogni, Alessandro Errico e Marco Montecatino, risponde all'esigenza di sottolineare quanto la vita di queste donne battagliere venga in vari modi condizionata e assorbita dalla condizione dei loro parenti in cella, e quanto la dura battaglia per riuscire a conservare legami umani autentici finisca per condizionare ogni ambito della loro quotidianità, fino a modificarle nella carne e nello spirito, in un gioco di specchi e di rimandi in cui mentre la vita cerca di entrare nelle celle, è piuttosto la dimensione carceraria a contaminare le esistenze monche delle famiglie separate dai propri cari.
"Il colloquio", è prodotto dal Teatro Bellini e dalla Fondazione teatro di Napoli. L'apporto femminile allo spettacolo non manca, grazie anche all'aiuto regia di Cecilia Lupoli e all'organizzazione di Martina Di Leva.
imperiapost.it, 21 luglio 2020
"Percorso di riscatto sociale necessario per loro riabilitazione in società". La connessione on-line ha consentito agli studenti di presentare i loro lavori ai Docenti e alla Dirigente Scolastica, Prof. ssa Rosaria Scotti, e di interloquire utilizzando il video. Anche gli studenti ristretti di Imperia e Sanremo concludono il loro percorso didattico utilizzando le nuove tecnologie.
Nonostante le difficoltà dovute all'emergenza Covid e al lungo lockdown che ha interrotto le lezioni in presenza, gli studenti delle sezioni carcerarie di Imperia e Sanremo hanno potuto continuare a studiare grazie alla collaborazione tra le due aree educative delle Case Circondariali di Imperia e Sanremo-Bussana e il C.P.I.A. Provincia di Imperia.
Da un'iniziale consegna di materiale didattico in formato cartaceo si è passati all'utilizzo di piattaforme informatiche che hanno consentito l'erogazione di lezioni on line, con la funzione anche di supporto psicologico, e la presentazione dell'elaborato finale da parte degli studenti della secondaria di primo grado, giunti al termine del loro percorso. Si ringraziano il Direttore della Casa Circondariale di Imperia e la Direttrice della Casa Circondariale di Sanremo-Bussana e tutto il personale che ha contribuito alla realizzazione di quanto descritto. In particolare va un ringraziamento alle Aree Educative che in un momento grave e difficile hanno collaborato efficacemente con la scuola.
Grazie anche al personale di Polizia Penitenziaria che ha collaborato all'attivazione della piattaforma per il collegamento on-line, che ha permesso a studenti e Professori di rivedersi attraverso un video dopo mesi di silenzio, ricreando l'emozione di entrare in contatto con la classe. Grazie infine alla competenza e alla pazienza dei Bibliotecari delle Case Circondariali che hanno supportato in presenza gli studenti, fornendo loro sostegno pratico e psicologico, oltre all'aiuto concreto nello studio. "Da soli noi Docenti avremmo potuto fare poco - scrivono i Docenti del C.P.I.A. Provincia di Imperia della Sezione Carceraria -Invece con la collaborazione del personale della Casa Circondariale siamo riusciti a superare le difficoltà iniziali derivanti dal dover lavorare a distanza in una situazione emergenziale, continuando a proporre attività formative e così consentendo agli studenti della scuola secondaria di primo grado di concludere con successo il percorso intrapreso.
Solo la condivisione del problema, il sentire comune e il lavoro di gruppo consentono di andare oltre il limite individuale, soprattutto in situazioni di emergenza. Auspichiamo che l'avvio di certe buone pratiche di collaborazione non venga interrotto con la fine dell'emergenza, ma anzi implementato con l'inizio del nuovo anno scolastico, perché la scuola sia sempre all'altezza della situazione e rappresenti un faro e una guida per le migliori prassi di educazione, accoglienza, condivisione e sviluppo interpersonale, in particolar modo in carcere dove è anche attraverso la scuola che le persone detenute possono realizzare quel percorso di riscatto sociale necessario per la loro riabilitazione in società".
gazzettadilivorno.it, 21 luglio 2020
La proposta dell'adozione culturale dell'Isola è arrivata dopo una collaborazione, attiva da diversi mesi, con l'Istituto penitenziario. "Durante il lockdown - spiega la presidente dell'associazione Giulia Morello - abbiamo deciso di lanciare gratuitamente il progetto Per un'ora d'autore, per mandare un messaggio di vicinanza ai detenuti in un momento così difficile per tutto il Paese.
I detenuti hanno così potuto collegarsi e confrontarsi settimanalmente con autori e cantautori, tra i quali: Francesco Baccini, Giulio Cavalli, Erica Mou, Salvatore Striano, Darwin Pastorin, Davide Mazzocco. Dopo diversi mesi di collaborazione attiva, abbiamo proposto alla Direzione dell'Istituto Penitenziario di poter adottare culturalmente l'Isola di Gorgona, così da continuare a dare il nostro contributo a quella che riteniamo l'Isola dei Diritti Umani attraverso il nostro linguaggio: l'arte e la cultura".
La Casa circondariale di Livorno e Gorgona è tra i primi firmatari del Manifesto per la Cultura Bene Comune e Sostenibile promosso da Dire Fare Cambiare, ad oggi firmato da 66 organizzazioni provenienti dal mondo della cultura, del sociale e dell'ambiente e da molti artisti tra cui Ambra Angiolini, Flavio Insinna, l'Orchestra di Piazza Vittorio, Paolo Crepet, Paola Minaccioni, Corrado Guzzanti, Claudia Gerini, Maya Sansa, Pino Strabioli, Dolcenera, Francesco Baccini, Sabrina Impacciatore, Alessandro Haber e molti/e altri/e.
"Dopo aver conosciuto l'Associazione Chiave di Svolta con il suo progetto principale Dire Fare Cambiare e aver sottoscritto il Manifesto per la cultura come bene sostenibile e condivisibile - dichiara Carlo Mazzerbo, Direttore dell'Istituto Penitenziario di Livorno e Gorgona - abbiamo avvertito sempre più concretamente l'esigenza di collaborare fattivamente per la realizzazione di progetti che fossero in grado di produrre "cultura" a 360 gradi all'interno del contesto penitenziario.
Da qui l'idea del progetto "Per un'ora d'autore" avviato durante il periodo di sospensione delle attività trattamentali all'interno dei nostri istituti a causa del Covid e che ha consentito ai detenuti di avere sempre una finestra aperta sul mondo della cultura. Adesso l'ulteriore passo in avanti è quello di sostenere l'adozione culturale dell'isola di Gorgona, sezione distaccata di Livorno, da parte dell'Associazione Dire Fare Cambiare affinché quella che è una realtà unica nel suo genere, si trasformi a tutti gli effetti in un modello all'interno del quale i detenuti possano trovare uno spazio fisico e mentale per vivere e produrre cultura nel rispetto dei loro diritti e in sinergia con l'ambiente che li circonda".
leggo.it, 21 luglio 2020
Il carcere dell'isola di Santo Stefano rischia di crollare. A lanciare l'allarme è Salvatore Schiano di Colella, 19 anni di studi alle spalle, unica voce in grado di illustrare ai visitatori la storia del carcere borbonico, patrimonio nazionale dal 2008 e storico-artistico dal 2013.
"Il carcere di Santo Stefano è stato chiuso nel 1965. In 50 anni sono stati fatti solo due interventi: uno di messa in sicurezza dell'ingresso e uno della parte centrale. Ma si tratta di interventi scollegati e non funzionali, il che equivale a dire che non è stato fatto nulla". Il carcere dove per decisione del regime fascista fu incarcerato Sandro Pertini, si trova in una piccola parte dell'isola, l'unica in mano al demanio. I restanti tre quarti sono di proprietà di privati che tentano invano da anni di venderla per circa 20 milioni. Anche perché è sottoposta a vari vincoli: non arriva neanche l'acqua. Avrebbe potuto salvarla lo Stato, ma non lo ha mai fatto.
"Il degrado? Innanzitutto i turisti non possono visitare l'interno del carcere ma sono costretti a guardarlo dall'esterno perché da un momento all'altro potrebbe crollare. L'isola, poi, è in mare aperto e inutilizzabile turisticamente: si può visitare solo con il mare calmo. Dopo circa 200 scalini non totalmente sicuri da superare - che mettono a prova molti visitatori - quello che appare è un abbandono totale. Le abitazioni dove c'era il direttore del carcere o i non carcerati sono in condizioni di rovina e difficile recupero. Paradossalmente la parte che ha retto meglio al passare del tempo è quella più antica, del '700. Le pertinenze e le officine tecniche o degli agenti di custodia hanno subito i danni maggiori: cadono letteralmente a pezzi".
Ma c'è una speranza. Pare che la voce sia arrivata al Ministro della Cultura Franceschini e che nei prossimi giorni si terrà un tavolo tecnico per discutere della possibilità di salvare il carcere di Santo Stefano tramite fondi europei. "Ma - conclude Salvatore - occorre un progetto definitivo da parte dello Stato di recupero. Non si può pensare all'isola senza pensare al carcere né al carcere senza pensare all'isola. Servirebbero 35-40 milioni di euro. Ma si salverebbe un pezzo di storia italiana".
controradio.it, 21 luglio 2020
L'assessore Vannucci: "Arriva in due strutture penitenziarie della città un progetto importante grazie alla sinergia tra Comune, Regione, Società Salute, Asl e al lavoro della Uisp". Da settembre nel carcere di Sollicciano e nella Casa circondariale a custodia attenuata per tossicodipendenti Gozzini prenderanno il via i corsi di attività fisica adattata (Afa) per i detenuti. Il progetto sperimentale "Salute in carcere - Attività Fisica Adattata (Afa) in carcere presso Ncp Sollicciano e CC Gozzini di Firenze" è stato presentato a Palazzo Vecchio dall'assessore a Welfare e presidente della Società della salute di Firenze Andrea Vannucci, dall'assessore regionale a Diritto alla salute e Welfare Stefania Saccardi, dal direttore Società della Salute Marco Nerattini, dal direttore Salute carcere presidi penitenziari fiorentini Sandra Rogialli, dal direttore del Dipartimento Medicina fisica e riabilitazione Bruna Lombardi, dal direttore della Casa Circondariale Ncp Sollicciano Fabio Prestopino e dal presidente dell'Associazione UISP Firenze Marco Ceccantini.
Il progetto affianca i percorsi di salute messi in atto dalla Regione Toscana, dall'Azienda Usl Toscana Centro, dalla Società della salute di Firenze e i programmi di sorveglianza sanitaria rivolti all'individuazione di eventuali fattori di rischio, con particolare riferimento alle malattie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche e degenerative osteo-articolari.
Tutto in un'ottica di ampliamento del concetto di salute in carcere e a sostegno di interventi innovativi di prevenzione, promozione della salute e riduzione delle disuguaglianze. "Quella che prende il via in due strutture penitenziarie della nostra città è un'iniziativa importante che mette a disposizione di detenute e detenuti la possibilità di fare attività fisica assieme a tecnici formati e professionalità di livello - ha detto l'assessore Vannucci. Un progetto che già abbiamo attivato in altri contesti, un'opportunità fondamentale per il benessere e la salute di tutti e risultato di una efficace sinergia tra le istituzioni, Comune, Regione, Società della Salute, Asl e che ha trovato in Uisp un interprete con grande esperienza sul campo in questo settore".
"Abbiamo accolto con favore e sostenuto questo progetto volto a introdurre la possibilità di svolgere attività fisica nelle strutture penitenziarie - ha fatto presente l'assessore regionale Saccardi - Quello del carcere è un ambito sul quale la Regione Toscana è impegnata su diversi fronti, ora appunto anche su quello dell'attività fisica che sappiamo bene riveste una funzione preventiva importante. La Regione peraltro ha ancora la responsabilità delle politiche della salute all'interno del carcere, a maggior ragione risulta cruciale il ruolo di questo progetto nell'ottica di prevenire problematiche sanitarie".
Sandra Rogialli, direttore Salute carcere presidi penitenziari fiorentini, ha sottolineato "l'importanza di un progetto come questo all'interno del carcere" e la dottoressa Lombardi ha spiegato: "in termini di salute l'attività fisica è il farmaco più a basso costo, fondamentale quindi promuoverlo a tutti i livelli". "È un progetto in cui crediamo moltissimo e sul quale siamo da tempo impegnati come Società della Salute - ha commentato Nerattini. Riattivare stili di vita positivi all'interno del carcere porta indubbiamente benefici e risultati e di questo non possiamo che essere davvero soddisfatti".
"Il progetto Afa carcere vedrà coinvolti sei gruppi di detenuti a Sollicciano e al Gozzini, che avranno quindi risposta ai loro problemi di sedentarietà e al tempo stesso di socializzazione attraverso il lavoro della Uisp - ha spiegato Ceccantini. Stiamo vivendo un momento difficile ma non ci siamo tirati indietro come associazione nell'accettare questa nuova sfida, credendo che alla certezza della pena si debbano aggiungere occasioni di riscatto per i detenuti al fine di consentire loro di vivere il carcere in maniera "positiva" e di preparare il rientro nella società civile e il reinserimento come persone".
A partire da settembre saranno attivati da 6 a 10 corsi completamente gratuiti per i detenuti, che per motivi di sicurezza, saranno divisi in gruppi numericamente limitati: saranno formati 5 gruppi a Sollicciano e un gruppo all'istituto Gozzini.
Le sedute di esercizio dureranno un'ora e si svolgeranno due volte a settimana. Durante i corsi, che avrebbero dovuto iniziare a febbraio scorso ma sono stati rinviati a causa del lockdown, saranno rispettate le misure per il contenimento del contagio del Covid-19.
I corsi di attività fisica adattata, organizzati dalla Società della Salute di Firenze e finanziati con il contributo della Regione Toscana, saranno svolti da istruttori della Uisp Firenze. La Uisp metterà a disposizione istruttori Afa in possesso dei requisiti richiesti dalla Regione Toscana per tale attività e debitamente formati rispetto alle necessità dell'ambiente carcerario.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 21 luglio 2020
Il rapporto dell'Ong "Human Right Watch". "Le autorità egiziane dovrebbero adottare misure immediate per fornire ai detenuti adeguate cure mediche e misure per contenere l'epidemia di Covid-19". È il commento di Joe Stork, vicedirettore per il Medio Oriente e Nord Africa per l'organizzazione umanitaria internazionale Human Rights Watch, dopo che ieri è stato pubblicato un rapporto relativo alla diffusione dell'epidemia di Covid- 19 all'interno degli istituti penitenziari dell'Egitto.
Il quadro dipinto dallo studio è allarmante, nel periodo preso in considerazione che si ferma al 15 luglio è stata infatti registrata la morte di 14 detenuti proprio inseguito alle complicanze derivate dall'infezione da coronavirus. Hrw ha basato la sua denuncia su resoconti di testimoni, lettere trapelate da almeno 10 carceri e rapporti rilasciati da gruppi locali impegnati nella difesa dei diritti umani.
Secondo l'organizzazione umanitaria "anche se decine di prigionieri e detenuti, come minimo, avevano mostrato sintomi Covid-19 da lievi a gravi, le carceri non hanno provveduto a cure sufficienti e praticamente non è stato predisposto nessun accesso ai test per il virus o lo screening dei sintomi".
Alla mancanza di misure di tracciamento dei contatti e procedure per isolare i detenuti che presentano sintomi, si aggiunge il fatto che in alcuni casi (si parla di 3 carceri) le guardie si sono rifiutate di consentire ai detenuti di procurarsi maschere. Inoltre esiste una palese difficoltà nel reperire informazioni verificate visto che in Egitto la situazione delle carceri, compresa quella sanitaria, è sottoposta ad un ferreo controllo del governo che difficilmente si distingue per un atteggiamento trasparente.
Nonostante a febbraio l'Egitto abbia liberato 13mila prigionieri per decongestionare il sovraffollamento dei centri di detenzione, la misura sembra essere stata insufficiente. Ad essere rilasciati sono stati i detenuti accusati di reati comuni mentre i politici e prigionieri per crimini di opinione continuano a riempire le celle in maniera significativa. Lo dimostra la vicenda del giornalista Mohamed Monir morto il 13 luglio per aver contratto il Covid-19.
In realtà era stato rilasciato il giorno dopo essere stato arrestato per la sua apparizione sugli schermi di Al Jazira. La rete è stata bandita dal presidente egiziano al- Sisi. La morte di Monir assume contorni inquietanti; il 65enne soffriva di diabete, ipertensione e gravi problemi cardiaci, ma a causa del divieto delle visite da parte di parenti e amici, promulgato dal Ministero dell'Interno egiziano, la sua condizione è rimasta per almeno un mese sconosciuta all'opinione pubblica.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 21 luglio 2020
Si definisce una persona per il mestiere che fa, per le cose che dice e da come agisce, soprattutto se si tratta di un politico. Chiedo scusa a nome dei tanti italiani che sono contro ogni discriminazione, un saluto solidale a Cécile Kyenge. Il tribunale di Macerata assolve il vicesindaco di Civitanova, Fausto Troiano dall'accusa di avere usato la parola "negra" nei confronti della ex deputata Cécile Kyenge. Secondo la difesa la definizione negra non sarebbe una offesa bensì una semplice constatazione.
Ma le parole sono pietre, come diceva Carlo Levi. Altrimenti non si spiegherebbe come mai in tutto il mondo al posto di negro oggi si usi la parola "di colore". Per la semplice ragione che la parola negro per secoli si è accompagnata a una idea di inferiorità sociale, accompagnata da disprezzo e disistima. "Sporco negro" infatti è l'offesa più comune. Le parole hanno una storia, un corpo, una vita politica e culturale di cui non si può non tenere conto. Non a caso si è deciso, con l'avvento della democrazia, di sostituire, tanto per fare un esempio, la parola "serva" con collaboratrice domestica. Certamente il cambio non elimina la servitù, ma fa capire che il rapporto padrone-servo come era inteso in tempi di feudalesimo, è ormai socialmente inammissibile oltre che vetusto e inattuale.
Il pensiero che si nasconde dietro una parola è sempre significativo e comprende l'uso che se ne è fatto nella storia. Anche la parola puttana per esempio, si potrebbe dire che rappresenti una professione, ma guarda caso viene usata ogni volta che si vuole insultare una donna. Per cui una prostituta preferisce chiamarsi "escort" o "lavoratrice del sesso", per sfuggire alla pesantezza moralistica della parola puttana.
Per quanto riguarda Cécile Kyenge quanti si sono rivoltati quando Roberto Calderoli l'ha paragonata pubblicante a un orango? E quanti si sono indignati quando il consigliere circoscrizionale di Trento, Paolo Serafini ha scritto su Facebook "che Cécile Kyenge se ne torni nella giungla dalla quale è uscita"? Che ci siano dei razzisti ostinati lo sappiamo, ma che tanti italiani non prendano le distanze da questi tristi individui, è grave.
A parte il fatto che non si capisce perché si debba definire una persona dal suo aspetto fisico. È come chiamare pubblicamente un deputato lo zoppo, il sordo, il gobbo, eccetera. Lo può fare un ignorante al bar, ma non un rappresentante pubblico. Si definisce una persona per il mestiere che fa, per le cose che dice e da come agisce, soprattutto se si tratta di un politico. Chiedo scusa a nome dei tanti italiani che sono contro ogni discriminazione, un saluto solidale a Cécile Kyenge.
- Parlamento "coeso" sulle missioni neocoloniali
- La lotta di Genova non finisce
- Stati Uniti. Il coronavirus ha causato 39 morti nelle prigioni della California
- Brasile. Nelle carceri il Covid corre veloce: a giugno +800% dei casi
- Iran. Giustiziato il traduttore accusato di aver favorito l'uccisione di Soleimani










