di Pasquale Vitale
belvederenews.net, 19 luglio 2020
Due i suicidi, in sole 24 ore, nelle carceri campane. Sono così salite a 6 le vittime da inizio anno. In una nota il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello e quello di Napoli Pietro Ioia affermano che "Anche se i suicidi sono ascrivibili a diverse motivazioni, il carcere continua ad uccidere", affermano i garanti che chiedono al provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria e al responsabile dell'Osservatorio Regionale della Sanità Penitenziaria un incontro urgente tra più soggetti coinvolti nel mondo penitenziario "per evitare che in questo periodo la solitudine e il vuoto trattamentale uccidano più di una pandemia". Proprio la possibilità di un percorso esistenziale e rieducativo in carcere è stato oggetto dei percorsi di filosofia in carcere della professoressa Giuseppina Giuliano
"Professò io mi voglio salvare". Questa l'affermazione di un ristretto della C.R. di Aversa, al termine di un percorso di Filosofia in Carcere. Anche quest'anno - afferma la professoressa Giuliano - avevamo intrapreso un progetto molto più ampio che, tra l'altro, avrebbe coinvolto molte figure del mondo esterno, tra cui gli studenti dell'Istituto Artistico di Aversa guidati dal prof. Pasquale Vitale e il F.F.M.G. con la dott.ssa Pina Russo.
Molte le figure che si erano rese disponibili alla costruzione di una Rete fatta di Legalità, Bellezza, Arte, Poesia e Musica. La filosofia avrebbe gettato semi di stupore e di meraviglia. Sessanta i ristretti che avevano fatto richiesta di partecipazione ai percorsi in atto. Poi è arrivato il "Mostro" a bloccare e a spegnere i sogni e le speranze di quanti avevano creduto nel "riscatto". Frequentare la bellezza li avrebbe portati, in qualche modo, ad accendere la speranza. I corsi di attività riabilitative e rieducative sono come l'aria da respirare, significa frequentare l'esterno, significa confrontarsi con realtà "altre" che accendono speranze e sogni.
Nel carcere si può e si deve sognare, per non morire. Sì, perché di carcere si muore, oggi più di ieri le ragioni sono molteplici. Sicuramente la mancanza di colloqui con i familiari, le uniche certezze affettive vengono, infatti, dalle famiglie e le videochiamate non bastano. Manca il contatto con le mani, manca il toccarsi con le parole che curano. La chiusura di tutte le attività rieducative ha contribuito fortemente all'aumento di casi di depressione e di suicidio tra i detenuti, gli ultimi, qualche giorno fa, nelle carceri di Santa Maria e Poggioreale.
"La speranza - continua la prof.ssa Giuliano - è un lumicino sottile che si spegne al minimo soffio di vento contrario e non se ne può fare a meno, va alimentata dal contatto umano e dai ponti che anche il volontariato contribuisce a costruire per offrire ai detenuti un'altra opportunità, un respiro ampio nel quale gonfiare le proprie vele per avere la forza di andare oltre le sbarre e navigare per i mari aperti".
Quello del sovraffollamento non è l'unica piaga da arginare nelle carceri. I casi di depressione sono aumentati, così le morti per overdose e per forti crisi esistenziali. Vengono sempre più fuori frammenti di intense esperienze che riportano alla natura ancestrale dei rapporti umani, rapporti che molte volte ai detenuti, anche nelle storie che li attraversano, sono stati negati. Spesso non è stata concessa loro neanche la possibilità di sognare.
"Nelle carceri si respira sempre più uno stato di abbandono ed il forte disagio colpisce tutti, anche chi ci lavora come la Polizia penitenziaria ed il personale tutto. Le soluzioni auspicabili sono diverse, tipo il ricorso a misure alternative, senza causare danni per lo Stato, soprattutto per quelli che scontano una pena inferiore a tre anni. Bisognerebbe creare dei corridoi di alternanza carcere-lavoro-studio. Aumentare le attività laboratoriali ed alternative". Ora la giustizia si è fermata. L'onda anomala del Coronavirus ha spazzato ogni possibilità futura. Facciamo che quel grido soffocato dall'emozione: "mi voglio salvare" non resti una voce disperata che si perde.
primabergamo.it, 19 luglio 2020
Vicario parrocchiale di Bolgare e collaboratore della Caritas, prenderà servizio a settembre. La notizia si è diffusa in un battibaleno nella comunità di Bolgare e dintorni: don Luciano Tengattini, vicario parrocchiale della parrocchia S. Pietro apostolo, è stato nominato Cappellano delle Carceri di Bergamo. Sarà lui che prenderà sulle spalle la pesante eredità lasciata da don Fausto Resmini, vittima di Covid il 23 marzo scorso.
Già collaboratore della Caritas don Luciano è sintonizzato sulle frequenze dell'ascolto delle persone in fragilità e la sua esperienza missionaria in Bolivia (1997-2009) l'ha sicuramente attrezzato al confronto con realtà diverse da quelle della comfort zone. La carica sarà ufficializzata a partire da settembre.
"Bravo don Luciano! - scrivono sulla pagina Facebook "Sei di Bolgare se..." e su quella dell'Oratorio don Bosco i suoi parrocchiani -. Complimenti per questo nuovo incarico. Il Vescovo Beschi ha sicuramente inteso valorizzare la tua particolare vocazione al servizio degli ultimi e dei meno fortunati. Siamo certi che saprai essere vicino ai carcerati nella misericordia e nella carità, aiutandoli nel loro percorso di riabilitazione. Abbiamo un motivo in più per ringraziare il Padre per averti tra noi: questa tua nuova esperienza aiuterà anche noi ad aprirci all'accoglienza e all'amore fraterno. Ti abbracciamo e ti siamo vicini".
Don Luciano Tengattini era stato nominato vicario parrocchiale di Bolgare nell'agosto dell'anno scorso, dopo che per dieci anni era stato responsabile delle parrocchie di Erve e Rossino. Originario di Sarnico, è stato ordinato sacerdote nel 1991.
linkabile.it, 19 luglio 2020
Luigi e Alfonso sono i nomi dei due uomini che in meno di 48 ore hanno messo fine alla loro vita nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere e Poggioreale. Dei 29 detenuti che su tutto il territorio nazionale si sono tolti la vita dall'inizio dell'anno, si arriva a quota 6 vittime per la Campania. Dopo un calo del 40% dei suicidi negli istituti penitenziari della regione nel 2019 rispetto all'anno precedente, i dati di questo primo semestre tornano ad essere allarmanti.
Anche se i suicidi sono ascrivibili a diverse motivazioni, il carcere continua ad uccidere. Nonostante il numero di detenuti nelle carceri italiane sia sceso del 13,9%, arginare il problema del sovraffollamento non basta a contrastare il malessere, il degrado e la solitudine della vita in carcere. In questo periodo di distanziamento sociale dovuto all'emergenza sanitaria sono ancor più venuti a mancare i contatti con i propri affetti, la comunicazione, l'ascolto e la presenza di figure sociali, producendo un evidente senso di abbandono e arrendevolezza.
Continuo a ribadire la necessita di implementare progetti rieducativi e umanizzanti, distribuendoli su tutto il corso della giornata, al fine di combattere l'isolamento. Chiedo a tutti, ognuno per la sua parte, di assumersi l'impegno di riflettere e intervenire. Bisogna sconfiggere insieme l'indifferenza a questo stato di cose, coinvolgendo istituzioni e parti sociali.
Il tema della prevenzione dei suicidi non può essere ristretto alla riflessione e alla responsabilità solo di chi si trova a gestire il carcere ma richiama alla responsabilità il mondo della cultura, dell'informazione, dell'amministrazione centrale e locale, e soprattutto della politica nazionale che troppe volte in maniera cinica coniuga il populismo penale con quello politico.
La perdita di tali vite a un ritmo più che settimanale non produce sussulti, non assume quel rilievo come tema, che nella sua drammaticità dovrebbe avviare ad una effettiva riflessione ed elaborazione delle marginalità individuali e sociali che la nostra attuale organizzazione sociale produce. Negli istituti di pena si concentrano gruppi vulnerabili che sono tradizionalmente quelli in cui rientrano i soggetti a rischio suicidario, ovvero giovani, persone con disturbi mentali, persone socialmente isolate, con problemi relazionali, di abuso di sostanze, e con storie di precedenti comportamenti auto ed etero lesivi.
Bisogna andare oltre l'attuazione di quel protocollo anti-suicidario che si applica in condizioni normali, ma che non dà buoni risultati in un'ottica che tenga conto della complessità di queste vite e dei bisogni delle nuove utenze. Va rafforzato, a tal proposito, il sistema di prevenzione agendo con una maggiore formazione specifica per gli agenti di polizia, per l'area educativa, e per il mondo del volontariato che entra nelle carceri, al fine di prevenire e intuire il disagio che poi porta al suicidio. È necessario inoltre un adeguando degli interventi, con azioni congiunte che uniscano gli operatori di "dentro" e quelli del "fuori".
Affinché si possa fornire una risposta complessa ad un fenomeno di tale portata, non dimenticando coloro che hanno provato a suicidarsi, e che vivono le diverse forme di autolesionismo nelle carceri. Le galere servono a togliere la libertà, non la vita.
zic.it, 19 luglio 2020
In un caso la permanenza è durata addirittura dieci mesi. Nel 2019 i detenuti sono aumentati da 3.554 a 3.834, con un sovraffollamento del 137%. Nel frattempo, la Procura di Bologna ha chiesto l'archiviazione dell'indagine sulla morte di un detenuto alla Dozza dopo la rivolta di marzo: per il pm si è trattato di overdose.
Nel 2019, in Emilia-Romagna, sono stati 15 i bambini che sono hanno vissuto in carcere con una permanenza che è andata da poco meno di una settimana fino, per un caso, addirittura a dieci mesi. La circostanza emerge da una relazione del garante regionale per le persone private della libertà personale, Marcello Marighelli.
"In Emilia-Romagna non è presente alcuna delle strutture individuate dalla legge ed è necessario porre termine ad una situazione che non rispetta i diritti dei bambini e delle madri", ha affermato il garante. La soluzione a in cantiere sarebbe quella realizzare una casa-famiglia protetta che possa ospitare due o tre bambini con le loro madri per brevi periodi.
Cresce intanto la popolazione carceraria: dai 3.554 detenuti del 2018 si è arrivati ai 3.834 del 2019 (155 le donne, 1.930 gli stranieri) con un indice di sovraffollamento del 137%. Nel 2019 si sono registrati 137 tentati suicidi (di cui 108 compiuti da stranieri) e quattro suicidi (di cui uno riguarda un detenuto straniero).
Nel frattempo, la Procura di Bologna ha deciso di chiedere l'archiviazione dell'indagine contro ignoti per "morte come conseguenza di altro reato" sul decesso del detenuto nordafricano trovato morto nella sua cella lo scorso 11 marzo, dopo la rivolta scoppiata nel carcere della Dozza in piena emergenza Covid. Secondo il pm "la ricostruzione dei fatti più plausibile, anche alla luce delle informazioni fornite dal compagno di cella e riscontrate dall'esame autoptico, nonché dal sopralluogo nella cella" è che l'uomo, "già destinatario di prescrizioni di farmaci per il controllo dell'ansia e degli stati di agitazione, abbia assunto volontariamente sostanze prelevate abusivamente dalla farmacia del carcere durante la rivolta", e che quindi la morte "sia avvenuta per overdose".
Nelle indagini non sono state utilizzate le immagini delle telecamere di sorveglianza, danneggiate durante i disordini, mentre - sempre riprendendo le conclusioni del pm - dall'autopsia è emerso che il corpo non presentava lesioni e che invece la morte è stata provocata dalla "massiccia assunzione di farmaci e sostanze psicotrope in combinazione e dosi letali". Farmaci "legittimamente presenti in carcere, in quanto usati per la cura di patologie e il trattamento di dipendenze dei detenuti". Sulla richiesta di archiviazione, che esclude la responsabilità di altre persone nella morte dell'uomo, dovrà pronunciarsi il gip.
forlitoday.it, 19 luglio 2020
Italia Nostra: "Il metodo dell'estemporaneità non solo non produce risultati, ma addirittura può essere dannoso". La Rocca di Caterina Sforza è in gran parte occupata dal carcere, che nel 2022 si trasferirà nella nuova e più adeguata sede, al Quattro. E del carcere svuotato che ne sarà? Da qui la proposta dell'assessore alla Cultura, Valerio Melandri: "demoliamolo. Per davvero".
Spiega Melandri: "A Forlì non serve un carcere vuoto che costerà una pazzia in ristrutturazioni (per questo il trasferimento) e continue manutenzioni. Una spesa infinita. Inutile. Facciamo ritornare la Rocca di Caterina Sforza com'era, con il suo grande spazio verde, cinto dalle mura. Un parco in centro storico, dove immagino le famiglie con i bambini, un'area attrezzata per le grigliate. Dove le persone anziane possono andare a prendere il fresco. Basta costruire. La parola d'ordine è spazio e che sia spazio verde, da vivere".
Sulla questione interviene l'associazione Italia Nostra: "L'assessore Melandri, nel comprensibile entusiasmo del suo primo mandato, sta proponendo numerose idee per i luoghi della cultura forlivesi. Pur apprezzandone lo sforzo, desideriamo fargli notare che per tutto ciò che riguarda la cultura, i beni culturali e il patrimonio storico artistico di una città, i suoi musei, i suoi monumenti, le sue biblioteche e le sue raccolte il metodo dell'estemporaneità non solo non produce risultati, ma addirittura può essere dannoso.
Prima di avanzare proposte è infatti necessario conoscere, studiare, approfondire ogni tema ed aspetto della questione che si ritiene di affrontare, con una visione tanto ampia quanto meditata e siamo certi che questo metodo di cui ci siamo sempre fatti promotori sia ben noto e condiviso anche dal professore, visto che solo qualche mese fa, rispondendo a un nostro appello, ci aveva scritto: "Ammiro il lavoro di Italia Nostra di cui sono stato socio per tanti anni, e che tanto bene ha fatto all'Italia!". Per tale ragione ci hanno sorpreso le parole con cui ha bollato la nostra come una associazione pregiudizialmente contraria a tutto, escludendoci dal gruppo degli "ambientalisti intelligenti" e ricorrendo a toni e categorie che per nulla si addicono ad un amministratore pubblico".
"Italia Nostra, al contrario, è da sempre disponibile al confronto e a mettere a disposizione idee e proposte costruite negli anni, frutto di studi, convegni, dialoghi con eminenti personalità della cultura e del mondo scientifico - prosegue Italia Nostra.
Anche noi riteniamo che la Rocca e la cittadella vadano restaurate, recuperate e rese fruibili secondo un progetto che possa valutare una destinazione a verde pubblico, ma anche un collegamento col campus universitario e col patrimonio museale. Prima però di proporre demolizioni degli edifici del carcere anche possibili vorremmo che la questione venisse valutata in modo attento e rigoroso, a cominciare dal fatto che, trattandosi di beni di proprietà pubblica aventi più di 70 anni, essi sono tutelati de jure e che resta fondamentale il parere della Soprintendenza.
Non intendiamo però solo sottolineare l'esistenza di un vincolo, bensì riteniamo che debba essere compiuta, quando sarà possibile, una attenta analisi degli edifici, della loro genesi e stratificazione, ma anche della storia di coloro che vi sono stati rinchiusi e che hanno lasciato testimonianze preziose quanto fragili, come i disegni visibili forse ancora per poco all'interno della Rocca.
Il recupero funzionale di questo importante monumento, inoltre, non può prescindere dallo studio archeologico delle strutture più antiche e dell'intera area circostante, dove sopravvivono ruderi che attendono ancora di essere adeguatamente interpretati, mettendo in campo le più avanzate metodologie di analisi e rilievo degli elevati".
di Omar Dal Maso
ecovicentino.it, 19 luglio 2020
A trovarlo senza vita nella sua cella sarebbe stato il personale di sorveglianza della struttura penitenziaria, vittima di un malore o di un gesto estremo volontario. Queste le due ipotesi principali annotate sul fascicolo d'inchiesta tra le mani dei magistrati della Procura, che ha disposto l'autopsia sul corpo dell'uomo originario di Malo, effettuata prima di concedere il nulla osta per la sepoltura, avvenuta ieri dopo la cerimonia in forma privata.
Si tratta di un atto dovuto, viste le circostanze e il luogo di detenzione dove Cerri ha concluso prematuramente la sua esistenza. Gli accertamenti clinici fugheranno ogni dubbio in merito. Il detenuto, nato nel 1982, si trovava presso la Casa Circondariale "Del Papa" da poco più di un anno, dopo l'ordine di arresto spiccato nei suoi confronti per una serie di reati commessi in precedenza tra Schio e Piovene, le due località dell'Altovicentino dove aveva vissuto negli ultimi tempi, e dove era molto conosciuto al di là dei suoi trascorsi di giustizia.
A partire da fine maggio 2019 stava scontando una pena di 3 anni e 9 mesi inflitta dal Tribunale di Vicenza. A quei tempi era destinatario di un provvedimento di esecuzione dell'arresto per pene concorrenti conseguenze di fatti avvenuti tra il 2009 e il 2015.
Un atto che fu reso esecutivo dal Tribunale Vicenza incaricando i militari della stazione di Piovene Rocchette di provvedere alla conduzione dell'uomo in carcere, dopo averlo rintracciato nella cittadina ai piedi del Monte Summano: Mario Cerri nel 2015 era stato accusato in un primo momento di tentato omicidio, dopo aver accoltellato un altro ospite della struttura "Casa Bakhita" per futili motivi. Il 38enne di Santorso ferito riuscì a sopravvivere.
Un fatto di sangue avvenuto proprio all'interno della casa di accoglienza scledense dove Cerri stava compiendo un percorso di recupero sociale, in quella che si è rivelata come una sorta di un'ultima possibilità di dare una svolta e intraprendere una nuova direzione, purtroppo non andate a buon fine. In quell'occasione una derubricazione del reato in lesioni aggravate gli consentì una pena più mite, da aggiungere però ad altre passate in giudicato per episodi di microcriminalità che lo hanno portato a trascorrere in prigione gli ultimi mesi della sua vita.
di Armando Di Landro
Corriere della Sera, 19 luglio 2020
Manca personale per sistemare l'archivio. Gli immigrati: "Noi subito disponibili". Il personale scarseggia, c'è un solo addetto per l'archivio della Procura di Bergamo, che va riordinato e riorganizzato. E alla ricerca di volontari da parte della procuratrice e dei carabinieri, ha risposto l'Assosb, l'associazione dei senegalesi di Bergamo. "Ci siamo resi disponibili subito dopo un contatto con il tenente di Zingonia", dice il presidente Tidiane Seck. L'archivio è risistemato al 50%. Si proseguirà in settimana.
Un silenzio profondo caratterizza solitamente il sabato mattina degli uffici pubblici. Ieri, invece, un gruppo nutrito di immigrati senegalesi, circa 30 persone, è uscito dalla Procura a voce alta, allegra. Uno dopo l'altro, giovani e meno giovani, papà, mamme, ragazze e ragazzi. Una presenza che però non ha nulla a che vedere con inchieste in corso, attuali o più datate, ma c'entra parecchio con le ormai arcinote e annose carenze di personale della giustizia italiana. Fanno volontariato, i senegalesi in Procura, sono in servizio da mercoledì 15 luglio e andranno avanti fino a giovedì, ancora per quattro giorni, per sistemare l'archivio al piano interrato.
La loro Assosb, associazione dei senegalesi di Bergamo, attiva sul territorio dai primi anni Duemila, tramite un contatto con i carabinieri della tenenza di Zingonia, ha risposto all'appello del procuratore aggiunto Maria Cristina Rota, per un intervento che in pochi giorni potesse garantire lo spostamento di centinaia di faldoni e un riordino completo dell'archivio, che ha il compito di conservare in sicurezza migliaia di atti giudiziari, anche molto datati.
L'addetto a quel servizio, in Procura, è uno solo. Ne servirebbero molti di più, ma non c'è altra disponibilità di personale amministrativo, nessuna prospettiva di nuove assunzioni. Ed ecco la soluzione. Durante la ricerca di eventuali volontari da parte dei carabinieri, l'idea è venuta al tenente di Zingonia Gerardo Tucci, che conosce l'attività dell'Assosb soprattutto nella sua zona. Un'associazione molto ben organizzata, che ha contatti con quasi tutte le famiglie senegalesi residenti tra città e provincia.
"Abbiamo subito risposto che ci saremmo stati", racconta il presidente dell'associazione, Tidiane Seck, mentre organizza una foto di gruppo fuori dalla Procura, attorno a mezzogiorno, per tenersi un ricordo di questa iniziativa. "Abbiamo pensato che fosse importante, anche in questo caso, dare il nostro contributo alla città e alla provincia di Bergamo e comportarci da cittadini bergamaschi e italiani, offrendo un aiuto alle istituzioni". Il contatto con il tenente Tucci "è stato una settimana fa, abbiamo detto che ci saremmo stati in tempi brevi - prosegue Seck. C'era solo il problema di organizzarci, tra studi dei più giovani e lavoro degli adulti, ma ce l'abbiamo fatta rapidamente".
Il lavoro dei volontari è stato coordinato dalla direttrice dell'ufficio Salute e sicurezza della Procura e da un luogotenente dei carabinieri in servizio in piazza Dante. Anche all'uscita, ieri in tarda mattinata, tutti i volontari indossavano mascherina e guanti. E per evitare assembramenti particolari e organizzare meglio il lavoro al piano interrato, i faldoni sono stati spostati con una catena umana di persone a una certa distanza tra loro. Circa il 50 per cento del lavoro da fare è stato portato a termine, ma bisogna proseguire. I volontari dell'Assosb torneranno al lavoro domani. Ieri non è stato possibile mettersi in contatto, per un commento sull'iniziativa, con il procuratore aggiunto Maria Cristina Rota, che è in ferie per un breve periodo.
studio93.it, 19 luglio 2020
Questo fine settimana nell'ambito del Maggio Sermonetano, verranno esposti i lavori nonché il progetto di Arteterapia del Colore Secondo il Metodo Stella Maris portato avanti dall'Artererapeuta Rossana Pane, in collaborazione con il referente del Cpia 9, il professor Tommaso Virgili, rivolto ai detenuti delle sezioni maschile e femminile della Casa Circondariale di Latina.
I dipinti esposti sono spaccati della vita dell'anima di ogni individuo, che attraverso un percorso nel colore, impara ad armonizzarne le sfumature e ammorbidire i gesti delle pennellate. Così come i colori entrano in dialogo con i nostri sentimenti, le emozioni vengono palesate direttamente sul foglio: interiorità e mezzo artistico divengono un tutt'uno.
L'Arteterapia a indirizzo antroposofico è un approccio che intende disturbi e malesseri, come una disarmonia per cui l'essere umano è costretto a ritirarsi, a separarsi, a dividersi dalla sua unità psico-fisica. Il risanamento è il ricongiungersi di ciò che si era disunito, ricreando la totalità originaria.
Il fare pittorico diviene mira ad attivare questi stessi impulsi vivificanti perché non solo le risorse fisico-vitali, ma anche le forze del cuore siano coinvolte nello sforzo di risanamento. Nell'individuale e personalissima tavolozza di combinazioni cromatico-biografiche presenti in ognuno di noi è possibile leggere artisticamente l'individualità che vi si cela, e intravedere nello svolgersi temporale del percorso arteterapeutico l'Io risanatore che attende di essere disvelato.
videocitta.new, 19 luglio 2020
L'iniziativa è stata possibile grazie ad un protocollo d'intesa firmato dal Sindaco, Gabriele D'Angelo, e dalla direttrice della Casa Circondariale di Lanciano, Maria Lucia Avantaggiato.
Affiancheranno le squadre di operai nel taglio dell'erba, nella pulizia, nella manutenzione dei beni comuni, nel recupero del decoro urbano ed in altre attività di pubblica utilità, i due detenuti della Casa Circondariale di Lanciano che da mercoledì 15 luglio svolgono lavori di pubblica utilità presso il Comune di Castel Frentano. L'iniziativa è stata possibile grazie ad un protocollo d'intesa firmato dal Sindaco, Gabriele D'Angelo, e dalla direttrice della Casa Circondariale di Lanciano, Maria Lucia Avantaggiato.
"Da tempo il Comune intende promuovere, nell'ambito del proprio territorio, l'esecuzione di lavori socialmente utili o di pubblica utilità, dichiara il Sindaco D'Angelo, e con questo protocollo abbiamo offerto opportunità lavorative ai detenuti della Casa Circondariale di Lanciano.
Questo protocollo, continua il Sindaco, è il frutto di un lavoro portato avanti con l'amministrazione carceraria, che ringrazio per aver condiviso la proposta. Rappresenta un progetto di inclusione ad altissimo valore sociale, anche perché accogliere detenuti è sempre un'operazione impegnativa nonché sintomo di una grande apertura mentale e di civiltà.
Siamo fermamente convinti, ha detto ancora il Sindaco, del fatto che il principio della rieducazione e i percorsi di riabilitazione destinati ai detenuti prossimi alla fine della pena, possano approdare a buon fine, se siano ben supportati anche dalle istituzioni. Nel caso specifico, il Comune ha senza indugio aderito al programma mostrando attenzione e sensibilità per la condizione di chi è privato della libertà personale per rendere meno afflittivo il peso della pena e per offrire una prima, importante, occasione di reinserimento sociale e lavorativa".
"Uno dei primi interventi riguarderà la pulizia e il decespugliamento delle aree incolte di proprietà comunale. Il protocollo d'intesa ridurrà il peso economico degli interventi che gravano sul bilancio comunale, oltre a migliorare il decoro urbano e la tutela dell'incolumità pubblica" dichiara il Vice-Sindaco e Assessore alle manutenzioni, Mario Verratti".
"L'accordo firmato tra Comune e Casa circondariale, concludono D'Angelo e Verratti, rappresenta un'assoluta novità nel panorama istituzionale frentano, in linea con la recente Riforma dell'Ordinamento penitenziario in materia di lavori di pubblica utilità, e frutto di un'accurata e proficua sinergia tra enti territoriali, amministrazione penitenziaria e magistratura di sorveglianza".
gonews.it, 19 luglio 2020
Lezione di teatro nella casa di reclusione di Gorgona. Ne dà notizia il Garante dei detenuti Giovanni De Peppo, informando che lunedì 20 luglio "la marginalità si incontrerà sull'isola, per una lezione teatrale all'insegna dell'inclusione, delle emozioni e del ballo".
Protagonista, con i detenuti, la compagnia Mayor Von Frinzius che lavora da anni organizzando e conducendo laboratori teatrali che si sono rivelati essere importanti punti di incontro e socializzazione tra i partecipanti, nonché luoghi di espressione del sé. Sarà la mattina di lunedì che gli attori della compagnia Mayor Von Frinzius salperanno per l'isola di Gorgona, per essere guidati da Lamberto Giannini, Marianna Sgherri, Rachele Casali e Gabriele Reitano in una lezione teatrale che avrà come tema principale la marginalità.
La lezione sarà un viaggio sia esperenziale che fisico che inizierà nel cortile della sezione, per concludersi, muovendosi insieme in una sorta di processione teatrale, sulla suggestiva terrazza antistante lo spaccio e la mensa. L'evento è stato realizzato anche grazie alla collaborazione dell'Associazione Amico di Valerio, che offrirà il pranzo ai ragazzi della compagnia, e della Toremar, che organizza il trasporto marittimo da Livorno all'isola.
La compagnia è un esempio lampante di quanto il teatro, oltre che un potente mezzo artistico, possa diventare uno strumento per aiutare gli attori a convivere con, e uscire dalla marginalità. La capacità di Giannini di creare uno spazio temporale sicuro e controllato in cui esprimere le proprie emozioni e, volendo, mischiare realtà e finzione allo scopo di mascherare e tutelare le proprie fragilità aveva già colpito il Direttore del carcere Carlo Mazzerbo, che in passato aveva coinvolto il gruppo teatrale per organizzare lezioni teatrali all'interno delle sezioni di Livorno e Gorgona.
All'esperienza di Giannini, va unita la possibilità per i partecipanti di relazionarsi in modo del tutto naturale con il mondo della disabilità. Una volta tornati sulla terraferma, la compagnia teatrale proseguirà le proprie attività debuttando, grazie al sostegno della BCC di Castagneto Carducci, con "Siuski - fatto schizzi?" il 24 luglio nella splendida cornice della Terrazza Mascagni. Info:










