di Giancarlo La Vella e Andrea De Angelis
vaticannews.va, 18 luglio 2020
Il 17 luglio 1998 veniva adottato a Roma lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Da allora la data è dedicata proprio alla Giornata Mondiale della Giustizia Penale Internazionale. Importante il lavoro dall'organismo svolto negli anni.
Ricorre oggi la Giornata Mondiale della Giustizia Penale Internazionale. La data ricorda l'adozione da parte dei Paesi dell'Onu dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Il voto avvenne il 17 luglio 1998 presso la Fao, a Roma, al termine di un lungo e serrato dibattito, dopo il quale la maggioranza degli Stati optò per la creazione di un tribunale permanente compretente per reati internazionali, quali il genocidio, i crimini di guerra e contro l'umanità. A queste figure delittuose venne poi aggiunto anche il reato di aggressione. Lo Statuto è entrato in vigore il 1º luglio 2002 contestualmente alla ratifica da parte del sessantesimo Stato. Sono 123 i Paesi aderenti, ma non vi fanno parte protagonisti importanti del panorama internazionale come gli Stati Uniti, la Cina e la Russia.
I Tribunali per il Ruanda e per l'ex Jugoslavia - Già prima della nascita della Corte Penale, la comunità internazionale dette vita a due Tribunali ad hoc per l'ex Jugoslavia e per il Ruanda, che hanno fatto luce sulle più assurde atrocità della storia recente. Essi rappresentano una sorta di prova generale di quella che poi sarà la Corte Penale. Il primo è stato un organo dell'Onu col compito di perseguire i crimini commessi nell'ex-Jugoslavia nei primi anni 90. Tra i tanti personaggi a giudizio, nomi tristemente noti come Slobodan Milošević, presidente della Serbia e della Federazione jugoslava, accusato di crimini in Croazia, Kosovo e Bosnia Erzegovina, Radovan Karadžić, capo politico serbo-bosniaco e presidente della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, e Ratko Mladić, comandante dell'esercito serbo-bosniaco. Il Tribunale Penale per il Ruanda, istituito nel 1994, con sede ad Arusha in Tanzania, fu invece chiamato a giudicare i responsabili del genocidio etnico ruandese e altre violazioni dei diritti umani commessi sul territorio del Paese africano dal 1º gennaio al 31 dicembre 1994. Fu consentito anche ai giudici nazionali di aprire processi contro cittadini ruandesi responsabili, che si fossero trovati in altri Stati. Ciò è avvenuto in Belgio, in Francia e in Svizzera.
La vera giustizia è fare verità - Da 22 anni la Corte Penale Internazionale continua il lavoro su casi di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità, e aggressione. Atti, che per il contesto in cui avvengono non potrebbero mai essere giudicati da corti locali. Ma lo scopo principale della giustizia penale internazionale, secondo Luciano Eusebi, ordinario di Diritto Penale alla Università Cattolica di Milano, è quello di riportare nei giusti binari i rapporti tra gli Stati e all'interno di essi sulla base di un condiviso giudizio di verità. Alla base dell'attività della Corte c'è la tutela dei diritti umani in tutta la loro pienezza.
Soprattutto in questo periodo di pandemia, afferma il docente, c'è il rischio che la pressante emergenza sanitaria globale faccia passare in secondo piano le prerogative fondamentali della persona, soprattutto dei più deboli e socialmente indifesi, come poveri e anziani. Di fronte all'inattività degli Stati è dunque opportuno che vi siano organi di giustizia sovranazionali, che tutelino queste persone, nei confronti delle quali l'inefficacia e la mancanza di programmi di governo si tramuterebbero in veri e propri soprusi.
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2020
In un report in possesso del Fattoquotidiano.it il racconto dall'interno della struttura dei mesi dell'emergenza sanitaria, con i vertici del carcere che fin da aprile hanno tenuto i prigionieri all'oscuro della diffusione della malattia nel Paese. "Va tutto bene, non sono state riscontrate infezioni da coronavirus all'interno del carcere. Le voci che filtrano su eventuali contagi sono soltanto rumors, non c'è nulla di vero. Fuori non è in corso alcuna emergenza".
Banalmente, mentre le autorità carcerarie della prigione di Tora al Cairo, la più temuta in Egitto, cercavano di rassicurare i detenuti, specie quelli più indeboliti e impauriti, attorno spuntavano ripetuti casi positivi al Sars-Cov-2. Sono almeno una decina quelli da considerare ufficiali soltanto dentro alla prigione, non solo tra i detenuti.
Nessuna emergenza fuori, eppure presto l'Egitto raggiungerà i 100mila contagi e i 5mila morti. Tutto tranquillo, anche dentro i padiglioni della prigione, questa la tesi di chi detiene il potere carcerario. Le centinaia di detenuti reclusi nella struttura alla periferia sud della capitale egiziana vivono sotto una sorta di campana di vetro, specie quelli di coscienza come Alaa Abdel Fattah e il 'nostro' Patrick Zaki. Nulla filtra e l'obiettivo della sicurezza del penitenziario è proprio questo, tenere all'oscuro i prigionieri sulla reale situazione epidemiologica all'esterno delle alte mura di protezione.
Eppure, anche nei meccanismi più oliati e affidabili, qualche crepa prima o poi si forma. Così hanno iniziato a filtrare informazioni e soprattutto sono emersi casi di positività all'interno della prigione. Alcune di queste sono state raccolte in un report diffuso da Aida Seif el-Dawla, nota psicologa e da anni direttrice del centro per le vittime di tortura e violenze El Nadeem, al Cairo. La sede dell'organizzazione, nel centralissimo quartiere di Downtown, nel 2018 è stata oggetto di un blitz da part della Sicurezza Nazionale, sequestrata e posta sotto sigilli.
Nonostante tutto, il centro El Nadeem è sempre attivo: "Ieri ho ricevuto un report molto dettagliato sulla situazione interna al penitenziario di Tora, specie nelle sezioni Skorpion I e II, quella dove sono rinchiusi i prigionieri politici - ha raccontato a Ilfattoquotidiano.it - Il report è stato redatto da qualcuno capace di far uscire il documento, oppure qualcuno che di recente è uscito o è stato trasferito ad un altro centro. Di più non posso dire, per salvaguardare la sicurezza della fonte. Ma solo uno che ha vissuto la realtà carceraria, specie quella di Tora, può essere a conoscenza di particolari così precisi e le notizie emerse in queste settimane su nuovi casi di contagio da coronavirus ne sono la conferma".
Forse non è un caso che il report sia stato diffuso giovedì, pochi giorni dopo la morte, ancora avvolta nel mistero, del giornalista Mohamed Mounir, stroncato dall'aggravarsi della patologia da Covid-19. Mounir era stato arrestato il 15 giugno scorso e quando è entrato a Tora era in discrete condizioni di salute. Il 2 luglio è uscito dal carcere positivo al Covid e pochi giorni fa è morto.
Entrando nel cuore del report, si nota il goffo tentativo delle autorità carcerarie di minimizzare il problema e rassicurare i detenuti: "Si assiste a un sistematico black-out delle informazioni e delle notizie a Tora - si legge nel rapporto di cui il Fatto è entrato in possesso - Quando qualcuno chiede a un agente o a un funzionario cosa stia accadendo fuori rispondono che va tutto bene. Stessa risposta quando si viene a sapere che ci sono casi sospetti di coronavirus dentro al carcere.
A marzo, quando ancora era possibile incontrare e sentire familiari e parenti, all'inizio dell'epidemia, il personale usava mascherine, guanti e ogni dotazione di sicurezza possibile. C'era anche il gel igienizzante. Ad aprile le cose hanno iniziato a cambiare e pian piano tutto è tornato come prima del coronavirus, zero protezioni.
Fino a poche settimane fa le autorità carcerarie di Tora smentivano casi positivi, mentre altrove, ad esempio nelle prigioni di al-Liman e Istikbal, erano già ufficiali. Lì, addirittura, erano stati individuati degli spazi per garantire la quarantena dei positivi asintomatici. A Tora nulla di tutto ciò è stato fatto. Le celle sono strapiene, mantenere il distanziamento è impossibile, non c'è il filtraggio dell'aria e in questo periodo dell'anno, con temperature ben sopra i 40°, la vita del recluso è drammatica".
Nei mille caratteri che compongono il rapporto su Tora, l'anonimo va anche più a fondo del problema: "Di fronte alle ripetute smentite, i detenuti potevano fare poco. Fino a quando a Tora, anche nella sezione Skorpion II, alcune persone sono state trasferite in ospedale per casi sospetti di coronavirus. Non si tratta di due-tre casi, ma di parecchi. Sia guardie che detenuti, in molti casi non si sono più visti lì dentro, mandati in malattia a casa nel primo caso e trasferiti in altre strutture, in quarantena, nel secondo.
Le autorità hanno chiuso ulteriormente i canali, ma il virus era ormai entrato. C'è poi la questione delicata dello staff medico interno, assolutamente impreparato per le esigenze legate alla pandemia e per nulla protetto. Mancano i farmaci e quelli che ci sono non servono a nulla, a parte gli antidolorifici. Soltanto una volta alla settimana un medico specialista entra a Tora per controllare la situazione, senza però creare mai quell'allarme necessario per far esplodere il caso.
Infine il problema del cibo, in parte preparato internamente dagli stessi detenuti senza alcuna misura di sicurezza. In particolare il pane, grazie al forno di cui il carcere di Tora è fornito, oppure la distribuzione dei vegetali. Tutto viene fatto a mano, ma chi lavora non indossa guanti e mascherine. Di recente dieci prigionieri della sezione Scorpion sono stati trasferiti nella sezione 1, per punizione, perché chiedevano che il personale della cucina indossasse i dispositivi di protezione. Oltre al trasferimento è scattata anche una severa punizione nei loro confronti".
Terminata l'analisi è il momento delle iniziative da prendere e Aida Seif entra nello specifico assecondando gli argomenti contenuti nel report: "Ci deve essere un fronte compatto a livello di diritti umani di fronte al problema della crisi pandemica all'interno delle carceri egiziane.
È necessario mettere in atto una strategia volta a rendere noto il problema, senza peggiorare gli effetti sui detenuti e al tempo stesso organizzare una campagna di solidarietà in grado di uscire anche dai confini egiziani. Il supporto nei confronti dei detenuti deve essere totale e costante. Infine, coinvolgere nell'analisi le famiglie di chi sta trascorrendo una difficile detenzione, renderle pienamente consapevoli di cosa sta accadendo lì dentro. Solo così si può alzare il livello di guardia per prevenire e trattare l'infezione pandemica in modo da evitare preoccupanti derive".
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 18 luglio 2020
Omissione compiuta. L'ampia adesione dei deputati italiani alle nuove avventure militari votate giovedì indica una continuità storica, un conformismo culturale prima ancora che politico perseguito con ostinazione legislatura dopo legislatura. Facile è scatenare una guerra, difficile concluderla. Impossibile - insegna il caso dell'Afghanistan - giustificarla, facendo a meno delle ragioni tartufesche dei politici con elmetto d'ordinanza e vocazione dannunziana o delle simulazioni degli strateghi militari chini sulle loro mappe, ottimisti anche quando il loro fortino finisce assediato dal nemico di turno, come nel caso dei Talebani che hanno convinto gli Stati uniti a sedersi al tavolo negoziale e a firmare il 29 febbraio 2020 uno storico accordo politico.
Che non conclude ancora la guerra, non risparmia le vittime, ma certifica il fallimento dell'opzione militarista e rende tragicamente vane, alla luce dei circa 3.500 morti civili registrati ogni anno, le parole - prima accorate e sentenziose, solenni e ridondanti, poi, col passare degli anni, sempre più rituali e protocollari - di politici e ministri che rivendicavano la necessità della guerra, generatrice di diritti e democrazia, stabilità e progresso.
Così ci è stato detto, per quasi venti anni, sempre più a bassa voce. Così è stato assicurato agli afghani, per quasi venti anni, con sempre minore sfrontatezza. Qualcuno di loro all'inizio ci ha creduto, il tempo necessario a riconoscere che le cancellerie occidentali non sono meno bugiarde di quelle regionali, guardate con sospetto e impegnate nel nuovo "grande gioco", pronte a colmare il vuoto aperto dal ritiro degli Stati uniti, i cui soldati sono scesi a circa 8.500.
Quanto a noi, continuiamo a ritenere attendibile la vecchia storiella della guerra che genera diritti, così almeno sembrano testimoniare le parole usate dalla viceministro degli Esteri Marina Sereni subito dopo l'approvazione alla Camera, due giorni fa, della risoluzione sulle missioni internazionali. Per lei, la "forte integrazione e complementarietà tra componenti militari, civili e di cooperazione" permette di "perseguire obiettivi di sicurezza, sviluppo, rispetto dei diritti umani".
Che provi a chiederlo agli afghani e alle afghane se le cose stanno davvero così o se, come dimostra il caso dei Prt, i Provincial Reconstruction Team ormai chiusi e un tempo fiore all'occhiello dei militari, la commistione tra cooperazione civile e impegno militare non abbia provocato grandi danni e compromesso sicurezza, sviluppo, diritti umani. Le parole della vice-ministro Sereni e del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che ha enfatizzato "la votazione coesa del Parlamento", così come l'ampia adesione dei deputati alle nuove avventure militari, sono esemplari. Indicano una continuità ormai storica, un conformismo culturale prima ancora che politico, consolidatosi con la guerra afghana, perseguita con cieca, ottusa ostinazione legislatura dopo legislatura, proroga dopo proroga, voto dopo voto. Senza che nessuno - neanche a sinistra, negli ultimi dieci anni almeno - provasse a chiedersi: perché siamo in Afghanistan?
Oggi, a quasi venti anni di distanza dal rovesciamento dell'Emirato islamico d'Afghanistan, e a pochi mesi dal ritiro dei residui 800 soldati italiani, invece di trarre un bilancio, di interrogarsi sul senso e sui risultati di una missione estremamente costosa che finisce per riabilitare e riportare al potere - anche se condiviso - quei Talebani un tempo descritti come selvaggi barbuti, il Parlamento italiano non solo nicchia sui fronti già aperti, ma decide "con votazione coesa" di aprirne di nuovi. Con l'adesione alla task force internazionale Tabuka, operativa nel Sahel, con la missione nel Golfo di Guinea, con il rinnovato e ampliato impegno in Libia: guerra scaccia guerra.
di Antonella Napoli
Il Dubbio, 18 luglio 2020
Sono una delle categorie più colpite dalla repressione dopo il fallito golpe. Mentre il presidente Erdogan celebrava il quarto anniversario dello sventato golpe in Turchia, che la notte tra il 15 e il 16 luglio del 2016 costò la vita a 251 persone, Deniz Yucel, ex corrispondente del quotidiano tedesco Die Welt. uno dei volti simbolo della repressione attuata dal regime, veniva condannato a 3 anni di carcere. La procura di Istanbul ne aveva chiesti 15.
Il giornalista, rifugiatosi in Germania dopo il suo rilascio il 16 febbraio del 2018, è solo uno dei 282.790 sospettati di affiliazione alla rete di Fethulla Gulen, ex alleato di Erdogan considerato la mente del fallito golpe. Fino ad oggi, come riporta un recente rapporto diffuso dalle autorità di Ankara, sono state effettuate 99.066 operazioni contro i presunti golpisti, di cui 94.975 sono finiti in carcere. Attualmente sono ancora in prigione 25.912 persone mentre per gli altri è scattato, dopo anni di detenzione preventiva, il divieto di espatrio in attesa dell'ultimo grado di giudizio.
Dai dati emerge che tra i malcapitati coinvolti nella più vasta repressione attuata del Paese, arrestati con accuse di terrorismo, 605 sono avvocati, di cui 345 condannati arbitrariamente per un totale di 2145 anni di prigione. Oltre 1.500 gli indagati. "Anni di carcerazione preventiva subita senza avere delle accuse precise da cui difendersi, condanne pesantissime inflitte al termine di processi sommari, svolti al di fuori di ogni regola dello stato di diritto" denuncia il coordinamento delle Commissioni Diritti umani e Rapporti Internazionali del Consiglio Nazionale Forense italiano.
Gli avvocati non hanno mai goduto del favore dell'uomo solo al comando. Erdogan in persona avrebbe sollecitato il disegno di legge che prevede l'istituzione di Ordini alternativi a quelli esistenti contro il quale si sono animate proteste dei togati in tutto il paese. Il testo, presentato in Parlamento lo scorso 30 giugno, prevede che il governo assuma il controllo dell'elezione degli organi dirigenti dei vari organismi professionali. "In questo modo Erdogan - sostiene Mehmet Durakoglu, presidente dell'Ordine forense di Istanbul vuole punire la nostra categoria che ha sempre rappresentato i valori laici della democrazia". Non è da escludere che anche l'ultima azione di protesta degli avvocati turchi, che chiedevano un atto di clemenza nei confronti dei detenuti politici non sia piaciuta al presidente turco che mal digerisce le critiche.
Non a caso la riforma del codice penale approvata lo scorso 14 aprile, favorita dall'emergenza Covid- 19, non ha tenuto conto di alcuna osservazione mossa da esponenti delle opposizioni e delle organizzazioni di categoria. Si è rivelata, al contrario, l'ennesima prova dell'accanimento verso dissidenti, avvocati e giornalisti. L'assemblea turca dando il via alla depenalizzazione di alcuni illeciti ha escluso i prigionieri per reati di opinione. "L'unica misura adottata a tutela della salute nelle carceri turche era stata, fino a quel momento, la disinfezione delle celle - denuncia Ayse Acinikli di Ohd, associazione di avvocati turchi e curdi - Non sono stati forniti dispositivi di protezione né alla polizia penitenziaria né ai carcerati, neppure nel penitenziario di Mardin dove si è registrato un caso positivo al Covid 19, un detenuto di 71 anni poi deceduto".
Il provvedimento di clemenza approvato permetterà ai 90 mila che ne hanno usufruito di scontare ai domiciliari il residuo della pena. Tra questi i detenuti con più di 65 anni, malati cronici e madri con figli minori di 6 anni. L'amnistia non è stata estesa ai prigionieri politici ultrasettantenni in isolamento nella struttura di massima sicurezza a Imrali, tra cui il leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan. Per chi resta in carcere la situazione è drammatica anche per l'impossibilità di accesso alle cure a causa della pandemia. Ai malati di cancro sono stati interrotti i controlli e le cure. "Il governo ha la responsabilità dell'omessa protezione delle persone detenute più fragili - dice Ceren Uysal, avvocata dell'associazione People Law Office - in particolare di quei 1300 carcerati gravemente malati per i quali non è stato disposto l'immediato rilascio". Tra coloro che non hanno potuto beneficiare dell'amnistia, oltre agli avvocati Selçuk Kozagaçli, Aycan Çiçek, Barkin Timtik, Engin Gökoglu, Behiç Agçi, Aytac Ünsal, Ebru Timtik, anche il leader del Partito democratico curdo (Hdp) Selahattin Demirtas, che soffre di problemi cardiaci, lo scrittore di fama internazionale Ahmet Altan, 69 anni, e il giornalista Mümtazer Türköne, cardiopatico arrestato nel 2016. Tutti sono in pericolo di vita a causa del virus come tanti altri detenuti accusati di "terrorismo" in prigione solo per aver criticato il governo.
amnesty.it, 18 luglio 2020
A un anno dal rapimento di una parlamentare la cui sorte resta sconosciuta, proseguono le sparizioni. L'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) deve rendere note le sorti e il luogo in cui si trova Siham Sergiwa, parlamentare libica difensora dei diritti delle donne, brutalmente portata via dalla propria abitazione esattamente un anno fa. Il caso di Siham Sergiwa riporta crudamente alla memoria i rapimenti, le sparizioni forzate e le privazioni della libertà perpetrati nel paese da tutte le parti in conflitto, tra cui le forze governative, le autorità de facto e le loro milizie e i gruppi armati affiliati.
Il 17 luglio del 2019, decine di uomini coperti in volto che indossavano l'uniforme dell'esercito hanno attaccato l'abitazione di Siham Sergiwa a Bengasi, nella Libia orientale, che è sotto il controllo dell'Eln. Prima di trascinarla via gli uomini hanno colpito suo figlio sedicenne e hanno sparato al marito auna gamba. La notte precedente il suo rapimento, Siham Sergiwa aveva chiesto pubblicamente la fine dell'offensiva dell'Enl su Tripoli.
"Non si hanno notizie di Siham Sergiwa da quella terribile notte in cui è stata portata via dalla sua famiglia. Il suo destino ci riporta alla mente con orrore le conseguenze alle critiche pacifiche nella Libia di oggi" ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord.
"Stiamo chiedendo all'Enl di porre fine all'angoscia dei familiari di Siham Sergiwa e renderne immediatamente noti la sorte e il luogo in cui si trova. Rapimenti e sparizioni forzate sono divenute un agghiacciante segno distintivo del conflitto libico, in cui i civili sono lasciati in balia delle milizie e dei gruppi armati", ha proseguito Diana Eltahawy.
Le testimonianze oculari del rapimento di Siham Sergiwa unitamente alle fotografie analizzate da Amnesty International indicano come prova della responsabilità di Awliya al-Dam, una brigata armata affiliata all'Enl, i graffiti sul muro della sua abitazione: "Awliya al-Dam" e "L'esercito è una linea rossa". Inoltre, la presenza di numerosi posti di blocco della polizia militare attorno all'abitazione di Siham e testimonianze secondo le quali gli assalitori sono arrivati in auto con la scritta "polizia militare" suggeriscono che l'Enl sia stato complice o direttamente responsabile. L'Enl nega ogni responsabilità, ma non è riuscito a intraprendere un'indagine esaustiva, imparziale e indipendente sul rapimento di Siham Sergiwa o a ottenerne il rilascio.
Da quando l'Enl ha assunto il controllo della maggior parte della Libia orientale nel 2014, Amnesty International ha documentato vari rapimenti di oppositori, veri o presunti, dell'Enl. Alcune vittime finiscono per essere detenute arbitrariamente per lunghi periodi, mentre le sorti di altre restano sconosciute, in un clima di terrore per la loro incolumità e nel timore che arrivi la notizia del loro decesso in detenzione. Ad Ajdabiya, città sotto il controllo dell'Enl situata circa 150 chilometri ad ovest di Bengasi, Amnesty International ha documentato il rapimento di almeno 11 persone della tribù Magharba, a causa dei loro presunti collegamenti con Ibrahim Jadran, ex capo delle Guardie petrolifere, gruppo armato in conflitto con l'Eln.
Ex detenuti hanno riferito ad Amnesty International di essere stati torturati, di essere stati tenuti in condizioni disumane e che era stato negato loro ogni contatto con l'esterno durante il periodo trascorso nelle carceri di Gernada e Al-Kuwafiya, sotto il controllo di gruppi armati alleati dell'Enl. Restano sconosciuti le sorti e il luogo in cui si trovano almeno quattro membri della tribù Magharba, rapiti tra aprile e maggio di quest'anno ad opera di uomini armati che appartengono all'Agenzia di sicurezza interna-Ajdabiya, gruppo alleato dell'Enl. I parenti angosciati alla ricerca dei propri cari nelle prigioni e in altri posti di detenzione e gli ex detenuti hanno dato voce alla loro frustrazione per la mancanza di rimedio legale o giustizia, ripetendo "Dio ci basta ed è colui che meglio può disporre delle nostre vite".
"Nessuna autorità è superiore all'autorità del Radaa" - Nella Libia occidentale, sotto il controllo del Governo di accordo nazionale riconosciuto dall'Onu, Amnesty International ha documentato la sparizione forzata di persone ad opera di una serie di milizie fedeli al ministero dell'Interno, a causa delle loro reali o presunte affiliazioni o per le loro critiche. Tra queste milizie figurano le famigerate Forze del Radaa, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli, la Brigata di Bab Tajoura e la Brigata Abu Selim. Alcuni sono fatti sparire per mesi e anni prima di essere liberati o prima che venga loro permesso di mettersi in contatto con le proprie famiglie per la prima volta.
Amnesty International ha documentato come le Forze del Radaa abbiano sequestrato delle persone semplicemente perché nate nella parte orientale. In un caso, un uomo, il cui passaporto riportava la provenienza da Bengasi, fu fermato all'aeroporto di Mitiga, controllato dalle Forze del Radaa, e portato in prigione, dove fu torturato e fatto sparire per quasi quattro anni. È stato liberato a metà del 2019 senza aver mai aver affrontato un procedimento giudiziario. Secondo ex detenuti, le famiglie delle persone detenute e gli attivisti dei diritti umani le Forze del Radaa negano sistematicamente, e mentendo, alle famiglie disperate di essere a conoscenza dei luoghi di detenzione delle vittime.
Le Forze del Radaa sono ancora pagate dallo stato e formalmente sotto la supervisione del ministero dell'Interno. Come nella parte orientale del paese, i familiari delle vittime di sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie hanno dichiarato ad Amnesty International di avere poche possibilità di cercare risposte od ottenere la liberazione dei propri cari.
Secondo ex detenuti, familiari, difensori dei diritti umani e una precedente ricerca le richieste del pubblico ministero di incriminare i detenuti o rilasciarli vengono regolarmente ignorate dalle Forze del Radaa. Il 29 giugno del 2020, i familiari di molte persone detenute arbitrariamente nella prigione di Mitiga hanno tenuto una protesta. Il giorno seguente, il ministro degli Interni ha incontrato il capo delle Forze del Radaa e ne ha elogiato il lavoro nella "lotta alle minacce nei confronti dello stato e dei cittadini". I familiari hanno riferito ad Amnesty International di essere in balia delle milizie e che "non c'è nessuna autorità al di sopra di quella del Radaa".
Amnesty International chiede a entrambe le parti in conflitto di porre fine immediatamente all'ondata di sparizioni forzate, rapimenti, detenzioni arbitrarie e altre pratiche illegali analoghe. Alle milizie e ai gruppi armati affiliati deve essere ordinato di rendere noti la sorte e il luogo in cui si trovano le persone oggetto di sparizioni forzate e pratiche analoghe e garantire che tutti coloro che sono detenuti arbitrariamente vengano rilasciati. Le persone sospettate di reati penali possono essere detenute solo nel rispetto della legge e in condizioni umane, secondo quanto stabilito dalle normative. Chiunque sia accusato di un reato penale identificabile, potrà essere perseguito secondo procedimenti che rispettino gli standard internazionali di imparzialità. "Il caso di Siham Sergiwa dimostra che nessuno è al sicuro in Libia, neanche le personalità politiche. Invece di elogiare le potenti milizie che commettono impunemente gravi violazioni dei diritti umani e altri reati, tutte le parti coinvolte in sparizioni forzate e pratiche analoghe devono rispondere agli appelli dei familiari angosciati rivelando le sorti e il luogo in cui si trovano tutte le persone scomparse e proteggerle da ulteriori danni" ha concluso Diana Eltahawy.
di Fabrizio Geremicca
Corriere del Mezzogiorno, 18 luglio 2020
Parlano amici e familiari del volontario di Napoli morto in Colombia. Adesso si segue la pista dell'omicidio e si indaga sulle formazioni di destra. C'è una prima svolta nelle indagini sulla morte del 33enne volontario napoletano trovato senza vita in Colombia: ora s'indaga per omicidio. Un amico: "Si sentiva in pericolo e chiedeva aiuto. Viveva tappato in casa". I parenti si appellano all'Onu.
Si indaga per omicidio. C'è una prima svolta nel dramma del trentatreenne Mario Paciolla, il volontario napoletano delle Nazioni Unite trovato morto mercoledì mattina nella stanza dove abitava a San Vicente de Caguan, in Colombia. Era lì nell'ambito di un progetto dell'Onu relativo al reinserimento nella società degli ex guerriglieri delle Farc, la formazione di sinistra che anni fa ha stipulato accordi con lo Stato per la cessazione delle ostilità.
Solo poche ore dopo le dichiarazioni della polizia colombiana, che aveva liquidato la vicenda come suicidio per impiccagione, si apre dunque una partita giudiziaria diversa ad opera delle stesse autorità sudamericane. Una delle ipotesi, qualora fosse confermata la tesi dell'omicidio - sarà certamente importante il risultato dell'autopsia prevista nei prossimi giorni - punta sulla pista delle formazioni paramilitari di estrema destra.
Non crede all'ipotesi del suicidio Eduardo Napolitano, che ha lavorato nella cooperazione internazionale ed ha conosciuto Paciolla oltre 15 anni fa. "L'ultima volta - racconta - ci siamo visti a Natale. Abbiamo mantenuto i contatti nonostante entrambi fossimo spesso in giro per il mondo. Già un anno fa mi aveva espresso timori e preoccupazioni per alcune minacce subite.
Era molto esposto anche perché già in passato, quando operava come volontario di Peace Brigades International, aveva lavorato al fianco della popolazione civile esposta alle violenze degli squadroni dell'ultradestra".
Non appena Napolitano ha appreso del ritrovamento del corpo di Paciolla si è messo in contatto con alcuni amici comuni che vivono in America Latina e che avevano avuto modo di parlare di recente con il volontario dell'Onu. "Più d'uno - riferisce - mi ha detto che Mario era terrorizzato per alcune minacce ricevute. Era rintanato in casa con le tapparelle abbassate ed aveva chiesto ai suoi superiori di organizzare al più presto il suo rientro in Italia. Mi hanno anche raccontato che aveva avuto un duro scontro verbale con i suoi capi proprio perché avrebbe voluto che il rimpatrio fosse eseguito con estrema celerità".
Il ricordo che Napolitano ha di Paciolla è quello di un ragazzo "puro, entusiasta, innamorato dei viaggi e del mondo. Una persona radicale, determinata. Un entusiasta che mai avrebbe anche solo ipotizzato di suicidarsi". Parole non diverse da quelle pronunciate giovedì dalla madre del trentatreenne scomparso. La famiglia di Paciolla è ora in contatto con l'ambasciata italiana in Colombia e con l'Onu in attesa di notizie. "Al momento non sappiamo ancora molto - riferisce un portavoce dei familiari - anche noi aspettiamo".
Mario era un ragazzo molto noto a Napoli ed aveva partecipato, tra l'altro, al movimento studentesco dell'Onda. Gli attivisti dei centri sociali - tra i quali l'ex Opg occupato - che lo conoscevano hanno lanciato una petizione on line su www.change.org per spronare l'Italia a pretendere chiarezza dalla Colombia riguardo alle circostanze della morte del volontario.
"Da giorni - si legge nello appello - si sentiva con la famiglia confessando la sua apprensione per strani comportamenti di gente a lui nota. Si sentiva minacciato. Aveva appena acquistato il biglietto aereo per rientrare in Italia, ma i sicari lo hanno raggiunto prima. Per favore indagate su questa ennesima morte di un giovane italiano all'estero per mano di criminali".
Il timore è che si vada incontro a un altro caso Regeni. Anche il sindaco de Magistris ha reso omaggio ieri a Paciolla: "Brillante viaggiatore, cosmopolita, mente lucida, aveva messo a disposizione del mondo il suo bagaglio culturale ed una genuina attitudine a sporcarsi le mani in una terra inquinata dalle prevaricazioni. Alla sua famiglia va tutto il nostro supporto per ottenere verità e giustizia". La Procura di Napoli si appresta ad aprire un fascicolo per consentire ad eventuali testimoni di riferire notizie utili. Saranno presi contatti con gli inquirenti colombiani.
nelpaese.it, 17 luglio 2020
Legance - Avvocati Associati e l'Associazione Antigone in collaborazione con la Direzione Legal & Compliance di Msd Italia hanno realizzato una "Breve guida all'esercizio del Diritto alla salute in Italia".
La Stampa, 17 luglio 2020
L'allarme sollevato dalla relazione semestrale della Dia. "Qualsiasi misura di esecuzione della pena alternativa al carcere per i mafiosi rappresenta un vulnus al sistema antimafia". Così la relazione semestrale della Dia, a proposito della crisi legata alla pandemia di Covid-19 e alla scarcerazione dei boss, sottolineando che "l'effetto dell'applicazione di regimi detentivi alternativi a quello carcerario ha indubbi negativi riflessi per una serie di motivazioni.
di Stefano Turbati
fpcgil.it, 17 luglio 2020
Il confronto sul "Nuovo modello custodiale", aperto dalla riunione con i Sindacati del Comparto Dirigenti e che sarà concluso dall'incontro con le rappresentanze di Polizia Penitenziaria, ha visto ieri rappresentate al tavolo le istanze degli operatori del Comparto Funzioni Centrali.
xIl Riformista, 17 luglio 2020
"L'aspetto della paralisi economica" collegata alla pandemia del coronavirus "può aprire alle mafie prospettive di espansione e arricchimento paragonabili ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico".
Lo afferma la relazione semestrale della Dia (Direzione investigativa antimafia), relativa al secondo semestre del 2019, prevedendo "un doppio scenario. Un primo di breve periodo, in cui le organizzazioni mafiose tenderanno a consolidare sul territorio, specie nelle aree del Sud, il proprio consenso sociale, attraverso forme di assistenzialismo da capitalizzare nelle future competizioni elettorali.
Un supporto che passerà anche attraverso l'elargizione di prestiti di denaro a titolari di attività commerciali di piccole-medie dimensioni, ossia a quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge l'economia di molti centri urbani, con la prospettiva di fagocitare le imprese più deboli, facendole diventare strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti".
"Un secondo scenario - prosegue la relazione - questa volta di medio-lungo periodo, in cui le mafie - specie la 'ndrangheta - vorranno ancor più stressare il loro ruolo di player, affidabili ed efficaci anche su scala globale. L'economia internazionale avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie".
Un capitolo della relazione è dedicato anche a una polemica recente, quella della scarcerazione dei boss condannati per mafia durante la crisi legata alla pandemia di Covid-19. "Qualsiasi misura di esecuzione della pena alternativa al carcere per i mafiosi rappresenta un vulnus al sistema antimafia", ricorda la relazione della Dia, sottolineante che "l'effetto dell'applicazione di regimi detentivi alternativi a quello carcerario ha indubbi negativi riflessi per una serie di motivazioni. In primo luogo rappresenta senz'altro l'occasione per rinsaldare gli assetti criminali sul territorio, anche attraverso nuovi summit e investiture. Il 'contatto' ristabilito può anche portare alla pianificazione di nuove strategie affaristiche (frutto anche di accordi tra soggetti di matrici criminali diverse maturati proprio in carcere) e offrire la possibilità ai capi meno anziani di darsi alla latitanza", sottolinea la relazione.
"Oltre al rischio della latitanza, l'applicazione di regimi alternativi al carcere, riavvicinando i criminali al territorio, può anche favorire faide tra clan rivali, latenti proprio per effetto della detenzione in carcere", prosegue la relazione, sottolineando come la scarcerazione anticipata può essere "avvertita dalla popolazione delle aree di riferimento come una cartina di tornasole, la riprova di un'incrostazione di secoli, diventata quasi un imprinting: quello secondo cui mentre la sentenza della mafia è certa e definitiva, quella dello Stato può essere provvisoria e a volte effimera". Inoltre, viene sottolineato, la detenzione domiciliare "contraddice la ratio di quella in carcere, che punta ad interrompere le comunicazioni e i collegamenti tra la persona detenuta e l'associazione mafiosa di appartenenza".
La relazione quindi fa un focus sugli investimenti criminali, evidenziando come nel 'panierè il gioco rappresenta "uno strumento formidabile, prestandosi agevolmente al riciclaggio e garantendo alta redditività: dopo i traffici di stupefacenti è probabilmente il settore che assicura il più elevato 'ritorno' dell'investimento iniziale, a fronte di una minore esposizione al rischio". Nel rapporto si legge che si è assistito "alla progressiva limitazione dell'uso della violenza nell'ambito di questo settore, sostituita da proficue relazioni di scambio e di collusione finalizzate a infiltrare economicamente e in maniera silente il territorio". La relazione sottolinea la presenza di "meccanismi sofisticati" che coinvolgono Paesi esteri e la necessità conseguente del "contributo di figure professionali specializzate", nonché i "rapporti di alleanza funzionale tra consorterie appartenenti a matrici mafiose diverse".
"Sono, infatti, sempre più frequenti i casi in cui le organizzazioni, anche al di fuori dalle regioni di origine, per massimizzare i profitti gestiscono gli affari connessi al gioco stringendo veri e propri patti criminali. Se da un lato la Camorra è quella con un interesse storicamente più risalente, la 'ndrangheta ha certamente 'recuperato terreno' negli ultimi anni", afferma la relazione, aggiungendo che "il gioco crea un reticolo di controllo del territorio, senza destare allarme sociale", consentendo un "parallelismo con gli stupefacenti". Inoltre, "se l'infiltrazione nel gaming on line appartiene trasversalmente a tutte le organizzazioni - che non a caso si sono 'consorziatè in più occasioni per fare affari - quella nel settore delle corse ippiche sembra appannaggio prevalentemente di Cosa nostra".
Altro record segnalato nella relazione Dia è che vi sono "oltre 50 enti in gestione commissariale per infiltrazioni mafiose: il numero in assoluto più rilevante dal 1991, anno di introduzione della norma sullo scioglimento per mafia degli enti locali". La Direzione investigativa antimafia definisce "inquietante" il fatto che, "sul totale, ben 16 enti sono stati sciolti più volte, alcuni addirittura tre volte. Di questi, ben 11 sono in Calabria", "la Campania ne conta 3″, la Puglia e la Sicilia ne contano uno ciascuna". "È il chiaro segnale di una continuità nell'azione di condizionamento delle organizzazioni mafiose, in grado di perpetuarsi per decenni e a prescindere dal posizionamento politico dei candidati", sottolinea la relazione.
"Una sottile linea rossa mafiosa che, fornendo un sostegno bipartisan nel corso delle elezioni amministrative, ha permesso all'organizzazione di rigenerarsi e di perpetuarsi. Un do ut des, che se da un lato fornisce voti o utilità all'amministratore corrotto, dall'altro ha ritorni di varia natura", prosegue il testo.
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