di Roberto Saviano
La Repubblica, 17 luglio 2020
Dopo il sì al rifinanziamento della Guardia costiera libica. Nel giorno dell'indignazione per la foto che ritrae l'ennesimo cadavere nel Mediterraneo, il segretario del Pd Nicola Zingaretti avrebbe dovuto spiegare - in realtà ci aspettavamo una spiegazione già da tempo - perché i ministri del suo partito hanno tradito il voto dell'Assemblea nazionale sul rifinanziamento degli aguzzini libici.
Si era votato all'unanimità contro lo stanziamento di fondi per la Guardia costiera libica e ci era parsa una deviazione assai significativa del Pd dall'asse che, da Berlusconi passando per Minniti, aveva portato alla ferocia del governo gialloverde. Mai le politiche migratorie che criminalizzavano le Ong e riconoscevano una zona Sar libica, di fatto considerando la Libia un Place of safety, erano state messe in discussione dal Pd; quindi il voto dello scorso febbraio dell'Assemblea nazionale rappresentava un vero e proprio cambio di rotta: un cambio di rotta tradito.
Ma questo sarà l'ennesimo giorno dell'indignazione. Il giorno in cui, con un commento, ci si lava la coscienza. L'ennesima foto dell'orrore: un uomo, un migrante, che per settimane ha vagato nel Mediterraneo, morto per raggiungere un sogno che per noi è realtà: l'Europa. Prima di lui in migliaia, prima di lui Alan Kurdi, poi Josefa e la donna con bambino, morti accanto a lei che invece era stata tratta in salvo viva e sotto shock. Vi ricordate le scarpette di Alan e le unghie rosse di Josefa? Dettagli usati per far credere che si trattasse di una messa in scena; non dimentico l'orrore di quelle morti, non dimentico l'orrore delle menzogne che sono seguite, ma nemmeno l'orrore del silenzio di chi vanta crediti da bestia buona mentre continua a spostare il nostro senso comune sempre più a destra, come dicono loro: "Per non regalare il Paese a Salvini". Per non regalare il Paese a Salvini, sono diventati Salvini.
Quanto tempo durerà la nostra indignazione di oggi e la sofferenza per questo ennesimo cadavere? Ancora domani, forse, e poi? Direi che è giunto il momento di dare un volto ai responsabili dell'orrore di cui noi siamo impotenti testimoni e migliaia di persone sono vittime, altrettanto impotenti. Ma la nostra impotenza è nulla rispetto al prezzo che le vittime pagano per rincorrere un desiderio umano, quello di sopravvivere a fame, guerre, violenza, discriminazione. Al prezzo che pagano per tentare la fuga dai campi di prigionia libici che - vale la pena ricordarlo, soprattutto a chi bacia croci e santini, a chi brandisce la bibbia e si professa cristiano, o cristiana - papa Francesco ha definito lager.
E per questa tragedia abbiamo un pantheon di responsabili ed è giunto il momento di inserire tra loro il segretario del partito democratico Nicola Zingaretti. Il Pd, sotto la sua guida, ha prorogato, in Consiglio dei ministri, il finanziamento della Guardia costiera libica, ovvero degli aguzzini dell'uomo morto in mare (e di migliaia di altre persone, tra cui molti, moltissimi minori), ovvero dei trafficanti di esseri umani che con i nostri soldi torturano, imprigionato ed estorcono altro denaro ai disperati.
L'Assemblea nazionale del Pd aveva votato all'unanimità contro il rifinanziamento, e questo solo cinque mesi fa. Ancora trovate sul sito del Pd, a caratteri cubitali, titoli come questo: "L'Assemblea nazionale Pd approva all'unanimità l'odg sulla Libia". Allora non sarà lecito domandarsi perché il Pd nel Consiglio dei ministri non abbia seguito le indicazioni dell'Assemblea? L'Assemblea nazionale del Pd quindi non conta nulla? Lo immaginavamo e ora ne abbiamo la prova finale. Ma ripeto la domanda al segretario del Pd, la grido: perché i ministri del suo partito hanno tradito la volontà del voto?
Finanziare gli aguzzini libici, per caso, significa prendere parte alla guerra civile libica? Significa tenere un artiglio nel Paese dai cui interessi e dalle cui sorti siamo stati estromessi? Lo si dica apertamente ma non così: mascherando, mentendo, tradendo, sacrificando vite umane. Quando tra qualche anno guarderemo film o leggeremo racconti sull'inferno libico - così ci è capitato vedere i lager nazisti, i gulag sovietici, i campi cambogiani, lo Stadio di Pinochet - dobbiamo ricordarci che l'orrore di oggi ha delle responsabilità. Sui "taxi del mare" di Luigi Di Maio e sulle "crociere" di Matteo Salvini credo di non dover aggiungere nulla, salvo questo: la ferocia di Di Maio e di Salvini non venga utilizzata come paravento da chi ha le medesime responsabilità mentre sbandiera i diritti umani come proprio vessillo.
Per quel che ne sappiamo, abbiamo evidenza del fatto che questo governo non otterrà mai verità su Giulio Regeni, mai si impegnerà per la liberazione di Patrick Zaky e delle centinaia di detenuti nelle carceri egiziane mentre vende fregate Fremm al regime di al-Sisi. Mai si interesserà a chi muore da innocente nelle carceri turche e mai avrà cura di tutti i sofferenti - si badi bene, anche italiani - che vivono schiacciati dal tallone di qualcuno che, seppur palesemente criminale, è comunque qualcuno con cui si fanno affari. E gli affari vengono prima di tutto, prima del rispetto della vita umana.
Il suo silenzio, segretario Zingaretti, sulle motivazioni del voto favorevole per il rifinanziamento degli aguzzini libici non è tollerabile, come non è accettabile che un segretario non sia capace di far rispettare il voto dell'Assemblea nazionale del suo partito. Tra il governo gialloverde e quello giallorosso non c'è alcuna differenza se al centro non viene posta la vita umana, ma una politica becera che pone chi governa l'Italia sullo stesso piano dei criminali che finanzia nel Mediterraneo. Il lavoro sporco in cambio di un briciolo d'influenza. Quello che è accaduto, segretario Zingaretti, adesso sembra una notizia che può essere nascosta, ma domani sarà una responsabilità che non le darà tregua.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 luglio 2020
Dossier dell'Associazione Studi Giuridici Immigrazione. Le organizzazioni umanitarie italiane (Ong) che operano nei centri libici per migranti non starebbero migliorando le condizioni dei reclusi, ma ne legittimerebbero la detenzione. Lo si evince dal rapporto pubblicato dall'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi) proprio sugli interventi attuati da alcune Ong che portano avanti progetti finanziati con 6 milioni di euro dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (Aics).
Come spiega l'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione, l'iniziativa ha suscitato, sin dall'emanazione del primo bando a novembre 2017 molto scalpore nell'opinione pubblica, sia perché il sistema di detenzione per migranti in Libia è caratterizzato da gravissimi e sistematici abusi ("è troppo compromesso per essere aggiustato", aveva detto il Commissario Onu per i diritti umani) sia per la vicinanza temporale con gli accordi Italia- Libia del febbraio 2017.
I centri di detenzione libici, infatti, soprattutto quelli ubicati nei dintorni di Tripoli che sono destinatari della maggior parte degli interventi italiani, sono destinati a ospitare anche migranti intercettati in mare dalla Guardia Costiera Libica, a cui l'Italia ha fornito, e tuttora fornisce, un decisivo appoggio economico, politico e operativo. Il rapporto si interroga quindi sulle conseguenze giuridiche degli interventi attuati, a spese del contribuente italiano, nei centri di detenzione libici.
Nel rapporto si apprende che i fondi stanziati dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo nel 2017 per interventi da parte di Ong italiane all'interno di centri di detenzione in Libia ammontano complessivamente a 6 milioni di euro.
Tale somma è stata appaltata attraverso tre diversi bandi. Tutte le informazioni sono pubblicamente disponibili sul sito dell'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo. I bandi in esame prevedono che ciascuna Ong partecipante possa presentare una proposta di progetto come singola Organizzazione o in associazione temporanea di scopo (Ats) con altre Ong. Dalla scelta se partecipare come singoli o in Ats i bandi fanno anche dipendere l'importo massimo del finanziamento, inizialmente fissato a 666.550 euro, poi elevato nei bandi successivi a 1.000.000 di euro.
I bandi inoltre stabiliscono che per l'attuazione dei progetti le Ong italiane debbano necessariamente avvalersi di partner locali sul campo, in quanto la situazione di sicurezza non consente la presenza di personale italiano in loco. La possibilità per personale italiano di recarsi nella zona d'intervento può essere valutata caso per caso con l'evolversi della situazione. Le Ong capofila dei progetti approvati sono le seguenti: Emergenza Sorrisi, Helpcode (già Ccs), Cefa, Cesvi e Terre des Hommes Italia. Le altre Ong coinvolte nell'attuazione dei progetti, come partner di quelle capofila, sono Fondation Suisse de Deminage, Gvc (già We World), Istituto di Cooperazione Universitaria, Consorzio Italiano Rifugiati (Cir) e Fondazione Albero della Vita.
Al fine di comprendere in dettaglio la natura e la tipologia degli interventi svolti, alcuni soci dell'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione hanno presentato una serie di richieste di accesso civico per ottenere copia dei documenti più rilevanti relativamente ai progetti in questione, ed in particolare il testo dei progetti presentati ed approvati. Ma nulla da fare. L'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo ha negato il diritto di accesso a tutti i testi dei progetti approvati.
L'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione ha messo in discussione la logica stessa dell'intervento ideato dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo, mostrando come in larga misura le condizioni disumane nei centri, che i bandi mirano in parte a migliorare, dipendano da precise scelte del governo di Tripoli (politiche oltremodo repressive dell'immigrazione clandestina, gestione affidata a milizie, assenza di controlli sugli abusi, ubicazione in strutture fatiscenti, mancata volontà di spesa, ecc.). I bandi non condizionano l'erogazione delle prestazioni ad alcun impegno da parte del governo libico a rimediare a tali criticità, rendendo così l'intervento italiano inefficace e non sostenibile nel tempo.
Ma non solo. Le Ong svolgono un'attività esclusivamente strutturale. Ovvero, secondo il rapporto, alcuni interventi non sono a beneficio dei detenuti ma della struttura detentiva, preservandone la solidità strutturale e la sua capacità di ospitare, anche in futuro, nuovi prigionieri. L'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione si interroga anche sulla destinazione effettiva dei beni e dei servizi erogati.
L'assenza di personale italiano sul campo e il fatto che i centri siano in gran parte gestiti da milizie, indubbiamente ostacolerebbero un controllo effettivo sulla destinazione dei beni acquistati. L'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione non esclude che di almeno parte dei fondi abbiano beneficiato i gestori dei centri, ossia quelle stesse milizie che sono talora anche attori del conflitto armato sul territorio libico nonché autori delle sevizie ai danni dei detenuti.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 17 luglio 2020
La ministra Lamorgese a Sarraj: "L'accordo con la Turchia deve essere replicato con Tripoli". Sessantacinque naufraghi alla deriva nella zona Sar maltese, a 54 miglia da Lampedusa, con onde di 2 metri, il motore in panne e nessuno soccorso in vista. Nelle stesse ore, ieri mattina, si decideva alla Camera sulle missioni all'estero, passate con 453 sì e 9 astenuti.
Per il capitolo Libia è stato necessario un voto separato: il via libera è arrivato (come già al Senato) ma con 401 sì, 23 no e 2 astenuti. Il quorum di 213 è strato raggiunto grazie al centrodestra perché la maggioranza si è fermata a 206. Italia Viva non ha partecipato al voto mentre hanno detto no 7 di Leu, 8 del Pd, 5 del Misto e 3 5s. Una frattura nello schieramento giallo rosa già emersa ma che ieri si è consolidata.
Nella Risoluzione, sottoscritta da 22 parlamentari, il primo firmatario Erasmo Palazzotto di Leu ha sottolineato: "La missione in Libia apre una contraddizione nella maggioranza". E poi in sede di voto: "Non sarò complice. A chi diamo le nostre motovedette? Chi stiamo addestrando? Coloro che trafficano esseri umani? Inaccettabile". Gli interventi in aula hanno messo sotto accusa una linea politica che si perpetua di governo in governo: "La Libia non è mai stata un porto sicuro - ha detto Laura Boldrini. Sostenere la Guardia costiera libica significa sostenere le violazioni dei diritti umani".
Il dem Matteo Orfini: "Finanziarla significa appoggiare chi uccide, stupra, tortura. Farlo dicendo che chiederemo loro di comportarsi bene è solo una gigantesca ipocrisia". Dallo stesso gruppo parlamentare Giuditta Pini: "Il rifinanziamento della Guardia costiera libica è stato votato anche dalla maggioranza del Pd nonostante l'assemblea del partito avesse espressamente dato parere contrario. Due partiti su quattro della maggioranza non vogliono più sostenere questa missione. Mentre il Pd ha votato insieme a Lega e 5s".
I dem sotto accusa. Da +Europa Riccardo Magi spiega: "Un anno fa il Pd non partecipò al voto sulla proroga della missione sostenendo che la strategia andava cambiata e i centri di detenzione svuotati. Oggi (ieri ndr) il governo italiano ha disposto la proroga con l'aumento del finanziamento e il Pd, tranne pochi, ne ha votato la prosecuzione. Esito schizofrenico". Emma Bonino: "Il governo ha appena rifinanziato la Guardia costiera libica come se esistesse davvero. L'Italia paga per fermare con ogni mezzo, anche il più disumano, i flussi nel Mediterraneo, è il bancomat di queste operazioni". Ma la viceministra dem degli Esteri, Marina Sereni, non si è scomposta: "Stiamo lavorando per la modifica del Memorandum con Tripoli per favorire l'accesso delle organizzazioni internazionali nei centri per migranti con l'obiettivo del loro superamento".
Il fronte del no ieri ha scritto all'esecutivo: "Una parte della maggioranza, trasversale a tutte le forze, chiede discontinuità nella gestione del fenomeno migratorio. La collaborazione nei respingimenti illegali verso un paese in guerra, dove le persone subiscono violenze inenarrabili, si configura come una nostra corresponsabilità nelle violazioni di diritti umani". Una trentina di deputati più tre europarlamentari hanno quindi chiesto un tavolo per affrontare il tema.
La ministra dell'interno, Luciana Lamorgese, è volata ieri a Tripoli per discutere di migrazioni, sicurezza e anche affari. La delegazione è stata ricevuta dal premier del Governo di accordo nazionale, Fayez al Sarraj, e dai principali esponenti del suo esecutivo. Dopo la sessione plenaria c'è stato un incontro bilaterale con il suo omologo, Fathi Bashagha, uomo forte di Misurata. Oggetto dei colloqui la cooperazione nel campo della sicurezza, la lotta all'immigrazione clandestina, il ritorno delle compagnie italiane in Libia, la rimozione delle mine lasciate dalle forze di Haftar, la riapertura dei pozzi di petrolio. Lamorgese ha messo sul tavolo una posizione che sarà piaciuta ai protettori turchi di Sarraj: "Confermiamo l'orientamento, già espresso dal governo italiano, secondo il quale l'impegno profuso dall'Ue nell'ambito dell'accordo con la Turchia possa e debba essere replicato anche nel quadrante centrale del Mediterraneo".
Il patto con Ankara del 2016 per bloccare i flussi sulla rotta orientale, sponsorizzato dalla Germania (6 miliardi di euro alla Turchia), verrebbe replicato con la Libia mentre, intanto, la guerra non si ferma e le milizie continuano a fare affari con i migranti. Orientamento emerso lunedì scorso alla conferenza di Trieste, promossa dall'Italia d'intesa con la commissione Ue e con la presidenza di turno tedesca, e la partecipazione dei governi del Nord Africa da cui provengono i principali flussi. Proposta che nel 2016 aveva già fatto l'allora ministro Alfano.
Lamorgese ha ribadito "la necessità di controllare frontiere e flussi nel rispetto dei diritti umani. Attivare operazioni di evacuazione dei centri gestiti dal governo attraverso corridoi umanitari organizzati dall'Ue e gestiti da Oim e Unhcr". È stata poi verificata l'attuazione del progetto del Viminale, cofinanziato dall'Ue, per migliorare le forze di sicurezza: ieri sono stati consegnati 30 automezzi per il controllo delle frontiere terrestri.
di Antonio Armellini
Corriere della Sera, 17 luglio 2020
La famiglia del ricercatore ucciso in Egitto reclama con ragione un'azione più decisa, le tergiversazioni della magistratura cairota sono inaccettabili ed è indispensabile continuare a denunciarne le carenze pretendendo una collaborazione sempre promessa e subito smentita.
Non era detto che finisse così e la vicenda dei nostri marò si è conclusa nella maniera per noi migliore. Che la giurisdizione dovesse essere italiana era abbastanza chiaro dall'inizio, anche se lo status di fanti di marina in servizio di Stato, ma pagati da armatori privati a mo' di contractor, poteva dare adito a più di un dubbio (la legge che di quei dubbi era la causa, non sembra sia stata modificata). Latorre e Girone saranno processati in Italia e verranno con grande probabilità assolti (attenzione, la Corte dell'Aja ha statuito sulla giurisdizione e non sul fatto, per il quale restano formalmente indagati). L'obbligo per l'Italia di risarcire le vittime (peraltro già risarcite da tempo in parte, con una fretta forse non del tutto assennata) permette al governo indiano di sostenere che la violazione italiana del diritto internazionale è stata accertata.
La decisione della Corte ha riconosciuto qualcosa ad entrambi, come si conviene ad un buon arbitrato: qualche sbavatura resta possibile, ma è destinata a rimanere marginale. Perché aldilà delle argomentazioni giuridiche, quel che è ambiato è il quadro politico di riferimento. Per Narendra Modi, la vicenda della Enrica Lexie era un drappo rosso nei confronti dell'"italiana" Sonia Gandhi e del partito del Congresso, utilissimo da agitare in una campagna elettorale difficile; dopo la disfatta del clan Gandhi, continuare ad insistere sulla storia dei marò aveva sempre meno senso e rischiava di attirare l'attenzione sulle ambiguità che da parte di Delhi non sono mancate, a detrimento dell'immagine di paese aperto alla collaborazione e agli investimenti internazionali, che sta molto a cuore al primo Ministro indiano.
Non che gli manchino altri problemi ma di questo, almeno, potrà sbarazzarsi. Dopo gli andirivieni iniziali, anche da parte nostra è prevalso l'interesse a tenere un profilo basso. E così una valutazione politica convergente ha consentito a diplomatici e avvocati di lavorare bene e l'Italia può tornare ad affacciarsi con forza su un mercato per il quale l'ombra dei marò continuava a costituire un peso.
Per il caso Regeni, vale il contrario. Anche qui siamo dinanzi a un crimine accertato, dei cui colpevoli si sa quasi tutto e che sarebbe facile incriminare attraverso un'indagine non viziata da altri fattori. Diversamente da Latorre e Girone però, l'incontestabilità delle nostre argomentazioni giuridiche sbatte qui contro il muro di valutazioni politiche contrapposte e del tutto incompatibili. È più di un sospetto che l'assassinio di Regeni sia stato fomentato da servizi segreti più o meno deviati, sulla base di informazioni falsate (cosa che ha reso ancora più ingarbugliata la ricerca delle coperture) e in più occasioni Al Sisi ha dimostrato di non essere in grado di andare oltre parole di circostanza.
Aveva cercato all'inizio di proporre qualche capro espiatorio accettabile, ma ha dovuto fare marcia indietro. La realtà egiziana è quella che è e appare chiaro come egli dipenda per il suo potere da strutture che da lui dovrebbero dipendere, ma che sembra in grado di controllare solo in parte. Dinanzi all'alternativa fra riconoscere il buon diritto dell'Italia e fare giustizia, e mettere a rischio la sua presa sul potere, il legame con i protagonisti veri di questa vicenda non gli consente la libertà di manovra che sarebbe necessaria (chi ha memoria dei nostri servizi "deviati" del secolo scorso, ricorderà quanto simili condizionamenti possano pesare).
La famiglia Regeni reclama con ragione un'azione più decisa, le tergiversazioni della magistratura cairota sono inaccettabili ed è indispensabile continuare a denunciarne le carenze pretendendo una collaborazione sempre promessa e subito smentita. Qualche risultato, se non altro nella ricostruzione dell'accaduto sarà possibile ottenere, ma andare oltre nello svelamento di una realtà che occhieggia minacciosa sullo sfondo sarà difficile.
Fare il viso dell'arme all'Egitto sarebbe moralmente doveroso e misure come il richiamo del nostro ambasciatore avrebbero senso solo se parte di una strategia di pressioni politiche crescenti, con la prospettiva del sostanziale congelamento delle relazioni.
A ciò si contrappone l'esigenza di non troncare il rapporto con un paese che per noi è strategicamente ed economicamente importante. L'incompatibilità delle valutazioni politiche rispettive si oppone in questo caso a qualsiasi mediazione e mette l'Italia dinanzi alla scelta fra etica e dignità da un lato, e convenienza politica dall'altro. Una scelta: proprio quello che a questo governo sembra sempre impraticabile.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 17 luglio 2020
Le vite di Amirhossein Moradi, 25 anni, Saeed Tamjidi, 27, e Mohammad Rajabi, 27, sono salve, per ora. "Aspettatevi la notizia che la sentenza è stata sospesa", ha scritto su Twitter uno degli avvocati dei tre giovani condannati a morte in Iran, aggiungendo di aver potuto, per la prima volta, esaminare le accuse contro di loro. La speranza concreta di una svolta arriva dopo una campagna massiccia sui social alla quale hanno partecipato personaggi famosi come il regista Asghar Farhadi, l'attrice Taraneh Alidousti, il calciatore della nazionale Hossein Mahini, politici "riformisti" come l'ex vicepresidente Mohamad Ali Abtahi, l'ex deputata Parvaneh Salahshouri, ma anche insegnanti, medici, economisti, casalinghe. Nella giornata di martedì 7,5 milioni di tweet sono giunti da tutto il mondo (incluso uno di Trump). Il messaggio: fermate le esecuzioni.
Si era saputo al mattino di martedì che i tre giovani sarebbero stati impiccati per aver partecipato alle proteste dello scorso novembre in cui furono uccise 500 persone. I tre ventenni erano tra i 7.000 arrestati. In una lettera aperta, i loro avvocati spiegavano che erano stati costretti a confessare sotto tortura.
Secondo Iran Human Rights, ci sono state 280 esecuzioni nel 2019 nel Paese (superato solo dalla Cina). La pandemia di Covid-19, che ha fatto 13mila morti, e la crisi economica non hanno fermato il boia, con accuse che vanno dal bere alcolici allo spionaggio per la Cia. In parte il regime risponde così ai misteriosi incidenti che hanno colpito siti strategici della Repubblica Islamica a partire dal 29 giugno, alcuni dei quali considerati atti di sabotaggio del Mossad. Inoltre, le esecuzioni come sempre servono a intimidire l'opinione pubblica: sono uno strumento per prevenire nuove proteste. Ma la mobilitazione sui social ha lanciato un monito, espresso dall'ex ministro dell'Interno Mostafa Tajzadeh: "Niente scuote le fondamenta del sistema come versare il sangue degli innocenti".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2020
La voglia di lasciarsi alle spalle una delle stagioni più buie della storia della magistratura traspare evidente nella pressoché unanime (sola eccezione, l'astensione del laico indicato dalla Lega Stefano Cavanna) quota di consensi che ha condotto ieri il Csm a eleggere i nuovi vertici della Cassazione.
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 16 luglio 2020
"Il mio augurio alle colleghe è che presto questa notizia non faccia più notizia", Margherita Cassano è la prima donna a diventare presidente aggiunto della Corte di Cassazione, la numero due del primo presidente Pietro Curzio. Mai una donna era arrivata così in alto alla Suprema Corte.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 16 luglio 2020
In un articolo sul Corsera esprime i suoi dubbi sulla separazione delle carriere che andrebbe, nel suo ragionamento, a rafforzare addirittura il "partito delle procure". Si ha paura della dipendenza dal ministro. Ha proprio ragione il dottor Giancarlo Caselli. Se si attuasse la separazione delle carriere tra giudici e rappresentanti dell'accusa, questi ultimi finirebbero con l'acquisire un potere tale da rafforzare quel Partito dei pm "di cui taluno favoleggia".
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 16 luglio 2020
Luciano Violante, già Presidente della Camera, giurista e magistrato in prima linea, oggi parla nella veste di Presidente onorario di Italia Decide, associazione che si propone di individuare soluzioni per sbloccare il Paese, troppo spesso imbrigliato. E da qui partiamo.
Conte gira per le cancellerie e il dibattito politico si infiamma sull'Europa, sul Mes.
Il viaggio è stato commentato da molti con atteggiamenti autodenigratori, che mio avviso sono sbagliati e dannosi per la nostra reputazione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 16 luglio 2020
"Oltre alle riforme punitive, si chiedono anche commissioni d'inchiesta: come se si trattasse di mafia o terrorismo. Ingiusta detenzione, certe norme della pdl sono solo slogan". "Sì, c'è un rischio serio, molto serio, che la politica infierisca strumentalmente anziché preservare l'autorevolezza e l'immagine di noi magistrati. Alcuni pensano sia l'occasione giusta per operare una sorta di resa dei conti. Dal caso dell'hotel Champagne si rischia insomma di arrivare a una rappresaglia".
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