di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 luglio 2020
È in arrivo a Roma il primo corridoio umanitario da quando è iniziato il lockdown per dieci rifugiati da Lesbo. Finalmente, per loro, si apre una nuova vita grazie all'Elemosineria Apostolica e alla Comunità di Sant'Egidio. L'ha voluto Papa Francesco, ma è una storia che inizia quattro anni fa. Infatti i 10 rifugiati si aggiungono ai 57 già venuti in Italia con diversi viaggi. Il primo effettuato il 16 aprile 2016 nello stesso aereo con cui il Papa è tornato a Roma dalla sua storica visita a Lesbo. I profughi, che appartengono a 4 nuclei famigliari, non erano riusciti a partire nel dicembre scorso per motivi contingenti e, successivamente, erano rimasti bloccati dalla pandemia. "Il primo corridoio umanitario dopo il lockdown è stato reso possibile grazie ad una preziosa sinergia tra le autorità italiane e greche", riferisce la comunità di Sant'Egidio.
Le evacuazioni umanitarie e corridoi per rifugiati è un fiore all'occhiello italiano, tant'è vero che è un caso di studio che compare nella guida tecnica dell'Organizzazione mondiale della sanità relativa alle strategie e interventi per prevenire e rispondere alla violenza e agli infortuni tra i rifugiati e migranti. I corridoi umanitari autofinanziati per l'Italia sono stati istituiti alla fine del 2015 sulla base di un Memorandum d'intesa tra il governo italiano e un'iniziativa ecumenica della Chiesa (che incorpora la Comunità di Sant'Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche e la Chiesa Evangelica Valdese). Il progetto mira a ridurre i numeri dei viaggi rischiosi attraverso il Mediterraneo e a rischio di sfruttamento dalla tratta di esseri umani.
Ha permesso a chi ha 'condizioni di vulnerabilità', come ad esempio le vittime di violenza così come le famiglie con bambini, anziani, malati o disabili, di entrare legalmente in Italia, di ottenere visti umanitari con 'validità territoriale limitata', e di avere in seguito la possibilità di chiedere asilo. I potenziali beneficiari vengono contattati dai volontari del progetto e poi verificati dal ministro dell'Interno prima della concessione del visto.
All'arrivo in Italia, i rifugiati vengono accolti nelle case di volontari impegnati con le Chiese, che si impegnano a insegnare loro l'italiano, a iscriverli scuola, aiutarli a trovare un lavoro e aiutarli ad integrarsi nella società italiana. Nel periodo 2016- 2017, circa 1000 siriani in fuga dal conflitto sono giunti in Italia attraverso tali corridoi umanitari. Alla fine del 2017, un altro accordo è stato firmato con il ministero degli Interni e il ministero degli Esteri per continuare l'esperienza. Altri 1000 beneficiari hanno raggiunto l'Italia nel periodo 2018-2019 con tale coinvolgimento delle organizzazioni cattoliche.
L'Italia fa anche le evacuazioni umanitarie. Si tratta di un meccanismo di transito in emergenza istituito dal Ministero dell'Interno italiano e dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), in collaborazione con l'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà (Inmp), per trasferire rifugiati e migranti vulnerabili direttamente dal Nord Africa verso l'Italia. Da dicembre 2017 a novembre 2019, è stata fornita assistenza a più di 900 rifugiati e migranti identificati dall'Unhcr sulla base della loro vulnerabilità. Provenivano principalmente dalle carceri libiche o dai centri dell'Unhcr in Niger, dove erano stati temporaneamente allocati dopo un periodo di detenzione in Libia.
I migranti, tra cui un'alta percentuale di bambini sotto i 4 anni e di neonati, sono giunti così in Italia in modo sicuro con volo aereo. All'arrivo all'aeroporto militare di Roma, hanno ricevuto una valutazione dello stato di salute secondo le Linee guida nazionali italiane sui controlli alle frontiere, effettuata da un'equipe dell'Inmp composta da professionisti sanitari (medici internisti e infettivologi, dermatologi, pediatri, infermieri e mediatori transculturali).
Dopo la visita medica individuale, i rifugiati e i migranti venivano sottoposti a un controllo di identità da parte della polizia e poi trasferiti nei centri di accoglienza in Italia. L'ambulatorio sanitario temporaneo istituito presso l'aeroporto militare è organizzato per garantire le operazioni di valutazione dello stato di salute.
Chi mostrava necessità di assistenza sanitaria veniva indirizzato, a seconda dell'urgenza, al pronto soccorso con ambulanza, oppure inviato a un reparto ospedaliero specializzato o infine segnalato al medico del centro di accoglienza. Tutti esempi virtuosi che sono oggetto di studio da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità.
di Nello Scavo
Avvenire, 16 luglio 2020
"Lo sviamento degli aiuti umanitari in Libia è una realtà". Alla vigilia del voto con cui il Parlamento intende riconfermare le operazioni italiane aumentando i fondi a 58 milioni (per un totale di oltre 210 milioni negli ultimi tre anni) le parole di una portavoce dell'Oim pesano come un macigno.
Almeno quanto quelle di Federico Soda, capo della missione Oim in Libia, che ieri è tornato a denunciare le "innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili". Le considerazioni dell'agenzia Onu per i migranti, sono riportate nel rapporto sull'uso dei fondi italiani in Libia.
Corruzione, violazione dei diritti umani, stanziamenti dirottati. Dopo lo scandalo delle assegnazioni alle municipalità libiche rivelato da Avvenire, con milioni di aiuti mai completamente impiegati per gli scopi a cui erano destinati, ora gli avvocati di Asgi, l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, gettano altre ombre.
E si scopre così che non è stato previsto alcuno strumento per tracciare la filiera che porta i soldi dalle tasche dei contribuenti italiani a quelle dei capi milizia. I legali hanno studiato i bandi assegnati ad alcune Ong italiane e la loro applicazione sul campo. E da subito si capisce che fin dall'istituzione nel 2017 e poi riconfermati negli anni successivi, il governo Gentiloni e i due governi Conte sapevano che in Libia era necessario chiudere un occhio.
"I progetti non prevedono, ed anzi vietano espressamente, la presenza di personale italiano in Libia al fine di attuare gli interventi" spiega l'associazione. Tutti e tre i bandi stabiliscono che "vista l'attuale situazione e le difficili condizioni di sicurezza, non è previsto il coinvolgimento e la presenza di personale italiano nelle aree di intervento. Le proposte dovranno prevedere la realizzazione delle attività in loco esclusivamente attraverso il personale locale".
Quel che accade dopo è facile immaginarlo. La ricostruzione degli avvocati, a cui sono stati negati dalle autorità italiane numerosi documenti di bilancio, non lascia spazio a interpretazioni alternative. E così tornano i soliti noti del traffico di esseri umani e petrolio. "Particolarmente preoccupante è la situazione a Tajoura e Tarik al Sikka, centri di detenzione entrambi sotto il controllo di milizie afferenti a Mohamed al-Khoja, vice capo del Dcim (il Dipartimento di contrasto all'immigrazione illegale, ndr), che - si legge - ha le proprie milizie ed è legato al business del traffico di migranti".
Una recente inchiesta diAssociated Press conferma che il centro di Tarik al Sikka "è gestito da milizie afferenti ad al-Khoj a, il quale sarebbe sotto indagine da parte di tre agenzie governative libiche per la sparizione di forti somme di denaro stanziate dal governo di Tripoli per il cibo all'interno dei centri". Denaro che arriva in gran parte da Paesi donatori esteri.
"Le organizzazioni internazionali operanti in Libia sono ben consapevoli della possibilità di malversazioni e sviamento degli aiuti umanitari: una comunicazione interna delle Nazioni Unite - riporta Asgi - affermava l'esistenza di un "alto rischio" che il cibo destinato alla Gdf di Unhcr a Tripoli (la struttura di transito dell'Onu, ndr) venisse in realtà incamerato da gruppi armati".
Ma dei 6 milioni stanziati dall'Italia per gli interventi da affidare alle Ong, chi ha preso la parte maggiore? Rispunta una vecchia conoscenza. La solita. Ecco cosa ha raccontato una fonte citata da Asgi: "Nel centro di Zawiyah, gestito dal clan del noto trafficante Abdul Rhaman al-Milad detto "Bija" e teatro del più corposo intervento (un milione di euro), gli aiuti finiscono "metà ai detenuti metà alle guardie", e molti beni vengono poi rivenduti sul mercato nero".
Da un punto di vista politico gli interventi corrono l'evidente rischio di legittimare "l'attuale sistema di detenzione di stranieri in Libia". Stanziamenti "in continuità - conclude il rapporto - con il quadro più articolato di interventi del governo italiano in Libia, tra cui il multiforme sostegno alla cosiddetta Guardia Costiera libica, che hanno come effetto di incrementare il numero di intercettazioni di migranti in mare, successivamente trasferiti nei centri di detenzione". Deportati direttamente verso gli "orrori inimmaginabili" mai menzionati nella proposta di rifinanziamento oggi all'esame dei deputati.
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 16 luglio 2020
Il pugno duro di Ergodan a quattro anni dal tentativo di prendere il potere da parte di un gruppo di militari che, secondo il governo, erano ispirati dal predicatore dissidente. Strade deserte. Banche chiuse. Negozi però aperti, nel quarto anno post golpe.
"Perché comunque si spera di vendere qualcosa qui, dopo quattro mesi in cui non c'era l'ombra di uno straniero", dice un venditore di simit, le ciambelle turche con i semi di sesamo, nel quartiere turistico di Ortakoy.
Istanbul si presenta così, dopo la riapertura dei voli seguita all'emergenza pandemia, il giorno dell'anniversario del colpo di Stato fallito contro Recep Tayyip Erdogan. Un'atmosfera surreale, con alberghi "al 40 per cento della capienza, se va bene", dice il direttore di un grande hotel nella zona di Besiktas davanti al Bosforo. Ovunque, nel ricordo del massacro, colossali bandiere rosse con la mezzaluna e la stella sono state appese ai palazzi, coprendone le vetrate.
Il giorno del putsch non riuscito, il primo in Turchia finito in un fiasco, viene celebrato con festeggiamenti, ma pure con un'operazione massiccia di arresti. Come quasi ogni giorno del resto, giusto per ricordare il pericolo passato e prevenire possibili intenzioni future. Il quarto anniversario è stato così inaugurato al mattino con un blitz contro la presunta rete golpista di Fethullah Gulen, il predicatore turco auto-esiliatosi in Pennsylvania ventun anni fa e considerato da Ankara l'ispiratore dell'azione di ribellione contro il governo del presidente.
All'alba un'operazione di polizia è partita dalla capitale Ankara, dove la procura ha emesso 60 mandati di cattura nei confronti di sospetti affiliati al gruppo, ribattezzato Fetò (da Fethullah). L'accusa: avere truccato esami e concorsi pubblici per favorire l'infiltrazione di membri all'intento delle pubbliche amministrazioni. Il raid delle forze dell'ordine si è quindi esteso ed è stato lanciato ad altre 30 province, concentrandosi in particolare su Istanbul, ma non escludendo il sud. Nella città di Adana, la più grande vicino alla Siria, i magistrati hanno emesso 24 mandati di cattura nei confronti di persone accusate di aver reclutato nuovi membri e gestito le relazioni interne al gruppo, attraverso ByLock, la applicazione di messaggistica per smartphone che, secondo gli inquirenti, veniva adoperata dagli ufficiali ribelli per lo scambio di informazioni criptate. Tra i fermati, molti ex agenti di polizia, accusati di avere aiutato nell'azione golpista i militari contrari al capo dello Stato.
Il golpe fallito durò in tutto 4 ore, a cavallo della notte fra il 15 e il 16 luglio 2016. Una fazione delle Forze armate che non riconosceva più Erdogan, puntando a destituirlo e anzi a eliminarlo fisicamente, condusse una serie di azioni soprattutto a Istanbul e ad Ankara, nel tentativo di rovesciare militarmente il governo. Un commando di teste di cuoio arrivò poi a Marmaris, nell'hotel dove Erdogan stava trascorrendo le vacanze. Il leader turco fu avvertito in tempo, e riuscì a lasciare la località fuggendo in aereo solo 15 minuti prima di essere raggiunto. Il suo velivolo fu quindi individuato e affiancato, ma non colpito.
Nelle prime due ore sembrava che il colpo di Stato potesse riuscire. E già i proclami di sovvertimento dell'ordine erano partiti. Ma il corso degli eventi fu poi ribaltato per le proteste popolari dei sostenitori del presidente, il quale con grande prontezza si era collegato alla CnnTurk su Facetime incoraggiando la gente alla resistenza, e per una serie di errori strategici dei golpisti e di reazioni interne all'esercito. I morti furono circa 250 morti. I feriti più di duemila. La repressione seguente fu feroce. Con Erdogan dotatosi di poteri straordinari per lo stato d'emergenza, dal giorno successivo a oggi, in quattro anni sono state arrestate quasi centomila persone, più di 150 mila sono state licenziate o epurate. In tutti i settori: forze armate, diplomazia, magistratura, pubblica amministrazione, scuola, sport, cultura. "Dal 15 luglio 2016 a ora - ricorda adesso con un certo orgoglio il ministro dell'Interno, Suleyman Soylu - sono state effettuate 99.066 operazioni contro i golpisti, arrestati 282.790 sospetti e detenuti in 94.975. Attualmente sono 25.912 i detenuti in relazione al colpo di stato". Molti gli eventi di commemorazione previsti in tutta la Turchia. Il presidente parteciperà a una cerimonia in Parlamento ad Ankara e incontrerà alcuni sopravvissuti e familiari delle vittime.
In Italia il golpe fallito è stato ricordato in ambasciata dal rappresentante turco a Roma, Murat Salim Esenli: "Con l'Italia, la Turchia intende condividere l'esperienza maturata nella lotta all'organizzazione terroristica Fetò", ha dichiarato il diplomatico. Il quale ha commentato come il governo italiano abbia anch'esso "un'enorme esperienza nella lotta alle organizzazioni criminali", come con "la mafia e il traffico di esseri umani".
E proprio per questo, ha aggiunto, "l'Italia capisce la Turchia meglio di altri". Anche per la diplomazia italiana le relazioni fra i due Paesi si stanno ultimamente rafforzando. In serata Erdogan parlerà in diretta alla nazione. Ieri ha anche accennato al caso del museo di Santa Sofia, che dal 24 luglio tornerà a essere ufficialmente una moschea. "Restituendo Ayasofya alla sua funzione - ha spiegato il presidente turco - preserveremo il suo patrimonio culturale, come hanno fatto i nostri antenati". Il riferimento, è ovvio, va all'epoca dell'Impero ottomano.
La Stampa, 16 luglio 2020
Il post su Facebook aveva la forma di un versetto del Corano. Inascoltati gli appelli di Amnesty International. Condanna a sei mesi di carcere per la blogger tunisina Emna Charqui, riconosciuta colpevole di "incitamento all'odio tra religioni" da una corte di Tunisi. Due mesi fa, su Facebook, aveva condiviso un post satirico sul Covid-19 scritto sotto la forma di un versetto del Corano. La blogger 28enne, agli arresti da maggio, si è difesa assicurando di non aver voluto offendere nessuno ma soltanto far ridere. Charqui ha già detto che farà appello alla sentenza.
Lo scorso 2 maggio la blogger ha condiviso un post che imitava un versetto del Corano: in risposta alla pandemia di coronavirus, il testo invitava la gente a lavarsi le mani e osservare il distanziamento sociale, seguendo le regole del testo sacro dell'Islam. In quei giorni era ancora in corso il Ramadan e la Tunisia stava osservando un lockdown molto restrittivo.
In origine l'immagine e il testo erano stati pubblicati da un cittadino algerino ateo che vive in Francia. L'immagine e il contenuto scritto del post hanno scatenato polemiche sui social, denunciati come "offensivi" da decine di utenti, che hanno chiesto alle autorità di punire Charqui, dichiaratamente atea. Pochi giorni dopo la polizia ha interrogato la giovane blogger, aprendo la strada alla sua formale incriminazione. Il 27 maggio Amnesty International ha chiesto alle autorità tunisine di non processarla: un appello rimasto inascoltato. "La messa in stato di accusa di Emna è un'ulteriore riprova che in Tunisia, nonostante progressi democratici, le autorità continuano ad utilizzare la legge repressiva per attaccare e minare la libertà di espressione" ha denunciato Amna Guellali, direttore Amnesty per il Nord Africa.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 16 luglio 2020
Twitter si scatena per salvare tre ragazzi condannati per aver preso parte alle proteste dello scorso autunno contro il carovita. Amirhossein Moradi, Saeed Tamjidi e Mohammad Rajabi hanno poco più di 20 anni. Sono in carcere in Iran dallo scorso novembre e ieri la Corte suprema ha confermato per loro la condanna a morte. Le accuse: "vandalismo" e "atti di guerra" contro il regime perché, durante le proteste scoppiate in decine di città iraniane lo scorso autunno contro l'aumento del prezzo del carburante, avrebbero assaltato un distributore di benzina e passato le immagini delle manifestazioni ai giornali internazionali.
Amnesty ha definito il processo a loro carico ingiusto e gli avvocati dei tre ragazzi hanno scritto una lettera pubblica per denunciare che le confessioni sono state estorte loro con la violenza. Il caso ha scatenato un'ondata di proteste sui social media iraniani contro l'esecuzione dei tre manifestanti e contro la pena di morte a cui l'Iran fa ricorso come nessun altro Paese al mondo, fatta eccezione per la Cina.
L'anno scorso le esecuzioni sono state almeno 251, dice Amnesty. Da 24 ore in cima alle tendenze di Twitter c'è l'hashtag in persiano "Non giustiziateli", alla campagna per fermare l'esecuzione si sono unite migliaia di persone, dentro e fuori dall'Iran, cittadini comuni e personaggi noti come il regista premio Oscar Asghar Farhadi o il calciatore Hossein Mahini, difensore molto amato del Persepolis e della nazionale iraniana.
La fashion blogger Mojgan Rezaei, che su Instagram ha più di 200mila follower, ha scritto: "Ogni vita umana è preziosa. #DontExecute", a lei si è affiancata anche l'attrice Taraneh Alidoosti e su Twitter si è fatta sentire anche l'ex parlamentare Parvaneh Salahshouri, che dopo le proteste di novembre fece un discorso durissimo all'Assemblea iraniana accusando il regime di non ascoltare le esigenze della popolazione stremata dalla crisi economica e denunciando la repressione. Salahshouri promise che non si sarebbe più candidata. Più di 5 milioni di tweet per fermare le esecuzioni
La campagna online ha unito tantissime persone di provenienze diverse. Amir Rashidi, che è un ricercatore digitale iraniano e studia l'attivismo online da diversi anni, ci dice che non ha mai visto niente di simile. "Le persone in Iran normalmente hanno paura di partecipare a campagne online perché ci sono innumerevoli casi di cittadini che sono stati arrestati per un tweet. Questa volta sembra che non si stiano curando del rischio: stanno chiedendo a gran voce, come una sola voce, di fermare le esecuzioni. Davvero notevole".
In passato ci sono state altre campagne digitali molto partecipate, in occasione per esempio dei negoziati sul nucleare o per la liberazione di prigionieri politici, "Ma a questo genere di mobilitazioni le persone comuni di solito non partecipano", ci spiega Rashidi, "sono soprattutto attivisti, giornalisti difensori di diritti umani a farsene carico. Questa volta invece la campagna è partita dagli iraniani e da dentro l'Iran".
L'hashtag "non giustiziateli" ha ricevuto più di 5 milioni di tweet, dice Rashidi. La pressione social è tale che le squadre cyber del regime hanno cominciato subito la contropropaganda con l'hashtag "giustiziateli". Martedì pomeriggio, secondo i dati di Netblocks, ci sono state diverse interferenze e interruzioni nella connessione internet in Iran, e molti si sono preoccupati: durante le proteste a novembre il governo lo spense per quasi sei giorni, tenendo il Paese isolato dalla rete globale pur di non far uscire informazioni.
Alle proteste di novembre, che furono concentrate soprattutto nelle province e nelle zone rurali e a cui parteciparono in massa giovani disoccupati e ceti popolari stremati dalla crisi economica, il governo iraniano rispose con la mano durissima. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di almeno 500 morti, secondo la Reuters furono addirittura 1.500. Le manifestazioni furono le più imponenti da anni, con episodi anche violenti contro uffici governativi, e coinvolsero una fetta di popolazione più conservatrice e restia a scendere in piazza, in buona parte la base elettorale e di consenso del regime.
Il rischio è che la rabbia riesploda. La situazione economica in Iran è molto difficile, il rial ha perso più del 30% del suo valore dall'inizio dell'anno, le sanzioni americane hanno ridotto al minimo le esportazioni di petrolio e i cittadini accusano il governo di corruzione e inefficienza. Il presidente Rouhani ha dovuto riaprire prima del tempo le città - dopo aver introdotto misure di confinamento per il Covid già molto blande - perché l'economia del Paese non può permettersi nuovi stop. Nei palazzi del potere si teme una nuova ondata di proteste, e anche una campagna online può funzionare da miccia. Le esecuzioni di tre ventenni sono un messaggio molto chiaro per chiunque pensasse di tornare di nuovo in strada a protestare.
di Francesco Bolognese
ilreggino.it, 15 luglio 2020
L'interessante iniziativa è finalizzata a costituire e rafforzare le reti territoriali dei servizi di inclusione sociale, con riferimento a particolari categorie di soggetti a rischio di devianza. Nascere e crescere in un contesto familiare di 'ndrangheta o con essa colluso induce, come dimostrano centinaia di sentenze passate in giudicato, tanti figli (minori e non) a seguire le orme paterne, a percorrere gli stessi circuiti criminali, a scalare con tenacia (quasi fino alla "scissione") la "gerarchia mafiosa" per fregiarsi di quei "galloni" che darebbero "rispetto" (sic). Ed invece danno il carcere, sin dall'adolescenza. Talvolta anche la vita!
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 15 luglio 2020
Aperture bipartisan sul testo bocciato in Aula un anno fa. Prove di "larghe intese" fra governo e Forza Italia sulla giustizia. Il punto d'incontro potrebbe essere raggiunto a breve sulla proposta di legge in materia di valutazione disciplinare dei magistrati a seguito di accoglimento della domanda di riparazione per ingiusta detenzione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 luglio 2020
Il "Sindacato" convoca per settembre un'assemblea che può aprire il conflitto col governo. Il momento per la magistratura non è facile. Forse è peggiore di quello vissuto un anno fa, all'esplosione del caso Palamara. Ora si profila l'ondata di ritorno sollevata da quella vicenda, sotto forma di riforme non proprio indolori per le toghe. Ci sono almeno tre fronti aperti a preoccupare l'Anm. Innanzitutto la riforma del Consiglio superiore, con le ipotesi di sorteggio (temperato) tutt'altro che sepolte, dopo il parere favorevole espresso persino da togati di Autonomia e Indipendenza, una corrente degli stessi magistrati, e visto il pressing di Forza Italia.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 15 luglio 2020
Ai giudici la Costituzione garantisce l'indipendenza dal potere politico, proprio perché le sentenze devono considerare la legge come unico metro di riferimento. Ed è più difficile farlo quando hai rapporti stretti con gli altri poteri dello Stato. A giudicare la legittimità degli atti della pubblica amministrazione contro possibili abusi ai danni delle imprese o singolo cittadino, ci pensano i Tribunali amministrativi Regionali e il Consiglio di Stato. L'organo di primo grado è il Tar, con sede nei 20 capoluoghi di regione, più nove sezioni staccate. Il contenzioso è vario: dalle gare d'appalto alle delibere urbanistiche, dai concorsi, ai provvedimenti delle Autorità garanti, fino al ritiro dell'arma o al "no" alla regolarizzazione dell'extracomunitario.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 15 luglio 2020
L'ancoraggio del Pm alla cultura della giurisdizione è nel nostro sistema un elemento di garanzia irrinunciabile. Caro direttore, contraddizione, anche aspra, fra giustizia e politica c'è in tutte le democrazie moderne. Lo "specifico" del caso Italia (oltre alla tenace persistenza della corruzione e di collusioni con la mafia) sta nella pretesa di molti politici di sottrarsi alla giustizia comune in forza del consenso ricevuto (mentre la responsabilità politica e morale è stata relegata in soffitta).
Ci sono poi le campagne organizzate contro i magistrati "scomodi" che osano applicare la legge in maniera uguale per tutti. Con sullo sfondo una "inefficienza efficiente", vale a dire l'irredimibile agonia di un sistema giustizia che per certi versi appare funzionale alla tutela di coloro che non vogliono mai pagare dazio. Un'inefficienza che di fatto serve anche a "limare le unghie" della magistratura.
È all'interno di queste specificità che va inserito il dibattito sulla "separazione delle carriere" fra magistrati del pubblico ministero e giudicanti, per poter cogliere, al di là dei proclami, l'essenza del problema. Forse un capitolo della strategia di mortificazione della magistratura? Oppure un modo per - se non impedire - almeno sterilizzare l'esercizio indipendente della giurisdizione?
Sia chiaro: differenziare Pm e giudici è una necessità, per ragioni di sostanza e di immagine. Occorre evitare commistioni improprie. Chi è stato Pm non può comparire il giorno dopo come giudice nello stesso tribunale in cui ha esercitato per anni funzioni requirenti (o viceversa). Ma questa è la separazione delle funzioni, che nel nostro ordinamento è ormai acquisita. Ben diversa è la separazione delle carriere, che postula due diversi concorsi di "reclutamento", due diversi Csm e carriere (appunto) separate fra Pm e giudici.
Chi si batte per questa opzione è convinto che i giudici non controllano con sufficiente rigore l'operato dei Pm perché sono colleghi (fa tendenza la semplificazione del caffè preso insieme al bar...), mentre uno "status" separato li libererebbe dai condizionamenti dell'accusa arginando lo strapotere di quest'ultima. Affermazione tanto suggestiva quanto errata: se nel processo fosse necessaria una eterogeneità di estrazione e di "appartenenza" tra controllori e controllati, ad essere separate dovrebbero essere piuttosto le carriere dei giudici di appello e quelle dei giudici di primo grado... Ma nessuno può ragionevolmente proporlo.
Per vero, senza nulla togliere alla peculiarità delle funzioni del Pm, è evidente come il suo ancoraggio alla cultura della giurisdizione sia, nel nostro sistema, un elemento di garanzia irrinunciabile. Che con la separazione delle carriere sarebbe inevitabilmente travolto, perché il Pm verrebbe attratto in una diversa orbita. Quale?
Le strade sono due. La prima sfocia nella creazione di una sorta di inedito potere: una casta ristretta di magistrati inquirenti, autonomi, non assoggettati a controlli esterni. Sarebbe però un "monstrum" inaccettabile, mai visto in nessuno stato democratico (paradossalmente proprio quel "partito dei Pm" di cui taluno favoleggia per sostenere la separazione). L'altra strada che si apre ad un corpo separato di Pm porta, inesorabilmente, a perdere l'indipendenza dal potere esecutivo.
Tra ordine giudiziario ed esecutivo, infatti, non esiste un "tertium" dotato di autonomia. E ciò per un ragionamento istituzionale, non certo in base ad arbitrari processi alle intenzioni di questa o quella maggioranza politica contingente. Con il rischio che di indagini sulla corruzione o sulla zona grigia o sui misteri dei servizi deviati non se ne facciano più. Il che, magari, consentirebbe a qualcuno di proclamare la scomparsa della corruzione, delle collusioni con la mafia e delle deviazioni. Ma sarebbe una falsità. Estremamente pericolosa.
Il Pm legato alla cultura della giurisdizione è un magistrato - con tutti i suoi limiti ed errori - che ricerca la verità processuale come "parte pubblica". Vede quello che scienza e coscienza gli impongono di vedere. Magari senza entusiasmo, perché a nessuno piace sapere che gli arriveranno addosso palate di fango sol perché fa il proprio dovere. Ma è proprio questo il modello di magistrato (non burocrate né conformista) che dà fastidio a chi preferisce i "servizi" alle decisioni imparziali. Per cui, se la separazione delle carriere è incompatibile con tale modello, chiederla è contro l'interesse dei cittadini e della loro tutela giudiziaria imparziale.
- Contro-processo alla giustizia
- Le controindicazioni della digitalizzazione del sistema giudiziario
- Arriva la riforma dell'abuso d'ufficio, ridotte le condotte punibili
- Guida in stato di ebbrezza,assunzione di farmaci contenenti alcol non esclude responsabilità penale
- "Beyond any reasonable doubt", quando la sua violazione ha una irragionevolezza evidente










