di Roberta Zunini
Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2020
Il vicedirettore del quotidiano Youm 7 incarcerato per una frase detta su Al Jazeera: in carcere ha subito il contagio letale. Dopo aver criticato la risposta delle autorità egiziane all'emergenza Covid-19 ed essere finito dietro le sbarre per aver fatto il proprio mestiere di giornalista con la schiena dritta, Mohammed Monir è morto per aver contratto il virus in prigione. Mohamed Monir, 65 anni, è deceduto in un'unità di isolamento dell'ospedale del Cairo - ha confermato la sua famiglia - dove era stato ricoverato due settimane fa dopo il suo rilascio dal carcere di Tora a causa delle sue cattive condizioni di salute. Dopo il suo rilascio, Monir aveva scritto un post su Facebook lamentando mancanza di respiro e dolore toracico, deducendo di aver contratto il coronavirus.
"Anche brevi detenzioni durante questa pandemia possono significare una condanna a morte", ha dichiarato Sherif Mansour, coordinatore del programma per il Medio Oriente del Comitato per la protezione dei giornalisti, chiedendo pertanto alle autorità di rilasciare giornalisti detenuti. Monir, giornalista molto noto in Egitto per autorevolezza e indipendenza, negli scorsi mesi aveva criticato la gestione da parte del governo della pandemia in varie occasioni e su diversi media tra cui la tv internazionale del Qatar, Al Jazeera, bandita dal regime di al-sissi essendo da lui ritenuta espressione della Fratellanza Musulmana, invisa al presidente egiziano.
La polizia aveva arrestato Monir il 15 giugno, accusandolo di essere membro di un gruppo terroristico, di diffondere notizie false e abusare dei social media. I detenuti possono essere trattenuti per anni con accuse vaghe o palesemente fabbricate, non per forza collegate a esempi specifici tratti dagli articoli o interviste televisive. Dallo scorso febbraio, le autorità hanno dato il via a una campagna di arresti di giornalisti e medici che hanno osato denunciare l'incapacità del governo egiziano di gestire la pandemia sottolineando i pericoli ancora più allarmanti per coloro che sono detenuti. Fra gli altri giornalisti arrestati ci sono Awni Nafee, cronista sportivo prelevato da una struttura di quarantena dove alloggiava dopo il suo arrivo dall'Arabia Saudita - ave va criticato il trattamento da parte del governo dei rimpatriati egiziani prima della sua detenzione - Mostafa Saqr e Sameh Hanein.
A maggio, le autorità egiziane avevano costretto la giornalista del britannico Guardian, Ruth Michaelson, a lasciare il Paese dopo aver riferito di uno studio scientifico secondo cui l'egitto probabilmente aveva molti più casi di coronavirus di quanto fosse stato ufficialmente confermato. Ma sono sempre di più anche i medici, gli operatori sanitari e persino i farmacisti ad aver conosciuto le patrie galere. Un medico è finito in manette dopo aver scritto un articolo sulla estrema fragilità del sistema sanitario pubblico egiziano.
Un farmacista è stato prelevato durante l'orario di lavoro poco dopo aver pubblicato online la scarsità di equipaggiamento protettivo per gli operatori sanitari e per sé e i propri colleghi. Un editore è stato prelevato nella camera da letto durante la notte poco dopo aver espresso sui social la propria perplessità circa i dati ufficiali del coronavirus. Una dottoressa invece è stata arrestata per aver prestato il telefono dello studio a un collega che intendeva denunciare alle autorità un sospetto caso di coronavirus allo scopo di far ricoverare in ospedale il paziente molto probabilmente contagioso.
Sarebbero almeno 10 i medici e 6 i giornalisti arrestati da quando il virus ha colpito l'egitto, lo scorso febbraio, secondo le organizzazioni non governative che si battono per il rispetto dei diritti umani sanciti dalle Convenzioni Internazionali e ratificati anche dal Cairo. Nel frattempo, altri operatori sanitari e giornalisti hanno fatto sapere a queste Onlus di aver ricevuto moniti non proprio blandi da parte degli amministratori pubblici in cui gli intimano di stare in silenzio, altrimenti verranno puniti. Un corrispondente straniero è fuggito dal paese, temendo l'arresto, e altri due sono stati ammoniti per "violazioni professionali".
Il coronavirus intanto continua a diffondersi nel paese di 100 milioni, minacciando di sopraffare gli ospedali. "Ogni giorno che vado al lavoro, sacrifico me stesso e tutta la mia famiglia", ha detto al Fatto un medico del Cairo, che ha parlato a condizione di anonimato per paura di ritorsioni, come tutti i medici menzionati finora.
"All'inizio ne arrestavano pochi ma in modo eclatante per inviare agli altri un messaggio di terrore neanche troppo subliminale. Non vedo alcuna luce all'orizzonte". I medici affermano di essere costretti ad acquistare maschere chirurgiche con i loro magri salari. La pandemia ha spinto il Sindacato medico egiziano, un gruppo professionale non politico, a ricoprire il nuovo ruolo di unico difensore dei diritti dei medici. Fino ad ora 117 medici, 39 infermieri e 32 farmacisti sono deceduti per Covid-19, secondo i dati dei membri del sindacato.
di Luigi Spera
Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2020
La gravità della situazione ha spinto 200 ong attive nella difesa dei diritti umani a inviare un documento all'Onu, alla Commissione interamericana dei diritti umani e alla stessa Oms, per denunciare le mancanze del governo. Nel limbo tra periferie e carcere, dove i confini tra dentro e fuori si confondono lungo perimetri estremamente porosi che dividono l'interno delle celle sovraffollate dal degrado esterno fatto di crimine, povertà e ingiustizia sociale, il coronavirus si diffonde rapido. Sfuggendo alle statistiche. Secondo una ricerca del Consiglio nazionale di giustizia del Brasile, soltanto a giugno nelle carceri del Paese è stato registrato un aumento del'800 per cento rispetto a maggio dei casi di infezione da coronavirus. Una situazione che preoccupa l'organo legato al sistema giudiziario del Paese, dal momento che gli 8.924 detenuti sottoposti al test dall'inizio della pandemia, rappresentano solo l'1,2 per cento della popolazione carceraria che alla data del 31 dicembre 2019 era costituita da 748.009 persone a fronte di una disponibilità di 435.884 posti.
Secondo i dati del Dipartimento penitenziario nazionale (Depen), a 2.351 carcerati è stato diagnosticato il Covid-19, mentre quasi mille casi sospetti sono in attesa di conferma. Non è un caso che lo stesso Depen stimi che la mortalità per coronavirus in carcere sia 5 volte maggiore rispetto a quella del Paese. All'inizio della pandemia 32mila e cinquecento detenuti in regime di carcere semi-aperto o con situazioni di salute compromessa, hanno lasciato le unità carcerarie per disposizione del governo che ha accolto una raccomandazione della Cnj. Numeri irrisori di una misura che comunque non rappresenta la soluzione.
A offrire uno spaccato della situazione carceraria brasiliana, è il ricercatore italiano Sergio Grossi, profondo conoscitore della realtà che per l'Università di Padova ha realizzato una ricerca sul sistema educativo nei penitenziari brasiliani. "La tubercolosi e altre malattie erano già endemiche e non adeguatamente trattate in carcere, anche io nel corso della ricerca sono stato infettato. Tutte le persone che lavorano in queste strutture fatiscenti sono a rischio, come lo sono le loro famiglie e la società in generale. La precarietà della risposta medica sta uccidendo molti giovani", afferma Grossi.
"A causa del coronavirus la settimana scorsa è deceduto un ragazzo di 28 anni che era stato arrestato per il possesso di 10 grammi di marijuana. Le celle sembrano esplodere. Nella penombra sono ammassate decine di persone che fanno i turni per dormire e si imbottiscono di psicofarmaci per resistere alla violenza strutturale. Difficile proteggersi in queste condizioni disumane".
Lo stato di abbandono in cui versano i penitenziari del Paese in un momento così drammatico come quello della pandemia è fotografato dal sondaggio "Agenti carcerari e la pandemia Covid-19", condotto dall'istituto di ricerca Fondazione Getulio Vargas pubblicato a giugno, secondo cui solo il 32,6 per cento degli agenti ha dichiarato di aver ricevuto dispositivi di protezione individuale al lavoro e solo il 9,3 per cento ha dichiarato di avere una minima formazione per affrontare la pandemia. Più della metà dei 301 agenti intervistati, il 54,8 per cento, ha raccontato di avere un collega o un familiare infettato dal virus. La stragrande maggioranza degli agenti, l'82,4, per cento, ha affermato di aver paura di contrarre covid-19 in carcere.
Di fronte a questa situazione drammatica il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha posto il veto su alcuni articoli della legge che regola l'obbligo dell'uso di mascherine protettive negli spazi pubblici di tutto il Paese, cancellando l'obbligatorietà delle mascherine proprio per agenti penitenziari e detenuti. "Questa misura avrà l'effetto di accelerare il contagio delle persone che il governo considera sacrificabili come i detenuti", afferma Grossi "ma anche i lavoratori delle carceri e le loro famiglie, che pure sono in gran parte espressione delle fasce meno abbienti della popolazione, afro-discendenti e residenti delle periferie".
Secondo il ricercatore, "la necro-politica neoliberale del governo che riapre le attività economiche con gli ospedali pubblici al collasso, sembra volerci comunicare esplicitamente: morite presto per favore, infettati mentre noi stiamo lavorando su zoom, vogliamo ritornare a bere Caipirinha nelle spiagge di Copacabana. Il governo sembra perseguire con astuzia comunicativa le scellerate politiche che aspirano alle immunità di gregge. Ovvio, il gregge appartiene ad una certa classe sociale e una razza".
La gravità della situazione carceraria in Brasile ha spinto 200 organizzazioni non governative attive nella difesa dei diritti umani a inviare un documento all'Onu, alla Commissione interamericana dei diritti umani e alla stessa Organizzazione mondiale della sanità, per denunciare le mancanze del governo. Tra le misure entrate nel mirino delle Ong, la proposta di istallare container all'esterno dei padiglioni carcerari dove posizionare temporaneamente i detenuti ammalati di Covid. Una misura discutibile che mina ancora una volta il principio stesso della detenzione.
"Il carcere si legittima con l'idea di educare le persone a non commettere infrazioni. Come può essere efficace se la stessa istituzione commette illegalità", si chiede Sergio Grossi, che sottolinea "come si può educare qualcuno attraverso la violenza e la violazione della dignità umana? Le ricerche più interessanti disponibili vedono il carcere al centro di una serie di meccanismi che stanno portando avanti una politica genocidaria delle persone che non si sottomettono docilmente all'avanzare della precarizzazione delle condizioni lavorative. In Brasile ogni giorno ci sono decine di Floyd: cosa succederebbe se le più di 800.000 persone attualmente incarcerate si sommassero alle 600.000 persone morte per omicidio negli ultimi dieci anni? Bolsonaro riuscirebbe ancora a dormire tranquillamente? Purtroppo siamo noi - difensori dei diritti umani - che abbiamo visto e non riusciamo a dormire".
di Andrea Marinelli
Corriere della Sera, 15 luglio 2020
La Corte Suprema ha autorizzato l'esecuzione di Daniel Lewis Lee, giudicato colpevole di aver ucciso una famiglia di tre persone nel 1996. Alle 8.07 di martedì mattina gli Stati Uniti hanno eseguito la prima condanna a morte a livello federale degli ultimi 17 anni. Neanche la Corte Suprema ha salvato Daniel Lewis Lee, ex suprematista bianco condannato per l'omicidio, nel 1996, di una famiglia di tre persone, che ha speso le sue ultime parole per ribadire la propria innocenza.
"Non sono stato io", ha detto prima che gli fosse somministrata l'iniezione letale nel penitenziario di Terre Haute, in Indiana. "Ho commesso parecchi errori nella mia vita, ma non sono un assassino. State uccidendo un innocente". Inizialmente prevista per lunedì sera, l'esecuzione era stata bloccata all'ultimo dalla Corte d'appello di Washington insieme a quella di altri tre detenuti che dovrebbero ricevere l'iniezione letale nelle prossime settimane: contro la decisione si era appellato il dipartimento di Giustizia, e il massimo tribunale americano nella notte ha dato l'autorizzazione a procedere. "La ripresa delle esecuzioni federali", hanno scritto però i giudici di area progressista Stephen Breyer e Ruth Bader Gingsburg, "promette di fornire esempi che spiegano la difficoltà di amministrare la pena di morte in accordo con la costituzione".
Il ritorno della pena di morte a livello federale - A sancire il ritorno della pena di morte a livello federale era stato, lo scorso anno, il ministro di Giustizia William Barr, fedelissimo di Donald Trump, che ordinò al Bureau of Prisons di procedere con l'esecuzione di "detenuti nel braccio della morte condannati per l'omicidio, la tortura o lo stupro delle persone più vulnerabili della società: bambini e anziani".
La decisione di Barr ha dato il via a una serie di battaglie legali, anche perché l'ultima esecuzione federale risaliva al 2003, quando fu eseguita la condanna a morte di Louis Jones Jr., un veterano della Guerra del Golfo colpevole di aver ucciso la soldatessa Tracie Joy McBride nel 1995. Nonostante - dopo una doppia sentenza della Corte Suprema - la pena di morte sia tornata legale a livello federale dal 1988, le esecuzioni finora sono state piuttosto rare: secondo i dati del Death Penalty Information Center, 78 persone hanno ricevuto una condanna a morte a livello federale fra il 1988 e il 2018, ma soltanto 3 sono state poi effettivamente portate a termine.
L'opposizione dei familiari delle vittime - Il primo a finire nella saletta delle esecuzioni è stato dunque Lee, 47 anni, che nel 1996 torturò e uccise una coppia e la loro figlia, gettando i corpi in un lago dell'Arkansas. A opporsi alla sua esecuzione è sempre stata Earlene Peterson, nonna materna della bambina, oggi 81enne, per la quale il colpevole dovrebbe passare il resto della vita dietro le sbarre, come il suo complice.
"Daniel Lee ha distrutto la mia vita, ma non penso che prendersi la sua cambierebbe qualcosa", ha sempre sostenuto Peterson, che fino all'ultimo ha provato a bloccare l'iniezione letale sostenendo anche di non poter assistere a causa della pandemia. Ora, nel braccio della morte federale, restano in attesa 61 detenuti, fra cui i tre - tutti condannati per aver ucciso bambini - che dovrebbero ricevere l'iniezione letale durante l'estate.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 15 luglio 2020
Dopo la misteriosa serie di esplosione a Natanz, gli ayatollah mandano a morte un iraniano, dipendente del ministero della difesa, sospettato di passare informazioni sul programma missilistico ai nemici
Il cittadino iraniano Reza Asgari, accusato di essere una spia della Cia, è stato giustiziato pochi giorni fa. Lo ha annunciato il sito Mizan. L'ex dipendente del Ministero della Difesa era stato arrestato dai servizi di sicurezza che lo ritenevano coinvolto in operazioni per trafugare segreti militari. Informazioni poi finite nelle mani degli americani. In particolare - secondo la versione diffusa dalle autorità - avrebbe venduto dati riguardanti il programma missilistico, una delle punte del dispositivo strategico iraniano. Un mese fa circa era stata eseguita un'altra sentenza capitale, a finire sul patibolo un uomo ritenuto legato all'uccisione in Iraq del generale Qasem Soleimani. Uno dei molti episodi della guerra strisciante che contrappone Teheran a Usa e Israele.
Dal 29 giugno l'Iran è stato teatro di numerosi incidenti, alcuni dei quali sono stati attribuiti ad atti di sabotaggio del Mossad. La lista si è aperta con le fiamme in una fabbrica di missili (regione di Parchin) ed è proseguita coinvolgendo siti industriali e militari, compreso il centro nucleare di Natanz (qui lo speciale del Corriere sugli incidenti nel sito). L'ultimo caso lunedì con un rogo nell'impianto di Kavian Fariman, Mashad, evento per il quale non si conoscono le cause.
L'esecuzione di Reza Asgari può essere solo un elemento "collaterale", ma che comunque rientra nella strategia del confronto, con gli ayatollah che mandano un segnale all'esterno. Non è la prima volta che in fasi critiche o di tensione Teheran annuncia retate o punizioni per gli avversari interni. Insieme alla morte della spia sono arrivate altre misure: 2 curdi sono finiti sul patibolo in quanto avrebbero organizzato un attentato a Mahabad nel 2010 (12 le vittime) e tre persone verranno mandate sul patibolo perché hanno partecipato alle proteste del 2019.
I colpi segreti non precludono comunque altre strade. Comprese quelle negoziali. Gli Usa hanno rilasciato e rimandato in Libano l'uomo d'affari Kassim Tajideen che era stato condannato perché parte della rete di finanziamento del movimento filo-iraniano Hezbollah. La decisione è una coda dello scambio che ha portato alla liberazione di due cittadini statunitensi da parte di Siria e Iran. C'è la cosiddetta guerra segreta, ma anche un'attività diplomatica riservata attraverso canali speciali.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 luglio 2020
Il 13 luglio la Corte di cassazione del Bahrein ha rigettato l'ultimo possibile ricorso giudiziario di Mohamed Ramadhan Issa Ali Hussain e Hussain Ali Moosa Hasan Mohamed, condannati a morte dopo che erano stati giudicati responsabili di un attentato dinamitardo in cui, il 14 febbraio 2014, era rimasto ucciso un agente di polizia.
Moosa, impiegato d'albergo, venne arrestato una settimana dopo; Ramadhan, addetto alla sicurezza dell'aeroporto internazionale del Bahrein, il 20 marzo. Durante gli interrogatori nella sede del Dipartimento per le indagini criminali, i due uomini vennero torturati per giorni: Moosa sottoposto a pestaggi e a scariche elettriche, Ramadhan picchiato e sospeso a testa in giù. Alla fine, Moosa si arrese a "confessare" e a incriminare Ramadhan. Il processo di primo grado si concluse il 29 dicembre 2014 con la condanna a morte, confermata in appello il 27 marzo 2015 e in Cassazione il 16 novembre dello stesso anno.
Nel marzo 2018 l'Unità per le indagini speciali inviò all'ufficio del Procuratore un memorandum contenente le conclusioni di un gruppo di medici del ministero dell'Interno, che confermavano le denunce di Ramadhan sulle torture subite. Correttamente, il 22 ottobre 2018 la Corte di Cassazione annullò la sentenza e chiese all'Alta corte d'appello di rifare il processo. Da lì, una nuova condanna a morte emessa il 20 gennaio di quest'anno e, ieri, la conferma della Cassazione.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 14 luglio 2020
Sta scontando la pena all'ergastolo nel carcere di Oristano, da quasi due anni è in isolamento e non può neanche cucinare. Ha problemi di salute e ha bisogno di un'alimentazione sana.
"Taci e digiuna, assassino comunista". "Era abituato al caviale. È dura la vita per gli assassini che pagano per i loro crimini". Non si sono certo tirati indietro Matteo Salvini e Giorgia Meloni con commenti che mai potrebbero apparire sulla bocca del loro alleato storico Silvio Berlusconi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 luglio 2020
"Ai detenuti e agli internati è assicurata un'alimentazione sana e sufficiente, adeguata all'età, al sesso, allo stato di salute, al lavoro, alla stagione, al clima". Così recita l'articolo 9 dell'Ordinamento penitenziario. In carcere il diritto al cibo deve, o dovrebbe, essere contemplato. All'indomani della notizia che l'avvocato di Cesare Battisti, Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo segnalando la scarsità e la bassa qualità del cibo somministrato, subito si sono avvicendate polemiche trasversali.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 14 luglio 2020
Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia in Commissione giustizia a Montecitorio, è stato di parola: trascorso il periodo previsto dal regolamento della Camera per ripresentare una proposta di legge bocciata dall'Aula, lo scorso maggio ha depositato per la seconda volta il testo di riforma della norma sulla riparazione per ingiusta detenzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 luglio 2020
Le raccomandazioni del Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura. La pandemia ha colpito più duramente nei luoghi di detenzione in cui le precedenti raccomandazioni (spesso piuttosto datate) dello stesso Comitato non erano state attuate, invitando gli Stati membri a cogliere le opportunità generate dall'emergenza nonché a stabilizzare talune misure adottate durante la pandemia.
di Carlo Fusi
Il Dubbio, 14 luglio 2020
Intervista a Giuliano Amato: "Nonostante l'occasione fornita dall'epidemia di comportamenti ispirati all'interesse della collettività alle prese con una sfida mai finora provata, le parti politiche sembra che proprio non riescano ad assumere comportamenti coerenti con l'esigenza di unità".
Nella settimana forse più difficile per il governo Conte che sulla vicenda Autostrade rischia l'osso del collo; con alle spalle le polemiche sullo stato d'emergenza e davanti il Consiglio europeo di venerdì che deve decidere sul Recovery Fund, cioè il futuro dell'Italia o giù di lì, vien voglia di chiedere (per il sottoscritto, una voglia incontenibile) a Giuliano Amato di mettere l'orecchio a terra alla moda dei pellirosse nei film western di quando eravamo bambini, e chiedere cosa sente battere nel cuore profondo del Paese, quale sentimento alligna negli italiani: se prevale la rabbia, la paura, la speranza.
"È una buona domanda e me lo stavo chiedendo io stesso", risponde il due volte ex premier e oggi giudice costituzionale. "Vede, a mio avviso la questione è questa. Noi abbiamo nell'agone politico atteggiamenti che continuano a riflettere una animosa e assai forte ostilità reciproca. Nonostante l'occasione fornita dall'epidemia di comportamenti ispirati all'interesse della collettività alle prese con una sfida mai finora provata, le parti politiche sembra che proprio non riescano ad assumere comportamenti coerenti con l'esigenza di unità".
Una demonizzazione l'un verso l'altro che ha poco di razionale e molto di viscerale...
"Quando ne parliamo, il mio vecchio amico don Vincenzo Paglia commenta così: "È vero, dicono tutti che siamo sulla stessa barca, ma ci siamo per darci i remi in testa!". Non proprio le parole che uno si aspetterebbe da un arcivescovo... Però è un commento corretto".
E al fondo di questo quasi voluttuoso randellamento, presidente, cosa c'è?
"Non possiamo non dire che questa reciproca e insistita ostilità che presuppone un non reciproco riconoscimento, riflette certo fratture vecchie e fratture nuove che si sono prodotte nella nostra società. Ma col passare del tempo rispetto a quando queste fratture si sono aperte e manifestate ciò che mi chiedo se non altro l'intensità di questo darsi i remi in testa non rifletta una modalità comportamentale che è interna al ceto politico corrispondente a malanimo che soprattutto nella Rete si manifestano, ma forse non il maggioritario e profondo sentimento degli italiani che potrebbero a questo punto avvertire il fortissimo bisogno di un ceto politico che sia più ispirato al bene comune che non a questo continuo malmenarsi proprio con quei remi che dovrebbero al contrario servire per procedere vogando nella medesima direzione".
Litigando si affonda tutti insieme: è questo che sta dicendo, presidente?
"Ho fatto mia non a caso la metafora di monsignor Paglia. Mi spiego. Tre anni fa, un grande sociologo spagnolo a me coetaneo: Victor Perez Diaz, fece ricerca che poi si tradusse in più scritti ed un libro sul rapporto tra la società civile spagnola e la politica, nella quale metteva in evidenza che nonostante la forza che stavano manifestando i due nuovi partiti che esprimevano il populismo "anti" - che poi erano Podemos da una parte e Ciudadanos dall'altra e che effettivamente ridimensionavano le forze politiche tradizionali - a domanda risponde: "La stragrande maggioranza degli spagnoli esprimeva come critica maggiore alla politica quella di non sapere trovare accordi sulle cose fondamentali da fare per il Paese". Questo accadeva nel 2017. Io rimasi sorpreso da questa ricerca. Che tuttavia anticipava una evoluzione politica che la Spagna ha finito per avere, con un ridimensionamento se non dei partiti nuovi senz'altro della loro foga "nati", e con certo un governo di minoranza e partiti tradizionali sempre in posizione minoritaria, ma con un consenso popolare che appare superiore a quello che esiste tra le forze di maggioranza e minoranza. Riflettendo su quella analisi, mi chiedo se gli italiani non comincino ad essere stanchi di un teatro politico che somiglia a quello dei burattini che a Roma si svolge al Gianicolo, dove c'è sempre una marionetta che picchia col bastone in testa ad un altro. Il cui principale messaggio è che l'altro sbaglia; che l'altro non sa fare nulla. Uno scenario di lite e non di costruzione di piattaforme condivise".
Presidente, quel è la maledizione che ci costringe al teatrino "bastonatorio" che lei descrive?
"È una giusta domanda. Dobbiamo tornare molto indietro. L'Italia ha sempre avuto un problema del genere. Quando celebrammo il 150esimo dell'Unità d'Italia, ritornò in voga l'ode di Manzoni Marzo 1821: Una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor. Diciamo che in quel modo Manzoni davvero gettava l'anima oltre l'ostacolo perché ad essere realisti non nel marzo del 1821 ma nel '61 era una d'altare se va bene, ma certo non di lingua, non di memoria, non di sangue o di cor. L'Unità d'Italia, l'unità degli italiani è sempre stato un fine da perseguire più che un risultato già acquisito. Nacque il Regno d'Italia e dovendo avere la Capitale a Roma già per questo nel giro di dieci anni arriva una frattura che riguardava la religione maggioritaria degli italiani, più pronti a seguire il parroco che non l'autorità politica. Per non parlare del Mezzogiorno col brigantaggio. E poi buona parte di quelli che avevano contribuito a realizzarla cominciarono a parlare di un'altra Italia: i giudizi di Mazzini, di Garibaldi, di Carducci che si scagliava contro i "brutti" francobolli, le brutte divise, eccetera. L'Italia nasce, vive e contiene in sé ciò che in linguaggio moderno definiamo "una coesione sociale incompiuta".
E così arriviamo al punto odierno, al proseguimento del randellamento reciproco e alle sue conseguenze.
"Il punto è che, per limitarci agli anni di vita della nostra Repubblica, noi abbiamo avuto una leadership politica che si è posta come problema principale quella di suturare quelle fratture. Da De Gasperi a Togliatti a Nenni a Moro, abbiamo una sequenza di scelte politiche tutte consapevoli del fatto che c'è una frattura, che ciascuno di loro rappresenta una parte ma lavora perché ci sia una ricomposizione del tutto. Lo fa perfino Togliatti che rappresenta l'alternativa di sistema votando l'articolo 7 della Costituzione perché non vuole rappresentare soltanto una parte del Paese. È l'idea di Partito della Nazione che vuole percorrere un futuro che non concerne solo il pezzo d'Italia che rappresenta. Pensando a chi mi fu tanto amico, cito un libretto non tra i più noti di Antonio Ghirelli che racconta il lavoro di Nenni e Moro che insieme cercano di rafforzare le radici di una democrazia fragile, percependo che l'aver messo insieme i lembi del centro con quelli della Sinistra attraverso i socialisti è un passo che serve a rinsaldare l'unità degli italiani. E quindi entrambi sacrificano obiettivi a cui ambiscono, al valore dello stare insieme. dando così più forza ad una democrazia che cresce grazie a loro. Questa resterà sempre la ragione della grandezza di Aldo Moro: la percezione che se c'è una parte della società che resta "fuori", beh va ricondotta dentro il circuito democratico-rappresentativo perché altrimenti siamo deboli. Segnalo anche un altro elemento decisivo. A quell'epoca c'era rispetto degli uni verso gli altri, nonostante le distanze. Anche perché alla fine c'era rispetto per chi comunque rappresentava così tanti elettori".
Dunque tornando per un secondo alla esperienza spagnola e a quello che insegna, lei sta dicendo che gli italiani sono più maturi di chi li rappresenta...
"Direi di sì. Voglio insistere su un punto. Quando negli anni 70 una parte delle fratture si va ricomponendo - ricorda quando si parlava di solidarietà nazionale? - maturano le condizioni di una nuova, profonda frattura. Per due ragioni: i partiti che si essiccano, diventano più palazzo che società e la corruzione che prende piede in misura superiore al tollerabile generando Mani Pulite. Questo è il primo alimento dei movimenti populisti che arriveranno dopo, avvalendosi e agitando una nuova frattura. Quella tra "noi" cittadini e il Palazzo; noi e le élite, noi e la Casta che diventerà ancora più grave quando la crisi economica accentuerà le diseguaglianze togliendo futuro a molti. Ecco i populismi, che sono in partiti di governo e di opposizione. Ma hanno una caratteristica comune: che non legittimano più l'altro. Non operano più come parte che vuole connettersi al tutto bensì come parte che è il tutto. La maggioranza ha titolo a ignorare gli altri, decide anche contro il resto del Paese".
La domanda è semplice: esiste un antidoto a tutto questo?
"L'antidoto è se alla lunga tutto questo per gli italiani diventa insostenibile. C'è chi vive di quel comportamento divisivo, scrivendo cattiverie nei social contro un altro e il giorno che finissero le cattiverei finirebbero anche lui o lei. Ma è ben possibile che esista una maggioranza di italiani che dice: ora basta. Basta. Ora insieme dobbiamo scegliere la via. Ora per cortesia i remi usateli per remare".
Presidente, per ricomporre chi deve fare il primo passo?
"Ho sempre pensato e penso che le responsabilità sono diffuse. Ma chi governa ha quelle maggiori anche in questa fattispecie. Non c'è niente da fare. Ed è assodato che in una democrazia parlamentare, fare in modo che le decisioni si prendano in Parlamento, non limitandosi a dare agli altri un diritto di tribuna ma discutendo seriamente delle proposte degli uni e degli altri, e facendo in modo come si seppe fare negli anni '50 e '60 in un Parlamento molto più diviso di adesso, di far emergere le ragioni di tutti, se si riesce a fare questo gli italiani, anche quelli che appaiono più esasperati, si sentiranno maggiormente tranquilli e in mani più sicure".
Presidente, c'è un aspetto che in queste ora sta dividendo tutto e tutti: la decisione di prorogare lo stato d'emergenza per il Covid. Dal punto di vista del giusto bilanciamento dei poteri in una democrazia, è una scelta che lei condivide?
"L'emergenza è una cosa grossa assai... Bisogna capire cosa intendiamo per stato d'emergenza, tenendo ben presente l'aspetto tecnico della questione. Penso che i giuristi che ne hanno scritto, a partire da Sabino Cassese, hanno illustrato bene alcuni termini del problema. Una cosa sono le urgenze cautelari di tipo sanitario e una cosa le misure d'emergenza che può stabilire la Protezione civile. Finora, per così dire, l'una si è infilato nell'altra".
E adesso, presidente?
"Allora lo dico così. Io sono un ultraottantenne. Alcuni giorni fa ho letto un'inchiesta sul New York Times in base alla quale ho una probabilità 50 o 60 volte superiore di essere ucciso dal Covid rispetto a generazioni più giovani. Ebbene se in Italia l'emergenza finisce il 31 luglio e se con essa termina l'obbligo a mantenere le distanze sociali, a indossare la mascherina nei luoghi affollati e quant'altro..., beh personalmente mi sentirei piuttosto preoccupato. La mia domanda è: per tranquillizzare le persone serve lo stato d'emergenza o è sufficiente il potere di intervento che le ordinanze conferiscono al ministro della Salute?".










