di Annalisa Chirico
Il Foglio Quotidiano, 15 luglio 2020
Le rivelazioni sui colleghi dalle carriere facili. I 133 testimoni chiamati in causa per denunciare il correntismo. Una pazza chiacchierata con Luca Palamara. Lei è pronto per la politica. Nel centrodestra. "Non scherziamo", Luca Palamara si schermisce ma ci pensa. "In questo momento devo difendermi - dice la toga al centro dello scandalo nomine in una intervista al Foglio - Poi si vedrà: nella vita bisogna sempre farsi trovare pronti, e io ho accumulato un patrimonio di conoscenze, certo".
Si sente il capro espiatorio, quello che paga per tutti perché nessuno paghi. "Quello che hanno fatto a me può capitare a chiunque - prosegue Palamara - Gli ultimi dieci anni mi hanno certamente allontanato dalla giurisdizione, mi sono occupato di altro, ero nell'epicentro di un sistema clientelare e ho gestito il potere. Ho maturato esperienze politiche e associative che hanno trasformato sensibilmente il mio ruolo". Lei può essere il testimonial perfetto del magistrato redento. "La politica attiva rappresenterebbe un percorso del tutto nuovo, in questo momento devo concentrarmi sulla difesa, poi si vedrà".
Lei ha le ore contate nella magistratura: lo sa, vero? "Siamo in uno stato di diritto: voglio far emergere la verità utilizzando gli strumenti che l'ordinamento mi mette a disposizione". La carica dei 133: tanti sono i testi da lei convocati davanti alla sezione disciplinare del Csm, e alcuni nomi servono ad avvalorare la tesi che le condanne a carico di Silvio Berlusconi siano state politicamente orientate. "Non voglio usare frasi a effetto ma certi fatti e vicende vanno chiariti".
Proprio lei così antiberlusconiano. "Non sono mai stato anti o pro qualcuno, né ho mai coltivato ostilità nei confronti dell'ex presidente del Consiglio. Quando ero alla guida dell'Anm, era mio preciso dovere difendere l'indipendenza della magistratura. Ho sempre cercato di agire seguendo ciò che istinto e ragione mi suggerivano". Il suo amico Nicola Zingaretti è sparito? "Sparito".
Neanche una telefonata? "Penso che abbiano paura di chiamarmi dopo la storia del trojan". Il Cavaliere potrebbe arruolarla come l'ex toga che apre il vaso di Pandora e conferma tutto ciò che l'ex premier sostiene da una vita a proposito dei magistrati politicizzati. "Che certi colleghi siano mossi dal pregiudizio politico è fuor di dubbio. È una preoccupazione fortemente sentita tra gli stessi magistrati". Su whatsapp lei apostrofava l'allora vicepremier Matteo Salvini con un linguaggio da trivio, paragonandolo a un escremento.
"La frase è stata totalmente decontestualizzata, continuo a dubitare di averla mai pronunciata. Poi, lei lo sa, nei messaggi si tende ad accorciare le frasi, a contrarre i pensieri, cullandosi nell'illusione di esercitare il diritto costituzionale alla segretezza delle comunicazioni. Quella espressione non la ripeterei per nessuna ragione al mondo". Dalle chat emerge che nell'agosto 2018 lei condivideva l'azione politica del ministro dell'Interno sul fronte immigrazione ma riteneva che andasse comunque attaccato.
"Alcuni magistrati erano particolarmente esposti nel dibattito pubblico in ragione delle iniziative giudiziarie intraprese. Era mio dovere difendere l'indipendenza della magistratura pur ribadendo un principio: mai dobbiamo dare l'idea di una magistratura pregiudizialmente orientata". Lei è pronto per la politica. "In questo momento non spetta a me dare suggerimenti o indicazioni di sorta".
In questo momento, non sia mai. "In una democrazia la politica deve avere il coraggio di decidere. E ogni potere deve esercitare il ruolo che la Costituzione gli assegna senza travalicare il proprio perimetro". A sette giorni dall'udienza che si terrà il 21 luglio, non si conoscono ancora i componenti della sezione disciplinare che dovrà giudicarla. A Palazzo dei marescialli la voglia di celebrare 'sto processo è poca. "Mi dispiace ma io andrò avanti e non intendo fermarmi. Nutro profonda amarezza per i cittadini che assistono a questo scempio e per i magistrati che negli anni sono rimasti ingiustamente esclusi da questo meccanismo".
Lei sostiene che, se in magistratura non sei iscritto a una corrente, non vieni promosso. "Confermo: senza una corrente che ti sostiene, non fai carriera. Glielo dico meglio: solo se sei iscritto a una corrente puoi fare carriera. La magistratura deve recuperare credibilità, e se qualcuno vuole far credere che sia tutta colpa di Palamara si sbaglia di grosso". La carica dei 133: tante persone, con ruoli diversi, in un unico calderone. C'è il rischio che l'istinto autodifensivo si trasformi in foga distruttiva? Della serie: muoia Sansone con tutti i Filistei. "La lista testi non è pensata contro qualcuno". Ma sembra finalizzata a una gigantesca e generalizzata operazione di sputtanamento. "È uno strumento indispensabile per la mia difesa. Devo difendermi nei modi consentiti dall'ordinamento. Lo devo fare per ristabilire la verità dei fatti. Io so con certezza una cosa: non ho mai barattato alcuna nomina con gente esterna alla magistratura, né privati cittadini né politici".
Tra i testi compare Stefano Erbani, consigliere giuridico del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e anello di collegamento tra il Quirinale e il Csm. Palamara scassa tutto? "Non è nei miei intendimenti". Il capo dello Stato presiede il Csm. "Ci sono situazioni molto sensibili, anche a livello istituzionale".
A proposito dell'indagine che la vede coinvolto a Perugia, lei accredita la tesi del complotto. Anzi, del disegno superiore: quale? "Mi lasci dire che la cosa per me più importante è che l'ipotesi corruttiva, legata all'accusa infamante di aver ricevuto 40mila euro per una nomina, è caduta per decisione degli stessi pm di Perugia. Per il resto, mi limito a notare che il trojan installato sulla mia utenza doveva servire a individuare un episodio di corruzione smentito dagli stessi magistrati.
In compenso, si sono scoperti gli accordi tra due gruppi associativi, Unità per la Costituzione e Magistratura indipendente, offrendo un quadro sicuramente parziale di ciò che avveniva all'interno della magistratura. Non sappiamo, ad esempio, di che cosa discutessero gli altri gruppi e consiglieri. Anche se il Corriere della sera ha ventilato alcune ipotesi". Quali? "L'ufficio di Roma non voleva l'arrivo di Marcello Viola come procuratore capo". Lei si riferisce alla tribolata successione di Giuseppe Pignatone, suo capo e mentore e maestro. "Ci siamo reciprocamente sostenuti, lo scriva. Collaborazione reciproca". Nella guerra degli esposti incrociati il pm Stefano Fava ha mosso accuse pesanti a carico di Pignatone e di Paolo Ielo.
C'era il suo zampino dietro l'iniziativa di Fava? "Assolutamente no. È stata una sua iniziativa del tutto autonoma, e rispetto ad essa io mi sento totalmente estraneo all'addebito che mi viene contestato. Fava aveva problemi interni all'ufficio in relazione alla gestione di un fascicolo, ha deciso autonomamente di rivolgersi al Csm. Lo dimostrerò nel processo". Intanto il suo rapporto con Pignatone si è interrotto bruscamente.
E i suoi sogni da procuratore aggiunto a Roma sono andati in frantumi. "Con il senno di poi, penso che se, all'epoca, non avessi coltivato quella che era una mia legittima ambizione, molte cose non sarebbero accadute. E se, dopo la stagione al Csm, non fossi rientrato a piazzale Clodio, luogo che consideravo e considero tuttora la mia seconda casa, molte cose non sarebbero accadute".
Quando si è rotto il sodalizio con l'ex procuratore capo? "Ci sono state fondamentalmente grandi incomprensioni. Dal momento del mio ritorno in procura nel gennaio dello scorso anno, ho percepito che qualcosa era cambiato, e non riuscivo a capire cosa. Con Pignatone avevo avuto un rapporto di strettissima collaborazione che si stava sgretolando, e non ne capivo le ragioni". Nel mezzo c'è l'inchiesta Consip. Forse i suoi rapporti confidenziali con alcuni soggetti coinvolti, come Luca Lotti, possono aver inciso.
Non crede? "Io ho sempre seguito una stella polare: le indagini della magistratura competono solo ed esclusivamente alla procura della Repubblica, quando c'è un'indagine non c'è amicizia che tenga. I fatti vanno valutati con obiettività ed imparzialità". Lei insinua che la procura di Roma abbia mancato di obiettività nella vicenda Consip? "Ci sono dei procedimenti in corso, soltanto in quella sede si potrà chiarire".
Tra i testi convocati davanti alla sezione disciplinare, compaiono ufficiali e sottufficiali del Gico della Finanza. "Dovranno spiegare perché il trojan funzionava a intermittenza. Sto ascoltando personalmente i 3500 file audio collezionati, tutti momenti della mia vita privata e privatissima, financo intima e mi fermo qui. Non è piacevole, soprattutto quando scopri che in talune situazioni, in taluni incontri, le registrazioni si interrompono inspiegabilmente". Sono registrati i colloqui tra lei e Cosimo Ferri, coperto dall'immunità; altre volte invece il trojan non registra, per esempio la sera del 21 maggio 2019 quando lei incontra l'allora pg della Cassazione Riccardo Fuzio. Secondo i bene informati, in quell'incontro ci sarebbero riferimenti al ruolo della presidenza della Repubblica.
"Non posso aggiungere altro. Ribadisco che non riesco a comprenderne la ragione. Il trojan, e lo dico da pm, funziona come una cimice che registra un segmento di vita senza interruzioni. Voglio andare a fondo". Tra gli incontri registrati, c'è la cena a casa del procuratore aggiunto Ielo in cui, insieme ad altri colleghi, parlate anche di nomine e incarichi. "È la dimostrazione che i miei rapporti interni alla procura erano idilliaci, da sempre improntati al massimo rispetto, anche nei confronti di chi ha svolto indagini a mio carico. Dietro le iniziative di Fava non c'è la regia Palamara: io mi sono limitato a riportare gli episodi che lui mi riferiva".
Lei ha esercitato un enorme potere, e il potere corrompe. "Chi ha vissuto con me quegli anni sa benissimo che ero soltanto uno dei protagonisti degli accordi, non agivo da solo ma insieme agli esponenti dei vari gruppi associativi, cercando sempre di trovare una sintesi con la componente laica e i partiti politici di riferimento. Se c'era da nominare il procuratore capo di Milano che doveva essere di Area, cercavo di assicurare alla mia corrente la nomina di Bologna. Bisognava rispettare un principio di equilibrio all'interno della magistratura e tra gli uffici giudiziari. L'equilibrio è tutto: questo è Palamara".
Il Csm con Giovanni Legnini vicepresidente ha portato a compimento una vasta opera di rinnovamento, con centinaia di nomine, anche in conseguenza dell'abbassamento dell'età pensionabile. "Abbiamo affrontato una fase complicata, di sfrenato carrierismo. Già nel 2007, l'abolizione del criterio di anzianità, in un mondo dominato dall'idea che il più bravo era sempre e comunque il più vecchio anagraficamente, ha portato un cambiamento profondo. Non è stato facile, nelle centinaia di valutazioni che abbiamo effettuato, bilanciare il merito, il profilo professionale, con l'esigenza di fare scelte equilibrate rispetto al peso delle correnti.
Non è colpa mia se le correnti hanno perso ogni traccia di idealità e si sono ridotte a centri clientelari. Io mi sono ritrovato nell'epicentro di questa logica clientelare". Ne viene fuori un mercato delle nomine indecoroso, lei se ne occupa in maniera compulsiva. Come fanno i cittadini a fidarsi di questa giustizia? "I cittadini devono sapere che l'assegnamento degli incarichi direttivi non ha nulla a che fare con l'esercizio imparziale della giurisdizione".
Facile a dirsi. "È la stessa differenza che passa tra un leader sindacale, con funzione di rappresentanza, e il lavoratore che manda avanti la macchina". La carica dei 133 sembra la mossa estrema di chi sa di avere le ore contate nella magistratura dalla magistratura e annuncia: aprés moi le deluge.
"La mia vicenda descrive il meccanismo di funzionamento del sistema correntizio: i vari attori dialogano tra loro ma la decisione finale compete solo e soltanto al Csm. Io mi occupavo con altri della fase preparatoria, necessaria per coagulare il consenso su un candidato. La scelta finale la prendevano tutti i consiglieri seduti nella sala 42". Il suo telefono ha smesso di squillare.
"È l'ultimo dei miei problemi. La storia delle intercettazioni ha alimentato un panico diffuso". Lei ha convocato pure due ex Guardasigilli convocati, Giovanni Maria Flick e Andrea Orlando? "Con il secondo ho condiviso momenti importanti da presidente dell'Anm e da consigliere del Csm. Flick, da profondo conoscitore del sistema, potrà confermare l'esistenza di una prassi costante e di lunga data". Glielo lasceranno celebrare 'sto processo? "Non lo so, me lo auguro".
di Bruno Ferraro*
Libero, 15 luglio 2020
La digitalizzazione è stato uno degli obiettivi primari degli ultimi governi ed è considerata una necessità del Paese, per essere al passo dei tempi e dei Paesi più avanzati in tale campo. E ancora da capire però se e in che misura è perseguibile nel settore giudiziario, stante la peculiarità dei nostri sistemi processuali.
Negli anni Settanta un consulente tecnico giustificava la scrittura a mano e non a macchina della relazione affermando a giustificazione l'intento "di non far conoscere i segreti della giustizia alla sua segretaria"! Personalmente, da presidente del Tribunale di Cassino, con la determinante collaborazione di un giovane magistrato e di un cancelliere autodidatta, realizzai a metà degli anni novanta il primo sito Intenet di un ufficio giudiziario italiano: attuammo anche il primo esempio di un'udienza tenuta dallo stesso magistrato stando a casa, con gli avvocati in tribunale, ma, dopo dieci anni e quando da cinque ero andato a dirigere un altro tribunale, figuravo ancora per mancato aggiornamento come presidente a Cassino!
Ho citato i due episodi per sottolineare che l'informatizzazione ha suscitato un grande fascino sui pionieri; da tempo è una filosofia sposata da tutti o quasi; consente di automatizzare i flussi informativi e documentali tra utenti esterni (avvocati, consulenti) ed uffici giudiziari; rende possibile per gli avvocati depositi ed iscrizioni a ruolo in modo automatico; velocizza i tempi di esecuzione delle attività manuali dei cancellieri.
Tutto questo si è reso possibile in conseguenza degli interventi operati dal ministero della Giustizia a partire dal 2001, passando per l'istituzione nel 2009 della posta elettronica certificata (Pec) per la trasmissione degli atti processuali, le comunicazioni e le notificazioni degli atti; con la legge di stabilità del 2013 si è dato corso, a partire dai fascicoli iscritti dopo giugno 2014, all'obbligatorio invio degli atti processuali.
La connessione in rete di tutti gli uffici giudiziari (cosiddetta Rug) e la soluzione dei fondamentali problemi di sicurezza e protezione dei dati hanno richiesto costi notevoli ed impongono oneri economici non indifferenti per gestione e manutenzione. Può essere non lontano il traguardo della totale dematerializzazione dei fascicoli processuali, con la completa sparizione del cartaceo. E allora, perché restano dubbi e perplessità?
Disservizi, instabilità del sistema, carenza di assistenza, mancanza di un ufficio del giudice, mancanza di disciplina dei limiti di lunghezza degli atti di parte e relativi allegati, persistenza del vecchio attaccamento al cartaceo, non ancora attuata revisione di molte norme processuali non più compatibili con la realtà telematica. sono problemi di carattere tecnico-gestionale sui quali massimo dovrà continuare ad essere l'impegno del ministero. Alle perplessità appena accennate ne aggiungo due più di principio.
La qualità degli atti giudiziari, in particolare i provvedimenti dei giudici, ne risulterà diminuita, anche per il comodo adagiarsi su interpretazioni consolidate attraverso il copia-incolla? Per gli atti del civile e per il processo penale in cui conta il contatto diretto con i soggetti interrogati (imputati e testimoni), come temperare la rigidità della digitalizzazione?
*Presidente aggiunto onorario Corte di Cassazione
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 luglio 2020
Alla fine il riferimento ai margini di discrezionalità è rimasto, vincendo anche le perplessità del ministero della Giustizia. Nel testo del decreto legge sulle semplificazioni che, a più di una settimana dall'approvazione con l'ormai proverbiale formula "salvo intese", si avvia alla pubblicazione in "Gazzetta", si mette nero su bianco che la responsabilità penale scatta, con pena da 1 a 4 anni, nel caso di violazione di norme "di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità".
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 15 luglio 2020
Tribunale di Campobasso - Sezione penale - Sentenza 15 novembre 2019 n. 621. Chi assume un farmaco contenente alcool, eventualmente idoneo a influire sull'esito dell'alcoltest, deve astenersi dal bere e dal mettersi alla guida, oppure controllare attraverso gli appositi test di trovarsi in condizioni tali da poter guidare. L'assunzione di farmaci di tal tipo, infatti, non esclude di per sé la configurabilità del reato di guida in stato di ebbrezza. Anzi, in tali ipotesi, la condanna per tale reato "deriva proprio dall'imprudente e negligente scelta del soggetto agente di porsi alla guida dell'autovettura senza attendere un ragionevole lasso di tempo a seguito dell'assunzione di alcolici o di farmaci a base alcolica, al fine di scongiurare il permanere di un tasso alcolico nel sangue penalmente rilevante". Ad affermarlo è il Tribunale di Campobasso nella sentenza n. 621/2019.
Il caso - Protagonista della vicenda è un ragazzo chiamato a rispondere del reato ex articolo 186 comma 2 lett. c) del Codice della Strada, per essersi posto alla guida di un'autovettura in stato di ebbrezza con rilevazione del tasso alcolemico pari a 2,04 g/l.
Nel processo a seguito di opposizione a decreto penale di condanna, era emerso però che costui all'epoca dei fatti assumeva, una volta al giorno, un farmaco utile per contrastare una forma di faringite che lo affliggeva da oltre due anni. Da relativo foglio illustrativo allegato, si evinceva una componente alcolica idonea ad alterare gli esiti dell'alcoltest, per cui la difesa chiedeva l'annullamento della condanna.
La decisione - Tale assunto lascia però indifferente il Tribunale, che dichiara l'imputato colpevole dell'ipotesi più grave del reato di guida in stato di ebbrezza. Il giudice afferma che è vero che il risultato dell'esame alcolemico può essere confutato, quando ad esempio si dimostri la sussistenza di vizi dello strumento utilizzato ovvero l'utilizzo di una errata metodologia nell'esecuzione dell'aspirazione, o anche quando vi sia una alterazione del tasso alcolemico riscontrato a causa dell'assunzione di farmaci. Quest'ultima ipotesi, tuttavia, deve essere dimostrata, o meglio, puntualizza il Tribunale, devono essere forniti gli elementi probatori "in ordine sia all'effettiva assunzione del farmaco sia alla concreta riconducibilità del rilevato tasso alcolemico a detta assunzione".
Nel caso di specie, invece, la difesa si è limitata a una mera allegazione della certificazione medica attestante l'assunzione del farmaco potenzialmente idoneo a influenzare l'esito del test, senza indicare però che l'assunzione del farmaco è stata effettivamente la causa del rilevato tasso alcolemico, mentre sarebbe stato, a ogni modo, onere dell'imputato "accertarsi della compatibilità dell'assunzione del farmaco, avente una componente alcolica, con la circolazione stradale, prima di mettersi alla guida".
di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 15 luglio 2020
Rileva in sede di legittimità. L'adozione nel codice di rito della regola di valutazione dell'"oltre ogni ragionevole dubbio" - principio del cosiddetto "b.a.r.d.", acronimo dell'inglese "beyond any reasonable doubt" - è stata effettuata con la riforma del giusto processo (Legge n. 46 del 2006), orientata a rafforzare la struttura accusatoria del rito anche attraverso l'importazione di alcuni elementi del processo anglosassone ed in particolare di quello nordamericano.
In proposito, con la sentenza n. 18313/2020 depositata il 16 giugno scorso, la Corte di cassazione ha chiarito che non ogni "dubbio" sulla ricostruzione probatoria può tradursi in una "illogicità manifesta" deducibile in sede di legittimità, essendo piuttosto necessario che sia rilevato un vizio di tale gravità da incrinare in modo severo, la tenuta logica della motivazione del giudicante. Segnatamente una frattura della coerenza razionale del percorso argomentativo non solo "visibile", ma anche "decisiva", in quanto essenziale per la tenuta giustificativa della condanna penale.
La vicenda - La Corte d'appello confermava la condanna dell'imputato per il reato di rapina aggravata dall'uso delle armi. Avverso tale sentenza proponeva ricorso per Cassazione il difensore che deduceva violazione di legge e vizio di motivazione: era stata violata la regola di valutazione "b.a.r.d." de "l'aldilà di ogni ragionevole dubbio". La testimonianza, in particolare, si esprimeva in un riconoscimento incerto, complessivamente inattendibile, a causa di un tenore perplesso, insicuro e fondato sulla incoerente valorizzazione di elementi non caratterizzanti.
La decisione - Nel processo statunitense l'esortazione a giudicare "oltre ogni ragionevole dubbio" fa parte delle "instructions" che il giudice deve impartire alla giuria, la quale decide con verdetto immotivato. Si tratta a ben vedere di una raccomandazione che in quell'Ordinamento non ha alcun precipitato controllabile nella motivazione. A seguito dell'importazione della formula in questione nel costrutto codicistico italiano, autorevole dottrina e maggioritaria giurisprudenza hanno collegato il canone alla presunzione di non colpevolezza contenuta nell'art. 27 comma 2 della Costituzione repubblicana.
L'indagine ermeneutica ha ritenuto inoltre che il criterio valutativo in questione segni il superamento del principio del "libero convincimento del giudice" e, quindi, della necessità che la condanna sia fondata sulla valorizzazione delle prove assunte in contraddittorio, le quali, per rispettare il canone valutativo, devono avere una capacità dimostrativa sufficiente a neutralizzare la valenza antagonista delle possibili tesi alternative. Deriva che il criterio in argomento non può tradursi nella valorizzazione di uno "stato psicologico" del giudicante, soggettivo ed imperscrutabile, ma sia indicativo della necessità che il giudice effettui un serrato confronto con gli elementi emersi nel corso della progressione processuale e, nei casi in cui decida su un'impugnazione a struttura devolutiva, anche con gli argomenti di critica proposti dall'appellante oltre che con le ragioni poste a sostegno della decisione.
La Corte di cassazione evidenzia inoltre che il mancato rispetto di tale regola di valutazione non può dar luogo alla invocazione in sede di legittimità di una differente valutazione delle fonti di prova. La (presunta) violazione di tale regola valutativa può al contrario essere invocata in Cassazione laddove sia riscontrabile una illogicità evidente, palese, a ben vedere manifesta e allo stesso tempo decisiva, della parabola motivazionale del giudicante. Ciò in quanto l'oggetto del giudizio di legittimità non è la valutazione di merito delle prove, bensì la tenuta logica della motivazione della sentenza di condanna.
In altre parole il parametro di valutazione dell'"al di là di ogni ragionevole dubbio" opera in modo evidentemente diverso nella fase di merito rispetto a quella di legittimità. Unicamente davanti alla giurisdizione di merito tale parametro può essere invocato per ottenere una valutazione "alternativa" delle prove, sulla base delle allegazioni difensive. Differentemente in sede di legittimità la regola del "b.a.r.d." rileva soltanto nella misura in cui la sua inosservanza trasbordi in una lampante illogicità del tessuto motivazionale.
In buona sostanza può essere sottoposta al giudizio di Cassazione solo l'idoneità deduttiva della motivazione, non la capacità dimostrativa delle prove. L'apprezzamento della capacità persuasiva delle singole prove, come anche dei complessi indiziari, è attività tipica ed esclusiva della giurisdizione di merito e non può essere devoluta alla giurisdizione di legittimità della Corte di cassazione se non nei limitati casi in cui si deduca, e si alleghi, un chiaro travisamento. Il precipitato conseguente è che la regola del "beyond any reasonable doubt" rileva in sede di legittimità esclusivamente se la sua violazione dimostri una irragionevolezza evidente e per ciò stesso determinante del tracciato argomentativo posto a giustificazione della condanna penale.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 15 luglio 2020
È stato uno dei primi detenuti in Italia ad ottenere la scarcerazione durante i giorni più duri del lockdown. Parliamo di Giosuè Belgiorno, recentemente condannato in appello a venti anni come responsabile dell'omicidio D'Andò, che ottenne il beneficio degli arresti domiciliari grazie al Riesame, forte di una perizia sulle sue condizioni di salute.
Ricordate il caso? Stando al Riesame di Napoli, Belgiorno è un soggetto immunodepresso, colpito da una malattia genetica, destinato a scontare il saldo con la giustizia italiana non in cella, ma agli arresti domiciliari, di fronte alle gravissime condizioni di salute che lo rendono un soggetto a rischio, specie se detenuto in una cella affollata. Ora però le sue condizioni sono nuovamente cambiate, tanto da far mettere in moto una sorta di corsa contro il tempo, con la richiesta di un intervento di urgenza al Tribunale di Sorveglianza.
Ma in cosa consiste il nuovo caso a metà strada tra giustizia e sanità? In questi giorni, Belgiorno è stato arrestato e tradotto nel carcere di Secondigliano, dove deve scontare un residuo di una vecchia condanna per fatti di camorra. Il suo fine pena scadrebbe l'undici settembre anche se, con il calcolo della cosiddetta buona condotta, dovrebbe essere scarcerato con largo anticipo.
Difeso dal penalista napoletano Raffaele Chiummariello, Belgiorno non ha ottenuto al momento risposte. tanto da incassare una sorta di beffa. In mancanza di informazioni, per lui l'udienza è stata fissata addirittura ad ottobre, quando ormai il residuo di pena sarà già scontato da tempo. Eppure - fa notare il legale di parte - ci dovrebbe essere un raccordo tra le autorità giudiziarie, dal momento che pochi mesi fa il Riesame aveva stabilito, anche in seguito a una perizia disposta dai giudici, che Belgiorno non può rimanere detenuto in un carcere italiano. Si tratta di un documento prodotto dinanzi ai giudici di Sorveglianza, a cui spetta il compito di intervenire, di fronte alla particolare gravità delle sue condizioni.
Stando a quanto emerso finora, è stato ancora l'avvocato Chiummariello a chiedere un incontro ai giudici di Sorveglianza, ma come è ormai noto da tempo, si tratta di una sezione particolarmente gravata da fascicoli, al netto di risorse ridotte al minimo. Indicato come killer della camorra scissionista, Belgiorno ora è in attesa di una risposta da parte delle istituzioni, in sospeso tra due provvedimenti: da un lato quello del Tribunale del Riesame, che gli ha concesso gli arresti domiciliari, di fronte alle sue gravi condizioni dì salute; dall'altro quello che ripristina il suo arresto in carcere, in attesa che la sorveglianza intervenga sul suo caso.
Ristretti Orizzonti, 15 luglio 2020
Giovedì 16 luglio alle ore 12,00, presso la Sala Mechelli del Consiglio regionale del Lazio in via della Pisana, il Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, presenterà alla stampa e agli interlocutori istituzionali presenti gli Sportelli per l'informazione e l'orientamento delle persone detenute che, a partire dalle prossime settimane, saranno attivi negli Istituti penitenziari di Cassino, Civitavecchia, Frosinone, Rieti, Roma e Viterbo.
A seguito di un bando pubblico, gli Sportelli saranno affidati a Università e associazioni qualificate che svolgeranno un servizio di front-office per conto del Garante negli Istituti penitenziari. Parteciperanno all'incontro il Presidente del Consiglio regionale del Lazio, on. Mauro Buschini, il Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, dott. Carmelo Cantone e i legali rappresentanti degli Enti affidatari.
Per ragioni organizzative legate alle misure anti-covid in relazione alla capienza della Sala, è richiesta la conferma della presenza attraverso mail all'indirizzo
Il Gazzettino, 15 luglio 2020
Un 28enne albanese è stato trovato ieri mattina senza vita all'interno della struttura che ospita il Centro di permanenza per il rimpatrio. Ferito gravemente il compagno di stanza. La Procura di Gorizia ha aperto l'inchiesta per chiarire le cause, nel frattempo divampano le polemiche con il sindaco gradiscano che chiede si accerti al più presto la verità mentre al Cpr gli altri migranti per protesta hanno scatenato una nuova rivolta, provocando un incendio.
Sul caso al momento c'è il più stretto riserbo da parte della Squadra Mobile della Questura di Gorizia, che sta compiendo le indagini rispetto al decesso del giovane di 28 anni che si trovava al centro migranti isontino per la quarantena relativa al contenimento da Coronavirus. Secondo quanto si è appreso, il compagno di stanza dell'uomo, un cittadino marocchino, è stato ricoverato in ospedale in gravi condizioni, anche se non in pericolo di vita. Gli investigatori e il medico legale non avrebbero tuttavia individuato segni di lotta o colluttazione tra i due. Del caso si sta occupando la Procura della Repubblica di Gorizia.
Nel pomeriggio di ieri, non appena si è diffusa la notizia, gli altri ospiti del centro hanno dato vita ad una nuova rivolta: poco prima delle 14 gli stranieri sono stati sentiti gridare e battere sulle sbarre; per protesta hanno appiccato le fiamme ad alcuni materassi mentre nella zona blu, quella dove si trovavano i due ragazzi, sono stati sequestrati tutti i cellulari. Sul posto sono intervenuti i Vigili del fuoco per spegnere il rogo. A chiedere che venga fatta chiarezza al più presto il sindaco di Gradisca, Linda Tomasinsig.
"A sette mesi dalla apertura del Cpr giunge purtroppo la notizia di un'altra morte e di un ricovero d'urgenza al Pronto soccorso tra i detenuti di questa terribile struttura. Le notizie in mio possesso sono che la morte non è avvenuta in un contesto di fuga o rivolta, ma è stata scoperta al mattino dagli operatori dell'ente gestore durante un controllo di routine ha specificato il sindaco -. Chiedo con forza, e non nutro dubbi in proposito, che la verità emerga con celerità e attenzione, così come che vengano resi noti gli esiti delle indagini sulla morte, avvenuta il 19 gennaio di quest'anno, di Vakhtang Enukidze".
Il riferimento è al 38enne georgiano deceduto, secondo l'autopsia, per un edema polmonare, sulle cui cause però si sta ancora indagando. All'epoca il procuratore di Gorizia Massimo Lia aveva spiegato che non si poteva "escludere al cento per cento cause di tipo violento".
Il deputato di Radicali +Europa Riccardo Magi, dopo aver ascoltato alcuni ospiti, aveva raccontato che Enukidze sarebbe stato "picchiato ripetutamente". "Attualmente il Cpr di Gradisca ha raggiunto, con i recenti arrivi dal sud, il massimo della sua attuale capienza (circa 80 detenuti) non senza problemi per la gestione di questi arrivi tanto più durante l'emergenza sanitaria in corso", ha aggiornato sempre ieri Tomasinsig. Nei giorni scorsi sono stati registrati ripetuti episodi di autolesionismo e di forme di protesta, come lo sciopero della fame. Il sindaco chiede ancora la chiusura del Cpr.
"In sei mesi ci sono stati due morti e diverse persone ricoverate e gli ultimi episodi di oggi dimostrano che la situazione è pericolosa ed è necessario un cambiamento chiaro di strategia, non certo altre strutture del genere come paventato da Fedriga", dice il consigliere regionale Pd Diego Moretti. "Nè un carcere né un Cpr sono luoghi in cui si deve entrare correndo il rischio di morire, eppure in un pugno di giorni registriamo due decessi, a Trieste e a Gradisca. Non si può restare indifferenti e continuare ad archiviare come fatalità questi fatti", dice la deputata Debora Serracchiani (Pd).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 luglio 2020
I detenuti non vedono i loro figli piccoli da mesi, la notizia si era appresa grazie a una lettera degli studenti universitari del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, indirizzata a Rita Bernardini del Partito Radicale. Su Il Dubbio la lettera è stata pubblicata a fine giugno. Il 2 luglio - come ha appreso sempre l'esponente radicale - la direttrice del carcere Rossella Santoro ha diramato un avviso a tutta la popolazione detenuta per dare la possibilità di far usufruire il colloquio visivo con la presenza di un familiare adulto e un minore di 18 anni, figlio o nipote. Ma la modalità è il colloquio stile 41 bis, ovvero con un vetro o plexiglas divisorio e citofono per poter parlare. Quella modalità che - e chi vive in carcere duro lo sa - traumatizza i figli piccoli. Sono, d'altronde, le inevitabili disposizioni che servono per evitare la diffusione del Covid 19 all'interno dei penitenziari.
Eppure una soluzione ci sarebbe. Il carcere di Rebibbia Nuovo Complesso ha una area verde con tanto di sedie e gazebo, usata già per i colloqui e per garantire al meglio l'affettività. La stessa direttrice del carcere ha riferito a Rita Bernardini che a suo avviso i colloqui all'aperto - presi alcuni semplici accorgimenti - sono "sicuri" dal punto di vista sanitario, ma la Asl (per il momento) non li ha autorizzati.
Non è un problema da poco il discorso della genitorialità in carcere. Il mantenimento della relazione tra un genitore detenuto e un figlio è un elemento di primaria importanza per varie ragioni: sia perché dare continuità a quelli che sono i legami familiari permette una possibilità di recidiva del detenuto tre volte minore rispetto alla rottura di tali legami, sia perché è necessario prevenire i rischi psichici e comportamentali sul bambino che le lunghe separazioni carcerarie possono creare.
Su Il Dubbio abbiamo raccontato la storia di una bambina di quasi due anni, traumatizzata dal giorno dell'arresto del padre. Con il passar del tempo ha dato segnali di squilibrio. Sguardo assente, problemi di deambulazione e di linguaggio. Il responso è stato scioccante, ovvero che la figlia ha subito un trauma così enorme tanto da rifiutarsi di crescere senza suo padre. La mamma non la porta in carcere, quello calabrese di Arghillà, perché poter vedere il padre senza poterlo abbracciare rischierebbe di traumatizzarla ancora di più. Storie che in realtà sono purtroppo di ordinaria amministrazione.
Il diritto alla genitorialità in carcere è di vitale importanza. In America varie sono le organizzazioni che si occupano di creare programmi di sostegno alla genitorialità in carcere: ad esempio The Center for Children of Inacrcerated Parents, California, che si occupa di ricerca e formulazione di progetti a sostegno della relazione genitore detenuto e figlio e in particolar modo per rompere il ciclo di criminalità organizzata; in Canada sono state istituite dal Commisioner of the correctional service of Canada delle Visite private Familiari (Pfv) in cui si dà la possibilità alla famiglia e al detenuto di passare 72 ore ogni due mesi in una piccola struttura con due letti, bagno e cucina sempre all'interno dell'istituto penitenziario.
In Europa varie sono le associazioni e i progetti di sostegno alla paternità detenuta. L'Eurochips è il comitato europeo per i bambini di genitori detenuti, è un'associazione presente in 5 paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Belgio, Italia, Olanda) che propone diverse attività di formazione, informazione e sostegno della relazione con il minore il carcere. Bambini senza sbarre, inserita dal 2001 nell'associazione europea Eurochips, propone da vari anni attività sia di accompagnamento del minore al colloquio con il genitore detenuto e sia gruppi di ascolto di padri detenuti e colloqui individuali di sostegno psicopedagogico per il genitore. Grazie a questa associazione è stato possibile adottare un protocollo d'intesa divenuto la "Carta dei figli dei genitori detenuti".
di Alberto Zorzi
Corriere del Veneto, 15 luglio 2020
La Corte penale di Venezia è nel mirino, accusata di arrivare alle udienze con sentenze "precompilate" prima ancora della discussione in aula. Il caso è emerso per l'errore di un giudice che ha fatto partire una mail tre giorni prima del verdetto. Scoppia la bufera politica. E il Csm accende un faro. La presidente della Corte d'Appello: "Non è la prassi"
Una pratica del Consiglio superiore della magistratura per verificare che cosa sia successo e se ci siano profili di intervento. Una richiesta da parte delle Camere penali venete al ministero della Giustizia di aprire un'ispezione presso la Corte d'appello lagunare. E anche l'intervento di un leader nazionale come Matteo Salvini (Lega), che denuncia l'"ennesimo episodio che macchia la credibilità della Giustizia, già messa in discussione dalle intercettazioni contro la Lega e contro Berlusconi" e auspica "una riforma profonda del sistema, anche per non mortificare la stragrande maggioranza dei magistrati che lavorano con passione e serietà".
La Corte penale lagunare è nel mirino, accusata di arrivare alle udienze con sentenze "precompilate" prima ancora della discussione in aula, dopo quanto accaduto nel corso dell'udienza del 6 luglio, o meglio nei giorni precedenti: il 3 luglio infatti gli avvocati che tre giorni dopo avrebbero discusso l'appello di una vecchissima vicenda di vongolari abusivi - prescritta ma con gli enti locali come parti civili - hanno ricevuto una Pec in cui avrebbe dovuto essere allegata la "relazione scritta" di presentazione del processo da parte del magistrato relatore; e invece c'erano due pagine che iniziavano con "ragioni della decisione" e si concludevano con il famigerato "PQM" ("per questi motivi") dopo che al punto 3 era scritto "l'appello è infondato". In aggiunta, in calce c'era una firma diversa da quella del relatore e una data di quasi quattro anni fa - il 25 ottobre 2016 - che ha fatto gridare anche al "copia incolla". Il documento iniziava con la sintesi dei motivi di appello, proseguiva con dei riferimenti di Cassazione ed era chiaramente incompleto, visto che c'erano frasi tronche e delle "X" da riempire.
Su richiesta del presidente della Camera penale veneziana Renzo Fogliata, poi, la presidente della Corte d'appello Ines Marini ha rilevato che quel giorno c'erano altre sei "sentenze" analoghe già scritte, alcune anche meno abbozzate. "È vero che l'appello parte da atti scritti e che il giudice relatore che li legge si può già fare un'idea - commenta Fogliata - ma poi dovrebbe essere in grado di azzerarla e ascoltare le parti prima di decidere. Scrivere già una traccia significa predisporre un binario, che rischia di essere condizionante. Il giudizio di appello non può essere questo, altrimenti che cosa andiamo a fare in aula?".
Il presidente dei penalisti veneziani assicura che non è una questione personale, ma di difesa della professione. "Non mi si dica che sono solo delle bozze di valutazione perché a smentirlo sono le stesse ordinanze che hanno rinviato a gennaio 2021 quei procedimenti - continua - La dicitura è chiara: "nella relazione sono contenuti elementi di valutazione anticipatori del giudizio".
Tanto che la Camera penale veneziana ha prima ricevuto la solidarietà e l'appoggio dei colleghi delle altre sei province venete e poi ha coinvolto anche l'Unione camere penali nazionale, chiedendo inoltre l'intervento del ministero con gli ispettori "al fine di restituire chiarezza ai rapporti processuali e al giudizio di appello nella nostra Corte".
Ma ora anche lo stesso Csm è entrato in campo, dopo che ieri i due consiglieri laici Stefano Cavanna e Alberto Benedetti hanno depositato una richiesta di apertura di una pratica presso la segreteria del comitato di presidenza per svolgere un'"approfondita istruttoria" e accertare "l'eventuale sussistenza di fatti e/o condotte rilevanti". E anche l'ex membro del Csm e attuale deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin sta valutando se presentare un'interrogazione. "Anche se forse la materia è più di carattere disciplinare", spiega.
"L'errore del magistrato ha rivelato una prassi che ritengo disdicevole e inaccettabile, poiché dà l'impressione che la decisione sia già stata presa dal magistrato prima della discussione finale - prosegue Zanettin. È vero che il Csm ha dato delle linee guida, ma relative alle cause seriali. Non può passare l'idea che la discussione sia solo un teatrino, altrimenti sarebbe da abolire".
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