fpcgil.it, 14 luglio 2020
Non è una battaglia tra detenuti e poliziotti. Aumenta il fenomeno delle aggressioni da parte dei detenuti ai danni del personale di Polizia penitenziaria, regna il sovraffollamento e diminuisce la sicurezza, a scapito del personale che lavora nelle carceri. Servono nuove regole che diano dignità al percorso dei detenuti e sicurezza ai lavoratori.
Le vecchie misure non sono efficaci. La nostra proposta, presentata oggi al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, è quella della "progressione premiale", un modello che valorizza il percorso rieducativo dei detenuti e che tutela il personale.
Da sempre è in corso una diatriba su come dovrebbe funzionare il sistema delle carceri in Italia, su quanto sia realistica la possibilità del detenuto di riscattarsi e reintegrarsi nella società. Uno scontro epico tra chi vede quelle quattro mura come una semplice punizione e chi ne coglie l'aspetto rieducativo. E in questa diatriba c'è chi, da una parte, ha a cuore i diritti del detenuto e chi, dall'altra, pensa alla sicurezza degli agenti di Polizia penitenziaria e di tutte le altre figure che lavorano nel carcere. Come se una delle due cose dovesse escludere l'altra. Il carcere è un ambiente che il detenuto tanto quanto il poliziotto e tutte le figure che ci lavorano, hanno il diritto di vivere con serenità e secondo il fine stesso per cui è pensato.
Convivere in un sistema detentivo costruttivo per il detenuto e sicuro e funzionale per i lavoratori è possibile, ma i problemi di sovraffollamento che le carceri italiane si trascinano da tempo ne hanno impedito la realizzazione. Basti pensare che la popolazione detenuta è aumentata in soli 4 anni di oltre 8 mila unità (passando dalle 52.164 del 2014 alle 60.760 del 2019). Oggi gli istituti penitenziari sono suddivisi in 'circuiti detentivi' in relazione ai reati commessi, e ad ognuno di essi dovrebbe corrispondere una diversa offerta trattamentale e una diversa vigilanza. Ma a causa del perenne sovraffollamento, la maggior parte delle carceri si sono trasformate in contenitori con detenuti in eccesso e di tutti i tipi.
Ma come ristabilire un'organizzazione sicura e dignitosa per lavoratori e detenuti? La nostra proposta, presentata oggi al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, è quella di applicare la cosiddetta "logica della progressione premiale". Cosa significa? Significa che la detenzione, per permettere il riscatto sociale del detenuto e per garantire la sicurezza di chi lavora, deve essere pensata come un percorso progressivo diviso in step. Vediamoli.
Primo step: il detenuto ha l'obiettivo di rispettare tutte le regole dell'ordinaria convivenza e deve partecipare ad un programma trattamentale con risultati positivi, partecipando anche ad attività lavorative volontarie. In questa fase l'apertura della camera detentiva è minima e la vigilanza attenta e costante.
La vigilanza deve avvenire con modalità differenti che non prevedano il contatto diretto che esporrebbe il personale di polizia penitenziaria ad un rischio troppo alto. Inoltre, visto il costante aumento del fenomeno di aggressioni al personale, i poliziotti devono potersi difendere: una soluzione potrebbe essere quella di dotarli di taser elettrico. In generale, la sezione deve essere resa più sicura: sistemi anti-scavalcamento sul muro di cinta, video-sorveglianza, postazioni di sentinella protette, impianto di allarme centralizzato e altro ancora.
Secondo step: se il detenuto ha guadagnato la fiducia dell'amministrazione, il programma prosegue. In questa fase ha più tempo a disposizione da trascorrere fuori dalla camera detentiva, sempre in compagnia di detenuti che stanno facendo lo stesso percorso. La vigilanza verrà proporzionata al tipo di detenuti e di reato. In caso di condotta contraria alle regole e di violazione del patto di fiducia instaurato, il detenuto viene retrocesso al primo livello.
Apertura delle camere detentive. Pensare che si recuperi la sicurezza all'interno delle carceri chiudendo i detenuti in cella per 22 ore al giorno è del tutto fuori strada. In questo modo si può produrre unicamente un aumento esponenziale dell'aggressività. Il detenuto deve essere spronato a vivere la propria detenzione in modo virtuoso: l'offerta di un maggior tempo da vivere all'esterno della camera detentiva è un'opportunità che, se sfruttata, consente la conquista di una vita detentiva migliore. Al contrario, non cogliere questa opportunità e assumere una condotta contraria all'ordine e alla sicurezza e tradire la fiducia concessa, significa privarsi di progredire verso condizioni migliori.
Ampliamento delle opportunità lavorative. Il lavoro è un elemento fondamentale dentro il carcere: dà dignità alla condizione restrittiva e disincentiva dalla perpetrazione criminale. È inoltre uno strumento di nuove opportunità, che può favorire un giudizio positivo nei confronti dei detenuti che gli permetterà di accedere allo step successivo del percorso di progressione premiale.
Una proposta, la nostra, che tenta di ridare dignità al percorso detentivo e vuole tutelare il personale di polizia penitenziaria, gli educatori, gli assistenti sociali, i dirigenti e tutte le figure che operano nel carcere, che non possono lavorare sentendo minacciata la propria incolumità. Questa non è una battaglia tra carcerati e carcerieri, è una battaglia per la dignità di tutti. E dobbiamo vincerla.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 14 luglio 2020
Nella lista ex ministri, toghe entrate in politica, procuratori e membri del Csm. L'atteso elenco delle persone da convocare davanti al "tribunale dei giudici" martedì 21 luglio.
Cento trentatré testimoni per processare la magistratura italiana e il suo sistema di autogoverno anziché lui, Luca Palamara, accusato di gravi illeciti disciplinari, tra cui l'indebita interferenza nelle "funzioni costituzionalmente previste" del Consiglio superiore della magistratura. Il tanto atteso elenco delle persone da convocare davanti al "tribunale dei giudici", nel "processo" che comincerà martedì 21 luglio, è arrivato: l'ex pubblico ministero romano inquisito dalla Procura di Perugia per corruzione, e per il quale la Procura generale della Cassazione ha esercitato l'azione disciplinare, prova a ribaltare gli addebiti denunciando un andazzo generale al quale lui si sarebbe semplicemente adattato.
Una linea difensiva che si trasforma in attacco, attuata citando i nomi più noti e altisonanti del mondo togato e istituzionale, della politica giudiziaria e dei Csm avvicendatisi negli ultimi trent'anni. Mancano il capo dello Stato Sergio Mattarella e il suo predecessore Giorgio Napolitano, ma ci sono i rispettivi consiglieri giuridici. E poi gli ex ministri della Giustizia Giovanni Maria Flick e Andrea Orlando, l'ex titolare della Difesa Roberta Pinotti; i magistrati (o ex magistrati) già parlamentari del Pd Anna Finocchiaro, Gianrico Carofiglio e Donatella Ferranti; i procuratori di Milano Francesco Greco, di Napoli Giovanni Melillo, di Palermo Francesco Lo Voi, di Bologna Giuseppe Amato, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho; ex magistrati di grido come Edmondo Bruti Liberati, Guido Lo Forte e Antonio Ingroia; gli ex presidenti dell'Anm Francesco Minisci e Eugenio Albamonte; gli ex vicepresidenti del Csm Cesare Mirabelli, Nicola Mancino, Michele Vietti, Giovanni Legnini, componenti passati e presenti del Consiglio, compresi alcuni componenti della Sezione disciplinare che deve processarlo.
Un elenco sterminato, con il quale Palamara intende dimostrare che "esisteva una prassi costante, di "strategia" e comunque di interlocuzione" tra togati ed ex togati del Csm, le correnti di appartenenza e "i loro diretti referenti del mondo della politica" per ogni nomina, o quasi. E che lui era amico dei colleghi Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, vittime secondo la Procura generale di un tentativo organizzato di denigrazione.
Palamara vorrebbe istruire un processo al "correntismo", ma l'accusa disciplinare è circoscritta: a parte le trame contro Pignatone e Ielo, avrebbe tentato di pilotare dall'esterno del Csm la nomina del nuovo procuratore di Roma, come è emerso dall'ormai famosa riunione intercettata all'hotel Champagne di Roma con gli allora deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti (imputato a Roma) e 5 componenti del Consiglio, poi dimissionari. Un fatto specifico, per il quale la Sezione disciplinare del Csm dovrà decidere se ammettere o meno le decine e decine di testimonianze (compresa quella dell'autore di questo articolo, in relazione a due colloqui intercettati con Palamara nel maggio 2019) con le quali l'ex pm cercherà di sostenere che non c'era niente di strano nella sua manovra tesa a far nominare un procuratore di Roma al posto di un altro.
Dalla lista di Palamara si evince che l'accusato vuole mettere sotto accusa decine di altre decisioni del suo Csm e di quelli precedenti. Qualcuno l'ha invitato a diventare "il Buscetta della magistratura", ed ecco spuntare i richiami alle "nomine "a pacchetto" e alle vicende relative alle nomine dei presidenti di sezione della Cassazione successive alla sentenza del 1°agosto 2013 nei confronti dell'onorevole Berlusconi". Su quest'ultimo punto, tornato al centro del dibattito politico nelle scorse settimane, Palamara vorrebbe chiedere lumi all'ex collega del Csm Piergiorgio Morosini (di Magistratura democratica) "sugli accordi tra gruppi successivi alla sentenza" che condannò definitivamente Berlusconi, facendolo decadere dal Parlamento.
Molto più sobria e contenuta la lista dell'ex consigliere del Csm Luigi Spina: 16 testimoni (più tre co-incolpati, tra cui Palamara) per parlare del fatto contestato: i contatti e gli accordi della primavera 2019 per la nomina del procuratore di Roma.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 luglio 2020
Davide Steccanella, difensore dell'ex Pac: "Sulla vicenda del cibo una strumentalizzazione ignobile. Ma così lo Stato smette di essere credibile". "Faccio questo lavoro perché pensavo di stare in uno Stato di diritto. Ma alla luce di tutto quello che accade, cosa dovrei dire, che aveva ragione Battisti a contrapporsi allo Stato?".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 14 luglio 2020
Gli effetti positivi dell'interazione tra persone in stato di detenzione e cani o altri animali da compagnia sono ormai documentati da numerosi studi e ricerche. I risultati più apprezzabili sono stati riscontrati sul piano socio-relazionale dei detenuti e su quello della responsabilizzazione che il prendersi cura di un animale comporta. Il successo dei tanti progetti già avviati in istituti penitenziari italiani ha portato a una loro progressiva estensione ad altre realtà carcerarie e a diverse tipologie di detenuti.
È di pochi giorni fa la sottoscrizione di un protocollo d'intesa tra la Fondazione Cave Canem e la Casa circondariale di Napoli Secondigliano per la realizzazione del progetto "Fuori dalle gabbie". La Fondazione, già partner di un'analoga collaborazione con la casa di reclusione di Spoleto, attiverà a breve un percorso formativo che offrirà ai detenuti coinvolti competenze per l'assistenza e la cura dei cani e dei gatti randagi, vittime di abbandono o di maltrattamenti.
Il progetto, che inizierà con la parte teorica il 20 luglio, oltre a fornire un'occasione di riscatto sociale offre anche delle competenze spendibili all'esterno in prospettiva di un futuro reinserimento lavorativo. Il progetto "Qua la zampa" all'interno della casa circondariale di Pavia prevede, invece, la realizzazione di un canile negli spazi verdi del carcere.
Protagonisti dell'accordo sono l'associazione di volontariato "Amici della mongolfiera Onlus", il Dipartimento Veterinaria Ats Pavia, la clinica veterinaria S. Anna e la scuola cinofila "Il Biancospino" di Casteggio.
La struttura consentirà soprattutto ai detenuti con problemi di carattere psichiatrico di prendersi cura degli animali e di conseguire il patentino di educatore cinofilo, una volta attivati i relativi corsi di formazione. Il progetto, finanziato dalla Fondazione Banca del Monte, rientra tra le azioni promosse dal Tavolo permanente in tema di sicurezza psichiatrica per il contenimento del disagio psichico delle persone detenute nel territorio della provincia pavese.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 14 luglio 2020
Il ritorno alla normalità è sempre un momento difficile per chi ha vissuto tempi eccezionali. Non si può avere nostalgia di un'epidemia, come non si può averne della guerra. Ma anche chi ha vinto una guerra, come Churchill, ha avuto nostalgia dello stato di emergenza che essa portava con sé, perché consentiva di chiedere al popolo "sangue, lacrime e sudore" e di ottenerlo senza discutere.
La storia ci dimostra che questa nostalgia è perniciosa per i politici, e che a volerla prolungare oltre il dovuto si può finire per perdere le elezioni dopo aver vinto la guerra, come accadde proprio allo statista inglese nel 1945. Ma il ritorno alla normalità è sempre un momento difficile per chi ha vissuto tempi eccezionali. Perfino de Gaulle soffrì di questa sindrome della trincea: liberata la Francia, ma deluso dal tran tran democratico del dopoguerra, si ritirò dalla politica nell'"esilio" di Colombey-les-Deux-Églises.
In tale compagnia, Giuseppe Conte può dunque essere scusato se, annunciando la proroga dello stato d'emergenza, ha dato la sensazione di trovarcisi a suo agio. I critici potrebbero notare che "emergenza" è qualcosa che emerge, un problema che si appalesa all'improvviso, ma purtroppo per noi il Covid-19 è tutt'altro che questo, nel senso che è emerso da tempo, viene da lontano e va lontano, ne conosciamo la pericolosità e abbiamo anche imparato a combatterlo molto meglio. Si potrebbe anzi dire che continuando a proporlo come un'emergenza il premier sottovaluti la capacità mostrata dal suo governo e dalle istituzioni pubbliche italiane nel fronteggiarlo e rinchiuderlo in sacche e focolai. Ciò che sta "emergendo", piuttosto, è la crisi economica e sociale; ma quella non si risolve con i Dpcm.
Qui non è in discussione se il Covid sia oppure no ancora attivo e pericoloso: lo è eccome, visto che ha appena fatto il record mondiale dei contagi in un giorno. E negli Stati governati dai negazionisti, come Usa e Brasile, le cose vanno anche peggio. Il dubbio è se vada ancora affrontato come un'emergenza. È del resto lo stesso governo a dirci che dobbiamo imparare a conviverci, che sarà ancora lunga. Ma se la convivenza è la nuova normalità, come si concilia con lo stato d'eccezione?
C'è davvero bisogno di uno stato di emergenza per far rispettare norme già esistenti ma ormai dimenticate, come il divieto di assembramento e l'uso della mascherina?
La nostalgia dell'emergenza può prendere non solo chi si è trovato ad avere in mano le leve del potere, ma anche i semplici cittadini. Al netto del dolore e del cordoglio che ha davvero unito tutti, ci sono tra i sei e gli otto milioni di italiani abbastanza fortunati da avere un lavoro che si può fare a distanza; e che dunque non solo non l'hanno perso, ma riusciranno anche a conciliarlo meglio con la famiglia e il tempo libero.
Se sono uomini, non donne costrette a scegliere tra il figlio e il lavoro, e se hanno anche una casa comoda e spaziosa, immagino che molti di loro non siano così ansiosi di tornare alla vita di prima. È probabile che anche i percettori di reddito di cittadinanza, e in generale di sussidi o bonus non legati a un posto di lavoro, temano il momento in cui finirà l'emergenza, perché finiranno anche i soldi. Luglio e agosto si prestano bene all'evidente clima di rilassatezza nazionale. Ma che accadrà a settembre, se non si torna alla normalità?
Ci sono pericolose distorsioni che lo stato d'emergenza inevitabilmente induce. Per esempio: sembra che la salute pubblica si misuri oggi con le variazioni percentuali del bollettino dei contagi, che si applicano tra l'altro a numeri ormai fortunatamente piccoli. Ma se pubblicassero un bollettino quotidiano dei malati di tumore in lista d'attesa negli ospedali scopriremmo che c'è purtroppo una "normalità" non meno grave e precedente all'emergenza. Verrebbe da pensare che l'indifferenza per i 37 miliardi resi disponibili dal Mes nasca proprio da questo strabismo: più facile tamponare l'emergenza che riformare il sistema sanitario.
È apprezzabile che la presidente Casellati abbia deciso di mettere fine alla "invisibilità" della sua Camera (si vede che l'altro presidente, Fico, ritiene invece la sua visibilissima). Ma il problema non è tanto farsi vedere, anche se questa è sicuramente un'attività in cui al nostro premier - non il primo né l'ultimo - piace eccellere.
Il guaio è che lo stato di emergenza è l'humus ideale per i rischi di "dispotismo democratico", per quanto benevolo esso possa apparire; perché è la situazione tipica in cui "chi rifiuta di obbedire alla volontà generale vi sarà obbligato, lo si forzerà a essere libero", e per cui si può chiedere a ogni cittadino "l'alienazione totale, con tutti i suoi diritti, alla comunità". Sono, come è noto, frasi tratte da Il Contratto sociale di Rousseau. E spiegano bene perché la piattaforma dei Cinque Stelle non si chiami "Voltaire" o "Kant".
napolicittasolidale.it, 14 luglio 2020
L'associazione che opera nel carcere di Pozzuoli apre un bistrot a Galleria Principe. Apre uno scorcio sui più bei progetti di rinascita carceraria italiani: il bistrot Le Lazzarelle. Ci lavoreranno le detenute del carcere di Pozzuoli dove la cooperativa Le Lazzarelle opera con la torrefazione del caffè dal 2010.
Il 22 luglio alle 18 inaugura Lazzarelle Bistrot nella Galleria Principe a Napoli, in uno dei luoghi più belli e suggestivi della città. Il Bistrot, realizzato grazie al supporto della Fondazione Charlemagne, aspira a diventare un luogo di socialità, incontri e appuntamenti culturali, dove bere il nostro ottimo caffè e mangiare in modo sano ed economico. Un punto di snodo e di intreccio di relazioni autentiche che ospiterà anche i prodotti che provengono da tutte le realtà detentive del nostro paese e dove continueremo la nostra esperienza di riscatto ed emancipazione tutta femminile.
Sono circa 70 le donne che la cooperativa ha seguito e formato dal 2010 all'interno del carcere nel progetto del caffè Le Lazzarelle, adesso è giunto il momento di uscire fuori dalle sbarre. "Questo è un progetto che abbiamo da un paio di anni - spiega la presidente Imma Carpiniello, aprirsi alla città era diventato fondamentale per delle donne chiuse in carcere tanto tempo. Vogliamo dare la possibilità alle detenute che lavorano con noi apprendendo la torrefazione di fare l'ultima parte della pena lavorando in esterna, grazie ai benefici delle misure alternative.
Quando sei deprivato della libertà ti manca l'orientamento e la possibilità di relazionarti all'esterno ed è difficile cominciare a ripensare al quotidiano invece la chiusura del cerchio fa sì che le detenute possano reintegrarsi nella società in modo protetto e graduale. Le statistiche dicono che laddove inizi un percorso lavorativo in carcere la recidiva cala del 90%. L'abbiamo visto nel lavoro all'interno, e speriamo di riconfermarlo all'esterno".
pupia.tv, 14 luglio 2020
Piccole attività industriali in carcere: come la produzione di pannelli fotovoltaici, ad esempio. Una proposta concreta da inserire nel programma di Italia Viva per le Regionali 2020 in Campania, formulata da Mariano Scuotri, 21 anni, componente dell'Assemblea Nazionale del partito di Renzi e consigliere comunale della città di Aversa.
"Data la consistenza della popolazione carceraria in Campania (terza regione italiana per popolazione) - spiega Scuotri - l'ente Regione può finanziare questa attività, trattandosi di una sua competenza (quella della formazione professionale): non farebbe concorrenza alle aziende già esistenti e ciò formerebbe i detenuti sia per la produzione industriale che per la posa in essere del prodotto".
"Trattandosi, poi, di attività che sono finanziate dal Fondo sociale europeo, - continua - i manufatti realizzati sarebbero già di proprietà della regione che li potrebbe poi cedere agli enti locali che ne facessero richiesta per i loro consumi energetici. In questo modo avremmo costruito una filiera no profit piena".
"Aggiungo - conclude Scuotri - che ci sono tanti brevetti industriali scaduti di attrezzature del genere che potrebbero essere rilevati a costi irrisori, e anche l'impatto sul sociale sarebbe immenso: ci sono comuni che impegnano parti importanti delle loro risorse per l'assistenza ai familiari dei detenuti, specialmente ai minori".
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 14 luglio 2020
Le Camere penali chiedono l'ispezione al ministero: "Gravità enorme". Corte d'appello di Venezia nell'occhio del ciclone. L'Unione delle Camere penali del Veneto e i 7 presidenti delle Camere penali della regione, informata l'Unione nazionale delle Camere penali, hanno sollecitato il ministero della Giustizia a disporre un'ispezione urgente per quelle che ritengono essere bozze di alcune sentenze già scritte, con tanto di condanna e indicazione dei termini di deposito delle motivazioni, prima ancora che l'udienza venisse discussa.
Un fatto di "enorme gravità", ha denunciato il direttivo della Camera penale veneziana in una lettera inviata ieri a tutti gli avvocati per informarli di quanto accaduto e auspicare che venga restituita al più presto "chiarezza ai rapporti processuali ed al giudizio d'appello nella nostra Corte".
"Nessuna sentenza già scritta, ma una semplice bozza di ipotesi di decisione, predisposta dal giudice relatore sulla base di uno schema predisposto dal Csm e come consentito dalla Cassazione", replica la presidente della Corte d'appello lagunare, Ines Marini.
Tutto ha preso il via a seguito della segnalazione pervenuta da due legali veneziani in relazione all'udienza dello scorso 6 luglio di fronte alla prima sezione penale della Corte.
Un avvocato comunica alla Camera penale di aver ricevuto a mezzo pec, con tre giorni di anticipo rispetto all'udienza di discussione, "le motivazioni della sentenza di rigetto ricavate attraverso quello che appare essere il copia e incolla di altra sentenza redatta nell'ottobre del 2016".
Quindi, il giorno dell'udienza, un'avvocatessa segnala che alle difese, prima che iniziasse la discussione, era stato consegnato "l'ordito motivazionale della sentenza, comprensivo del dispositivo, che disattende le tesi degli appellanti".
In aula chiede informazioni anche il sostituto procuratore generale, Alessandro Severi, e i casi vengono rinviati al 2021. Si trattava di procedimenti che, dopo la sentenza di prima grado, si erano prescritti per il troppo tempo trascorso, ma la decisione era in ogni caso attesa per la presenza di parti civili che reclamano un risarcimento per i danni sofferti. E, nel caso di condanna, poi prescritta in appello, il risarcimento è comunque dovuto.
La Camera penale veneziana a sua volta protesta nei giorni successivi scrivendo una dura lettera sia alla presidente della Corte d'appello, che al procuratore generale, Antonello Mura. Ines Marini si attiva immediatamente chiedendo una relazione alla presidente del collegio giudicante, Luisa Napolitano e al coordinatore delle sezioni penali, Carlo Citterio, per poi dare riscontro alla richiesta di spiegazioni degli avvocati, trasmettendo loro i documenti richiesti. Le "copie autentiche dei verbali delle udienze e di ben 7 pronunce complete di motivazione e di dispositivo", precisa la Camera penale veneziana, presieduta da Renzo Fogliata.
"Uno sconcertante quadro documentale che rischia di legittimare l'ipotesi che esista una sorta di prassi di precostituzione del giudizio non solo rispetto alla camera di consiglio, ma anche alla discussione delle parti", denuncia il direttivo dell'associazione che riunisce i penalisti della provincia di Venezia. In sostanza gli avvocati ritengono che le sentenze siano state scritte prima della discussione del processo, e dunque senza neppure ascoltare pubblico ministero e difensori.
"Quegli schemi, del tutto legittimi, sono stati trasmessi per errore agli avvocati, gettando ombre su decisioni che vengono sempre prese in camera di Consiglio, dopo aver ascoltato tutte le parti - precisa Ines Marini. Sono sorpresa della decisione della Camera penale di rivolgersi al Ministero: non appena ho ricevuto la loro segnalazione mi sono immediatamente attivata per assumere i provvedimenti necessari, a garanzia della massima trasparenza e dunque trasmettendo tutti gli atti richiesti. Comprendo che gli avvocati possano avere frainteso, ma sono amareggiata. Le decisioni non erano state prese, lo ribadisco".
La presidente della Corte ricorda gli enormi sforzi compiuti in questi anni dalla Corte veneziana per cercare di gestire gli enormi arretrati con una cronica carenza di personale: "Abbiamo introdotto la relazione introduttiva scritta, anticipata agli avvocati invece che letta in aula, per cercare di accelerare i processi e per poterne trattare un numero superiore. Insomma, per offrire un servizio migliore. Spiace che si vogliano gettare ombre su un'attività svolta sempre nell'ambito dei confini costituzionali".
di Manuela Galletta
giustizianews24.it, 14 luglio 2020
Tutelare la salute sempre e comunque. Anche se il diritto da preservare è quello di una persona che ha commesso un reato ed è in carcere per il saldare il suo debito con la giustizia. Così dovrebbe essere ma così non è. Non sempre.
La storia di Antonio Avitabile, 44enne di Torre Annunziata (in provincia di Napoli), è una di quelle che racconta come sia difficile, per un detenuto, vedersi riconosciuto il diritto alla tutela della salute garantito dalla Costituzione. Una storia non rara, ma che raramente fa scalpore e sollecita l'interesse dei politici che, al contrario, sono sempre vigili quando si è in presenza di una scarcerazione concessa (per gravi motivi di salute).
Avitabile è attualmente detenuto nel carcere di Poggioreale dove sta scontando una condanna definitiva per rapina. Tuttavia, denuncia l'avvocato Michele Riggi, la casa circondariale partenopea non è in grado allo stato di assicurargli tutte le cure adeguate al suo particolare e grave stato di salute. Avitabile è affetto da cancro della laringe, patologia attestata alla fine del giugno scorso dal medico legale Ernesto Izzo (nominato dall'avvocato Riggi). Il tumore si è ripresentato dopo molti anni a causa "di cure non adeguate".
E, adesso, rischia di mettere Avitabile in serio pericolo di vita. "Il mio assistito ha bisogno infatti di cure specialistiche e di un intervento chirurgico non più procrastinabili", spiega l'avvocato Riggi che da diverse settimane lotta, a suon di istanze agli enti preposti, affinché ad Avitabile venga concesso il trasferimento in "una struttura sanitaria adeguata e attrezzata al delicatissimo e gravissimo caso concreto".
Una battaglia, quella del penalista, contro i mulini a vento. La malattia ha provocato ad Avitabile anche perdite di sangue dalla bocca, come certificato di recente dalla medicheria del carcere e riscontrato dal dottor Izzo.
"È prevedibile che la protrazione dello stato di detenzione possa cagionare un grave pregiudizio per la integrità psico-fisica del condannato tale da esporlo al pericolo di vita considerata la grave patologia a prognosi infausta, difficoltà ed impossibilità eseguire da detenuto da quanto rappresentato, si specifica infine che le attuali condizioni di salute del signore Avitabile sono totalmente incompatibili con il suo stato di detenzione", è un passaggio della relazione del dottor Izzo.
Parole chiare, chiarissime. Che l'avvocato Riggi ha allegato nelle sue istanze. Ad oggi però Avitabile resta detenuto. Il penalista ha anche inviato una Pec al ministero della Giustizia chiedendo un intervento del ministro della Giustizia. Al momento non è arrivato alcuna risposta. Eppure il quadro clinico di Avitabile è complesso e delicato.
E, come evidenzia con rammarico l'avvocato Riggi, "ogni giorno perso nell'approntare gli strumenti terapeutici più adeguati al gravissimo tumore da cui è affetto il sig. Avitabile, sarà un giorno in cui le speranze di salvare la vita del detenuto si assottiglieranno sempre di più".
di Marzio Bartoloni
Il Sole 24 Ore, 14 luglio 2020
Il Senato varerà nei prossimi giorni la legge per difendere gli operatori sanitari: oltre a inasprire le sanzioni il provvedimento prevede la procedibilità d'ufficio, salta l'obbligo per As1 e ospedali di costituirsi parte civile.
Era diventata una vera e propria emergenza prima dello scoppio dell'emergenza Covid che per qualche mese ha rallentato il fenomeno. Ora però contro le violenze e le aggressioni contro medici e infermieri negli ospedali è in arrivo a giorni un'arma di difesa in più.
Atteso da oltre un anno da tutto il comparto della sanità entro luglio il Senato dovrebbe definitivamente varare il giro di vite contro le violenze in corsia che con il ritorno degli accessi nei pronto soccorso, tra i luoghi più a rischio per chi indossa un camice, stanno purtroppo lentamente riprendendo dopo la forte attenuazione nei mesi del lockdown.
Il provvedimento che nei giorni scorsi ha incassato il via libera della commissione Igiene e Sanità del Senato dove il Ddl è tornato dopo le modifiche della Camera prevede un inasprimento di pene e sanzioni per chi aggredisce operatori sanitari, ma anche campagne informative, un Osservatorio nazionale e una Giornata di sensibilizzazione ad hoc.
Secondo un sondaggio del sindacato Anaao Assomed, il 65% dei medici afferma di essere stato vittima di aggressioni fisiche o verbali, soprattutto tra chi lavora al Pronto Soccorso. Mentre a essere aggrediti sono anche circa 5mila infermieri l'anno, secondo la Federazioni degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). Si tratta però di stime. In molti casi, infatti, questi episodi non vengono denunciati.
Per arginare questo fenomeno, divenuto appunto vera e propria emergenza di Sanità pubblica, il disegno di legge prevede la procedibilità d'ufficio, senza la querela della persona offesa, trattando i sanitari quasi come un pubblico ufficiale. In particolare il cuore del provvedimento sta nel fatto che si modifica l'articolo 583-quater del codice penale ai sensi del quale le lesioni gravi o gravissime sono punite con pene aggravate: per le prime reclusione da 4 a 10 anni e per le gravissime da 8 a 16 armi.
La novità consiste nell'applicare le stesse pene aggravate quando le lesioni gravi o gravissime siano procurate in danno del personale "esercente una professione sanitaria o socio-sanitaria nell'esercizio delle sue funzioni o a causa delle funzioni o del servizio, nonché a chiunque svolga attività ausiliarie di cura, assistenza sanitaria o soccorso".
Tra le circostanze aggravanti comuni del reato viene inserito l'avere agito nei delitti commessi con violenza e minaccia proprio in danno degli operatori sanitari o socio-sanitari. La legge attesa al varo dell'aula del Senato nei prossimi giorni prevede poi il monitoraggio dei cosiddetti "eventi sentinella", che spesso anticipano le violenze.
Inoltre fa nascere l'Osservatorio nazionale con il compito di monitorare l'attuazione delle misure di prevenzione e protezione a garanzia di medici, infermieri ed operatori socio-sanitari. Dal testo finale è stato invece soppresso l'articolo che prevedeva che Asl e ospedali obbligatoriamente si costituissero parte civile nei processi di aggressione ne confronti dei propri dipendenti.
"Accanto al rafforzamento delle condizioni penali, si aggiungono tanti altri strumenti, ad esempio abbiamo protetto tutti gli operatori sanitari ma anche i sociosanitari e sociali nell'esercizio delle loro funzioni indipendentemente dalle loro condizioni", avverte Paolo Boldrini (Pd) relatrice del Ddl in commissione. "Ritengo innanzitutto - aggiunge la senatrice - sia bene promuovere la sicurezza sul lavoro perché è la base di un'assistenza sanitaria efficace e che le violenze, le intimidazioni, le aggressioni e le minacce possono ostacolare o impedire la prestazione di cura, che invece devono essere protette nel modo più efficace possibile".
"Con questo governo la Sanità - conclude Boldrini - ha assunto una rinnovata centralità anche prima del Covid e ora ancora di più con le risorse stanziate a seguito dell'epidemia con un incremento importante del Fondo sanitario malvisto prima, senza contare l'investimento tra attrezzature, infrastrutture e tecnologie. Anche il rafforzamento delle risorse umane nel Ssn è un aiuto fondamentale per evitare aggressioni dovute molto spesso ai disservizi causati per mancanza di personale".
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