di Alberto Cisterna
Il Riformista, 13 luglio 2020
Esiste in Italia un partito dei pubblici ministeri? In senso formale sicuramente no. E la stessa risposta negativa si deve dare se si ricorre alla definizione politologica più accreditata di partito: "Un partito è qualsiasi gruppo politico identificato da un'etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni, ed è capace di collocare attraverso le elezioni (libere o no) candidati alle cariche pubbliche" (Sartori, Oxford, 1976).
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 13 luglio 2020
L'innovazione legale e l'approccio a sistemi di giustizia predittiva richiedono una nuova fi gura di giurista formato sia al ragionamento logico che al pensiero computazionale. Materie che è necessario inserire nel percorso formativo universitario, prima ancora del coding.
È la dirompente proposta, ma non la sola, avanzata durante la sessione inglese del terzo congresso internazionale sulla giustizia predittiva organizzato on line dalla Scuola di diritto avanzato nelle giornate del 2 e 3 luglio scorso, dopo le scorse versioni in presenza di Londra e Roma.
di Alessandro Giuli
Libero, 13 luglio 2020
Sono decine quelli in aspettativa o "fuori ruolo presso altri uffici". Intanto Bruxelles ci bacchetta: in Italia processi troppo lenti. Fare il magistrato? Sempre meglio che lavorare. Lo si dice con il dovuto rispetto, figurarsi, e ammettendo subito che la battuta nasce in riferimento ai giornalisti.
E tuttavia, per capire che siamo in buona compagnia e che c'è qualcosa di schiettamente disfunzionale nel mondo dei togati italiani, basta sfogliare il rapporto annuale sullo stato dei sistemi giudiziari dell'Ue appena diffuso dal commissario europeo alla Giustizia, il belga Didier Reynders, e concedersi subito dopo una breve passeggiata sul sito del Consiglio superiore della magistratura.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2020
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 13 maggio 2020 n. 14725. In materia di utilizzazione di messaggistica con il sistema Blackberry è corretto (e doveroso) acquisirne i contenuti mediante intercettazione ex articoli 266 e seguenti. (in particolare, articolo 266-bis) del Cpp e seguenti, atteso che le chat, anche se non contestuali, costituiscono un "flusso di comunicazioni". Mentre, per quanto attiene alle modalità di autorizzazione delle operazioni, rispetto a utenze operanti nel territorio nazionale non è necessario procedere a rogatoria all'estero, essendo irrilevante, con riguardo proprio al sistema Blackberry, la circostanza che il messaggio debba essere necessariamente trasmetto in Canada - dove vi è la chiave necessaria alla cosiddetta "messa in chiaro" - prima di essere reinviato al destinatario finale decriptato. Infatti, tale trasmissione attraverso il server canadese assolve solo alla funzione di decriptazione, senza alcuna alterazione del contenuto. Questo il principio espresso dalla Cassazione, Sezione III penale con la sentenza 13 maggio 2020 n. 14725.
I precedenti - In senso conforme, sezione III, 10 novembre 2015, Guarnera e altri, secondo cui, in materia di utilizzazione di messaggistica con il sistema Blackberry è corretto (e doveroso) acquisirne i contenuti mediante intercettazione ex articoli 266-bis del codice di procedura penale e seguenti, atteso che le chat, anche se non contestuali, costituiscono un "flusso di comunicazioni": l'intercettazione, del resto, avviene con il tradizionale sistema, ossia monitorando il codice Pin del telefono (ovvero il codice Imei), che risulta associato in maniera univoca a un nickname. Pertanto, deve escludersi che, per acquisire tale messaggistica, debba procedersi mediante lo strumento del sequestro probatorio ex articolo 254-bis del codice di procedura penale, ove si consideri che il sequestro probatorio di supporti informatici o di documenti informatici, anche detenuti da fornitori di servizi telematici, esclude, di per sé, il concetto di comunicazione e va disposto solo quando è necessario acquisire al processo documenti a fini di prova, mediante accertamenti che devono essere svolti sui dati in essi contenuti. In tale occasione la Corte ha affrontato anche la questione dell'eventuale rogatoria, che ha escluso, ritenendo cioè che non fosse necessario il ricorso a una rogatoria internazionale in quanto, benché la società fosse canadese, le comunicazioni tramite messaggi erano avvenute in Italia, per effetto del convogliamento delle chiamate in un nodo situato in Italia, ove era stata svolta l'attività di captazione, tanto che l'intercettazione, a livello tecnico, era stata gestita dalla sede italiana della società.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2020
Corte di Cassazione - Sezione VI - Sentenza 12 giugno 2020 n. 18125. Il reato di trasferimento fraudolento di valori si realizza attraverso l'attribuzione ad altri di denaro, beni o altre utilità - suscettibili di confisca a titolo di misura di prevenzione patrimoniale - in base a una vicenda negoziale con effetti traslativi che soltanto all'apparenza faccia acquisire a terzi la titolarità o la disponibilità del bene, in realtà rimasto nel patrimonio e sotto il controllo del soggetto apparente cedente e il delitto può sussistere anche in relazione a un'attività economica in corso, nel senso che il reato può configurarsi non solo con riferimento al momento iniziale dell'impresa, ma anche in una fase successiva, allorquando in un'impresa o società, sorta in modo lecito, si inserisca un terzo quale socio occulto, che, attraverso lo schema dell'interposizione fittizia, persegua le finalità illecite previste dalla norma.
In questa prospettiva, ai fini della configurabilità del reato, sotto il profilo materiale, non è sufficiente l'accertamento della mera disponibilità del bene da parte di chi non ne risulti formalmente titolare, ma occorre la prova, sia pure indiziaria, della provenienza delle risorse economiche impiegate per il suo acquisto da parte del soggetto che intenda eludere l'applicazione di misure di prevenzione.
Mentre, da punto di vista soggettivo, occorre la dimostrazione del dolo specifico di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale in capo a tutti i concorrenti del reato; tale scopo assumendo un duplice significato: da un lato, riferito all'intenzione dell'agente di provocare un evento lesivo, dall'altro, riferito all'oggettiva idoneità dell'azione a produrre tale risultato. È quando ha stabilito la Sezione VI della Cassazione penale con sentenza 12 giugno 2020 n. 18125.
L'identikit del reato - Come è noto, il reato [già] previsto dall'articolo 12- quinquies, comma 1, del decreto legge 8 giugno 1992 n. 306, convertito con modificazioni nella legge 7 agosto 1992 n. 356 (ora, disciplinato dall'articolo 512-bis del Cp), è una fattispecie a forma libera, che si concretizza nell'attribuzione fittizia della titolarità o della disponibilità di denaro, beni o altra utilità, realizzata in qualsiasi forma al fine di eludere misure di prevenzione patrimoniali o di contrabbando ovvero per agevolare la commissione di delitti di ricettazione, riciclaggio o reimpiego di beni di provenienza illecita, con la precisazione che l'espressione "attribuzione" ha una valenza ampia che rinvia non soltanto alle forme negoziali tradizionalmente intese, ma a qualsiasi tipologia di atti idonea a creare un apparente rapporto di signoria tra un determinato soggetto e il denaro, i beni o le altre utilità rispetto alle quali, però, rimane intatto il potere di colui che effettua l'attribuzione o per conto o nell'interesse del quale l'attribuzione è operata. (cfr. sezione I, 10 luglio 2007, Brusca e altri; nonché, sezione I, 26 aprile 2007, Di Cataldo; più di recente, sezione II, 21 gennaio 2019, Riela e altri, secondo la quale il termine "attribuzione" prescinde da un trasferimento in senso tecnico-giuridico, rimandando, non a negozi giuridici tipicamente definiti ovvero a precise forme negoziali, ma piuttosto fa riferimento a una indeterminata casistica, individuabile anche soltanto attraverso la comune caratteristica del mantenimento dell'effettivo potere sul bene "attribuito" in capo al soggetto che effettua l'attribuzione ovvero per conto o nell'interesse del quale l'attribuzione medesima viene compiuta, richiedendosi soltanto l'accertamento che il bene che appaia nella "titolarità o disponibilità" di un soggetto, in realtà sia riconducibile a un soggetto diverso).
La condotta di "attribuzione", finalizzata a creare una situazione di apparenza giuridica e formale della titolarità e della disponibilità dei beni, del denaro o delle altre utilità non corrispondente alla realtà, presuppone comunque, a tal fine, che il soggetto che procede all'attribuzione stessa, o nell'interesse del quale la medesima è effettuata, sia il reale dominus, che ricorre ad atti o operazioni simulate per sottrarsi a eventuali provvedimenti ablativi previsti dalla legislazione in tema di misure di prevenzione patrimoniali o per agevolare la commissione di reati connessi alla circolazione di mezzi economici di provenienza illecita.
Da ciò deriva che per la configurabilità del reato è necessario accertare l'esatta identità del "reale" intestatario dei beni, perché solo in tal modo è possibile apprezzare la "fittizietà" dell'attribuzione, da cui può farsi discendere l'addebito concorsuale a carico sia dell'intestatario reale che di quello fittizio (sezione II, 15 marzo 2013, Morra e altro). Assolutamente pacifico, poi, è l'assunto secondo cui il dolo specifico richiesto dalla fattispecie incriminatrice, consistente (fra l'altro) nel fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione, può sussistere non solo quando sia già in atto la procedura di prevenzione, ma anche prima che la procedura sia intrapresa, quando l'interessato possa fondatamente presumerne imminente l'inizio (cfr., ancora, sezione I, 26 aprile 2007, Di Cataldo).
In linea con tale affermazione, cfr. di recente, sezione II, 21 febbraio 2018, Fasciani e altri, laddove si è così affermato che anche l'affitto di un ramo di azienda o l'amministrazione fittizia possono integrare ipotesi di attribuzione fittizia, dirette a creare una realtà giuridica apparente nell'interesse del reale dominus; con l'ulteriore precisazione che il reato sussisterebbe anche allorquando l'atto dispositivo sia formalmente posto in essere da un soggetto diverso dal titolare del bene; nonché, sezione VI, 5 giugno 2018, Traina, che si è particolarmente soffermato sull'elemento soggettivo, sostenendo che il reato richiede che tutti i concorrenti nel reato abbiano agito con il dolo specifico di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale, per la cui prova in giudizio non è sufficiente dar conto della fittizia attribuzione della titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità: solo il dolo specifico, consistente nella precipua finalità di elusione delle misure di prevenzione patrimoniali, qualifica infatti la condotta, differenziandola da una lecita simulazione di carattere civilistico.
di Fulvio Abbate
huffingtonpost.it, 13 luglio 2020
Cesare Battisti, l'ex terrorista "rosso", in carcere dopo una lunga latitanza tra portinerie parigine, Messico e Brasile, lamenta ora, laggiù in cella, il bisogno di un cibo adeguato al suo stato di salute. Richiesta umanissima. Propria di uno stato di diritto, qual è - si spera - il nostro. Sciocco ribadire che la pena non può corrispondere al ghigno della vendetta fuori dallo spioncino. Evidentemente, nonostante il transito di Beccaria nella storia del nostro diritto, non tutti hanno acquisito il dato della dignità.
Matteo Salvini, per esempio, per l'occasione mostra gli abiti del secondino di complemento. Su tutto, il dubbio che lo faccia per dare soddisfazione alla subcultura - intatta come bene rifugio nell'istinto belluino di molti nostri dirimpettai, talvolta perfino cognati - ma sì, diciamo pure "fascista". Con chi non è abituato a sottilizzare, inutile ricorrere alle sfumature. "Cibo scarso, troppi fritti e grassi. Ho l'epatite e una prostatite," così sembra che Battisti, attualmente nel carcere di Massama, in Sardegna, dove sconta due ergastoli per omicidi e rapine commessi negli anni della militanza fra i Proletari armati per il comunismo, abbia lamentato. Infatti, diversamente da altri detenuti, non può acquistare generi alimentari e ancor meno cucinarli in cella, in quanto sottoposto a un regime particolare in un carcere di massima sicurezza, dove è rinchiuso da gennaio 2019.
Alle sue spalle, riepiloghiamo, una latitanza quasi quarantennale, la fuga dal carcere di Frosinone, poi Francia, Messico, uno status di "rifugiato politico", scrittore di "noir", la solidarietà di molto ceto intellettuale internazionale, infine, nel 2018, la cattura e in breve tempo l'estradizione in Italia.
La questione del cibo negato dipenderebbe, insomma, da un dettaglio: il livello di "alta sorveglianza" cui l'uomo è sottoposto. Il suo difensore spiega infatti che "ci sarebbe dovuto rimanere per sei mesi, fino al luglio dello scorso anno. Invece questo regime di detenzione si è inspiegabilmente prolungato e va avanti ancora adesso, nonostante non sia supportato da alcuna sentenza né disposizione di legge". La macchina burocratica si inceppa anche davanti alle celle, storia nota.
Le parole di Battisti sull'inadeguatezza del cibo, nel frattempo, hanno consegnato combustibile nero solido sia alla Lega sia a Fratelli d'Italia, le destre che fronteggiandosi giocano a mostrarsi l'una peggiore dell'altra. Così Salvini: "Taci e digiuna, assassino comunista". Frase che sembra corrispondere alle iscrizioni da camere di sicurezza con tavolaccio da caserma, ossia quel "mutismo e rassegnazione" proprio dei caporali di giornata. E noi, pensa un po', lo ritenevamo già Capitano!
Giorgia Meloni, calandosi nel fondo del barile di un prevedibile lessico non meno "fascista", conferma: "Era abituato al caviale... È dura la vita degli assassini che pagano per i loro crimini". Impliciti invisibili emoticon accompagnano la frase innalzando ora un dito medio ora un faccina-ghigno. Linguaggio feroce, tutto vero. Ciononostante, tornando al leghista, obiettivamente caricaturale, Salvini, in questo tristo caso, par di vederlo nei panni del carceriere guercio e coperto di stracci che appare nelle segrete ora de "L'isola del tesoro" ora de "Il Conte di Montecristo", calco perfetto della maschera demagogica che le destre offrono all'immancabile risentimento plebeo. Tragicamente, in presenza di un simile linguaggio degradato, perfino il "coatto" Cesare Battisti assume spessore etico, sembra giganteggiare.
Intendiamoci, personalmente, in tempi non sospetti, ho scritto parole durissime proprio sull'allora fuggitivo Battisti, soffermandomi sulla sua protervia tracotante, sul tratto, appunto, da "coatto", sulla sua faccia di. Conquistando insulti e perfino minacce da parte di un segmento di mondo che ancora adesso ritiene che il cosiddetto "partito armato" avesse ragioni palingenetiche per provarci e magari farcela. Ah, se solo fossimo riusciti a prendere il potere..., così era possibile leggere nei commenti, tra le righe.
Ho raccolto gli insulti degli ex brigatisti e dei loro nipotini che ancora adesso pensano agli zii e alle zie già armati con la deferenza che va riconosciuta ai titani. Colpevole di avere insultato "Cesare". Dimenticavo: ho trovato apprezzabili i modi civili dei nostri poliziotti che hanno scortato Battisti dal Brasile di Bolsonaro fino a Ciampino, con Salvini, allora ministro degli Interni, a mostrarsi tronfio, la giacca a vento della Polizia addosso, accanto alla "preda" ormai nel sacco.
Negli ultimi mesi, più volte ho però ripensato all'ex terrorista-scrittore Cesare Battisti con gli occhi della compassione, perfino a dispetto della sua trascorsa tracotanza e della ottusa difesa d'ufficio dei suoi "amici" e "compagni".
La pelle dell'orso sconfitto, inchiodata ormai al muro come un trofeo, merita rispetto, assai meno le parole da grevi questurini di Salvini e Meloni. Terribile essere condannati a mostrarsi, ma che dico, a essere migliori di chi vorrebbe governarci schiumando studiato livore.
buongiornoalghero.it, 13 luglio 2020
"Le segnalazioni che pervengono al sindacato Fsi, relative alla riorganizzazione della medicina dei servizi presso il carcere di Uta e l'Ipm di Quartucciu, in contrasto con le linee guida regionali sono ormai quasi quotidiane. In proposito abbiamo inviato urgentemente una lettera al Commissario Straordinario Dott. Steri, al Direttore Sanitario dott. Locci e, per conoscenza all'Assessore regionale alla Sanità dott. Nieddu" spiega la Segretaria nazionale confederale dell'Fsi-Usae Mariangela Campus. La turnazione attuale nella medicina dei servizi avviene con la ripartizione della giornata in 6 e 12 ore la mattina (08.00-14.00), il pomeriggio (14.00-20.00) e la notte (20.00-08.00), poi i festivi e i prefestivi in 12 ore.
La distribuzione delle mattine, pomeriggi e notti avviene secondo un principio di rotazione ed equità. Nel caso specifico, il responsabile vorrebbe: affidare ai medici in convenzione la presa in carico dei singoli detenuti come se, gli stessi, fossero medici di medicina generale; definire la giornata lavorativa, dei medici che hanno 17-20-24-26 ore settimanali (il maggior numero di ore), in di 4 ore e più ore/die con la presenza costante, per almeno 4 giorni continuativi a settimana. I medici di Medicina Generale che completano il loro orario con le ore della medicina dei servizi, sono obbligati, secondo il responsabile, all'impegno dei quattro giorni consecutivi in carcere, ovvero diventando "medici di famiglia in carcere".
É stata indetta, dalla Responsabile Dott.ssa Frau, degli Istituti penitenziari di Uta, Quartucciu e Isili una riunione alla presenza di tutti i medici, compreso il responsabile che non ha sortito alcun effetto.
Il 18 maggio viene presentato dal Dott. Fei il suo progetto riguardante "la Riorganizzazione del Carcere", questo nuovo assetto contrasta con le linee guida regionali e sorge il dubbio sulla fattibilità per diversi motivi, per esempio: le linee guida prevedono, per le carceri con una media di detenuti superiore ai 200, la presenza dell' H24, che deve essere effettuato solamente da un medico della medicina dei servizi o da un medico dipendente.
Sicuramente non ci sono sufficienti medici dipendenti, e non si può affidare il compito ai medici del 118, che per loro contratto, non possono fare altro che urgenze ed emergenze, e quindi non è previsto che vedano un nuovo detenuto; il turno di mattina o del pomeriggio, secondo il programma Fei, avrebbe tre/quattro medici a ciascuno dei quali andrebbe attribuito un agente di polizia penitenziaria ed un infermiere (da destinare per tutto il turno di visita), ma l'organico non lo permette facendo rischiare al medico di restare da solo con una cinquantina di detenuti, con il pericolo di essere sequestrato od altro.
Questo modello prevede una parcellizzazione dell'orario di presenza del medico della medicina dei Servizi che comporterà un maggior numero di accessi e di conseguenti rimborsi chilometrici per i medici. Chi li pagherà, visto che i fondi non basteranno? Oltretutto, i medici convenzionati per la medicina dei servizi svolgono altre attività professionali in altre sedi di lavoro, che gli verranno impedite o limitate dalla parcellizzazione dell'incarico. Chi li indennizzerà?
Tutto ciò, altera i singoli equilibri e renderà impossibile lo svolgimento di ulteriori attività che venivano svolte precedentemente, con conseguente danno da lucro cessante. Infatti, secondo il nuovo progetto-FEI non sarebbe possibile scambiare i turni né recuperare il turno non effettuato per motivi di forza maggiore provocando così una ulteriore perdita economica. "Il comitato aziendale che si è riunito per discutere della riorganizzazione del carcere a tutt'oggi non ha prodotto alcun esito. Chiediamo quindi un intervento risolutorio tenendo presente che la riorganizzazione del carcere avverrà dopo il 14 luglio a seguito del rinnovo dei contratti dei medici" conclude la Segretaria nazionale confederale dell'Fsi-usae Mariangela Campus.
Corriere dell'Umbria, 13 luglio 2020
Il gel al posto delle strette di mano con i docenti, le mascherine al volto, i guanti, il distanziamento. Regole nuove al tempo del Covid ma sempre stessa motivazione e stesso entusiasmo. Si torna in aula anche all'interno del carcere di Capanne dopo 116 giorni. Riparte il progetto "Argo: percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti", finanziato dalla Regione Umbria tramite finanziamento del Fondo Sociale Europeo, e gestito dall'Ati composta da Frontiera Lavoro, Cesar e Cnos Fap, con 15 detenuti della sezione maschile inseriti nel corso per "Addetto alla cucina", il primo a ripartire dopo la sosta lo scorso marzo per l'emergenza pandemica, previste 120 ore di didattica. A seguire gli altri percorsi formativi per "Impiantista elettricista", "Addetto ai servizi di pulizia" e "Addetto alle colture vegetali ed arboree", in tutto 57 i partecipanti. "Per noi - dichiara Marco uno degli allievi - la formazione professionale e il lavoro sono strumenti di riscatto. Quello che solitamente è un periodo di abbrutimento e degrado, per noi diventa l'occasione per cominciare una nuova vita". E tornerà quest'anno, probabilmente all'inizio del mese di settembre, anche la cena di gala "Golose Evasioni", questa volta all'aperto per rispettare le prescrizioni volte a contenere la diffusione del coronavirus. "È una vera gioia riprendere le nostre lezioni in carcere" afferma la chef Catia Ciofo.
Le diverse attività progettuali saranno condotte dal personale di Frontiera Lavoro secondo la metodologia che da venti anni contraddistingue il suo operato e che nel corso degli anni ha consentito l'inserimento al lavoro di 107 detenuti. La redazione di un progetto professionale è alla base di una metodologia che ha come presupposto l'adesione attiva del beneficiario al percorso di educazione al lavoro. "Come dimostra l'esperienza che abbiamo maturato anche in altri contesti - sostiene Luca Verdolini, coordinatore del progetto - la rieducazione dei detenuti è efficiente sia per loro che per la società e la formazione professionale è la forma più adeguata per perseguirla.
L'esperienza formativa, infatti, aumenta il grado di stima dei detenuti consentendo una riscoperta della loro dignità, permette il recupero dei legami familiari favorendo una rinnovata socialità e, infine, incide sulla recidiva, migliorando i comportamenti individuali e le abitudini sociali". Proprio per questo il progetto "Argo" rappresenta un'occasione unica per i detenuti di sperimentare un contesto reale con cui misurarsi. Regole, responsabilizzazione, dignità. Si scoprono così, in carcere. "Resto meravigliato, - dice Gaetano - davanti ai piatti che riesco a realizzare. La bellezza aiuta a vivere, ridà speranza. È vero per tutti, perché non dovrebbe esserlo anche per noi?".
ilcorrieredellacitta.com, 13 luglio 2020
Tragedia nel carcere di Velletri, dove un detenuto di 56 anni è deceduto questa notte durante il sonno. L'uomo, residente a Nettuno, era andato a dormire tranquillamente quando, durante la notte, il suo compagno di cella si è accorto che il 56enne aveva assunto nel letto una posizione strana.
Avvicinatosi all'uomo, ha quindi provato a svegliarlo e a chiamarlo senza avere risposta. Subito il detenuto ha allertato l'agente responsabile di turno che a sua volta ha allertato i soccorsi. Purtroppo all'arrivo dell'ambulanza, i sanitari del 118 non hanno potuto far altro che accertare la morte del 56enne. La causa del decesso sembrerebbe un arresto cardiaco riconducibile ad un infarto.
A divulgare la notizia sono stati questa mattina Carmine Olanda e Ciro Borrelli, entrambi sindacalisti del SIPPE (Sindacato Polizia Penitenziaria). Il Sippe da anni denuncia le gravi condizioni di lavoro degli operatori penitenziari. "Sembrerebbe che il detenuto deceduto assumesse una terapia importante per problemi cardiovascolari, e da circa un mese si trovava ristretto nel penitenziario di Velletri in attesa di giudizio senza avere mai dato fastidio a nessuno". Dichiara Ciro Borrelli.
"Come Sindacato questi episodi devono fare riflettere attentamente tutte le Autorità che gestiscono il penitenziario di Velletri - commenta Carmine Olanda, dirigente nazionale del Sippe - perché abbiamo più volte denunciato e sollecitato l'ASL RM6 di Albano Laziale la necessità di avere l'assistenza sanitaria h24 o almeno fino alle ore 20 presso il nuovo padiglione "Reparto D". Ma a tutt' oggi i responsabili della ASL RM6 di Albano Laziale del Penitenziario di Velletri continuano ad ignorare l'importanza del servizio.
Attualmente i ristretti del nuovo padiglione "Reparto D" fanno capo ad un'unica infermeria centrale situata in un altro padiglione adiacente. A nostro parere la distanza tra i due padiglioni potrebbe essere fatale per i soccorsi in caso di emergenza".
"Auspichiamo - Conclude Olanda - che il Garante dei diritti delle persone detenute, che pochi giorni fa è venuto per verificare lo stato delle condizioni detentive in cui si trovano a vivere i detenuti nel Penitenziario di Velletri e tutte le altre Autorità a cui abbiamo denunciato il disservizio, trovino al più presto una soluzione alla problematica esposta. Non possiamo più accettare che i problemi e la disorganizzazione della ASL RM6 ricadano sugli Agenti Penitenziari e di conseguenza sulla salute dei detenuti".
di Mauro Pili
L'Unione Sarda, 13 luglio 2020
Il ministro della Giustizia accelera per la conclusione dei lavori nelle celle destinate al regime del 41 bis. U verru, il porco, probabilmente all'inaugurazione non ci sarà. Si è pentito lo scannacristiani, come lo chiamavano i suoi affiliati. Giovanni Brusca, 63 anni, al posto del curriculum vitae ha il registro di un cimitero. Ha raccontato tutta la sua vita, ha fatto nomi e cognomi dei suoi compari. Dal 2021 potrebbe lasciare il carcere di Rebibbia.
Per capire cosa sia un capomafia basta leggere la sua deposizione: "Ho ucciso io Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l'auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato (sciolto nell'acido, ndr). Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento".
Brusca non farà in tempo a partecipare al taglio del nastro della nuova Caienna per capimafia in terra sarda. Il pentimento potrebbe portarlo ad essere un cittadino libero già dal prossimo anno. Come se niente fosse. Non sarà, dunque, tra i nuovi 110 capi dei capi che a fine estate sbarcheranno a Cagliari per occupare il padiglione del 41 bis nel carcere di Uta, a due passi dal capoluogo sardo. Capi dei capi, efferati, numeri uno della criminalità organizzata. Camorristi, mafiosi, esponenti di primo piano di 'Ndrangheta e Sacra Corona Unita. Tutti in Sardegna, nell'isola del diavolo, come la vecchia Cayenne francese. Con una semplice differenza, quell'isolotto divenuto celebre per la detenzione più dura al largo della costa della Guyana francese era un deserto grande appena 14 ettari. Non è così per la Sardegna, regione insulare, con un milione e 650 mila abitanti e un'estensione di 24 mila km quadrati. Non un isolotto desertico in mezzo al mare.
Il nuovo braccio - Giovanni Brusca, dunque, non ci sarà ma a Cagliari arriveranno tutti i suoi adepti e soprattutto il suo capo Leoluca Bagarella. Ci saranno quelli più spietati, uomini dalla fedina penale enciclopedica. Lo sbarco in terra sarda è solo questione di settimane, forse qualche mese. Dal Dap, il dipartimento del ministero dell'amministrazione penitenziaria, non passa giorno che non parta una telefonata alla volta del Provveditorato interregionale per le Opere pubbliche del ministero delle Infrastrutture. La richiesta è perentoria, l'immediata consegna del padiglione per detenuti sottoposti al regime del 41 bis. La sezione dei capimafia nel carcere di Uta doveva essere pronta già dal 2013 ma le alterne vicende del cantiere hanno lasciato in alto mare le celle dei boss.
Come capita spesso in Sardegna i blitz si organizzano d'estate, nella distrazione collettiva e il Dap romano vorrebbe compiere il trasloco già a fine agosto, massimo nella prima decade di settembre, quando ombrelloni e sdraio sono ancora dispiegati nelle spiagge dell'isola. Il cantiere lavora alacremente per mettere fine a quell'incompiuta. Lo stanziamento iniziale per quel padiglione dei capimafia era di 18 milioni, su un quadro finanziario complessivo dell'intero carcere che ha raggiunto l'esorbitante cifra di 94,5 milioni di euro.
Le opere rimesse in cantiere per la conclusione del padiglione 41 bis della Casa Circondariale Cagliari "Ettore Scalas" costeranno alla fine, salvo nuovi oneri in corso d'opera, un milione e 600 mila euro. Ogni suite per i capimafia nel carcere di Uta costerà la bellezza di 170 mila euro l'una. Un pozzo senza fondo sul quale la magistratura cagliaritana ha puntato i riflettori e il pm Emanuele Secci ha già mandato a processo 12 responsabili tra impresari e funzionari.
Un terzo dei capimafia in Sardegna - Il numero uno del dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia, poco prima del lockdown, aveva sostenuto la tesi che le uniche celle del 41 bis a norma sono quelle del carcere di Bancali a Sassari e quelle ormai pronte della casa circondariale di Cagliari-Uta. La scusa per trasferire in Sardegna la peggior specie di criminali legati alle più spregiudicate cosche del malaffare è messa nero su bianco, giustificazione a prova di sentenza europea sulla dimensione delle celle e la loro vivibilità. Con l'operazione Uta i capimafia in Sardegna diventeranno 202, 110 a Cagliari e 92 (oggi sono 85) a Sassari. Quasi un terzo dei detenuti in regime di 41 bis saranno nell'isola, sui 700 complessivamente presenti nelle carceri italiane. A questi soggetti di primissimo piano si aggiungono quelli già dislocati nelle carceri di Oristano e Tempio, con tanto di detenuti in alta sicurezza 1, 2 e 3, ovvero detenuti appena usciti dal 41 bis, capimafia degradati, trafficanti internazionali di droga e terroristi legati allo jihadismo estremo.
Il connubio con Mesina - Per la Sardegna si rischia un colpo letale con devastanti contaminazioni del tessuto criminale locale e la stessa sicurezza nelle carceri. Due aspetti presi sottogamba e che stanno segnando fatti cruenti sia per i risvolti legati alle infiltrazioni delle grandi organizzazioni criminali nell'economia dell'isola, vedasi energie rinnovabili e rifiuti, turismo e soprattutto droga, sia per quanto riguarda l'incolumità degli agenti negli istituti penitenziari. Nell'ultima relazione semestrale della Direzione Distrettuale Antimafia lo spaccato sardo non lascia adito a dubbi. L'infiltrazione si sta consumando nei gangli della criminalità sarda, da nord a sud dell'isola, passando per l'entroterra nuorese. I vertici dell'antimafia hanno scritto esplicitamente il riferimento al connubio tra Graziano Mesina e le grandi organizzazioni criminali del continente. L'anello di congiunzione, nato nelle carceri sarde e non solo, è figlio di quella contiguità territoriale e criminale nata proprio dal contatto diretto tra delinquenti locali, mafiosi, camorristi e soprattutto esponenti di primo piano dell'Ndrangheta.
Scrive la Direzione Distrettuale Antimafia: "Sono tra l'altro noti, ormai da tempo, collegamenti tra i sodalizi criminali di tipo mafioso tradizionali e la criminalità sarda per la gestione del traffico di armi e di droga. A titolo di esempio, si riporta la vicenda di un noto bandito sardo (condannato più volte per i reati di omicidio e sequestro di persona) il quale, scarcerato nell'anno 2004, è stato poi condannato a 30 anni di reclusione, con sentenza del maggio 2018, perché ritenuto al vertice di una organizzazione criminale dedita al traffico di sostanze stupefacenti, unitamente a esponenti della cosca calabrese dei Morabito. L'episodio testimonia la presenza di proiezioni delle "mafie tradizionali", che creano relazioni e accordi con le compagini criminali autoctone. Un aspetto, quest'ultimo, evidenziato anche nell'analisi della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo".
500 agenti in meno - Parole incise a fuoco sul futuro dell'isola, da sempre considerata impenetrabile e che ora, invece, convive con un assedio devastante delle organizzazioni criminali ai massimi livelli. Il pericolo delle infiltrazioni è ovviamente legato agli effetti interni ed esterni alle carceri sarde dei detenuti in regime di 41 bis e di oltre 300 affiliati in alta sicurezza dislocati tra Oristano e Tempio e che finiscono per riversare in Sardegna adepti e familiari. Alcuni hanno già trovato casa. È capitato a Porto Torres e Golfo Aranci. La morsa criminale, però, potrebbe toccare il massimo pericolo con l'arrivo a Cagliari di una nuova ondata di capi dei capi. E come hanno ripetuto anche recentemente autorevoli magistrati il pericolo infiltrazioni rischia di diventare una certezza. A questo si aggiunge la sicurezza nelle carceri, dove si contano 500 agenti in meno di quanto il carico di lavoro preveda. Personale abbandonato a sé stesso, il più delle volte senza direttori a tempo pieno. L'ultima delle note dolenti: nelle garrite di ferro esposte al sole nel carcere oristanese, roventi dal caldo di luglio, l'aria condizionata non funziona.
Bagarella e Zagaria verso Cagliari - L'ultimo episodio nei giorni scorsi proprio nel carcere di Massama ad Oristano. Salvatore Azzarelli, con all'attivo la preparazione della strage di Capaci bis per far saltare in aria i giudici della sentenza di condanna per l'omicidio di Giovanni Falcone, ha inscenato un tentativo di rivolta, fortunatamente seguito da nessuno. Poteva andare peggio. Nelle scorse settimane, invece, un agente dei Gom, il nucleo speciale che sorveglia nei bunker di Bancali i capimafia del 41 bis, ha rischiato di perdere un occhio. A tentare di infilzarlo con una penna uno dei soci di Brusca e compagni, tale Leoluca Bagarella, in arte don Luchino.
Uno dei vertici di Cosa Nostra, affiliato al clan dei Corleonesi, classe 1944, spietato criminale pluriomicida, l'uomo che ha guidato la strage di Capaci e il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo sciolto nell'acido ad appena 13 anni. Per quell'aggressione i sindacati ne hanno chiesto l'immediato trasferimento. Don Luchino, invece, è ancora lì, in attesa di inaugurare nelle prossime settimane il padiglione del 41 bis del carcere di Cagliari-Uta. E quando ritornerà dalla pausa domiciliare del Covid potrebbe raggiungere il sud Sardegna anche Pasquale Zagaria, mandato a casa in piena pandemia perché non godeva di sufficienti cure mediche. Tutti a Cagliari, la nuova Caienna di Sardegna.
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