Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2020
Reato - Circostanze - Attenuanti comuni - Motivi di particolare valore morale o sociale - Condizioni di applicabilità della scriminante. In tema di circostanze attenuanti comuni, i motivi di particolare valore sociale e morale sono quelli che, in un determinato momento storico, sono riconosciuti come tali e valutati favorevolmente dalla prevalente comunità sociale e che corrispondono a valutazioni morali condivise. [Fattispecie nella quale la Corte ha escluso la sussistenza della scriminante nel caso No Tav ritenendo i fatti oggetto del processo espressione della volontà di opporsi alle forze dell'ordine e alla realizzazione di un'opera pubblica e solo indirettamente espressione dell'interesse alla tutela dell'ambiente e della salute, valore costituzionale generalmente condiviso].
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 1 luglio 2020 n. 19764.
Reato - Circostanze - Attenuanti comuni - Motivi di particolare valore morale o sociale - Nozione - Fattispecie. I motivi di particolare valore morale o sociale ai quali l'art. 62, comma primo, n. 1, cod. pen., riconosce efficacia attenuante sono soltanto quelli sul cui intendimento come tali si registra un generale consenso sociale. (Fattispecie nella quale la Corte ha escluso la configurabilità dell'attenuante con riferimento alla condotta di due genitori, stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, che avevano fatto falsamente figurare il loro figlio naturale come partorito da una cittadina italiana, al fine di fargli acquisire la cittadinanza).
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 15 giugno 2018 n. 27746.
Reato - Circostanze - Attenuanti comuni - Danno patrimoniale di speciale tenuità - Intima convinzione dell'agente di perseguire un fine moralmente apprezzabile - Sufficienza - Esclusione - Obiettiva rispondenza a valori etici o sociali riconosciuti dalla società - Necessità - Conseguenze in caso di erronea rappresentazione da parte dell'agente - Fattispecie. Ai fini dell'integrazione della circostanza attenuante dei motivi di particolare valore morale e sociale, non è sufficiente l'intima convinzione dell'agente di perseguire un fine moralmente apprezzabile, essendo necessaria l'obiettiva rispondenza del movente della condotta a valori etici o sociali condivisi e riconosciuti come preminenti dalla coscienza collettiva; ne consegue che l'attenuante non può trovare applicazione se il fatto di particolare valore morale o sociale esiste soltanto nell'erronea opinione del soggetto attivo del reato, anche in ragione della disciplina prevista dall'art. 59 cod. pen., in base alla quale le circostanze devono essere applicate per le loro connotazioni oggettive. (Fattispecie nella quale la Corte ha confermato la sentenza di appello che non aveva riconosciuto l'attenuante nella condotta di danneggiamento compiuta dall'imputato, durante una conferenza in un'aula universitaria, per contestare le missioni di pace dei militari italiani all'estero).
• Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 3 gennaio 2017 n. 197.
Reato - Circostanze - Attenuanti comuni - Motivi di particolare valore morale o sociale - Provocazione - Compatibilità - Condizioni - Fattispecie. La possibilità di applicare simultaneamente l'attenuante dei motivi di particolare valore morale o sociale e quella della provocazione è subordinata all'accertamento, in concreto, della loro ascrivibilità a distinte situazioni concrete, poiché qualora il fatto che ne è alla base sia unico, per il principio del "ne bis in idem" sostanziale che impedisce la reiterata valutazione del medesimo elemento ai fini della riduzione della pena, deve applicarsi una sola delle anzidette circostanze. (Fattispecie relativa ad omicidio volontario di persona che minacciava la figlia minorenne dell'agente e ne picchiava la convivente, in cui è stato ritenuto corretto il riconoscimento della sola attenuante della provocazione, a fronte di richiesta di valutazione del fatto anche ai fini della concessione dell'attenuante dei motivi di particolare valore morale e sociale).
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 29 luglio 2010 n. 29929.
Reato - Circostanze - Attenuanti comuni - Motivi di particolare valore morale o sociale - Valori avvertiti dalla prevalente coscienza collettiva - Necessità - Sussistenza. Ai fini del riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 62 n. 1 cod. pen., i particolari motivi morali e sociali sono quelli che traggono origine da valori avvertiti dalla prevalente coscienza collettiva. (In applicazione di tale principio la Corte ne ha escluso l'applicabilità in relazione alla condotta volta a rimuovere una situazione ritenuta antisociale da un determinato gruppo politico ma sulla quale risultava mancante un generale consenso sociale).
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 13 marzo 2003 n. 11878.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 13 luglio 2020
Le strutture saranno vigilate all'esterno per evitare disordini. Lunedì vertice europeo a Trieste con i ministri dei Paesi africani. Per isolare i migranti irregolari in arrivo Italia si utilizzeranno navi e caserme. Già nelle prossime ore il governo requisirà un traghetto, come già accaduto per la Moby Zazà che si trova a Porto Empedocle, e sta individuando strutture militari dove gli stranieri dovranno trascorrere la quarantena.
Poi metterà a disposizione della Regione Calabria un immobile gestito dall'agenzia dei beni confiscati proprio per fare fronte all'emergenza di queste ore. Chi è risultato positivo al tampone rimarrà invece lontano dagli altri e sarà sottoposto a costanti controlli sanitari. Intorno a queste strutture saranno effettuati servizi di vigilanza per impedire ingressi di estranei e fermare eventuali proteste.
La collaborazione della Ue - Un vero e proprio cordone anche per impedire che il malcontento dei cittadini possa essere sfruttato da formazioni politiche proprio come accaduto in passato nelle periferie delle città quando gli stranieri ottenevano gli alloggi popolari. È il piano messo a punto per contrastare l'arrivo di migliaia di persone nella consapevolezza che gli sbarchi si intensificheranno nei prossimi giorni.
E inevitabilmente il pericolo che giungano altre persone positive al coronavirus. Gli analisti confermano che dopo il blocco dei voli da numerosi Paesi, compresi quelli africani, le organizzazioni criminali si sono già organizzate per far entrare le persone in Italia, garantendo anche il trasferimento in altri Stati europei. Per questo nel vertice internazionale in programma oggi a Trieste la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, tornerà a chiedere la collaborazione della Ue sottolineando il rischio di dover contrastare migliaia di arrivi nel corso dell'estate.
Impennata di sbarchi - Secondo i numeri aggiornati dal Viminale al 10 luglio gli arrivi del 2020 sono stati 8.087 contro i 3.165 dello stesso periodo di un anno fa. Nelle ultime ore sono stati almeno 800 i migranti sbarcati, anche in maniera autonoma su spiagge e insenature, e circa 80 quelli risultati infetti da Covid-19. Il timore è che in realtà siano molti di più, sfuggiti ai pattugliamenti e tuttora in giro. Ecco perché è stata segnalata a questori e prefetti la necessità di intensificare i controlli sul territorio e segnalare l'identità di chi risulta giunto recentemente nel nostro Paese in modo da effettuare le verifiche e scongiurare il pericolo che si tratti di positivi.
Navi e caserme - Oltre al Moby Zazà, traghetto che è stato ancorato a Porto Empedocle e ospita gli stranieri sbarcati dalla Ocean Viking la scorsa settimana, un'ordinanza della protezione civile o del Viminale metterà a disposizione un'altra nave che sarà invece portata sulla costa orientale della Sicilia, in modo che sia reso più agevole il trasferimento di chi sbarca in Calabria. Servirà a tenere gli stranieri in sorveglianza e a curare i positivi. Altri migranti saranno invece sistemati nelle caserme e di loro si occuperà il personale della Croce Rossa. La linea del ministero dell'Interno è reperire il maggior numero di posti disponibili per far fronte agli arrivi delle prossime settimane che certamente non saranno esigui. Nonostante il blocco dei porti, le navi dell Ong e le barche autonome continuano infatti a far rotta verso l'Italia.
Oltre 10.000 pronti a salpare - Le stime dell'intelligence parlano di almeno 10.000 migranti pronti a salpare dall'Africa. Di questo si parlerà nella riunione che si svolgerà oggi a Trieste, voluta da Lamorgese proprio per mettere a punto una strategia comune. Oltre ai rappresentanti della Ue, parteciperanno i ministri di Francia, Malta, Spagna, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania. La presenza degli Stati africani viene ritenuta importante proprio per pianificare un progetto comune che preveda anche aiuti agli Stati di provenienza.
Trafficanti e passeur - Lamorgese renderà noti gli ultimi risultati dell'attività di forze dell'ordine e intelligence, concordi nell'evidenziare come "le reti criminali si siano ormai organizzate per gestire il raggruppamento dei migranti in luoghi sicuri in attesa di raggiungere siti e porti di partenza con il trasporto via mare e via terra verso le coste e le frontiere terrestri in vista dello smistamento nella località di destinazione finale che in genere sono i paesi del centro e del Nord Europa". L'Europa ha messo a disposizione degli Stati del Nord Africa un miliardo e 200 milioni per progetti di sviluppo, ma non basterà questo a fermare le partenze. La minaccia arriva dal mare con i trafficanti che hanno ripreso a utilizzare i cosiddetti "navigli a perdere", "per consentire la partenza dalle coste affidandosi a scafisti improvvisati reclutati tra gli stessi migranti". Ma anche da terra "con passeur che organizzano l'attraversamento delle frontiere italiane verso la Svizzera, la Francia e l'Austria. Autisti occasionali che si recano nei luoghi di ritrovo degli stranieri come la stazione centrale di Milano accordandosi direttamente con i migranti per portarli verso una destinazione prescelta".
di Renzia D'Inca e Roberto Rinaldi
articolo21.org, 13 luglio 2020
"Felice per l'avvio dei saggi archeologici per realizzare il Teatro Stabile in carcere - così dichiara l'assessore alla Cultura del Comune di Volterra Dario Danti - e orgoglioso di essere assessore alle culture in una città dove vogliamo realizzare il Teatro Stabile in Carcere. Quando ricoprivo il medesimo ruolo a Pisa, nel 2014, lanciammo con l'allora assessora regionale Cristina Scaletti, l'idea della Rete delle città per il Teatro Stabile nel Carcere di Volterra.
Desidero anche ringraziare in modo particolare l'ex-Garante dei detenuti della Regione, Franco Corleone, per la tenacia dimostrata in tutti questi anni, finalizzata a dare concretezza a un sogno. In meno di un anno - i lavori sarebbero dovuti partire a metà marzo -, ma l'emergenza Covid ha rinviato tutto, abbiamo dato la svolta politica necessaria.
Questa accelerazione è stata resa possibile dalla determinazione dalla nuova amministrazione comunale di Volterra e da Monica Barni, vice-presidente della Giunta regionale, che ha saputo coordinare e far dialogare tutte le istituzioni per conseguire l'obiettivo. Al di là del ruolo istituzionale che in questo preciso momento ricopro - continua Dario Danti -, mi sento di fare un ringraziamento particolare ad Armando Punzo e Cinzia De Felice, a nome di tutti: sono persone a cui mi unisce un senso profondo dello stare al mondo da una precisa parte della vita. Quella che accoglie e ri-conosce il valore di ogni forma di vita. Che non ritiene la legge del taglione la cifra per giudicare e condannare, assolvere o rimandare. La parte buona della vita non si misura, si pratica ogni giorno attraverso il dono".
L'idea era stata rafforzata dalla presenza dell'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, presente alla prima di Santo Genet al Teatro Verdi di Pisa che incontrò i detenuti-attori alla fine dello spettacolo. Da allora sono trascorsi ben sei anni. Di fatto oggi il finanziamento del Ministero della Giustizia, ammonta a 1,2 milioni di euro, denari che dopo anni di attesa, potranno finalmente essere impiegati.
Nel mese di luglio sono iniziati i saggi archeologici per realizzare la struttura del Teatro Stabile in Carcere: un progetto importante per la città di Volterra, ma anche per la cultura teatrale in generale. Armando Punzo, regista e attore, artefice del progetto, insieme a Cinzia de Felice dell'associazione Carte Blanche, ne ha realizzato di fatto l'utopia.
Punzo infatti da ben trent'anni dirige la Compagnia della Fortezza formata da attori - detenuti dentro la Fortezza Medicea. La struttura adibita a carcere, è perfettamente incardinata fra le mura dell'architettura medievale della città di origine etrusca, che l'ha resa famosa, arricchendola di turismo internazionale anche grazie al Festival di teatro che si è tenuto per decenni nel mese di luglio in concomitanza con l'esperienza dentro il Teatro in carcere.
Il lavoro di Armando Punzo con gli attori è una esperienza artistica che ha fatto il giro del mondo: rientra ad ampio spettro negli studi della letteratura della Storia del Teatro, oggetto di studi, tesi di laurea ed esempio di buone pratiche di lavoro di riabilitazione delle persone incarcerate, secondo un preciso dettato di un articolo della Costituzione italiana, da decenni oggetto di salvaguardia da parte della Regione Toscana, che ha fatto del territorio toscano un presidio di attenzione e cura delle situazioni carcerarie.
La notizia- ufficiale, dell'inizio dei lavori, ha innescato sui social una polemica anche dai toni accesi: su Facebook, l'ex sindaco della città Marco Buselli, in carica dal 2009 fino al 2019 per due legislature alla guida del Comune in Piazza dei Priori (eletto con una lista civica appoggiata da partiti di Destra), da cittadino volterrano ha reso noto la sua non contentezza rispetto alla realizzazione del Teatro Stabile in Carcere a Volterra.
Nell'aprile 2019, dopo elezioni amministrative, l'attuale Giunta volterrana ha come sindaco Giacomo Santi eletto in una lista di centro sinistra dove Dario Danti ricopre il ruolo di assessore alle Culture. Scrive l'ex sindaco Marco Buselli sul suo profilo personale Facebook: "Se avessi dovuto sceglier delle priorità su cui spendere energie sarebbe stato oggi come ieri (ma con l'emergenza ancor di più) Lavoro, Ospedale, Servizi e Strade. Probabilmente ho solo detto quello che molti pensano ed il mio non è neanche un pensiero di cui detengo l'esclusiva".
di Marina Lucchin
Il Gazzettino, 13 luglio 2020
È la droga la vera piaga della città. O meglio: chi la vende. Ma anche chi la consuma. Per i pusher c'è l'arresto, ma è difficile restino in cella più di qualche notte: hanno poca roba in tasca quando vengono scoperti dalle forze dell'ordine, e questo non basta ad aprire loro le porte del carcere. L'unico vero modo per far sparire lo spaccio, dunque, è quello di educare i ragazzi a non acquistare e a non consumare stupefacenti. Niente clienti, niente spacciatori.
Parola del questore Isabella Fusiello, che, a tal proposito, sta già organizzando un progetto innovativo nelle scuole a partire dalla loro riapertura: "I ragazzi hanno bisogno di esempi, non di parole. E su questo concetto si baserà il progetto che ho in mente". E intanto continuano gli incontri con i residenti che lamentano un problema di sicurezza nei vari quartieri. Dopo il primo, avvenuto martedì scorso al parco Usignolo, stasera Fusiello sarà all'Arcella alle 21.
"Sono fatta così, parlare con i cittadini, direttamente, è il mio modo di fare. Mi comportavo nella stessa maniera anche negli altri luoghi dove ho prestato servizio - precisa il questore - C'è una tale confusione a volte che il cittadino non sa a che santo votarsi. Però i momenti migliori arrivano proprio quando i cittadini ti ringraziano per il tuo operato, come successo in via Dalmazia".
Proprio qui, nell'Ansa Borgomagno, i residenti di questo rione dell'Arcella avevano iniziato a protestare: "Non ci sentiamo liberi di fare due passi fuori dalle nostre abitazioni per via di tutti questi spacciatori, per cui di sera ci viene imposto una sorta di coprifuoco, e le ragazze e le donne si trovano particolarmente a disagio nell'uscire di casa" avevano raccontato al Gazzettino qualche giorno fa. "Appena ho letto l'articolo - evidenzia Fusiello - ho mandato il Reparto mobile.
E i residenti hanno applaudito gli agenti. Continueremo a eseguire servizi di questo genere, la sicurezza e il senso di sicurezza dei cittadini sono il nostro obiettivo. È stato bellissimo veder riconosciuto il nostro impegno in via Dalmazia".
E proprio stasera il questore sarà all'Arcella per incontrare i residenti del quartiere più multietnico e popoloso della città. "A me non spaventa il confronto coi cittadini. Noi stiamo facendo già tutto quel che possiamo in base alle nostre forze e alle leggi che abbiamo a disposizione".
Nell'ultima settimana sono avvenuti pero alcuni episodi di violenza in centro. Il più eclatante è stata l'aggressione a una donna in piazza dei Frutti, rea di aver fatto l'elemosina a uno straniero. "Non è che possiamo star dietro a tutte le intemperanze dei cittadini - evidenzia il questore - la cosa importante però è che il violento sia stato identificato".
Era un bellunese 37enne, con precedenti per droga E poi c'è stata l'aggressione a Palestro, con una residente che dopo aver cercato di cacciare un pusher, volto noto della zona, è stata aggredita dall'amica del malvivente. Risultato? Un dito rotto.
"La legge non consente di mandare queste persone in galera, perché è piccolo spaccio. Quindi o cambia la legge oppure li rincorriamo da un quartiere all'altro - spiega Fusiello. Il problema è che oltre ad adulti, tra i clienti ci sono molti ragazzini che evidentemente non sono stati educati, non conoscono i pericoli cui vanno incontro drogandosi. D'altro canto ormai i genitori sono presi dal lavoro, la scuola è quello che è, e non ci sono più centri di aggregazione. L'unico loro modo di aggregarsi è la movida. Ma appena le scuole inizieranno, ho in mente un progetto. I ragazzi hanno bisogno di esempi e non di parole. Speriamo di poter fare qualcosa".
Il Messaggero, 13 luglio 2020
Washington DC consentirà alle persone detenute in carcere di votare, una mossa significativa perché gli Stati Uniti hanno da tempo privato del diritto di voto coloro che hanno subito condanne penali, anche dopo aver scontato la pena dietro le sbarre. A metà del 2018 erano più di 6 milioni gli americani che non potevano votare.
Il piano di Washington DC si sarebbe allineato solamente con altri due stati del paese. Washington DC ha un tasso di detenzione molto elevato e fino a 4.500 persone potrebbero essere colpite dalla misura, inclusa nella legislazione di riforma della polizia che ha approvato il consiglio comunale questa settimana.
"L'ampliamento dei diritti di voto alle persone in carcere è un passo storico per la democrazia americana", ha dichiarato in una nota Nicole Porter, direttrice della difesa del Sentencing Project, un gruppo di riforma della giustizia penale. "Spero che l'azione del Distretto ispirerà gli stati a riconoscere il valore del suffragio universale e l'impegno di tutti i suoi cittadini".
di Giulio Sensi
Corriere della Sera, 13 luglio 2020
Uno studio promosso da Csvnet fotografa l'impegno sociale degli immigrati. Sono istruiti, attivi, integrati e portano i valori e la cultura dei Paesi di origine e sono protagonisti in prima linea nelle associazioni.
Sxyed Hasnain è un trentunenne afgano che a 10 anni è fuggito dai talebani per costruirsi una nuova vita. Da 12 anni vive in Italia e da subito si è battuto perché la voce dei rifugiati fosse ascoltata. Ha fondato un'associazione di volontariato che si chiama Unione nazionale italiana per i rifugiati ed esuli (Unire). Nel direttivo di Unire ci sono anche un sudanese, una curda e un'eritrea, un nigeriano e un algerino. Fabian Nji Lang ha 50 anni, è nato in Camerun ma da 25 vive in Italia, tra Ferrara e Bologna. Ha tre figlie e insieme ad un gruppo di lavoratori stranieri nel 2000 ha fondato l'associazione Universo di cui è presidente.
Universo opera per facilitare l'integrazione attraverso uno sportello informativo e l'organizzazione di corsi di italiano. Carla Bellafante invece è nata in Italia, ma fin da piccola è emigrata in Venezuela con la famiglia. Con la crisi del Paese sudamericano e dopo alcune difficili vicende lavorative è rientrata nel Paese di origine due anni fa con la sua famiglia ed ha ricominciato da capo, impegnandosi prima di tutto come volontaria per l'associazione Emozioni. Associazione che opera a Francavilla al Mare con servizi essenziali a favore della comunità.
Sxyed, Fabian e Carla hanno in comune storie personali di riscatto e rinascita, ma non sono solo le vicende personali a segnare la loro vita: è l'impegno per gli altri, nonostante le difficoltà, ad accumunare le loro nuove esistenze. Sono tre dei quasi 700 cittadini di origine immigrata che hanno accettato di raccontarsi per contribuire alla prima ricerca sugli immigrati che fanno volontariato in Italia. Lo studio si chiama "Volontari inattesi", è stato promosso da CSVnet -il Coordinamento nazionale dei centri di servizio per il volontariato- e curato dal Centro studi Medì.
Il ritratto - "Volevamo indagare come i nuovi cittadini si impegnassero nel solco del tradizionale impegno sociale del nostro Paese - spiega il presidente di CSVnet Stefano Tabò - cioè con attività più o meno organizzate, svolte gratuitamente, in modo spontaneo e a beneficio dell'intera collettività. La risposta è stata sorprendente grazie ai 55 Centri di servizio sul territorio e alle associazioni nazionali che hanno accettato la sfida e contribuito in modo determinante a coinvolgere i volontari".
A curare lo studio sono stati in particolare il sociologo delle migrazioni dell'Università di Milano Maurizio Ambrosini, responsabile scientifico del Centro studi Medì, e la sociologa dell'Università di Genova Deborah Erminio. Il ritratto degli immigrati volontari è una sorpresa: sono piuttosto giovani, istruiti, molti di loro lavorano, più della metà è femmina e 4 su 10 hanno già ottenuto la cittadinanza.
La voglia di riscatto - "Hanno tanta voglia -racconta Ambrosini- di partecipare e raccontarsi. Un aspetto sorprendente è il profilo sociale e culturale: c'è un legame stretto fra l'integrazione avanzata e il fare volontariato". "Uno degli obiettivi - aggiunge - era anche indagare il potenziale di nuove risorse. Molte associazioni lamentano la scarsità di giovani: ne abbiamo scoperta una bella quantità che hanno voglia di partecipare".
I tratti più comuni dei volontari immigrati sono chiari: oltre ad essere istruiti, attivi e integrati, si impegnano portando i valori e la cultura del loro Paese di origine e spesso per restituire alla società italiana ciò che hanno ricevuto e sentirsi protagonisti dopo essere stati accolti, ma anche per imparare nuove cose e socializzare. E lo fanno pure per combattere una narrazione negativa sugli immigrati che ritengono ingiusta.
Come Sara Sayed, musulmana nata in Italia da genitori egiziani che da quando ha 17 anni fa volontariato. Oggi si impegna nell'associazione Progetto Aicha che combatte la violenza contro le donne nella comunità islamica e non solo. Sara rivendica il suo diritto a fare volontariato, indossando il velo e, racconta, "mandando in tilt gli schemi di chi inizialmente mi guardava solo come una straniera".
Sul territorio - Le persone di origine immigrata si impegnano spesso in associazioni fondate da loro, ma sono presenti anche nelle classiche realtà del volontariato. Come nel Fondo ambiente italiano (Fai): ha più di 100 volontari attivi di 45 Paesi diversi che partecipano alle iniziative aperte al pubblico in siti e luoghi solitamente inaccessibili nella veste di narratori di opere d'arte, fornendo spiegazioni in italiano o nelle proprie lingue madri; 48 sono quelli che animano le iniziative del Touring Club, mentre 1889 indossano la divisa delle Misericordie e provengono da 89 Paesi esterni all'Ue.
L'Avis annovera 47.252 donatori di sangue di origine immigrata, mentre l'Aido conta fra le sue liste 33.713 potenziali donatori di organi e li arruola con la diffusone di materiali nelle diverse lingue. "La sfida - conclude Ambrosini - è valorizzare questi volontari di origine immigrata come ponte per raggiungerne altri sia come potenziali volontari sia come beneficiari".
di Fabio Albanese
La Stampa, 13 luglio 2020
Il sindaco dell'isola: "Da Roma un silenzio assordante". Il pm di Agrigento: "Siamo tornati a qualche anno fa". Da giovedì a ieri a Lampedusa sono arrivati più di mille migranti. Con gommoni, barchini, barconi, in piccoli gruppi o a centinaia su una stessa imbarcazione. Se si eccettuano le due partite dalla Libia, tutte le altre provenivano dalla Tunisia. Sull'isola, ancora sabato, in 600 erano nell'hotspot che dovrebbe contenere 96 persone.
Ieri sera la situazione è migliorata perché man mano che arrivavano gli esiti dei tamponi anti-Covid, finora tutti negativi, i migranti sono stati imbarcati sulle due navi traghetto che ogni giorno collegano l'isola delle Pelagie a Porto Empedocle, e anche sulle motovedette militari, per essere trasferiti nei centri di accoglienza di Sicilia, Calabria e Puglia. Il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella, il pm che segue le inchieste sugli sbarchi, lo aveva previsto settimane fa: "Questa estate avremo numeri importanti e i migranti arriveranno quasi tutti a Lampedusa dalla rotta tunisina; sembra di essere tornati a qualche anno fa". Che non vuol dire si tratti solo di tunisini, che pure da anni restano il gruppo più numeroso: solo quest'anno, duemila degli ottomila arrivati in Italia.
Perché tutti adesso? Il mare calmo, anzitutto; unico, vero "pull factor" al posto di quello addebitato alle navi Ong. Solo che in questi giorni di navi Ong in mare non ce ne sono perché o sotto sequestro o in quarantena o in manutenzione. E poi c'è la crisi sociale ed economica in Tunisia, uno dei pochi paesi africani con cui l'Italia ha un accordo di collaborazione per la gestione dei migranti ma che fatica a stare dietro le tante partenze.
Anche ieri ne ha bloccate diverse, almeno 5 per un totale di 200 persone. Ma nel frattempo a Lampedusa arrivavano le ultime 107 su tre diverse imbarcazioni; altre 30 su due barchini erano arrivate nella notte. Un flusso costante che dal 9 luglio a ieri sera non si è mai fermato: "In Tunisia deve esserci stato un certo rilassamento in questi giorni", dice il sindaco di Lampedusa, Totò Martello, che sabato, quando la situazione al molo Favaloro e nell'hotspot si è fatta molto difficile, ha nuovamente chiesto l'aiuto di Roma e lo stato di calamità per la sua isola, commentando amaro: "Ma c'è solo un silenzio assordante".
In realtà, rivela lui stesso, in serata ha ricevuto la telefonata del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese: "Mi ha detto che parlerà con il presidente Conte della situazione, che sarà oggetto di un incontro al quale dovrei partecipare". Martello vorrebbe anche dire al premier che quello dei migranti non è l'unico problema della sua isola perché ci sono i pescatori egiziani e ciprioti che calano le reti nel loro mare e mettono in pericolo i nostri pescatori, e c'è il turismo che stenta a ripartire. Anche il presidente della Sicilia, che è andato sull'isola per rendersi conto della situazione, punta il dito contro il governo nazionale: "Abbiamo bisogno di risposte immediate da Roma, Lampedusa non può diventare una terra di frontiera".
Lampedusa, però, terra di frontiera lo è anche senza incremento delle partenze di migranti. Perché dista appena 200 km dalle coste della Tunisia, da Zarzis, da Sfax e dalle isole Kerkennah da dove prendono il mare molti dei barchini. Lo sanno bene pure i trafficanti libici che, anche secondo gli investigatori agrigentini, hanno in parte trasferito le loro attività in Tunisia adattandole alle nuove esigenze: niente più gommoni fatiscenti per percorrere solo poche miglia ma barche o gommoni di buona qualità per completare la traversata.
"Prima da lì arrivavano solo tunisini - spiega il pm Vella - adesso arrivano anche migranti di Bangladesh, Pakistan, mediorientali e subsahariani", quelli cioè che prima partivano dalla Libia. "Gli arrivi sono aumentati se comparati allo scorso anno - avverte il portavoce dell'Oim, Flavio Di Giacomo - ma sono ancora bassi se rapportati a due anni fa, per non parlare di 3 o 4 anni fa. E la rotta tunisina non è una novità".
di Ariane Lavrilleux
Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2020
I medici del Cairo si sono radunati a qualche centinaia di metri dalla piazza Tahrir lo scorso 27 giugno, circondati da decine di agenti delle forze dell'ordine. La conferenza stampa del sindacato che doveva essere trasmessa in diretta Facebook è stata annullata, ufficialmente per "motivi tecnici".
Ma "il vero motivo è stato politico", ci ha detto un sindacalista. Quel giorno un medico del delta del Nilo, Mohamed Fawal, è stato arrestato per "appartenenza a un gruppo illegale" e "diffusione di notizie false". Tre giorni prima, Fawal aveva duramente criticato il primo ministro egiziano, Moustafa Madbouli, per il quale se l'epidemia di Covid-19 continua a crescere in modo esponenziale in Egitto, dove il virus ha ucciso almeno 3.300 persone, è per colpa dell'assenteismo dei medici. "Ci insulta accusandoci di contagiare e di uccidere le persone.
Il governo ha fallito e sta cercando di scaricare su altri le sue responsabilità. Nelle ultime settimane - dice Khaled Samir, docente di medicina - gli ospedali sono stati sommersi dai pazienti. Ma il governo sostiene che gli ospedali sono occupati solo al 23% e rifiuta di aprire delle strutture da campo".
Samir è medico chirurgo all'ospedale Aïn Chams del Cairo occupato al 90% da pazienti malati di Covid-19. Dopo le parole del primo ministro, il sindacato dei medici ha chiesto al governo delle scuse pubbliche ricordando "l'eroismo e i sacrifici" dei camici bianchi. Da settimane il profilo Facebook del sindacato si è trasformato in necrologio. Ogni giorno vi compaiono nuovi volti su sfondo scuro con la scritta "martire".
Da marzo, almeno 106 operatori sanitari sono morti di Covid-19 e più di 900 sono stati contagiati, secondo il sindacato. Il ministero della Salute rifiuta da due mesi di rivelare il numero reale delle vittime. Ufficialmente i medici e gli infermieri morti di Covid-19 sono solo undici. In Egitto, dove si pensava che l'epidemia non sarebbe arrivata per via dell'età media molto bassa della popolazione (il 60% ha meno di 30 anni), l'elevato numero di morti tra gli operatori sanitari, vicino a quello registrato in Italia (dove sono morti circa 200 sanitari), è diventato un segnale d'allarme. Il pediatra Mohamed Hashad, morto a 35 anni a giugno, è diventato il simbolo dell'abnegazione di un'intera professione.
Pochi giorni prima della sua morte, un collega lo aveva fotografato mentre saliva le scale dell'ospedale portando a mano un'enorme bombola di ossigeno. "Ho paura di morire, ma è mio dovere lavorare e non conosco nessun medico che ha smesso di lavorare, contrariamente a quanto sostiene il governo", osserva un medico generico, che ci dice di essere remunerato 150 euro al mese.
"Non vedo più la mia famiglia e non parlo più ai vicini per evitare di contaminarli", aggiunge il giovane dottore, sulla trentina, che si è messo in isolamento di sua iniziativa per quattordici giorni dopo aver sviluppato i sintomi del Covid. Ma, avendo solo febbre e tosse, non può sottoporsi al tampone, riservato ai casi più gravi. I medici egiziani denunciano in tutto il paese la carenza di mascherine e di tute. Il governo, che in un primo tempo ha promesso loro dei compensi bonus, è passato alle minacce.
Il sito di informazione al Manassa ha rivelato che un responsabile del ministero della Salute ha minacciato di portare davanti al tribunale militare i medici che osavano protestare. È stato inoltre ordinato a tutti i medici, indipendentemente dalla loro specializzazione, di farsi carico dei pazienti Covid e di rimandare a casa tutti gli altri.
La capo redattrice di al Manassa è stata arrestata il 25 giugno scorso. Le minacce a parole si sono trasformate in atti. Da dati di Amnesty International, oltre al sindacalista fermato il 27 giugno, sono stati arrestati da marzo in Egitto sei medici e due farmacisti. Il crimine commesso? Avere espresso timori e rabbia nel vedere l'esercito egiziano inviare casse di mascherine in Italia e negli Stati Uniti mentre non ce n'erano abbastanza per gli egiziani.
Ormai, dall'elezione del maresciallo Abdel Fattah al-Sisi nel 2014, e col pretesto della lotta contro il terrorismo, la legge egiziana consente di mettere in prigione, senza processo, per "attacco alla sicurezza nazionale" chiunque si mostri critico nei confronti del governo. Un membro del comitato dei giovani medici è "scomparso" per una settimana, sequestrato dalle forze di sicurezza. Un clima di paura si è instaurato negli ospedali dove, secondo i sindacati, la pressione e le sanzioni disciplinari sono in aumento.
"Molti operatori sanitari preferiscono pagare di tasca propria i dispositivi personali di protezione per evitare di essere sanzionati. Ci costringono a scegliere tra la prigione e la morte", denuncia un membro del sindacato dei medici nel rapporto di Amnesty.
I medici dell'ospedale Mounira, al Cairo, volevano cominciare a fare sciopero dopo la morte di un collega di 32 anni. Per dissuaderli sono intervenuti degli agenti della polizia politica. I media asserviti al potere hanno inoltre accusato i medici ribelli di appartenere al movimento dei Fratelli Musulmani, un'organizzazione classificata come terrorista dal ritorno dei militari al potere. Secondo i bollettini ufficiali, quasi 74 mila persone sarebbero state contagiate dall'inizio dell'epidemia in Egitto.
Ma i numeri sono molto al di sotto della realtà anche per il ministro egiziano dell'istruzione superiore, Khalid Abdul Ghaffar, per il quale il numero effettivo di contagi deve essere tra cinque e dieci volte superiore. All'ospedale Bakri del Cairo, una delle 440 strutture del paese autorizzate a ricevere pazienti malati di Covid-19, i tamponi si fanno col contagocce. "La metà dei pazienti che muoiono con i sintomi del nuovo coronavirus non vengono conteggiati. Con molti infermieri ammalati, anche i laboratori di analisi sono a corto di personale, i tamponi effettuati sono pochissimi e ci vuole quasi una settimana per ricevere i risultati", spiega il ginecologo Hamada al- Jiouchi. L'afflusso di pazienti negli ospedali è cresciuto da fine maggio.
Da un giorno all'altro il governo ha decretato che quasi tutti gli ospedali pubblici del paese avrebbero ormai dovuto farsi carico dei pazienti Covid, fino a quel momento inviati solo in alcune cliniche specializzate. Ma questi centri, mal preparati e spesso reticenti ad accogliere questi malati, si sono trasformati in focolai e nel giro di poco tempo erano già saturi.
"È una catastrofe sanitaria. Ogni giorno 500 malati si presentano in ospedale, ma noi possiamo ricoverarne massimo una decina, se sono abbastanza fortunati da arrivare quando si liberano dei letti", aggiunge il medico. Un giorno, racconta, si è trovato a dover trasferire d'urgenza una donna che aveva appena partorito per non farle incrociare i malati in fila che tossivano. "Il 70% del personale medico è contagiato.
Dal momento che non ci sono abbastanza letti per tutti, alcuni pazienti tentano di corromperci", dice Mariam (nome di fantasia), un'infermiera dell'ospedale copto del Cairo. Intanto su Facebook si moltiplicano le richieste di aiuto. Una dottoressa disperata di Assuan ha scritto di essere stata costretta a "scegliere" quali pazienti salvare a causa della carenza di respiratori.
Nonostante il numero dei contagi sia in aumento, il governo, per paura di una crisi economica ancora più devastante, ha deciso di allentare il coprifuoco e di far ripartire molti settori dell'economia. Caffè, ristoranti, cinema e luoghi di culto sono stati parzialmente riaperti. Un sollievo per migliaia di lavoratori sprofondati nella miseria dal lockdown.
"Lo Stato dovrebbe trasformare scuole, moschee, campus universitari in ospedali da campo per poter assorbire tutti i pazienti", propone Hamada al-jiouchi, diplomato alla facoltà islamica dell'università Al-azhar. Ma le autorità restano sorde alle critiche e ai consigli dei medici e si mostrano anzi soddisfatte. Stando all'ufficio stampa del governo egiziano, sentito dall'agenzia Reuters, la gestione della crisi sanitaria in Egitto è "una delle migliori al mondo".
di Liana Milella
La Repubblica, 12 luglio 2020
La proposta di legge di Enrico Costa: se un innocente finisce in prigione non deve pagare solo lo Stato. A sorpresa c'è l'ok del Guardasigilli. Il no di Caputo dell'Anm: "Una norma manifesto che frenerà la magistratura". Potrebbe essere il primo caso in cui Forza Italia e il governo rossogiallo, alla Camera, si trovano d'accordo sulla giustizia. Indiscutibilmente una notizia.
di Antonio Nastasio*
bergamonews.it, 12 luglio 2020
Se volessi rappresentare il contesto dell'attuale realtà che amministra le nostre carceri (Dap), potrei riferirmi a due raffigurazioni di memoria storica, due assiomi che esprimono chiaramente la situazione nella quale troviamo detenuti ed agenti di polizia penitenziaria: oggi vi parlo del primo e prossimamente dell'altro.










